Fashion Reboot: le mie impressioni della prima edizione del WSM

Lo scorso fine settimana sono stata al primo salone italiano dedicato “all’altra moda“, quella sensibile al cambiamento climatico, quella che pensa all’ambiente, alle persone e che si adopera per essere meno impattante ed accattivante allo stesso tempo (grazie Signore, in Italia, come sempre, c’abbiamo tempi lunghi). Un percorso che si è snodato su due pieni di alcuni locali del Base Milano (Ex Ansaldo), in piena zona Tortona. Ad aprire il percorso alcuni pezzi della mostra Sustainable Thinking direttamente dal Museo Ferragamo (noi ve ne avevamo parlato qui); al piano superiore, allestito con piccoli corner, esponevamo vari marchi, selezionati in basi a criteri di sostenibilità, innovazione, etica, recupero dei materiali e upcycling. I miei occhi sono caduti immediatamente qui:

INSANE IN THE RAIN

Una carrellata di colori e fantasie alla quale non ho resistito: gli impermeabili super pop di Insane in the rain sono il perfetto esempio di un’estetica streetwear e contemporanea che si combina alla ricerca di materiali innovativi e performanti. Gli impermeabili sono realizzati con RPET, un tessuto ottenuto con il riciclo delle bottigliette di plastica (PET, appunto), il che contribuisce a ridurre la quantità di plastica in discarica (circa 17-23 bottiglie per ogni giacca) oltre al fatto di non utilizzare il petrolio per produrre nuovo poliestere. Evitano inoltre di utilizzare plastica aggiuntiva o di nuova provenienza in tutte le procedure industriali, come  produzione, spedizione o distribuzione. Sani principi, coerenza, allegria nello stile e soprattutto una comunicazione fatta bene, cosa che ho apprezzato moltissimo perché solitamente c’è una grossa carenza (i marchi “etici” pensano che l’estetica non sia importante, ed è lì che si tirano la zappa sui piedi)! 😉

Qualche passo più in là sono inciampata negli occhiali di NEUBAU

Ad attirare la mia attenzione sono stati prima i modelli dalle forme interessanti, poi un cartello nel quale si leggeva che gli occhiali erano prodotti dalla pianta di ricino! Ed effettivamente, come ci hanno spiegato, questi occhiali sono stati sviluppati con il natural3D, un materiale 100% bio-based utilizzabile per la stampa 3d. Dai semi di ricino si estrae un olio che viene successivamente polverizzato e reso utilizzabile dalla stampante 3d che, strato dopo strato, realizza la montatura senza alcun tipo di scarto. La finitura è perfetta e gli occhiali sono tutti leggerissimi e comodi  (non segnano, non stringono, non molestano); oltre al fatto di proporre un sacco di modelli e colori dalle forme più disparate. Una sintesi perfetta di stile, sofisticatezza tecnologica e sostenibilità. L’azienda madre, viennese, supporta un sacco di iniziative legate all’ambiente e al riciclo. Io e LaMario ce ne siamo provate parecchi 😉

Decisamente più artistico, minuzioso e materico il lavoro di Sofia Lerner, una designer metà tedesca e metà peruviana che dal 2016 ha fondato l’omonimo brand in quel di Lima (Perù) collaborando con artigiani locali e lavorando sul recupero dei materiali, denim in primis, per creare capi nuovi ed unici. Vecchi jeans vengono smontati, scomposti e ricomposti sotto forma di cappotti, trench, jeans e giubbotti; un lavoro certosino dove l’abilità manuale degli artigiani locali si mette al servizio della creatività per dare vita a nuovi tessuti con i quali verranno poi tagliati e realizzati i capi. Santa pazienza, risultato interessante.

BGBL BOUNCING BAGS

Avevano attirato la mia attenzione già al Pitti Uomo; ritrovarla anche a Milano è stata una conferma ed una piacevole sorpresa. La particolarità di queste borse e zaini sta nell’uso (o meglio nel ri-uso) di palloni da basket provenienti da varie società sportive che vengono poi abbinati con la pelle per comporre accessori dal design unico. “Vogliamo unire una sensibilità ecologica a una passione per il design italiano, prendendo come concept le varie anime dello sport“. Anima sportiva, anima ecologia e passione per il bello: queste le fondamenta del marchio che ha visto la luce un paio di anni fa, come mi racconta la sua fondatrice; i palloni vengono lavati, tagliati ed assemblati con pelle di alta qualità direttamente nel distretto di Como, a pochi Km da casa. Il risultato è una combinazione che rimbalza tra lo streetwear ed il contemporaneo, adatta per gli amanti dello sport, perfetta per chi vuole distinguersi in modo originale (siamo in zona lusso, però, ve lo dico già)! Per questa edizione di Pitti è stata presentata una collaborazione speciale con i Da Move, crew italiana di riferimento in Europa per i suoi spettacolari show freestyle di basket, calcio, bike; per festeggiare i 20 anni dalla nascita dei Da Move, BGBL ha realizzato una collezione speciale che che ripercorre alcune tra le tappe fondamentali della storia del collettivo, utilizzando per un modello di zaino unisex i palloni che hanno “coreografato” le più importanti esibizioni del team nel mondo.

Uno spazio è stato dedicato anche ad un concorso aperto a nuovi progetti sia di design sia di servizi, dove è stato un piacere ritrovare Zero Barra Cento (uno dei primi marchi che avevo presentato in questa rubrica) con la sua linea di capi spalla unisex e concepiti per non avere sprechi al momento del taglio (zero waste design, vi avevo parlato anche di questo ;P ); ed anche Vic, Very Important Choice, la piattaforma italiana dove è possibile noleggiare abiti  e accessori dei migliori brand eco-fashion, in uno spazio dove si connettono produttori e consumatori consapevoli, una piazza virtuale dove trovare informazioni e condividere saperi ed esperienze. Presente anche Orange Fiber, idea e brevetto italiano dei primi tessuti realizzati dai prodotti degli agrumi (ma di loro vi parlerò a breve in modo approfondito). Una panoramica ampia e curata delle nuove opzioni della Moda, corredata anche da workshop e talk durante i quali sono stati affrontati argomenti legati al futuro del fashion (io sono ancora molto perplessa al momento, vedo ancora tanta strada davanti, ma almeno c’è una direzione). Tutto sommato è stato un inizio, soprattutto per quanto riguarda l’inserimento di nuovi contenuti in Saloni “ufficiali”.

Io, nella mia visione utopica in cui tutto il sistemata vada in qualche modo rinnovato, avrei optato per un formato diverso, fuori dalle logiche stantie di fiere-espositori-compratori-stampa (che poi questi compratori ci saranno arrivati fino? Avranno fatto ordini? Troveremo questo tipo di prodotti nei negozi davvero? Boh…). E’ stata comunque una buona fonte di spunti e ispirazione.

Buccia di Banana/Tendenze affumicate

Raccontarvi della mia esperienza a Pitti Uomo potrebbe suonare ripetitivo: dei pavoni ne abbiamo già parlato, dei poser mascherati anche, di quelli che girano con le caviglie scoperte (e pure mezzo polpaccio a volte) in pieno inverno pure…I giornali ufficiali hanno cantato un ritorno all’eleganza maschile nella versione “dandy contemporaneo“. Io, in tutti questi galantuomini moderni, ho visto un accessorio in mano che non mi ha fatto impazzire: il sigaro!!!

In un mondo in cui imperversano le sigarette elettroniche che hanno invaso gli ambienti di nuvolette profumate e strani aggeggi freddi da mettersi in bocca, ecco un bel ritorno alle origini formato Toscano (o cubano, dipende da quanto ci si sente esotici)! Il sigaro sembra essere diventato l’accessorio immancabile per essere davvero giusto, figo, allineato con le tendenze maschili del momento.

Discreto formato sigaretta o gigante come vuole la tradizione legata ai personaggi poco raccomandabili di molti film, l’importante é averlo per completare qualsiasi look che preveda almeno giacca e pantalone (che il sigaro con la tuta o con i jeans non ci va d’accordo). Sembra che sia utile ai fini dell’atteggiamento, per darsi un tono e rendersi interessante (dei polmoni frega un cazzo a nessuno e nemmeno della puzza che si propaga nel giro di centinaia di metri, affumicando se stessi e chi gli sta intorno). I Signori dello Stile lo avevano tutti, sfoggiandolo con un impeccabile fare casuale; acceso o spento, appoggiato al bastone o in bocca corredato dalla nuvoletta evanescente, tenuto tra le labbra e i denti con fare da sbruffone. Il sigaro sembra essere il nuovo status symbol 😳

Ora, non voglio partire con il predicozzo sugli effetti collaterali del fumo, tanto tra sigarette e canne direi che é un vizio piuttosto comune, però questo sfoderare il sigaro con orgoglio come se fosse una componente stilosa quasi immancabile non mi sembra un messaggio molto positivo. Farlo diventare di moda poi…

Senza tralasciare il fatto che: “Vale la pena sottolineare che l’abitudine di tenere tra le labbra il sigaro dovrebbe essere un vezzo da evitare, perché dal contatto diretto del tabacco con le mucose orali si origina un metabolita intermedio nocivo per la vescica urinaria, identificato nel composto ortaminofenolo“. Uomo avvisato, mezzo salvato. Poi é anche vero se per essere considerato e fotografato é essenziale averlo in mano…io mi arrendo alla smania della fama e al circo dell’apparire. E al fatto che in quasi tutte queste foto sia taggata la solita azienda che produce e distribuisce sigari di qualità! Eravamo quindi nel bel mezzo di una campagna di marketing tramite personaggi influenti (o influenzatori) del settore moda uomo. 🤦‍♀️ Io non lo trovo per niente fashion. E comunque, se proprio dobbiamo dirla tutta, in quanto a stile e grandezza di sigaro, ha vinto lui

E dopo questa mi arrendo. Buon lunedì, affumicato ma anche no 😉

Provocazioni a fin di bene: #sfashionmagazine #0

Qualche giorno fa, mentre riprogrammavo il nuovo anno lavorativo, ho avuto un lampo, ovviamente fuori programma: tira fuori Sfashion Magazine per Pitti! L’idea di una rivista Sfashion é nella mia mente da diversi anni, ma la cosa non si é mai concretizzata su cartaceo; ci sono gli articoli qui sul blog e ci sono stati su I Like It Magazine per quasi due anni. La rivista come la immagino io é ancora lontana, ma ho pensato tra me e me “perché non iniziare da qualcosa di piccolo, provocante, esplosivo e nello stesso tempo illuminante da spargere in giro durante il Pitti?” Ed é così che nel giro di due giorni é nato lui…

Un quartino, un foglio in bianco e nero alla vecchia maniera con un impostazione da quotidiano ed i titoli acchiappa-attenzione e messaggi chiari e forti, comprensibili ai più senza troppi filtri. La missione di questo oggetto é duplice: da una parte provocare apertamente gli addetti ai lavori e nello stesso tempo invitare alla riflessione su come il fashion business vada ripensato in un’ottica di apertura, umanità, etica e leggerezza. La notizia choc in apertura riguarda il sorriso, quello che manca sempre a chi lavora nella Moda, perché per essere davvero fashion si deve essere imbronciati, seri, scuri, al massimo malinconici come un grigio topo, ma illuminati dal sorriso no! É un affronto a glitter&pailettes: solo loro hanno il diritto di luccicare! 😉 É intervenuto sul tema per l’illustrazione di copertina Francesco Ripoli…

Dall’altra parte ho voluto puntare il dito sulla sostenibilità come tendenza, che in molti casi diventa solo un’operazione di marketing risciacquato nell’eco. Un invito a non lasciarsi convincere da belle parole o azioni di facciata, ma controllare e domandare chiarezza ai marchi preferiti. Uno spiraglio sui fatti positivi e sulla domanda in crescita di prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone mi sembrava doverosa, anche solo per incoraggiare a fare sempre meglio…

Gli eventi parlano chiaro, Greta si è sgolata per un anno intero facendo scendere in piazza milioni di persone, il movimento della Fashion Revolution e la Campagna Abiti Puliti hanno portato alla luce numeri e fatti che non si possono più ignorare, a patto di tenere volontaria- mente occhi e orecchie chiusi, limitandosi a vivere nella propria bolla dorata. Emergenza climatica, inquinamento ai massimi livelli e schiavitù contemporanea sono temi caldi verso i quali siamo stati chiamati a prendere misure immediate a partire dalla vita quotidiana di ognuno (che se aspettiamo i governi facciamo prima ad esplodere)! Picchia e mena, insisti per convinzione o semplicemente per omologazione, le coscienze si sono cominciate a smuovere; in fin dei conti noi siamo la domanda, noi possiamo fare la differenza. In questo modo anche le aziende e le organizzazioni hanno dovuto prendere atto di varie questioni e regolarsi di conseguenza. La notizia positiva è che i numeri sono in crescita: grazie al Transparency Index il 70% delle aziende ha reso nota la filiera produttiva ed in generale c’è stato un incremento medio del 9% dei punteggi (si stanno impegnando di più per fare meglio); i consumatori vogliono più informazioni e sono più orientati all’acquisto di marchi che sono veramente sostenibili, sempre più consci del fatto che allungare la vita dei propri capi di alcuni mesi o anni può ridurre emissioni di Co2, evita spazzatura inutile e salva l’acqua dal massiccio inquinamento. La strada è aperta. Possiamo decidere se percorrerla o girarci dall’altra parte…

Da ieri é in giro alla Fortezza, fuori e dentro, grazie agli amici di Fashion Room, book store di fiducia specializzato in libri legati a moda, costume, design e comunicazione. Questo weekend verrà con me a Milano e a breve, sperando di farvi cosa gradita, il PDF sarà disponibile gratuitamente sul mio sito 🙂

Il vero #sfashionista non molla mai. E di sicuro non sarò io la prima 😉

Stasera, in diretta su Instagram, riprendono gli #Sfashiontalk in versione rinnovata. Iniziamo l’anno alla grande. Che ne dite?

Buccia di Banana/Ispirazione commestibile

Benvenuti nel 2020! Lo so che ci siamo già da qualche giorno, ma durante le vacanze ho deciso di lasciarvi più in meno in pace, di riprendere fiato e di pianificare un po’ tematiche e contenuti. C’è chi dice che i blog sono morti, io dico che fino a che non esplode internet i blog sono spazi importanti per veicolare scritti, pensieri, informazioni e contenuti un po’ più approfonditi di quanto concedono i Social Network…Questo blog compierà 11 anni a novembre e non ho intenzione di abbandonarlo, quindi, apriamo le danze.

Oggi inizia Pitti Uomo, così simpaticamente a ridosso delle feste, giusto per stressare ulteriormente addetti ai lavori e modaioli vari, che non hanno nemmeno il tempo di digerire l’ultimo panettone che già devono fiondarsi nei loro vestiti migliori per il primo show dell’anno (il report arriverà la prossima settimana, ma potete seguire e seguirmi in diretta sul mio profilo IG, che ho in mano una piccola azione guerrigliera da portare dentro e fuori le mura della fortezza). E dal cibo sembrano aver preso ispirazione i grandi marchi per alcune loro ultime creazioni. Dal primo al dolce, ecco il menù di oggi 😉

VERMICELLI cinesi senza brodo

Chi è fan della cucina orientale e chi non si spreca in cucina avrà ben presente la pietanza della quale stiamo parlando. Sono bustine da 0,99 centesimi con dentro vermicelli secchi che poi vengono passati in acqua ed insaporiti con il contenuto sospetto di altre piccole buste (ci sono passata anche io, momenti bui). Bottega Veneta ha pensato ad una nuova ricetta, proponendoceli crudi in versione scarpa aperta; trama interessante, estetica un po’ meno. Si evita la cottura, ma il sapore chissà com’è…

UOVO SODO

L’uovo sodo non fa male. C’è chi se lo mangia a colazione e chi lo cucina a cena per rimanere leggeri. C’è invece chi preferisce farcelo rimanere sul petto, nemmeno sullo stomaco, proprio in gola ad altezza sterno. A proporcelo come piatto principale è Ludovic De Saint Sernin, accompagnato da una canottiera o da sfoderare a petto nudo, per sfidare la congestione post pranzo. Speriamo bene…;)

FRAGOLA MERINGATA

Fragole, panne e meringa. Dolce e frutta insieme con una parvenza di leggerezza dovuta al volume, all’aria che circola nella meringa e al fatto che dopotutto la fragola è frutta, no? Ad ispirarsi a questo dessert speciale sono stati in due, Giambattista Valli per H&M (mi astengo dal commentare queste collaborazioni incresciose con il fast fashion) e Miss Guided. Le volute ed i volumi sono rievocati con diversi strati di tulle molto rosa. Ed è subito Barbie a tavola per la sua festa dei 18 anni…

cioccolatina (o salsiccia?)

E dulcis in fundo, come far mancare una bella tavoletta di cioccolata? Sulla gonna matelassè di Bottega Veneta nessuno ha dubbi sulla sua ispirazione al fondente svizzero 80%; sulla scarpa ci sono pareri discordanti: c’è anche chi l’ha associata ad un insaccato, una salsiccina strizzata nella sua rete contenitiva. Io continuo a preferire la versione dolce, nonostante il modello non sia la migliore creazione di questo brand.

E ora, per digerire tutto ciò, una tisana al finocchio e una sana risata! Buon inizio…

Fonti: Immagini @Diet Prada

Grucce, cartellini e packaging: i dettagli che possono fare la differenza

Quando si sente parlare di “impatto ambientale” della moda la mente va subito ai materiali, ai tessuti, ai coloranti e molto raramente alle minuterie metalliche. Ma quasi mai si pensa a tutto il resto: cartellini, grucce, packaging ed imballaggi. Eh, lo so che già stavamo facendo fatica a destreggiarci tra la scelta del cotone bio e quello tradizionale, però per completare il quadro bisogna aggiungere gli ultimi tasselli. Dettagli, sì, ma che se scelti nella maniera giusta possono fare la differenza per il tanto amato Ambiente! Quindi pure per noi…

Etichette e cartellini fanno parte dell’identità del capo e dell’immagine del brand. Piccoli stendardi recanti il logo o il nome del marchio, hanno anche una funzione informativa (etichette composizione, Paese di provenienza, istruzioni di lavaggio, ecc), oltre che estetica. Inutile dire che sono in pochi a guardare le etichette, ma sono tantissimi quelli che le staccano immediatamenteperché graffiano o danno fastidio“, così come i cartellini vanno subito a finire nella spazzatura (mi auguro sempre almeno nel cestino della carta). Questi preziosi dettagli di branding, che indubbiamente rifiniscono il capo e conferiscono un’immagine più gradevole,  durano il tempo del tragitto dal negozio a casa. Lo stesso trattamento è riservato a tutti quegli imballaggi nei quali oggetti più o meno preziosi vengono avvolti per essere spediti ai negozi, ma anche per confezioni regalo o quando vengono acquistati online e spediti (in questo caso abbiamo un imballo in più, quello della spedizione, spesso sotto forma di busta di plastica). La funzione del packaging non è semplicemente quella di proteggere il prodotto (ne basterebbe molto meno ve lo assicuro): è legata all’immagine, alla differenziazione dagli altri marchi e di rendere il prodotto attraente rispetto alla concorrenza. Si va dalla semplice busta di plastica dentro alla quale vengono messe t-shirt e maglioni per farli arrivare al punto vendita, il sacchettino di plastica dove si infilano i bottoni di riserva, la gruccia, fino alla velina, scatola, carta regalo, nastro, busta, adesivo chiudi busta e altro nastro ancora per confezionare un pacchetto…quando non c’è un packaging apposito anche per il singolo oggetto. POI?!? Tutte cose che vengono buttate appena arrivati a casa…

A tutto ciò che succede nel punto vendita si aggiunge quello che ha comportato l’aumento delle vendite online: qui, oltre al packaging del capo, vanno sommati gli imballi, la carta bollicina (divertente da strizzare ma sempre plastica è), i supporti di polistirolo, i lacci rigidi…insomma, l’effetto spazzatura post-spacchettamento dei regali di Natale lo abbiamo presente un po’ tutti, no? O_o Per farla breve i problemi sono 3: #1 Il packaging eccessivo; #2 L’uso di materiali non biodegradabili e nemmeno riciclabili; #3 Green washing anche per quanto riguarda certi materiali ritenuti “bio” ma che in realtà sono bioplastiche che si suddividono semplicemente in pezzi sempre più piccoli, causando microplastiche o pezzi simili alla plastica che sono forse più distruttivi e persino più difficili da pulire dalle nostre terre e corsi d’acqua rispetto a interi prodotti di plastica.  Quindi? Quindi, lungi dal privare la Moda dei sui preziosi “gusci“, forse avrebbe senso ridimensionare il tutto ed affrontare anche questo argomento con un occhio alla Natura, una mano sulla coscienza e l’altro occhio alle tecnologie ed innovazioni per quanto riguarda il Biodesign ed il Packaging Sostenibile!

Le alternative sono molte, basta conoscerle e scegliere con cura il “guscio” più adatto e meno impattante, magari ri-pensandolo in maniera utile, trasformabile a sua volta in un altro oggetto di facile uso o in ogni caso semplice da smaltire…

Carta batte plastica: imballi e gusci di plastica ANCHE BASTA! La carta rimane una soluzione migliore se non altro perché è rinnovabile e naturalmente biodegradabile. Quando si sceglie la carta, meglio accertarsi che ci sia la certificazione FSC: Il Forest Stewardship Council (FSC) certifica che qualsiasi prodotto proveniente da una foresta è stato acquistato in modo ecologico, socialmente responsabile ed economicamente sostenibile. Senza danni e abusi. Nel panorama dei “cartai” un occhio speciale merita il nostrano FAVINI, che ha sviluppato diverse gamme di prodotti ottenute con scarti agro industriali (bucce di arancia, caffè, uva, nocciole, olive, ecc), con  i residui del tessile e con fibre totalmente riciclate. Qui tutte le specifiche.

Coloranti sicuri e non tossici: l’imballaggio è spesso sbiancato e tinto con sostanze chimiche dannose non solo per l’ambiente, ma anche per chi maneggia il prodotto. Cerca coloranti naturali e non tossici come la soia invece del tradizionale inchiostro a base di petrolio. Ma anche coloranti ad acqua. La carta tinta o stampata in questo modo è anche più facile da riciclare. Stessa storia per quanto riguarda acidi&co:

Alternative sintetiche veramente compostabili: anche se la “plastica biodegradabile” non è effettivamente biodegradabile, esistono comunque alcune opzioni naturali e realmente biodegradabili. Per sostituire il polistirolo si può usare la schiuma di mais, che è biodegradabile, compostabile nel cortile, si dissolve in acqua ed persino commestibile (ora io non mi starei a mangiare gli imballi, ma è buono a sapersi in caso di carestie improvvise) 😉 . Per i prodotti fragili esiste un’opzione di imballaggio chiamata MycoComposite, realizzata da Ecovative Design, che è composta da funghi e non è solo biodegradabile ma è anche certificata C2C, resistente alla fiamma e all’acqua e può essere modellata su misura per adattarsi al prodotto.

Usare quello che c’è già: mai sottovalutare ciò che è già intorno!!! Esistono un sacco di materiali che si possono usare come packaging dei prodotti; avanzi di tessuto si possono trasformare in borse o carta da regalo; il vecchio giornale è un ottima carta da regali, e gli imballaggi di altri possono diventare i tuoi, semplicemente. Sia su piccola che su larga scala, a volte basta usare l’ingegno. Chiaro che te la devi menare un po’ di più (ordinare ex novo è semplice), ma ne vale la pena. Punti assicurati, anche in originalità (pensateci anche voi per i pacchetti natalizi, la carta lucida fa scena, ma fa anche male al Pianeta)!

Fortunatamente sono tanti i marchi che stanno intraprendendo la via di un packaging con un minor impatto ambientale: da Stella McCartney a Reformation passando per Patagonia&Co fino ad Armani. Fortunatamente le aziende produttrici stanno facendo passi in avanti nella ricerca di alternative alla plastica. In quanto marchi dovremmo prestare davvero attenzione a questi dettagli, non solo in termini estetici ma anche etici (e in ogni caso impacchettare meno va bene lo stesso, eh ;). In quanto consumatori dovremmo premiare anche questi piccoli, importantissimi, dettagli. O no?!?

 

 

 

 

Buccia di banana/Tendenze pericolose

I trend non sono per tutti! Questo punto dovrebbe essere inserito nel mio manifesto sfashionista e appeso nel bagno di ogni uomo/donna per ricordarsi che la moda dà dei suggerimenti, non delle imposizioni e anche quello che sembra fare molta gola e adatto a tutti in realtà non lo è. La storia delle tendenze è un linguaggio preciso al quale il mondo della moda non può affatto rinunciare, ma bisogna andare con cautela. Perché ci sono trend accettabili, trend sibillini e trend pericolosi. Tipo…

Il velato l’ho sempre ricondotto a quello delle suore da cui andavo all’asilo. E anche a qualche look di mia sorella al principio degli anni 90 (scusa sister, ma momenti bui li abbiamo attraversati tutti). Insomma, non ho bei ricordi legati a questo tipo di calza…men che meno al GAMBALETTO VELATO. Insomma, apprezzo lo sforzo di Prada nell’ambientarlo in maniera molto fashion  e con accenti di metallizzato, che pure sono di moda, ma il ricordo della vecchia monaca che mi rincorre nei corridoi perché non ho voluto fare il riposino pomeridiano bussa prepotentemente alla mia mente. E insomma, mi fa pure un po’ paura!!!

Come pure mi dà del pensiero questa nuova libertà espressiva nel make up. Peter Philips, creative e image director del maquillage Dior, parla di “spensieratezza creativa” e propone eye liner libero per tutte! Linee che danzano sul volto, con o senza senso,  ma soprattutto con il colore e l’immaginazione che fluttuano così, a cazzo di cane! La nota positiva di tutto ciò è l’essere tutelate in caso di matita per occhi sfuggente quando ci si trucca in macchina o in evidente stato di ubriachezza. “L’ha detto Peter” è la scusa dell’inverno 2019/2020… 😛

Questa non l’ha detta Peter, ma svariate influencer della rete: le mollette non devono più essere nascoste, ma vanno mostrate. Sono loro le protagoniste indiscusse delle acconciature del prossimo autunno/inverno. Se prima erano i sostegni segreti di improbabili architetture capillari, adesso possono uscire allo scoperto e rivendicare il loro momento di gloria. FORCINA LIBERA, FORCINA PRIDE! Lasciatele esprimere e prendere spazio sulla testa; meglio se in gruppo e sovrapposte in modo casuale.

Luccicante! Il mondo del beauty ci invita a brillare, metaforicamente ma anche fisicamente “Un invito estetico ma anche un augurio, quello di riuscire a proiettare all’esterno la propria luce, energia, vitalità.” I modi per raggiungere questo scopo sono due: o andare in giro con una lampadina attaccata sopra la testa, indubbiamente originale ma un tantino scomoda; o giocare con i punti luce sul volto. No, non con piccoli led adesivi, ma con “smokey eye gioiello, piccoli ritagli di plexiglass utlizzati come inediti punti luce 3.0 sullo sguardo, labbra vestite di foglie metalliche.” Quindi, riportando il tutto ad un essenziale linguaggio pratico: ombretto grigio sfumato con brillantini appiccicati intorno all’occhio; il plexiglass in faccia in punti strategici e fogli di metallo per farsi le labbra al cartoccio modello pesce all’isolana. In assenza dei fogli di metallo si può sempre utilizzare la carta argentata da forno. Siete pregati poi di non baciare nessuno…

Perché usare i reggiseni in cotone quando si possono avere quelli di lana? Sembra scientificamente dimostrato che tenere le tette al caldo faccia lo stesso effetto del tenere i piedi al caldo: termoregolatore! Praticamente non senti più freddo dalle altre parti. Così ti puoi divertire ad andare in giro mezza nuda anche in inverno…O_o Ora, anche a me l’inverno non sta simpaticissimo, ma siamo proprio sicuri sicuri che poi la broncopolmonite non ci colga di sorpresa?!? Io per ora mi astengo…

Guardiamoci bene dalle tendenze pericolose. Rimanerci secchi è un attimo 😉 Buon primo lunedì di dicembre.

Influencer di Valore…(il peso sociale di chi lavora online)

C’erano una volta le fashion blogger (delle quali ho ampiamente (s)parlato qui). Oggi si chiamano influencer, non sono solo legate al mondo fashion, ma in qualche modo anche chi si occupa di cibo finisce con il parlare di abiti. Questo perché la moda, si sa, la può fare e ne può parlare chiunque, dal momento che andiamo in giro tutti vestiti…

La verità è che questa storia dell’ “influencerrisale ai tempi dei tempi con quel passaparola con il quale usavamo raccomandare posti/marchi e prodotti a parenti ed amici. Solo che adesso è tutto veicolato tramite i social: c’è chi continua ad influenzare un gruppo ristretto di amici e chi diffonde il verbo a migliaia o milioni di seguaci, spesso molto fedeli. Il che potrebbe anche essere un bene, ed in molti casi lo è, quando i messaggi ed i contenuti sono utili, interessanti, ben confezionati, positivi e coerenti! Il problema è che non sempre è così. Con questa storia dei soldi e di aziende che pagano influencer per sponsorizzare prodotti o luoghi si fa presto a perdere di vista il proprio punto, lasciarsi convincere da una preziosa gift bag o da un bonifico con diversi zeri e scordarsi per un attimo i propri principi e valori!!! 😳 (ammesso che i valori ci siano)

Collaborare con le aziende è cosa buona e giusta (o comunque un’opzione valutabile), ricevere doni o euro fa sempre piacere, ma si possono sacrificare i propri valori in favore di un grosso brand sul curriculum? Un minuto di silenzio per riflettere…

In alcuni casi sembra proprio di sì. In altri c’è da chiedersi se dei valori alla base ci siano, perché io a volte vedo solo il vuoto cosmico formato stories! Quando si entra nello specifico in ambito moda il panorama si farcisce di superficialità e banale apparenza: che vuoi, direte voi, si parla di vestiti, mica di ricerca scientifica? Già, il fantastico mondo dell’effimero, eppure la Moda è cultura, è storia, è arte…possibile che vada sempre ridotta all’outifit of the day corredato da smorfie allo specchio?!? Che i contenuti siano solo l’ostentare giganteschi armadi che cascano di roba? Che ancora, alla luce della crisi ambientale che sta colpendo il globo, si promuovano abiti prodotti dalle grandi catene del pronto moda? Pare di sì. Anche se oggi in realtà riempirsi la bocca di sostenibilità e fare i paladini dell’ecosistema fa molto figo, diciamo pure che è un trend; anche le Kardashian hanno messo in rete i loro guardaroba perché “sostenitrici del second hand” (😳😳😳)! Qualche settimana fa la notizia dell’ultima collaborazione di Cara Delavigne con Nasty Gal (marchio acquistato dal sito Boohoo.com) ha fatto storcere il naso a quelli dotati di spirito critico: ma come, ti dichiari attivista ambientale e poi collabori con un brand che produce abiti cheap a prezzi esosi sotto-pagando i lavoratori? Firmi le petizioni come “eco warrior” e poi produci una collezione di 40 pezzi realizzata al 90% in poliestere?!? Percepisco solo io dell’incoerenza ed uno strumentalizzare temi caldi per attirare maggior seguito? 🤔 Come lei ce ne sono tantissimi che predicano bene e razzolano male. Insomma, pure le influencer fanno greenwashing!!! Ecco, quando siete fuori dagli schermi liberi di andare a fare shopping anche da h&m, ma almeno online un minimo di filo conduttore manteniamolo, no?

Fortunatamente la rete è grande e online ci sono persone meravigliose e coerenti che più che influenzare, ispirano! I miei #sfashionisti preferiti, influencer di valore in ambito moda, sono persone che parlano di moda in un altro modo, che diffondono messaggi utili ed interessanti, che fanno informazione e stimolano alla riflessione senza essere noiosi, giudicanti e soprattutto senza fare terrorismo psicologico (che anche quelli che ti vogliono convincere per forza, dopo un po’ due palle). Sono persone che ogni tanto le smorfie allo specchio le fanno pure loro ma senza prendersi troppo sul serio, che fanno contenuti sia belli che buoni (perché insomma, parlando di moda, l’estetica conta…e poi sostenibilità ed etica non devono coincidere con la sciatteria o la tristezza, se no ritorniamo indietro all’epoca delle t-shirt di cotone organico dai colori depressi) e che spacciano messaggi positivi. Vi potrei citare le nostrane Gaia Segattini, Carotilla, Anna Turcato, la moda anarchica raccontata da Valentina Amoroso o le unconventional gentildonne di Justine Romano; oppure sconfinare fino a  Valeria Hinojosa,  Orsola de Castro, Francesca Willow, Natalie Kay, Kathlee Nelie; the Conscious Cut ha il suo perché così come altri profili che fanno informazione fatta bene! Ve ne potrei citare tanti altri, ma anche in questo caso è bene trovare chi risuona con voi, ovvero chi riesce a comunicare con voi senza annoiarvi o comunque con un linguaggio affine che arriva alla mente. I contenuti sono importanti ma anche i modi 😉

Foto instagram dal profilo di Waterthruskin

La verità è che gli influencer hanno davvero un peso sociale e quindi una responsabilità verso chi li segue. Si può parlare di cose leggere così come di temi importanti, ma proprio perché dotati di un canale diretto e privilegiato (non filtrato dalle regie come la tv) sarebbe bello diffondessero messaggi e valori diversi da quel mainstream patinato che guarda solo al successo a tutti i costi, al conto in banca esploso, agli armadi stra-pieni, all’eterna giovinezza e ai viaggi di lusso in posti esotici… o ci vanno bene così perché in qualche modo ci fanno sognare un mondo arrivabile?!? A me piacciono parole supportate da azioni…o il silenzio! 😛 (che non è che siamo obbligati a dispensare consigli ed opinioni) O, per citare una persona coerente e che fa ottima divulgazione online, #vivicomeparli…

Ditemi la vostra. E ditemi anche chi sono i vostri “ispiratori” della rete 🙂

+ #influencerdivalore, – fuffa 

Buccia di Banana/Quando non fa né caldo né freddo…

Un tempo non esistevano più le mezze stagioni, adesso nemmeno le stagioni in senso stretto stanno più molto bene. Sono confuse. Si confondono. Si mescolano. E se loro fanno casino, immaginatevi il genere di confusione che generano in noi umani?!? Ecco, quel genere di confusione che ci ha fatto fare il cambio dell’armadio nonostante fuori ci siano ancora quei 16/18 gradi di giorno e 10/11 la sera. Quella che ci fa fare un gran casino con la lana ed il cotone, con i cappelli e gli smanicati, con le pance scoperte ma con il cappotto sopra. Insomma, non credo ci sia altra spiegazione plausibile in giro quando si vedono combinazioni che non fanno né caldo né freddo, in tutti i sensi…

La lana fa indubbiamente caldo. Uscire solo con calze e body di lana non so quanto possa essere efficace in termini di temperatura corporea. Sì, anche se il body è a manica lunga…

La regola aurea in questo caso è: poggio e buca fa pari. Altrimenti detto “un colpo al cerchio e uno alla botte“, questa tecnica è antica come il mondo. Da una parte la lana con uno scollo immenso per le prese d’aria in caso di calore e dall’altra gli shorts, così almeno le gambe rimangono al fresco e si sa che il fresco fa bene alla circolazione. La combinazione dovrebbe garantire caldo/freddo in dosi adeguate. (Se poi arriva il freddo vero il colpo della strega è garantito)

Non solo lana! Anche il piumino del letto singolo, se avvolto opportunamente in vita, può garantire una buona dose di calduccio, soprattutto per passeggiate all’aria aperta. In questo caso si possono evitare anche le calze, tanto il plaid basta 😉

Il decolletè non va mai riposto. MAI! E’ stato sdoganato anche con le calze, ma fino a che il tempo non si è deciso, perché rovinare la scenografia? Quando hai maglione, giacca e cappotto di cachemire, il piede può anche rimanere nudo (ma non era tutto il contrario?). Se piove peggio, ma per lo stile questo ed altro!

Ecco, qui c’è chi mostra il contrario. Coscia nuda ci sta anche in autunno purché la scarpa sia pesante. Meglio un anfibio, uno stivale alto o anche uno peloso. In questo modo anche gli shorts o gli abiti corti possono prolungare la loro permanenza nell’armadio noncuranti del dettaglio che tra un mese è Natale. Azz…un mese O_o

Con le stagioni incerte e le temperature ballerine il vestirsi a cipolla (a strati) è la soluzione più intelligente ma non certo quella più stilosa. Perché per belle apparire un po’ bisogna osare, essere audaci ed infischiarsene del termometro. Dosare parti coperte e parti scoperte, pesantezze e materiali, prese d’aria e indumenti chiusi, è un’arte! Prendete ispirazione e scopritevi tutti…;)

Buon lunedì!

 

Personal branding: come vendersi “a modino” su Tinder!

Nell’era del personal branding, della vita condivisa e dei social network per ogni cosa è secondo me fondamentale iniziare a parlare di COMUNICAZIONE. Comunicazione potabile alla portata di tutti (che gli addetti ai lavori certe cose già le sanno), perché iscriversi su un social e mettere cose a caso è un attimo, ma se in qualche modo ci si aspetta un risultato di qualsiasi tipo le cose vanno fatte con un minimo di cognizione di causa. E dubito che chi si apre un profilo su Tinder lo faccia semplicemente per sfogliare album di figurine nei momenti di noia (oddio, forse qualcuno sì, ma in generale direi di no). Quindi ragazzi fatelo, ma fatelo ammodino!!! 😉 Dopo accurata analisi del mezzo e dei suoi abitanti, ho elaborato una serie di suggerimenti (ovviamente ho potuto analizzare per il momento solo l’offerta della componente maschile ed è a loro che mi rivolgo prevalentemente, nonostante alcuni principi guida siano adatti a tutti) per…

VENDERSI “A MODINO” SU TINDER PARTE 1: L’IMMAGINE FOTOGRAFICA!

La banale premessa da fare è che questa APP è costruita come un catalogo online per cui l’immagine fotografica è fondamentale, è la componente primaria attraverso la quale si entra in contatto, virtuale, con altri esseri umani. Prima ancora del nome e dell’età quello che salta all’occhio è la foto. Ecco perché è necessario sceglierle con criterio. Anche perché ogni immagine che scegliamo PARLA di NOI, racconta qualcosa e comunica. Con quella/quelle foto stiamo mandando un messaggio, stiamo dando informazioni su di noi e input da decifrare a chi le guarda. Ecco perché, prima di pubblicare la qualunque, sarebbe opportuno chiedersi: cosa voglio dire con questa foto? E no, non mi tirate in ballo la spontaneità: qui non si tratta di mentire o costruire una versione edulcorata di noi stessi; ma almeno una sincerità curata sì! 🙂 Ecco cosa sarebbe meglio evitare e perché…

Foto Sfuocate: lo sfuocato ha il fascino del vedo-non-vedo e il mistero del “chissà chi cazzo ci sarà qui dietro?“. Un mistero che poche volte paga con un bel cuoricino. Cosa Dice: una foto sfuocata parla di una persona che non ha avuto la pazienza di cercare una foto a fuoco (male!), di uno sciatto che non ci ha pensato nemmeno 5 minuti, di un insicuro che preferisce non farsi vedere bene. Esistono donne curiose e coraggiose che vogliono vederci meglio, ma in generale di qualcosa fuori fuoco voi vi fidereste? Ecco…mettetevi a fuoco, che è meglio! (Non vale la scusa che “non ne ho altre”. E’ una menzogna. E se fosse vero fatevela fare per l’occasione, può sempre tornare utile per i documenti).

Foto di decenni addietro: ora, a meno che non partite dalle foto da neonato in un excursus temporale fotografico che arriva fino all’età attuale, mi dite che senso ha usare foto vecchie di anni? Che poi quando una vi incontra non capisce più chi siete? Cosa Dice: anche in questo caso l’insicurezza di farsi vedere allo stato attuale è la prima cosa che viene in mente, seguita da un dubbio amletico “sì, ma ora com’è?” ed una generale confusione se foto vecchie sono alternate a foto attuali in ordine non cronologico (magari la versione giovane riscuote più successo e quindi non se ne fa di nulla).  Facciamo che le foto non devono essere più vecchie di un paio di anni? Massimo tre dai…

Foto con amici: foto in coppia con il migliore amico, foto in gruppo, foto di cene della squadra con altri 11 elementi presenti intorno al tavolo. Stiamo giocando a indovina chi? Cosa Dice:  che non vi volete esporre, che state bene e vi sentite protetti in mezzo al branco , che non vi piace farvi fare le foto e che passate molto tempo con gli amici. Tutto a posto, l’amicizia è un sentimento nobile e fondamentale, ma davvero non riuscite a mettere una foto dove siete soli?

Foto con donne: donne che vedono in foto altre donne subito pensano “Chi cazzo è questa?“. Anche se non gliene frega assolutamente niente, è un istinto primario che sale spontaneo. Per cui se non siete una coppia in cerca di una terza con cui fare giochi e triangoli o se quella nella foto non è vostra madre, io eviterei, eh…

Foto di panorami/natura/tramonti&Co: la poesia di un tramonto, di un campo di grano o di una montagna innevata. Va tutto bene. Ma io devo uscire con un paesaggio o con un omino? Cosa dice: Mettere SOLO paesaggi e scorci dice chiaramente che col cazzo che ci volete mettere la faccia. E io di uno che non ci mette la faccia non mi fido 😛 Natura mischiata a foto personali può dare un tocco poetico…a patto che ci sia della coerenza 😉

Foto di pezzi del corpo/Foto mezzi ignudi (sfuocate e non): mezzi busti, addominali tartarugati scolpiti, culi, foto del pacco…del pacco?!? Vabbè…Cosa dice: se è vero che ognuno punta sul suo lato migliore allora qui giochiamo sulla ciccia! Non ne farò una questione di intelligenza o meno, ma mostrare solo un pezzo, nudo, in posa plastica è un segnale di ricerca a fini FISICI, tattili, insomma, che cercate da trombare. Far vedere la carrozzeria ci può anche stare, anche se da sempre il vedo-non-vedo ha riscosso più successo, ma con certi tagli e certe pose il messaggio che arriva è quello…

Selfie al cesso/Selfie allo specchio/Selfie: l’autoscatto è una delle piaghe del nuovo millennio, ma c’è modo e modo di farsi un selfie. Si può fare un selfie curato o dobbiamo sempre farli di sfuggita e di nascosto rintanati nel cesso? O_o  Cosa dice: l’auto-scatto è un auto-rappresentazione che, in quanto tale, fa vedere agli altri come noi ci vediamo. Ecco, dagli autoscatti presenti su Tinder devo dire che la media dell’autostima è bassa. Così come la qualità estetica. Oltre al fatto che una galleria di soli selfie è un’affermazione di narcisismo galoppante. E poi dico, un amico che vi fa una foto ogni tanto non c’è?

Foto con occhiali da sole (sempre)/Foto con la faccia coperta: con gli occhiali da sole son tutti un po’ più boni, ma c’è un limite. Una foto senza coprirvi mezza faccia? Ma la cosa più interessante dal punto di vista sociologico sono state moltissime foto con il volto coperto: oscurato leggermente, coperto da una mano, dal coperchio di una pentola o addirittura da una maschera. Cosa dice: le cose secondo me sono due o che c’avete una faccia che non si può guardare (e non è un bel messaggio, anche perché ogni volto ha il suo perché) o che siete fidanzati/spostati e c’avete una paura boia che l’amica della vostra compagna vi scopra e vada a riferire alla diretta interessata. Ma daiiiii….

Foto del proprio animale: i nostri cuccioli li amiamo tutti. Ma perché mettere solo una foto dove si vede meglio il cane di te? Cosa dice: che sei un amante degli animali, che il tuo cucciolo è parte fondamentale della tua vita e che prima di familiarizzare con te deve passare il test dell’animale di casa: se la bestiola approva, primo step superato!

Foto di attori o personaggi famosi: questo trend è quello che mi inquieta forse di più, perché non riesco a trovare una spiegazione logica che non sia la solita, ovvero il non voler metterci la faccia per vergogna o per bassa autostima. Sarebbe buffo trovare Brad Pitt o Leonardo di Caprio su questa APP, ma perché Gino de Boccea, 49 anni, impiegato, h. 1,78 deve avere come immagine del profilo quella di Marlon Brando? La speranza è che gli assomigli almeno un po’, la seconda speranza è che sia un appassionato di cinema con una profonda conoscenza della filmografia completa dell’attore di turno; la verità è che ha preso la prima foto scaricata da internet e l’ha messa lì, così, senza pensare!

Foto di monumenti/statue/dipinti: anche qui vale il solito discorso della natura e dei paesaggi. Perché dovrei voler conoscere il Campanile di Giotto? Cosa Dice: che siete appassionati di arte, che siete innamorati della vostra città, che avete un amore per l’architettura antica o moderna…sì, ma la faccia?

Foto di quotes a bassa risoluzione scaricate dal web: quotes e frasi fatte (da altri) vanno alla grandissima su Tinder, da quelle filosofiche a quelle spiritose fino a quelle di Snoopy. L’ironia ci salverà, la banalità un po’ meno, la bassa risoluzione e le immagine pixelate fanno male agli occhi! Se proprio quotes devono essere, che almeno si leggano bene. Cosa dice: che si gioca sul sicuro, che si cavalcano volentieri le tendenze e che l’impegno per essere originali è stato lasciato in punizione in un angolo. Le frasi vanno pure bene, ma accompagnate da uno storytelling visivo che le supporti. Ecco…

Una sola foto: puntare su una sola immagine ci può anche stare, ma molte volte è un po’ risicata e, come direbbero a scuola, insufficiente. Anche perché spesso l’UNICA foto è una di quelle citate sopra, di quelle sfuocate, di quelle non chiare, di quel monumento o di quel paesaggio…Cosa dice: la mono-foto, se giusta, può essere perfetta. In generale almeno 3 danno un’impressione semi completa, 5 meglio. Ma se l’unica foto è tirata via o una di cui sopra, state attenti…:P

No Foto: dai davvero devo interagire con l’outline dell’omino grigio?!?

Insomma, l’immagine è la prima cosa che si vede. Davvero la vogliamo tirare a caso senza un minimo di cura dietro? Anche perché se affidiamo il resto alle bio…AIUTO! Questo però ve lo racconto la prossima settimana 😉

Buccia di Banana/Giorno dei single?

Quando qualche giorno fa mi è capitata davanti una pubblicità di un centro estetico che sponsorizzava una imperdibile offerta per tutti i single in onore della loro “giornata” sono rimasta perplessa. Primo perché l’offerta riguardava uno sconto sull’epilazione definitiva, come dire “spennati che forse acchiappi di più“. E poi perché: giornata dei single? Ma davvero?!?

Davvero! Esiste dal 1993 ed è una trovata dei nostri amici con gli occhi a mandorla, precisamente un gruppo di studenti dell’Università di Nanchino (si, per una volta gli americani non c’entrano)! Il giorno dei single, noto anche come Singles’ Day (e qui intoniamo Beyoncé tutti insieme a squarcia gola) arriva dalla Cina con il nome di  Guanggun Jie, ed è una festa, molto popolare tra i giovani cinesi, istituita per celebrare l’orgoglio di essere single. 😳 E vabbè! La data, 11 novembre (11/11), non è stata scelta a caso, ma perché il numero “1” identifica l’individuo solitario. Peccato che 4 “uni” solitari fanno già un party…Non si capisce poi per quale strano motivo, in Cina questo giorno è diventato quello scelto da moltissime coppie per sposarsi: della serie, voi single e noi coppia! Tiè!

In realtà, come quasi tutte le “giornate” e feste profane (ma anche sacre), la festa è diventata anche una scusa per fare marketing ed incitare allo shopping, sia online che offline. Sul sito di Alibaba si contano introiti per circa 25,4 miliardi di dollari statunitensi e quasi naturalmente anche tutti gli altri Paese si stanno adeguando con offerte incredibili per tutti gli amici single. E io mi domando: c’hai un bollino in fronte? C’è scritto sulla carta d’identità? O in onore della giornata dei single gli sconti lì facciamo a tutti? (Un po’ come quando a San Valentino ci compriamo i Baci Perugina per non sentirsi tagliati fuori?)

In tutto ciò cascano a puntino le dichiarazioni di Emma Watson che, ancora scoppiata all’età di 30 anni e sentendo intorno a sé una certa pressione (Cara Emma, aspetta di arrivare a 40 quando la gente ti comincia a guardare come una povera derelitta) ha coniato la sua personale definizione della storia: non sono single, sono self parented! «Ci è voluto molto tempo, ma ora sono felice di essere single. Questo stato lo chiamo “self parented”» Ovvero felicemente relazionata con me stessa…che messa così nella nostra lingua mi fa ancora più sfigato di quella che si è sposata con se stessa! 😳 O come mai non ce la facciamo a stare come stiamo senza bisogno di un’etichetta per forza?!?

Forse c’è ancora bisogno di spezzare mentalmente l’equazione che single=infelice. Che forse c’è chi lo sceglie. Che forse è una situazione temporanea o semplicemente desiderata. E sicuramente che non è una malattia (anche perché al momento avrebbe colpito il 55% della popolazione e sarebbe quasi un’epidemia)! 😜 Insomma, la giornata dei single è una trovata commerciale. Emma ha fatto una bella operazione di marketing. Ma se è una scusa per parlare di libertà allora ce la facciamo andar bene vai…ma se mi fate gli auguri mordo! 😘 Buon lunedì