Zero Waste Fashion Design: idee senza spreco!

Sperimentare, innovare, scoprire nuove forme e, naturalmente, limitare o azzerare gli sprechi: ecco cosa si intende per Zero Waste Fashion Design! Che l’industria della moda produce numerosi rifiuti durante i processi produttivi ormai dovremmo esserne al corrente. Ci sono due macro tipologie di rifiuti tessili: una è quella creata dall’industria e l’altra è quella creata dai consumatori. Alla prima appartengono tutti gli scarti che si vengono a creare durante la manifattura di fibre, filati, tessuti e soprattutto capi di abbigliamento; nella seconda ci sono i capi usati ed i tessuti per la casa (lenzuola, tovaglie, ecc). Quando si parla di Zero Waste Fashion Design si parla di concepire il design di capi di abbigliamento limitando gli sprechi in fase produttiva! Insomma, una cosa abbastanza tecnica e da addetti ai lavori, che ho deciso di condividere perché anche chi non lo fa per mestiere può valutare diversamente marchi e designer che hanno questo approccio al prodotto (tipo me 😛).

Lo spreco di tessuto in fase produttiva è sempre stata considerata una perdita in termini economici, ora siamo consapevoli del fatto che è anche un danno per l’ambiente; recuperare gli scarti tessili è una parte fondamentale per evitare che finiscano inceneriti al suolo, ma tentare di ridurli a monte è una soluzione decisamente più interessante. Come dire, prevenire è meglio che curare! 😉 Il termine Zero Waste in ambito moda è arrivato intorno al 2008, (anche se risale al 1970 la fondazione, da parte di Paul Palmer, dello Zero Waste Institute, che si occupa di evidenziare  le falle dell’industria moderna rispetto alla produzione dei rifiuti), ma i primi esempi concreti di design dell’abbigliamento senza spreco risalgono ai tempi dei tempi (dettati più dalla preziosità e conformazione dei materiali che dall’idea di sprecare meno): le pelli di animale usate dagli antichi indiani del nord america, himation e pepli degli antichi Greci o ancora i Sari indiani. Tutti esempi di lunghezze di tessuto non tagliate e drappeggiate intorno al corpo. Per tagliare un Kimono tradizionale si usano le lunghezze ma nessuno spreco (quel che avanzerebbe viene ripiegato in dentro per dare sostegno e non aggiungere altro materiale) e sempre dalla Cina degli anni 50 arriva un modello di pantalone ottenuto con due rettangoli accostati l’uno all’altro. Del 1919 è la tuta del futurista Thayath (nome vero Ernesto Michahelles, italiano) ottenuta da un solo pezzo di tessuto, della quale sono state elaborate successivamente una versione in due pezzi da uomo e una versione abito da donna. Anche Madeleine Vionnet aveva dimostrato un certo interesse per le forme geometriche, realizzando un abito solo con quattro quadrati di tessuto. Un approccio simile ma diverso è stato quello della stilista britannica Zandra Rhodes, che ha sempre dimostrato un amore per i tessuti ed i cui cartamodelli erano determinati dalle forme geometriche delle stampe.

Da lì in poi sono numerosi i designer che hanno seguito e che tutt’ora seguono questo approccio differente rispetto alla progettazione “tradizionale” di capi di abbigliamento. Sì…ma praticamente? Per chi non lavora nella moda c’è da fare una piccola premessa: nelle aziende esiste “lo stilista“, colui che crea, quello figo per eccellenza (nelle scuole di moda quasi tutti vogliono fare gli stilisti, per capirci), chi fa sviluppo prodotto, chi fa i cartamodelli (il modellista è sempre stato considerato un tecnico sfigato), chi esegue il taglio, chi assembla, chi tinge, chi rifinisce, chi stira…Chi progetta solitamente si fa dei grandissimi viaggi da solo, ovviamente punzecchiato da quelli del marketing che gli sottopongono sempre dei numeri da tenere presente; parte da un’idea, da un’ispirazione, spesso avendo una vaga idea dei tessuti e la realizzazione del modello è solo la parte finale del processo. Ecco, nello Zero Waste la modellistica è una parte fondamentale, anzi, è lei la vera parte creativa della storia. Per realizzare dei capi lo Zero Waste Fashion design può partire proprio dal cartamodello!

Ph. Sandermann, Zero Waste Fashion Label

Lo spreco di tessuto avviene durante il taglio; prima del taglio i pezzi di un abito vengono piazzati sul tessuto e quasi sempre, per quanto il piazzamento sia tendenzialmente ottimizzato, ci sono degli spazi con forme assurde che rimangono inutilizzati. Lavorando a monte sulle forme dei pezzi, valutando bene l’altezza del tessuto e a volte anche la fantasia o la stampa, si riescono davvero ad ottenere dei piazzamenti senza nemmeno un centimetro di tessuto sprecato. No, non è una supercazzola…ve lo faccio capire in breve:

Piazzamento di un cartamodello tradizionale: gli spazi neri che vedete è SCARTO!

Piazzamento Zero Waste di Timo Rissanen (docente, esperto e autore di omonimo libro che consiglio a tutti gli interessati all’argomento): non c’è NESSUNO SPRECO!

Giocare con le forme geometriche sembra la soluzione ideale, ma non è l’unica tecnica possibile, anzi. Si possono elaborare diverse combinazioni a seconda dell’estetica del capo, della vestibilità e della forma che si vuole ottenere. E’ un gioco di incastri, di progettazione, di creatività estrema relazionata al tessuto e alla manifattura, ovvero la reale fattibilità di un capo, dove cuciture, rifiniture e difetti possono diventare elementi distintivi di un’intera collezione. Un approccio integrato che ha anche la funzione di ri-disegnare il sistema moda, riavvicinando le varie figure professionali e rendendole partecipi, ognuna secondo le loro competenze, dell’intero processo. Se pensiamo che spesso designer, modellista, tagliatore e confezionista stanno addirittura in Paesi diversi, indubbiamente una dimensione Zero Waste riavvicinerebbe il tutto, portandolo anche a Km0! 😉

Vedo le perplessità: saranno solo capi strani e poco pratici e poi è un sistema artigianale non riproducibile su larga scala! Bugie entrambe! Alcuni capi sono effettivamente più simili a sculture e magari non proprio indossabili tutti i giorni (anche se è tutto da vedere pure lì), ma ci sono intere collezioni di marchi che sono sul mercato da anni che sono mettibili oltre che molto originali. Questo risponde anche alla seconda domanda: una volta trovato il cartamodello ed il piazzamento giusto, il sistema funziona anche nell’industria, permettendo sviluppi taglia coerenti e riproduzioni illimitate. Si tratta solo di cambiare modo di pensare. Anzi, si tratta proprio di PENSARE alle cose in maniera coerente, diversa, riportando la moda ad un atto di progettazione sensato il cui scopo non è buttare in fretta e furia l’ennesima t-shirt bianca sul mercato, ma quello di creare con tutto il tempo che ci vuole cose utili, belle e anche buone! 😉

E per farmi perdonare del pippone vi lascio un po’ di siti dove andare a curiosare:

Tara St. James con il suo Study NY

Shingo Sato e i suoi corsi di Transformational Recreation

Yeholee

6 Zero Waste Fashion Designer

Vi ha incuriosito l’argomento? Vi interesserebbero dei corsi a tema? Fatemi sapere e rimanete sintonizzati da queste parti perché mi sto attrezzando 😉

PittiBox: cos’è uscito dalla scatola?

Mi ero ripromessa di non scrivere più nessuna recensione su Pitti Uomo, ma la mia esperienza a questo giro è stata diversa. E ve la voglio raccontare. Quest’anno, nel piazzale centrale della Fortezza, hanno pensato bene di metterci la PittiBox, una simpatica scatola rigorosamente bianca e nera con frasi ad effetto super instagrammabili ai lati. Un corridoio coperto dal quale osservare i pupazzetti rivestiti entrare ed uscire con i loro abbinamenti sgargianti studiati fin nel minimo dettaglio. Dopo il mio giro di rito, alla fine del quale ho appuntato solo un paio di marchi interessanti, tutto il resto sono copie di copie divisi in gruppi di tendenza con prodotti uguali-ma-leggermente-diversi (e qui mi chiedo: c’è davvero bisogno di miliardi di brand che fanno tutti le solite cose?!?), mi sono piazzata a seguire la mia amica fotografa al lavoro, a caccia di questi famigerati uomini-tendenza che si aggirano per la fiera con il solo scopo di farsi fotografare.

Lei ormai li conosce tutti, perché i signori si presentano puntuali ad ogni edizione proprio per posare a favore di numerosi obiettivi: alcuni sono blogger, altri sono poser, altri invece sono designer e titolari di brand di abbigliamento. In tutti i casi si tratta di pubblicità umane. No, niente a che vedere con i vecchi uomini-sandwich che si aggiravano per le strade vestiti con cartelloni pubblicitari (anche se ora che lo scrivo immagino sarebbe divertente vederne qualcuno in giro così, tanto lo scopo è il solito), diciamo più simil-modelli scappati dalle pagine patinate di riviste più o meno glamour che si aggirano, parlanti e camminanti, in fiera e tra gli eventi “fighi” che si svolgono in città! Il SELF BRANDING che ha raggiunto livelli estremi, dove anche il calzino non è lì per caso, ma è frutto di una ben studiata strategia di marketing. Complimenti!

Poi abbiamo incontrato lui, eccentrico quanto basta, sorridente e decisamente disinvolto davanti all’obiettivo. “Sembri un incrocio tra Puff Daddy e Snoop Dogg ai tempi d’oro” gli ho detto (parecchio più basso, però) mentre Erika lo salutava con affetto e già lo metteva in posa. Non so se abbia colto la battuta, temo di no, ma ha tenuto a farci notare ogni singolo dettaglio del suo outfit: dalle scarpe con sopra ricamato APPOSITAMENTE PER IL PITTI “PU” da una parte e “95” dall’altra (Pitti Uomo 95esima edizione), l’interno del cappotto stampato con gli affreschi della cupola del Duomo di Firenze ed il prezioso velluto scelto per la giacca. “Ma li fai tu?” ho azzardato. “Certo” (che cazzo di domande fai anche te), mi ha risposto fiero e tronfio, facendomi vedere il suo logo, STRETCHIATELLA…un simpatico omaggio al gusto di gelato italiano…no, non è vero, il simpatico mix tra “stretch e tela”…(forse era meglio la mia versione, comunque…). Un brand che cura i dettagli e che veste solo uomini con una personalità. “Mica tutti possono permettersi di andare in giro così, con disinvoltura“. Eh, effettivamente per certe cose ci vuole la famosa “faccia“…e a Hugo, portoghese fashion blogger, ideatore del marchio e proprietario del negozio Officina38, la faccia non manca. Hugo è il suo uomo immagine, il suo modello di riferimento, il suo pr, il suo stylist…HUGO è il suo brand! Mi ha fatto riflettere e mi è sorta spontanea la domanda: ma tutta questa auto-referenzialità non sarà un po’ troppa?!? L’era del personal branding l’ho capita, come anche la storia dello storytelling e del dialogo con i propri clienti, ma non staremo esagerando con prodotti e campagne ego-riferite?!? Ci sto ancora pensando, come sto ancora pensando all’efficacia di porre questa frase all’interno della PittiBox…;)

Ecco, se non altro Hugo era vero!!! Anche l’uomo con il kilt era vero…

…ci vorrebbero più uomini con le gonne! Ho delle perplessità sulle calze bianche, che mi ricordano sempre Candy Candy in versione infermiera (e non mi stava molto simpatica) e sui mattoni di gomma al posto delle scarpe, ma per il resto credo sia stato uno dei miei preferiti! Dopo Hugo, naturalmente…! 😛

Buon lunedì…

 

 

Vintage Revolution mini tour puntata 2

di FEderica Pizzato

Nel periodo della corsa sfrenata ai capi a poco prezzo, delle finte occasioni e del possesso di tante cose di poco valore che prima o poi finiranno col riempire le nostre case e i nostri armadi e poco più tardi le nostre spazzature, io scelgo di raccontarvi di un luogo del cuore. Benvenute al secondo appuntamento con il vintage (ma questa volta dovrei dire anche con l’hand made) tour!

Sono approdata per la prima volta a Lecce quasi tre anni fa e uno dei primi luoghi che ho conosciuto sono state le Manifatture Knos, un luogo già di per sé vintage visto che si tratta appunto di un ex manifattura, che oggi riunisce al suo interno tante realtà virtuose che lavorano con le persone a diversi livelli: dalla sartoria popolare, alla palestra di arrampicata, dal Fab Lab alla scuola di circo. Di lì a pochi mesi ho partecipato per la prima volta con la mia bancarella di selezionatissimi capi vintage a El Mercatone, un paradiso per gli amanti del genere ma anche degli oggetti di modernariato, dei vinili e dell’artigianato di ogni tipo. Questa volta mi sono messa nei panni della visitatrice e ho scovato tra le tante proposte oggetti e capi che mi hanno colpito a dimostrazione del fatto che non basta entrare in un negozio del centro o in un grande magazzino per trovare il vero oggetto dei nostri desideri!

In questa puntata del tour non mi concentrerò solo sul vintage dunque ma anche sugli oggetti handmade che mi hanno colpito e sulla vera e propria “esperienza” che questo party-bazar offre. Comincio col dire che lo shopping a El Mercatone (che si svolge all’incirca un sabato al mese) è sempre accompagnato da una colonna sonora musicale che lo rende una vera e propria festa: infatti tra dj set e musica dal vivo non manca mai l’occasione di canticchiare passando da una bancarella all’altra e, per chi si vuole godere la giornata fino in fondo, c’è sempre un buon caffè o un aperitivo da gustare al bar! Per i più piccoli c’è tantissimo spazio per giocare (anche con cicli di vario tipo) sia all’interno che all’esterno e gli eventi collaterali dedicati ai più piccoli ma anche alla cultura e all’impegno sociale sono molto frequenti.

Si ok ma cosa ci trovo a questo Mercatone? La risposta è semplice: veramente la qualunque! Ecco le mie ultime scelte cominciando dal vintage: ho scovato tra le bancarelle del vintage e dell’usato una camicetta nera a stampa rossetti, super attuale e abbastanza sfiziosa per sostituire qualche acquisto compulsivo nei saldi sempre a passeggio tra gli abiti ecco spuntare una mini gonna con un tessuto super particolare, floreale e cangiante. Un capo secondo me super smart da portare in inverno con calde calze di cashmere, in autunno con calzettoni di lana e in primavera con calze color cipria di cotone! Essendo amante anche degli oggetti antichi e dei piccoli tesori ho posato il mio sguardo su una bella e fornita bancarella di modernariato con lampade e oggetti d’uso davvero interessanti per chi vuol dare un tocco di colore dal gusto seventies alla propria casa e poi, per chi ama la carta, nascoste tra i vinili di un fornitissimo stand ho scovato delle cartoline anni ’20 davvero deliziose perfette per dare personalità a quella parete rimasta un po’ spoglia, per realizzare gli allestimenti di un party a tema o semplicemente da usare come sfizioso segnalibro per le nostre letture del cuore.

Non si può però parlare di Mercatone senza parlare anche di handmade: il mio occhio è caduto in primis sugli accessori, magari da mixare con i propri vintage look. Le tracolle e le pochette in tessuto ed ecopelle di Eclettica Creazioni ad esempio, hanno fantasie super pop e colori accesi. Un bel regalo per chi vuol dare un tocco di felicità al proprio quotidiano. Per incorniciare i nostri bei visini invece, ho scovato due proposte agli antipodi (penso di non essere l’unica ad avere molteplici personalità!): gli orecchini-libri di Raiden Oppe mi hanno colpito soprattutto perché sono veri e propri taccuini in cui è davvero possibile scrivere piccoli pensieri da tenere sempre vicini alla testa! I gioielli di Conamore invece mi hanno attratto per i super colori e mi hanno fatto pensare alle serate in cui abbiamo bisogno di sentirci più speciali del solito. Sempre in tema accessori, ma questa volta illustrati a regola d’arte con l’effige di personaggi che ci stanno particolarmente a cuore, ho trovato le opere di Laurenji Bloom davvero belle e romantiche e super da regalare a chi come me non può fare a meno della musica e della poesia.

Giunti al termine di questo mini-viaggio che dal vintage ha sforato nel fatto a mano. Spero ancora una volta di avervi dato degli spunti per fare shopping più consapevolmente e creativamente e di fatto venir voglia di scoprire un altro piccolo angolo inedito di sud. Aspetto i vostri pensieri se vorrete condividerli!

Buccia di Banana/Piumotto?!?

L’inverno ci propone sempre delle coperture poco interessanti. E se sul piumino ho espresso già le mie perplessità in passato, non potevo certo esimermi dal commentare questo oggetto figlio delle ultime tendenze moda…

 

L’oversize è stato sdoganato, il cappotto “a uovo” ce l’hanno venduto nelle passate stagioni come capo indispensabile nell’armadio di chiunque, il piumotto che vi restituisce la silhouette dell’omino Michelin (quello dei pneumatici, non quello dei ristoranti) sembra essere l’ultima avanguardia dello stile per superare il freddo inverno. VOLUME è decisamente la parola chiave di questo capo, che spero sia accompagnata anche da LEGGEREZZA, giusto per bilanciare l’ingombro con una sensazione meno invadente dell’essersi buttata addosso il piumone del letto (quello 4 stagioni a due strati tenuto unito dai bottoni a pressione). Quel tocco materico a metà tra la busta della spazzatura ed il tessuto degli ombrelli apri-e-chiudi da 3€ è la finezza con la quale rifinire questo capo, una reinterpretazione del piumino decisamente più all’avanguardia del classico giubbotto quadrettato riempito di piume di morbida ochetta.

I dubbi sulla praticità nei movimenti e sull’ingombro fisico della persona che indossa questo modello sono leciti, così come è lecito domandarsi: ma ce la farà ad entrare in una vecchia 500 e guidare con facilità? Mah, il dubbio mi resta…così come mi restano sempre delle perplessità quando vedo uscire dalle aziende capi del genere e mi domando: ma chi le pensa vorrebbe davvero vederci andare in giro così o è solo l’ennesima pompatina all’ego per aver fatto qualcosa di strano? Come al solito è più facile essere chiassosamente eccessivi che consapevolmente innovatori. 😉 Voi che dite? Buon inizio settimana di questo 2019… (e comunque appena ho visto questa foto mi è venuto in mente LUI…)!

L’altro lato dei saldi

I saldi sono un momento tristissimo per la moda. Lo so che non siete assolutamente d’accordo con questa mia affermazione e lo capisco; da consumatori piace un po’ a tutti fare affari vantaggiosi e avere capi belli spendendo poco. So anche che siamo in un momento storico dove di soldi ne girano pochissimi, la capacità d’acquisto è ridotta e visto il gran giramento di palle quotidiano di voglia di far girare l’economia ce n’è sempre meno. I saldi, quindi, sembrano il momento giusto per approfittarne e rifarsi l’armadio, spesso riempiendolo di cose inutili sull’onda entusiasta del “tanto costa poco“. Pro e contro sui quali possiamo spendere qualche parola…

Uno stilista di moda lavora su una collezione diversi mesi: fa una ricerca tendenze più o meno accurata, fa svariate riunione con quelli del marketing che gli mettono paletti da tutte le parti incenerendo qualsiasi input creativo sul nascere, fa quintali di progetti e disegni con proposte che verranno limate e contenute e sulle quali dovrà poi lavorare altrettante ore, fa le schede tecniche, si relaziona con i fornitori, sdifetta il primo campione, poi anche il secondo, poi anche il terzo. Insomma, prima che quel maledetto capo arrivi ai rappresentati o ai distributori passano mesi, poi ci sono campagne vendite che coinvolgono numerosi attori, poi c’è la produzione, poi finalmente quella collezione arriva in negozio. Una mole di lavoro e sudore che rimane in gruccia per mesi, un oggetto del desiderio guardato ma non toccato per via del suo prezzo, fino a che, 4/5 mesi dopo al massimo, ecco che il suo valore viene dimezzato. ZAC! Decapitato, privato di ogni poesia, annientato nella ricerca, distrutto nell’essenza e portato al rango di straccio ormai “vecchio“. Un vecchio di 6 mesi che non vale più niente. Anche un designer che lavora in proprio si fa un gran mazzo, spesso doppio perché deve anche pensare a farsi la rete vendita da solo; dover AUTO-SVALUTARE il proprio lavoro dopo pochi mesi è di una tristezza allucinante, un piccolo suicidio professionale. 😦

Un negoziante che decide di investire nel suo punto vendita è un imprenditore che si prende dei rischi e che ha delle spese. Anche il negoziante di fatica un po’ ne fa: fiere, showroom, ordini, rendere accattivante il proprio store, avere un rapporto diretto con il cliente (che non sempre è affabile e carino), intercettarne i gusti e fare le proposte giuste. Un lavoro giornaliero e certosino, dove i risultati non sono garantiti o arrivano solo duranti i SALDI.  “Se per gli assessori al commercio delle varie regioni d’Italia questa è una notizia positiva, e per i commercianti una speranza di riguadagnare il passo perduto, per l’Adiconsum si tratta di un falso grido di vittoria in quanto i commercianti acquistano le merci molti mesi prima e si indebitano per farlo, poi, per riuscire a venderle tutte, si devono inventare vari escamotage durante il resto dell’anno”.  Saldi che sono appollaiati sempre più a ridosso delle feste natalizie, con la controindicazione che se un tempo dicembre era il mese dove si incassava di più, adesso gli acquisti dicembrini sono rimandati ai primi giorni di gennaio…appena iniziano i saldi! E se con i saldi è vero che si vende di più, è anche vero che spesso gli incassi vanno a ricoprire meramente i costi. Ed è così che i negozi, soprattutto di privati, chiudono le serrande lasciando fondi vuoti per grandi catene o franchising. Tristino…

Ma non è l’unico scenario commerciale possibile. Quello che sta accadendo spesso è che i negozi non si indebitano più facendo ordini alle aziende con un anno in anticipo; per riempire i negozi vanno direttamente ai grandi spacci di pronto moda (Centergross di Bologna, Cis di Nola, ecc) a rifornirsi settimanalmente con i contanti in mano. Un sistema che potrebbe sembrare più moderato e con meno spreco, visto che i negozi riforniscono quello che gli manca durante il corso dei mesi, ma che sta comportando anche la chiusura di storiche aziende che non possono competere con questo sistema che ha un ciclo produttivo al massimo di 3 settimane (pronto moda=moda bella e pronta, rapida, veloce, pensata e fatta). Un cane che si rincorre la coda? Parrebbe di sì…

L’estetica dei saldi, poi, è di una tristezza disarmante. I negozi diventano brutti, poco curati, vetrine inesistenti, grandi cartelli rossi che strillano a gran voce la svalutazione di tutto quando fino a pochi mesi prima un valore l’aveva, stand strizzati di grucce che a fine giornata sembrano un ammasso di cadaveri scomposti a conclusione della battaglia (perché purtroppo le battaglie durante i saldi i clienti incivili le fanno, leggere il post di un paio di anni fa per ricordarci come i saldi siano in grado di tirare fuori il peggio dalle persone)!!! Spendo diverse parole durante le mie classi di Visual Merchandising sul fatto che durante i saldi i negozi dovrebbero essere comunque curati ed accattivanti, ma ad oggi posso solo constatare che durante i saldi i negozi sono veramente TRISTI (e brutti). Ed i clienti, sono sempre soddisfatti? Prima di tutto il cliente parte già prevenuto e sospettoso, con l’idea che il commerciante sta tentando di fregarlo, perché gonfia il prezzo, perché non mette la percentuale di sconto, perché non inserisce il prezzo iniziale, perché parte subito con il 50% o perché mette fuori cose di due/tre anni fa (o mi stavi fregando prima o mi stai fregando ora, maledetto truffatore…poverelli, questi mettono il 50% per non finire la stagione con il magazzino pieno e le pezze ‘ar culo). Poi non trovano la taglia, a volte nemmeno il colore, spesso non riescono a provare le cose perché i negozi sono pieni di gente e così tornano a casa con cose che non stanno bene addosso e finiscono nell’armadio con il cartellino attaccato fino al prossimo cambio di stagione. Alcuni gli affari li fanno davvero e tornano a casa sorridenti e soddisfatti, meno male.

Insomma, rispetto ai saldi massicci ho sempre preferito delle promozioni oneste, magari in periodi dell’anno meno scontati o su capi datati più di 6 mesi, dove in quel caso tutto prende un senso diverso. Svalutare un oggetto dopo pochi mesi mi sembra una presa di culo per il cliente e un atto poco rispettoso verso chi ha effettuato l’acquisto a prezzo pieno a inizio stagione; per quanto mi riguarda vanno bene i saldi sui capi di campionario, sui campioni e sulle collezioni datate. Chiaramente meglio capi che escono dai negozi in saldo che capi che finiscono nell’inceneritore, ma anche in questo caso la parola chiave per tutto è MODERAZIONE! Insomma saldi sì, ma non fate le abbuffate di cose inutili che poi vi scoppia l’armadio (e vi si prosciuga il conto); meno è meglio! Ricordiamoci di comportarci bene (non c’è bisogno di fare a mazzate con gli altri) e soprattutto NON fate esaurire le commesse, che poi se vogliono sanno essere  veramente stronze! 😉 E ora voglio sapere cosa ne pensate voi dei saldi…

…buon 2019 #sfashionisti miei! 

Schiacciati dal PROBLEMA

Artisti delle ansie, artigiani sapienti del forgiare paranoie con le proprie mani, esperti di seghe mentali inutili ed abili creatori di problemi: ah, che meraviglia gli esseri umani! Leggevo qualche giorno fa un articolo che indicava “ansia&stress” come le malattie del nostro tempo, insieme naturalmente alla simpatica depressione che sta invalidando metà della popolazione appartenente a qualunque classe sociale e di qualunque età anagrafica. Un quadretto non proprio roseo, se poi ci aggiungiamo anche che questi simpatici stati emotivi poi prendono vita nel corpo sotto forma di acciacchi, fastidi, malattie vere e proprie, patologie momentanee o addirittura croniche (altro che psicosomatica, qui consiglierei nuovamente la lettura di “Malattia e Destino” per dare una chiarificata alla situazione), il tutto diventa decisamente preoccupante. A questo punto potrei trasformarmi nella paladina arcobaleno della positività dicendo che in fondo la vita è meravigliosa e che non esistono problemi insormontabili…ma credo che sia un approccio più onesto dirvi che la vita così come la conosciamo è UNA, che certi problemi e certe menate quotidiane fanno parte della sceneggiatura, ma che trasformare volontariamente ogni cazzata in un problema gigantesco ed insormontabile fonte infinita di stress è un po’ come tirarsi una martellata sul mignolo del piede destro da soli: insensato (a meno che non siamo masochisti e fortemente attirati dal dolore, in questo caso via libera a tutti i martelli del mondo)! 😉

La parola problema è da ricondursi al greco próblēma = sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo, che arriva dal verbo probállō = mettere davanti, che deriva, a sua volta dall’unione di pro = innanzi + bállo = mettere, gettare. Quindi problema significa letteralmente ostacolo, impedimento, situazione difficile da superare o risolvere. Qualcosa però che si “mette davanti” ad ostacolare: a volte il problemino lo troviamo lì, piazzato da qualcuno o qualcosa, altre volte siamo noi a mettercelo davanti da soli. In entrambi i casi il problema è sì un ostacolo, ma un ostacolo altamente soggettivo! Quello che per alcuni non è assolutamente un problema (tipo fare almeno due pasti al giorno), per altri invece lo è. Soggettivo, quindi, e strettamente collegato al valore che gli diamo. Se a me del cibo importa poco il non averne tanto non sarà assolutamente un problema, ma andate a dirlo al leone della savana che non ci sono più animaletti per il suo pranzo della domenica…La logica del problema è che fino a quando diamo un valore a questo ostacolo il problema è reale e presente (anche se frutto della mente), ma quando il valore si leva, il problema magicamente cessa di esistere. Visto in questa ottica il tutto dovrebbe essere rassicurante perché ogni problema è passeggero, nel senso che prima o poi finirà, destinato a sparire perché nessuno problema è irrisolvibile ed eterno. Dall’altro lato, però, si capisce anche che i problemi sono strettamente legati alla mente e sappiamo bene che quando il cervello si vuole piantare su certi argomenti è bravissimo a rimanerci impigliato anche per molto tempo.

Questo spiega in parte il perché una grande fetta dell’umanità sente il bisogno di trasformare ogni cosa in un problema o di crearseli anche quando non esistono: sono semplicemente ingrippati in meccanismi mentali!!! Ci sono impedimenti abbastanza chiari e ci sono invece cose che vengono ingigantite a piacimento, trasformate in piccole tragedie quotidiane, vissute come se fossero gravi condizioni dalle quali uscire sarà complicato. Sì, a volte l’essere umano non sa come riempire il tempo e giocare al risolutore di problemi creati ad arte è un modo per distarsi (ma andare al cinema o trovarsi un hobby no, eh?!?); altre volte semplicemente si tratta di creare problemi uno dietro l’altro perché questo ci dà la possibilità di riscattarci da una posizione di immobilità e dalla sensazione di pochezza. Insomma, c’è stato addirittura un periodo storico in cui più eri problematico più eri figo. Io direi che è ora di invertire la tendenza e di smettere di rovinarsi la vita costruendo storie che non esistono o montando cazzate come la panna: tanto il gelato in fondo non si vince!

Non è un’operazione semplice e a volte siamo talmente sopraffatti da non riuscire a vedere le cose con lucidità, ma la coscienza dovrebbe sempre stare in allerta perché al momento in cui scatta il problema, bisognerebbe estraniarsi mentalmente dalla situazione e pensare a voce alta che “E’ tutto nella mia testa! Gli sto dando importanza: perché gli sto dando così tanta importanza? Qual è la vera ragione di tutto ciò? Perché mi sto facendo questa grande sega mentale in solitaria“. Ecco, fare il metaforico passo fuori da se stessi in questi momenti è utile per ragionare in maniera distaccata e senza condizionamenti, ricollocando le cose al proprio posto senza che assumano dimensioni enormi. E’ difficile, ma vedere le situazioni da più prospettive aiuta a separare quello che è prioritario da quello che non lo è, oltre al fatto di pensare a come risolvere in maniera pratica ed attiva i problemi importanti. Alcuni, molto spesso, non arrivano nemmeno direttamente da noi, ma da persone esterne che ci convincono che abbiamo un problema: questi soggetti sono una minaccia, sappiatelo! (e sappiateli riconoscere e mettere a tacere, consci del fatto che…

Il tuo problema non è necessariamente un mio problema!

In fin dei conti la vita è meravigliosa ed è UNA sola, le menate prima o poi arrivano, sarà davvero utile trasformare briciole in baguette?!? (e la baguette dopo non vi dico dove va a finire…ops ;) ) Voglio outing: quanti problemi vi fate? Parliamone…nel frattempo cerchiamo di passare un Natale senza crearsi troppi “problemi“!

Creare il movimento (di donne, di moda e del fare rete intelligente)

Sfashion non è solo un libro, è un percorso. E’ un cammino iniziato tanto tempo fa quando cominciai ad avere i primi conflitti con il mondo della moda, ci ho messo un puntino quando mi sono licenziata dalla prima azienda perché non sopportavo il sistema, ci ho messo un altro punto importante con l’uscita del libro e sto continuando a mettere puntini ogni singolo giorno della mia vita. Ogni tanto, nonostante l’obiettivo sia chiaro e la motivazione presente, mi prende la sfiducia, la stanchezza, la fatica e quell’atteggiamento tipico dell’essere umano accomodato sulla vita che dice: “Tanto qui non cambia niente, cosa ti agiti a fare?”. Eh…appunto!

Poi accadono giornate come quella di martedì scorso a Milano e mi riprendo immediatamente. Sono stata in riunione con le donne di Connecting Cultures, tre meravigliose teste che lavorano sulla cultura, sull’arte, sulla moda e sulla sostenibilità; sono loro che organizzano il corso Out Of Fashion (corso di formazione di cui vi ho parlato a inizio anno), che hanno pubblicato il libro Fashion Change e che si muovono costantemente per costruire “un’altra moda“. Anna Detherige, Chiara Lattuada e Paola Baronio (la penna dietro La Mia Camera con Vista) sono molto diverse tra loro, ma la loro diversità è una sinergia che combinata insieme riesce a dare vita ad un sacco di cose. Mentre eravamo a pranzo ci ha raggiunto un’altra donna incredibile, è entrata nel locale imbacuccata dalla testa ai piedi (perché si muove solo in bici) sentenziando con un sorriso “Sfido chiunque ad essere vestita bene con questo cazzo di freddo”. Benedetta Barzini è un pezzo di storia della Moda, modella, giornalista, docente in università ma soprattutto una rivoluzionaria indipendente che non ha nessun tipo di problema a dire la sua e ad andare contro corrente (sì, ci siamo trovate immediatamente). Passare cinque ore con queste donne a parlare di moda, arte, convegni, progetti, libertà, indipendenza è stata una boccata d’aria fresca, un’iniezione di motivazione (se c’è chi ha ancora la forza per spingere verso un cambiamento a 74 anni perché dovrei mollare io a 38?!?) e  tutto mi è ritornato chiaro: io da sola non cambio niente, ma quando si crea un movimento l’onda che si genera può essere davvero ad alto impatto.

Mi sono quindi venuti in mente i “movimenti” di un tempo, quelli legati alle correnti artistiche, al pensiero filosofico che diventava azione, all’unione di persone che genera cambiamenti. E mi si è palesato davanti un altro interrogativo: siamo in grado, nel 2018, quasi 2019, di generare un movimento sano, attivo, in cui ognuno partecipa con la sua voce e con i suoi mezzi verso un obiettivo comune senza bisogno di proteggersi dalle “copie”, senza fare a gara a chi arriva primo, senza essere gelosi delle proprie scoperte e dei propri traguardi, comportandosi in un modo etico? Fare rete è importante, fare rete in maniera intelligente e corretta è fondamentale. Anche in questo modo dedicato alla diffusione dell’ “altra moda” e altri stili di vita c’è, purtroppo, chi fa a gara ad arrivare per primo, chi è geloso del proprio micro-mondo, chi tiene le proprie scoperte per sé e chi guarda fondamentalmente al suo orto e al suo business spesso agendo in maniera poco corretta. Ecco, io mi dissocio! Lo scopo è la diffusione per generare cambiamenti, ognuno con il suo tono di voce, il proprio metodo e le proprie competenze. C’è spazio per tutti e soprattutto riguardo a certe tematiche più se ne parla (in maniera intelligente) meglio è. Quindi via libera ai movimenti, alle collaborazioni, al fare rete e sviluppare progetti sempre più in grande. Questo è quello che mi spinge a continuare e quello che porterà svariate novità e collaborazioni per il 2019…;)

Con questo pensiero di fine anno (il prossimo post sarà di Federica e poi ci risentiamo direttamente ad anno nuovo), vi ringrazio per l’interesse verso questa rubrica, vi ricordo che il libro (Sfashion) è sempre disponibile, che la rubrica Sfashion è tutti i mesi anche in edicola tra le bellissime pagine di I like it Magazine e che se avete qualche argomento che vi interessa approfondite me lo potete scrivere QUI! Io vi ascolto, prendo appunti e provo rispondere alle vostre curiosità… +movimento +rete +sfashion per tutti!!!

Buccia di Banana/Hai detto renna? (dietro la renna la polemica)

La Renna è un animaletto che in questo periodo torna sempre alla ribalta. Sotto forma di pupazzetto da appendere all’albero, di cerchietto con le corna da mettersi in testa per provare l’ebrezza della cornutag…ehm, volevo dire della rennitudine, di maglione che lo ritrae in tutta la sua interezza o sotto forma di tetta che improvvisamente diventa un impertinente muso dal naso rosso. Sì, avete letto bene e non me lo sono inventata io…

Ora non è proprio la genialata del secolo e nemmeno il look consigliato per pranzi a base di parenti o cene aziendali (poi dipende dall’azienda eh 😉 ), ma una delle tante tendenze del web che nascono per scherzo, si alimentano con la facilità della condivisione rapida, si diffondono a suon di #hashtag e articoli su blog dedicati a stranezze del periodo alla velocità della luce per poi sparire nel dimenticatoio. Oppure rimanere nella mente di qualche creativo che per il prossimo anno ci proporrà maglioni con la rennatetta applicata, in modo da non dover esporre parti del corpo alle temperature freddine del periodo. Insomma, niente di troppo glamour ma nemmeno niente di così raccapricciante o preoccupante (belli non sono, ma vi assicuro che al mondo c’è di peggio)!

Tipo gli uomini che, in mancanza della materia prima, sopperiscono come possono…

Ma il punto reale della situazione è che mi sono soffermata a leggere alcuni commenti presenti sotto all’articolo e forse sono stati quelli ad avermi fatto preoccupare più:  la gente non commenta, la gente spara sentenze velenose con una violenza smisurata in confronto all’argomento trattato! Esprime pareri pesanti e spesso offensivi, usa parole e modi forti ma soprattutto anche su emerite cazzate che andrebbero semplicemente prese a ridere si abbatte l’ombra della pesantezza del giudizio. Cattivo. Bigotto. Radicale. CHE PAURA!!!

-Primo: il fatto che per ogni cagata bisogna chiamare in causa la denigrazione di genere e la dignità femminile…anche basta. Nel senso, nella vita non vi siete mai mascherate? Fatto qualcosa solo per puro divertimento? E poi perché siamo sempre ad additare l’esibizionismo?

-Secondo: se c’è una cosa che mi snerva particolarmente è il sentir usare la parola TROIA da una donna riferita ad un’altra donna. Soprattutto in questo contesto di assoluta frivolezza e leggerezza!

Ma una “vera” donna sarà anche libera di mostrare un po’ quello che vuole? Intelligenza e scolli vanno d’accordo. E poi ecco la mia preferita….

Ostentare il proprio corpo nudo è indice di esibizionismo sessista“! Ecco, io su quest’ultimo punto credo che scriverò un post apposito, ma nel frattempo mi limiterò a dire, come già ho scritto nell’intro di Sfashion, che nasciamo nudi e la nudità non deve essere né un tabù e né additato come esibizionismo.

Credo che il vero scivolone di questo post non sia la rennatetta, ma la mancanza di leggerezza che affligge le persone di questi tempi. Che non saper dare il giusto peso alle cose e il non essere in grado di sorridere e passare oltre è un dato veramente preoccupante! O_o Ora vado a procurarmi naso e corna per il mio prossimo look 😉 Buon lunedì….

 

 

 

Insostenibilmente Natale (trasformiamolo)

Il Natale è in agguato. E’ appollaiato sul calendario e da qui a soli 13 giorni ci piomberà addosso come di consueto, trascinandoci nel vortice di pranzi, cene, pacchetti, tombole, glicemia che sale e conto in banca che scende, tutto ciò a lume di candela e sonorizzato da Mariah Carey e Mario Biondi. C’è chi lo ama e c’è anche chi lo odia, ma c’è anche un dato di fatto comune ad entrambe le fazioni: il Natale è insostenibile! No, non sto parlando di sostenibilità emotiva del periodo, qui ognuno è bene che faccia i conti con il suo spirito natalizio (e a questo punto vi invito a vedere  “Qualcuno salvi il Natale”, anche solo per il jazz di Kurt Russel), sto parlando di due note dolenti chiamate Spreco&Consumismo, che in questo periodo dell’anno fanno i salti di gioia come avessero vinto alla lotteria. Ecco, tra il monastico e l’esagerato c’è lo #sfashionista, un essere tanto figo quanto illuminato, alternativo quanto basta, stiloso quanto serve, quella che sa come fare scena e bella figura senza bisogno di sprecare. Anche perché davvero nel 2018 c’è bisogno di sprecare? Secondo me, pensando due minuti in più, ce la possiamo fare a divertirci, passare dei bei momenti e far felici amici&parenti senza essere risucchiati dal vortice dei consumi sfrenati.  Se vi sentite in pericolo ed avete paura di cadere in tentazione, ecco un piccolo reminder, anzi, è molto più di un semplice reminder! Tutti conoscete il Manifesto Sfashionista, no? (e chi non lo conosce può fare un bel gesto regalando o autoregalandosi il libro, che è sempre disponibile in librerie reali o virtuali o scrivendo a me che ve lo mando con dedica e tanto amore 😛 ). Ecco, questa è l’integrazione dello SfashioNatale, un’esclusiva che vi regalo qui, oggi, perché questa Santa Festa sia una festa per tutti…

1-Lo sfashionista ama le lucine, ma non ama pagare bollette salate! Ecco perché sceglie led o luci a basso consumo (mica scemo, no?).

2-Lo sfashionista ricicla l’albero, i decori e pure le palle (di Natale eh). Se proprio ha voglia di fare qualcosa di nuovo, se lo fa. Dopotutto è un creativo o è molto bravo a prendere spunti in giro e farseli rifare dagli amici smanettoni! 😉

3-Il vero sfashionista ama la convivialità, lo stare insieme e godere dei piaceri della tavola. Si sa controllare (perché poi sa benissimo che gli tocca smaltire in qualche modo) e soprattutto odia buttare il cibo (piuttosto organizza cene degli avanzi con tutto il vicinato).

4-Meglio lavare dieci piatti in più che buttare quintali di carta o plastica! Lo sfashionista è troppo chic per rinunciare alla ceramica, specialmente durante le feste, meglio se vintage…

5-Lo sfashionista è allergico agli stupidi maglioni natalizi. Se proprio lo deve indossare per feste a tema o serate particolari ne comprerà uno di seconda mano o in un charity shop contribuendo ad una buona causa ed evitando di spendere i soldi per una cosa che metterà una volta sola!

6-Lo sfashionista non fa regali di circostanza solo perché deve. E non regala cazzate a caso tanto per fare. E’ attento e ci tiene. Ogni dono è pensato con amore. 

7-Lo sfashionista non compra i regali di Natale nelle catene del Fast Fashion!!! (Dai, ma si può? Piuttosto un biglietto di auguri e basta)!

8-Regali alternativi, regali fatti da artigiani, regali a km0 o anche a 100 km, fatti da aziende o marchi che pensano al loro prodotto in maniera etica con un occhio alla sostenibilità. Lo sfashionista ama fare omaggi personalizzati, differenti, non omologati. Oppure regala semplicemente amore, non perché è tirchio, ma perché quello non è mai abbastanza! Come il mare…

9-Lo sfashionista sa che gli oggetti lasciano il tempo e lo spazio che trovano. Sa anche che un’esperienza lascia comunque una traccia nella vita di una persona. Meno cose, più vita!

10-Il vero sfashionista adora scartare i pacchetti. E anche farli. In quanto essere attento li fa spesso con materiali riciclati (la carta di giornale è super(s)fashion) ed è altrettanto attendo a conservare carte, nastri ed imballaggi per riutilizzarli nuovamente in maniera creativa. Se proprio non è in vena comunque fa la differenziata come si deve!

11-Lo sfashionista accompagna sempre ogni regalo da un pensiero, una parola, una frase apposita. Perché un pensiero scritto dedicato fa più effetto di qualsiasi diamante prezioso…(se avete problemi con la scrittura vi faccio da personal writer 😛)

Insomma, si può far diventare il Natale Sostenibile o no?!? Se volete idee per regali alternativi datemi un cenno e vi scrivo un post-apposta! 😉

Poliammide, Poliestere ed il fantastico mondo dei polimeri

Il Sintetico non è Il Male (almeno, non quello con la M maiuscola)! Ovviamente c’è sintetico e sintetico e si devono fare le giuste precisazioni su questo argomento affinché la questione sia chiara almeno in teoria, ma il mondo dei polimeri artificiali, le così dette “fibre man made”, è una parte importante per quanto riguarda il mondo tessile (direi fondamentale visto che sono le materie prime più utilizzate nei processi tessili). Le possiamo già suddividere in due categorie, giusto per fare una distinzione in termini di rinnovabilità: quelle sintetiche, ottenute dalla lavorazione di materie fossili (petrolio&co) e quelle artificiali da polimeri naturali tra cui la cellulosa che generalmente vengono etichettate come viscose (su queste dedicherò un articolo apposito). Detto questo ci possiamo accomodare nel salotto dei polimeri…

Ora, senza voler scomodare i chimici a casa loro, ci basterà sapere che i polimeri sono macromolecole lineari formate da lunghe catene di elementi uniti tra di loro dallo stesso tipo di legame. No, non è una supercazzola, i dettagli ve li faccio spiegare da Wiki; a noi interessa che ad un certo punto l’uomo ha deciso di iniziare a sviluppare queste fibre ad imitazione della natura agli inizi del 900. Reazioni chimiche, combinazioni ed esperimenti hanno dato vita nel 1953 alla PA 6.6, ovvero poliammide 6.6, in casa DuPont (vi dice niente questo nome?). Il materiale ottenuto viene commercializzato con il nome di Nylon sotto forma di calzetteria ed intimo femminile, incontrando immediatamente il favore del pubblico: vi immaginate passare dalla vestibilità delle calze in seta a quelle di nylon (ed anche la notevole riduzione di prezzo)? Sempre dalla DuPont arriva intorno agli anni 50 l’elastam, conosciuto con il nome di Lycra, altro elemento rivoluzionario per quanto riguarda il concetto di comodità, resistenza e tenacia. La polimerizzazione, ovvero il processo chimico tramite il quale il petrolio ed i suoi derivati diventano fili per pronti per essere tessuti, è una catena di reazioni prodotte con l’uso di sostanze dai nomi strani come cicloesanone, adipontrile, paraxilolo e tante altre che lette tutte insieme fanno paura. Il risultato finale lo indossate o lo trovate spesso nella composizione dei vostri capi di abbigliamento.

Tra le fibre sintetiche più comuni, Lycra e Nylon a parte, troviamo anche l’Acrilico, il Neoprene, il Poliestere e le nuove entrate Econyl e Newlife (queste ultime due ottenute dal riciclo di materiali plastici, ed anche su queste mi soffermerò in articolo apposito). Essendo tessuti creati artificialmente, il vantaggio è quello di poter conferire a questi materiali caratteristiche di resistenza, elasticità, impermeabilità che difficilmente sono riscontrabili in tessuti naturali non trattati, oltre al fatto che è più facile fare molte varianti dello stesso prodotto. In più i costi di produzione (e di vendita) sono più contenuti, il che li rende utilizzati non solo nel campo della moda, ma anche in quello dell’arredo, delle pavimentazioni, degli smart textiles e perfino nell’edilizia (queste molte applicazioni spiegano la crescita dei volumi produttivi). E fin qui tutto bene…se non fosse per il piccolo dettaglio che i sintetici NON sono BIODEGRADABILI e quindi generano notevoli problemi nello smaltimento, anche quando mescolati ad altre fibre (oltre al fatto che sono poco traspiranti, facilitano la proliferazione dei batteri quindi puzzano quindi vanno lavati spesso quindi giù quintali di microplastiche che si disperdono nell’acqua; sono poi facilmente infiammabili, accumulano cariche elettrostatiche e spesso generano allergie alla pelle…insomma, bene ma non benissimo)! Come ciliegina sulla torta ci mettiamo che il consumo di energia e le emissioni di CO2 per la loro produzione sono altissime, consumano meno acqua (meno male), ma se il procedimento non è controllato e fatto a norma possiamo mettere tra i suoi contro anche il rilascio di sostanze chimiche nell’ambiente. Quindi?!?

Quindi, come in tutte le cose, sarebbe opportuno fare le cose a norma ed in maniera controllata, tanto per iniziare. In secondo luogo sono tanti i tentativi che si stanno sviluppando in questi ultimi anni per riciclare questo tipo di materiali (in questo caso meglio se i capi non sono realizzati con fibre miste, perché il processo di separazione può essere molto costoso in termini economici e di energia) e addirittura ottenere il filato dal riciclo di materie plastiche come le bottiglie PET o il nylon di tappeti o reti da pesca abbandonate (la missione di Econyl, ad esempio). L’ultima spiaggia, sulla quale è tutto work in progress, è la biodegradazione con processi industriali, ovvero evitare di disperdere questi materiali nell’ambiente, ma degradarli eseguendo il processo inverso, praticamente ri-scomponendoli in maniera chimica o meccanica.

Insomma, anche in questo caso ci sono pro e contro: ci sono materiali performanti con tantissimi impieghi e caratteristiche modificabili a piacimento in continuazione, che nello stesso tempo rischiano di inquinare sia in fase di produzione che a fine ciclo di vita del prodotto. Quando si parla di sostenibilità viene spesso fatta l’equazione: moda sostenibile=meno uso di fibre sintetiche e + fibre naturali. Ma sarà davvero auspicabile questa inversione di tendenza a favore del naturale? Qual è la capacità biologica del nostro Pianeta di sopportazione di sfruttamento delle risorse e delle aree coltivabili?

Ancora una volta personalmente credo nella moderazione, nell’utilizzo dell’esistente, nel riciclo delle fibre e nel buonsenso dei consumatori che sempre più spesso si stanno convincendo che MENO è MEGLIO (in questo caso). Ci voglio credere…;)