Lycra&Costumi: andando verso l’estate usando la testa!

Liberi tutti, via libera verso il mare. Tirare fuori i costumi dall’armadio dà sempre quel pizzico di emozione, anche se spesso il bikini preferito della stagione passata quando vede la luce sembra un mezzo zombie, provato dall’estate precedente e che manifesta segni di invecchiamento precoce! Ingiallimenti, elastici ammosciati o cotti dal sole, tessuto rovinato e anche piccoli buchi. Improvvisamente non è più il preferito ma diventa un rifiuto, pronto ad essere sostituito da quello nuovo. Prima di correre all’acquisto è opportuno fare un paio di riflessioni…

il problema della lycra

Andiamo con ordine. Molti dei costumi in commercio sono realizzati in lycra. La lycra (conosciuta anche come elastan) è un materiale sintetico elastico prodotto a partire dai derivati del petrolio e simili, il cui problema principale è essenzialmente uno: non è biodegradabile né riciclabile. Questa fibra tessile elastica ha la capacità di allungarsi senza rompere il tessuto, ritornando facilmente alla forma originale. La performance della Lycra, così come altre fibre sintetiche elastiche, la rende insostituibile, perché le prestazioni di confort e vestibilità non possono essere in alcun modo replicate da altri materiali naturali. Un leggings di cotone non sarà mai aderente al corpo come uno che contiene una percentuale di lycra. Per questo motivo, per dare elasticità e morbidezza anche ai tessuti fermi, le fibre naturali vengono mescolate con fibre elastiche. La prima fibra tessile sintetica al mondo è stato il nylon nel 1938. Tutte le fibre sintetiche sono accomunate dagli stessi problemi: sono prodotte partendo da materiali fossili che sono sempre meno disponibili (e per estrarre i quali sono necessarie grandi quantità di energia), consumano un sacco di acqua, si utilizzano un sacco di sostanze chimiche e a fine vita smaltirle è un casino! A complicare le cose il problema delle micro-plastiche (delle quali avevo parlato da queste parti), ovvero il rilascio di micro-particelle ad ogni lavaggio che vanno a finire direttamente in mare (e nelle pance dei pesci). E fin qui ci siamo…

sintetico eco-sostenibile

Lo so che letta così sembra un ossimoro (o una bestemmia), ma cerchiamo di capire. Le nuove tecnologie ci aiutano e parte del problema diventa parte della soluzione. E’ questo il caso di tessuti sintetici sostenibili ottenuti al 100% da materiali plastici riciclati come reti da pesca, bottiglie di plastica, tappeti dismessi, scarti industriali. In questo modo una parte del problema, ovvero quella dell’utilizzo del petrolio e simili, è abbattuta; anche un’altra parte, ovvero lo smaltimento dei rifiuti come bottiglie, reti, ecc. diventa l’inizio di un nuovo processo di trasformazione che porterà ad un nuovo materiale completamente riciclato. Il filo di Nylon rigenerato ECONYL® è un esempio nostrano, ottenuto trasformando la parte superiore di tappeti di Nylon e moquette, le reti da pesca e altri prodotti di scarto fatti di Nylon che, giunti a fine vita, non vengono smaltiti in discarica, ma recuperatirigenerati e trasformati da Aquafil in filo ECONYL®, che viene successivamente utilizzato per la produzione di tessuti ecosostenibili, altamente tecnici in grado di garantire le stesse performance dei tessuti standard. Le fibre sintetiche riciclate certificate a basso impatto ambientale sono sicuramente ecologiche nella fase di produzione ed anche etiche (non viene sfruttata manodopera a basso costo). Però le micro-plastiche le rilasciano pure loro…

non solo lycra

Ovviamente i costumi sintetici vanno per la maggiore: vuoi per la vestibilità, vuoi per la comodità, vuoi perché ormai sono entrati nell’uso comune ed è difficile farne a meno. E’ opportuno sapere che esistono anche costumi da bagno realizzati con altri materiali e con altre tecniche: esistono costumi realizzati all’uncinetto con filati di cotone, altri di lino smacchinati con le macchine da maglieria o altri semplicemente in tessuto fermo al quale vengono vengono aggiunti degli elastici (eh sì, la componente elastica comunque c’è)!

manutenzione

Alla luce di tutto ciò appare all’orizzonte una soluzione possibile: perché far durare i costumi solo una stagione (che poi una stagione vuol dire circa 3 mesi con un utilizzo non certo giornaliero)? Perché non trattarli come si deve e volergli bene per più di un’estate? In generale i tessuti si deteriorano, quelli dei costumi ancora di più: stateci voi a ore sotto al sole, esposti al cloro, al salmastro e sfregati su sedie a sdraio o rocce…o rotolati nella sabbia! Ne subiscono diverse, poverini! Per allungargli la vita è opportuno prendere delle precauzioni:

LAVALO! Dopo aver indossato il costume da bagno sarebbe bene lavarlo con acqua e sapone neutro o con un detergente per capi delicati. Sale e cloro fanno proliferare batteri e funghi…li volete? Meglio non lavarlo con acqua calda, perché si deteriora più velocemente e c’è il rischio che possa restringersi (poi ci vengono le paranoie dei chili di troppo). Meglio non lascialo in ammollo perché potrebbe scolorire e meglio non strizzarlo forte forte come fosse il cencio da dare a terra: basta una strizzatina lieve per poi metterlo ad asciugare…ma non sotto la luce diretta del sole, preferibile all’ombra (anche il sole scolorisce)! Inutile ribadire che i costumi NON SI STIRANO (io poi non stirerei nulla, che nella vita c’è di meglio da fare)! 😉

DON’T DO! Rotolarsi sugli scogli sì, ma solo se lui è bono e ne vale la pena! La protezione solare va messa sempre, ma se evitiamo di ungere il costume come fosse una padella allestita per fare una frittata secondo me è meglio. Essere affezionati ad un costume è bello, ma possiamo anche averne un paio in più per cambiarli e non sovraccaricarne solo uno per tutta la stagione!

CONSERVAZIONE! Prima di mandare il costume in letargo è bene un’ultima lavata, facendo l’ultimo risciacquo aggiungendo all’acqua poco aceto bianco di vino e lasciando l’indumento in immersione per pochi minuti ( l’aceto è un ammorbidente naturale, ravviva i colori, preserva gli elastici ed igienizza ). Per essere sicuri che sia completamente asciutto, una bella passata con il phon (a debita distanza) prima di ripiegarlo a modino e senza forzare gli elastici e riporlo in scatole, cassetti o dove volete voi. L’importante è non metterlo in buste di plastica: impedisce la circolazione dell’aria e favorisce la comparsa di cattivo odore nel guardaroba e sugli indumenti. Muffe e licheni non li vogliamo. Meglio contenitore di stoffa e meglio ancora metterli via singolarmente, senza fare ammucchiate inutili. Se poi nel cassetto ci infiliamo anche un sacchetto di gel di silice  per eliminare l’umidità il più possibile, l’estate successiva il costumino ci ringrazierà sfoggiando tutta la sua bellezza! 😉

Meno, meglio e più a lungo! A voi quanto vi durano i costumi? Prossima settimana suggerisco qualche marchio di costumi fatti con testa, cuore e stile!

Vintage Revolution Playlist

di federica pizzato – VESTITI AL VENTO 

La musica e la moda (quelle belle). Non so per voi ma sono tra le pietre miliari della mia vita. Due passioni che sono anche spesso felicemente interconnesse ed è proprio riflettendo su questo e anche sulla mia tristezza per il fatto che molto probabilmente quest’anno non vedrò nessun concerto, che ho pensato che a molti di voi avrebbe fatto piacere avere una vintage playlist. Ho pensato di associare un capo iconico per ogni decennio del ‘900 ad una canzone altrettanto iconica. Ovviamente l’argomento è talmente vasto che ridurlo ad un solo esemplare per categoria è davvero tosto e riduttivo. Per questo mi sono semplicemente lasciata trascinare dall’emozione del momento. Ed ecco qui la prima Vintage Revolution Playlist.

Anni ’20 JOSEPHINE BAKER – I’VE FOUND A NEW BABY

Josephine Baker, una delle icone dei Roaring Twenties che preferisco. Simbolo di riscatto, forza e creatività. Con la sua danza a seno nudo, nella Parigi degli anni ’20, divenne un vero e proprio idolo esotico. Qui vi propongo uno dei suoi successi e vi mostro direttamente lei, che molti saranno abituati a vedere immortalata con il gonnellino di banane, in uno bell’abito da giorno con tanto di cloche e tacco a rocchetto.

Anni ’30 FRED ASTAIRE – PUTTIN ON THE RITZ + Madleine Vionnet

Un inno all’eleganza e al vivere la giornata, una canzone della spensieratezza di cui uno dei maggiori interpreti è stato Fred Astaire. E se esiste un nome dei super glamour anni ’30 che fa rima con eleganza è quello di Madeleine Vionnet con i suoi bellissimi abiti dal taglio a sbieco che ci ricordano le divinità greche. Eccone uno.

Anni ’40 TRIO LESCANO – TULIPAN + il look androgino di Marlene Dietrich

Arrivate qui vi direte: “Ma cosa c’azzeccano il Trio Lescano con i look forte ed androgino sfoggiato magistralmente da Marlene Dietrich?!” Forse non sapete che le tre clandesine che cantavano in italiano hanno una storia particolare che ha proprio a che fare con le loro origini e la loro musica. Alexandrina, Judith, Catharina Leschan erano donne emancipate nell’Italia fascista degli anni ’30 abituata ad un’ideale di donna molta diverso. Inoltre le tre sorelle erano ebree e non ebbero vita particolarmente facile con l’inasprirsi del secondo conflitto mondiale. Per questo per me incarnano un’ideale di forza femminile che ho collegato ad un’estetica altrettanto forte.

Anni ’50 BILL HALEY – ROCK AROUND THE CLOCK + il New Look interpretato da Brigitte Bardot

Uno dei manifesti della cultura rock’n’roll che spopola tra i giovani degli anni ’50 e spazza via le brutture della guerra. Ho voluto affiancarla alla bellezza, per nulla convenzionale se rapportata a quegli anni, di Brigitte Bardot che sfoggia un abito da mare con gonna a ruota nelle iconiche righe portate alla ribalta qualche decennio prima da Coco Chanel che prese ispirazione dalle divise dei marinai francesi.

Anni ’60 BEATLES – YOU’RE GOING TO LOSE THAT GIRL + Twiggy in giallo

I miei amati tra i tanti amati. I Beatles hanno accompagnato parecchie giornate, ore, attimi della mia vita: dal cominciare con grinta a pulire casa in una giornata di sole, alla malinconia di amori incompleti. Sono nell’immaginario di tanti (se non di tutti) per svariati motivi ma oggi li voglio abbinare come un fondamentale accessorio del look sbarazzino e vitaminico di Twiggy in questa foto. Amata e odiata per essere stata la prima modella dall’estetica “alta e stecca” che ci ha rovinato la vita negli anni successivi eheheheh… nonché super indossatrice della minigonna di Mary Quant. Eccola qui in tutto il suo splendore.

Anni ’70 JANIS JOPLIN – PIECE OF MY HEART + Hippie by Patty Smith

Un grido d’amore da chi d’amore sente di averne dato troppo ma mai abbastanza. Non è la sede per raccontarvi tutti i tormenti interiori di quella che è stata una delle prime vere rock star donna di tutti i tempi ma la storia di Janis Joplin e la sua estetica mi hanno sempre affascinata. Per omaggiarla ho scelto il look etereo e malinconico di una sua collega Patty Smith che si presentava così, come una principessa urbana con i fiori in testa la pelle chiara e i capelli scurissimi quasi a creare un contrasto alla Biancaneve.

Anni ’80 MADONNA – PAPA DON’T PREACH + Madonna in rosso e nero

Il pop quello verace e le storie che racconta. Nel mio immaginario gli anni ’80 sono così e nella mia testa di piccola bimba vorace di musica questa canzone risuona nella testa. Insomma c’è un po’ di nostalgia dell’infanzia per me in questa canzone. C’è però anche, per quanto ci riguarda, uno dei tanti e repentini cambi di stile di Madonna che da ragazzaccia diventa la bionda raffinata sosia di Marilyn Monroe. Iper glamour. Qui ve la propongo in versione sportiva, total black, con qualche nota di rosso.

Anni ’90 PEARL JAM – BLACK + Jean Paul Gautier

Avrei potuto scegliere tra centinaia di band e canzoni grunge e rock per questa sezione. Ho scelto loro. Perché? Non lo so bene, forse perché ho sempre trovato Eddie Vedder molto più concreto, rassicurante e reale della leggenda Kurt Cobain per esempio. Perché quella voce calda ti entra dentro e non ti abbandona facilmente…
L’abbinamento non è stato facile ma poi è arrivato lui: Jean Paul Gautier che a fine anni ’90 ha proposto tra gli altri questo abito che io trovo meraviglioso ed estremamente contemporaneo per avere oltre 20 anni.

Ed eccoci arrivati in fondo. La playlist è terminata ma spero che vi abbia lasciato con la voglia di scoprire altra musica e altro vintage. Per quanto mi riguarda quando mi metto in ascolto è difficile smettere! La musica apre strade, immagini e sogni. Ora che molte strade ancora ci sono precluse spero che la Vintage Revolution Playlist vi sia di conforto e vi supporti in uno dei viaggi più belli che ci sia: .

New Normal tra promesse, paure, tecnologia e fuffa!

Quando sento parlare di “new normal” o leggo queste due parole associate insieme mi vengono i brividi. Lo so, l’idea di fondo è settare i parametri di una “normalità nuova” (non certo per una profonda convinzione ma solo in seguito ad una grande rottura di palle che ci ha forzatamente messo tutti davanti allo specchio) e vedere come sopravvivere in un momento particolarmente…delicato! Il NEW NORMAL del mondo fashion arriva dalla paura, fondamentalmente dei numeri che crollano insieme alle certezze che li hanno mandati avanti fino a questo momento. Quando leggo “new normal” mi domando come mai ci sia sempre bisogno di apporre etichette dal sapore vago, quelle che vogliono dire tutto e niente, quelle che lasciano intendere un qualche cambiamento, ma dalle quali non si sa bene cosa aspettarsi. E poi cos’è normale?!? (Qui andiamo sul filosofico, per cui non mi addentro, la lascio in sospeso). Ne abbiamo lette tante in questi mesi e, a pochi giorni dalle riaperture più o meno ridotte, mi sono permessa di fare un punto della situazione sotto svariati punti di vista.

CALENDARI, SFILATE E RIDIMENSIONAMENTI

E’ stato ancora una volta Giorgio a dare una scossa al mondo della Moda, dichiarando che non avrebbe sfilato a luglio nella Digital Fashion Week organizzata dalla Camera della Moda, ma a Settembre (sperando in un evento dal vivo) e che la prossima sfilata della collezione Armani Privé sarà fatta a Milano e non a Parigi il prossimo Gennaio 2021. Un collezione, quest’ultima, che avrà un carattere intra-stagionale e non strettamente legato alla stagione estiva. Rivoluzioni, insomma, piccole prese di posizione in aperto contrasto con tutto quello che era sempre stato fatto (anche da lui stesso). Qualche giorno dopo arriva anche Saint Laurent, deciso ad abbandonare i canonici appuntamenti espositivi del circuito moda. “Cosciente della circostanza attuale e dei suoi flussi di cambiamento radicale, Saint Laurent ha decido di prendere il controllo del proprio passo rimodellando il suo programma. Ora più che mai, il brand seguirà il proprio ritmo legittimando il valore del tempo e connettendosi globalmente con le persone avvicinandosi a loro nei propri spazi e vite”. E ieri Dries Van Noten, insieme ad un gruppo di designer e retailer, hanno proposto un reset dei calendari e delle consegne ai negozi, con stagioni che magicamente si allungano (come dovrebbero essere). Illuminazione improvvisa? No, numeri! Questi grossi colossi non fanno i conti con il cuore, ma con le calcolatrici: in un momento storico in cui si stanno mettendo in discussione molte cose e in cui regna sovrana l’incertezza meglio pararsi il culo in tempo, senza mettere troppa carne al fuoco…;) Insomma, in giro non vedo santi né illuminati. In ogni caso, meglio tardi che mai!

GLOBALIZZAZIONE VS NEW NORMAL

Per capire in che direzione vorrebbero andare i signori della moda c’è da fare un passo indietro, circa 20-30 anni fa, quando le aziende hanno iniziato a introdurre catene di approvvigionamento veramente globali. L’idea era semplice: rendere disponibili prodotti di grande valore per il mercato di massa. Per fare questo è stato necessario esternalizzare la produzione in paesi con mercati del lavoro a basso costo. Ma non ci siamo fermati qui. Dopo poco sono arrivate le società di vendita al dettaglio online e hanno introdotto una nuova idea: non solo i prodotti dovrebbero essere disponibili per i mercati di massa, ma invece di una consegna in 5-10 giorni, facciamo una “consegna in giornata”. Il modello di produzione delocalizzato non è cambiato, ha solo richiesto una nuova raffinatezza nella gestione della catena di approvvigionamento per assicurare la consegna veloce. E tutti conosciamo il risultato: ci sono aziende di vendita al dettaglio online molto, molto, molto grandi e di successo che dimostrano ogni giorno che ciò può essere fatto (spesso passando sopra ai diritti basilari dei propri dipendenti, ancora non avete letto “Schiavi di un dio minore”?) Il passo successivo è stato quello di personalizzare i prodotti, ovvero renderli individuali per il cliente e il consumatore specifici. Ciò ha richiesto un nuovo livello di automazione nella produzione e nelle operazioni e questo è stato anche il punto di partenza della discussione di Industry 4.0 (4 ° rivoluzione industriale). In mezzo a questa rapida evoluzione del sistema produttivo si è insinuato il tema della sostenibilità e della necessità di apportare un grande cambiamento per ridurre l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Poi è arrivato il piccolo virus e ci ha portato a riflettere su questa nuova normalità, ovvero una catena di approvvigionamento globale con esecuzione locale! Che sarebbe a dire? Si tratta di unire due concetti: “progettare ovunque, produrre ovunque” con “consegnare prodotti personalizzati in modo rapido, sostenibile e accessibile per il mercato di massa”. Consentire la consegna rapida di prodotti personalizzati con un minimo di impronta di carbonio e produzione locale. Produzione locale, consegna globale. Produzione locale, mirata e meno impattante (e più gestibile, perché abbiamo potuto constatare che se l’altro lato del mondo si blocca qui siamo nel casino). Per questo viene in aiuto la tecnologia…

Credits McKinsey&Company

innovazione tecnologica e realtà virtuale: distanza o nuova esperienza?

La distanza sociale ci messo tutti in rete. Non che prima non ci stessimo, ma diciamo che il mondo virtuale ha risposto in tempi rapidi a tutte le necessità. Non sto parlando solo di negozi online che hanno visto continuare e in alcuni casi raddoppiare la loro attività in questi mesi di clausura, ma anche di corsi, consulenze, il fantomatico smart working e di un sacco di innovazioni tecnologiche che promettono esperienze virtuali sempre più realistiche e che potrebbero eliminare diversi passaggi produttivi. Ed ecco apparire un altro concetto dal suono spaventoso, DIGITAL TRANSFORMATION: ovvero ripensare alcuni processi con l’aiuto del digitale e della tecnologia. Dallo sviluppo dei campionari alla presentazione ai clienti, dagli eventi online alle fiere virtuali, fino ai capi che non esistono da provare in negozi spersi in rete. Sembra la concretizzazione di un film di fantascienza, ma in alcuni casi potrebbe essere un modo per abbattere costi, sprechi ed emissioni di CO2. Sense Immaterial Reality , azienda italiana, simula in modo univoco il comportamento fisico dei tessuti, riuscendo a dare l’impressione del tatto (una cosa che con l’obbligo di questi guanti sempre e comunque diventa quasi una magia); in questo modo si potranno produrre meno campioni ed avere lo stesso un catalogo completo con diverse varianti, senza spreco di macchinari e materie prime. Le collezioni virtuali possono essere condivise con agenti di vendita o licenziatari, per ricevere un feedback tempestivo e l’approvazione finale prima di avviare la produzione (il che eviterebbe la sovrapproduzione, una delle cause dell’inquinamento dovuto all’industria tessile). Anche la fase di comunicazione e presentazione può diventare virtuale: con l’ utilizzo della Realtà Virtuale la sfilata di moda può diventare un’esperienza completamente virtualizzata, così com’è possibile trasportare l’utente all’interno di uno showroom virtuale, che potrà esplorare, visualizzando le informazioni legate a uno specifico articolo, sino a selezionarlo per l’acquisto. Insomma, processi ottimizzati e meno impattanti che riducono al minimo…la socialità! O_o Io non so se sono pronta per tutto questo, ne percepisco i vantaggi, ma credo di preferire una dimensione più umana (infatti abbiamo messo su sfashion-net 😉 ). 

Attenti alla fuffa

Mentre qui predichiamo bene, siamo propositivi e nominiamo la sostenibilità ogni tre parole, ecco che poi sulle solite testate giornalistiche online appaiono titoli come questi che mi fanno trasformare in HULK:

SOSTENIBILE E LOW COST NON VANNO INSIEME! Ripetiamo! La sostenibilità non passa solo dall’ambiente ma anche e soprattutto dalle PERSONE! Se un capo è low cost (ovvero che un paio di jeans costano meno di due pizze e una birra media) vuol dire che qualcuno è stato SOTTOPAGATO o che i processi produttivi e le materie usate di sostenibile, anche a livello ambientale, hanno ben poco!

La situazione durante questi mesi ha riguardato anche i lavoratori che assemblano fisicamente i capi, sì quelli “dislocati”, dove le regolamentazioni sono fatiscenti e dove, grazie alle grosse aziende che si sono rifiutate di pagare i loro ordini (già confermati mesi prima), le persone si sono ritrovate al limite della fame. Non è un bel momento per tutti, ma onorare gli impegni presi, da parte di aziende con grossi capitali, è un modo per salvaguardare il lavoro, la vita e la dignità altrui. Questo vuol dire essere sostenibili. Tutto il resto sono titoli di pseudo-giornalisti che andrebbero rimandati a scuola. Per chi volesse due informazioni in più può andare a leggere questo diario aggiornato di Clean Clothes Campaign; per chi invece vuole vedere chi sono le famose aziende che non pagano, il loro instagram è decisamente più immediato.

Insomma, va tutto bene, ma come al solito antenne dritte, occhi aperti e scelte consapevoli 😉

Buccia di Banana/Quando la storia delle mascherine sfugge di mano…

Inutile chiedersi quale sarà il must have della prossima stagione; volenti o no, è già sulle bocche di tutti: la mascherina!!! Alla fine ce l’hanno fatta a tapparci la bocca, almeno quando stiamo in giro. Ed ecco che in previsione di un’estate con la faccia tappata per più del 50% tutti si siano ingegnati a creare mascherine di tutti i tipi (sul fatto che servano effettivamente a qualcosa nutro ancora dei dubbi). Brand di abbigliamento riconvertiti in produttori di mascherine, costumi che si abbinano alla museruola, fasce in coordinato e outfit corredati dell’immancabile copri-bocca. Come al solito, tra il renderle un oggetto aggraziato e meno freddo e il buttarla completamente di fuori in nome dell’originalità e spiritosaggine c’è sempre la sua differenza…vi appoggio qui quelle che mi hanno lasciata…perplessa! 😉

mascherina fippi

Queste sembrano uno scherzo, purtroppo sono state realmente prodotte per essere spedite agli operatori sanitari in Lombardia. L’azienda, conscia dell’emergenza mascherine, ha deciso di convertire la sua normale produzione (pannolini per aziende terze) in quella di mascherine. Ottenuta l’autorizzazione a procedere, le mascherine sono cominciate a giungere negli ospedali. Spero che non se ne vedano più…il finto pannolino in bocca ANCHE NO!!!

face mask id

Il bello (o il brutto?) delle mascherine è che spesso non si riconosce chi c’è sotto (non vedere certe facce di ca… poco simpatiche la mattina ha il suo vantaggio, indubbiamente). Per questo le FACIAL MASK ID sono state ideate appositamente per ricreare sulla mascherina i propri tratti somatici. Stampate con tecnica diretta, riproducono fedelmente le caratteristiche estrapolate da una foto. Attenti a non prendere quella del proprio compagno di casa…sai che bell’effetto poi?!?

Silicon slimer

La versione slimer colante per animi ribelli o particolarmente artistici nell’animo. L’effetto bava un po’ splatter un po’ fetish è assicurato! O_o

vinyl rock…pure un po’ glam

C’è chi non rinuncia al lato fashion nemmeno con la bocca tappata. E no, non sto parlando di semplici mascherine con monogrammi sparsi, ma di roba di alto livello. Vuoi non metterti in faccia un po’ di vinile e due chili di brillantini? Che con il caldo e la stagione in arrivo sono la morte sua…

Full mask

Una soluzione apparentemente più comoda e decisamente protettiva su tutti i fronti. La full mask in realtà è geniale, nel suo essere uno scudo protettivo dall’apparente comodità (si indossa come un paio di occhiali, non ha quegli elastici malefici che ti tirano giù le orecchie e non ti casca dal naso se sprovvista di ferretti). Mi rimane un unico dubbio sull’appannamento e sull’uso in caso di pioggia (potevano inserire dei tergicristalli?!?).

frangiata (charleston style)

Non ci vuoi mettere due frange alla mascherina?!? Giusto per stare ancora più comodi e leggeri?!?

Insomma, il momento è quel che è, ‘ste mascherine ce le dobbiamo tenere per ora…almeno vediamo di metterle come si deve!!! 😛

Buon lunedì. Voi le tollerate bene o male?

Non siamo solo romantiche (un post non edulcorato)

Siamo nel 2020, il numero dei single è in crescita, le app per incontri si moltiplicano come i Gremlins dopo mezzanotte, il poliamore fa adepti in tutto il globo e di relazioni ne esistono di mille tipi, oltre a quella tradizionale. Un tipo di libertà sentimentale e sessuale dovrebbe ormai essere socialmente accettata su entrambi i fronti, eppure c’è ancora una percezione distorta ed una distinzione tra come si muove un uomo e come lo fa una donna. È così da sempre: l’uomo sceglie, l’uomo sopperisce alle sue necessità senza volere legami, l’uomo con mille donne sparse in giro per il mondo è figo. La donna accetta, passivamente, certi tipi di relazione sperando di redimere lo scapestrato, pregando per una storia, infarcendo di sentimenti ed emotività anche la più arida delle scopate. E se non è così ma è palesemente una che si diverte allora è un tegame! Vorrei dissentire, argomentando: sono tutte cazzate!

Le donne non sono solo romantiche. Le donne non vogliono solo storie. Le donne fanno a meno delle relazioni, dei compagni e delle convivenze (si, meglio vivere in due case separate, per esempio). Le donne sono emotive tanto quanto concrete ed orientate alle proprie necessità (eh, lo so, questa brucia, ma è vera). Le donne scelgono di sovente con una freddezza, percepita come tipicamente maschile, che può essere spiazzante. Le donne non aspettano il principe. E lo sapete perché? Perché il castello se lo sono già comprato da sole, spesso insieme alla corona e a tutti i sudditi. Perché alla storia della metà della mela non ci crede più nessuno e lo stare con una persona passa da una decisione altrettanto cosciente che non presuppone uno stato di necessità.

Eh già…Non c’è BISOGNO di un compagno accanto per sentirsi realizzate, non c’è bisogno di un marito per essere mantenute (anche se questa è una scelta di comodo che ancora funziona per certe donne), non c’è bisogno di un fidanzato per avere uno status (al massimo per far felice mamma, ma anche quelle si sono adattate e rassegnate) e anche ai matrimoni ci si va serena da sole! La società, ancora fallocentrica, certa di convincerci che no; che la realizzazione di una donna o passa da uomo e figli o non è completa. Noi, in cuor nostro, sappiamo che non è così. È solo una grossa bugia costruita a regola d’arte secolo dopo secolo.

Ci hanno marciato per anni con appellativi come “il sesso debole”, venduto l’immagine dell’ “angelo del focolaio” (si, per darti fuoco) e fatto di tutto per alimentare un generale senso di insicurezza ed inadeguatezza. Fortunatamente con il tempo, i tempi, rivoluzioni e sommosse, la presa di coscienza ha preso il sopravvento (non ancora a macchia d’olio ma su ampio raggio si). E la presa di coscienza porta a scelte consapevoli. Prima fra tutte quella di mettere se stesse davanti a tutto. Egoiste? No, semplicemente messe al centro del proprio mondo. Consapevoli di quello che si desidera e quello che invece no; romantiche e sentimentali quando ne vale la pena, emotivamente stabili e spudoratamente interessate quando conviene. Sempre con amore, ma senza metterci il cuore. Quello si investe quando il cavallo su cui scommettere pare quello giusto; non a caso sul primo che fa ribollire il sangue (su quelli al massimo si scommette una birra con l’amica).

Le donne scelgono. Di stare in una relazione, di innamorarsi, di avere una varietà di rapporti leggeri più o meno continuativi, di divertirsi a caso quando capita o di stare serenamente sole. Scelte, Non poverine. Consapevoli. Libere. Non con gli occhi a cuore sempre e comunque. L’intelligenza emotiva sempre intelligenza è!!!

Un dato di fatto che dovrebbe andare e rimettere al proprio posto quella presunzione tipicamente maschile nel sentirsi indispensabili; oltre che placare la proiezione egoica nel voler passare sempre come papabili prede di una donna che vuole cercare di ingabbiarli in una storia nonostante abbiano accettato una relazione aperta e senza impegni. Ecco, mi sento di dover tranquillizzare il genere: state sereni, che le palle al piede non le vuole più nessuno! 😉

Sfashion-Net: siamo finalmente online!

“Io non voglio più lavorare così, è immorale. È tempo di togliere il superfluo e ridefinire i tempi” (G.armani)

Si è appena conclusa la sesta edizione della Fashion Revolution Week. Quest’anno il calendario è stato fitto di incontri, talk ed eventi virtuali (non poteva essere altrimenti): praticamente una corsa all’ultima diretta! Impegnativo ma senza dubbio un’utile operazione di sensibilizzazione in un momento come quello attuale dove la Moda sembra aver voglia di rimettersi in discussione a 360 grandi. Mentre Armani scrive lettere per dissociarsi dai ritmi frenetici del fashion system e YSL rinuncia alle sfilate del prossimo settembre perché stanco di andare dietro ai calendari imposti, io e la mia compare Guya Manzoni lo scorso 20 aprile abbiamo lanciato SFASHION-NET!

Un passo indietro è doveroso, a quell’evento del Fuori Salone dello scorso anno, dove mi sono infilata a Isola Critical Lab per vedere spazio e fare quattro chiacchiere con l’organizzatrice. Le chiacchiere sono diventate molto più di quattro e non si sono fermate a quell’occasione. Visioni affini, modalità affini ed una affinità intellettuale hanno dato vita a scambi, idee, piani bellici e progetti che non hanno tardato a concretizzarsi. L’idea di mettere su una rete di piccole imprese di moda critica, etica e sostenibile era nell’aria già da diverso tempo, probabilmente nelle singole teste separate, per cui non è stato difficile comporre il progetto e partecipare ad un bando per l’assegnazione di uno spazio fisico. Al quale sarebbe seguito quello virtuale. Poi è arrivato il Covid a sballare i piani, a creare panico tra le micro imprese (e non solo) e farci guardare in faccia (a distanza, ovviamente) chiedendoci: “Possiamo fare qualcosa in questo momento particolare per supportare queste realtà?“. Possiamo partire dalla rete…in rete. E così è partita la nostra piccola rivoluzione dentro la rivoluzione…;)

“Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione.” (Antonio Gramsci)

E noi, sotto alle facce di cazzo e l’attitudine da rivoluzionare arrabbiate, siamo disgraziatamente romantiche! “Quando ci siamo lanciate in questo progetto sapevamo già che non sarebbe stato facile e avremmo dovuto faticare. Eppure quello che ci spinge è più forte della fatica. É amore per il mondo della moda che è stato depredato della bellezza e della poesia. É fiducia nelle relazioni umane, nella collaborazione e nell’unione che fa la forza. É voglia di ripensare un sistema obsoleto, autoreferenziale ed elitario e dare voce ad attori che troppo spesso rimangono fuori scena, ma che ne rappresentano il tessuto unico, innovativo.” Insomma, la solita fregatura sentimentale per cui se la spinta che ti muove arriva dall’interno, ti muovi. E così ci siamo mosse, anche parecchio velocemente, ed in sole tre settimane abbiamo selezionato, raccolto, parlato e tirato in mezzo più di 40 brand e diversi partners per questa nostra impresa/scommessa!

Sfashion-Net non un semplice portale e nemmeno un freddo elenco di brand: è una visione che si concretizza; è un contenitore di valori prima che di prodotti, dove la filosofia e la mission sono il motore verso il cambiamento che noi immaginiamo. E’ un riflettore puntato sulle micro imprese di moda critica, etica ma soprattutto più umana, il cui senso principale è quello di fare rete per unire le forze e darsi supporto a vicenda. Un tratto del tutto inusuale per l’ambiente “moda”, forse il tratto più innovativo che farà scuotere la testa a tanti: effettivamente in un mondo dichiaratamente composto da prime donne che sgomitano e da guru dispensatori di verità effimere, predicare la collaborazione suona come una bestemmia in chiesa durante la messa di Natale! 😛 Una caratteristica fondamentale per uscire da questo momento di crisi e ripensare questo ambiente in un’ottica davvero differente.

SFASHION NET è uno spazio dove incontrare i protagonisti “dell’altra moda”, quella che sta tra il lusso ed il pronto moda e che ne rappresenta l’alternativa indipendente. E’ una rete dove i progetti personali si intrecciano con obiettivi comuni e condivisi. E’ una selezione di brand che parlano attraverso la bellezza, il design, l’innovazione e la tradizione. E’ un contenitore di idee e progetti che vogliono essere in grado di raccontare store alle persone, producendo senso oltre che prodotti. SFASHION NET è una luce che illumina un sottosuolo fertile e ricco e troppo spesso sottovalutato. Ed è anche un invito alla libertà: lontano dalle tendenze, dai giudizi e dai modelli imposti, forse finalmente la moda può tornare ad essere un mezzo di espressione personale. Come predico da tempo, basta farsi condizionare dalle mode del momento, dalle tendenze e dalle dittature fashioniste per sentirsi socialmente accettati. Ce la possiamo fare anche con la nostra testa, no?

SFASHION è una parola forte, che indubbiamente parla di rottura e non è un caso: per ricostruire su basi solide bisogna prima rompere (e ormai da diversi anni a me questa parola sta decisamente simpatica). Interrogarsi sul reale funzionamento di dinamiche obsolete, rimescolare le carte e immaginare nuovi scenari. In questa “S” sono anche racchiusi i nostri valori chiave, la nostra ispirazione. Sfashion-net è una rete basata sulle relazioni umane, sulle micro- imprese, su un’idea di moda differente e soprattutto su cinque pilastri fondamentali: SLOW, SUSTAINABLE, SARTORIAL, SOUL E SOCIAL. Parole ricche di senso che costituiscono il nostro manifesto.. (come tutti i movimenti anche noi abbiamo il nostro, ma ve lo faccio andare a leggere da queste parti)…e magari anche il vostro?!? 😉 Manifesto condiviso anche dai nostri partner, realtà che si occupano degli stessi temi sotto varie forme e che hanno deciso di collaborare a questo progetto: grazie a Lottozero, Out of Fashion, Class Eco Hub e DressEcode (di alcuni ne avevo parlato già su questi schermi; gli altri arriveranno presto).

Insomma, la storia ve l’ho raccontata, i retroscena anche, i gossip li lasciamo alle prossime puntate. Adesso tocca solo andare a vedere il sito e dirmi cosa ne pensate. Vi avevo promesso un PDF con una selezione di brand etici, vi abbiamo messo su un portale…ed abbiamo appena iniziato! 😉

Vintage Revolution: Il viaggio e l’esotico negli abiti del ‘900 – la giusta ispirazione per oggi!

DI FEDERICA PIZZATO

Gi abiti e il viaggio. Un connubio che ha da sempre forti connessioni sia dal punto di vista dell’utilizzo che da quello delle influenze estetiche tra culture diverse che si riversano sugli abiti. Nel corso dei decenni tante sono state le invenzioni nel campo dell’abbigliamento per far fronte al modo di viaggiare che mutava nel tempo e tantissime sono state le influenze culturali che il mondo della moda ha adattato alle sue esigenze.

Viaggiare con la mente indossando qualcosa che ci fa pensare a culture lontane o mettersi comodi in un abito pensato per affrontare un lungo viaggio è piacevole quasi quanto affrontare il viaggio stesso! Ed è per questo che ho deciso di riunire qui qualche suggestione che possa esservi d’ispirazione.

Anni ’20 – Kimono

L’esotismo era una corrente decisamente in voga negli anni’20 del ‘900: molto diffusi sugli abiti erano i motivi africani, egiziani e orientali che andavano a formare decorazioni preziose come quelle simili a lunghe collane.
Proprio in questo periodo fanno la loro comparsa gli abiti kimono (in seta ricamata erano tra i più gettonati) e le grandi maniche quadrate. Faceva capolino una nuova forma di bellezza basata sulla semplicità e sul design orientale. Anche molti abiti da pomeriggio avevano le maniche a taglio quadrato e la forma del kimono. Inutile notare il parallelismo con gli ultimi anni in cui il kimono è tornato alla ribalta in tutte le sue declinazioni. Ecco un esempio dell’epoca al quale potete ispirarvi!

Anni ’30 – è boom dello sport

In Inghilterra fu approvata la legge sulle ferie retribuite e fu boom del tempo libero per le classi lavoratrici. Fece quindi la sua comparsa l’abbigliamento creato a doc per queste occasioni di svago come i costumi da bagno e l’abbigliamento dedicato allo sport come il pantalone a gamba larga. E proprio “Pur le sport” era la dicitura che faceva capolino sui primi sensazionali maglioni ideati da Elsa Schiaparelli. Maglioni neri di lana con un grande fiocco bianco sul davanti (quasi a disegnare una sciarpa). Una grafica mai vista prima che fece furore e lanciò la stilista anche oltre oceano! Eccolo:

Fece la sua comparsa anche il jersey tanto utilizzato da Coco Chanel per i suoi comodi completi a pantaloni. In arrivo anche tanti capi adatti al mare come il “pigiama da spiaggia”: per le classi più elevate era un must da accompagnare a un grande cappello di paglia magari dai rimandi asiatici. Il costume da bagno così come lo intendiamo oggi è un’invenzione degli anni ’30: non più un nero, funzionale e monotono indumento da bagno ma un vero e proprio pezzo del look da mare con fantasie stravaganti.

Anni ’40 – l’utilità

Se si parla di comodità negli anni ’40 più che il viaggio salta in mente l’utilità e magari la virtù del recupero. In tempo di guerra era fondamentale risparmiare anche sui tessuti e sui filati che, soprattutto alla fine del conflitto scarseggiavano un po’ dappertutto. Un capo iconico che ha subito svariate reinterpretazioni (anche legate al viaggio) nei decenni successivi è la tuta anti raid aereo ideata da Schiaparelli ispiratasi alle correnti futuriste di inizio ‘900. L’abito era facile da togliere e da mettere grazie alla sostituzione dei bottoni con le cerniere (anche se non tutti potevano permettersele). Anche le tasche erano dotate di zip in modo che qualsiasi cosa si volesse salvare scappando non riuscisse ad uscire. Eccola:

Anni ’50 – New look si ma esotico

Negli anni ’50 si ritorna a pensare ai vezzi in modo massiccio anzi, in questo decennio più che mai! Le ampie gonne del New Look ideato da Christian Dior si decorano anche di motivi esotici. E come non parlare degli iconici pantaloni Capri se si parla di anni ’50! I pantaloni tagliati al polpaccio con risvolto o orlo alto e taglio a V sul fondo per rendere migliore mobilità. Tutte le star ne possedevano un paio da indossare, ovviamente nelle località di mare più in voga del momento, magari con una maglietta a righe bretoni e un leggero foulard a pois sulla testa. Eccoli!

 

Anni ’60 – spazio e psichedelia

Negli anni ’60 molte cose cambiano. La moda, per la prima volta fatta da chi la indossa, i giovani, si fa più audace. Il tema del viaggio si fa più ambizioso e prende addirittura spunto dalla corsa allo spazio per un immaginario volo oltre i confini del mondo! Fili metallici, dorati e argentati fanno capolino sugli abiti e materiali sintetici mai visti fanno sembrare le più aggraziate mise come provenienti da un altro pianeta. Nei tardi anni ’60 invece il viaggio on the road e la psichedelia fanno il loro ingresso tra le abitudini preferite dai più giovani e la moda non può restare indifferente: Emilio Pucci in questo periodo trae ispirazione dal flower power per i suoi pigiama palazzo. Il principe delle stampe osa con i colori come mai prima e le sue stampe sono ancora oggi un’icona indiscussa.

Anni 70 – Sahara e kaftani

Il movimento hippie, come abbiamo visto, già nei tardi 60s introduce il look etnico. Negli anni ’70 il trend continua e si modifica: arrivano i cotoni indiani e le stampe di ispirazione africana o etnica ad esempio ed i colori virano verso quelli che la natura ci regala. Anche il boom dei pacchetti vacanza, che diventano molto più accessibili, contribuisce a diffondere questa tendenza e, proprio in questo periodo, compaiono la tuta Sahara (di ispirazione anni ’40), gli abiti stile safari ed i kaftani: insieme ai kimono, al djellaba (una tunica marocchina con cappuccio) e ad altri modelli provenienti dall’India e dall’Africa, i kaftani sono stati adattati alla maniera occidentale rendendoli particolarmente adatti ad essere indossati come abiti da sera. Qui un kaftano di Pierre Cardin con finiture metalliche, fili d’oro e paillettes (1973).

Eccoci alla fine del nostro tour tra tessuti, stampe e forme che hanno fatto epoca. Spero di avervi regalato qualche istante di leggerezza. Vi lascio con una frase di diana Vreeland, iconica direttrice di Vogue negli anni ’60: “Straordinario è il modo in cui tutto quello che è moderno va d’accordo con quello che è antico. Una questione di combinazioni. Niente inizio, niente fine, solo continuità”

 

 

 

Viaggiare con la mente si può e si potrà fare per sempre! Le nostre passioni, la nostra cultura e la nostra voglia di sognare non ce le toglierà niente e nessuno. Se avete voglia di farvi accompagnare ancora per qualche attimo da me, seguitemi sul mio canale Ig @vestitialvento

Buccia di Banana/L’ignoranza è una brutta bestia

Offuscati dal Corona e Company, è facile perdere di vista tutto il resto del mondo (e delle problematiche che nel frattempo vanno avanti). E mentre la rete si riempie di tante voci e facce che si sentono in dovere di intrattenere (a volte sì, ma a volte anche no, ecco), ecco che pur di acchiappare like e qualche seguace in più si legge e si sente di tutto. Quello in cui sono incappata ieri, grazie alla segnalazione di una mia amica, mi ha fatto dapprima far uscire gli occhi dalle orbite, poi innervosire e infine cascare le palle! Normalmente ciò che accade online me lo tengo online, ma in questo caso l’occasione mi offre preziosa testimonianza per alcuni spunti. Ovviamente sono una signora e non farò nomi…;) Andiamo con ordine…

1-il post O_o

 

L’idea geniale: mettere accanto modelli del lusso con modelli simili di catene di pronto moda…come se non si sapesse che in questo mondo (e non solo) tutti scopiazzano tutto. Ammirabile il fatto che sia contraria ai falsi. Un po’ meno ammirabile il concetto che “meglio essere alla moda comprando fast fashion piuttosto che non esserlo affatto“! Il danno numero uno della Moda: instillare il senso di inadeguatezza quando non allineati alle tendenze! Fino a che ci saranno persone/personaggi che foraggiano queste credenze siamo fritti! Dopo amletici dubbi se lasciare o meno un mio pensiero sotto questo post, mi dico: “perché no, magari c’è spazio per un dialogo. Sia mai che la gente sia disposta a ragionare o semplicemente a valutare altri punti di vista“…

2-un paio di risposte illuminanti…

Niente, sembra che “essere alla moda” sia un questione di vitale importanza! Nel nostro scambio, in cui mi si va sempre di più tappando la vena, si inserisce una terza persona, fortunatamente in accordo con la sottoscritta! A questo punto arrivano due risposte sensazionali

3-l’apice


I dati esilaranti in queste risposte sono ben due: 1-il mass market non usa pellicce ma usa derivati del petrolio, poliestere&co. Quindi tutt’apposto!!! O_o 2-Tutta l’industria della moda fa schifo, quindi la consapevolezza ci salverà! Sì, ma quale? Perché se il grado di consapevolezza auspicabile è questo…io vado a vendere piadine in spiaggia SUBITO! A questo punto decido di lasciare il post pubblico e condividere, dopo una serie di respirazioni profonde e prolungare, una riflessione strutturata, motivata, aperta e gentile (lo giuro, anche perché diverse volte ha funzionato, quindi mi sono riproposta di essere accogliente e non tagliente…almeno per un paio di volte). Una risposta nella quale facevo presente che tra pronto moda e lusso ci sono mille declinazioni possibili di fashion a portata di tutte le tasche; che la consapevolezza nella scelta passa anche dal capire ed informarsi rispetto al cosa c’è dietro certi prezzi bassi e che seguire le tendenze non è così vitale (da tenere presente che il personaggio in questione fa la personal stylist).

4-la risposta che mi ha fatto cascare le palle e decidere di scrivere il post

Eh, già, perché non farlo? Indubbiamente più facile far seguire alla “massa” (quando scrive mass market mi prende male, mi immagino greggi di persone ammassate dentro ai negozi) i modelli di consumo finora suggeriti dal sistema. Farli ragionare mi sembra eccessivo, in effetti! Così come anche informarli su altre modalità. (vintage e seconda mano belle ma troppo personali?!? Cazzo vuol dire?) Quando poi ho letto che “il prezzo non è così piacevole” per quanto riguarda piccoli brand e artigiani mi si è palesata l’ignoranza ed il poco rispetto del lavoro altrui di questa persona.

Lei non SFORZERA’ la gente a comprare (meno male) e continuerà a pubblicare post di questo tipo, farciti di ignoranza, pressappochismo, consigli utili quanto le istruzioni sul rotolo della carta igienica e con messaggi che a tutto sono orientati meno che alla consapevolezza.

5-morale della favola

A questo punto non mi sono presa la briga di risponderle. Ho solo ragionato su quanto ancora siamo arenati su sistemi vecchi come quello dei trend e del sentirsi alla moda PER FORZA; su quanto la visione sia ottusa e limitata ad un sistema binario anche per quanto riguarda i consumi (o il lusso se te lo puoi permettere, FIGO, o il pronto moda, SFIGATO ma comunque TRENDY); su quanto non ci sia ancora attenzione all’esterno della propria visione (fotte sega se chi cuce mangia, io almeno ho il capo di tendenza); e su come in rete influencer o presunte tali (fortunatamente costei ha un seguito di 1500 persone, che non sono poche) appoggino gratuitamente marchi di grossi colossi e multinazionali nonostante non ne abbiano decisamente bisogno. E, naturalmente, su quanta ignoranza c’è in giro. Quella sì che è un bello scivolone…sempre e in ogni campo!

Buona Pasquetta…domani tutti a comprare borse dei mass market…online però eh! 😛

 

OPEN: Ripartiamo dall’apertura (mentale e non solo)

Nel 2004 ho aperto il mio primo negozio, un Concept Store in zona Santa Croce a Firenze; avevo 24 anni e quello era un sogno che si realizzava. Quel sogno aveva un nome, un nome che racchiudeva una filosofia ben precisa non sono legata a quel progetto ma alla vita stessa: OPEN! Open come l’apertura mentale, qualità per me indispensabile; Open come una piazza all’aria aperta che potesse funzionare da punto di riferimento senza barriere; Open come l’accoglienza, era il nostro salotto dove tutti erano i benvenuti; Open, come una scatola senza coperchio pronta a dare e ricevere, senza nessun vincolo. No, non vi inonderò di nostalgiche memorie. Solo fare un focus sull’apertura, necessaria per far entrare l’aria del cambiamento. Apertura che, ahimé, nonostante parole e discorsi farciti di buone intenzioni, non vedo ancora. Nella Moda, così come nei circoli chiusi della Moda Sostenibile.

Ho letto molti articoli, ascoltato podcast e seguito le affermazioni di personaggi più o meno illustri ed autorevoli del mondo della moda, nei quali il succo del discorso era riassumibile in “Meno male c’è stata questa pausa forzata, perché la moda ha bisogno di essere ripensata“! Poi l’articolo successivo titolava: “Come faremo senza sfilate per un anno?” e quello dopo ancora “Spostate le fiere milanesi a settembre 2020“! Insomma, ripensarla sì, ma senza rinunciare a niente di ciò che c’è stato fino ad ora. Parlare bene é facile, rimettersi in gioco essendo disposti a rinunciare a qualcosa un po’ meno. Quando penso al RIPENSARE immagino scenari diversi, immagino nuovi modi di presentare prodotti, immagino collezioni che non seguono un calendario imposto, immagino il ritorno ai Creativi con la “C” maiuscola, quelli che non pensano solo fuori dalla scatola…ma quelli che la scatola non la vedono nemmeno, immagino nuove forme di comunicazione, distribuzione e vendita. Una Moda che sia in grado di produrre senso, oltre che prodotti, che parli alle persone e non ai “consumatori” (che mi sembra che abbiamo già consumato il consumabile), che torni ad essere un mezzo per l’espressione della libertà individuale lontana dai giudizi e dai modelli imposti…e non un subdolo gioco psicologico orientato al senso di inadeguatezza generato dal non avere il must have di stagione! E alla fine di tutto ciò mi immagino un universo collaborativo dove non ci sono Guru illuminati diffusori di verità effimere, né seguaci obbedienti come cagnolini e nemmeno fashion victim; dove non ci sono gelosie e preziosi contatti da custodire, dove non esistono “quelli fighi” e “quelli sfigati” ma quelli che fanno e che sono in grado di fare rete in nome di un obiettivo comune e dove, per una volta, la Moda possa fare a meno della sua autoreferenzialità che la contraddistingue da secoli. Sì, quando faccio i miei viaggi mentali immagino scenari al limite dell’utopia…dopotutto almeno con la testa sarà libera di dare forma al mondo che vorrei, no? 😉

Quando iniziai a sentir parlare di Fashion Revolution in qualche modo mi sono sentita meno sola: finalmente un gruppo (folto, poi diventato numerosissimo) di persone che condividono i miei stessi valori e che si adoperano per un cambiamento nella Moda. Finalmente un movimento in grado di dare una scossa a tutti quegli aspetti discutibili del sistema, da quelli legati all’etica passando per il rispetto per l’ambiente fino all’atteggiamento tipico dei lavoratori della Moda. Ecco, su questo punto mi sono dovuta ricredere, con mio sgomento e disillusione! La rete di rivoluzionari del sistema intrecciata a livello globale ha fatto numerosi passi in avanti, riversando una buona dose di consapevolezza sull’utenza finale così come una bella pressione sui brand per spronarli alla trasparenza e alla sostenibilità come valore base. Ma per quanto riguarda atteggiamento ed apertura…la storia dei circoli e delle preziose torri d’avorio si ripete, come il copione dello stesso film al quale hanno solo cambiato il nome!!! Che peccato. Un peccato che invece di riunire ed essere tutti più forti a lavorare per un obiettivo comune, ognuno faccia il suo tirando l’acqua al suo piccolo orticello. Un peccato che si cerchino di replicare le dinamiche e le occasioni della Moda, idealizzandoli come obiettivi imprescindibili (se non finisci su Vogue comunque non sei nessuno O_o)! Un peccato che invece di dare vita a qualcosa di grande e dirompente si vada avanti con piccoli passi che si disperdono nel vuoto. Un peccato che non si riesca a parlare, confrontarsi e coordinarsi (soprattutto in un Paese relativamente contenuto come l’Italia) e che ad avere voce siano sempre gli stessi. Un peccato che non si veda un’opportunità nel fare rete ma solo una rottura di coglioni o comunque una perdita di energie che vengono meno al proprio business. Un grande peccato che si debba fare a gara a chi è arrivato per primo (una volta che sei arrivato primo, se la tua motivazione è forte, l’interesse dovrebbe essere la diffusione, non il riconoscimento) e che si continui a sgomitare. Nella Moda quasi peggio che in politica…

Quando dividi invece di unire l’entropia diminuisce!

Il momento di disillusione iniziale ha lasciato spazio ad uno sdegno composto (almeno nelle espressioni pubbliche, poi in privato sbrocco senza ritegno 😛 ) e la consapevolezza che il mio impegno sarà sempre orientato verso etica e sostenibilità, ma corredato da una dimensione umana orientata all’apertura e alla collaborazione. Se è vero che sbagliando si impara è vero pure che si impara anche guardando le cazzate degli altri (o almeno sono chiari i modelli che non si ha intenzione di replicare). Ed in questo senso io mi sono riproposta di non voler assolutamente aderire a queste dinamiche “chiuse”. Mai! Non fanno parte di me e nemmeno della mia visione del mondo. “Sarà difficile, la Moda è sempre stata così” – mi ha detto qualche giorno fa un’amica. Ha ragione. Sarà difficile. Magari sarà l’ennesima lotta contro i mulini a vento. E non sarà certo l’ultima impresa “difficile” e poco digeribile in cui mi imbarco. Ma questi sono i valori in cui credo e quelli che mi spingono quotidianamente a proseguire. Fortunatamente in questi anni ho incontrato menti altrettanto aperte e illuminate, collaborative ed entusiaste; fortunatamente siamo in tanti. Insomma, io al creare connessioni ci credo ancora. Al potere dell’unione per cercare di tessere qualcosa di più grande di un singolo nodo. Credo ancora alle persone, ai progetti, ai sogni e agli obiettivi comuni e condivisi. Credo meno alle promesse di cambiamenti di questi giorni, ma mi piacerebbe essere smentita ;). In ogni caso a breve SFASHION-NET vedrà la luce. Per quanto mi riguarda, tutto il resto, sostenibile e non, è sempre moda…

Stasera in diretta alle 19 sul mio profilo instagram ve ne parlo meglio in diretta con Guya!

 

Andrà come deve andare (bene universale)

Andrà tutto bene. Bene per chi? Bene. Cos’è il bene? Una parola, un’entità astratta, un’idea, il rovescio di una medaglia. Quello che è bene per me non è bene per qualcun altro. L’idea che tutto torni alla normalità è una boccata d’aria in questi giorni di fiato sospeso…eppure anche la normalità, come il bene, è un dato relativo. Normale andare al lavoro almeno 8 ore al giorno con capi e colleghi che spesso rendono la vita pesante; normale rientrare a casa stanchi e dare le giuste attenzioni alla prole; normale uscire il fine settimana, bere, mangiare, consumare come sempre. Tutto normale. Normale che i governi facciano i loro sporchi giochi senza pensare al BENE comune, normale che per trarre profitto da ogni situazione si passi sopra alle persone e alla natura, normale che il Dio Denaro sia quello che guida ogni azione, normale che chiari segnali vengano ignorati perché fa comodo così, normale che i privilegi stiano sempre dalla stessa parte. Davvero vogliamo tornare ad una normalità subdolamente imposta dall’alto? A quella normalità che ci ha condotto allo stato in cui siamo adesso?

Virus a parte, c’erano già stati in precedenza chiari segnali di intolleranza da parte del Pianeta che  dovevano far presagire cose non proprio belle: collassi ambientali, sbalzi climatici importanti, scosse sociali. Insomma, l’estinzione già ce la stavamo meritando prima. Ora abbiamo l’opportunità di redimerci e di ripensare a tutto quello che è stato fatto. Ad ampio raggio. Partendo da una base che ci è sfuggita di mente: siamo tutti parte dello stesso universo! Un concetto molto ampio da visualizzare, a volte totalmente distante dal nostro micro-cosmo che non da non entrare a far parte nemmeno nel più remoto dei pensieri. Universo. Universo, se usato come aggettivo, indica un’unità coerente, un intero, riferibile anche ad un ambito specifico (l’universo della politica, dello sport o dell’istruzione, da cui deriva anche il concetto di università). Quando l’idea di universo è stata estesa geograficamente a tutto lo spazio astronomico, mondo compreso, ecco che l’universo diventa davvero IL Tutto, quello dove è racchiusa ogni cosa. Non solo è racchiusa, ma il senso è quello che tutto è rivolto all’ “uno”, un’unica direzione verso la quale l’esistente dovrebbe volgere. Tutti sotto lo stesso cielo. Tutti con un destino comune. Tutti accomunati dalla stessa sorte. Di cui tutti siamo, in parte, responsabili.

Penso che diversi problemi siano derivati dalla disconnessione con l’Universo. Da quel far finta che che se il dito mignolo riceve una martellata e si rompe non fa parte del mio stesso corpo. E chi se ne frega, io manco lo vedo il dito! Poi però quel mignolo ignorato può diventare una mano che non si muove, un braccio che va in cancrena, un busto paralizzato ed una persona, intera, che non si riesce più a muovere. Ferma…con tutte le conseguenze che la stasi prolungata porta. E solo a quel punto, nella stasi totale e forzata, ci accorgiamo che FORSE il mignolo non se la passava benissimo e se FORSE avessimo dato retta ai primi segnali alla paralisi non ci saremo nemmeno arrivati! O_o Ecco, a volte ho come la sensazione che questo schiaffo gigante che l’Universo (o chi per Lui) ci sta dando non sia arrivato a caso, ma  al momento giusto (o forse appena un po’ in ritardo) per ricordarci che il mignolo esiste ed è parte di noi. Che siamo tutti parte di un UNO. E che è la disconnessione totale che ci ha portato fino a qui. L’Australia brucia…e chi se ne frega, tanto è laggiù! Guerre civili in oriente…vabbè, se la vedano tra di loro. Rialzo della temperatura terreste…meglio, così l’estate dura più a lungo! I lavoratori del Bangladesh che muoiono per il crollo delle aziende in cui prestano servizio sottopagati…pazienza, andiamo a fare un giro di shopping? Farsi paralizzare dal malessere globale no, ma nemmeno essere totalmente isolati nella propria bolla. E comunque sempre consci del fatto che ogni maledettissimo singolo gesto ha delle conseguenze. Di tutti. E su tutto.

In queste settimane sono stata sopraffatta dallo Sconforto, sono stata soffocata dai pensieri e dall’ansia globale per la situazione di apnea ed incertezza in cui stiamo vivendo; poi è arrivata una ventata di Speranza, dove sì, c’è voluto uno schiaffo sonoro ma forse la tanto auspicata Consapevolezza corredata dalla sua amica Empatia è giunta alle orecchie e alle coscienze dei più. E forse si potrà ricominciare davvero in maniera diversa: ripensando alle persone, al pianeta, al rispetto, alla politica orientata al bene comune e non alle tasche di pochi privilegiati. Sull’ondata di ottimismo utopico e a tratti naif è arrivato a surfare il Dubbio: post e frasi di circostanza, pensieri frutto della clausura forzata che in realtà potrebbero trasformarsi in bolle d’aria, pronte ad esplodere dopo il primo via libera che ci autorizza ad uscire. La paura fa fare cose strane, ma quando poi la paura scompare le nuove convinzioni reggeranno? Le cose possono andare molto peggio, come abbiamo potuto notare la solidarietà iniziale in alcune circostanze ha lasciato spazio all’aggressività e alla rabbia. I tanto desiderati abbracci non li vuole più nessuno per ora, ma forse nemmeno dopo perché “chissà dove e con chi sei stato“. Mah…speranza e dubbio ballano, insieme, su un bel pavimento di Rabbia. Sì, a tratti sono incazzata nera, con tutto: con chi ci governa e non ce la racconta giusta, con chi non rinuncia ai propri privilegi nemmeno nel caos più totale, con chi punta sempre il dito, con chi cavalca l’onda senza un minimo di empatia, con chi guarda solo al suo orto, con chi si lamenta sempre e comunque, con chi polemizza gratis, con chi non vede l’ora che torni tutto normale. Normale, normale per chi?

Poi guardo fuori dalla finestra e vedo la poesia. L’orizzonte, il mare ed i colori di un tramonto che nessun pittore riuscirà mai a riprodurre. Faccio un respiro profondo. Io non lo so come andrà. Spero sempre nell’evoluzione della specie, ma alle brutte contemplo anche l’invasione aliena! 😉 Se tutti volgessimo lo sguardo nella stessa direzione, chissà, forse vivremo in un mondo migliore. Se al “bene” personale sostituissimo il “bene” universale forse potrebbe andare tutto bene davvero. In ogni caso andrà come deve andare…