Buccia di Banana/Con zoccolo o senza?

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Il bene e il male, il bianco e il nero, l’amore e l’odio, tutto ed il contrario di tutto! Il mondo è bello non solo perché è vario, ma anche perché per ogni cosa sembra esistere il suo contrario. Anche nella moda: c’è il colore ed nero totale, ci sono i pantaloncini corti e quelli lunghi, le canottiere e le t-shirt, le mutande che ti fanno lo zoccolo di cammello o quelli che ti fanno le parti di intime modello Barbie. No, non scuotere la testa: ci sono, accidenti, ci sono inspiegabilmente entrambi!!! O_O

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Nella vita non ci sono certezze certe (tranne la solita e unica che non piace a nessuno): convinta che “l’effetto zoccolo” non piacesse a nessuno, mi sono dovuta ricredere quando ho visto l’ultimo ritrovato in campo di intimo-modellante-correttivo-additivo, ovvero lo slip in silicone con effetto-zoccolo incorporato. Sì, praticamente una mini-protesi dell’esterno passera in formato mutanda. Dopo diversi attimi di perplessità, ho cominciato la mia documentazione in merito, scoprendo che in realtà si tratta di un prodotto destinato al mercato maschile, dove i gioielli di famiglia vengono nascosti a favore di qualcosa di più femminile (ci sono uomini in transito che vogliono provare questo escamotage estetico…e fin qui non si può dire nulla). Quello che invece preoccupa è che l’oggetto in questione possa essere usato inspiegabilmente anche dalle donne. Perché anche se su WikiHow ci sono spiegati i modi per evitare questo effetto poco carino una volta vestite (che fondamentalmente si basa sul scegliere le cose della propria taglia fatte con tessuti che non siano sfoglie e super-sintetici), nella mondo reale e virtuale pare ci sia chi lo apprezzi.

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Chi invece non ne vuole proprio sapere ha a disposizione un prodotto apposito: la mutanda effetto Barbie, ovvero come piallare il piallabile, gettata sul mercato qualche anno fa con nome che è anche uno slogan accattivante e chiarissimo “Camel No”! Una cosa comoda, in silicone medico che “mantiene costante la temperatura del corpo e non causa irritazioni di alcun tipo”. Un mutandone della nonna liscio, con pochissime cuciture e super-coprente, per mantenere la privacy delle parti intime. Ovviamente la cosa si è evoluta e dagli slip siamo passati direttamente al patch…come dire, mettiamoci direttamente una top(p)a e non se ne parla più!

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Al che io mi chiedo sempre: ma ce n’era veramente bisogno?!? Non potevamo utilizzare buon senso e indumenti di un certo spessore? Evidentemente no…O_o  Buon lunedì…

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Vittima dei trucchetti

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“Distrutta, sono distrutta e piango da tutto il giorno. Mi sono lasciata da meno di un anno dopo una lunghissima relazione, sono andata a vivere da sola, ho cambiato tutta la mia vita. Per fortuna ci sono state amiche che mi hanno incoraggiata a uscire, stare fuori e mi hanno portata in un nuovo giro. Presentandomi anche altri ragazzi.  Uno di questi mi veniva sponsorizzato caldamente da una mia amica (faccio presente che era il suo “ex” di quando erano al liceo, quindi figurati), tanto che alla fine siamo usciti un paio di sere e ci siamo finiti a letto. Quando l’ho raccontato alla mia amica il giorno dopo, sicura che fosse contenta per me, mi ha cominciato a dire le peggio cose (non ti riporto gli insulti, sono imbarazzanti) e alla fine mi ha confessato che era tutto un trucco per mettere alla prova lui (sul quale lei aveva rifatto un pensierino) e me (che sapeva che ci sarei cascata). Ci sono rimasta troppo male. Non so cosa fare. Ma si fanno queste cose tra amiche? Eleonora”

La cosa giusta da fare sarebbe stata tirarle una sonora testata in fronte, forte talmente tanto da stordirla o addirittura mandarla a terra. Lo so che con la violenza non si ottiene niente, ed in questo caso è uno sfogo gratuito di un istinto animale, ma non bisogna nemmeno scordarci che da lì veniamo…ecco, per quanto cerchi di rimanere zen la tua storia mi ha fatto incazzare tantissimo. Ci vuole un grande coraggio a chiamarlo trucco: queste cose a casa mia si chiamano merdate, ENORMI, e non si fanno. Non le farei ai miei nemici, figuriamoci agli amici. Ecco perché per prima cosa ti farei riflettere sul senso dell’amicizia:

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Questa simpatica signorina non è una tua amica. E’ una stronza, peraltro insicura e con problemi di ego/autostima. Una tua amica non ti avrebbe spinto di sua spontanea volontà nelle braccia di un uomo che in realtà voleva lei (le amiche sanno essere insistenti quando vogliono, quindi è anche facile che una si faccia “convincere” ad andare verso una certa persona proprio perché quella spinta in più funge anche da motivazione), ma soprattutto una tua amica ti avrebbe detto la verità, cioè che era ancora interessata a lui. Ed una tua amica, conoscendo il tuo passato, non si sarebbe mai permessa di riempirti di insulti cattivi e gratuiti. Quindi, appurato che la violenza non è utile e che in fin dei conti il Cosmo la premierà con le energie negative che ha sparso in giro, io non perderei ulteriormente tempo con lei. Non sei tenuta a darle spiegazioni (se due adulti consenzienti si piacciono e vogliono passare serate o nottate insieme, non c’è niente di male); lei non è stata chiara, è palesemente in difetto. Fatti scivolare le offese addosso e NON SENTIRTI ASSOLUTAMENTE in colpa. Quella che si dovrebbe sentire fuori posto è lei; molto probabilmente, anzi, si sentirà “ganza“. Invece è sfigata doppia, visto che il suo ex-fidanzato ha comunque preferito lei a te. A questo proposito, se ti dovesse capitare di nuovo, esci ancora con lui. E fai in modo che lo sappia, giusto per farle capire che il “trucchetto” effettivamente ha funzionato…al contrario 😉 Io certe cose non le tollero, in virtù del fatto che “in amore e in guerra tutto è lecito“…

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…anche perché il mare è pieno di pesci…ok, di sani se ne trovano sempre meno, ma insomma, il mondo è grande. Davvero dobbiamo arrivare a cotanta bassezza tra noi donne per accalappiare un maschio?!? Dove va a finire la famosa “solidarietà femminile” in questi casi (ammesso che sia mai esistita)? Riflettiamoci tutti…

Io e LaMario ci rifletteremo in diretta come tutti i venerdì alle 18.20 su radio m2o. Buon weekend, senza trucchetti!!! 🙂

Sbollentami!!!

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Foglie verdi, croccanti, come appena colte, ma invece sono cotte. Cos’è? La magia dello sbollentamento, che si differenzia dallo scottare per via della rapidità d’esecuzione alla quale segue una raffreddamento rapido. Un po’ come una sveltina di pochi minuti, lo sbollentamento si consuma in tempo record, perché quando ci si immergono le cose verdi, l’acqua è già calda, alla temperatura giusta, 100° o giù di lì. E poi si passa dal caldo caldo, al freddo freddo in velocità, dal bollore al ghiaccio, senza soste intermedie, per evitare strascichi ed esposizione incontrollata ad ossigeno. Il ghiaccio blocca la clorofilla lì dov’è e dove deve rimanere, le foglie restano croccanti e soprattutto verdi. Verdi che più verdi non si può. Ecco svelato il segreto dei piatti appoggiati su un letto di fogliolone verdeggianti, arrotolati nelle foglie, con un tocco di verde scricchiolante. Ecco come fare scena nei piatti senza impegnarsi troppo. Perché sbollentare in the new cook!!! 😉

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E tu, sbollenti?!? 😉

Waxmore, unicità a colori

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Lo scorso dicembre, durante la mia pausa in quel di Maiorca, ho ricevuto una mail: era quella di Maria Cristina, mi scriveva che aveva comprato il mio libro, che si ritrova nelle mie parole, che anche lei aveva avuto una storia simile di amore-odio con la moda e che aveva creato un nuovo progetto in un guizzo di follia che vorrebbe farmi vedere e conoscere. Impossibile trattenere la mia curiosità, sono subito andata a sbirciare sul web dove mi sono bastate poche foto per capire che il suo mondo, fatto di colori, di pattern, di tessuti africani e di tanto stile, era decisamente in linea con il mio. Appena sono tornata a Firenze ci siamo incontrate nella sua casa/ufficio/laboratorio (anche in questo siamo simili) ed abbiamo fatto una lunga chiacchierata tra tessuti, accessori e prototipi, parlando di idee, delle passioni che ci accomunano, di dove siamo e di dove vorremmo andare. Sì, c’è stato anche un momento filosofico-esistenziale (lo sfashionista si fa anche domande e pippe sul senso della vita, sennò era una fashion victim) 😉

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Maria Cristina Manca è per tutti “Mari”, sia in Italia che in Africa, dove ha lavorato per molti anni. Scorpione, con un ascendente leone colpevole di farle spesso rivoluzionare la vita, nasce come stilista, diplomandosi all’Accademia di moda e costume di Roma mentre nel frattempo continuava gli studi di sociologia. “Dopo vari di anni di lavoro nella moda e come costumista ho visto che non era come pensavo, che di creativo c’era poco, che il tutto si riduceva a sottostare a dei ferrei paletti che mi davano ogni volta che dovevo disegnare una nuova collezione. Poi sono partita per un viaggio in Messico e sono rimasta lì, riprendendo gli studi di antropologia. Cercavo risposte a molti perché delle cose, capire cosa c’era dietro, anche alla moda.” Antropologa e stilista è un ottimo connubio, soprattutto perché grazie al suo lavoro sul campo, prevalentemente in Africa, sono arrivate le prime ispirazioni e aspirazioni. “Devo molto all’Africa, sia dal punto di vista professionale che personale: mi ha insegnato a rivedere le priorità della vita e dare giusto valore alle cose, mi ha contagiato con allegria e gioia di vivere.” Ed io le credo, è un viaggio che mi manca, ma che farò presto.

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Tutto è iniziato lì“, mi racconta “in un mercato di Bujumbura (Burundi) dove coordinavo una ricerca sulla violenza sessuale. Un mercato immenso, pieno di wax, dove potevi sceglierne uno, girare l’angolo e chiedere a uno dei vari sarti pronti con la Singer a pedale, di cucire un paio di pantaloni. Mi sentivo sciatta alle riunioni, nel mio tailleur o tubino nero, in confronto a quelle donne splendide nei loro femminili abiti tradizionali. Così me se sono fatta fare qualcuno. All’inizio pensavo che desse fastidio questa appropriazione culturale da parte di una donna bianca, poi ho scoperto che faceva piacere e strappava diversi sorrisi.” L’idea di utilizzare questi tessuti per farne un prodotto che non fosse etnico, ma qualcosa di adatto all’Italia/Europa, è arrivata quasi subito. “In vari Paesi dell’Africa si dice che i tessuti wax parlano, raccontano storie, emozioni, con un linguaggio che si sostituisce alla parola.

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E sono proprio stati questi tessuti a far venire in mente a Maria Cristina l’idea di WAXMORE, un piccolo sogno che si è portata dietro per anni fino a qualche mese fa, quando tutto è diventato realtà. Waxmore nasce per portare/mostrare i colori e la magia dell’Africa a Firenze, per poi espandersi nel mondo e tornare di nuovo in Africa per sostenere progetti produttivi di donne. Nasce per dare colore, sia come effetto visivo che come modalità di vivere e lavorare. E per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata) , uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio stile personale.  “Nasce come espressione di tutte le mie esperienze e competenze, come laboratorio dinamico di scambio e meticciato di storie, vite, stoffe e colori. E nasce anche per volontà stilistica e per dare un futuro professionalizzante, una speranza e un progetto di vita.” Già, perché oltre al brand Maria Cristina ha subito attivato un corso, un tirocinio professionalizzante, “voglio fare il sarto“, dedicato ai richiedenti asilo nel nostro Paese.

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La componente sociale è forte, così come la voglia di fare qualcosa che sia utile su più livelli. La cosa che mi ha colpito è la collezione Waxmore divisa in 4 micro-mondi: uno dedicato al viaggio, uno alla casa, uno legato alla tradizione africana e l’altro dedicato al lavoro, in particolare ai medici, infermieri e chef. Una combinazione strana, ma un risultato incredibilmente stiloso “Credo che l’abbigliamento debba essere utilizzato e non dimenticato nell’armadio perché fuori moda, così come penso che gli abiti devono rispondere a esigenze di bellezza ma anche di comodità e praticità. Abbiamo chiesto pareri a medici, infermieri e chef per capire il loro concetto di estetica, di comodità, le loro esigenze e quello che mancava nelle “divise” disponibili sul mercato. Come antropologa medica sono più di 20 anni che lavoro a stretto contatto con i medici e in ambito sanitario e mi sono chiesta più volte perché il loro abbigliamento sia così poco accogliente (cioè brutto); tempo fa in Congo ho chiesto ai medici che lavoravano con i bambini di utilizzare abiti più colorati ed è stata una rivelazione! Sorrisi, vicinanza, maggior fiducia e quindi più attenzione a seguire le prescrizioni mediche...”Come dire, l’abito non fa il medico, ma se il medico si veste meglio gli si dà retta più volentieri.

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Ed ecco quindi l’idea di fare abbigliamento a loro dedicato, trasformando i wax, unendoli a tessuti tinta unita, dandogli un’estetica universale. Nonostante i colori forti, tutto è lavabile a 60 gradi, le tasche sono profonde ed esistono non solo come dettaglio estetico ma come uso reale. Così come reali sono i prodotti dedicati “a chi vive la casa come relax e piacere, come il tempo del non tempo“: tovaglie, runner e tovaglioli, ma anche kimono, pantofole e fasce per capelli coordinate. “Per me la casa è un po’ una cuccia, il luogo dove ritemprarsi e recuperare energie, il luogo degli affetti, dove lasciare fuori stress e stanchezza e permettersi il “non tempo”: fermare la corsa quotidiana e dedicarsi a se stesse e a chi condivide la casa, sia per una serata che per più tempo.” Mi guardo un attimo mentre scrivo e penso che sì, forse un kimono ci vorrebbe anche a me, così, giusto per aggiungere un tocco di stile e colore anche quando passo due o tre giornate senza uscire di casa!!!

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Waxmore è Made In Italy ed artigianale. Il team che collabora con Maria Cristina è interdisciplinare, intergenerazionale, interculturale. “Chi cuce inizia e finisce un capo e ne ha la responsabilità. Non c’è catena di montaggio. C’è impegno, professionalità e caffè insieme. C’è credere nel progetto e dare il massimo.” C’è Fabiana la modellista giramondo, Paola, la super sarta, Samba l’aiutante sarto, Valentina la docente di cucito, Elena Fortuna la responsabile comunicazione. E poi altre figure di supporto come esperto marketing, fotografo, web designer, compresi due tirocinanti. “Sono fortunata: ho un team fantastico!

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M: Se ti dico moda….

MC: “Ti rispondo sperimentare e creare, giocare con forme e volumi e con se stessi, travestirsi e trasformarsi sentendosi sempre a proprio agio; artigianato, dettagli, colore e un pizzico di follia! Ma anche (l’antropologa salta fuori) il volerci tutti un po’ simili, stereotipati, alla rincorsa del Brand del momento per “apparire” a volte come non siamo. Mi vengono i mente i bambini sfruttati in molti Paesi che lavorano in nero, il business del made in Italy dove è sufficiente che in Italia venga realizzato l’ultimo passaggio del capo e siamo a posto.  Mi viene in mente che il concetto di bellezza, di eleganza, di seduzione non è universale, ma cambia da luogo a luogo, da persona a persona, ed è ciò che ci rende unici….a prescindere!

M: Se ti dico Sfashion…

MC: Libertà totale! Sicurezza nell’essere sempre e comunque se stessi al di là delle tendenze moda, delle apparenze. Insomma, un più “essere” che “apparire”, sempre scherzosamente. Non è un grido guerriero “contro la moda!” ma solamente attenzione a se stessi e al mondo.”

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Maria Cristina ha l’iperattività di un vulcano e la profondità di un oceano (sarà sempre colpa di quell’ascendente?), ed il suo progetto che unisce culture, mestieri e socialità differenti non è moda, è oltre. Sono contenta che mi abbia scritto (pensava non rispondessi, io? Anzi…), che ci siamo viste e che abbia condiviso come sia il suo passato che questo nuovo “inizio“. Chissà cosa succederà in futuro…Intanto questa domenica 26 febbraio la potete andare a conoscere anche voi al Gran Bazar a Firenze, Combo, Via mannelli, dalle 12.00 alle 22.00. Chi invece è fuori mano può seguire pagina FB e Instagram.  Come direbbe Mari “Live colourful, feel unique!” 😉

 

Buccia di Banana/I vestiti del buonumore

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La dopamina è un neurotrasmettitore endogeno della famiglia delle catecolamine. Ehhh?!? No, non vi faccio la supercazzola, era solo per cercare di introdurre tecnicamente questo termine, visto che il giornalismo di moda l’ha rubato alle scienze per abbinarlo ai vestiti. Quindi? Quindi dicevamo a proposito della dopamina che tra le sue funzioni c’è anche quella di partecipare ai meccanismi di “ricompensa e piacere” e del controllo dell’umore. Fin qui tutto chiaro. Dopo l’uscita di La La Land, con i suoi colori sgargianti, le canzoncine ed i balletti, è arrivata la soluzione anti-depressiva formato vestito, per cui hanno coniato un fantastico nome: il dopamine dressing!

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Il principio semplice, e quanto mai scontato, è quello secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesca a migliorare l’umore. Ma dai?!? Eppure conosco gente che se gli metti un vestito colorato addosso gli parte in battuta il giramento di coglioni!!! Anni e anni di studi dietro alla psicologia del colore per giungere oggi, 2017, con questa trovata di marketing per riuscire a vendere tutti gli stock di giallo pulcino piccolo, arancio zucca matura e rosa maialino di prateria? Parliamone.

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La trovata è dell’edizione UK di Grazia ed anche se questa nuova teoria chiama in ballo la scienza e le molecole, ovviamente non ci sono prove scientifiche di quel che racconta, ma solo la naturale constatazione che è possibile sentirsi meglio o peggio a seconda del colore che si indossa. Tale operazione di auto-convincimento riuscirebbe a far innalzare i livelli di dopamina, regalando gratificazione e piacere. Capito? Un bel vestitino giallo e sei a posto con i “piaceri” della vita! 😉

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Ora, ben vengano i colori che fanno stare bene, quelli che ti regalano un umore allegro e sorridente, ma com’è possibile che siano gli stessi per tutti? L’effetto “dopamina” dell’abbigliamento è un aspetto interessante, ma ancora una volta credo che non corrisponda ad un codice estetico preciso e valido per tutti. Nel senso, io il giallo lo amo, così come tutti i colori, che indosso volentieri, spesso mettendone insieme talmente tanti da sembrare un arcobaleno; quando la giornata è grigia poi, per contrastare la tristezza del tempo, mi vesto colorata apposta. E sì, mi faccio allegria da sola…ma anche al prossimo, che puntualmente quando mi incrocia sorride (cioè, ride, ma quello lo fanno giornalmente per colpa della testa rosa anche se sono vestita completamente di nero).

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C’è anche un altro aspetto da considerare, legato alla psicologia del colore: i colori sono associati a dei valori e a delle reazioni (spesso diversi tra oriente ed occidente), ed effettivamente “i colori influenzano l’umore e i comportamenti ogni volta che fai una scelta cromatica, stai manifestando inconsciamente aspetti psicologici della tua personalità” (Valentina Mancuso, da Sfashion). Se Darth Vader avesse avuto un mantello verde pisello molto probabilmente non avrebbe spaventato nessuno! Questo per dire che i codici e le influenze cromatiche esistono eccome, ma quando si va a parlare di individui ognuno è felice con i colori ed i capi che più lo rispecchiano (certe persone se gli levi il nero dall’armadio potrebbero andare in depressione, altro che dopamina, dopo gli ci vuole lo xanax per riprendersi 😉 )
I vestiti in sé non possono renderti più felice, però sarebbe meraviglioso, sai quante facce di culo in meno in giro per strada?!?0d7b341ae150eb92dd9521662005ccf1

E ora tocca a voi: che rapporto avete con i colori? Quali sono quelli che vi fanno effetto dopamina? E soprattutto…ve lo fanno?!? Per approfondimenti cromatici vi consiglio SFASHION con un capitolo interessantissimo sull’argomento; se poi vi viene voglia di una consulenza su misura rivolgetevi a lei. Buon lunedì a colori, con o senza dopamina!!! 😛

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(Ah, il mio piccolo contributo all’argomento, in versione compressa, era uscito la scorsa settimana su Pagina99, grazie a Flavia Piccinni per avermi interpellato)

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La storia che si ripete, atto terzo?

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“Ciao Morgatta, sono Rachele, ho 27 anni e credo di avere un problema…o una maledizione. Ti spiego: sono stata fidanzata dieci anni (15-25) con un ragazzo che veniva a scuola con me, poi ci siamo lasciati…lui adesso sta con un uomo. Va bene, siamo amici, tutto ok. Ho cominciato ad uscire con un altro ragazzo, lavoravamo insieme: siamo stati bene per sei mesi e alla fine è andato in crisi pure lui, dice che non sa cosa vuole, che non si sa “orientare” ed ha preferito finirla lì. E insomma, questa volta ho un po’ accusato il colpo, o se non altro ho iniziato a farmi delle domande. Adesso sto frequentando un altro ragazzo: è veramente gentile, carino e sensibile…(come tutti gli altri) ho paura che non sia totalmente eterosessuale nemmeno lui. Che devo fare? E soprattutto, dov’è che sbaglio?”

Rachele, prima di tutto non iniziamo a cercare errori nella tua persona, nel senso, sono cose che capitano, specialmente ai nostri giorni, dove non c’è più quel terrore atavico di nascondersi e si può essere omosessuali rilassati alla luce del sole. E’ capitato a te un paio di volte (forse hai davvero una maledizione? In questo caso non posso farci niente, se non passarti il numero di uno stregone 😛), non è detto che anche questa volta vada a finire nello stesso modo, no? Non mi fascerei la testa prima di rompermela, anche perché quando si parla di relazioni non esistono magie in grado di salvarci le penne, anzi…

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E poi tiriamoci fuori dal cliché che se un uomo è carino, gentile e sensibile deve essere gay per forza. Può tranquillamente essere etero, ma sarà sicuramente sposato o non disponibile al momento in cui ci fai un pensierino! Non esiste un codice di riconoscimento per capire se un ragazzo che frequenti possa essere interessato anche ad ALTRI, però c’è qualche “esperto in coming out” (pensa te di cosa si può essere esperti, tale Rick Clemons) che sostiene esistano dei comportamenti da tenere sott’occhio; tipo:

-Se è eccessivamente omofobico: non riuscendo a manifestare, si accanisce!

-Se è evasivo e geloso di telefono o computer (evvabbè, questo lo fa il 90% della popolazione).

-Se lo peschi ripetutamente a guardare e commentare altri maschi, sia sul web che nella vita vera.

-Se ha dei problemi sessuali, tipo che il batacchio non gli va su (e anche qui ho le mie perplessità).

-Se è eccessivamente maniaco e fissato sul suo aspetto fisico…

…e dopo questa vorrei andare a prendere a testate il caro “esperto”, perché secondo questi suoi geniali cinque suggerimenti una grossa percentuale maschile sarebbe effettivamente omosessuale. Stendo un velo pietoso e ti do’ un suggerimento solo: viviti questa nuova storia in santa pace senza troppi timori. Magari prova a farti solo una domanda: cosa cerchi davvero in uomo? E perché? Se ti rispondi sinceramente potresti capire diverse cose sul perché attiri sempre certi tipi di uomini…ed una volta individuato il “gap“, semplicemente cambiando approccio mentale al maschio, potresti fare degli incontri…diversi! (non ho detto migliori, ho detto diversi, ma ogni tanto cambiare fa bene, no?)

Capitata mai una storia simile? A me no…per ora! 😉 Ci sentiamo in diretta alle 18.20 con LaMario su radio m2o. Per scrivermi le vostre domande o storie marina@morgatta.com! Buon venerdì 17…

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“Il cameriere non è colui che porta i piatti, è quello che ti deve far star bene quando sei a cena fuori”

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[…] In effetti, l’unica volta che io e Dario ci siamo “presi”, in un attimo di sbilanciamento ormonale fomentato da qualche bicchiere di troppo, non avevo ancora cominciato a lavorare all’Osteria Dei Folli. Quindi tutto era concesso, anche se la sparizione tra gli ulivi durante il matrimonio di Aldo non è stata una mossa elegantissima, ma sai com’è la luna, le stelle, la piscina, la musica, le bollicine…e poi a me piaceva, con quegli occhi verdi un po’ furbetti, il capello scuro acconciato a caso, quelle braccia bianche poco scolpite ma decorate come un vaso greco…

Fiuuuu”.

Mi giro verso la sala, poi verso il capo e di nuovo verso quel gigante dalla faccia di ghiaccio accompagnato dalla tettona bionda che pare essere sua moglie.

No, ma mi ha sul serio chiamata con un fischio? Io non ci posso credere…

Intanto l’energumeno si sbraccia. Avanzo a passi pesanti verso il tavolo, indosso il mio sorriso più falso per andargli incontro, nonostante il mio vero intento sarebbe quello di tirargli un destro dritto in faccia, così, senza troppe spiegazioni.

Conto”.

Giro i tacchi dopo avergli fatto un rapido cenno di assenso con la testa.

Capooo…il contooo…così si levano di torno e noi si mangia!

La cena, la nostra cena, è in fin dei conti il momento che preferisco. Oddio, quando si cena all’una di notte mi sale il nervoso, ma è comunque un momento sacro, familiare: quello in cui ci possiamo concedere il lusso di sederci, mangiare, chiacchierare, scambiare pareri sulla serata, sui clienti, sulla vita e sulle cazzate, magari con mezzo bicchiere di vino davanti. E si ride…quante risate mi sono fatta in questo posto con questi disgraziati, anche quando partivamo a parlare di massimi sistemi finivamo comunque col disquisire di topa…e anche col capo, che è di legno, ma in fondo ci vuole bene come i figli che non avrà mai. Mi sale un nodo alla gola mentre sto per infilzare la mia polpetta (niente uova, alla fine ci sono toccate polpette): non sarà facile dirglielo e mi mancheranno. Tantissimo. Ma la vita è fatta di scelte e io, ormai, ho scelto.

Stai ancora pensando a quel cretino?” Mento spudoratamente: “No no, ho smesso“. [Fine]

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Buccia di Banana/Campagne fashion: why? #4

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Non sono cattiva, è che ogni volta che guardo un’immagine di qualche campagna pubblicitaria modaiola mi si aprono mondi e visualizzo storie e fumetti, che non sono sicuramente quelle pensate dagli art director strapagati, ma che mi fanno tanto ridere. E non riesco a non condividere…chiedo perdono ;P

brand: camilla and marc / campagna: sotto la rete la scarpa crepa

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Chi l’ha detto che le calze vanno sotto e le scarpe sopra? Il buonsenso e la praticità! Ma chi se ne frega, la moda le regole se le inventa o le rompe quando più le conviene per poi tornare a distruggerle di nuovo. Ecco perché Camilla&Marc ci tengono a darci questa nuova libertà: la rete può stare anche sopra la scarpa, basta poi non scivolare sui pavimenti appena incerati! #megliosottochesopra

brand: Agent provocateur / campagna: prove di elasticità

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Ora bisognerebbe capire se l’elasticità da sottoporre al test è quella: a) della mutanda; b) del reggicalze; c) della modella. In ogni caso non vedo grossi passi in avanti perché la mutanda è di pizzo svolazzante, il reggicalze sta per saltare in aria e la modella non ha una grande apertura…Rimandati a settembre tutti quanti. #questoscattozeroeleganza

brand: isabel marant / Campagna: da mangià non c’è nulla, io esco, te arrangiati!

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Tempi duri in arrivo per gli uomini: le donne moderne la spesa non la fanno più, il pane secco avanzato te lo tirano dietro e se non le porti a cena te, ci vanno da sole. Vestite con la solita sobrietà. #StilettoeBaguetteSonoLaNuovaCoppia

brand: dolce&gabbana / campagna: tarantella in piazzetta

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Cosa c’è di meglio di una bella tarantella in piazzetta a Capri? Un vestito con gli spaghetti stampati sopra! Orgoglio nazionale #PizzaPastaMandolino

brand: max mara / campagna: ho bevuto troppo, non ce la fo’ a sganciarmi le scarpe

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Siamo tornati tutta una sera a casa gattonando perché avevamo bevuto troppo. Di sicuro il trucco non era così perfetto e nemmeno la messa in piega, ma il tentativo di spogliarsi una volta cappottati a terra lo abbiamo fatto…con scarsi risultati. Anche alla signorina non sta andando bene, almeno avesse avuto il cuore di indossare un paio di ciabatte al posto di queste scarpe con triplo giro di spago alla caviglia…#QualcunoLaAiuti

brand: louis vuitton / campagna: narcolessia portami via

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Con la primavera la botta di sonno è all’ordine del giorno. Ma un crollo totale a questi livelli necessita di una buona dose di vitamine ed energizzanti. Oltre ad una dieta ricostituente che con queste gambine arriva un soffio di vento e vi butta tutte nel fiume. Dai bimbe, un sorriso! #LaDepressioneNonE’Fashion

brand: gucci / campagna: fenicottero non ti cao’ (però fai scena)

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Qui c’è un doppio conflitto: il vero intellettuale non avrebbe mai portato quei jeans maledettamente risvoltati fin lassù. Il vero fashionista non si sarebbe mai gettato a terra tra la polvere dei libri con quelle ciabattine pelle&pelo. In tutto questo si aggiunge un altro dilemma: cazzo c’entra quel fenicottero?!? #SalviamoIlFenicotteroGino

Svolazziamo su una zampa in questa nuova settimana…buon lunedì! 😉

 

Sorelle…si fa per dire!

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“Ciao Morgatta, mia sorella mi odia…o almeno, io penso che sia così, perché è sempre antipatica, ha sempre qualcosa da ridire, mi tratta male e non sopporta nessuno dei miei amici e amiche. Io penso perché sia semplicemente gelosa, perché io sono carina, sono sempre andate bene a scuola, ora ho un buon lavoro e sono sempre stata fidanzata con bei ragazzi. Io le voglio bene, cerco di stare con lei ed includerla anche nelle mie uscite (io ho 23 anni e lei 26, quindi non molta differenza, ed in più viviamo ancora in casa insieme ai nostri genitori), ma niente: ogni occasione è buona per prendermi in giro ed umiliarmi (ed io non ho una grossa autostima, questo suo atteggiamento finisce di abbattermi). Non so più cosa fare, ci rimango veramente male ogni volta. Hai dei consigli? Flavia”

Sì, cambia casa! Questo è il consiglio numero uno che mi viene in mente, così di botto. Nel senso che vivere sotto lo stesso tetto, per di più con i genitori che magari si mettono in mezzo, con tutte le buone intenzioni del caso ovviamente, non è proprio il massimo per risolvere questa situazione familiare. Io non credo che tua sorella ti odi, non che non sia possibile, ma è più probabile che tu le stia semplicemente sulle palle: i successi, gli uomini, gli amici…magari sono cose che a lei sono mancate e non riesce ad essere felice per te, ma solo a sprigionare la sua invidia sotto forma di cattiverie e dispetti.

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In questo caso l’autostima che vacilla è quella di entrambe, solo che tu te la giochi vivendo la vita che ti piace e cercando conferme nei rapporti interpersonali e nel lavoro, lei preferisce la visione negativa che si autocommisera e che deve sparare cattiverie su chi invece riesce laddove lei non ce la fa…oltretutto fare del male a chi è vicino e a chi vuoi bene sembra essere più facile: viene sempre più spontaneo!!! Che non è una cosa giusta, ma spesso è quello che accade, perché la famiglia dovrebbe essere quella che, nel bene e nel male, ti accoglie e ti supporta sempre. Ma è anche vero che…

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Quindi puoi provare con l’approccio silenzioso-comprensivo, fatto di gesti carini nei suoi confronti, di coinvolgimento reale in questioni che ti riguardano, di interessarti davvero nelle sue di cose, da quelle importanti a quelle più futili; un avvicinamento fatto di gesti e di azioni che le dimostrino la tua buona predisposizione nei suoi confronti e la voglia di avere un rapporto di sorellanza civile. Ci sta che ti allontani in malo modo…

L’altro approccio è lo scontro-diretto, un dialogo aperto in cui rischiate litigare di brutto e anche di prendervi a manate, soprattutto se una delle due ha un temperamento particolarmente irascibile, però nel quale viene tirato tutto fuori per cercare di capire dove sta il problema; insomma, parlare è sempre un ottimo mezzo, parlare onestamente sarebbe auspicabile, ma anche in questo caso non è detto che ciò accada. E preparati perché questo potrebbe portare a galla delle cose scomode…

L’allontanamento fisico e mentale è un’altra soluzione, almeno per un periodo: è orribile non andare d’accordo con la propria sorella, ma ci sta…la famiglia non te la scegli, ti capita e forzare i rapporti non è il massimo. Meglio defilarsi, fisicamente e mentalmente. Tu riacquisti sicurezza, ti godi la tua indipendenza (magari lei farà lo stesso e sentirà meno la competizione non avendoti intorno sempre) ed un giorno potreste riavvicinarvi in maniera civile…

Vedi cosa ti si addice di più, ma mi raccomando, non arrivare alle mani…che non è elegante! 😉

Voi andate d’accordo con le vostre sorelle/fratelli? Ore 18.20 tutti sintonizzati su radio m2o che ne parliamo con LaMario e con voi, in diretta!

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“Il cameriere non è colui che porta i piatti, è quello che ti deve far star bene quando sei a cena fuori”

STORIA IN 3 PIATTI E 3 PUNTATE: FINE SERVIZIO PT.2

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[…] “Dai capo, lo sai, è una situazione di comodo. Lavoro 3 sere a settimana in palestra, altre 3/4 sono qui, mi dici quando trovo il tempo di conoscere qualcuno di nuovo? Conoscerlo, uscirci, farmi pagare un paio di cene…no, no, troppe menate. Almeno qui vado sul sicuro.” Glielo dico con un’aria talmente convincente, sfoggiando il mio sorriso migliore che quasi quasi mi sembra che tutta questa storia-non-storia abbia un senso. Allungo distrattamente la mano verso il pass per prendere l’uovo al pomodoro del tavolo 11 e manca poco mi ustiono una mano “Che stai attenta!“, tuona Gino dalla cucina “E poi aspetta, non lo vedi ci manca il pane?“. Eh, no, non avevo visto. Sorrido a 50 denti, sbatto le ciglia tipo cerbiatto e pigolo “Ooook…che profumino, me le fai anche a me dopo?” (i cuochi vanno saputi prendere, quando faccio la gattina non resiste) “Scordatelo”. Mi ghiaccia, ma so che alla fine cederà. Fischietto e porto il piatto, sempre sotto lo sguardo inquisitore del capo.

So bene che non approva questa situazione, soprattutto dopo avermi visto dilaniata nei primi anni di questa relazione dai contorni confusi. Abbiamo già passato il quarto anniversario, ma se faccio il conto reale dei giorni trascorsi insieme, forse si arriva appena a sei mesi. Se la nostra fosse stata una relazione “normale”, quelle in cui ti frequenti con costanza e con l’intenzione, se non altro, di provarci, l’avrei mandato a quel paese dopo un paio di settimane. Purtroppo, però, il suo concedersi parecchio bene ma con il contagocce ha fatto sì che questo incantevole strazio continuasse nel tempo. Capita. Anche alle migliori. A volte essere pienamente consapevoli delle situazioni non è sufficiente a salvarsi le penne, ma almeno aiuta a non farsi inutili aspettative. E io, alle aspettative su Mattia, ho fatto un bel funerale un paio di anni fa, quando ho scoperto la sua tendenza alla poligamia, abitudine che mi aveva gentilmente omesso.  Una volta cominciato a giocare a carte scoperte, però, niente ci ha impedito di farci delle nottate appaganti, condite di risate e di quella confidenza fisico-psicologica che solo amanti di vecchia data possono avere. “Il buon senso te lo dovrebbe impedire”. Eccola là, la vocetta tanto buona quanto fastidiosa: “Non mi angosciare, per favore, ho bisogno di leggerezza ultimamente e di distrarmi senza troppe pretese. E poi questo non è il momento di discutere, sono al lavoro”. Mentre liquido l’Altra Me, mi avvicino al telefono nella speranza di un messaggio rassicurante e invece picche (o pacco).

Nulla, via, non si tromba nemmeno stasera”.

Mi arrivano, in sequenza, una pacca sul collo dal capo, accompagnata da un compassionevole “Ti ci sta bene”, ed un’energica strizzata di chiappe da Dario “Se vuoi du’ colpi te li do’ io stasera”.

“Grazie amore, hai già avuto il tuo momento ai suoi tempi. E poi con i colleghi di lavoro non faccio sesso. Ho un’etica professionale, io!” […continua…]

Uovo al pomodoro di cucinamo

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pomodori

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