Buccia di Banana/Quando la rete fa capolino

Qualche sera fa ero a cena con degli amici in provincia di Livorno. Accanto a noi si siedono tre ragazze giovani e carine; mentre io continuo a sproloquiare (ero girata di spalle), il mio amico mi fa notare un dettaglio stilistico. Questo…

…mi lascia lì per lì perplessa, poi il giorno dopo vagando su Instagram, ne ho viste parecchie simili e allora ho dovuto constatare che si trattava di una tendenza vera e propria, così sono corsa a documentarmi sul perché le calze a rete si devono portare sotto ai jeans che spuntano di almeno 5/10 centimetri sopra la vita del pantalone. Ovviamente abbinate con qualcosa di corto che le faccia vedere, tipo la famosa maglietta tagliata (o crop top).

Dunque, andiamo con ordine. La calza a rete maglia larga esiste da un bel po’, prima appannaggio di ballerine di burlesque e gente di teatro, poi sdoganate negli anni 80 da una spavalda Madonna che le ha usate in chiave sexy, rock e anticonformista. Pure un po’ incazzata. Ora che gli anni 80/90 sono stilisticamente ritornati in auge, sono tornate anche le grossi reti nere che fanno capolino da tutti gli spiragli lasciati aperti: dai buchi dei jeans strappati, sotto alle gonne, con gli shorts ma senza tacchi (che se no c’è il rischio di diventare volgari) e anche tra la fine del risvoltino (sì, ancora) e l’inizio della scarpa.  E fin qui tutto più o meno bene. Tra gli autorevoli consigli di chi raccomanda questa tendenza mi hanno fatto particolarmente ridere:

Indossare con il look bon-ton: perché no, se vi sembra di essere troppo seriose. Aggiungere un po’ di pepe non fa mai male.” Già, perché mai rinunciare al pepe…

“Con la gonna di jeans, in versione rock, nella versione che più si addice a queste calze. Attente a dove e come indossate questo look. E’ frizzantino e fa un po’ “ragazzina”.” Quindi, care over35, state bene attente a dove ve le mettete, per non trovarvi schiere di 25enni che vi corrono dietro…

Poi ho trovato:A vista, fuori dai jeans: se siete attente ai personaggi più in vista su instagram, avrete notato questa piccola mania. Le calze a rete che spuntano dai jeans, fino sopra l’ombelico, come fossero un accessorio. La pancia deve essere ovviamente super piatta.

Ecco, carini no?!? Il giornalismo che mi piace: quello che ti informa sulle novità, che ti dice come metterle al meglio e che ti fa venire la paranoia sulla pancia nemmeno piatta, SUPER PIATTA che devi avere per andare in giro con le calze tirate su fin sotto alle tette!!! Voglio dire, vaglielo a dire tu alla ragazzina che vuole mettersi giù come le sue amichette ma magari ha un po’ più di pancia ed esce fuori come la mortazza nella rete per poi farsi venire le paranoie…

Insomma, secondo me se ne poteva fare a meno. Così come potevamo fare a meno di questi…


A vista, solo sulle caviglie scoperte, con dei jeans fringed e un mocassino. Il contrasto è davvero d’avanguardia!” Quindi se volete puntare sull’avanguardia, la strada dicono si questa. Io al momento preferisco rimanere sul retrò/vecchia scuola andante. Voi che dite? Vi piacciono queste calze/calzini con elasticone di rete a maglia grande?!? 😉 Parliamone..e buon lunedì!

Quindi…che lavoro fai? (come spiegarlo alla mamma)

Che i tempi sono cambiati temo che ce ne siamo ampiamente accorti. Il famigerato cambiamento (positivo?negativo?boh, non ci sto capendo più nulla?) ha attaccato tutti gli aspetti della vita, ma mai come oggi il mondo del lavoro ha assunto contorni sempre più sfumati, poco definiti e variabili come l’umore durante il ciclo lunare: praticamente un casino. I posti fissi sono sempre meno, i contratti hanno più sotterfugi di quelli delle compagnie telefoniche, le proposte economiche sono imbarazzanti, i liberi professionisti sono strozzati dalle tasse, chi è al sicuro di un’azienda con la A maiuscola è comunque a rischio e di definito e definitivo non c’è più nulla (o meglio, solo una cosa…quella lì). Ci chiamano generazione liquida, perché definirci quelli che l’hanno presa nel culo da tutte le parti effettivamente non suonava bene e poi era troppo lunga. E quindi liquidi, malleabili come l’acqua, in balia delle correnti ma con la meravigliosa capacità di adattarsi a qualsiasi contenitore, anche se la vera aspirazione sarebbe quella di fluire liberi come il mare. All’aperto. La realtà è che sei costantemente in movimento fisico e mentale per inventare lavori, pensare progetti, portare avanti tre/quattro lavori in parallelo, stare sempre sul pezzo, essere aggiornati, essere competitivi, essere ovunque e provarle tutte. Sopravvivere professionalmente e cercare di fare un percorso più o meno lineare raggiungendo degli obiettivi non è una cosa facile, per cui spesso devi fare il giro largo o prendere più strade cercando di arrivare alla meta. Mentre ti barcameni con fatica, arriva un bel giorno la mamma e con quel fare fintamente innocuo, ti guarda e ti chiedeMa quindi…cos’è che fai di preciso? Perché l’altro giorno ho visto la tua prof. del Liceo, mi ha chiesto cosa facevi e io le ho detto che fai un sacco di cose…però, insomma, qual è il tuo lavoro principale?“.  E a te ti cascano le palle…

A volte è veramente difficile spiegare a se stessi che cosa si fa, figuriamoci spiegarlo ai genitori che sono cresciuti e hanno vissuto in un’altra epoca. Sì, quella che studiavi (o non studiavi) per fare una cosa e poi la facevi a diritto, PER TUTTA LA VITA! Ora le cose sono cambiate e “Perché la tua amica laureata in architettura s’è messa a fare la chef?” e “Fai il social media che?“o ancora  “Ma perché se volevi fare la stilista non provi a mandare un curriculum in una bella azienda? Guarda che secondo me da Gucci ti prendono“. Quintali di mestieri nuovi, mestieri strani, mestieri con sigle o nomi in inglese che a volte, anche tra coetanei, viene spontaneo chiedere “Sì…ma in pratica cosa fai?. Questioni che ho fronteggiato quotidianamente, ma so che siamo in diversi a sentirci fare queste domande ripetutamente da genitori/parenti/amici che non condividono la nostra situazione lavorativa. Ho sbuffato, urlato, cercato di spiegare (evidentemente non benissimo) e poi ho mollato il colpo; fino al giorno in cui mi sono detta: ci devo provare, anche solo per mia salvaguardia psichica (che sentirsi fare tutte le volte le solite domande non è bellissimo, anzi, io poi mi stresso). Non è stato facile, ed ha messo a dura prova la mia pazienza, ma credo abbia funzionato. Ecco gli step da seguire 😉

Introdurre lo scenario. Per prima cosa è necessario contestualizzare, a volte partendo da molto lontano (avevo detto che ci voleva pazienza)! Intanto lo scenario lavorativo generale, chiarendo che non siete delle mosche bianche, ma perfettamente inseriti nell’incasinato mondo del lavoro contemporaneo. Poi illustrare il mondo di riferimento: che sia il web con il suo intricato modo della rete, la radio ed i suoi meccanismi, analisi dei numeri di multinazionali o raccolta fonda per finanziare spettacoli o progetti, parlate del contesto in maniera paziente, dettagliata e senza usare paroloni, soprattutto niente inglesismi gratuiti.

Entrare nel dettaglio del COSA fate e anche del PERCHE’. E’ necessario a questo punto scendere nel dettaglio del cosa fate in termini davvero pratici, con specifica delle mansioni e del tipo di lavoro svolto, magari anche con esempi pratici. Se è possibile fate vedere delle cose, mettetela/li al corrente di ogni aggiornamento o cambiamento. Alla fine quello che spaventa è il non sapere o sapere delle informazioni a metà: in questa maniera hanno tutto il tempo di farsi dei film che al 99% non corrispondono mai alla realtà. Più riferimenti hanno, meno scassano e più stanno tranquilli (o decisamente meno, ma in ogni caso sapranno la verità)! 😉 Anche la motivazione è importante: ci sono dei momenti di passaggio in cui magari uno si trova a fare un lavoro “cuscinetto” che non sembra proprio inerente: ecco, anche in quel caso chiarire il perché si fa una determinata cosa è funzionale a far intuire il disegno generale. Perché un disegno ci deve essere…e se non c’è INVENTATELO, volete mica far preoccupare la mamma?!?

Aggiornamenti costanti. L’update è importantissimo. Tenerli informati, avvertirli dei cambiamenti, di qualcosa di nuovo che bolle in pentola, fargli vedere i progetti in corso, spiegare ed illustrare con costanza è importantissimo per farli sentire partecipi. All’inizio si fa una fatica bestiale, soprattutto se la mamma è completamente fuori dall’ambito di riferimento e ti tartassa con domande all’apparenza idiote, ma questo piccolo sforzo di coinvolgimento alla lunga avvicina e ripagare. Anche solo perché dopo anni smette di chiederti “Quand’è che ti trovi un lavoro serio?“. Vi assicuro che fa benissimo alla nostra psiche e alla nostra autostima.

Riassumete il tutto in una frase che la mamma potrà facilmente rivendere alla zia Pina che le chiede per l’ennesima volta che lavoro fate. Così, anche se in realtà non ci ha capito una mazza, almeno avrà la risposta pronta e decisa! 😉

Vi siete mai trovati in questa situazione? Se sì e se avete altri trucchi e suggerimenti, io li ascolto sempre volentieri. E alle 18.30 ne parliamo anche con LaMario in diretta su radio m2o. Stay tuned e buon fine settimana!

Mochni: un magazine, una guida e non solo…

Una delle domande che mi vengono rivolte spesso quando inizio a sproloquiare di moda sostenibile e di scelte diverse per quanto riguarda l’abbigliamento è: sì, ma dove li trovo? Chi è che produce in maniera etica? E soprattutto come faccio a sapere che è vero? Ora, sull’ultima domanda scriverò una serie di articoli a parte, perché il mondo delle certificazioni e bollini che accertano la sostenibilità di un prodotto è ancora oscuro (insomma, non siamo certi nemmeno quando leggiamo Made in Italy, figurati quando vediamo altre sigle, comunque…). Per quanto riguarda il “dove li trovo” scriverò comunque una serie di articoli che presentano brand nazionali ed esteri decisamente sostenibili e da sostenere, ma oggi volevo parlarvi di una piattaforma internazionale interamente dedicata all’argomento: MOCHNI.COM! (sì, è in inglese, facciamo uno sforzo)

Mochni è un portale interamente dedicato alla sostenibilità a 360°, con un’attenzione particolare al tema della moda, bellezza e viaggi, che strizza l’occhio alle donne orientate ad uno stile di vita salutare e sostenibile, per il quale ho scoperto anche esserci un acronimo LOHAS (Lifestyle of Health and Sustainability). L’idea è di Antonia Leonie Böhlke che, dopo aver lavorato per anni nel modo della moda come stilista e stylist, stufa di stare alle spesso folli dipendenze altrui, ha cercato una via per essere indipendente e soprattutto indirizzare le persone verso una moda più onesta e rispettosa. Questo perché, come sto constatando sempre più spesso mano a mano che entro in contatto con persone che si muovono in questo campo, chi ha lavorato nella moda ed ha un cuore (ed una testa) dopo un po’ non può fare a meno di farsi delle domande su COME vengono prodotti certi capi. Quando non vedi direttamente, immagini; quando immagini poi cominci ad indagare e quando indaghi spesso scopri delle cose che non ti piacciono anche all’interno della tua azienda che ti spingono, alla fine, a lasciarla e ad intraprendere altre strade. Prima tra tutte quella di condividere le tue scoperte e cercare di informare quante più persone è possibile. Come lei stessa ammette “la sostenibilità non è un trend, è il futuro“! E questo futuro presente merita di essere raccontato…

Per questo gli articoli che si trovano su questo portale cercano di rispondere alle curiosità per quanto riguarda la moda, il benessere, il viaggiare in modalità “eco” (divertenti a questo proposito le guide a svariate città orientate in questa direzione) ed uno stile di vita sano ed eco-compatibile, dando consigli sui prodotti dei marchi più responsabili in tutto il mondo. Il tutto con un’estetica molto curata, così come i contenuti. Ma non finisce qui; oltre agli articoli il punto di forza è l’Ethical Brand Guide, una guida dalla A alla Z che riunisce marchi di abbigliamento, accessori, intimo, costumi da donna e bambino, ma anche altri negozi online che sono orientati verso brand alternativi.  

I marchi vengono scelti in base a criteri etici focalizzati sul processo di produzione (dall’idea al suo assemblaggio, seguendo tutti i passaggi dal taglio alla confezione), che devono essere sviluppati sotto il controllo del marchio o il marchio deve avere un contratto diretto con il produttore. Il tutto garantendo buone condizioni di lavoro, indipendentemente dal fatto che il  avvenga in una regione sviluppata o in una regione in via di sviluppo (anche se in questo caso si dovrebbe sostenere le attività artigianali locali e le comunità tradizionali, oltre ad aiutare lo sviluppo e la crescita di quest’area). Con “buone condizioni di lavoro” si intende:

1. L’occupazione è liberamente scelta
2. Non c’è nessuna discriminazione
3. Nessun lavoro minorile
4. Libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva (sindacati ed organizzazioni)
5. Pagamento del salario che permetta
6. Ore di lavoro ragionevoli
7. Condizioni di lavoro sicure e salutari
8. Rapporto di lavoro legalmente vincolante

(Questo è anche lo standard riconosciuto dall’Organizzazione internazionale del lavoro, OIL, giusto per capirsi meglio)

Oltre all’etica c’è anche l’estetica: siamo lontani dal periodo sostenibile=sfigato! Basta sfogliare tra i marchi selezionati da MOCHNI per vedere quante cose belle, stilose ed abbordabili ci sono in giro come valide alternative a quelle proposte dall’industria del pronto moda, quella del lusso e quella della moda tradizionale prodotta ad occhi chiusi! Almeno noi gli occhi possiamo aprirli…o no?!? 😉

Ma le iniziative di questo gruppo di professioniste non si esaurisce qui ed ecco aperte le iscrizioni al SFA, Sustainable Fashion Award, un premio per scovare quei brand meno impattanti per l’ambiente e premiarne il migliore, con un premio in denaro per il vincitore e la stessa somma devoluta ad una NGO partner dell’evento. Il regolamento lo trovate sul sito, se vi sentite uno di “quei brand” perché non partecipare…(c’è tempo fino al 31 agosto per iscriversi).

Per tutti gli altri consiglio un giretto sul sito ogni tanto…;)

Tutte le foto sono prese dal profilo instagram di MOCHNI.COM

 

Buccia di Banana/SopraccigliONE Mania

Ricordo ancora quando mia zia, la sorella di mamma, mi prese sotto le sue zampe, avrò avuto forse sedici anni, ed iniziò gentilmente ad intervenire sulle mie sopracciglia: “dai, che te le sistemo un po, che non ti si può vedere con tutti ‘sti peli sopra agli occhi“. In effetti di peli superflui lassù ce n’erano diversi (sono donna del sud, dopotutto), ma da quel momento in poi mi sono dovuta preoccupare, relativamente eh, anche si sistemarmi periodicamente l’arcata sopraccigliare (maledette schiavitù estetiche). Ma i miei spinzettamenti bi-settimanali non sono niente in confronto alla sopracciglia-mania che sta lentamente trasformando volti femminili in mascheroni con sopraccigliONE esageratamente…FINTE!!!

Un conto è curarsi le sopracciglia per avere il volto sistemato, un conto è lasciarsi sfuggire la cosa di mano. Ma andiamo con ordine: il trend si è fatto spazio nel corso delle stagioni grazie a persone/personaggi che hanno naturalmente delle sopracciglia parecchio folte, come l’immortale Frida o la vivente Cara Delevingne, discreta fanciulla che i peli sopra agli occhi ce li ha così, di fabbrica; fatto sta che in poco tempo il look ha fatto tendenza ed ecco che in tante hanno sentito l’esigenza di dare un tono folto e ben definito alle proprie sopracciglia. E fin qui tutto più o meno bene; la cosa, però, è diventata una vera e propria follia comune con il risultato che, per ottenere lo stesso effetto, la naturalezza (seppur costruita) sia stata mandata a quel paese, lasciando spazio a cloni tutti uguali dall’aspetto dichiaratamente finto!

E salta subito all’occhio:

Le sopracciglia sono perfettamente identiche e simmetriche! La cosa, in natura, non è possibile! Siamo asimmetrici, tutti. Ricreare la simmetria perfetta fa sembrare lo sguardo di bambola…morta! Anche cromaticamente, avere lo stesso colore bello pieno dall’inizio alla fine non è assolutamente naturale.

Le sopracciglia sono uguali tra tutte quelle che se le ritoccano! Che senso ha essere tutte uguali e riproporre lo stesso disegno di sopracciglia sopra un volto dove non c’incastra niente?!? Va bene la tendenza, ma l’unicità e la particolarità del singolo, dove ce le mettiamo?

Contorno disegnato con l’accetta! Spesso, per farle grandi, vengono definite a colpi di machete invece che di matita, con il risultato di aver contorni super definiti che rasentano il ridicolo. Sfumarle un pelo, no?!? E anche di averle troppo piene: ora, tra un pelo e l’altro c’è anche dell’aria, solitamente, farle piene piene non darà l’idea che siano state fatte con un marker punta piatta? O_o

Per alimentare questa tendenza e ricavarne il solito guadagno le aziende cosmetiche si sono inventate delle linee appositamente per le sopracciglia (e io mi chiedo: dalle gambe i peli li combattiamo e sulla faccia invece gli facciamo gli impacchi nutrienti e i bagni di colore? C’è sempre qualcosa che mi sfugge…): Diego dalla Palma ha pensato di proporre The Brow Studio, una linea composta da 14 prodotti e 4 accessoriper permettere a ogni donna di realizzare le sopracciglia più adatte al proprio volto“. Vuol dire chimica e plastica al servizio delle cazzat…ops, delle donne e della bellezza! Però GLI ESPERTI consigliano anche di non andare subito con la copia-fai-da-te; per impostare la forma meglio affidarsi alle mani di un professionista: ecco nascere i Brow Bar e le Brow Station, nati appositamente per consulenze altamente qualificate sui peli dell’arcata sopraccigliare. E va beh…

Per chi vuole una soluzione pratica e semi-definitiva, i tattoo per le sopracciglia, detti anche dermopigmentazione, hanno fatto passi da gigante, garantendo un risultato ottimale che non vira al verde o al blu come in passato grazie agli inchiostri biologici. E vai di mattonate che durano addirittura un anno. Insomma, per assecondare il desiderio di uno sguardo intenso e penetrante le hanno pensate tutte, anche quella di farsi le extension alle ciglia con soffici e leggerissimi PELI DI VISONE da inserire tra quelli propri sia in versione “one to one”, un pelo per volta, o in versione 3D, a ciuffi. Insomma, credo di aver capito che la parola chiave del mondo beauty di quest’anno è FOLTO. Chissà se vale anche per i peli della pass…BUON LUNEDI’ 😉

Definirsi (in coppia) dopo una certa

Che si stava meglio quando si stava peggio mi pare di averlo già scritto qualche post fa, ma in questa sede vorrei approfondire una di quelle voci riportate nell’articolo di fine gennaio:

…quando uscivi con uno, vi piacevate e stavate insieme. Facile, rapido e diretto.”  Oggi, dopo due mesi che esci con uno, la situazione che si prospetta è questa:

“Allora? Come va con LUI?”

Bene, ci vediamo, ci sentiamo, parliamo un sacco, è veramente gentile e carino. Sì, abbiamo anche un’attività sessuale notevole. L’altra sera sono anche rimasta a dormire da lui.”

“Daiiii. Quindi state insieme?”

Cazzo ne so. No, sì, boh…no, usciamo.” (ma quanto dura l’usciamo?!?)

Ecco, dando uno sguardo approfondito all’universo sentimentale disastrato degli over 35 c’è una cosa che si ripete e dalla quale sembra difficilissimo uscire indenni: definirsi. Già, appiccicare una bella etichetta sopra a due esseri umani che si frequentano e fanno cose insieme è difficile e quasi politicamente scorretto perché: CHE PALLE LE ETICHETTE, ci vuole libertà, apertura mentale, seguire il flusso, non incastrare le cose dentro una scatola e nemmeno dare per forza una definizione, che tanto poi tutto cambia e tutto si evolve. Certo, poi quando il solito con cui stai uscendo in libertà te lo ritrovi davanti che si ciuccia* (*bacia con la lingua) con un’altra, sfido io a prenderla con filosofia. Non si tratta di appiccicare etichette per forza, ma inquadrare la relazione affinché non ci siano fraintendimenti dai risvolti pericolosi; in fin dei conti…

Senza definizioni è come entrare in una stanza illuminata per qualche minuto; poi improvvisamente spengono le luci, rimani al buio e tu, che la stanza non la conosci ancora bene, cominci ad andare lentamente a tentoni, faticando per abituare gli occhi all’oscurità, cercando di non andare a sbattere nell’anta del passato che qualche stronzo avrà sicuramente lasciato aperta. Alla fine ti orienti, ma nel frattempo avrai fatto una fatica stratosferica e comunque ti sarai persa metà dei colori e delle cose che ci sono dentro. Divertente? , se stai giocando all’orco di mezzanotte, decisamente No se si tratta di relazioni e della tua vita!!! Definire non è un modo puntiglioso per rompere le palle, ma un modo per capire quali sono le regole interne di tale relazione, se non altro per dare la possibilità all’altra persona di organizzarsi, di decidere e di essere consapevole della situazione che sta vivendo.Che senso ha investire in una relazione che non si sa cos’è?O meglio, quanta porzione di cuore possiamo mai mettere sulla griglia se non c’è nemmeno un po’ di brace che arde sotto? Che sia un pezzo di legno con scritto sopra TROMBAMICI, una fascetta di ramoscelli arrotolati dentro un USCIAMO SENZA IMPEGNO, o un bel pezzo di carbone con inciso STIAMO INSIEME, non fa differenza: l’importante è che venga presa una posizione. In quanto “adulti” la definizione è tacita, perché uno dei due muove un passo in più; ma il più delle volte gli esseri umani stanno lì a guardarsi, studiarsi, annusarsi, fermi per paura che l’altro scappi o declini l’invito, tutti verbalmente bloccati nell’esprimere le proprie emozioni, mentre nella testa la domanda che rimbomba è: ma cosa vuole da me? E io cosa voglio da lui?

Foto e Tazza di Piattini Davanguardia

Quindi si pone un problema di ordine tecnico/pratico: come si fa a chiedere a uno/una in quale modalità ci si sta frequentando?!?

No ai messaggi in stile adolescenziale. Nemmeno sulle tazze. O forse sì?

-Qualche illuminata psicologa suggerisce di “Uscire dalle conversazioni superficiali e scoprire la parte più sentimentale, cercando di creare un’intimità più profonda“, o ancora di “fargli capire in maniera indiretta che vorresti un rapporto esclusivo” o provare “coinvolgerlo in programmi a media scadenza” e “parlare del futuro, sia lavorativo che professionale, ovvero metterlo al corrente dei tuoi programmi“. Questo approccio, sicuramente più adulto, più morbido e più empirico, funziona solo se: -siete lucide e riuscite ad interpretare le risposte senza fare proiezioni (nonostante l’interpretazione sia veramente faticosa e spesso porti a conclusioni opposte); -se lui risponde in maniera sensata e non comincia a fare giri di parole evasivi (però se farfuglia cose non è un buon segnale); -se siete entrambi onesti. In ogni caso c’è più margine di vaghezza e di andare avanti per mesi senza averci fondamentalmente capito un cazzo! 🙂

-Io, in questi ultimi anni (bugiarda, nell’ultimo), ho sperimentato l’approccio diretto e ho capito che: 1-è rapido; 2-non è indolore, ma almeno sei consapevole; 3-se le cose non sono come le desideri, finiscono subito, senza strascichi. Quindi, dopo un periodo X di uscite e frequentazioni (anche sulla tempistica state larghi, ma non lasciate passare anni): Lei/lui, non ti interessa? Hey ciao, noi siamo solo amici! Lei/lui, ti interessa moltissimo? Mi piaci abbestia! La relazione è solo di lavoro? Io lavoro per te. Punto. Vuoi che siate una coppia? Quindi? Si sta insieme? Vuoi che sia solo sesso? Guarda, come partner da camera sei perfetto. E non sarai il solo. Per le parole e le modalità, cercate di trovare la vostra, ma basta STORIE AMBIGUE!

 

Definire la relazione non è un gesto di coraggio, è un gesto di amore verso se stessi.

(e anche un modo per non sprecare tempo prezioso in cose che al momento non ci interessano) O no? Se avete altri suggerimenti su come definirsi praticamente dopo una certa o se volete raccontarci le vostre esperienze, finite bene o anche male, vi aspettiamo in diretta su radio m2o alle 18.30 con LaMario. O anche qui…;)

Out of Fashion: il corso sulla moda consapevole

Sulla sostenibilità, moda etica e green fashion se ne sente sempre più parlare; sul web circolano molte più informazioni, anche solo rispetto ad un anno fa, ma come al solito nell’abbondanza di notizie si trovano cose approssimative, quelle più o meno vere, quelle valide e autorevoli e quelle completamente false. Ognuno, anche in questo caso, dice la sua. E poi sulla definizione teorica della sostenibilità siamo tutti d’accordo, ma in pratica? Che cosa vuol dire? Cosa comporta? Ho sentito la necessità di informarmi, ma soprattutto di confrontarmi “faccia a faccia” con persone competenti, avendo la possibilità di apprendere da chi di moda sostenibile si occupa da tempo e se ne intende davvero. Ho cercato dei corsi qui in Italia ed ho trovato loro: OUT OF FASHION, il corso di moda consapevole organizzato dall’associazione Connecting Cultures. Mi sono iscritta e sono andata (che ogni tanto ho bisogno anche io di sedermi dall’altra parte della cattedra; apprendere, aggiornarsi e conoscere cose nuove è un processo che non si dovrebbe mai smettere di fare).

Ad allettarmi sono stati vari fattori: è un corso suddiviso a moduli che si tiene nel fine settimana, accessibile anche a chi lavora e non solo per studenti universitari. I moduli sono divisi per aree tematiche che approfondiscono di volta in volta ogni singolo argomento, dai materiali fino alla comunicazione del brand, passando per etica, artigianato e arte. Si possono frequentare tutti i moduli o sceglierne solo alcuni e alla fine sono previsti due “moduli extra” di pre-incubazione per chi avesse un progetto da sviluppare. Ma la cosa indubbiamente più consistente sono i professionisti del settore chiamati ad intervenire con lezioni teoriche e workshop pratici, nomi più o meno conosciuti ma con un curriculum degno di nota.

Il primo incontro ha cercato di fare chiarezza su un aspetto importantissimo: i materiali “green” ed il loro impatto. E’ facile dire che il cotone organico è buono e il poliestere è cattivo. In realtà la situazione è molto più complicata ed i fattori che entrano in ballo quando si parla di fibre tessili e di procedimenti a esse legati per la trasformazione e la finitura (tessitura, tintura, trattamenti, ecc) sono veramente tantissime. Di questo ho sempre avuto il sospetto, ma le mie idee sono state confermate dai numeri e dalle testimonianze pratiche (frutto di dati scientifici) di Claudio Tonin e di Mauro Rossetti. Quest’ultimo, poi, tra una parola detta e un pensiero sott’inteso, ha fatto chiaramente emergere il problema della tossicità di alcuni coloranti usati e di come ce li mettiamo addosso, a contatto con l’organo più esteso del nostro corpo (la pelle), senza porci nemmeno il problema. La situazione non è rosea, a tratti è terrificante e non posso negare che mentre ero seduta ad ascoltare sono stata pervasa da una sensazione di ansia che si andava a sommare con un moto d’ira, la voglia di spaccare tutto e ribaltare il sistema unita alla consapevolezza che le dinamiche che ci governano sono talmente più grosse di noi che ogni sforzo sembra veramente inutile. Impotenza? Frustrazione? Forse qualcosa di simile,  poi sono andata a farmi un aperitivo… 😉

I successivi incontri hanno parlato di materiali sottovalutati come il lino e la canapa, di quanto è inquinante la lavorazione del denim (tenetevi cari i vostri jeans, invece di buttarli dopo il primo strappo, tanto dilaniati vanno pure di moda adesso) e ci sono state due illuminanti testimonianze di come si può metter su un brand il più possibile sostenibile. Ebbene sì, la sostenibilità al 100% è quasi una chimera, ma ci sono progetti interessanti che si avvicinano molto e sempre più designer lavorano in questa direzione. Una direzione che è etica fino in fondo: pur di mantenere il controllo sulla filiera e sul prodotto c’è chi ha rinunciato a proposte di multinazionali o grandi finanziatori; non c’è bisogno di fare produzioni enormi, se una riesce a guadagnare bene dal suo lavoro e stare in pace con se stessa, può anche fermarsi. Che anche fare i miliardi non è propriamente etico…

L’altra cosa bella è stato ritrovarmi con altre persone interessanti che sono sulla stessa lunghezza d’onda, che si impegnano e che si muovono concretamente in questa direzione. Chissà che la connessione faccia la forza! 😉 Io non vedo l’ora di andare questo weekend al secondo incontro, nel quale si tratterà il tema spinoso dell’etica. Se siete interessati all’argomento suggerisco vivamente di sbirciare il sito (http://www.connectingcultures.info/moda_consapevole_etica_green/il-corso/). Da questo momento in poi “sfashion” sarà un appuntamento fisso dove approfondirò l’argomento sotto svariati punti di vista…e non sarò sola! (Sfashion continua anche ad essere un librino, disponibile in versione cartacea o ebook nelle librerie reali e virtuali, giusto per ricordarvelo. Se proprio volete esagerare c’è anche una pagina FB e un profilo Instagram appositamente dedicato). Però prima una domanda: vi interessa approfondire l’argomento moda-consapevole? Aspetto vostre…

Per saperne di più o seguire l’attività di Out of Fashion—> https://www.facebook.com/OutofFashion/ 

 

 

Buccia di Banana/L’oggetto che non mancava #2: i capezzoli finti

Sulla terra ci dev’essere del silicone che avanza; infiniti giacimenti di questa sostanza che sgorgano a fiumi e che devono assolutamente trovare il loro posto nel mondo, meglio se impiegati per rendere più attraente il corpo femminile, ma nel caso anche usato per sigillare le docce di casa va bene. Altrimenti non si spiega il perché di due prodotti, uno l’opposto dell’altro, messi in commercio in tempi diversi ma con lo stesso destinatario: le tette! Entrambi utilissimi e dei quali sentivamo la mancanza: i copri-capezzoli e i capezzoli finti. Andiamo con ordine…

Ora, tutto il genere femminile, chi più chi meno, chi molto di più e chi tanto meno, è dotato di tette; queste, a loro volta, indipendentemente da colore e forma, sono dotate di capezzoli. Questi ultimi, poverini, non hanno mai fatto male a nessuno, anzi, hanno sfamato intere generazioni (tra cui molto probabilmente anche colui che si è inventato questi fantastici oggetti) e regalato piacere a svariati esseri umani, sia uomini sia donne. Eppure, ad un certo momento della storia, i capezzoli sono stati incriminati, perché a volte si permettevano di spuntare da sotto ai vestiti e fare capolino, provocanti e malandrini, andando a solleticare fantasie e provocando incidenti diplomatici e fisici, di automobilisti distratti da un bel paio di tette. Quindi, TAPPATELI: ed ecco arrivare sul mercato pronti prontissimi i copri-capezzoli, ma non quelli carini che si usano nel burlesque o nelle serate hot, no! Dei piattelli in silicone con il compito preciso di nasconderli dalla vista del pubblico…evabbè, ce ne siamo fatte una ragione, nonostante ci abbiamo fatto venire ‘sta paranoia che il capezzolo che si vede è il MALE (mentre poi continuano ad imperversare i concorsi di Miss Maglietta Bagnata)!!!

 

Qualche mese fa, invece, si è risvegliata la compagnia Just Nips for All a portare sul mercato i capezzoli finti-attacca-e-stacca per avere scollature provocanti. Sì, avete capito bene: via i reggiseni e vai di cerotti capezzolati per averli sempre ritti, orgogliosi…e finti! Acquistabili con soli 10 € sono disponibili in vari colori e in due varianti: quella “cold“, fredda, abbastanza evidente e ritta e quella “freezing“, ghiacciata, con praticamente uno spillo al posto della tetta! Chi sente comunque il bisogno del reggiseno ma non vuole rinunciare a questo fantastico effetto che sta spopolando sul web e tra le star di Hollywood (che sono sempre sinonimo di stile e raffinatezza, ricordiamolo), arrivano le coppe imbottite all’interno e capezzolate all’esterno. Consigliato per l’estate, quando il caldo avanza e il capezzolo si affloscia, si vedono anche sotto ai maglioni. Insomma, la morale della favola è che con i vestiti addosso non ci sono più certezze: qualunque cosa potrebbe essere finta!!!

Questo è un chiaro esempio di come il mercato manipola usi e costumi per venderci costantemente cose spesso INUTILI!!! E direi che di capezzoli, quando si vedono e anche quando si nascondono, ci possono bastare i nostri, no!?! O_o

Per segnalarmi i vostri oggetti inutili o consigliarmi bucce di banana: marina@morgatta.com 😉

L’invasione delle pancione (l’intimità in rete, ma perché?)

Sarà il periodo, sarà l’età (la mia e di chi mi circonda) o sarà colpa della ChiaraNazionale che qualunque cosa fa diventa tendenza, ma io sul web vedo sempre più foto di pance ripiene di bambini che aspettano di venire al mondo. Un tripudio di buzzi* (*pance in livornese) che spaziano dai primi 3 mesi agli ultimi giorni, ritratte con mani che le cingono, cuoricini disegnati sopra, possibili nomi del nascituro appuntati a pennarello (speriamo non tossico). A volte si tratta di un singolo scatto giusto per fare l’annuncio a tutti gli amici/parenti/nemici per non dover alzare il telefono mille volte o dover inviare a tutta la rubrica il solito messaggio copia/incolla; altre volte di una vera e propria documentazione dettagliata di ogni singola cosa che succede durante la gravidanza, comprese quelle simpatiche ecografie 3D che mettono in luce precise caratteristiche di chi si agita lì dentro (ma io dico, non era meglio l’effetto sorpresa?). La ciliegina sulla torta è la foto del poveretto/a post-parto, che non vuol dire dopo due/tre giorni dal lieto evento, ma dopo nemmeno un’ora dall’espulsione. E qui mi sale la vena bacchettona, critica e pure un po’ polemica: c’è davvero bisogno di riversare l’intimità online? S’apre il dibattito…insomma, parliamone!

Lo so che siamo in tempi SOCIAL e che la condivisione di qualsiasi cosa ormai è la norma: dal selfie al cesso fino a quello post-orgasmico, passando per i vari scatti in ospedale dopo un intervento fino alla sbronza colossale ripresa il LIVE, credo che se ne siano viste di tutti i colori. Eppure credo che ci siano svariate cose che potrebbero essere tranquillamente etichettate sotto “VITA PRIVATA” che potrebbero davvero evitare di essere condivise su questi mezzi di sharing di massa! Tipo l’universo mammifero in procinto di procreare. Nel senso, io posso capire la gioia e la felicità di questo lieto evento e l’immediata voglia di condividere l’euforia con tutti, ma c’è davvero l’esigenza di mettere tutto in rete? Già lo tollero poco dalle dive/personaggi pubblici/gente dello spettacolo, che voglio dire, vivono perennemente sotto ai riflettori, ma una cosa solo per voi non c’avete voglia di tenervela? Ah no, dimenticavo, è marketing e personal branding pure quello…O_o Ma le altre specialissime donne comuni mortali che tipo di pensieri fanno prima di mettere le loro pance/eco/neonati online? Ecco, io penserei queste cose qui…

-E’ una condizione particolare, spesso non semplice da gestire, che può avere complicazioni e anche finire male (no, non faccio l’uccello del malaugurio, solo valuto ipotesi possibili)…in quel caso, come la mettiamo?!? Non bellissimo incrociare gente che vi fa le congratulazioni quando non c’è più niente per cui congratularsi…

Possibile che questa è una notizia che avete voglia di condividere con TUTTI TUTTI TUTTI quelli che vi seguono sui social? Proprio tutti?!? Che uno abbia cento amici, tutte persone che si conoscono e con le quali si interagisce anche nella vita reale, o che se ne abbiano 1000, tra i quali anche perfetti sconosciuti o amici di amici mia visti prima, esisterà sempre una percentuale a cui non gliene frega un’emerita mazza! E anche quelli invidiosi/rosiconi/stronzi che ve le gufano pure e vi parlano male alle spalle che, insomma, possiamo anche decidere di non informarli, no?

-Il web non è un posto sicuro, come il Mondo del resto. C’è gente buona e gente poco buona, c’è gente che si appropria delle immagini che finiscono in rete e gente che le chiede; ci sono anche gruppi di persone che fanno autoerotismo guardando proprio le foto delle pance in questione (preggophilia la chiamano), che è pur sempre una buona azione, ma magari non era il fine ultimo con il quale sono state condivise. E NO, non additiamo i “ladri”, la responsabilità prima è di chi sceglie consapevolmente di condividere certi contenuti online. “La “colpa” non è della Rete che fa diventare pubbliche cose private, la responsabilità iniziale è dell’utente che non riflette sulla portata delle sue azioni in Rete e delle possibili ricadute.” Si possono restringere le impostazioni di privacy, ma quello che è sul web è del web (che paura)!!!

-Appena partorito, che sicuramente è il momento più esilarante della vita di una donna ma anche quello dove si soffre come delle bestie, perché non vi godete quella cosa nuova che avete fra le braccia senza bisogno di esporla ai media immediatamente? Che fine hanno fatto le sensazioni, l’ascoltarsi, il vivere il momento e anche il tenerselo un attimo per i fatti propri? Troppo sentimentale, vero?!?

Ho letto forum e blog nei quali le mamme-pro-web rispondono con la faccia innocente: “E’ uno stato naturale, perché nasconderlo?” Boh, forse perché anche andare al bagno è naturale, ma non è che stiamo lì a postare ogni cagata, o no?!? E con questa esplosione di spontaneità e raffinatezza lascio la parola a voi qui sotto e stasera in diretta con LaMario su radio m2o ne parliamo insieme. Che sono davvero curiosa di sapere chi lo fa perché lo fa…

Saluto al mese/Febbraio, ricominciamo!

Ciao Febbraio,

come te la passi? Ho deciso che quest’anno ricomincio da te. Già. Per me sei sempre stato un mese inutile, di passaggio, tutto giornate grigie e spesso fredde, senza stimoli particolari, a parte quando in questo mese potevo permettermi di viaggiare in posti caldi e prendere una pausa dalla mia routine. Ora che la routine non ce l’ho, o meglio ce l’ho come viene, e che gennaio è andato come è andato, ho deciso che sarai tu il mio primo mese dell’anno, quello in cui ciò che ho pianificato viene messo in pratica. Ti prenderò di punta, utilizzerò le tue giornate pallose per concentrarmi ancora di più e quelle belle (se ce le mandi, per favore, grazie) per godere anche del tempo libero, sempre funzionale ad alleggerire la mente e stimolare la creatività. No, non ci provare, non mi travestirò nemmeno quest’anno, il tuo Carnevale mi interessa solo per gli spunti cromatici e no, non ho trovato un fidanzato nemmeno in questi primi mesi dell’anno, quindi i cuoricini te li puoi tenere; anzi, metterò l’11esima candelina sulla torta del mio di cuore e con l’occasione potrei stappare anche la bottiglia buona in compagnia degli amici, quelli buoni, quelli che l’amore te lo danno senza interesse. Comunque, sorvolando le questioni sentimentali, dovresti essere contento, caro Febbraio, che per una volta nella vita segnerai un inizio e non un semplice passaggio. Vedi solo di non fare scherzi: so che ne sei capace, ma a questo giro potresti pentirtene: so essere più dispettosa di te se mi impegno! 😉

Stai bene e fai ammodino. A presto…

Il mood di febbraio

AGENDINA

2 FEBBRAIO: Esce in edicola I LIKE IT MAGAZINE!!! Il magazine per il quale ho lavorato da settembre a dicembre da free press passa a rivista, distribuita nelle edicole di tutta Italia al prezzo di 2,50€. Sono felicissima perché questa rivista è particolarmente curata, fatta con amore e ricca di contenuti belli e interessanti; io ho ben due rubriche, una Sfashion che parla dell’altra moda, e Woman in Trouble, un focus sulle donne e le menate quotidiane. Quindi non vedo l’ora di comprarla e, per tutti quelli che me lo avevano chiesto nei mesi passati, adesso c’è l’opportunità anche di ordinarla nella vostra edicola di fiducia. Le info le trovate in questo post. Se vi piace richiedetela e sostenete il progetto; c’è bisogno di cose belle e di contenuti di qualità in giro!!! 😉

9/10 FEBBRAIO: Ethically Made? Secondo appuntamento per me del corso Out of Fashion sulla moda consapevole. Informazioni in più ve le dò mercoledì prossimo, ma nel frattempo potete sbirciare il loro sito.

11/17 FEBBRAIO: Torno a Ibiza. Una capatina invernale ci sta sempre bene…e poi devo fare qualche scatto per la Guida dell’isola della quale ho curato un restyling approfondito (ok, praticamente l’ho riscritta) e che uscirà per Morellini Editore (credo) il mese prossimo. Ve lo avevo detto, no?

27 FEBBRAIO: Singlepleanno +11 (Mi vergogno o sboccio? Si accettano suggerimenti)

—>INSTAGRAM NEWS: Sto facendo una rivoluzione di immagine e di contenuti. A partire dal sito, al blog, ai social. Se volete seguirmi anche lì e dirmi cose ne pensate, io raccolgo volentieri pareri e opinioni utili 😉

La consapevolezza t’ammazza. Riflessioni tragicomiche di inizio anno!

Lo so, l’anno è iniziato già da un po’, tanto che il primo mese è già finito. Io, però, ho il calendario sballato, o meglio, non ho fatto i conti con il tempo e i tempi comuni. Il tipico settembre in cui tutto ricomincia per me è stato un mese di lavoro molto intenso, il proseguimento della “stagione” iniziata a maggio; ottobre, quando solitamente tutto è in moto e i corsi in palestra sono incredibilmente pieni in virtù dei nuovi propositi, ero in Giordania e poi mi sono concessa due settimane di vacanza nell’isola dove avevo vissuto gli ultimi 6 mesi; novembre…sbarco a casa e non ci capisco più niente! Perché nel frattempo le cose si sono mosse, l’inverno era alle porte, quello che doveva iniziare era iniziato ed io mi sono ritrovata a mettere in ordine scatoloni e nello stesso tempo seguire progetti che non avevo minimamente messo in conto, mentre con gli occhi sbarrati tipo manga giapponese domandavo tra me e me “Quindi?!?“. Quindi ho cominciato a correre, cercando di rimettermi in pari ma senza avere la minima percezione del come, cosa, quando e soprattutto perché! Grosso errore: non si deve mai rincorrere il tempo, si deve vivere il momento, senza affanno, ma con la piena consapevolezza del presente…dice lo ZEN! Ma quando lo zen è momentaneamente assente l’unico pensiero è “fanculo, devo correre” e ti ritrovi sulla ruota del criceto a correre, girando in tondo, e a pensare…

(Faccia di chi pensa…a cose più o meno serie)

A pensare che in fondo si stava meglio quando si stava peggio, che tutta quest’ondata di illuminante consapevolezza (parola chiave di questo momento storico) in fondo è un’immane rottura di coglioni. Davvero. Pensate a come si stava meglio…

…quando si mangiava l’olio di palma nei tegolini al cioccolato ed eri felice come una pasqua, quando la farina bianca era quella cosa simpatica con la quale fare i dolci al pomeriggio e quando il pane ci stava sempre bene, soprattutto per fare una scarpetta con il sugo unto della mamma. Oggi no, non puoi ignorare che l’olio di palma fa aumentare il colesterolo cattivo, con tutte le varie ripercussioni sul sistema cardio-vascolare, che la farina raffinata, così come lo zucchero, sono il male dei mali e che il pane, dai, il pane no che ingrassi…cioè, non è che fa ingrassare, ma di sicuro meglio limitarne il consumo (e comunque sappiate pure che il pane integrale sì, per quanto riguarda fibre e transito intestinale, ma ha solo 5 calorie in meno di quello bianco).

…quando  potevi sclerare in tranquillità, sfogando l’aggressività nel qui&ora per fronteggiare un problema nell’immediato. Invece no, sclerare non va bene, va meglio respirare, contare fino a 10 e cercare di capire le motivazioni profonde del perché vorresti saltare alla gola di una persona ignorante e che non si è comportata bene. No, non basta il fatto che non si sia comportata bene, perché quello che vedi negli altri è il riflesso di te stesso, quindi forse sarebbe meglio cercare di farsi un’autoanalisi approfondita; perché in fondo il problema sei sempre TE, non gli ALTRI. E vai di seghe mentali, meditazioni, corsi yoga e ricerca di coach più o meno spirituali.

…quando andavi a fare shopping ed eri felicissima di tornare a casa con dei vestiti che ti stavano bene, carini e pagati poco; quando uscivi dai saldi contenta di quell’incontenibile ondata di frivola leggerezza. Ma no, c’è poco da essere contenti quando sai che stai comprando il lavoro sottopagato di persone che vivono dall’altra parte del mondo, che a volte muoiono per colpa di quel lavoro, che sopravvivono respirando sostanze tossiche, le stesse che poi ti metti addosso, esponendo la pelle a rischi che poi si ripercuotono sulla tua salute. Che comprare va bene, ma anche basta farsi abbindolare dalle politiche che spingono al consumo, che l’armadio pieno in fondo non serve e che si può fare a meno di tantissime cose. E che la shopping therapy alla vecchia maniera non funziona più…

…quando l’obiettivo era il posto fisso, il contratto a tempo indeterminato, lo stipendio a fine mese e le ferie programmate un anno prima. Ora l’unica cosa che puoi programmare è la sveglia per il giorno dopo, anche se non sai esattamente dove dovrai andare, l’importante è andare. Perché chi si ferma è perduto, chi non si aggiorna sparisce e nella giungla del lavoro che c’è e non c’è l’unico modo per sopravvivere è inventarselo. Che sembra una figata immane, ed in parte lo è, ma il lato B della medaglia presuppone che ti devi sempre e costantemente fare il culo, che se molli un momento nessuno si ricorda più di te e che devi sempre essere sul pezzo. Motivo per cui ci sono venuti in aiuto i social, funzionali e meravigliosi strumenti di marketing, che ti inchiodano con gli occhi allo schermo del telefono dalla mattina alla sera. Però funzionano, quindi chissene

…quando uscivi con uno, vi piacevate e stavate insieme. Facile, rapido e diretto. Ora no: intanto prima di trovare uno/una con cui uscire ti devi iscrivere almeno ad una App di incontri, che qui nessuno sembra avere più tempo per le relazioni umane; poi devi lasciarti trasportare dagli eventi, lasciar fluire le cose come vanno senza stare a puntualizzare, che se no passi per una rompicoglioni che vuole ingabbiare il maschio di turno, e vedere come va. Senza pressioni. Perché se ti vuole ritorna, anche se ti vuole solo trombare ritorna, ma va bene così. Mica tutte le storie devono concludersi con il “vissero felici e contenti“. E se non ritorna lascia andare, gestisci la fine con filosofia e tieni il cuore aperto per la prossima inc…ehm, storia! Perché essere consapevoli significa anche questo, accettare quello che accade consci che tutto succede per un motivo, anche se sul momento non è mai così chiaro.

Insomma, potrei continuare ad oltranza, riesumare il famoso dialogo del trio e fare il funerale della consapevolezza, condannandola a morte per averci aperto gli occhi in maniera prepotente e averci costretto a guardare il mondo in un altro modo, dovendo poi necessariamente adattare i comportamenti a questa nuova presa di coscienza. Maledetta, omicida della leggerezza, torturatrice della spensieratezza e complice delle paranoie. Eppure, una volta che ti contagia, è peggio di un virus e non puoi più ignorarla. A quel punto meglio averla come alleata che come nemica e andare avanti senza mai voltarsi indietro. Anche se in qualche grigio pomeriggio d’inverno, sbracata sul divano con le tue amiche di sempre, quasi alla soglia dei 40, questi pensieri da vecchie zie si affacciano, si fanno, si commentano, ci si ride su e poi si continua a vivere. Più consapevoli di prima.