I buoni propositi dell’UE: la strategia per la moda sostenibile e circolare

Ogni azione conta, è vero, ma ce ne sono alcune che hanno un impatto maggiore (o almeno dovrebbero). Perché quando ci si mettono di mezzo i governi a cercare di tutelare ambiente e persone marcando strette le aziende, magari qualche meccanismo si smuove e chi deve inizia a prendersi le proprie responsabilità. In questo caso ci si è messa direttamente tutta l’Unione Europea a provare ad elaborare un piano concreto (che per il momento è solo un piano, niente di definitivo o legislativo) per dare una svolta sostenibile e circolare al settore tessile. È stato presentato a Bruxelles dalla Commissione Europea un pacchetto di proposte che mirano, nell’ambito del famoso Green Deal, a fare della sostenibilità dei prodotti la norma e non un’eccezione, con una serie di proposte che partono dal design fino alla responsabilità del produttore sul loro smaltimento, compresi caldi inviti a “produrre meno collezioni”.

Dal design allo smaltimento

Nel documento si parte dalle basi, spronando per un design circolare e sostenibile fin dal principio. Per questo si propongono di elaborare dei “requisiti minimi di progettazione ecocompatibile” per tutti i prodotti che verranno successivamente immessi sul mercato europeo (aspetti da considerare sono prodotti che durano, quindi basta obsolescenza programmata, e ricilabilità di questi ultimi). Vanno tuttavia elaborati metodi “standard“, che dovrebbero essere definiti attraverso un processo trasparente e basato sulla scienza; dove i concetti di di riciclabilità, durabilità, riparabilità e riutilizzabilità siano chiari e dai contorni netti (che ad essere “un po’ riciclabili ci si mette un attimo). Anche sui materiali c’è bisogno di fare chiarezza, di avere metodi per dimostrarne l’impatto usando metodi di LCA (Life Cycle Assessment) e di avere una sorta di classifica della sostenibilità delle fibre per ottimizzare la scelta dei materiali. Bandite sostanze tossiche, per le quali viene sottolineata la necessità di trovare soluzioni sicure e meno impattanti, così come si spinge “la riduzione delle emissioni nell’acqua, nel suolo e nell’aria come obiettivi politici più importanti per processi di produzione più ecologici“. Se invece di ridurre si potesse evitare, sarebbe ancora meglio…Ma non si può fare tutto, tuttoinsieme. Così, anche per quanto riguarda la dispersione delle infime micro-plastiche (sì, quelle che gli scienziati qualche giorno fa hanno trovato anche nel sangue umano), ci si limita a proporre una riduzione della dispersione attraverso l’uso limitato di fibre sintetiche e l’introduzione di filtri appositi nei tubi di scarico delle lavatrici.

Modelli circolari e trasparenza

Il design e i materiali possono fare poco se non si cambiano i modelli di business. Ecco perché nel simpatico piano europeo vengono incoraggiati i modelli di business circolare che includono “il riutilizzo, la ridistribuzione, la vendita al dettaglio e la riparazione dell’usato e i modelli di prodotto come servizio, in particolare per i prodotti che subiscono un rapido ricambio come l’abbigliamento per neonati e bambini“. Per questo servono prodotti durevoli e di qualità, in grado di durare nel tempo; così come andrebbero introdotti servizi di riparazione o ri-progettazione (upcycling) anche da parte di grandi aziende (perché noi sappiamo bene che quelle più piccole già lo fanno) e agevolato il mercato del noleggio di abiti. L’altro tasto dolente che si intende normalizzare è quello della trasparenza: i brand dovranno pubblicare informazioni sulla provenienza, composizione e modalità produttiva di ogni singolo prodotto, rendendo queste informazioni accessibili al cliente finale. Niente più furbi, almeno in teoria, pena l’esclusione dei prodotti dal mercato UE!!! Nello specifico dovrebbero essere rese note:

  • l’impronta ambientale del prodotto
  • i materiali di cui è composto (Bill Of Materials)
  • riparabilità (da definire attraverso una norma apposita)
  • presenza di sostanze chimiche pericolose, comprese le sostanze pericolose utilizzate nella produzione
  • utilizzo di contenuto riciclato (e di che tipo)
  • durata/vita prevista
  • rilascio di microplastiche

Tra le cose rese obbligatorie un grande assente è l’aspetto sociale, ovvero garantire le condizioni dei lavoratori in ambito tessile, affinché vengano penalizzate le aziende che ancora lavorano in maniera poco etica alimentando la schiavitù moderna. In questo senso l’UE potrebbe sia limitare le importazioni dai Paesi che non rispettano gli standard imposti, sia fungere da stimolo per altri paesi affinché i loro standard migliorino. Insomma, o con le buone o con le cattive, certi prodotti da queste parti non ci dovrebbero proprio arrivare (poi vedrai se non si riallineano 😉 )!

Basta sovrapproduzione e distruzione di materiale invenduto

Produrre meno e far durare più a lungo. Quante volte lo abbiamo ripetuto? Ecco, anche l’Unione Europea ha iniziato a ripeterlo e paventarlo sotto forma di caldi incoraggiamenti e campagne di sensibilizzazione dei cittadini che verranno sviluppate ad hoc per educare ad un approccio più consapevole e meno consumistico. E fin qui tutto bene. Per le aziende, però, invece di sanzionare chi produce oltre un certo limite, si sono limitati ad “invitare le aziende a ridurre il numero di collezioni all’anno, ad agire per ridurre al minimo la propria impronta di carbonio e ambientale e gli Stati membri ad adottare misure fiscali favorevoli per il settore del riutilizzo e della riparazione“. Però è stata inserita la proposta di un divieto di distruzione dei prodotti invenduti (quindi se produci troppo quello che non vendi te lo tieni), ma anche la riduzione dei resi, assicurando che i costi di transito siano trasferiti al consumatore, ma anche la proposta di rimozione degli ostacoli fiscali e IVA alla donazione di stock alle organizzazioni di seconda mano. Tutto questo per far diminuire il volume dei capi prodotti…

Smaltimento Controllato

E a fine vita? Sappiamo bene che il problema dello smaltimento del tessile é a tutti gli effetti un problema ! La raccolta differenziata del tessile, che da noi è in vigore dall’inizio di quest’anno senza però avere le infrastrutture idonee per la gestione, sarà attiva in tutta Europa dal 2025. Da ora ad allora andrà individuato e sviluppato un sistema di raccolta intelligente, in grado di smistare i rifiuti in maniera gerarchica (da quelli messi meglio a quelli messi peggio, individuando anche quelli riciclabili e quelli no) e sensata, anche per poter supportare il riuso e l’estensione del ciclo di vita di quei tessili che finiti ancora non sono, favorendo il riciclaggio.
Si vocifera, poi, di inserire obblighi che garantiscano che le esportazioni di prodotti tessili siano gestite in modo ecologico. Ovvero:

– Limitando l’esportazione di tessuti non selezionati verso i paesi in via di sviluppo (basta usare gli altri Paesi come la nostra pattumiera)

– Promuovendo il riutilizzo in Europa per ridurre la dipendenza dai mercati globali del riutilizzo

-Garantendo che i tessuti esportati selezionati per il riutilizzo e il riciclaggio siano effettivamente riutilizzati e riciclati.

-Inserendo una tassa per i brand per sostenere la gestione del fine vita dei propri prodotti (alleluja)!!!

Tecnologia portami via…ma soprattutto basta bugie verdi!

Sarà anche necessario continuare ad investire in tecnologie che da un lato contribuiscano a sviluppare la ricerca in ambito tessile per mantenere il settore all’avanguardia e competitivo (prima che ci mangino); dall’altra in tutte quelle che favoriscano il riciclo e supportino la durabilità, il riutilizzo e la riparazione.

L’altra interessante proposta, che porrebbe (forse) fine agli slogan verdi di molte aziende, è quella per limitare diciture e claim ambientali generali, come “verde”, “eco-friendly”, “buono per l’ambiente”, che non siano supportate da effettive prove e risultati nelle prestazioni ambientali certificati da terzi (che le auto-certificazioni, in questo caso, non valgono). È stata istituita la Green Claims Initiative, che sarà presentata nella seconda metà del 2022, nata per impedire l’uso improprio di comunicazioni ambientali fuorvianti e non veritiere nei confronti dei consumatori. Insomma, basta raccontare palle in giro per vendere di più sfruttando l’onda della sostenibilità.

In conclusione…la mia opinione

Indubbiamente questo piano strategico rappresenta la volontà di dare un riassestata al settore. Finalmente. Nonostante ciò le proposte sono alquanto blande e nebulose (se avete voglia il testo completo, in inglese, lo trovate qui) e rivelano, comunque, una scarsa attenzione al capitale umano, ovvero il cuore pulsante e la mano veramente operativa di questo settore. Per questo sarebbe stato opportuno trovare il modo per regolare le pratiche di acquisto di alcuni brand, ovvero quel coltello dalla parte del manico che molti marchi utilizzano per contrattare con i loro fornitori, imponendo prezzi di acquisto inferiori ai costi di produzione, tempi di consegna brevi o modifiche di progettazione dell’ultimo minuto; tutte modalità che mettono in ginocchio le aziende, lasciando pochissimo spazio per investire in produzione o condizioni di lavoro sostenibili, tipo un ambiente di lavoro sicuro o salari umani. Insomma, un pensierino alle pratiche sleali, unite all’obbligatorietà di un passaporto digitale per aziende e capi, avrebbe reso il quadro decisamente più completo. E onesto (ma tanto si sa che gli interessi veri delle industrie non ce la fa a scalfirli nemmeno l’EU)! Intanto prendiamo nota e vediamo gli sviluppi. Anche perché tutto ciò dovrebbe avvenire da qui al 2030…quindi nel frattempo toccherà ancora a noi fare la nostra parte 😉

Questione di pelle: problemi, soluzioni, alternative

Pelle o finta pelle (detta anche eco-pelle, che di eco, come vedremo, ha veramente poco)? Quando si entra in questo ambito si apre sempre un dibattito lungo e macchinoso, come tra vegani e onnivori. Vi comunico già che la soluzione non c’è, o meglio, c’è ed è sempre la solita: moderazione nei consumi, questo è l’unico modo per uscirne, forse, vivi. Per il resto ci sono pro e contro da entrambi i lati e, ultimamente, anche diverse alternative. Andiamo con ordine…

Pelle & Caverne…

La pelle è uno dei primi materiali che l’uomo si è buttato addosso. Frutto delle battute di caccia e del sacro principio del “non si butta via nulla“, i vestiti in pelle sono i primi esemplari di capi “fashion“, tra l’altro progettati in un’ottica zero-waste: non venivano tagliati, non venivano cuciti, non c’era cartamodello e assolutamente non c’era nessun tipo di spreco! In tutti i sensi. Anche quantitativi. I problemi legati alla produzione di capi e accessori in pelle sono arrivati con l’aumento della richiesta, che ha portato poi alla creazione del movimento per la difesa degli animali ed il loro trattamento. Secondo un articolo di Lucy Siegle, giornalista e scrittrice, “290 milioni di mucche vengono uccise all’anno per coprire le nostre necessità attuali e questo numero potrebbe duplicarsi nel prossimo decennio“. Il volume di produzione così elevato va, ovviamente, ad intaccare la vita ed il trattamento degli animali (e questo non è per niente bello). Ma il problema della pelle non finisce qui: ad aggiungersi alla lista delle controindicazioni troviamo tutta una serie di sostanze chimiche coinvolte nel trattamento di questo materiale che sono parecchio inquinanti se non gestite nel modo corretto. Ovviamente questo tipo di deregolamentazione lo ritroviamo nei paesi in via di sviluppo, dove il controllo per lo smaltimento dei rifiuti è praticamente inesistente. Questo non ci dovrebbe far dormire sonni tranquilli perché “vabbè, tanto è dall’altra parte del mondo“; perché qui tutto il mondo è paese, siamo collegati dal mare e queste sostanze girano alla velocità della luce…

Per ovviare alla chimica invadente (generalmente cromo e metalli pesanti della concia tradizionale) si è sviluppata nel corso degli anni la concia vegetale: realizzata con i tannini vegetali, sostanze che sono largamente presenti nella frutta, quali melograno, lamponi e mirtilli rossi, nonché in numerose bevande che assumiamo ogni giorno, come il tè e il vino rosso. Queste sostanze sono estratte con metodi ecosostenibili: “per il tannino di Tara è sufficiente macinare i baccelli fino a ridurli in polvere, mentre per il tannino di castagno o di quebracho il legno viene sminuzzato in chips che, a contatto con acqua calda, rilascia il tannino in soluzione, come se fosse un’infusione“. Oltre al suo essere trattata con sostanze vegetali, ci sono anche altri vantaggi: i fanghi di scarto possono essere recuperati e usati per fabbricare materiale edile; oggetti e capi creati con pelle conciata al vegetale durano una vita e pure di più; una volta ridotti all’osso, possono essere smaltiti e trasformati in fertilizzanti utili per l’agricoltura. In un modo o nell’altro ritornano in circolo…

Pelle Plastica…

Dall’altro lato è arrivata la “finta pelle“, detta anche in maniera impropria “eco pelle” o “simil pelle” o “pelle vegana“. In poche parole è PLASTICA! Libera da qualsiasi elemento di origine animale, trattasi di un prodotto frutto di decenni di evoluzione industriale che ha fornito un’alternativa vegana e a basso costo per il mercato del pronto moda. Prodotta con cloruro di polivinile (PVC) o poliuretano (PU), tutti parenti del petrolio, non è certo immune dall’uso di sostanze chimiche tossiche. Ma il problema non è solo quello: è la quantità di tempo che ci metteranno a biodegradarsi!!! Quindi, a discapito del nome e di come è stata commercializzata nel corso degli anni, l’eco-pelle è plastica e la plastica fa insorgere tutta una serie di problemi che ben sappiamo (e se non sappiamo, l’articolo che spiega tutto è sempre qui).

Alternative: gli amici Funghi&Co.!

Fortunatamente la tecnologia e l’innovazione vanno avanti, così come le ricerche e le sperimentazioni in ambito tessile e biotecnologico. Nuove alternative si stanno sviluppando utilizzando risorse biodegradabili: da elementi come il sughero, il legno ed i funghi; fino a foglie e frutti di diverse piante come il teak, l’ananas o i cactus; per poi arrivare a sostanze di origine batterica come quelle ottenute con il tè di soia e la kombucha… La “biofabbricazione” della pelle in un laboratorio che utilizza cellule e proteine sta facendo decisamente un sacco di passi in avanti, innovando processi e materiali in un’ottica circolare e meno impattante.

È in questo scenario a tratti surreale (tirare fuori pelle dalla buccia di ananas sembra un film di fantascienza, eppure è reale) che spuntano fuori i funghetti, come elemento magico, ancestrale e decisamente fashion! Prima di arrivare alle collezioni di Stella McCartney, Iris Van Herpen e Hermès, solo per nominarne alcune, è bene capire chi sono questi Fantastic Funghi e perché li sentiamo nominare in diversi contesti…

Spore e funghi sembrano essere antichi come il mondo e pare che già i primi homo presenti sulla Terra li avessero intercettati subito per le loro proprietà, tra le quali sì, c’è anche quella di essere un potente psicoattivo (allucinogeno). Ma è sempre negli anni 60 che si sono approfondite queste proprietà, dovei funghi si sono fatti strada verso le scoperte medicinali e le tradizioni religiose. I cinesi, ad esempio, sono molto fiduciosi nel potere curativo del fungo reishi o “fungo dell’immortalità”: è il fungo più antico utilizzato nella medicina cinese che apporta numerosi benefici al sistema immunitario umano. Nonostante alcune ricerche hanno anche evidenziato che alcuni funghi possono danneggiarci notevolmente, il loro valore è sempre più riconosciuto; vengono infatti coltivati per i loro scopi medicinali e applicati anche come trattamento per terapie legate ai traumi e a problemi della psiche. Tra l’altro. Ma il loro impiego non si ferma lì: alcuni scienziati hanno iniziato ad utilizzare il micelio, la parte filiforme del fungo, per sostituire gli imballi in plastica. Negli anni 90 il designer Phil Rose ha realizzato addirittura tavoli, poltrone e mattoni…Dalla medicina alla cosmetica, fino ovviamente all’industria alimentare, dove i funghi prosperano sul mercato alternativo come caffè, succhi di frutta, birra e sostituti della carne. Con il boom dei prodotti a base vegetale, il fungo si sta davvero facendo strada per diventare gli ingredienti ricercati e un investimento di capitale di rischio.

La domanda non è, ‘Cosa possono fare i funghi? È, ‘Cosa vuoi che faccia?’ I funghi sono agenti di trasformazione nel vero senso della parola.“—Phil Rose

Ed ecco i simpatici funghetti approdare anche al mondo della moda come alternativa alla pelle, sia quella di origine animale sia quella finta. Ne avevo accennato parlato di bio-materiali. I signori della Bolt Thread, tra i quali il suo CEO, Dan Widmaier, hanno notato il disperato bisogno della moda si avere un’alternativa ecologica alla pelle. È dal 2009 che la sua azienda è entrata nel settore introducendo i funghi nel mondo della moda. Otto anni dopo, nel 2017, l’azienda ha collaborato con Stella McCartney per creare un abito ecologico realizzato con proteine ​​della seta filate dai ragni. Immediatamente dopo è arrivato Mylo, una simil-pelle derivata dai funghi. Un processo che richiede un uso minimo di energia e di acqua, dando vita ad un materiale forte, duraturo, flessibile, resistente ed impermeabile. Oltre al fatto che è interamente biodegradabile e compostabile. Più circolare di così!

La produzione di questo materiale è ancora in fase di sperimentazione, ma marchi come Stella McCartney, Hermes e Adidas, tra agli altri, hanno subito approfittato per realizzare collezioni con Mylo (che per ora rimane appannaggio di grandi marchi e piccole collezioni). La EDEN Power Corp, altra azienda che si sta specializzando in questo materiale, invece, ha deciso di collaborare anche con piccoli artigiani. Fin qui tutto bene. Il limite? La limitazione della produzione di tessuto (perché la chiamiamo pelle, ma pelle non è) di micelio è dovuta ai processi agricoli utilizzati per coltivare i funghi: è molto simile alla produzione di vini o formaggi, e richiede un controllo costante della temperatura, dell’umidità ed altri fattori ambientali.

Borsa Hermes realizzata con Reishi 2020, materiale derivato dai funghi.

Che i funghetti siano i salvatori di questo mondo moderno?!? Non lo so. Ma per loro natura, essendo su questo pianeta da milioni di anni, osservandone la natura, i colori, la forza, l’adattabilità, e valutandone le proprietà (biodegradabili, commestibili e dotati di proprietà medicinali), credo che i funghi continueranno ad essere un ottimo spunto ed un ottimo strumento. Anche per la moda.

Fungo in casa abbandonata cresciuto in una crepa. Foto di Mauro Puccini durante lo shooting per Weave Magazine

Must HAD: puntare su quello che già esiste!

Chi mi segue lo sa quanto detesto l’espressione “must have“: ho un grosso problema con il must, ovvvero “devi” e con quanto questa locuzione piccola e sibillina rappresenta nel mondo della comunicazione della moda. Quello che “devi avere” è una spinta costante ai consumi che, stagione dopo stagione, invita a comprare qualcosa di nuovo ed irrinunciabile per non sentirsi “fuori” dal gruppo di quelli cool. PAUSA riflessivia. La storia di MUST HAD, piattaforma italiana dedicata esclusivamente al mondo dell’upcycling, è diversa e vuole ribaltare concretamente il paradigma.

Compie un anno domani il portale Must Had, start up ideata da Matteo, Eugenio e Arianna; tre amici con tre passati formativi differenti (marketing, moda e green management) che si sono ritrovati uniti nel progetto di creare qualcosa che avesse fosse in grado di interrompere la ruota dei consumi ed instillare gocce di consapevolezza attraverso la promozione dell’upcycling come alternativa concreta ai soliti Marchi Noti, più o meno Fast. “La nostra missione è quella di trasformare il problema dei rifiuti tessili in un’opportunità, favorendo l’offerta di capi di abbigliamento e accessori unici ottenuti attraverso la rigenerazione di rimanenze di magazzino e usato“. Il padre di Arianna, grande customizzatore di capi in cachemire, è stata la prima ispirazione: perché dunque non cercare di raccogliere altri creativi e marchi che seguissero la stessa filosofia? Ed eccoli comparire tutti in un contenitore digitale: un network che mette in luce le potenzialità e le differenti sfumature del progettare moda partendo da quel che c’è già. “Siamo fortemente convinti che la vera sostenibilità parta dal riutilizzare ciò che già esiste, e da qui nasce il nostro motto everything deserves a second chance.

Il sito è una vetrina per il mondo del refashion, ma anche uno shop dove poter supportare attivamente i brand e contribuire ad un guardaroba unico, originale e dall’impatto ambientale e sociale ridotto. Ma l’impegno di Must Had non si ferma qui: “oltre all’attività di marketplace, abbiamo dato vita a un servizio parallelo chiamato “Close the Loop”, dove Must Had recupera personalmente abbigliamento usato o invenduto da privati o dai magazzini di brands e negozi per poi distribuirli alla nostra rete di Refashion brand che gli darà una nuova vita. Questi prodotti sono poi venduti sulla piattaforma sotto il brand Close the Loop.” Praticamente una collezione di pezzi unici, artigianali e di qualità che danno veramente un nuovo valore al capo originario.

Ogni prodotto che viene acquistato porta con sé una storia che viene raccontata sul sito garantendo la massima trasparenza: dallo scarto di origine fino al processo che ha portato alla rigenerazione di esso.”

Dal web alla MFW…

Già, la storia…ma la pratica? Spesso il procedimento che c’è dietro alla realizzazione di questi capi e oggetti rimane oscura ai più. Ecco che in occasione della Milano Fashion Week, tra una sfilata ridondante ed eventi dedicati al digitale, all’interno del Lotto 11 della Fabbrica del Vapore, si potranno osservare le mani in azione durante il Vernissage del Refashion organizzato da Must Had.

Un evento dove si potranno guardare e toccare con mano le creazioni di alcuni dei brand presenti sul portale, “mettendo in primo piano la storia ed il know- how che hanno permesso a diverse tipologie di scarti di riacquisire valore e trasformarsi in arte.” Ma non solo: facile vedere il prodotto finito, ma il processo? In questa occasione sarà possibile vedere le mani muoversi e nuovi capi prendere vita, live. Ci sarà Culo Camicia (che amo di già!) che trasforma vecchie camicie in boxer, Operamia che impreziosisce denim e pelle con disegni dipinti a mano, ed Emina che interviene su vecchi capi applicando la tintura botanica, il batik e lo shibori. Dimostrazione concreta che quel che si possiede già si può continuare a possedere in una veste diversa 😉

L’evento è aperto al pubblico (basta registrarsi qui) e, chi vuole, è assolutamente invitato a portare vecchi capi inutilizzati sui quali, su richiesta, i marchi potranno eseguire delle rigenerazioni personalizzate, dando loro una nuova vita e rendendoli unici. Possono anche essere semplicemente donati a Must Had che si impegnerà per dargli una seconda vita e rimetterli in vendita sulla piattaforma, offrendo uno sconto del 15% in cambio di ogni donazione.

Insomma, se fossi da quelle parti sarei già lì. Visto che sono fuori mano, andate voi a dare una sbirciatina per me?!? 😉

I brand presenti sono:

  1. Culo Camicia
  2. Operamia
  3. Emina
  4. Laboratorio Luparia
  5. Masha With Maria
  6. Ritagli di G
  7. Silent People
  8. Skinsbelts
  9. Nasco unico
  10. Francesca Marchisio

Grandi eventi e la moda: perché gli artisti sono vestiti sempre dai soliti noti?

Si è appena concluso il Santo Festival Nazional-popolare della canzone italiana e no, tranquilli, non starò qui a fare inutili pagelle con la penna rossa dando i voti ai look più cool e facendo grosse croci su quelli out! Mi fa così anni 90 (che poi ognuno esprime giudizi e pareri in base alla propria sensibilità, il canone universale non esiste, quindi vabbè). Il mio cruccio, qui, è un altro. In un articolo di Giuliana Matarrese leggo “Il risultato è stato che, più che un palcoscenico, l’Ariston è diventato una italica passerella sulla quale la moda italiana (ma anche straniera) ha passeggiato con un certo orgoglio, ammiccando ad un pubblico che, prima di allora, non si era mai sintonizzato sui canali di mamma Rai per l’occasione.” E ci sta che i marchi si siano convinti che l’esposizione mediatica su quel palco possa essere una buona azione di marketing. La domanda invece, mi sorge spontanea: perché nessun cantante/artista indossa abiti di brand indipendenti/slow e si finisce sempre sulle grandi maison? Andiamo con ordine…

Celebrity, talent e Influencer come strumento di marketing

La Moda si è sempre appoggiata a personaggi “in vista” per moltiplicare il suo messaggio e raggiungere un più ampio pubblico possibile. Luigi XIV è stato uno dei primi trend setter della storia, seguito da Regine e Dame, modelle e prime influencer del regno, incaricate di incarnare lo stile del tempo, essere ammirate e sopratutto imitate da nobildonne e cortigiane. Il resto è storia e non ve la farò così lunga, ma il gioco è chiaro: testimonial del mondo cinematografico, televisivo e musicale sono sempre stati ingaggiati dai brand come loro messaggeri. Ad aggiungersi in questo panorama anche figure uscite dal mondo social, dalle ormai antiquate fashion blogger fino a più contemporanei Tik-Tokker ed Influencer varie. È un modo per creare una connessione tra brand e pubblico, utilizzando l’esposizione mediatica di questi personaggi ed artisti (per questo motivo andrebbero scelti con cura), principalmente durante eventi speciali: dai red Carpet di Venezia fino a quelli della notte degli Oscar, passando dal Met Gala agli MTV Awards…fino a Sanremo! Ebbene sì, quella scalinata che fino a qualche tempo fa era stata snobbata, adesso è un punto che fa gola a marchi e anche ai cantanti stessi (dopo un momento di stallo dei concerti e della musica dal vivo, anche i musicisti hanno visto nella moda un modo per guadagnare, diventando di fatto “volti” di un brand: basta pensare al caso Achille Lauro con Gucci…che poi, zitti zitti, si sono andati ad acchiappare pure i Maneskin 😉 ).

Come si incontrano brand&artisti: pr, stylist & co.

Partiamo da un dato di fatto: quasi tutti gli artisti (dove qui ci mettiamo attori, cantanti, personaggi radiofonici, della tv e dello spettacolo, ma anche scrittori, sportivi ed influencer di varia natura) sono rappresentati da agenti e manager (eh, mica fanno tutto da soli!!!) e di solito dispongono anche di un ufficio stampa dedicato. Nel nostro Paese le agenzie sono diverse, ma più o meno “nel settore” si conoscono un po’ tutti. Ecco perché principalmente è un gioco basato sulle antiche PR, relazioni pubbliche, amicizie, conoscenze, chiacchiere agli aperitivi milanesi…Ed in questa jungla di persone che si muovono per promuovere Questo o Quella, sono arrivati anche gli Stylist. O meglio, la figura dello stylist è una figura che vediamo da tempo immemore nelle redazioni delle riviste di moda, responsabili delle combinazioni di capi e look proposte negli editoriali. Usciti dalle redazioni, i celebrity stylist sono coloro che si prendono cura dei look dei propri clienti da sfoggiare in tutte le apparizioni pubbliche, cercando di creare uno stile riconoscibile che rappresenti l’evoluzione della carriera e dello status della star. Lo stylist è la figura chiave, il tramite tra le case di moda e le celebrità (reali o wanna be).  Sono degli abili costruttori di immagine, furbi connettori tra brand e persone, che nel tempo sono riusciti a far emergere svariate figure, tanto che spesso gli stylist diventano “famosi” quanto i loro clienti (ecco perché poi si fa la corsa anche ad accaparrarsi lo stylist più bravo del momento).

Non è un mestiere semplice, ci vuole gusto, creatività e anche una bella dose di sfacciataggine ed essere un bel pr. Molti stylist lavorano per grandi agenzie che offrono tutte le figure necessarie alla creazione di un personaggio: dal make-up artist, all’ hairstylist, fino ai fotografi, che vengono definiti loro stessi “artisti”. Insomma, nulla è lasciato al caso. Ecco perché a finire sui palchi e sui carpet degli eventi ci sono combinazioni frutto di idee precedentemente studiate da persone che calcolano ogni dettaglio in base al risultato sperato. E anche in base al fattore economico economico (nessuno, fino a qui, ha lavorato gratis, e sì, gli artisti prendono soldi dai brand)!!! E tutti, qui, lavorano per la loro immagine: lo Stylist Gigetto Fashionetto che riesce a vestire Lola La Strappona con un total look Dior (se ha fatto un buon lavoro) è Figo! Ci siamo capiti?!? 😉

Il problema dei “soliti noti”

È quasi automatico che gli Stylist si rivolgano alle grandi case di moda. Sono più prestigiose, più in vista, più autorevoli ed anche economicamente più appetitose. Se un artista, oltre a vestire un brand per un evento, ne diventa anche testimonial per una campagna, iniziano a girare diversi soldi. Per tutti. E si torna sempre lì: si va sempre a finire dove gira il cash!!! Un meccanismo difficile da interrompere, perché tutto funziona alla perfezione e perché, diciamoci la verità, chi è che si prenderebbe la briga di scommettere su emergenti dotati di talento ma di poche finanze? Quale sarebbe il vantaggio?

Indubbiamente per fare il “talent scout” ci vuole occhio lungo e anche una buona dose di coraggio. Per supportare chi veramente ha bisogno di supporto e non è inserito nel “giro giusto” ci vuole una sorta di illuminazione, quasi una vocazione direi io, che non è da tutti. Eppure il poter degli stylist e degli artisti è importante al fine della percezione dei marchi (e dell’approccio alla moda). O insomma, aiuta! Ecco perché, per come la vedo io, anche queste figure sarebbero fondamentali per il cambiamento del sistema in una direzione più slow. O comunque per mostrare l’altra faccia della medaglia, che la moda non é solo fatta di grandi marchi o fast fashion.

Sfidare un le convenzioni e puntare su altri tipi di brand, quelli che stanno realmente innescando un cambiamento, è una bella scommessa anche per stylist&co. Ovvio che c’è quel delizioso scoglio economico da superare. Non fraintendiamo, nessuno ha la pretesa che il lavoro venga fatto in maniera gratuita, ma ci vuole un investimento, un po’ di ricerca e la voglia di fare davvero la differenza.

È un po’ quello che è successo quest’anno per Dargen D’amico, uno dei pochi a sfoggiare look speciali cuciti addosso per lui da una serie di brand emergenti selezionati per lui dallo stylist Giulio Casagrande. Alessandro Vigilante, Federico Cina, Wayerob e Canaku. Nomi poco noti al grande pubblico, alcuni più noti ad una nicchia di attenti al settore (Federico ha vinto il LV Price nel 2019), alcuni comunque rappresentati già da Showroom e tutti con l’appoggio della signora Sara Sozzani Maino (head of special projects di Vogue). Emergenti sì, ma del circolo giusto. Alternativi ma ben inseriti 😉 Ma se uno il giro non ce l’ha, come fa a farsi vedere?!? …

Ho apprezzato molto la scelta di Drusilla Foer, quella di avere un paio di abiti confezionati ad hoc dalla sartoria Rina Milano di Firenze, mentre gli altri facevano parte del suo archivio personale. “Drusilla in conferenza stampa ha affermato infatti quanto sia importante attingere al proprio guardaroba per evitare sprechi scegliendo abiti che durino (davvero) per la vita.” E aggiunge “Dobbiamo far passare il segnale che l’economia italiana deve ripartire dal basso, dalle sartorie, dagli atelier piccoli“. Ed io non potrei essere più d’accordo…

Ripartire dal basso…ma a modino (una bacchettata ai piccoli)

Ripartire sì dal basso, ridare lustro ai piccoli brand, alle sartorie, all’artigianalità e ai designer indipendenti che si prendono rischi e impegni per dire la loro in una maniera differente: bisogna trovare il modo per far vedere che “l’altra moda” esiste. Ed è Moda con la “m” maiuscola. Per fare ciò, però, anche i più piccoli devono metterci del loro: essere tecnicamente bravi o molto creativi ma non saper comunicare il proprio lavoro è davvero contro-producente (fare dei capi stupendi e fotografarli con il telefono nel giardino di casa con il secchio della spazzatura in sottofondo, per esempio). Essere piccoli ma con lo spirito grande. Essere indipendenti ma con un approccio imprenditoriale professionale. Solo così si riesce ad essere credibili e riuscire ad intercettare gli sguardi anche di quegli stylist o fashion editor che potrebbero far fare il salto. Ammesso che in Italia (a parte noi del team di Weave Magazine, rivista interamente dedicata alla slow culture) ci sia qualcuno disposto veramente a scommettere sui nuovi ignoti…;)

Se c’è qualcuno pronto a scommettere, si faccia avanti. Io ho in mente un paio di piani…e conosco anche svariati brand a disposizione!

La moda che non si tocca: Metaverso, NFT e gli oggetti che non esistono

Mi sono avvicinata a questo argomento in punta di piedi, osservando, cercando di capire, mettendomi nei panni di nativi digitali (altra generazione rispetto alla mia) e guardando questa novità sotto svariati punti di vista. Nonostante ciò, sono ancora molto perplessa e le domande continuano a balenarmi in testa, in ordine sparso: abbiamo veramente bisogno di un mondo parallelo? Perché devo spendere soldi per qualcosa che non esiste? È veramente una risposta al problema della sovrapproduzione? Si tratta di un fenomeno passeggero o di qualcosa sulla quale conviene puntare? Andiamo con ordine…

Metaverso

Wiki mi dice che “Metaverso è un termine coniato da Neal Stephenson in Snow Crash (1992), libro di fantascienza cyberpunk, descritto come una sorta di realtà virtuale condivisa tramite internet, dove si è rappresentati in tre dimensioni attraverso il proprio avatar.” Una sorta di mondo parallelo, dove evadere per brevi momenti di distrazione, un video-game costruito ad arte dove poter diventare i protagonisti pixelati di mondi immaginati. Poi è arrivato Mark, a cambiare il nome della sua gigante compagnia da Facebook a Meta…e già qui mi spavento: quando le aziende appaiono anche nei mondi virtuali, mi puzza di replica del mondo reale. Un po’ come se la Coca Cola mi entrasse in un sogno, di proposito: scansati!!! Potrò avere il potere di creare un mondo di fantasia tutto mio dove le Mega Aziende non esistono? Pare di no…

In ogni caso si tratta di un cambio di approccio alla fruizione tecnologica: se fino ad oggi ci siamo limitati ad interagire online andando su siti web o attraverso i social media e app, con il metaverso si apre un ventaglio di possibilità di interazioni multidimensionali, dove gli utenti sono in grado di tuffarsi completamente nei contenuti digitali invece che semplicemente vederli. Praticamente le persone possono incontrarsi, lavorare e giocare (voglio dire, se proprio devo avere un mondo parallelo io il lavoro lo avrei anche lasciato da parte 😉 ). Le potenziali attività disponibili online sono svariate: si può assistere virtualmente ad un concerto, fare un viaggio online, comprare e provare vestiti digitali. All’interno del metaverso, gli utenti potranno acquistare terreni virtuali e altri beni digitali utilizzando presumibilmente le criptovalute. Basta dotarsi di un paio un cuffie, gli occhiali per la realtà aumentata, app per smartphone o altri dispositivi e siamo pronti per vivere in qualunque luogo comodamente svaccati sul divano di casa (nel frattempo abbiamo comprato cuffie, occhiali e tutti i dispositivi necessari…ci hanno già fatto spendere prima ancora di entrare). Sul fatto che tutti questi dispositivi consumano sempre più energia elettrica ci tornerò in un secondo momento, ma intanto è opportuno tenerlo a mente.

NFT (Non – Fungible – Token)

NFT, che sta per non-fungible-token (in italiano gettone non replicabile) è un certificato “di proprietà” su opere digitali. Provo a rendere il concetto potabile. Si tratta di un codice crittografico che rappresenta l’atto di proprietà e il certificato di autenticità scritto su Blockchain di un bene unico (digitale o fisico). A differenza delle criptovalute che sono fungibili e si possono usare, gli NFT non sono intercambiabili. Vengono usati soprattutto per oggetti digitali unici come cripto art, oggetti da collezione digitali e giochi online. Ad approfittarne subito è stato il mondo dell’arte (per fornire prove di autenticità e proprietà dell’arte digitale) ma anche la moda è arrivata a ruota.

Quindi? Ti compri un file, un’opera, un oggetto virtuale? No, in realtà ti stai comprando un certificato che ti consente di tenere traccia e provare la proprietà della copia digitale acquistata. Ovvero la possibilità di dimostrare un diritto sull’opera (che però non è il diritto d’autore, quello se lo tiene l’artista che avrà la possibilità di sfruttare economicamente un numero indefinito di volte la propria opera venendo remunerato per l’acquisto di un token ad essa collegato). Praticamente come comprarsi una stampa autenticata ma non la litografia originale, ad esempio. Solo che è virtuale. Non c’è. Però è “mia“. E lo posso dimostrare facendomi bello nella mia casa virtuale a Miami dove ho un corridoio pieno di opere d’arte incredibili…che non esistono. Ma che hanno anche altri…

Già, perché penserete mica di essere gli unici proprietari di un NFT? It’s a business, baby! Come funziona praticamente? Si fa una versione digitale dell’opera d’arte. Praticamente una foto digitale o una documentazione filmata. Poi viene compressa da piattaforme apposite (tipo Open Sea o Nifty Gateway o Criptokitty) in una sequenza, chiamata hash, che poi viene memorizzata su una blockchain. Da qui in poi si ha la possibilità di venderlo in cambio di un pagamento in criptovaluta (anche qui se non hai cripto non compri, un po’ come nel mondo reale no, dove niente soldi, niente acqusiti). Alcune opere hanno dei prezzi esorbitanti, poi c’è Gucci che vende NFT delle sue sneakers a 13$. Insomma, anche nel Metaverso c’è un po’ di tutto…

La moda nel Metaverso

Il Metaverso non è un mondo migliore, questo è chiaro. È virtuale, ma guarda caso si sviluppano le stesse dinamiche del mondo reale. Gli avatar giocano, socializzano e fanno pure shopping. Mica vogliono essere sciatti?!? Ed ecco apparire gli NFTs della moda sotto forma di accessori e capi che possono essere acquistati senza paura di inciampare in articoli finti, visto che ogni articolo è verificabile sulla blockchain.

Un’occasione molto appetibile per i marchi della moda e del lusso, perché la realtà virtuale potrebbe garantire un nuovo flusso di entrate: non solo tramite la vendita di prodotti fisici, ma anche vendendo i loro oggetti e vestiti virtuali su un mercato decentralizzato. Oltre a permettergli di raggiungere un pubblico ancora più ampio (già con internet e i social si erano espansi, ma sembrava non bastasse). La caccia alla Generazione Z non si ferma: questi giovani nati sulle tastiere dei dispositivi elettronici hanno effettivamente la testa più dentro ai giochi e ai social che nel mondo reale, perché non farceli stare un altro po’ e nello stesso tempo diventare i loro migliori amici spingendoli poi ad acquistare? Non fa una piega a livello strategico. Negli ultimi anni l’industria della moda si è concentrata su l’intersezione tra il mercato digitale e fisico, espandendosi sempre di più in quest’ultimo, portando a due diversi approcci alla moda digitale:

  1. Fisico e digitale combinato: che è la moda digitale che una persona può indossare facendo uso della realtà aumentata o virtuale
  2. Fully digital: che è la moda digitale che viene venduta direttamente a un avatar.

Un esempio in questa direzione è la collaborazione tra Balenciaga e Fortnite, la quale ha reso possibile acquistare abiti ispirati a vari disegni Balenciaga, all’interno del gioco. Anche Dolce e Gabbana ad Ottobre hanno rilasciato una collezione digitale composta da nove capi di abbigliamento NFT, chiamandola “Collezione Genesi” (venduta per circa 5,7 milioni di dollari, mica briciole)!

La collaborazione con l’industria del gaming permette a stilsti e designer di darsi alla pazza gioia, esprimendosi creativamente in maniera esuberante (dopotutto si tratta di disegni, non di abiti reali, e nei disegni tutto è possibile, se poi ci mettiamo anche il digitale, allora si può svarionare in tranquillità) e nello stesso tempo offrire agli acquirenti la possibilità di mettere le zampe su un capo fisico in edizione limitata, come quello presente nel gioco.

Ma in fondo, cosa rimane?

L’esperienza? L’evasione? Il divertimento? Il certificato di proprietà di un oggetto che non c’è che però è autenticamente inesistente garantito da un marchio che si è permesso di entrare nel mio mondo virtuale per continuare a fare il suo business consumando energia?!? La moda che comunque mi chiede di apparire ed essere anche in un universo parallelo? Mah…

…probabilmente il mio essere cresciuta nella “golden age” (gli anni 90) non mi permette di comprendere ed apprezzare il fenomeno fino in fondo. L’entusiasmo iniziale si dissolve pensando a quanto questo possa essere l’ennesimo mezzo di distrazione di massa, potentissimo, che ci allontana sempre di più dalla percezione di noi stessi, del mondo circostante, dalle sensazioni fornite dai nostri 5 sensi (fino a che siamo ancora in grado di sentirli), dalle relazioni umane genuine con gli esseri umani ed anche con gli oggetti, veri e tangibili, ai quali ci affezioniamo e che ci possiamo portare dietro tutta la vita. Oltre al fatto, non banale, che spendere soldi per cose che non esistono mi sembra un’emerita cazzata! O_o

Tu che ne pensi? Ti metto qui il link all’articolo di una mia amica/collega che stimo molto e che fornisce altri interessanti spunti di osservazione

Perché le etichette dei capi non sono come quelle dei cibi?

Perché siamo più interessati a quello che ingeriamo invece che a quello che ci mettiamo addosso? Il cibo è il nostro motore e sempre più persone si stanno (finalmente) convincendo che molti dei problemi che intaccano il nostro fisico derivano da quello che mangiamo; si presta attenzione alle etichette, si leggono gli ingredienti o si usano app. studiate per valutare i prodotti in base a tutta una serie di parametri (ormai quando faccio la spesa uso sempre Yuka 😉 ). Eppure dimentichiamo che la pelle è il nostro organo più esteso e che tramite i simpatici pori può entrare in circolo di tutto. Dalle mutande, che ricoprono le nostre parti più intime, fino all’ultimo strato, non sarebbe forse il caso di stare più attenti anche a quello che indossiamo?

Forse sì. Ma come? Per anni le etichette dei vestiti si sono limitate a darci informazioni sul Paese dove sono stati realizzati, la composizione e le poche istruzioni di lavaggio. Dettagli sommari che non ci dicono niente sul dove provengono le fibre, sul come sono state trattate e sul tipo di trattamento riservato ai lavoratori. Insomma, non ci permettono di fare scelte ponderate e calibrate sull’impatto ambientale e umano di quel capo, né tanto meno sul tipo di trattamenti e sostanze chimiche usate per produrlo. Probabilmente verrebbero fuori delle etichette lunghe un Km, ma almeno avremmo il quadro completo per scegliere con cognizione di causa! Perché, quindi, non è stato fatto fino ad ora? Perché i panni sporchi si lavano in casa ed ognuno ha l’interesse a mantenere i propri scheletri be nascosti nell’armadio! 😉 Le questioni alla base sono due. La prima, forse la peggiore, è l’ignoranza: alcuni marchi, delocalizzando la produzione dall’altra parte del mondo, si disinteressano di quello che c’è dietro alle fabbriche dove producono i loro pezzi (o fanno finta, nella maggioranza dei casi). La seconda è una sorta di gelosia produttiva, dove svelare fornitori e produttori diventerebbe una condivisione pericolosa di informazioni (uh, e se poi qualcuno copia?!?) Insomma, per mettere nero su bianco un po’ di impegno ci deve essere. Ma è proprio questo impegno che sempre più clienti valutano prima di fare acquisti…ed è su quello che bisognerebbe puntare. E c’è già chi lo fa…

ll marchio di moda etica Nisolo ha lanciato una “Sustainable Fact Label” che consente ai consumatori di verificare l’impatto che ogni prodotto ha sul pianeta e sulle persone che lo producono. L’etichetta – che include un codice QR che collega a 200 punti dati su questioni ambientali e di diritti umani – sarà attaccata a ciascun prodotto Nisolo in modo che i clienti possano comprendere meglio l’impatto dei prodotti che acquistano in maniera immediata (possono utilizzare il QR ma in assenza di rete si può leggere tutto sull’etichetta stampata, una specie di bugiardino medico dove sono riportate tutte le informazioni del caso). Chi e come sono valutati i vari parametri?

Ci sono voluti ben quattro anni di ricerca per mettere a punto un metodo ed arrivare ad uno strumento utile e comprensibile, che sia in grado di fare la vera differenza tra chi “dice” e inventa slogan appariscenti per continuare a gettare fumo negli occhi, e che “fa” in maniera sicuramente non perfetta ma almeno trasparente!!! Uno strumento utile sia per il cliente ma anche per il brand, che in questo modo ha una cartina tornasole di verifica per controllare realmente la direzione in cui sta andando e come/dove c’è margine di miglioramento.

Ma non è l’unico marchio ad essersi mosso in questa direzione. Nel 2019 la Sheep Inc., un brand di maglieria con sede a Londra, introdusse una etichetta NFC (Near Field Communication, ovvero la stessa tecnologia che si usa per i pagamenti contacless) che, scansionata tramite una app., dava informazioni su tutta la filiera dei suoi maglioni in lana Merino. Da che pecora viene la lana (compreso giorno di nascita e ultime vaccinazioni), in che giorno è stata tosata, che giro ha fatto la lana dal campo al lanificio, fino al maglificio che lo ha prodotto. Insomma, ci facciamo il giro del maglione dalla pecora fino alla gruccia!!!

Nel 2021, invece, è stata la volta del Principe Carlo, il quale ha presentato la sua “Digital ID“, capace di tracciare tutto il percorso di un prodotto, dalla sua creazione fino alla vendita ed eventuale rivendita (attualmente la stanno testando marchi come Armani, Mulberry e Chloé). Anche in questo caso si tratta di una App. che offre dettagli sulla composizione e sull’autenticità del prodotto (che la contraffazione è un altro problema), che risulta utile anche nel caso in cui il capo vada a finire in un negozio vintage o di seconda mano (in questo caso chi non è espertissimo in materia avrebbe comunque modo di avere accesso alle informazioni senza il rischio di essere “fregato”).

Non ultima la start-up Provenance, che ha sviluppato un software capace di tracciare la catena di approvvigionamento, dal campo dove viene raccolta la fibra fino al capo finito (Ganni è stato il primo brand ad usarla). Questa è accessibile direttamente dal sito web del marchio, dove cliccando su parole chiave si potranno avere le informazioni sull’uso di acqua ed emissioni di Co2 emesse per produrre il capo; ma anche visualizzare su una mappa dove si trova la fabbrica che li ha prodotti. L’idea è di attivare un QR code da stampare direttamente sul cartellino.

I sistemi sono differenti, ma approfittano più o meno tutti del mondo digitale per creare una connessione immediata tra il capo che noi abbiamo in mano in un negozio ed i riferimenti online legati alla produzione del prodotto stesso. Una idea, questa del “passaporto digitale” che è stata ampiamente commentata sia durante la Fashion Taskforce dell’ultimo G20 che si è svolto a Roma, ma che è anche nei programmi dell’Unione Europea per portare finalmente un po’ di sana e onesta trasparenza anche nel mondo della moda. Ovviamente si tratta di progetti pilota e di work in progress, dove i primi interessati sono i colossi del lusso e dell’ e-commerce come Yoox – YNAP. Meno interessati sembrano essere i giganti del fast fashion (chissà come mai?!?) e quasi inaccessibili certe tecnologie alle piccole, medie e micro-imprese. Ma effettivamente potrebbe essere un ottimo strumento per fare acquisti intelligenti…se poi si riuscisse ad avere un formato unico condiviso a livello internazionale (come quello dell’industria del cibo), allora sì che il sistema sarebbe funzionale e funzionante. Per tutti.

Ho pensieri contrastanti in merito. A volte penso che sarebbe una figata poter avere il quadro completo dell’oggetto che sto acquistando; dall’altra parte mi dico che “si stava meglio quando si stava peggio” e con un po’ di sana ignoranza era tutto più leggero. Anche lo shopping. 😛

Poi torno in me e aspetto pazientemente l’evoluzione di questa storia. Che comunque presenta dei lati oscuri…ma ve li racconto la prossima settimana!

Il linguaggio segreto delle etichette Part.2

Le etichette sono come la carta di identità di un indumento: ci raccontano un po’ cosa stiamo comprando! Ne avevamo già iniziato a parlare in questa sede, ma le cose evolvono, i simboli si moltiplicano e, nel frattempo che aspettiamo i QR scansionabili inseriti direttamente nei cartellini, bisogna imparare a destreggiarsi con sigle&disegni che tentano di raccontarci qualcosa in più! Andiamo con ordine…

Questa ce l’abbiamo presente un po’ tutti.

Forest Stewardship Council (FSC) è un certificato internazionale nato principalmente per impedire la deforestazione massiccia con le conseguenze sociali/ambientali connesse a questa pratica. È una sigla che ci racconta che i prodotti che stiamo acquistando provengono da albereti coltivati in maniera sostenibile. Sicuramente l’abbiamo presente nei prodotti di carta, ma si utilizza anche nella moda per quelle fibre derivate dalla cellulosa (come la viscosa e le sue varianti, lyocell e modal). I prodotti che presentano questa certificazione arrivano da foreste controllate, dove il taglio degli alberi viene fatto in maniera appropriata e in molti casi vengono piantati nuovi alberi. Si rispettano gli abitanti delle foreste, tutti, animali e umani, e si garantiscono le condizioni sociali dei lavoratori. Visto che molto spesso i tessuti derivati dalla cellulosa non arrivano da foreste gestite in modo responsabile, buttate un occhio a questa sigla quando andate a comprare qualcosa di nuovo per essere sicuri di non contribuire alla distruzione di importanti polmoni verdi!!!

BLUESIGN® è una certificazione indipendente nata in Svizzera nel 1997, il cui scopo principale è aiutare fornitori, produttori e marchi di moda a ridurre l’impronta ambientale dei tessuti, con particolare attenzione alle sostanze chimiche utilizzate. Qui non si analizza il prodotto finito, ma tutte le fasi di produzione: le sostanze e le materie prime vengono verificate prima del loro utilizzo in una catena produttiva. Bluesign® non solo certifica, ma aiuta anche le aziende a trovare soluzioni per migliorarsi. Per ricevere questo bollino c’è un iter molto lungo che analizza ogni singolo passaggio.

REACH REACH è il regolamento entrato in vigore nel 2007 per tutta Europa che registra, valuta, autorizza e limita l’uso delle sostanze chimiche, andando ad escludere quelle nocive per l’ambiente e per la salute durante tutte le fasi di produzione del prodotto. Si tratta di una vera e propria serie di regole che tutte le industrie sono tenute a seguire: cosmetica, tessile, giocattoli, ecc. Sono state bandite tantissime sostanze nocive ed il regolamento è in continuo aggiornamento. In generale tutti i prodotti realizzati al 100% in Europa hanno un certificato REACH o sono fuori legge. Questo non vale per i prodotti importati dagli altri Paesi. Per esempio se un abito viene realizzato con un tessuto importato dall’India, non abbiamo nessuna garanzia del rispetto dell’uso delle sostanze chimiche se non un’auto-certificazione dell’azienda stessa. E qui bisogna andare sulla fiducia…Ci sono delle evoluzioni in atto, ma per il momento resta ancora il dubbio per quel che riguarda prodotti importati. REACH può sembrare simile a Oeko-Tex; mentre la prima è una normativa obbligatoria, la seconda è una certificazione volontaria (ovvero sono le aziende a doverla richiedere…e pagarla eh)!!!

Teniamo presente che nel settore tessile maggiore è il numero di certificazioni tessili applicate al prodotto finito, maggiore è la sicurezza che quel prodotto sia stato realizzato con minor impatto ambientale, senza sfruttamento e senza presa di culo del consumatore finale! Sono simboli di impegno di un’azienda che dovrebbero ispirare fiducia. Almeno in teoria…

OCS – Organic Content Standard è una certificazione tessile che garantisce l’origine biologica di una fibra tessile. Ovviamente si applica solo ai tessuti naturali (di origine vegetale o animale), ma principalmente viene usata per il cotone. Ne esistono due versioni Organic Content Blended – quando solo il 5% è bio; e Organic Content 100 – quando il tessuto contiene il 95% di fibra bio.

OCS valuta il prodotto il finito (abiti, magliette, ecc) ma segue anche la tracciabilità dei materiali che si usano per realizzarlo. Non tiene conto però degli standard dell’agricoltura biologica, delle sostanze chimiche e della parte sociale della produzione. A differenze della certificazione GOTS, insomma, è un po’ più incompleta. Però ci assicura la presenza di materiale bio.

Global Recycle Standard – o GRS si occupa di certificare le aziende che producono abbigliamento con una determinata quantità di materiale riciclato! GRS certifica sia i prodotti, in particolare lana riciclata/rigenerata, poliestere e poliammide riciclati, cotone rigenerato/riciclato e il cuoio riciclato; sia le aziende produttrici. Si valutano regole ambientali ma anche il rispetto delle condizioni di lavoro. Purtroppo questa certificazione internazionale ha dei limiti: il primo è che si può applicare a prodotti che presentano almeno il 20% di fibre riciclate (un po’ pochine); il secondo è che questa percentuale, che può variare dal 20 al 100%, non è indicata sulle etichette (troviamo solo il logo). Questa certificazione viene applicata al tessuto (fibre tipo Econyl e New Life la possiedono); ma questo simbolo si può trovare anche sui capi prodotti utilizzando quello specifico materiale.

Insomma, la via delle certificazioni non garantisce il 100% di certezze, ma è comunque un inizio verso impegni più concreti. Io aspetto le evoluzioni della blockchain per il tessile 😉 Ma l’immersione nella tecnologia ve la rimando al prossimo mese. Così come altri simboli, sigle ed etichette!

Collaborazione: utopia naïf

Qual è il suono di una sola mano che applaude?”

Koan Zen

A periodi alterni il tema della collaborazione mi si ripropone, forse perché non lo ho ancora digerito bene o semplicemente perché in questo periodo storico trovo che sia l’unica cosa sensata per uscire dal casino. Collaborare: da cum laborare, etimologia piuttosto semplice per un concetto altrettanto semplice, quello del lavorare insieme. No, non solo il lavoro gomito a gomito dei colleghi di ufficio che si impegnano per raggiungere un obiettivo, ma un concetto di collaborazione estesa, parallela, più “umana”, dove ci si unisce per il raggiungimento di un obiettivo comune, anche a distanza, anche percorrendo strade parallele con una meta finale condivisa. Dove però non ci si spintona, non si girano le frecce per far perdere la direzione, non si affossano i compagni di viaggio e dove chi può sostenere l’altro lo fa, perché l’obiettivo e la meta sono condivisi. E sono importanti. Sì, lo so, può sembrare naÏf, e forse lo sono; ma credo ancora che l’uomo sia un animale sociale, sebbene stia prendendo una deriva egocentrica/individualista per cui percepisco e vedo che la collaborazione sana e sincera è cosa sempre più rara. Se facciamo uno Zoom Out, alla situazione globale, ci rendiamo già conto dell’incapacità di mettersi d’accordo e di fare qualcosa di concreto per problemi che riguardano il Mondo Intero (crisi climatica per dirne una?); se zoommiamo sempre più vicino le situazioni non cambiano, anzi, si ripetono le stesse dinamiche. A volte fanno ridere. In ogni caso fanno riflettere…

Collaborazioni interessate (e diffidenza)

Perché collaborare? È una questione interessante. Tutte le volte che ho deciso di collaborare con qualcuno è perché ho sempre pensato che mettendo insieme le competenze, i talenti e le conoscenze di più persone, si potessero raggiungere obiettivi più grandi; ma anche per supportarsi nei momenti di sconforto ed essere più forti, insieme. Ovviamente in tutte le collaborazioni c’è un interesse, ma è(o almeno dovrebbe esserecondiviso. Se l’interesse è solo ed esclusivamente personale, le collaborazioni diventano semplice e pure interesse. E sono destinate a finire…male! Perché in questo tipo di interazioni ci sarà sempre qualcuno che si sente “sfruttato” (quelli che poi smetteranno di essere propensi alla collaborazione) e chi invece si sentirà “furbo” per aver approfittato bene bene del prossimo per raggiungere i suoi obiettivi. Ah, l’etica…

Nel mondo Social, poi, ormai le collaborazioni sembrano sempre di più una mossa di marketing per accaparrarsi i follower di qualcun altro e far crescere la propria community senza che ci sia un reale interesse verso la costruzione di altro. Così chi è numericamente “più grande” comincia ad usare la sua influenza solo con chi ritiene altrettanto all’altezza e chi è “più piccolo” gira con i suoi simili perché ha paura anche solo di chiedere, una sorta di timore reverenziale verso chi è “più influente“. “Su IG sono un po’ intimorita, è tutto così patinato, quasi irraggiungibile“. E ancora: “Per una realtà piccola come la mia è difficile chiedere collaborazioni perché non so cosa potrei offrire a chi mi sembra già arrivata“. E così si creano cerchi e gruppi, opportunamente chiusi, in cui ognuno rimane nella sua “casta“, senza possibilità di incontro; nella vita reale così come in quella virtuale (che altro non è uno specchio di ciò che c’è fuori). Si tende a fare gruppo con chi è raggiungibile, agli altri manco si prova a chiedere…

Inutili guerre tra poveri: siamo sempre più soli

In certi campi e a certi livelli ho visto spesso degli schieramenti evidentemente politici o dominati da un interesse nemmeno poco nascosto: squali con squali si intendono 😉 Ho sempre pensato, invece, e mi pareva quasi logico, che la collaborazione tra “piccoli” dovesse essere un sistema all’ordine del giorno. E invece no: i cerchi piccoli fanno ancora più fatica a formarsi. Chiuso ognuno nella propria stanza o laboratorio, a progettare in solitaria senza alzare il naso o allungare lo sguardo un po’ più in là, si crede di fare cose incredibili e ci si chiude ancora di più per “non essere copiati“! Non si chiede aiuto ad un collega per accedere a un materiale per il quale non si riescono ad avere i minimi; si fa tutto da soli per non far infilare nessuno nel proprio mondo (guai a chi si avvicina); non si fornisce un indirizzo utile a qualcuno che si muove nello stesso ambito perché potrebbe “superarci“… E via così. In una guerra tra poveri dove il peso della competizione sembra quello di grosse holding quotate in borsa. Mentre siamo sempre tutti più soli ed isolati, faticando incessantemente per guadagnarci un posto nel mondo. Boh.

Capita anche che piccoli illuminati decidano di collaborare in nome di un obiettivo comune e l’impegno c’è…fin quando uno raggiunge il suo di obiettivo e comincia a spiccare il volo. Quello è il momento in cui tutti i valori ed i principi condivisi se ne vanno a fare in culo, allegramente. “Quando inizi ad alzare i soldi i buoni propositi se ne vanno a quel paese“, mi disse una volta una mia amica/collega (con la quale collaboro ancora). E aveva ragione. Ho visto persone sparire dai progetti appena avevano avuto un po’ di successo. Invece che allungare la mano e portare visibilità a tutti…ciao poveri!!! 

Insomma, non se ne esce: l’esempio dominante, quello che guida il mondo e le dinamiche di potere, è quello che funziona.Si copia e si replica a tutti i livelli. Il resto, semplicemente, non funziona.

Paura, Insicurezza, Ego

Ho analizzato il panorama sotto più punti di vista, ho interpellato molte persone, anche del mio settore (ovviamente le mie riflessioni partono dall’ambito moda, ma si possono estendere pari pari ad altri settori) per riuscire a capire il meccanismo, il perché sia così difficile la collaborazione onesta. E siamo sempre lì: è tutta una questione di consapevolezza. “Succede quando non sappiamo chi siamo davvero“. Consapevolezza personale: il conoscersi, il sapere chi siamo, riconoscere il proprio valore ed anche i propri limiti.

Cos’è la paura di perdere i propri privilegi, se non un’insicurezza di fondo? Ed il voler arrivare per primi non ha a che fare con l’egocentrismo smisurato? E la chiusura? Non è forse un fortino costruito intorno al nostro essere per paura di un’invasione o paura di ulteriori ferite (post evento traumatico non analizzato)? La paura di chiedere, l’ossessione dell’essere copiati, la mancanza di onestà…è quello che abbiamo dentro, mostri compresi, che dà vita ad una serie di comportamenti ed atteggiamenti. Quello che è dentro si riflette fuori, nel micro e nel macro. Ecco perché sarebbe importante non perdersi mai di vista: l’autoanalisi come base per un buon vivere, con se stessi e con gli altri. La consapevolezza è indispensabile per ogni tipo di relazione. Anche perché si collabora con le persone, non con le idee.

Collaborare fa rima con risuonare

Arriva quindi una nuova o forse antica consapevolezza: non è possibile collaborare solo perché si hanno obiettivi affini. È possibile farlo solo con persone affini, persone che risuonano alla stessa frequenza. Sì, lo so, questo suona come un fricchettonismo new age anni 90, ma credo che tutti abbiamo fatto esperienza di questo “sentire” intuitivo. A volte ci si sbaglia e siamo costretti a ricrederci, ma molto spesso no. Per collaborare onestamente ci si deve trovare, bisogna essere sulla stessa lunghezza d’onda, stimarsi e rispettarsi a vicenda in una dimensione onesta. E questa cosa non può accadere con tutti. Anzi, accade con pochi. Quindi?

Quindi basta fare la corte a persone/realtà che non sono interessate. Basta perdere tempo con chi non ha la stessa frequenza. Basta volersi unire per forza solo perché si hanno gli stessi obiettivi. Non funziona e alla lunga è anche frustrante: tendiamo sempre a pensare che c’è qualcosa di “sbagliato” o poco attraente in noi. È come quando ci piace qualcuno/a e ci ostiniamo: non si può stare dietro a chi non ci vuole, anche se sulla carta sarebbe perfetto. Se non c’è attrazione, meglio voltarsi da un’altra parte. O stare soli. Tanto qualcuno con cui camminare si trova sempre. E ci possono essere un sacco di piacevoli sorprese dietro l’angolo 😉

Può sembrare una sconfitta. Io la vedo come una vittoria. Tu, come la vedi?

Pensare Circolare: una possibilità o un lavaggio di coscienza?

La circolarità è uno dei temi caldi dei quali continueremo a parlare anche quest’anno. Pure nel mondo della moda! Ne abbiamo già sentito parlare in svariate occasioni ed effettivamente i presupposti e le promesse sembrano interessanti. L’economia circolare offre un approccio alternativo all’attuale sistema lineare “prendi (risorse) – fai (ovvero produci di tutto di più) – butta (qui non c’è bisogno di spiegazioni)“! In un sistema circolare, ovvero rigenerativo, si tenta di far rimanere tutto in circolo, senza buttare via nulla…almeno in teoria!

Pro e Contro della circolarità

In un sistema circolare, la moda potrebbe superare alcuni dei problemi più urgenti che l’industria globale dell’abbigliamento (e il Mondo in generale) deve affrontare: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento, creando allo stesso tempo opportunità per una crescita responsabile. Ovviamente tutto ciò non avviene in cinque minuti: ci vogliono investimenti in processi innovativi, ci vuole un cambio di mentalità (aiuto), ci vuole trasparenza e tracciabilità (che qui fanno finta di essere circolari in tanti ma non si capisce mai dove vanno a finire i milioni di capi ritirati). I modelli di business devono cambiare, così come l’approccio alla progettazione dei prodotti.

La moda, per adottare un sistema circolare, dovrebbe poter riutilizzare e riciclare i materiali all’infinito, eliminando l’inquinamento, gli sprechi e sopratutto evitare l’uso di materie prime vergini (andando così ad impoverire le risorse terresti, che comunque sono limitate); nello stesso tempo diminuirebbero i rifiuti tessili ed i sistemi naturali avrebbero la possibilità di rigenerarsi (invece di essere soffocati dai tessuti lasciati imputridire sulla terra e sotto il cielo). Tante le azioni già intraprese, come le innovazioni tecnologiche per il riciclaggio dei tessili fino ai passaporti digitali dei prodotti, passando per le bio-tecnologie ed i materiali rivoluzionari. Ma la strada è ancora lunga e dispendiosa…

Quelle piccole, scomode verità…

Sono due, sorelle, quasi gemelle, sicuramente figlie della stessa madre. Si chiamano Sovrapproduzione e Consumo Eccessivo. Sono loro le cause dei 100 miliardi di capi che vengono acquistati ogni anno e anche dei 92 milioni di tonnellate che vengono buttati. Si stima che entro il 2030 quest’ultimo numero dovrebbe aumentare a 134 milioni di tonnellate. Insomma, non poco. Stessa sorte in crescita, se non si cambia approccio, pare spetti alla produzione di fibre tessili, che dovrebbe aumentare di un altro 34% raggiungendo i 146 milioni di tonnellate nel 2030. Cosa c’è di circolare in tutto ciò? Praticamente niente! Ma, opportunamente motivati dalla minaccia delle risorse limitate e da una crescente preoccupazione tra i consumatori per l’impatto ambientale dei loro acquisti, i marchi si stanno impegnando per la sostenibilità, lanciando iniziative dal sapore eco-centriche in qua e là. Ma la verità è ancora un’altra…

“Stiamo producendo e comprando più di quanto la terra possa sostenere. Le aziende NON vogliono produrre meno e tanto meno vogliono che noi compriamo meno”.

Ecco perché, guardando i numeri e non le intenzioni, sembra che questo approccio “circolare” sia più una trovata di marketing per far lavare le coscienze a entrambi: aziende, che si raccontano che ci stanno provando, e consumatori, che possono continuare a comprare cose “buone“.

Limitazioni oggettive

Stando all’ultimo report della Ellen MacArthur Foundation, meno dell’1% della fibra utilizzata per produrre abbigliamento viene riciclata per realizzare nuovi indumenti. Di solito, gli abiti raccolti in alcuni negozi o catene finiscono per essere riusati per materiali come rivestimenti, isolanti per le auto, imbottiture per materassi, insomma per uso industriale, ma raramente per farne altri capi di abbigliamento. Questo perché ci sono ancora da risolvere alcune limitazioni oggettive. Tipo:

  1. Preparazione e selezione: è un processo lungo, spesso fatto manualmente; si tratta di rimuovere accessori ed applicazioni, oltre che scucirli. Richiede tempo ed energie, oltre ad una forza lavoro preparata.
  2. Materiali Misti: i capi non sono quasi mai 100%. Il che li rende difficilmente riciclabili. Per le composizioni miste, ovvero separare le varie fibre, le aziende stanno sperimentando nuove tecnologie e portando avanti le innovazioni, ma molte sono ancora in fase di ricerca e sviluppo e non sono pronte a lavorare con grandi numeri.
  3. Senza Etichette alcuni capi sono semplicemente irriconoscibili. Nel senso che la composizione mista è un terno al lotto. E se non si sa cosa c’è dentro, diventa difficile capire come riciclarli. Anche in questo caso si stanno sperimentando tecnologie per il riconoscimento delle fibre, but it’s a long process 😉
  4. Riciclare Costa: finanziare lo sviluppo e la scalabilità delle innovazioni tecnologiche per riciclare i vestiti in nuovi vestiti è costoso. Ci vorranno anni. Soldi. Impegno.

Indubbiamente la direzione è quella giusta, ma se nel frattempo che la ricerca fa il suo corso, le aziende iniziassero ad esaminare il problema della sovrapproduzione investendo in canali di guadagno alternativi che non richiedono la realizzazione di nuovi vestiti, come il noleggio, l’usato e i servizi di riparazione?!?

In Italia come siamo messi con il riciclo tessile?

É uscito proprio in questi giorni il report della Fondazione Sviluppo Sostenibile in merito al riciclo (si può scaricare la sintesi qui) ed il paragrafo di apertura è proprio dedicato al tessile. Questo settore produce circa 480.000 t di rifiuti, più della metà proviene dall’industria, mentre un 30% dai rifiuti urbani. In generale c’è stato un aumento quasi del 40%. Insomma, non siamo proprio bravissimi e pare che i numeri vadano aumentando.

Nel 2019 il 46% dei rifiuti del settore tessile viene avviato a recupero di materia, mentre l’11% va a
smaltimento; una quota molto rilevante dei rifiuti, circa il 43%, viene destinato ad attività di tipo
intermedio, come pretrattamenti e stoccaggio. Nel tempo sono cresciute notevolmente le operazioni
intermedie. A seguito dello stoccaggio, i rifiuti vengono smistati con i medesimi codici EER verso aziende specializzate in attività di cernita, preparazione per il riutilizzo e trasformazione in pezzame industriale dei prodotti non rivendibili come usato (note nel settore come “selezionatori”), che li sottopongono a recupero di materia. La prima destinazione è la Campania (dove arriva circa il 50% di tali rifiuti, provincia di Caserta), seguita da estero (14%) e Toscana (13%).
I rifiuti avviati direttamente a recupero di materia, pur pesando di più sul totale gestito nel 2010 (63%), in
valore assoluto sono rimasti sostanzialmente stabili fino al 2019 (tra 215.000 e 220.000 t in entrambi gli
anni considerati). I rifiuti smaltiti in discarica o con altre modalità di smaltimento, invece, pur essendo simili a livello di incidenza sul totale tra il 2010 e il 2019 (intorno al 10%), sono aumentati di quasi il 50% in quantità (passando da circa 35.000 t a oltre 50.000 t).

Insomma, io rimango dell’idea che MENO è MEGLIO ed è la soluzione più auspicabile al momento 😉 Tu che dici?

Scoperte Sovversive: chiudere l’anno con gli occhi aperti

No: niente buoni propositi, niente liste e niente pipponi di fine anno. Che questo 2021 è stato un altro bel macigno mi sa che ce ne siamo accorti tutti. Ed anche che ce lo stanno facendo chiudere non proprio in scioltezza. Quindi andiamo oltre. Ecco, “oltre” è una parola che mi piace, un invito a guardare avanti, a non lasciarsi condizionare dall’informazione ufficiale, a non farsi rincoglionire dalla banalità dei social (o meglio, un po’ ci sta giusto per distarsi, ma se deve essere un’arma di distrazione di massa attiva 24 ore al giorno, anche no!), ad accrescere cultura e conoscenza, indispensabili per aprire la mente. Oltre anche alla propria zona di comfort: alle abitudini sedimentate da decenni, al “ormai sono così” e “ho sempre fatto così“, alla vita così come l’abbiamo vissuta fino ad adesso. Cambiare non è una parolaccia. É la base della vita: ce lo insegna la natura, basta osservarla! Anche i sassi cambiano forma ;P

Quest’anno mi sono imbattuta in diversi libri, personaggi e film che mi hanno aiutato a guardare oltre. Ecco perché, per chiudere questo 2021, ho deciso di appoggiarli qui. 😉 Se vuoi appoggiarmi i tuoi nei commenti sotto al post, te ne sono grata! Mi piace lo scambio…

Libri, profili e film che mi hanno dato una spinta in più

Elogio della Lentezza, Carl Honoré – Un classico della “slow life” che mi era sfuggito in questi anni. Ma che assolutamente conferma la mia visione e mette a conoscenza di alcune realtà virtuose, italiane e straniere, orientate a questo stile di vita. “Essere slow significa controllare i ritmi della propria esistenza, decidere quanto si vuole essere veloci in ogni contesto. Se oggi voglio andare forte, vado forte; se domani voglio andare piano, vado piano. Quello per cui combattiamo è il diritto di scegliere i nostri tempi“.

Brand Activism, dal Purpose all’Azione, Philip Kotler Christiana Sarkar – Forse un po’ tecnico, ma per chiunque abbia un’attività o un brand, credo che sia un libro da leggere in questi momenti dove limitarsi a vendere un prodotto non funziona più. Ci sono dei problemi reali intorno a noi che i governi fanno finta di non vedere (o che comunque non prendono sul serio, sempre in nome di dinamiche economiche) e che le aziende sono chiamate a fronteggiare con il loro operato. Attivo! Che di chiacchiere siamo pieni! AVVERTENZA: alcune parti fanno veramente incazzare 😛

Dis-educazione: perché la scuola ha bisogno del pensiero critico, Noam Chomsky – Qui si parla di educazione e formazione, ma più che altro si mette in luce come il sistema educativo scolastico tende a formare robot più che esseri pensanti. E invece c’è proprio bisogno di menti attive, in grado di creare connessioni e di ragionare con la propria testa! Aiuto!

Chi ha spostato il mio formaggio?, Spencer Jhonson – “Se non cambi, rischi di scomparire“. Una fiaba metafora del valore del cambiamento, della flessibilità e dell’apertura mentale. Un libro che non contiene concetti rivoluzionari e tanto meno metodi infallibili; ma fa ripassare in modo “leggero” concetti semplici che dovremmo aver introiettato da tempo, ma che nel momento in cui qualcuno ha spostato il nostro Formaggio, dimentichiamo troppo facilmente, vittime di mancanza di coraggio o lucidità.

Don’t Look Up (film) – Ho letto di tutto su questo film, critiche all’ennesima “americanata” apocalittica. Chi si è fermato a quello non ha capito una mazza. E’ tutto volutamente grottesco ed, anche in questo caso, l’invito è a guardare oltre per capire effettivamente in che stato siamo! O_o

Seaspiracy – The Social Dilemma – Superare i Limiti (documentari) – Tre documentari leggerini 🙂 tre racconti di cosa succede in fondo al mare, nella rete e nel Pianeta. Lo so, sembrano catastrofici, ma ci può essere luce in fondo al tunnel. In ogni caso dare un’occhiata può essere utile a prende

L’indipendente (magazine online) – La sua bio su IG recita “informazione senza padroni” e già qui ha attirato la mia attenzione. I contenuti e gli articoli sono scritti bene, le fonti citate in ogni singolo post e tutto sommato offre punti di vista differenti da quelli dei media tradizionali ed ufficiali. Il direttore di questa rivista è Matteo Gracis, giornalista e nomade digitale che seguo volentieri per la brillantezza del suo pensiero e la chiarezza con la quale lo espone. Se tra un’influencer e l’altra vi avanza spazio…;)

Alessandro Sahebi (giornalista e attivista) – Altro personaggio degno di nota, Alessandro Sahebi fa riflessioni politiche profonde esponendole con un linguaggio semplice e diretto. Brillante. Smart, come dicono gli inglesi. In mezzo alle cazzate e ai video di gattini (che comunque guardo), è una boccata d’intelligenza a colori (il suo profilo IG è quasi peggio del mio…no, forse no, il suo è più ordinato).

Buona fine e Buon inizio! 😉