Buccia di Banana/L’oggetto che non mancava #4: follie del tacco

Dio benedica chi ha inventato i tacchi, quegli innalzatori di culo e autostima cari a tantissime donne, soprattutto quelle un po’ più corte della media. Pur essendo un oggetto del desiderio, il tacco si ama e si odia, spesso contemporaneamente: apprezzato per quei centimetri di slancio gentilmente offerti da chi progetta scarpe, odiato perché non sempre all’altezza corrisponde la comodità ed è quello che ci fa tirare giù Santi&Madonne dal loro regno dorato mentre cerchiamo di rimanere in equilibrio camminando sui sanpietrini (ma anche sull’asfalto). Insieme ai tacchi “regolari“, fin dagli anni 50 artisti come André Perugia sperimentavano i primi tacchi scultura, posizionando le donne su sculture a forma di torri, sfere colorate, spirali e qualunque altra cosa in grado di strabiliare. Dagli anni 50 ad oggi questa forma di arte è degenerata, portando all’attenzione del grande pubblico e spesso mettendo sul mercato dei tacchi…un po’ così…dei quali forse non sentivamo la mancanza!!! 😉

Camminare su una capocchia di spillo in equilibrio super precario? Perché no! La sfida di designer dall’animo particolarmente cattivo (non mi viene in mente altra motivazione, oltre a quella di soddisfare il loro ego facendo cose sempre più strane per attirare l’attenzione) è quella di sfidare la forza di gravità e le superfici calpestabili issando le donne su scarpe con tacchi sempre più minuscoli (non bastava il tacco a spillo), combinazioni sempre più instabili e dall’estetica precaria. Ho visto modelle camminare su scarpe impossibili con il terrore negli occhi (e anche nei piedi, come si vede bene da questa foto in cui la donzella tenta inutilmente di aggrapparsi alla suola per non sfasciarsi un’anca cadendo)…e non è stata una bella esperienza. Figuriamoci metterci cose del genere ai piedi…


Anche far camminare sulle sfere sembra essere uno sport particolarmente caro ai disegnatori di scarpe di tutto il mondo…

E non mancano mai gli animalini, sostegno morale e fisico di tutte le donne. Insieme a tigri, elefanti e farfalle non potevano mancare gli amici unicorni 😛

Fino al tacco con la scarpa intorno…

Insomma, io stavo bene anche raso terra. Voi no?!? 😉 Buon lunedì…

 

Buccia di Banana/I 90 non sono finiti!

Pensavamo di aver riesumato tutto dagli armadi degli anni 90…e invece NO! Gli scheletri non sono ancora finiti, avanzano quintali di ossa vestite un po’ così, e cosa ci manca all’appello di quel periodo dopo jeans a vita alta, crop top, collarini, vestiti di velluto, le camicie a quadri?!? Vi aiuto: è una combinazione di capi, un mescola&accoppia o mix&match come direbbero le vere giornaliste di moda, un po’ sportivo un po’ elegante la cui parola chiave (letta in tutti gli articoli sull’argomento) è: SDRAMMATIZZARE! Non ce l’avete ancora? Va bene, ve lo faccio vedere…

PARIS, FRANCE – MAY 23: Sofya Benzakour (Fashion blogger – La couleur du moment), is wearing an Asos black dress, an Asos white t-shirt, and black shoes, during a street style session, on May 23, 2016 in Paris, . (Photo by Edward Berthelot/Getty Images)

E ora confessatemi che in tempi non sospetti lo avete fatto anche voi. Io lo facevo…in quel tristissimo periodo chiamato adolescenza in cui sotto ai vestiti-sottoveste di velluto liscio viola ci piazzavo la mia bella t-shirt bianca così che potevo indossarli anche in inverno (l’ho detto)!!! Ma la cosa poi è stata opportunamente abbandonata fino a quando non è stata riproposta ultimamente. La t-shirt sotto ai vestiti sta spopolando…in tutte le salse!

Foto credits www.rm-style.com/t-shirt-sotto-il-vestito/

Bianca sì, ma anche colorata o con le scritte (non importa se fanno capolino dallo scollo, vanno benissimo lo stesso), manica corta o anche lunga con effetto a sbuffo. Questo aggiungere la t-shirt sotto ad un vestito da sera, magari particolarmente elegante o impegnativo, è suggerito come trucco per rendere l’abito meno “da sera” e conferirgli un tocco più sportivo, sbarazzino, adatto anche a tutti i giorni. Praticamente è un troncare l’eleganza dell’abito con l’aggiunta di una maglietta! Ed in effetti mi pare che funzioni bene…:P

Foto credits www.rm-style.com/t-shirt-sotto-il-vestito/

In più sembra risolvere il problema degli scolli e del dubbio amletico del reggiseno: sì, no, con le spalline trasparenti che ti segnano e tanto si vedono uguale?!? Maglietta bianca ed il gioco è fatto…anche con la schiena scoperta (che voglio dire, il bello di quegli abiti è proprio lasciare nudo dietro…coprirlo non è proprio il massimo per rendergli onore)!

Così come non mi sembra il massimo esagerare con gli strati e le sdrammatizzazioni eccessive: ora va bene la t-shirt sotto al vestito, ma pure con i jeans sotto?!? Non si può aspettare la primavera e mettere l’abitino leggero da solo, in santa pace, senza mille strati sotto e sopra?!? 😉 Voi che ne dite? Avete un deja vu’ della vostra adolescenza che per principio non riproporreste mai?!? Buon lunedì…anni 90! 😉

 

Vintage Revolution/Ho preso “in prestito” la giacca della mamma (e non la tolgo più)

Testo e Foto di Federica Pizzato

Anche voi avete uno strano rapporto con il tempo? Inteso proprio come svolgimento meteorologico delle giornate? Tanti di noi sono ormai slegati dai fenomeni regolati dalla natura, io invece sento sempre una forte e ben chiara connessione con gli eventi atmosferici che caratterizzano le mie giornate. Soprattutto dopo quello che mi è sembrato un lungo, lunghissimo inverno come questo (che stenta tra l’altro ad abbandonarci). Appena vedo un raggio di sole tutto in me si accende, devo per forza uscire, guardare il cielo, respirare i tiepidi odori e, ovviamente, vestirmi di Primavera!

Ed è proprio in uno dei rarissimi giorni di sole che questo marzo ci ha riservato, (almeno dalle mie parti) che sono uscita piena di voglia di farmi fotografare vestita di colori, ma non solo! Vi ricordate quel gioco che molte di noi facevano da piccole? Prendere a caso dall’armadio di mamma e vestirsi in grande stile? Ve la ricordate la giacca della mamma? Non una giacca qualunque, quella che metteva nei giorni di festa, magari la domenica, o magari per andare al ristorante… No, non sto scherzando anche se molti, arrivati a questo punto, mi staranno già prendendo in giro. Beh, il mio giorno di sole l’ho trascorso indossando tre giacche della mamma estremamente diverse tra loro, e che spaziano tra gli anni ’80 e i ’90. Ho giocato con pochissimi accorgimenti per renderle contemporanee, fresche, attuali, eleganti e spiritose. Ma analizziamole una per una:

Il doppio petto: verde brillante con quell’allure anni ’80 che solo i doppio petto e le spalline imbottite riescono a dare, questo giacchino corto ha risvegliato in me la voglia di sperimentare, e come ho già accennato di giocare con forme e colori. Nella foto lo indosso con i bermuda e una semplice t-shirt con scollo a cuore ma secondo me starebbe benissimo anche con una gonna a ruota o con un semplicissimo paio di jeans, come tutte le giacche eleganti d’altronde 😉

La floreale: Fiori e fuxia. Non so quali sono le vostre passioni ma queste sono due delle mie. Queste rose mi hanno colpito dal primo istante in cui le ho viste, laggiù, in mezzo al cestone degli abiti del baratto e, ovviamente ho detto miaaaaaah! Inutile dire che sì, questa giacca è un po’ abbondante per me ma riesco a portarla con disinvoltura aperta e, ogni tanto arrotolando le maniche. Mi piace molto indossata con un bel paio di panta palazzo scuri, ma anche con un abito nero non deve essere per niente male!

La vera giacca della MIA mamma. Lo giuro su quello che volete, questa giacca, realizzata dal sarto di paese per l’occasione, in pura lana biellese, la indossava mia mamma nel giorno della mia prima comunione. Come è chiaro ai più, lei lo indossava in uno dei classici tailleur minimal anni ’90 cosa che io non mi sento sinceramente di fare (anche perché, detto tra noi, non entrerei nei pantaloni). La prima volta che l’ho indossata mi sono sentita stupenda ero ad un matrimonio e il mio abito lungo con le rose nei toni del nocciola e del grigio è stato più che valorizzato dal rosa antico di questo bel capo. Per essere un po’ più easy e sportiva invece abbinarla al blu secondo me è stato il top e qualche dettaglio bordeaux o vinaccia potranno sicuramente ragalarle un twist in più (la scarpa, una bella collana o un bracciale) e ovviamente valgono sempre i jeans. Io ci immagino quelli a zampa ma lascio spazio alla vostra fantasia!

Se anche voi avete una povera giacca della mamma relegata nell’ultimo anfratto dell’armadio così da non poterla vedere, vi prego, tiratela fuori, fatele fare un bel viaggetto in lavanderia, portatela a casa, appendetela davanti ai vostri occhi e provate ad immaginarla come quel pomeriggio di 20 anni fa, quando vi sembrava «La più bella!» mi gioco quello che volete, tornerete ad indossarla!

Per seguire HOBO VINTAGE BIELLA (e Federica) ci sono INSTAGRAM e FACEBOOK. Tra l’altro vi anticipo che il 21 APRILE saremo insieme a Biella allo Spazio14 per uno #sfashiontalk a base di moda alternativa, baratto e un aperitivo musicale! 😉

Straccetti&Rivoluzione, sartorie popolari e Sfashion

Quando la mia amica Federica di Hobo Vintage mi ha proposto di presentare Sfashion a Lecce non ho potuto dire di no per tre motivi fondamentali:

1-La diffusione dello sfashionismo è tra le mie priorità, per cui più se ne parla, più si creano occasioni di confronto e di dibattito e meglio è (quindi se mi volete invitare da qualche parte non fate i timidi, io rispondo e mi sposto volentieri);

2-Amo il sud e ogni scusa è buona per un viaggetto;

3-Ad organizzare l’evento è una realtà meravigliosa chiamata Straccetti&Rivoluzione (che solo il nome mi ha entusiasmato assai) all’interno di un altro posto super-interessante, le Manifatture Knos di Lecce che proprio in questo periodo festeggiano i 10 anni di attività.

Straccetti&Rivoluzione nascono da un’idea ben precisa, quella del riutilizzo dei materiali, della sperimentazione e dell’arte legata all’ambito tessile: “Rievocando materiali poveri, il riutilizzo e il riciclo, gli Straccetti incarnano un desiderio di esplorare tutti gli ambiti di applicazione delle arti tessili, attraverso la ricerca, lo studio e la sperimentazione, facendo di questo campo espressione artistica attraverso l’uso di mezzi propri e aprendolo all’incontro con altre realtà espressive.
Ispirandosi a un ideale di lavoro nobilitante, la Rivoluzione è aspirazione alla redistribuzione del lavoro, alla gestione economica solidale degli spazi comuni e alla realizzazione di un’esperienza autonoma del mestiere.
S&R opera nel settore moda, accessori e costumi per teatro, promuove formazione organizzando eventi e performance, garantendo servizi al pubblico e consulenze in ambito sartoriale e non solo. Dai corsi di modellistica e cucito fino agli eventi dedicati al baratto o alla moda vintage, il tutto dentro alla Sartoria Popolare delle Manifatture Knos…

Il concetto di Sartoria Popolare è quello di avere uno spazio condiviso a disposizione dove poter lavorare con stoffe, fili e macchine da cucire, dove l’elemento fondamentale non solo le attrezzature tecniche ma soprattutto la socialità!  “La Sartoria popolare è un luogo aperto a tutti in cui creatività, sapere artigiano e attenzione al riutilizzo dei materiali, trasformano la passione di un collettivo di persone in abiti, ricami, accessori, giocattoli.” In questo contesto singoli, associazioni e creativi che lavorano con stoffe&Co. possono collaborare, proporre attività o usufruire dello spazio con il consiglio di Straccetti&Rivoluzione: aggiustare un paio di jeans rotti, creare elaborati costumi teatrali, dare vita ad una piccola produzione. Queste sono solo alcune delle attività che si possono fare e, per chi non sa da dove cominciare o per chi desidera apprendere o affinare nuove tecniche, la Sartoria è anche palcoscenico di seminari e corsi di formazione. Una iniziativa meravigliosa davvero a disposizione di tutti.

Tutto questo in un contenitore pieno di spazi ed altre attività. Le Manifatture Knos sono il frutto dal progetto di riqualificazione di una vecchia scuola di formazione per operai metalmeccanici abbandonata da anni; un esperimento culturale e sociale in continuo divenire,  una città nella città (circa 4000 mq di spazio dismesso completamente rimesso a nuovo) dove sviluppare progetti creativi, organizzare eventi, creare laboratori, favorire sinergie e far circolare idee. Dalla Sartoria alla Ciclofficina Popolare, dove si promuove la mobilità sostenibile, il Fab Lab e la Serigrafia, le attività sportive della Scuola dell’Equilibrio, il teatro e le iniziative dedicate ai più piccoli. “Perché il Knos ha una sua particolare fortuna: quella di avere tanti spazi con tante funzioni diverse. È per questo che il Knos si fa in tanti, tutti i giorni.

Io non vedo l’ora di perdermici dal vivo 😉 L’appuntamento è questo, i dettagli li trovate qui e dopo la presentazione Federica terrà un laboratorio sul baratto. Perché scambiare è un ottimo modo per risparmiare 😉

 

Chi poi si trova in zona anche il 5 dicembre, c’è un altro appuntamento molto interessante: rivalutare e utilizzare capi vintage senza vestirsi da zia 😉

Vi aspetto a Lecce!!!

Travel design: i viaggi su misura di Deborah Croci (e collaborazioni in edizione limitata)

Un viaggio è l’unico modo che si ha per fare certi cambiamenti“, scrive Simone Tempia nel suo “In viaggio con Lloyd” e per viaggiare ci sono moltissimi modi: chi parte senza meta e con lo zaino in spalla, chi programma tutto nel minimo dettaglio ai limiti della psicosi, che fa da sé e chi si affida ai pacchetti pre-confezionati. Ma a quanto pare c’è anche chi ti cuce i viaggi addosso e no, non sono le fredde agenzie turistiche anni 80/90, ma sono persone che parlano con te, capiscono le tue esigenze, intuiscono il tuo modo di approcciarti al viaggio e confezionano pazientemente su misura un’esperienza unica. Deborah è una di queste persone, è una mamma ed ha trasformato la sua passione per il viaggio in un lavoro nuovo con una specifica tutta particolare: travel designer, specializzata in itinerari per famiglie che amano viaggiare con i loro bambini.

A volte gli imprevisti fanno cambiare percorso e anche Deborah, dopo 12 anni di lavoro nel settore turistico, ha dovuto forzatamente fermarsi e questo stop le è servito per inventarsi nuovamente, mettendosi in gioco da sola e aprendo la sua attività di consulenza di viaggi online: “Progetto itinerari su misura per aiutare le famiglie e le coppie a viaggiare in libertà. Creo programmi personalizzati, adatti alle necessità dei bambini e attenti alle passioni e ai desideri dei grandi. Disegno esperienze di viaggio uniche per scoprire a piccoli passi le meraviglie del mondo“. Tra le proposte di viaggio ci sono quelle dedicate alle famiglie, i safari urbani disegnati per i più piccoli, i viaggi di nozze o per coppie che hanno desiderio di passare un momento speciale insieme, gite culturali dove anche i più piccoli hanno spazio senza annoiarsi. Insomma, ce n’è per tutti i gusti ed ogni consulenza inizia prima con una chiacchierata conoscitiva, rigorosamente online! 😉

Dopo un anno di attività Deborah ha deciso di volare più in alto, aprendo il suo Aeroplanino Shop e facendolo in una maniera decisamente sostenibile e privilegiando il lavoro di artisti e artigiani. “Ho passato anni e anni a contatto con i viaggiatori (famiglie in particolare) e ad ascoltare le loro esigenze, risolvere i loro principali problemi prima e durante il viaggio, comprendere in che modo potesse la mia esperienza, risolvere o anche solo alleviare il peso delle piccole grandi sfide che il viaggio con bambini al seguito comporta. Perché se è vero che viaggiare è meraviglioso, farlo con i più piccoli può trasformarsi in un vero tour de force e mettere alla prova anche i viaggiatori più esperti e navigati(viva la sincerità)! Così ha coinvolto Enrica Mannari che ha studiato un pattern in due colori appositamente per lei, The Color Soup, che ha stampato su tessuto, Michela Bettinelli, in arte Mamma Miki, che ha realizzato astuccio (che lo vorrei io subito), materassino, porta pannolini e porta documenti formato famiglia, e me, che dopo la stagione ibizenca ho fatto pace con la macchina da cucire e ho prodotto per lei la “Sacca Furba“, come l’ha ribattezzata Deborah…

Uno zaino, di quelli morbidi e leggeri che non ti distruggono le spalle, dove infilare qualunque cosa e che diventa piccolissimo, comodo anche da infilare in valigia. La dimensione va bene sia per i grandi che per i cuccioli. Ho apprezzato molto il “team” tutto al femminile, la scelta di preferire prodotti originali rispetto a quelli pre-confezionati semplicemente da customizzare ed anche l’edizione limitata: pochi pezzi, curati nel dettaglio e senza esagerare con mega-produzioni. 

Insomma, un progetto al quale ho collaborato volentieri e che ha segnato ufficialmente la rimessa in moto delle mie mani e delle mie macchine da cucire al servizio del prossimo 😉 Se volete conoscere meglio il lavoro di Deborah e curiosare nel suo shop, questi sono tutti i suoi contatti…

Sito web –Shop online –Instagram –Facebook

Io quasi quasi mi infiltro nel prossimo Safari Urbano a Firenze!!!

Buccia di Banana/E’ tornato, ma non chiamatelo waist bag!

Le rivalutazioni sono all’ordine del giorno ed abbiamo capito che la nostalgia gioca un ruolo importante nell’accettazione incondizionata di certe frittate rivoltate. Per cui era ovvio che ritornasse anche LUI, il RE incontrastato delle non borse, l’appendice formato borsello che ci fa tanto camionista in sosta all’Autogrill ma che adesso, grazie a fantomatiche fashioniste e simpatici stilisti, dobbiamo accettare come il top del top della tendenza: signore e signori, rispolverate il marsupio!!!

Il marsupio portato alto finora sembrava una prerogativa maschile (e nemmeno troppo chic). E invece… ancora una volta la moda sdogana uno stile improbabile trasformandolo in trend. Subito adottato da influencer e modaiole.

Che culo…ehm, volevo dire, che grandissime anticipatrici di tendenze! Scorro il fantastico articolo a caccia di informazioni su come interpretare al meglio questo ritorno e scopro diverse cose:

Kendall Jenner e Kaia Gerber sono due “fashioniste che non sbagliano un colpo” (come avevo fatto ad ignorarle fino ad ora?) e che sono in grado di trasformare anche la cosa più truzza nel massimo dello chic! Come diamine fanno – mi sono chiesta – sono maghe? No, sono parecchio discrete e la prima è una delle modelle più pagate al mondo. Mi fermo qui, ognuno faccia le sue considerazioni.

WAIST BAG! Ora, mi va bene tutto, ma perché mi avete ribattezzato il povero marsupio waist bag? Il perché lo so, fa parte del processo di in-chicchimento del prodotto, che le fashioniste si vergognano di andare a chiedere il marsupio e quindi avevano bisogno di un nome che rendesse più elegante anche l’acquisto. Poveri noi…

-La novità sta anche in come lo si porta, non più in vita o sulla spalla (che quello sì è da grezzi), ma a VITA ALTA, tipo come cintura sui cappotti, a tracolla alta direttamente sul petto o trasversale.

Ed il motivo di tutto ciò non è la praticità di una borsa che è piccola, pratica e non ingombrante, no…”la waist bag appaga il desiderio delle giovani donne di avere le mani libere per usare lo smartphone.“!!! Così, camminando a testa bassa, qualcuna potrebbe andare a sbattere forte forte in un palo e rinsavire 😉 

Ed io che pensavo che la praticità di avere il marsupio appeso addosso fosse quella di evitare scippi o di lasciare la borsa in giro perché per provarti le cose nei banchi del mercato e l’appoggi maldestramente da qualche parte. Effettivamente le mani libere te le lascia…Oltre al caro marsupio anche altre varianti di borsa possono essere portate comodamente in gola…

ma anche le bag a tracolla. Meglio se rettangolari e piatte, vengono portate altissime sul petto quasi come degli scudi protettivi.

Comodo, soprattutto per chi ha anche delle tette da portare in giro sul petto!!! Detto ciò, proteggiamoci tutti e via libera ai marsupi, da quelli di velluto a quelli sportivi, anche quelli vecchi che avevamo seppellito in garage nella speranza di non rivederli mai più! Buon lunedì marsupiato…ma guai a chi li chiama waist bag!!!

Camminando per Amman

Terra di contrasti, colori, suoni e contraddizioni. Anche dopo anni di frequentazione ci sono cose che mi saltano all’occhio esattamente come la prima volta, che mi fanno sorridere, interrogare e riflettere.

Ad Amman il marciapiede più piccolo è alto minimo 30 cm, ma ce ne sono anche di più alti, che se per caso cammini in maniera distratta rischi la vita; però dopo una lunga passeggiata funzionano meglio di un corso di step! Ho pensato fosse per non far parcheggiare le auto, ma no, qui le macchine le infilano ovunque, anche sui marciapiedi, opportunamente incastrate una dietro l’altra che per passare devi fare del contorsionismo. Però nelle rotonde i marciapiedi così alti sono bi-color ed illuminati, sembra di stare al luna park! Anche per i suoni, perché ad Amman hanno le mani incollate al clacson, peggio che a Roma durante l’ora di punta. Suonano per qualunque motivo e a qualsiasi ora del giorno e della notte; così quando sei per strada è come se ci fosse un concerto in atto. E c’è sempre un concerto in atto, perché ad Amman o vai in macchina o vai in macchina; questo loro mezzo o è una completa discarica, una seconda casa piena di tutto di più, o sono tenute come piccoli gioielli sacri, lucide e pulite (alcune addirittura con la plastica sul tetto e sui sedili) ed opportunamente pimpate con lucine colorate e cerchioni sgargianti; sempre e comunque con la musica a tutto volume! Ad Amman appena sali sul taxi ti dicono “Welcome to Jordan“, poi ti chiedono da dove vieni (e quando dici che sei italiano gli si illuminano inspiegabilmente gli occhi e poi partono con “Football, Milan, inter…”) e poi “Sei sposata? Hai figli?“. Il disappunto quando gli dico che “No, no sposata, no figli, no fidanzato” è infinito, non gli torna, si intristiscono peggio di mia mamma. Poi ti raccontano di quanti figli hanno loro, come minimo sono tre, ma si arriva tranquillamente a 10. L’ultimo ci ha tenuto a specificare con orgoglio che “10 figli, una sola moglie. Io superman“. Ma insomma, super-woman quella santa donna che te ne ha sfornati 10, caso mai…visioni differenti, ma ci vogliamo bene lo stesso!

Ad Amman trovi dei posti incredibili lanciati a caso nei quartieri più improbabili. Perle di gusto in mezzo al delirio più totale; locali sistemati che si reggono sulla loro confusione interna. Anche per le strade è così: case di fate immerse nei fiori e piante rampicanti in mezzo a giganteschi casermoni squadrati (da queste parti fare le cose grosse, geometriche e alte usa un sacco) o, peggio ancora, a palazzi distrutti che lasciano il posto a discariche a cielo aperto. Roba da non crederci. O meglio, è comprensibile, perché ad Amman l’ordine è il caos, e si vede in ogni suo angolo. Invece di sistemare l’esistente, preferiscono ignorare e costruire scintillanti nuove aree dal nulla, mentre i fili della luce penzolano dai terrazzi di vecchi palazzi e i gatti rufolano in mezzo a giardini fatiscenti. Già, ad Amman ci sono un sacco di gatti per strada, quasi tutti con la coda grossa; nessuno li caccia e tanti li sfamano, perché “il gatto non fa mica male a nessuno“. Ed in effetti no, fanno bene allo spirito e alla vista.

I muri di Amman parlano, decorati da graffiti e parole di giovani che non vogliono stare zitti, che raccontano a colori modi di rivoluzionare e modi di essere. Diversi. Perché per ogni amore che nasce ma non continua a causa della “religione“, c’è qualcuno in vena di una sana ribellione. E le ragazzine lo sanno, fin da piccole, spugne curiose pronte a tempestarti di domande, animale raro dal quale captare informazioni sul mondo. Se gli dai spago potresti rimanere intrappolata in una conversazione per ore, perché da queste parti parlano tutti un sacco. O forse è solo un’impressione dovuta alla loro lingua, tanto incomprensibile quanto veloce! Esagerano, in ogni esternazione. Ad Amman, ad esempio, il decorativismo non è un’opzione, è la norma estetica di qualsiasi posto. Può essere più o meno marcato, può spaziare dal kitsch etnico locale al mix contaminato con il mondo occidentale, ma è sempre un gran tripudio di colori, fantasie, pattern, ricami, disegni, materiali…il “color sabbia” degli esterni è controbilanciato dagli arcobaleni interni. Forse è anche per questo che mi trovo completamente a mio agio 😉

Ad Amman se vuoi offrire una cena ad un’amica (o amico, non fa differenza) tocca escogitare dei piani complicatissimi per arrivare alla cassa per prima, oppure intavolare lunghe diatribe alla fine delle quali hanno comunque vinto loro; il senso di ospitalità è gigante, l’accoglienza a braccia aperte e la gentilezza dilagante. Lo so, sembra incredibile, ma è così. Al di là dei primi sguardi indagatori, poi un sorriso non lo nega nessuno (forse qualche anziano un po’ radicale, ma anche con quelli può durare poco). Ad Amman vedi i giovani con il dish-dash, le ciabatte di cuoio ed il cappello da baseball con gli stemmi americani che prende il suo tè alla menta seduto nel bar di un gigantesco centro commerciale iper-moderno; insomma, qui oriente ed occidente si sono incontrati in maniera un po’ forte, ma convivono in maniera pacifica!

Quando cammini per Amman ti sembra di stare in mezzo ad un incomprensibile casino, ma se non ti limiti alla superficie, ti accorgi che è il suo piccolo difetto ed il suo impagabile pregio.

Da “Morgatta&TheCity” a “Firenze al Femminile”

Quando ho messo su questa rubrica, rubando volontariamente il nome alla famosissima serie, l’ho fatto perché amo andare in giro, scoprire i posti e condividere le cose belle che trovo. Gratis (nel senso, se poi qualcuno mi vuole pagare mi va benissimo, ma solitamente sono io che decido di parlare delle cose che mi piacciono proprio per amore della condivisione, soprattutto di progetti che hanno bisogno di voce). Ho iniziato dalla città dove vivevo, passando dai ristoranti ai negozi ai bar fino alle librerie, parlando con i proprietari delle attività e raccontando le storie e le idee che si celano dietro ai luoghi fisici. Ecco, mai avrei pensato che tutto ciò (e molto molto di più) si sarebbe trasformato in un progetto editoriale dai contorni ben definiti; mai e mai avrei mai pensato di scrivere una “guida turistica“!!!

Schermata 2017-04-28 alle 11.38.57Eppure ho avuto la conferma che nella vita le prime volte non finiscono mai, ed ecco che mi sono ritrovata ad affrontare questo nuovo libro con un attimo di ansia e un gran punto interrogativo in testa: da dove comincio?!? Firenze è Firenze (e giù ansia da prestazione, poi figurati, una livornese che si permette di scrivere la guida di Firenze, sacrilegio!), una guida dovrebbe guidare, una guida al femminile? Boh, attimi di panico-creativo, il blocco dello scrittore che si inceppa prima di iniziare… Insomma, diciamo che sono stata un paio di mesi a pensare a come poter costruire una guida: ne ho letta una, così, per documentarmi e mi sono talmente annoiata che, come al solito, mi è entrata ulteriore ansia da “non voglio fare una guida noiosa“. Poi ho letto “Napoli al Femminile“, altra guida della collana di cui anche la mia farà parte (ebbene sì, il Signor Morellini, dopo Sfashion, ha continuato a darmi fiducia) scritta da Rita Covello e mi è piaciuta talmente tanto che ho finalmente capito che taglio avrebbe avuto la mia. Una guida (che non sia Lonely Planet, ma una “guida raccontata”) ti deve far immergere nell’atmosfera della città, ti deve far camminare tra le strade, visualizzare i personaggi, sentire suoni e odori attraverso le pagine: ti deve far venire voglia di visitare la città che stai leggendo. Altrimenti sono solo pallosissime nozioni su carta (e di queste ce ne sono già un’infinità).

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Ho voluto rileggere e raccontare la città dove ho vissuto negli ultimi 17 anni e per fare ciò l’ho dovuta riscoprire io per prima: sono andata a scavare nella sua storia, nei personaggi (soprattutto femminili), nelle targhe, nelle statue, nei vicoli, in un continuo oscillare tra passato e presente; un lavoro impegnativo, reso divertente dai racconti di amici e dalle testimonianze delle persone che hanno resistito alla mia raffica di domande (anche sui social ho molestato virtualmente amici e conoscenti fiorentini). 🙂 Poi che c’entra, le informazioni utili (e anche accessorie) ce le ho infilate, ma ho voluto fare finta di accompagnare una mia amica/o a fare un giro per la città; più che una guida impostata è un “a spasso per Firenze con Morgatta” 😛  Non sono sola nemmeno in questo libro: a raccontare visivamente Firenze ci ha pensato Erika Bastogi, fotografa e film-maker (colei che ha realizzato anche il booktrailer di Sfashion) che ha immortalato scorci e volti con il suo personalissimo occhio, catturando emozioni con la sua macchina fotografica che sono finite ad arricchire le mie parole.

Insomma, non avevo mai scritto una guida “intera” e non era nelle mie previsioni, ma alla fine l’ho scritta e dal prossimo 18 maggio la trovate in tutte le librerie o sul sito del mio editore

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Firenze è Firenze: culla del Rinascimento, terra di poeti, artisti e geni creativi. Firenze, città dalle mille chiese, palazzi, affreschi, pezzi di storia che sbucano da ogni angolo. Firenze con il suo Arno che la divide in due per poi ricucirla con i suoi dieci (più due) ponti dai quali ammirare tramonti mozzafiato ornati da campanili e terrazze. Firenze e i fiorentini, innamorati della loro città (e della Fiorentina) più che delle loro mamme. Firenze di Dante, Michelangelo, Brunelleschi, David e del Magnifico. Tutti omini? Sembra, ma dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna: senza Beatrice Dante l’avrebbe scritta quella Commedia così Divina? E senza l’Elettrice Palatina, avremmo in città tutte le meraviglie che vengono ad ammirare da ogni parte del Mondo? E ancora lo sapevate che macarons e forchetta sono merito della bruttina ma ganzissima Caterina de’ Medici? Dalle nobildonne fiorentine alle moderne imprenditrici, una divertente guida al femminile che ti porterà in giro per una delle città più belle del mondo, a scoprire chiassi, vicoli, mercati all’aria aperta, gallerie e negozi di moderni artigiani, per poi farti finire a sorseggiare cocktail prima di una tipica cena toscana. Antiche memorie e vita contemporanea raccontate con accento ed ironia tutte toscane. Una guida fatta di storie e personaggi: perché le città non le fanno i muri, ma le persone.

Questo è un assaggio, poi tenetevi liberi il 18 maggio che magari riusciamo a vederci per quattro chiacchiere su Firenze a Firenze…;)

Mangiami! 3 sfumature di cacao

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“Se nessuno ti vede mentre lo mangi, quel dolce non ha calorie”.

storia in 3 piatti e 3 puntate: Mangiami! 3 sfumature di cacao

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Che cosa vuoi?” – Disse Agnese ammiccando da dietro al bancone con il suo solito rossetto rosso.

Che cosa fai?” – Rispose l’uomo, vagamente intimidito. – “Volevo dire…cosa hai?” – Ritrattò, scuotendo la testa.

Era difficile non rimanere stregati da Agnese e dal suo modo di porsi: occhio a cerbiatto con lunghe ciglia, bocca grande, quasi sempre dipinta di un rosso dispettoso, ed un decolletè importante che, anche se coperto dal grembiule sbarazzino a pois rosa, si intravedeva benissimo. Agnese avrebbe flirtato anche con le fruste dello sbattitore, e molto probabilmente lo faceva davvero, ammaliatrice per vocazione, seduttrice per natura e dispettosa dalla nascita. Tutto un gioco il suo, ed anche una tecnica di marketing per attirare clientela nel suo laboratorio di pasticceria, il suo mondo glassato fatto di creme, cacao, frutta e combinazioni di ogni genere. Basta siano dolci. “Mangiami“, questa l’insegna della sua boutique degli zuccheri aperta da appena 6 mesi, un sogno diventato realtà. Non avrebbe potuto trovare nome migliore…e lo sapeva benissimo.

Faccio quello che vuoi…tranne dolci senza zucchero. Se dobbiamo peccare, dobbiamo farlo bene. E i dolci senza zucchero, non sono dolci. Dico male?” Su quel dico male si sporse ancora di più verso il suo primo cliente della giornata. Però, brutto brutto non era, anzi, a guardarlo bene…

Cioccolato. Qualcosa con il cioccolato…Mia sorella adora il cioccolato” rispose rapidamente facendo un passo indietro, visibilmente a disagio.

Ah, la vita è come il cioccolato…è l’amaro che fa apprezzare il dolce, caro mio” – si gira verso la vetrina alle sue spalle – “Che ne dice di una torta golosa di cioccolato fondente, con una base di biscotto croccante al cacao amaro al 70% coperta da una morbida crema che si scioglie in bocca ricoperta da una glassa croccante amara, frutti di bosco che danno quel tocco fresco e nocciole tostate a decorare…

Vito cominciò ad agitarsi. Nella sua testa era passato di tutto, tranne il dolce che Agnese le stava mostrando…[continua]

torta al cioccolato di cucinamo

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Fine Servizio PT.2

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“Il cameriere non è colui che porta i piatti, è quello che ti deve far star bene quando sei a cena fuori”

STORIA IN 3 PIATTI E 3 PUNTATE: FINE SERVIZIO PT.2

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[…] “Dai capo, lo sai, è una situazione di comodo. Lavoro 3 sere a settimana in palestra, altre 3/4 sono qui, mi dici quando trovo il tempo di conoscere qualcuno di nuovo? Conoscerlo, uscirci, farmi pagare un paio di cene…no, no, troppe menate. Almeno qui vado sul sicuro.” Glielo dico con un’aria talmente convincente, sfoggiando il mio sorriso migliore che quasi quasi mi sembra che tutta questa storia-non-storia abbia un senso. Allungo distrattamente la mano verso il pass per prendere l’uovo al pomodoro del tavolo 11 e manca poco mi ustiono una mano “Che stai attenta!“, tuona Gino dalla cucina “E poi aspetta, non lo vedi ci manca il pane?“. Eh, no, non avevo visto. Sorrido a 50 denti, sbatto le ciglia tipo cerbiatto e pigolo “Ooook…che profumino, me le fai anche a me dopo?” (i cuochi vanno saputi prendere, quando faccio la gattina non resiste) “Scordatelo”. Mi ghiaccia, ma so che alla fine cederà. Fischietto e porto il piatto, sempre sotto lo sguardo inquisitore del capo.

So bene che non approva questa situazione, soprattutto dopo avermi visto dilaniata nei primi anni di questa relazione dai contorni confusi. Abbiamo già passato il quarto anniversario, ma se faccio il conto reale dei giorni trascorsi insieme, forse si arriva appena a sei mesi. Se la nostra fosse stata una relazione “normale”, quelle in cui ti frequenti con costanza e con l’intenzione, se non altro, di provarci, l’avrei mandato a quel paese dopo un paio di settimane. Purtroppo, però, il suo concedersi parecchio bene ma con il contagocce ha fatto sì che questo incantevole strazio continuasse nel tempo. Capita. Anche alle migliori. A volte essere pienamente consapevoli delle situazioni non è sufficiente a salvarsi le penne, ma almeno aiuta a non farsi inutili aspettative. E io, alle aspettative su Mattia, ho fatto un bel funerale un paio di anni fa, quando ho scoperto la sua tendenza alla poligamia, abitudine che mi aveva gentilmente omesso.  Una volta cominciato a giocare a carte scoperte, però, niente ci ha impedito di farci delle nottate appaganti, condite di risate e di quella confidenza fisico-psicologica che solo amanti di vecchia data possono avere. “Il buon senso te lo dovrebbe impedire”. Eccola là, la vocetta tanto buona quanto fastidiosa: “Non mi angosciare, per favore, ho bisogno di leggerezza ultimamente e di distrarmi senza troppe pretese. E poi questo non è il momento di discutere, sono al lavoro”. Mentre liquido l’Altra Me, mi avvicino al telefono nella speranza di un messaggio rassicurante e invece picche (o pacco).

Nulla, via, non si tromba nemmeno stasera”.

Mi arrivano, in sequenza, una pacca sul collo dal capo, accompagnata da un compassionevole “Ti ci sta bene”, ed un’energica strizzata di chiappe da Dario “Se vuoi du’ colpi te li do’ io stasera”.

“Grazie amore, hai già avuto il tuo momento ai suoi tempi. E poi con i colleghi di lavoro non faccio sesso. Ho un’etica professionale, io!” […continua…]

Uovo al pomodoro di cucinamo

prezzemolo

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pomodori

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