Vintage Tour a Firenze vol. #5: Il museo Ferragamo tra storia della scarpa e sostenibilità

DI FEDERICA PIZZATO

Per la serie “chi l’ha detto che con i bebè non si può fare più nulla?”, io e il mio compagno siamo partiti alla volta di Firenze con la nana di 7 mesi; dentro al viaggio di 4 giorni abbiamo infilato due concerti internazionali e, cosa molto più interessante e pertinente per questa rubrica, la visita a due musei pilastri per la storia della moda. Il primo di cui vi parlerò è il Museo Salvatore Ferragamo. Erano anni che avevo voglia di visitarlo e quest’anno, per alcune fortunate coincidenze sono riuscita ad esserci e a trovare all’interno anche una mostra sulla moda sostenibile!

Il Museo Salvatore Ferragamo è stato inaugurato nel lontano 1995 (epoca in cui ancora di musei aziendali si parlava ben poco) i suoi archivi raccolgono una collezione di oltre diecimila modelli di calzature create da Ferragamo in quarant’anni di attività, dagli anni Venti al 1960, anno della sua morte. Il calzaturificio fu fondato per l’esattezza nel 1927, quando Salvatore Ferragamo, di ritorno dagli Stati Uniti, lo creò (se non la conoscete vi consiglio di leggere la sua storia!).

 

Dei diecimila modelli di scarpe in archivio in questo momento si può ammirare una piccola selezione, ispirata e selezionata per il tema centrale della mostra che è attualmente ospitata nelle sue sale, Sustainable Thinking. Ferragamo infatti fu uno dei pionieri dell’utilizzo di materiali poveri per realizzare capolavori di moda e artigianato. In particolare, negli anni ’40, quando la guerra imponeva una forzata ristrettezza nei materiali, Ferragamo brevetta una calzata particolarmente comoda e rimpiazza i tacchi alti con eccentriche piattaforme in sughero dozzinale ricoprendole di ritagli di camoscio colorato facendole diventare calzature esuberanti e mai viste che conquistano star del calibro di Carmen Miranda e Betty Gable. Oltre al sughero Ferragamo utilizzerà nel tempo altri materiali poveri come la rafia, la plastica, il filo di nylon e il legno. I risultati sono sorprendenti e straordinariamente contemporanei e, nonostante io conosca questa storia da tempo, vedere da vicino certi modelli è stata per me un’emozione fortissima! Uno dei miei modelli preferiti è un sandalo del 1939 con mascherina e cinturino alla caviglia in capretto dorato e argentato e l’inter-suola in sughero a tre strati ricoperti di bachelite e capretto. Il tacco trasparente di bachelite rende visibile le corde d’unione tra tacco e inter-suola! Un’opera d’arte iper contemporanea! Avete presente Carry Bradshaw che entra nella sua cabina armadio e gli angeli cominciano a cantare?!

Cambiando sala la musica degli angeli forse si è calmata ma il museo non ha smesso di regalarmi piacevoli sorprese. Con Sustainable Thinking, in programma fino a marzo 2020, potrete immergervi nella sostenibilità declinata in tutti i suoi aspetti: in mostra, artisti, fashion designer, aziende produttrici di tessuti e di filati propongono una pluralità di spunti per una progettualità in grado di impiegare le nuove tecnologie senza subirle, declinare il locale con il globale, salvaguardare il nostro ecosistema. Ho potuto toccare con mano nuovi materiali progettati per impattare il meno possibile sul nostro mondo, ammirare tessuti e abiti realizzati con nuovi e vecchi concetti di moda sostenibile (dall’utilizzo dei materiali di scarto, ai processi produttivi ecologici, all’utilizzo estremo della tecnologia) ed infine riflettere davanti ad opere d’arte realizzate appositamente per darci degli spunti e farci fare delle domande.

Mi hanno colpito molto ad esempio gli stivali di Andrea Verdura realizzati in reti da pesca riciclate colorate a mano con pigmenti naturali, suola in gomma di riciclo mescolata con sugherite, soletto in sughero naturale e tacco in legno di cedro, ma anche abiti Ferragamo realizzati in tessuti ricavati dalla plastica delle bottiglie e da pellami riciclati, oppure l’abito di Tiziano Guardini realizzato in seta non violenta/vegana (prodotta senza uccidere i bachi), ed ancora l’abito modulare di Flavia La Rocca che permette di essere indossato in 30 combinazioni diverse.

Tantissime anche le opere d’arte che il tema della sostenibilità ha ispirato, come Acropora, il super abito realizzato da scarti di jeans Levi’s che narra la lenta morte della barriera corallina, utilizzando come parole i punti del ricamo dei jeans, o il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto realizzato con filati di recupero.

Insomma, la ricchezza di stimoli e spunti vecchi e nuovi è stata forte, è stato bello vedere riunite tutte in un unico luogo tante realtà virtuose che andranno a comporre lo scenario che, si spera, tra qualche anno diventerà la norma. Un’immersione in profondità nelle mie passioni e in ciò in cui credo profondamente. Spero di avervi trasmesso un po’ del mio entusiasmo e anche un po’ di voglia di organizzare un tour alternativo di Firenze che non preveda solo Uffizi e Ponte Vecchio. Come sempre aspetto le vostre impressioni!

SUSTAINABLE THINKING, Museo Ferragamo, fino all’8 marzo 2020.

Buccia di Banana/Finestre sul denim

Il denim sembra essere il tessuto più in voga in questi ultimi anni…o forse lo è sempre stato dal giorno della sua creazione. Fatto sta che nessuno si accontenta più di utilizzarlo in maniera utile e lineare, ma stravolgerlo è l’imperativo e la parola d’ordine! Dopo i mutandoni di jeans della settimana scorsa, ecco i jeans con le finestre!!!

Pic from The Sartorialist

Finestre, quindi. Che sono diverse dai buchi e dagli strappi perché, in quanto finestre, hanno perimetri ben delineati e rifiniti che disegnano un’apertura ben precisa che va a scoprire simpatiche parti del corpo. Nel caso di questo primo modello con un triangolone che sovrasta il triangolino è proprio quello che ci mancava per mettere in risalto la pancia (dico io, ma non bastava la vita bassa per questo?!?) e piazzare una bella freccia proprio lì. Originale, sì, ma insomma. Molto meglio, a questo punto, le creazioni di MartinaCox

che se proprio finestre devono essere, finestre siano! Con tanto di tendine!!! 😛

Tendine di diversa forma e dimensione per finestre di varia misura ubicate in zone differenti sia di pantaloni che di magliette, ma soprattutto sul lato B. Decisamente più eleganti degli strappi (O_o), almeno per quanto le rifiniture, hanno il fascino del vedo-non-vedo. L’unica preoccupazione: e se poi il vetro si rompe? Non passerà troppa aria?!? 😉

Buona giornata…con le finestre aperte e la creatività che filtra! 😉

Buccia di Banana/Janties, lo shorts di jeans modello mutanda!

Al peggio non c’è mai fine. E nemmeno al corto. Nel senso che le lunghezze nella moda sono relative. Relativissime. Si passa da lungo, lungo…lungo lungo lungo, al corto, corto…corto corto corto. Quasi inguinale direi. Se d’estate gli shorts fanno gola a tante per via della loro incredibile comodità e freschezza, la nuova proposta del jeans-mutanda non so quanto sarà apprezzata. Guardiamola insieme…

Ad immettere sul mercato questa chicca il marchio francese Y/Project, che ha pensato bene di accorciare talmente tanto i “classici” pantaloncini corti in denim da farli somigliare più a delle mutande a vita alta modello Jane Fonda anni 80/90, di quando si portavano sopra alle tutine colorate per fare aerobica. Si parla già di Janties (il solito mix etimologico tra jeans e panties, ovvero mutande). Ed oggettivamente tra il taglio sgambato sia davanti sia dietro li rendono più simili a mutande che a pantaloncini, anche se sfido chiunque ad indossarli “a pelle” senza biancheria intima sotto…aia!!!

Eppure come pantaloncini ce li vendono, comodi sia per il giorno che per la sera, da indossare con o senza calze, per una combinazione elegante o decisamente più sportiva. La calza bianca devo ammettere che è la mia preferita…(un minuto di silenzio qui, se volete, si può fare)! 😉

Lo scherzo in jeans ha un prezzo onesto, solo 295€, ma soprattutto ha una vestibilità democratica che sta bene a tutte…quelle con un chilometro di coscia, il vitino di vespa ed un culo che non venga massacrato da questa linea tremendamente anni 90 che aveva il potere di allungare le chiappe anche a chi possedeva il culo ritto modello poggia-bicchieri. Una trovata davvero geniale!

 

 

 

Che aggiungere? L’unica cosa che spero è che li abbiano realizzati riciclando vecchi jeans e non sprecando ulteriore materiale, risorse e lavoro. Perché attivare la macchina produttiva del denim per le mutandone di jeans…ecco, ce le potevamo anche evitare, o no?!? 😉

Buon…martedì!

Il problema che non si vede: le micro-plastiche!

Si sta parlando molto in questi giorni di inquinamento, nello specifico di quello che sta accadendo ai nostri mari e alle specie che li abitano. Le foto che mostrano pesci ripieni di plastica e fiumi dove la superficie liquida è stata ormai rimpiazzata da solidi galleggianti sono note a tutti. Meno visibili, invece, sono le micro-plastiche: particelle delle dimensioni che variano dai 330 micrometri e i 5 millimetri ottenute dalla plastica in deterioramento sopratutto quando è a contatto con l’acqua.

La plastica quando finisce in acqua si discioglie in frammenti più piccoli per molti motivi, dall’effetto dei raggi ultravioletti al vento, dalle onde ai microbi e alle alte temperature. La produzione mondiale di plastica negli ultimi 70 anni è passata da 1,5 milioni di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate…e più se ne produce più se ne butta! Più plastica finisce in mare più micro-plastica ingeriscono i pesci e quando noi mangiamo i pesci indovinate dove vanno a finire queste simpatiche particelle? Dentro di noi e no, non ci fanno per niente bene (danni al sistema endocrino, addirittura si parla di alterazioni genetiche)! Le micro-plastiche arrivano anche da altri mondi, quello della cosmesi ad esempio, dove molte case inseriscono piccole sfere plastiche in prodotti da risciacquo come dentifrici e peeling, e naturalmente dal mondo della moda con le sue fibre dei tessuti sintetici. E qui vi volevo…

Foto Credit: http://www.safia-minney.com

Vi ho già parlato del poliestere e di quanto il suo uso sia cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, arrivando ad essere una delle fibre più utilizzate dalle moda, solo o accoppiato ad altre fibre. Il problema più grande è il suo non essere bio-degradabile, per questo ci sono almeno 4 cose che noi possiamo fare per limitare i danni.

Controllare le etichette dei capi prima di acquistarli e cercare di evitare il più possibile (o evitare punto e basta ;P) quelli contenenti fibre sintetiche (poliestere, poliammide e tutti i loro amici)! Già il fatto di prendersi la briga di controllare è un buon inizio, giusto per rendersi conto. Se poi riusciamo a rinunciare al sintetico meglio: meno richiesta, meno produzione!

-Anche il packaging ha il suo peso! Davvero gli indumenti che compriamo devono essere infilati in un sacchetto di plastica? Se un marchio che vi sta a cuore usa questo tipo di imballaggio, fateglielo presente…

Attenti al lavaggio! Una volta appurato che i vostri capi contengono fibre sintetiche (e ci sta) fare attenzione a come si lavano è cosa buona&giusta. Perché? “Le fibre di plastica, come poliestere, acrilico e poliammide, vengono “erose” attraverso i lavaggi in macchina e poi drenati nei sistemi idrici. La Norwegian environment agency ha rilevato che ogni singolo indumento, a ogni singolo lavaggio, rilascia fino a 1.900 fibre sintetiche.” (LifeGate) Una buona abitudine è quella di utilizzare la Coraball o la Guppybag per ridurre il rilascio delle particelle nell’acqua e anche evitare di lavare questi capi quotidianamente.

Far durare questi capi è un altro modo per essere meno di impatto sui nostri poveri mari (e pure sulla nostra pelle)! Prima di cestinarli, proviamo ad aggiustarli, ripararli, trasformarli o scambiarli con altri che potrebbero averne bisogno. Allungandogli la vita la allunghiamo un po’ anche a noi… 😉

Il resto delle grandi azioni le stanno intraprendendo i governi dei vari Paesi con leggi e decreti ad hoc per vietare l’uso di micro plastiche nei cosmetici, dei sacchetti di plastica e di tutta quella plastica “usa&getta“, come piatti, bicchieri, posate, cannucce, cotton fioc, ecc che siamo abituati ad usare giornalmente. Ed è proprio nel cambio di abitudini che dovremmo dirigerci per fare qualcosa di concreto, anche se so benissimo che gli “abitudinari” sono restii a cambiare la via vecchia per quella nuova. Qui alcuni spunti, semplici, per la vita di tutti i giorni.

E voi cosa fate giornalmente per questo problema? Ci pensate? 🙂

Buccia di Banana/Denim già macchiati (inno liquido su jeans)

La moda provoca, la moda ostenta, la moda racconta, la moda lotta (naturalmente a modo suo) portando l’attenzione su argomenti di sociale importanza, scoperchiando spesso barattoli pieni di scomodi tabù. E fin qui tutto bene. Grandi capi sono stati creati come manifestazione estetica di ribellione degli anni che furono e che ancora oggi reggono sulle grucce dei nostri armadi. Non sono del tutto certa dell’utilità, sia estetica sia di denuncia sociale (insomma, si possono scrivere manifesti senza bisogno di produrre altre cose, no?) dei capi “bagnati” della designer greca Dimitra Petsa e della sua collezione “Wetness”.

Una collezione decisamente originale e alquanto singolare che vende capi in denim ma non solo corredati di chiazze scure simulanti liquidi di qualsiasi natura: urina, sudore, lacrime amare, latte in eccesso o secrezioni vaginali più o meno copiose…ognuno è libero di interpretare la “macchia” (o gora, in toscano, ovvero alone di sudore generalmente) come meglio crede!!! O_o La missione di questa collezione nella testa di Dimitra è chiara:  “Dovremmo trattare i nostri fluidi come trattiamo l’acqua, ovvero come elementi assolutamente naturali e fuori dal nostro controllo assoluto. Se ci riflettiamo, essere bagnati è qualcosa di socialmente accettato solo durante un rapporto sessuale”. E quindi via libera a jeans con simulazioni liquide (che però sono secche) e t-shirt macchiate…ideali per chi suda tanto e vuole dare la colpa alla designer…

…colpa, che poi se è tutto naturale non c’è bisogno di dare la colpa a nessuno, a quanto pare! Dopotutto in palestra si suda, con il caldo si suda e non solo. La perplessità rimane sul quanto sia necessario produrre un’intera collezione con caratteristiche fittizie che si possono verificare naturalmente senza bisogno di coloranti o altri agenti che replicano macchie: la tanto decantata naturalezza dove va a finire se i liquidi sono fittizi?!? 😉 In realtà, spiega la designer, il fatto di essere bagnati in pubblico (cosa che non sta bene!) è un modo per accettare i propri fluidi corporei. Una visione eco-femminista piuttosto radicale: c’è davvero bisogno di ostentare le proprie macchie in pubblico per dimostrare di non avere problemi e tabù rispetto alle proprie secrezioni? Io credo di no. La collezione sembra più una mossa di marketing o una performance di denuncia. Ma perché dobbiamo mettere in commercio altri jeans, per giunta macchiati per finta?!?

La collezione “effetto bagnato” contempla, oltre al denim, capi realizzati in tessuti traslucidi,  reggiseni bianchi che sembrano essere stati inzuppati dopo un bagno in mare ed un suggestivo piercing al capezzolo a goccia d’acqua…

Generare una situazione scomoda e sconvolgere proiettando in un “mondo naturale” è il modo di Dimitra di contrastare la censura del corpo femminile da parte del patriarcato ed affermare il diritto delle donne di non essere sempre perfette come bambole ma esseri reali con tutti i propri fluidi e debolezze. Che non vanno nascoste in pubblico! Il manifesto è finito, il concetto l’abbiamo capito, adesso spero solo che tutto ciò non vada in produzione. Altrimenti non potremmo sudare liberamente dentro ai nostri vestiti…che poi da una macchia ci esce fuori un jeans dalmata! 😉

Buon lunedì…io dopo questa esco!

 

Vintage Revolution Mini Tour #4: East Market!

di Federica Pizzato (Hobo Vintage)

Perché a Milano vado all’East Market

Foto di Daniele Natale

Milano, capitale indiscussa della moda e dello stile. E’ proprio qui il fulcro di tendenze e creatività in tantissimi campi e, ovviamente, anche le boutique, i negozi (super conosciuti) ed i mercatini vintage di ogni tipo spopolano. Da tanti anni però nella capitale della moda, c’è un luogo/mercato/evento che mi ha rubato il cuore e che visito sempre con piacere e curiosità, un’oasi alternativa e di relax per me che cerco sempre “l’esperienza” oltre all’acquisto: l’East Market, uno dei primi market dedicato ai privati, dove tutti possono vendere, comprare e scambiare ogni tipo di merce; antiquariato, modernariato, vintage, second hand, sneakers, dischi, curiosità e vecchie collezioni.

Foto di Mirella Farchica

La location di East Market è una ex fabbrica aeronautica, completamente ristrutturata in via Mecenate luogo urbano perfetto a contrasto con ciò che troverete al suo interno. Oltre a curiosare tra gli stand di vintage, antiquariato ed hand made potrete fare colazione, pranzare o fare merenda e bere una birra accompagnati dai dj set che dal pomeriggio fanno da sottofondo alla vostra visita. Insomma, in un attimo vi sembrerà di essere nell’East London!

Foto di Mirella Farchica

All’East Market i pezzi unici e le chicche non sono assolutamente difficili da trovare sia tra gli abiti che tra gli oggetti (dalle stampe, all’arredamento, ai giocattoli, ai dischi); l’ultima volta che ci sono stata mi sono innamorata di uno stand dai mille bottoni colorati, paradiso per chi cerca il dettaglio che fa la differenza! Inoltre potrete lasciarvi ispirare dalle creazioni della nutrita area crafter tra litografie insolite, allestimenti audaci e frasi d’ispirazione. Al contempo la zona attorno all’East Market negli anni si è rivalutata negli anni (vale la pena dare un occhio anche all’esterno) ed è tornata a splendere intorno ad un evento che riunisce migliaia di visitatori ad ogni puntata.

Foto di Mirella Farchica

Che voi siate neofite del genere o che siate veterane del vintage, questa è una tappa del vostro viaggio che non può assolutamente mancare. Provare per credere!

Buccia di Banana/Campagne Fashion: why? #19

Quando la bella stagione arriva (QUANDO ARRIVA?!?) le riviste femminili appaiono come le creme solari sotto all’ombrellone per darci tutte  le dritte sulla stagione in arrivo e la giusta quantità di gossip e leggerezza. Tra una crema miracolosa e il pezzo immancabile su come conquistarlo in 3 minuti stando comodamente sdraiate in spiaggia ci sono sempre loro, le fantastiche campagne di moda. Quelle che fanno sognare, quelle belle e quelle che lasciano con un punto interrogativo in testa. Io oggi vi segnalo queste…;)

Brand: Stuart Weitzman / Campagna: Affondi comodi

Stuart ci ricorda che mantenersi in forma è una buona regola e che non dobbiamo perdere le buone abitudini anche d’estate. Anche con i tacchi. E vai giù di affondi frontali come se non ci fosse un domani…O_o (ma perché queste poste scomode? Perchéééé?)

Brand: FABerge’ / Campagna: nel dubbio prendi la rossa

In quelle serate confusionarie, quelle in cui hai voglia di fare casino e di spegnere il cervello, non indugiare su quale pillola prendere: la rossa è sempre quella giusta! 😛 Sembra voler dire questo, in realtà questo braccio slim e photoshoppato (ma è mai possibile che si piallino digitalmente anche le braccia?!?) tiene tra le dita un anello…ma direi che lo scatto non è venuto un gran che bene…

Brand: cavallI / Campagna: come animali in gabbia

Come animali in gabbia, inquieti e con lo sguardo tra lo spaventato e l’arrabbiato, i ragazzi Cavalli girano in cerchio con i loro animalier addosso e rigorosi calzini bianchi ricordandoci che rimanere chiusi in bagno non è simpatico. Nemmeno se in tre!!!

Brand: coach / Campagna: zingarate boho chic

I luna park fanno sempre tanto estate e quelli smontati e dismessi sono ottimi scenari per servizi fotografici. Sopratutto quando lo stile ricorda quello un po’ gitano, ribattezzato dalla moda “boho chic“, ma sempre con quel tocco di “cenci appesi“. Importante, anche in questo caso, lo sguardo incazzoso da “cosa vuoi? Questo è il nostro territorio“. Dall’infelicità delle campagne fashion non ne usciremo mai…

Brand: ferragamo / Campagna: matrimoni combinati

I matrimoni sono una piaga della bella stagione tanto quanto le zanzare. Si sprecano un sacco di tempo e risorse per sincerarsi di avere un look adeguato e che non passi inosservato, ma nemmeno troppo estroso. Ferragamo consiglia il classico combinato…con le amiche. Vestirsi con il coordinato di gruppo è il nuovo must. Consigliato per gruppetti di amiche single, si può rivedere anche con le coppie, chiamando in gioco i propri compagni. 😉

Brand: GUCCI / Campagna: LIFE IS A SHOW

Il messaggio positivo ce lo invia Gucci, con questa campagna che somiglia più ad uno show in piena regola dove l’invito è quello a divertirsi, ad interpretare il nostro personaggio, a giocare con i ruoli e anche con lustrini e piume senza paura. Che in fondo la vita è uno spettacolo 😛

Buon lunedì! (Comunque faccio la sportiva con le campagne degli altri, ma tra una settimana dovrò fare la mia…poi sarete voi a commentarla 😛)

Piccoli sfashionisti crescono

I figli “so’ piezz’ ‘e core” e anche pezzi di conto in banca che se ne vanno anno dopo anno sotto forma di abbigliamento, libri, giochi, scuole e attività sportive. Insomma, i figli costano! Anche perché i figli crescono, si sporcano in continuazione, cascano e si rompono i pantaloni, poi crescono ancora, iniziano ad avere i loro gusti, scelgono, decidono cosa mettersi e crescono ancora. Insomma, il guardaroba dei bambini è in continuo divenire, con capi che a volte sono indossati per pochissimo tempo per poi rimanere dimenticati in fondo al cassetto. Questo è ben noto alle mamme moderne e se le nonne investono ancora cifre consistenti per comprare un capo buono alla nipote, loro invece cercano qualunque modo per risparmiare e nello stesso tempo per non far mancare nulla ai loro cuccioli. Chapeau. Spesso, però, l’attenzione si rivolge alle Sante Catene Low Cost che con soli 15€ ti danno il pacchetto con ben due t-shirt, oltre che appetitose collezioni che cavalcano le tendenze del momento da cambiare rigorosamente ogni sei mesi. Fermi tutti: ce n’è davvero bisogno o possiamo trovare delle valide alternative? La risposta è sì, indubbiamente meno comoda ed immediata, ma esiste!

La scelta c’è, sempre, così come trucchi meno impattanti per vestire bene anche i bambini senza investire un patrimonio e senza ricadere su abiti realizzati con materiali scadenti, che puzzano dopo poco o colorati con tinture che scoloriscono rilasciando elementi chimici poco sani sulla pelle liscia del piccolo erede.

Prima accortezza: liberiamo i bambini dai trend stagionali! I marchi sono molto bravi a inventare collezioni stagionali con il personaggio dei cartoni del momento o addirittura scimmiottare i look delle mamme proponendoli in versione mignon; ecco, non ce n’è bisogno. I bambini vanno vestiti da bambini, con cose adatte alla loro età, siano esse basiche, divertenti o da principessa, riproponibili stagione dopo stagione senza doversi preoccupare di non essere alla moda (c’è tempo per diventare fashion victim). E qui compare un altro trucco, ben noto a tutte le mamme attente: sempre meglio un po’ più grande. La taglia un po’ più ampia asseconda la crescita; se poi l’abito dell’anno prima funziona anche come maglietta l’anno dopo ben venga, avete preso veramente due al prezzo di uno, ottimizzando l’investimento! L’altra cosa che funziona benissimo è lo scambio. No, non è necessario avere parenti/amici/nipoti prossimi, o meglio, se ci sono ben venga, ma esistono già comunità online come quella di armadioverde.it dove poter barattare in tranquillità con l’armadio di perfetti sconosciuti. Chi non è avvezzo all’uso del web può anche trovare eventi dal vivo durante i quali scambiare abiti/giochi/attrezzature per bambini (su http://www.familywelcome.org/ ci sono numerose dritte). La ciliegina su questa torta di scelte per i piccoli sono le numerose aziende che stanno sviluppando collezioni con un occhio all’ambiente, l’altro all’etica del lavoro e l’altro, il famoso terzo occhio, allo stile cool adatto per i bambini (per conoscerne alcuni vi segnalo questo sito goodonyou.eco/ethical-childrens-clothing-brands/). Magari il prezzo è un po’ più alto, non esoso, e in questo caso è indicato fare un bel mix&match tra pezzi basici, pezzi alternativi e pezzi barattati in giro per il mondo. Se educati in questo modo, i bambini non potranno che venire su bene 😉

Tra questi ultimi indubbiamente uno dei miei preferiti è Mini Rodini (www.minirodini.com), che realizza collezioni pop super-sostenibili. L’altro è la sartoria fiorentina di Ang un bebè (www.angunbebe.com), che con cura e passione segue ogni singolo capo, dal cartamodello alla scelta dei materiali, compresi quelli di cartellini ed etichette, consegnando in città solo in bicicletta, limitando le emissioni di Co2.

Anche per quanto riguarda giovani e bambini l’ideale sarebbe comprare MENO e MEGLIO! Lo capisco che è più difficile, che i bambini hanno le loro esigenze, che da una certa età in poi subentrano anche i compagni di classe e dinamiche di emulazione/accettazione in determinati gruppi…niente che non sia risolvibile con una adeguata comunicazione ed educazione al bello e al rispetto. Si può rendere il momento del baratto con i vestiti dei cugini un attimo ludico e divertente, si possono aggiustare i vestiti insieme stimolando il lato creativo, si possono proporre delle alternative fighe alle cose che vanno “di moda” tra i ragazzini. Si può fare, ci vuole impegno, ma non è impossibile. Però sicuramente rivolgersi a certe catene di pronto moda è più semplice ed immediato…

…ma che Mondo vogliamo lasciarli ai vostri cuccioli?!? 😉

Se conoscete altri brand sostenibili per bambini, liberi di condividere qui sotto 🙂

Buccia di Banana/No TowelKini, No Mare!

Oggi ritorniamo a scivolare in grande stile. Talmente grande è lo stile di questo oggetto che, come al solito, sto ancora meditando se è una figata pazzesca o se è l’ennesimo capo/accessorio di cui potevamo fare a meno. Sì, perché si tratta di un capo che si indossa e che diventa anche un accessorio. Inutile dire che sfoggiarlo in spiaggia attirerà l’attenzione su di voi.  Avete mai sentito parlare del TowelKini? 😉

TowelKini, ovvero telo da spiaggia e bikini…tutto in uno!!! L’idea nasce dalla designer Aria McManus, la quale ha pensato bene di riunire in un unico pezzo le due cose fondamentali per la spiaggia, la piscina o le gite in campagna dove hai necessità di scoprirti e stenderti al sole: un comodo telo ed una sorta di…bikini! L’idea in realtà è dettata da quell’esigenza di praticità di avere sempre qualcosa su cui sdraiarsi all’esigenza e nello stesso tempo potersi alzare in piedi e…rimanere vestiti. Più o meno 😛

Da sdraiati è possibile metterlo all’indietro quando siamo stesi faccia in giù nella sabbia e poi passarlo comodamente sotto alla testa una volta girati a pancia in sù. Ideale per chi non ama molto l’abbronzatura, per chi invece ricerca una bella tintarella, diciamo che lascia il segno…E lo lascia anche una volta in piedi. Non c’è che dire, l’outfit è originale e anche bello da vedere, a metà tra un kimono, un accappatoio ed una tutina super sexy dal vago sapore anni 70. Il problema (o la visione paradisiaca) si pone una volta alzate per chi ci guarda da dietro: il lato B rimane completamente scoperto. Per cui è chiaro che non può essere la reale alternativa al costume (almeno un pezzo di sotto ce lo vogliamo mettere?), ma forse il mercato di riferimento ideale potrebbe essere quello dei nudisti, che almeno per andare al bar avrebbero il look ideale per non rivestirsi completamente! 😀 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In spiaggia con un costume sotto può ancora avere un senso, eppure questo accessorio geniale mi lascia dei dubbi: forse sarebbe stato possibile escogitare un sistema facilmente rimovibile per pararsi anche le chiappe mentre ci si alza per andare a prendere un caffè al bar? Oppure questa cosa di doversi portare l’asciugamano appresso ovunque (perché ti ci sei infilato dentro) è una cagata pazzesca?!? 😛

Lascio a voi l’ardua sentenza. Nel frattempo se ve lo volete accaparrare per essere i più innovativi della stagione sappiate che  questi due colori super estivi sono un’edizione limitata disponibile qui al prezzo di 199 dollari (pensavo meno)! Buon lunedì!

 

 

Fashion, Business, Spirituality: un caffè con Farah

Ci sono libri che arrivano al momento giusto e ci sono incontri che non si possono non fare. Questo nello specifico lo vidi per caso su Instagram, in una storia di un profilo che seguo dedicato alla moda sostenibile, diversi mesi fa; feci una foto allo schermo come promemoria, ma sono andata a cercarlo solo qualche settimana fa, dai miei spacciatori di libri di moda preferiti, Fashion Room Bookshop a Firenze. Loro avevano venduto delle copie di “Sfashion” e praticamente ho barattato la mia ricompensa con il libro “Fashion, Business, Spirituality“; non ho nemmeno dovuto chiederlo perché appena ho girato lo sguardo per cercarlo era già lì, sullo scaffale che mi attendeva.

Il titolo già mi aveva incuriosito: come si potrà mai combinare il mondo della moda (con tutte le sue magagne), il business (con l’ottica dei numeri e del profitto) e la spiritualità?!? Ho cominciato il viaggio di Farah tra le pagine di questo libro e ho immediatamente percepito similitudini e punti in comune con il mio, di viaggio nel fantastico universo della moda: la scelta della scuola, le aspettative, l’ingresso traumatico del mondo del lavoro, lo sclero, l’insofferenza, la scelta di chiudere con un tipo di ambiente ma nello stesso tempo la volontà di voler rimanere nel giro perché fermamente convinta che si possa fare moda anche in un altro modo. Ho divorato le pagine emozionandomi quasi nel sapere che nel mondo fashion (ed accademico, Farah ha insegnato in tantissime scuole del settore) potesse esistere una persona che la pensava esattamente come me, che ha avuto il coraggio di mettere tutto nero su bianco e che ha saputo integrare in maniera intelligente e non retorica il tema della spiritualità tra i lustrini e le contraddizioni del fashion. L’ho cercata, l’ho contattata per complimentarmi e ieri ci siamo incontrate per un caffè a Firenze.

Farah è bionda, super disponibile ed emana un’energica tranquillità; mi dà immediatamente l’idea di una persona che non te le manda a dire, ma (a differenza della sottoscritta), lo fa con decisione e senza bisogno di fare casino. Italiana di nascita, ha vissuto molto all’estero, dove ha intrapreso il suo cammino nel mondo della moda studiando in diversi istituti e proseguendo lavorando per diversi marchi, dai meno noti a quelli “TOP”, da Madrid a Milano. Ed è proprio nella capitale della moda nostrana che ha raggiunto l’apice di insofferenza ma, prima di crollare del tutto sotto il peso delle follie di queste aziende, ha scelto di staccare, cambiare città, trasferirsi a Firenze ed iniziare a scrivere questo libro. Un libro che evidenzia sì le problematiche dell’ambiente, ma che propone pratiche soluzioni per non venire sopraffatti dall’ombra oscura del Fashion System, riassumibili in un punto chiave: il ritorno all’umanità!

Quello che Farah ha rilevato nelle aziende, così come nelle scuole dove ha insegnato, è che spesso ci si dimentica di avere a che fare con le persone, con le loro aspettative, emozioni, frustrazioni, ambizioni. E’ necessario e fondamentale ripartire dal fattore umano e per farlo bisogna iniziare a connettersi con se stessi e prendere realmente consapevolezza, prima del sé e poi del perché. 😉 Essere veramente centrati è un lavoro lungo che nessuno ci spinge a fare se non noi stessi quando ci ritroviamo ormai invischiati nell’ansia, nella depressione o nel casino; cosa succederebbe se invece ce lo insegnassero a fare PRIMA del tracollo? A capirci e capire fornendoci gli strumenti giusti ed adatti così come ci impartiscono lezioni di storia del costume o di merceologia tessile? Succederebbero cose meravigliose: direttori creativi illuminati, ego smisurati si ridimensionerebbero, manager frustrati non avrebbero più bisogno di sfogare la loro insoddisfazione sulla stagista di turno e gli studenti smetterebbero di lamentarsi perché devono consegnare due progetti in una settimana. Insomma, il mondo della moda potrebbe diventare davvero un posto migliore…;) E se non si inizia da nessuna parte, di sicuro non cambia niente!

Questo è quello che crede Farah (e pure io) e che ha scritto in maniera accessibile fornendo strumenti pratici sui quali lavorare, in un excursus che parte dalla scelta della scuola fino a quella del lavoro, passando in rassegna i vari stadi della vita di un fashion worker, tre generazioni (studenti, junior e senior) che con le loro scelte e le loro azioni creano l’industria della Moda così come la vediamo ora.  A tutti i livelli esistono problematiche, noie, gioie, dolori, frustrazioni, delusioni, attimi di euforia ed è lì che può entrare in scena la spiritualità come strumento di crescita personale in grado di aiutare le persone a cambiare la realtà nella quale vivono. Certo, non si cambia un sistema così radicato in due minuti, ma le nostre scelte ed il nostro approccio possono fare la differenza. Il libro è solo il primo passo di un progetto molto più vasto che ha lo scopo di illuminare i lavoratori del mondo della moda e di creare una tribù sempre più ampia di addetti ai lavori capaci di far evolvere, cambiare e rendere più umano questo sistema. Ecco, se questi principi si estendessero a qualsiasi ambito professionale, politica compresa, avremmo un mondo sano. Ma andiamo un passo per volta…;)

Farah mi racconta che da quando il libro è uscito, ad ottobre del 2018, lo sta portando in giro il suo progetto, tramite presentazioni, talk e guest lecture nelle scuole; nel frattempo continua le sue consulenze ed attività di mentoring. Durante la chiacchierata sono emersi altri punti in comune, tra i quali l’amore per Ibiza, un’isola che ha cominciato a frequentare quando era studente a Madrid e che sulla quale continua a tornare (chissà che non si riesca ad imbastire qualcosa…)! Nell’oretta che abbiamo passato intorno al tavolino della libreria Todo Modo ci siamo scambiate pareri, opinioni, visioni, contatti e idee (e piccoli gossip “del giro” con nomi e cognomi che non farò 😛 ). Il suo esercito della luce ed il mio di sfashionisti in fondo lottano per lo stesso scopo e, proprio come accade nel corpo quando i globuli bianchi si uniscono per curare una ferita, così si sta creando un prezioso network di persone che hanno voglia e che si stanno impegnando, ognuna a modo loro, di riscrivere le regole del gioco. Ed è così che ci siamo salutate, con una dedica bellissima sulla mia copia del libro e con la promessa di rimanere in contatto. Perché insieme si rischia di andare più lontano.

Inutile dire che è stato un incontro prezioso. Inutile dirvi che è un libro da leggere, da chi è già nel turbine della moda, da chi sta pensando di entrarci e anche da chi pensa di essere “arrivato” proprio in questo ambiente. Forse è utile dirvi che è scritto in inglese, ma si legge benissimo 🙂

Per conoscere meglio Farah —-> https://farahlizpallaro.com/