Collaborazione: utopia naïf

Qual è il suono di una sola mano che applaude?”

Koan Zen

A periodi alterni il tema della collaborazione mi si ripropone, forse perché non lo ho ancora digerito bene o semplicemente perché in questo periodo storico trovo che sia l’unica cosa sensata per uscire dal casino. Collaborare: da cum laborare, etimologia piuttosto semplice per un concetto altrettanto semplice, quello del lavorare insieme. No, non solo il lavoro gomito a gomito dei colleghi di ufficio che si impegnano per raggiungere un obiettivo, ma un concetto di collaborazione estesa, parallela, più “umana”, dove ci si unisce per il raggiungimento di un obiettivo comune, anche a distanza, anche percorrendo strade parallele con una meta finale condivisa. Dove però non ci si spintona, non si girano le frecce per far perdere la direzione, non si affossano i compagni di viaggio e dove chi può sostenere l’altro lo fa, perché l’obiettivo e la meta sono condivisi. E sono importanti. Sì, lo so, può sembrare naÏf, e forse lo sono; ma credo ancora che l’uomo sia un animale sociale, sebbene stia prendendo una deriva egocentrica/individualista per cui percepisco e vedo che la collaborazione sana e sincera è cosa sempre più rara. Se facciamo uno Zoom Out, alla situazione globale, ci rendiamo già conto dell’incapacità di mettersi d’accordo e di fare qualcosa di concreto per problemi che riguardano il Mondo Intero (crisi climatica per dirne una?); se zoommiamo sempre più vicino le situazioni non cambiano, anzi, si ripetono le stesse dinamiche. A volte fanno ridere. In ogni caso fanno riflettere…

Collaborazioni interessate (e diffidenza)

Perché collaborare? È una questione interessante. Tutte le volte che ho deciso di collaborare con qualcuno è perché ho sempre pensato che mettendo insieme le competenze, i talenti e le conoscenze di più persone, si potessero raggiungere obiettivi più grandi; ma anche per supportarsi nei momenti di sconforto ed essere più forti, insieme. Ovviamente in tutte le collaborazioni c’è un interesse, ma è(o almeno dovrebbe esserecondiviso. Se l’interesse è solo ed esclusivamente personale, le collaborazioni diventano semplice e pure interesse. E sono destinate a finire…male! Perché in questo tipo di interazioni ci sarà sempre qualcuno che si sente “sfruttato” (quelli che poi smetteranno di essere propensi alla collaborazione) e chi invece si sentirà “furbo” per aver approfittato bene bene del prossimo per raggiungere i suoi obiettivi. Ah, l’etica…

Nel mondo Social, poi, ormai le collaborazioni sembrano sempre di più una mossa di marketing per accaparrarsi i follower di qualcun altro e far crescere la propria community senza che ci sia un reale interesse verso la costruzione di altro. Così chi è numericamente “più grande” comincia ad usare la sua influenza solo con chi ritiene altrettanto all’altezza e chi è “più piccolo” gira con i suoi simili perché ha paura anche solo di chiedere, una sorta di timore reverenziale verso chi è “più influente“. “Su IG sono un po’ intimorita, è tutto così patinato, quasi irraggiungibile“. E ancora: “Per una realtà piccola come la mia è difficile chiedere collaborazioni perché non so cosa potrei offrire a chi mi sembra già arrivata“. E così si creano cerchi e gruppi, opportunamente chiusi, in cui ognuno rimane nella sua “casta“, senza possibilità di incontro; nella vita reale così come in quella virtuale (che altro non è uno specchio di ciò che c’è fuori). Si tende a fare gruppo con chi è raggiungibile, agli altri manco si prova a chiedere…

Inutili guerre tra poveri: siamo sempre più soli

In certi campi e a certi livelli ho visto spesso degli schieramenti evidentemente politici o dominati da un interesse nemmeno poco nascosto: squali con squali si intendono 😉 Ho sempre pensato, invece, e mi pareva quasi logico, che la collaborazione tra “piccoli” dovesse essere un sistema all’ordine del giorno. E invece no: i cerchi piccoli fanno ancora più fatica a formarsi. Chiuso ognuno nella propria stanza o laboratorio, a progettare in solitaria senza alzare il naso o allungare lo sguardo un po’ più in là, si crede di fare cose incredibili e ci si chiude ancora di più per “non essere copiati“! Non si chiede aiuto ad un collega per accedere a un materiale per il quale non si riescono ad avere i minimi; si fa tutto da soli per non far infilare nessuno nel proprio mondo (guai a chi si avvicina); non si fornisce un indirizzo utile a qualcuno che si muove nello stesso ambito perché potrebbe “superarci“… E via così. In una guerra tra poveri dove il peso della competizione sembra quello di grosse holding quotate in borsa. Mentre siamo sempre tutti più soli ed isolati, faticando incessantemente per guadagnarci un posto nel mondo. Boh.

Capita anche che piccoli illuminati decidano di collaborare in nome di un obiettivo comune e l’impegno c’è…fin quando uno raggiunge il suo di obiettivo e comincia a spiccare il volo. Quello è il momento in cui tutti i valori ed i principi condivisi se ne vanno a fare in culo, allegramente. “Quando inizi ad alzare i soldi i buoni propositi se ne vanno a quel paese“, mi disse una volta una mia amica/collega (con la quale collaboro ancora). E aveva ragione. Ho visto persone sparire dai progetti appena avevano avuto un po’ di successo. Invece che allungare la mano e portare visibilità a tutti…ciao poveri!!! 

Insomma, non se ne esce: l’esempio dominante, quello che guida il mondo e le dinamiche di potere, è quello che funziona.Si copia e si replica a tutti i livelli. Il resto, semplicemente, non funziona.

Paura, Insicurezza, Ego

Ho analizzato il panorama sotto più punti di vista, ho interpellato molte persone, anche del mio settore (ovviamente le mie riflessioni partono dall’ambito moda, ma si possono estendere pari pari ad altri settori) per riuscire a capire il meccanismo, il perché sia così difficile la collaborazione onesta. E siamo sempre lì: è tutta una questione di consapevolezza. “Succede quando non sappiamo chi siamo davvero“. Consapevolezza personale: il conoscersi, il sapere chi siamo, riconoscere il proprio valore ed anche i propri limiti.

Cos’è la paura di perdere i propri privilegi, se non un’insicurezza di fondo? Ed il voler arrivare per primi non ha a che fare con l’egocentrismo smisurato? E la chiusura? Non è forse un fortino costruito intorno al nostro essere per paura di un’invasione o paura di ulteriori ferite (post evento traumatico non analizzato)? La paura di chiedere, l’ossessione dell’essere copiati, la mancanza di onestà…è quello che abbiamo dentro, mostri compresi, che dà vita ad una serie di comportamenti ed atteggiamenti. Quello che è dentro si riflette fuori, nel micro e nel macro. Ecco perché sarebbe importante non perdersi mai di vista: l’autoanalisi come base per un buon vivere, con se stessi e con gli altri. La consapevolezza è indispensabile per ogni tipo di relazione. Anche perché si collabora con le persone, non con le idee.

Collaborare fa rima con risuonare

Arriva quindi una nuova o forse antica consapevolezza: non è possibile collaborare solo perché si hanno obiettivi affini. È possibile farlo solo con persone affini, persone che risuonano alla stessa frequenza. Sì, lo so, questo suona come un fricchettonismo new age anni 90, ma credo che tutti abbiamo fatto esperienza di questo “sentire” intuitivo. A volte ci si sbaglia e siamo costretti a ricrederci, ma molto spesso no. Per collaborare onestamente ci si deve trovare, bisogna essere sulla stessa lunghezza d’onda, stimarsi e rispettarsi a vicenda in una dimensione onesta. E questa cosa non può accadere con tutti. Anzi, accade con pochi. Quindi?

Quindi basta fare la corte a persone/realtà che non sono interessate. Basta perdere tempo con chi non ha la stessa frequenza. Basta volersi unire per forza solo perché si hanno gli stessi obiettivi. Non funziona e alla lunga è anche frustrante: tendiamo sempre a pensare che c’è qualcosa di “sbagliato” o poco attraente in noi. È come quando ci piace qualcuno/a e ci ostiniamo: non si può stare dietro a chi non ci vuole, anche se sulla carta sarebbe perfetto. Se non c’è attrazione, meglio voltarsi da un’altra parte. O stare soli. Tanto qualcuno con cui camminare si trova sempre. E ci possono essere un sacco di piacevoli sorprese dietro l’angolo 😉

Può sembrare una sconfitta. Io la vedo come una vittoria. Tu, come la vedi?

Pensare Circolare: una possibilità o un lavaggio di coscienza?

La circolarità è uno dei temi caldi dei quali continueremo a parlare anche quest’anno. Pure nel mondo della moda! Ne abbiamo già sentito parlare in svariate occasioni ed effettivamente i presupposti e le promesse sembrano interessanti. L’economia circolare offre un approccio alternativo all’attuale sistema lineare “prendi (risorse) – fai (ovvero produci di tutto di più) – butta (qui non c’è bisogno di spiegazioni)“! In un sistema circolare, ovvero rigenerativo, si tenta di far rimanere tutto in circolo, senza buttare via nulla…almeno in teoria!

Pro e Contro della circolarità

In un sistema circolare, la moda potrebbe superare alcuni dei problemi più urgenti che l’industria globale dell’abbigliamento (e il Mondo in generale) deve affrontare: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento, creando allo stesso tempo opportunità per una crescita responsabile. Ovviamente tutto ciò non avviene in cinque minuti: ci vogliono investimenti in processi innovativi, ci vuole un cambio di mentalità (aiuto), ci vuole trasparenza e tracciabilità (che qui fanno finta di essere circolari in tanti ma non si capisce mai dove vanno a finire i milioni di capi ritirati). I modelli di business devono cambiare, così come l’approccio alla progettazione dei prodotti.

La moda, per adottare un sistema circolare, dovrebbe poter riutilizzare e riciclare i materiali all’infinito, eliminando l’inquinamento, gli sprechi e sopratutto evitare l’uso di materie prime vergini (andando così ad impoverire le risorse terresti, che comunque sono limitate); nello stesso tempo diminuirebbero i rifiuti tessili ed i sistemi naturali avrebbero la possibilità di rigenerarsi (invece di essere soffocati dai tessuti lasciati imputridire sulla terra e sotto il cielo). Tante le azioni già intraprese, come le innovazioni tecnologiche per il riciclaggio dei tessili fino ai passaporti digitali dei prodotti, passando per le bio-tecnologie ed i materiali rivoluzionari. Ma la strada è ancora lunga e dispendiosa…

Quelle piccole, scomode verità…

Sono due, sorelle, quasi gemelle, sicuramente figlie della stessa madre. Si chiamano Sovrapproduzione e Consumo Eccessivo. Sono loro le cause dei 100 miliardi di capi che vengono acquistati ogni anno e anche dei 92 milioni di tonnellate che vengono buttati. Si stima che entro il 2030 quest’ultimo numero dovrebbe aumentare a 134 milioni di tonnellate. Insomma, non poco. Stessa sorte in crescita, se non si cambia approccio, pare spetti alla produzione di fibre tessili, che dovrebbe aumentare di un altro 34% raggiungendo i 146 milioni di tonnellate nel 2030. Cosa c’è di circolare in tutto ciò? Praticamente niente! Ma, opportunamente motivati dalla minaccia delle risorse limitate e da una crescente preoccupazione tra i consumatori per l’impatto ambientale dei loro acquisti, i marchi si stanno impegnando per la sostenibilità, lanciando iniziative dal sapore eco-centriche in qua e là. Ma la verità è ancora un’altra…

“Stiamo producendo e comprando più di quanto la terra possa sostenere. Le aziende NON vogliono produrre meno e tanto meno vogliono che noi compriamo meno”.

Ecco perché, guardando i numeri e non le intenzioni, sembra che questo approccio “circolare” sia più una trovata di marketing per far lavare le coscienze a entrambi: aziende, che si raccontano che ci stanno provando, e consumatori, che possono continuare a comprare cose “buone“.

Limitazioni oggettive

Stando all’ultimo report della Ellen MacArthur Foundation, meno dell’1% della fibra utilizzata per produrre abbigliamento viene riciclata per realizzare nuovi indumenti. Di solito, gli abiti raccolti in alcuni negozi o catene finiscono per essere riusati per materiali come rivestimenti, isolanti per le auto, imbottiture per materassi, insomma per uso industriale, ma raramente per farne altri capi di abbigliamento. Questo perché ci sono ancora da risolvere alcune limitazioni oggettive. Tipo:

  1. Preparazione e selezione: è un processo lungo, spesso fatto manualmente; si tratta di rimuovere accessori ed applicazioni, oltre che scucirli. Richiede tempo ed energie, oltre ad una forza lavoro preparata.
  2. Materiali Misti: i capi non sono quasi mai 100%. Il che li rende difficilmente riciclabili. Per le composizioni miste, ovvero separare le varie fibre, le aziende stanno sperimentando nuove tecnologie e portando avanti le innovazioni, ma molte sono ancora in fase di ricerca e sviluppo e non sono pronte a lavorare con grandi numeri.
  3. Senza Etichette alcuni capi sono semplicemente irriconoscibili. Nel senso che la composizione mista è un terno al lotto. E se non si sa cosa c’è dentro, diventa difficile capire come riciclarli. Anche in questo caso si stanno sperimentando tecnologie per il riconoscimento delle fibre, but it’s a long process 😉
  4. Riciclare Costa: finanziare lo sviluppo e la scalabilità delle innovazioni tecnologiche per riciclare i vestiti in nuovi vestiti è costoso. Ci vorranno anni. Soldi. Impegno.

Indubbiamente la direzione è quella giusta, ma se nel frattempo che la ricerca fa il suo corso, le aziende iniziassero ad esaminare il problema della sovrapproduzione investendo in canali di guadagno alternativi che non richiedono la realizzazione di nuovi vestiti, come il noleggio, l’usato e i servizi di riparazione?!?

In Italia come siamo messi con il riciclo tessile?

É uscito proprio in questi giorni il report della Fondazione Sviluppo Sostenibile in merito al riciclo (si può scaricare la sintesi qui) ed il paragrafo di apertura è proprio dedicato al tessile. Questo settore produce circa 480.000 t di rifiuti, più della metà proviene dall’industria, mentre un 30% dai rifiuti urbani. In generale c’è stato un aumento quasi del 40%. Insomma, non siamo proprio bravissimi e pare che i numeri vadano aumentando.

Nel 2019 il 46% dei rifiuti del settore tessile viene avviato a recupero di materia, mentre l’11% va a
smaltimento; una quota molto rilevante dei rifiuti, circa il 43%, viene destinato ad attività di tipo
intermedio, come pretrattamenti e stoccaggio. Nel tempo sono cresciute notevolmente le operazioni
intermedie. A seguito dello stoccaggio, i rifiuti vengono smistati con i medesimi codici EER verso aziende specializzate in attività di cernita, preparazione per il riutilizzo e trasformazione in pezzame industriale dei prodotti non rivendibili come usato (note nel settore come “selezionatori”), che li sottopongono a recupero di materia. La prima destinazione è la Campania (dove arriva circa il 50% di tali rifiuti, provincia di Caserta), seguita da estero (14%) e Toscana (13%).
I rifiuti avviati direttamente a recupero di materia, pur pesando di più sul totale gestito nel 2010 (63%), in
valore assoluto sono rimasti sostanzialmente stabili fino al 2019 (tra 215.000 e 220.000 t in entrambi gli
anni considerati). I rifiuti smaltiti in discarica o con altre modalità di smaltimento, invece, pur essendo simili a livello di incidenza sul totale tra il 2010 e il 2019 (intorno al 10%), sono aumentati di quasi il 50% in quantità (passando da circa 35.000 t a oltre 50.000 t).

Insomma, io rimango dell’idea che MENO è MEGLIO ed è la soluzione più auspicabile al momento 😉 Tu che dici?

Scoperte Sovversive: chiudere l’anno con gli occhi aperti

No: niente buoni propositi, niente liste e niente pipponi di fine anno. Che questo 2021 è stato un altro bel macigno mi sa che ce ne siamo accorti tutti. Ed anche che ce lo stanno facendo chiudere non proprio in scioltezza. Quindi andiamo oltre. Ecco, “oltre” è una parola che mi piace, un invito a guardare avanti, a non lasciarsi condizionare dall’informazione ufficiale, a non farsi rincoglionire dalla banalità dei social (o meglio, un po’ ci sta giusto per distarsi, ma se deve essere un’arma di distrazione di massa attiva 24 ore al giorno, anche no!), ad accrescere cultura e conoscenza, indispensabili per aprire la mente. Oltre anche alla propria zona di comfort: alle abitudini sedimentate da decenni, al “ormai sono così” e “ho sempre fatto così“, alla vita così come l’abbiamo vissuta fino ad adesso. Cambiare non è una parolaccia. É la base della vita: ce lo insegna la natura, basta osservarla! Anche i sassi cambiano forma ;P

Quest’anno mi sono imbattuta in diversi libri, personaggi e film che mi hanno aiutato a guardare oltre. Ecco perché, per chiudere questo 2021, ho deciso di appoggiarli qui. 😉 Se vuoi appoggiarmi i tuoi nei commenti sotto al post, te ne sono grata! Mi piace lo scambio…

Libri, profili e film che mi hanno dato una spinta in più

Elogio della Lentezza, Carl Honoré – Un classico della “slow life” che mi era sfuggito in questi anni. Ma che assolutamente conferma la mia visione e mette a conoscenza di alcune realtà virtuose, italiane e straniere, orientate a questo stile di vita. “Essere slow significa controllare i ritmi della propria esistenza, decidere quanto si vuole essere veloci in ogni contesto. Se oggi voglio andare forte, vado forte; se domani voglio andare piano, vado piano. Quello per cui combattiamo è il diritto di scegliere i nostri tempi“.

Brand Activism, dal Purpose all’Azione, Philip Kotler Christiana Sarkar – Forse un po’ tecnico, ma per chiunque abbia un’attività o un brand, credo che sia un libro da leggere in questi momenti dove limitarsi a vendere un prodotto non funziona più. Ci sono dei problemi reali intorno a noi che i governi fanno finta di non vedere (o che comunque non prendono sul serio, sempre in nome di dinamiche economiche) e che le aziende sono chiamate a fronteggiare con il loro operato. Attivo! Che di chiacchiere siamo pieni! AVVERTENZA: alcune parti fanno veramente incazzare 😛

Dis-educazione: perché la scuola ha bisogno del pensiero critico, Noam Chomsky – Qui si parla di educazione e formazione, ma più che altro si mette in luce come il sistema educativo scolastico tende a formare robot più che esseri pensanti. E invece c’è proprio bisogno di menti attive, in grado di creare connessioni e di ragionare con la propria testa! Aiuto!

Chi ha spostato il mio formaggio?, Spencer Jhonson – “Se non cambi, rischi di scomparire“. Una fiaba metafora del valore del cambiamento, della flessibilità e dell’apertura mentale. Un libro che non contiene concetti rivoluzionari e tanto meno metodi infallibili; ma fa ripassare in modo “leggero” concetti semplici che dovremmo aver introiettato da tempo, ma che nel momento in cui qualcuno ha spostato il nostro Formaggio, dimentichiamo troppo facilmente, vittime di mancanza di coraggio o lucidità.

Don’t Look Up (film) – Ho letto di tutto su questo film, critiche all’ennesima “americanata” apocalittica. Chi si è fermato a quello non ha capito una mazza. E’ tutto volutamente grottesco ed, anche in questo caso, l’invito è a guardare oltre per capire effettivamente in che stato siamo! O_o

Seaspiracy – The Social Dilemma – Superare i Limiti (documentari) – Tre documentari leggerini 🙂 tre racconti di cosa succede in fondo al mare, nella rete e nel Pianeta. Lo so, sembrano catastrofici, ma ci può essere luce in fondo al tunnel. In ogni caso dare un’occhiata può essere utile a prende

L’indipendente (magazine online) – La sua bio su IG recita “informazione senza padroni” e già qui ha attirato la mia attenzione. I contenuti e gli articoli sono scritti bene, le fonti citate in ogni singolo post e tutto sommato offre punti di vista differenti da quelli dei media tradizionali ed ufficiali. Il direttore di questa rivista è Matteo Gracis, giornalista e nomade digitale che seguo volentieri per la brillantezza del suo pensiero e la chiarezza con la quale lo espone. Se tra un’influencer e l’altra vi avanza spazio…;)

Alessandro Sahebi (giornalista e attivista) – Altro personaggio degno di nota, Alessandro Sahebi fa riflessioni politiche profonde esponendole con un linguaggio semplice e diretto. Brillante. Smart, come dicono gli inglesi. In mezzo alle cazzate e ai video di gattini (che comunque guardo), è una boccata d’intelligenza a colori (il suo profilo IG è quasi peggio del mio…no, forse no, il suo è più ordinato).

Buona fine e Buon inizio! 😉

Ma da quando abbiamo ‘sta mania dei maglioni di Natale?!?

Ci sono usanze secolari per le quali, comunque, amo trovare delle spiegazioni e ci sono usanze recenti delle quali ancora non riesco a spiegarmi il perché, il come ed il quando sono entrate in circolazione (sopratutto dalle nostre parti). Tipo: ma i maglioni natalizi da quando sono diventati un must have?!? Ho fatto le mie indagini, ho valutato i risultati, ci ho messo un carico da 90 con considerazioni legate all’insostenibilità di questo trend (eh oh, parte del mio compito è rovinare le feste ;P), ma poi ho deciso di regalare alternative e piccole gioie. Comunque. Andiamo con ordine…

La storia del maglione natalizio

In principio era la funzionalità e la pazienza delle povere nonne scandinave. Ebbene sì, questi maglioni dalla pesantezza importante nascono proprio lassù, dove il freddo picchia forte, alla fine del 900. Venivano fatti a mano per i pescatori, volutamente con colori sgargianti e fantasie variegate per identificare i giovani nel caso fossero caduti in mare (allora quello con la renna si riconosceva subito)! Troppo stilosi per essere lasciati solo negli armadi dei pescatori scandinavi, eccoli passare sulle piste da sci norvegesi; caldi, pratici e cool quanto basta, cominciarono a diventare un indumento diffuso. Ma mai quanto a portarlo sotto i riflettori furono attori e personaggi televisivi agli inizi degli anni 80; Bill Cosby in primis, nel suo “The Bill Show”, con maglioni disegnati dallo stilista olandese Kus van der Akker (perché per rinnovare le cose delle nonne ci vuole sempre uno stilista); seguito da star come Gable, la Bergman e Gary Cooper. Irlanda ed Inghilterra cominciano già a perdere la testa. Impazziscono talmente tanto che nel frattempo si diffonde parallelamente l’usanza del “maglione natalizio brutto“, ovvero versioni super kitsch al limite del buon gusto da regalare, apposta per mettere in imbarazzo, amici e parenti. Vengono organizzate feste a tema e le produzioni cominciano a raddoppiare. Il culmine si raggiunge con il Diario di Bridget Jones nel 2001, dove il maglione con la renna Rudolph indossato da Colin Firth fa rabbrividire Bridget e anche un po’ tutti noi. Ma tant’è. Ormai la moda è fatta. Il trend è sacro come la stella cometa sopra alla grotta di Gesù bambino ed il puntale in cima all’albero di Natale. Dalle nonne norvegesi alle catene del pronto moda fino ai grandi marchi del lusso, dove un Christmas Jumper viene inserito d’obbligo nelle collezioni invernali. Indossato per feste a tema, feste in casa e anche feste di beneficenza (come il Christmas Jumper Day organizzato ogni anno da Save the Children dal 2012). E fin qui, più o meno, tutto bene…

The Dark Side del Maglioncino Natalizio…

Dalle storielle passiamo ai numeri. Le nonne scandinave facevano i maglioni a mano. Con la lana vera. In quantità comunque limitate all’efficenza delle loro sante zampette. Di fatto, nel 2017, sono stati spesi 220 milioni solo nel Regno Unito in maglioni di Natale (mi sta cascando la testa sulla tastiera mentre lo scrivo) e dubito che su queste ingenti quantità di capi venga usata pura lana vergine. Di cosa saranno fatti mai questi maglioni? Poliestere. Acrilico. Sintetici. Insomma, sono fatti di plastica!!! Se a questo aggiungiamo che due su cinque vengono indossati una sola volta durante le feste per poi essere gettati e che vengono sostituiti annualmente (non vorrai mica fare la figura del pezzente e presentarti per due Natali di seguito con il solito pulloverino?!?)…diciamo che questa grossa operazione di business natalizio non è proprio un toccasana per l’ambiente (quindi dobbiamo essere buoni o dobbiamo essere cool?).

Rinunciare, Riciclare, Fare…

Ora che sappiamo tutta la verità e che siamo coscienti e consapevoli, che si fa?!? (La consapevolezza è una grossa rottura in certi casi, sono d’accordo 😛) Il livello base è strafregarsene di questa usanza e decidere di farne a meno di questo must d’importazione. Voglio dire, già da queste parti dobbiamo ottemperare a un notevole numero di tradizioni (giusto oggi mamma sbirciava la mia agenda per trovare una data libera per fare gli struffoli), una in meno non fa mica male?!?

Il livello medio è dire addio al nuovo e abbracciare l’usato. Mettiamo da parte le reticenze sul vintage e seconda mano e andiamo a ravanare nei maglioni vecchi. Quelli infeltriti, quelli spessi che non entreranno mai sotto al cappottino, quelli ingialliti dagli anni ma tanto con le lucine soffuse non si capisce se sono gialli o bianchi ingialliti dal tempo. Magari si trovano quelli delle nonne scandinave. Magari si trovano di lana. In ogni caso non abbiamo alimentato questa produzione folle!

Il livello pro è il fai-da-te. E no, non sto parlando di sferruzzare, ma di customizzare un maglione già presente nell’armadio e sacrificarlo per il Santo Natale. Senza comprare niente di nuovo, ma utilizzando quello che c’è già in casa. Vale a dire nastrini, palline dell’albero, peli di gatto che possono diventare simpatici pon pon, t-shirt dismesse dalle quali ritagliare fantastici patch a forma di gatto renna o alberi natalizi da applicare poi a mano. Insomma, le vie della customizzazione sono infinite e anzi, potrebbe diventare un gioco infinito dove ogni anni si aggiunge un pezzo. Allora sì, sai che figata di maglione super personalizzato viene fuori? Visto che siamo in zona natalizia e mi sento generosa, per invogliare il fai da te e per dissuadervi dal comprare l’ennesimo stupido maglione, vi regalo un disegno-cartamodello pronto da stampare, ritagliare su qualsiasi tessuto e applicare sul vostro nuovo, incredibile e unico Upcycled Christmas Jumper. (Nel caso vi animaste, taggatemi su IG o mandatemi le foto del risultato) 😉

Mettiamo fine allo spreco dei business delle feste comandate. O i maglioni di Natale ci seppelliranno (insieme a tutto il resto). E ora dimmi la verità: tu ce l’hai o mai avuto??? 😉

Rientro: un post in 9 tappe per rompere il ghiaccio dopo 8 mesi di assenza!

Penso che questa sia stata la pausa più lunga che ho preso da questo blog dal giorno in cui l’ho aperto!!! Non so esattamente come mai o forse sì…;) Diciamo che a volte gli eventi della vita ti travolgono, cambiano gli equilibri, si aggiungono cose e le giornate, in fin dei conti, sono pur sempre fatte di 24 ore. A volte la modalità ninja non funziona, così come non funzionano le agende, le liste e i piani editoriali: per mandarli all’aria basta poco. E ritrovarsi con il blog in silenzio per mesi è un attimo. Poverino. Trascurato per i social (che richiedono comunque impegno), abbandonato per il magazine, messo da parte per dedicarsi ad altri progetti e anche per non fare assolutamente niente. É stato un attimo, ma ora ci si ripiglia. Ho deciso di rompere il ghiaccio così, con 10 tappe salienti di questi 8 mesi.

1.Il Paradiso ti mette alla prova…

Jungle House Ibiza Summer 2021

Maggio 2021. Sono tornata a Ibiza, come accade da ormai sei anni. A casa. La mia casa. La prima con un contratto ufficiale a mio nome. Battezzata Jungle House per via del suo giardino pieno di piante con un mix esotico-mediterraneo-indonesiano; pareva di stare in un altro luogo. Il mio piccolo angolo di paradiso. Un paradiso che mi ha messo alla prova (guai a passare una stagione rilassata e tranquilla). Perché condividere è difficile (sopratutto dopo una certa), così come mantenere gli equilibri e gestire le relazioni, che siano occasionali con perfetti sconosciuti o con amici di lunga durata. Ho sperimentato sulla mia pelle che i compromessi sì, ma solo se sono bi-laterali, altrimenti si rischia di essere sopraffatti dal prossimo. Mi sono ricordata che abbozzare per il quieto vivere e lasciarsi scivolare addosso le cose a volte non funziona, perché certe cose rimangono attaccate e lo scontro diretto è più funzionale. Insomma, per vivere in paradiso mi so’ fatta un po’ di sangue amaro. Ma ho imparato la lezione e sopratutto non ho ucciso nessuno. Quindi va tutto bene ;P

2.Gattiny

Pina, Banana e Mirtillo appena arrivati

Quando la vita si fa dura, vedrai apparire un gatto! A me è sempre capitato così. E quest’anno i gatti protettori sono apparsi subito: il primo, ribattezzato Tigro, la mattina stessa che ho messo piede a Jungle House. Appollaiato su una macchina rossa, mi ha subito guardato male appena l’ho salutato con eccessivo calore ed entusiasmo. Schivo e selvaggio ma curioso; ci ha messo tre mesi prima di prendere coraggio e darmi fiducia. A fine stagione dormiva sul mio letto…insieme a Piña, altro bel soggetto sottratto a morte certa e catapultato in casa, insieme a due piccoletti, Banana e Mirtillo. Mamma gatta sprovvista di spirito materno (mai vista una gatta così poco propensa all’accudimento) e i due piccoli hanno riempito la casa di peli e zampette. Mi sono totalmente rincoglionita appresso a questi tre; era da tempo che non avevo cuccioli ed osservarli crescere ed allungare i passi nella giungla è stato un terapeutico atto di non attaccamento. Quando li ho dovuti dare in adozione è stato un trauma. Ma anche una conquista. Amore incondizionato senza possesso. Anche perché niente è tuo. Piña è rimasta con me. Insieme a Tigro. A presidiare e proteggere Jungle House anche in inverno in attesa del mio ritorno. Miao.

3.PiGiamini

Pigiamini – Shoot for W(e)ave Magazine #0 by Paolo Cagnacci

La mia prima collezione si chiamava Pygiama&Superstar (forse chi segue questo blog da tempo se la ricorda). La storia del pigiama style mi appartiene da sempre. Un pigiama molto più simile a quelli dei rapper degli anni 90 rispetto a quelli classici, ma pur sempre pigiama. Bene, dopo un anno e mezzo di reclusione forzata, affezionate ai nostri pigiami, la scorsa stagione io e Lucia del Pasqua abbiamo tirato fuori i nostri due modelli di pigiama per uscire: Milano, un rigato dal taglio cittadino con ispirazione marina, e Ibiza, uno sbarazzino dai volumi ampi con stampa hawaiiana. Edizione limitatissima. Credo ne sia rimasto uno sullo shop. Ma torneranno.

4.Cucinando…tra le onde!

Cucinando in catamarano – Formentera – Summer 2021

Tegami&Scarpette era la mia “rubrica di cucina di una che non cucina“. E in effetti preferisco di gran lunga far cucinare gli altri per me (sì, per certe cose sono sia pigra che viziata). Ma è da diversi anni che bazzico cucine professionali o cucine di ville private per fare catering ed eventi. Ebbene sì, in estate mi trasformo anche in aiuto chef 😉 Un’opportunità che è arrivata un po’ per caso e che ho portato avanti per alimentare la mia curiosità e come sfida per me stessa. Ci vuole pazienza, precisione, velocità ma anche attenzione, creatività ma prima comprensione di un mondo fatto di sapori, di sostanze, di chimica e di colori. Un universo complesso al quale mi avvicino ogni volta con rispetto e soggezione, ma che mi diverte perché non ha niente a che fare con il mio lavoro e, in qualche modo, mi svuota la mente, arricchendola. Quest’estate ho anche provato l’ebrezza di cucinare in barca, yacht e catamarani giganti. Non ho vomitato, non ho distrutto nulla e non ho tirato tartine addosso a milionari con i vestiti della festa. Insomma, altre conquiste che segno! Tu fai mai cose che ti portano ad uscire dalla tua comfort zone? (Comunque a febbraio comincio il corso di pasticceria)!

5.Amici tra distanze e presenze

Amici. Si fa presto a dire amici. Si fa un po’ meno presto ad ESSERE veramente amici e dimostrarlo con azioni e gesti concreti. Tengo talmente tanto all’amicizia che a volte prendo delle grosse batoste a causa di sviste o per colpa dei miei occhiali con filtro amicizia che mi fanno vedere persone che non esistono…o che insomma, non sono così amiche come sembrano. Gli stessi occhiali, temo, che mi fanno rimanere sulle mie laddove invece mi potrei lasciare andare. Una cara amica mi ha detto “Tu sei un gatto, ma ti comporti come un cane“! Ovviamente da gattara e da Morgatta questa cosa mi ha spiazzato e innervosito, poi ci ho rimuginato per giorni per arrivare alla conclusione. Il gatto prima di fidarsi ti annusa, ti scruta, ti osserva, ti gira intorno e poi, forse, si concede. Quando gli girano le palle o viene sgridato, graffia e fa i dispetti. Il cane è fedele e tale rimane anche se il suo padrone è chiaramente una merda! Ecco, rimanere fedeli ed ancorati a certe relazioni che non fanno più bene, non ha nessun senso. Gli amici sono quelli che ci sono, sempre, nonostante la distanza; ci sono nel bene e anche nel male (perché a prendere solo il buono son buoni tutti); gli amici si vedono dalla qualità e non dalla quantità, ma soprattutto dalla sincerità. Più vado avanti e più divento esigente. Le amicizie sono relazioni che vanno curate ogni singolo giorno. Se no sono rapporti di convenienza. Mi sa che quest’estate mi è servita per pulire le lenti dei maledetti occhiali filtrati…anzi, quasi quasi li butto! 😉

6.Slow Life, Better Life

Ho scritto un promemoria per scalare elegantemente marcia e riappropriarsi del proprio tempo. Perché ne sentivo l’esigenza. E sentivo intorno a me l’ansia da tempo mancante affliggere amici, conoscenti e perfetti sconosciuti trovati in rete. Ho scritto il mio piccolo elogio della lentezza, che fatto da una iperattiva e rapida è tutto dire. L’ho scritto e l’ho regalato agli iscritti alla mia newsletter. Oggi, se lo vuoi, lo regalo anche a te. Clicca qui sotto e prenditi il tempo per leggerlo 😉

7.Corallino, il mio gatto sirena (grazie Steven)

Ci sono voluti 4 anni e numerose prese di culo da parte di tutti i miei amici tatuatori (ne conosco svariati, sì) prima di avere il mio piccolo gatto-sirena addosso, a fare compagnia alla mia sirena. “Il gatto sirena non esiste” – “É una forzatura” – “Pare un insaccato” – “Non torna“. Queste le obiezioni più quotate; un giorno Gianluca mi manda la faccia di un gatto con la sirena della polizia in testa. C’ho amici spiritosi. Ma quest’anno è arrivato Corallino ad opera di quella macchina umana che è Steven Cohen (specializzato in realismo, i gatti sirena e altri soggetti stupidi li fa solo a me perché mi vuole bene). I gatti sirena esistono. Sono per quelli che credono nella magia…

8.W(e)ave Magazine Numero Uno: ce l’abbiamo fatta!

Quando ad Aprile di quest’anno abbiamo tirato fuori W(e)ave Magazine #0 non avevamo idea di come sarebbe andata né se ci sarebbe stato un seguito. Ebbene, sei mesi dopo, ecco il Numero Uno in tutta la sua bellezza, stampata e digitale. Non è stato facile, è stata una bella sfida ma anche una bella opportunità di crescita, soprattutto umana. Ma a questo temo mi toccherà dedicare un post a parte 😉 Intanto sappi che si può sostenere il progetto acquistando la rivista QUI!

9.Intenso (verso nuove mete)

Intensi. Ecco la parola che meglio descrive questi 8 mesi appena trascorsi. Pieni, carichi, ricchi e a tratti sfiancanti. Bene e male, conquiste e perdite, pianti e risate, respiri e apnee, conferme e smentite, progetti andati a monte e progetti andati a buon fine. Sono uscita dall’estate un po’ provata. Sono entrata nell’autunno ancora più provata. Hai presente quando vorresti prenderti un attimo di pausa per riflettere e rimettere tutto in ordine con calma per ripartire in maniera sistemata ed organizzata? Ecco, quell’attimo al momento non si incontra disponibile. Si prega di richiamare più tardi. Giocare il Jolly. O attaccarsi al c…ops! Insomma, tocca mettere in ordine camminando O_o Riattivare il ninja che è in me e fluire senza affogare. Andiamoooo!!!

Il ghiaccio l’ho rotto. Spero di non aver rotto anche le palle ;P Bentrovati/e. Ci sentiamo presto da queste parti con nuovi esilaranti post informativi, divulgativi e di intrattenimento (che du’ cazzate ogni tanto ci vogliono).

Arriva W(e)ave Magazine: la rivista italiana indipendente dedicata alla cultura “slow”

Ecco svelata la mia assenza degli ultimi mesi da questo blog! 🙂 Non ero propriamente in vacanza, mi ero semplicemente imbarcata in questa nuova impresa!!! Se passare dal blog ai libri è stato relativamente semplice (relativamente, eh), approdare al magazine è stato decisamente più complicato ed impegnativo di quanto mi aspettassi. Ma alla fine io e le mie socie di Sfashion-net ce l’abbiamo fatta ed eccomi qui a presentarvi il frutto delle nostre ultime fatiche: si chiama W(e)ave Magazine ed è un’intera rivista (ben 160 pagine) dedicate a moda, arte, design, tecnologia, innovazione, libri e cibo declinati in chiave slow. Oggi rilasciamo la versione DIGITALE in maniera completamente GRATUITA e scaricabile DA QUESTO LINK.

Il perché è stata una naturale evoluzione del mio processo iniziato anni fa, prima con il libro, Sfashion, poi con la rubrica qui sul blog e successivamente su I like it Magazine, poi la creazione del network ed infine la rivista: comunicare che si può fare moda in maniera differente per me è una priorità. Da sempre…o per lo meno da quando sono entrata in questo mondo nel lontano 1999. O_o Ed ecco W(e)ave, una rivista interamente dedicata alla cultura slow, un mezzo per comunicare in maniera differente e con un taglio decisamente pop “l’altra moda” ma anche la bellezza del rallentare, in aperto contrasto con il turbine rapido della società moderna.

Volevamo raccontare storie di design, sostenibilità, buone pratiche, innovazione e valori autentici, necessari e condivisi. Volevamo dare uno spazio a chi, sulle riviste tradizionali, quello spazio difficilmente lo trova. Volevamo diffondere il più possibile il messaggio di una moda realmente alternativa ed accessibile, divulgare informazioni spesso trattate in maniera superficiale e fare luce su stili di vita differenti. Il tutto in una chiave pop, accessibile e comprensibile ai più. Lo volevamo fare e lo abbiamo fatto.”

Marina – Valeria – Guya

L’altro perché è sicuramente per dare spazio a tutti quei marchi e progetti, nostrani ed internazionali, che spesso sulle riviste non ci finiscono, o perché gli spazi a pagamento hanno costi improponibili, o perché chi dovrebbe fare ricerca in realtà bussa sempre a casa dei soliti noti. E’ così che brand speciali rimangono in una nicchia di interessati all’argomento moda critica e sostenibile. Quindi, fiutando questa carenza mediatica, ci siamo dette: perché non lo facciamo noi? In Europa riviste dedicate solo ed esclusivamente a questi argomenti ce ne sono tante, qui no (strano, vero?). 😉 Ed abbiamo iniziato ad intrecciare i pezzi del nostro magazine, a partire dal suo nome.

Weave come weaving, ovvero intrecciare, tessere, continuare a creare relazioni e reti fatte di persone, storie, prodotti, arte, design, sogni e vite differenti accomunate dal voler fare del proprio meglio per lasciare le cose migliori di come le hanno trovate.

Ma anche wave, come quell’onda di rinnovamento necessaria abbiamo iniziato a cavalcare un anno fa e dalla quale non abbiamo intenzione di scendere; con questo nuovo passo vogliamo proponendorci come contenitore di novità, come mezzo di informazione alternativa, come oggetto ispirazionale e di design da sfogliare, guardare e conservare come le cose preziose. Preziosi ritratti di un sottosuolo fertile che merita di essere scoperto dai più.

W(e)ave nasce proprio da questi talenti nascosti, dalle loro storie e dal loro vissuto. Nasce per dare spazio all’artigianalità e al saper fare; all’unicità, che è il vero lusso. Nasce per parlare di arte, di tecnologia, di innovazione e tradizione reinterpretata in un’ottica contemporanea. Arte, design, focus su aziende e sbirciatine al dietro le quinte della moda si intrecciano tra le pagine colorate di questa rivista. Voci di esperti e penne di nuove leve si fondono insieme per una piccola rivoluzione mediatica.

Questo è il nostro piccolo contributo per risvegliare coscienze a suon di bellezza

E fin qui tutto bene, ma noi abbiamo mire ancora più alte. Uscire dalla rete. Diventare qualcosa di tangibile che possa essere accessibile ad un numero di persone sempre più alto, compreso chi con il web non ha moltissima dimestichezza e confidenza. Quindi è attivo un CROWDFUNDING direttamente dalla nostra PIATTAFORMA, dove poter supportare o pre-ordinando la copia cartacea o con una donazione (in cambio di alcuni gadget cartacei frutto dello shooting del nostro primo editoriale) oppure acquistando alcuni dei magnifici oggetti in edizione limitata donati dai brand della nostra piattaforma!

Noi ci siamo impegnate parecchio. Adesso tocca a voi: scaricare, sfogliare, supportare…ed eventualmente condividere. Ovviamente io sono qui che aspetto vostri feedback e pareri, che dobbiamo capire come aggiustare il tiro! 😉 Intanto buon lunedì…e buona LETTURA!!!

Se invece sei interessato ad avere la rivista nel tuo negozio/libreria/locale…scrivimi!!!

marina@morgatta.com

Che fatica stare dietro ai “social” trend (però si possono ignorare eh)

Le tendenze sono sempre esistite. Fanno parte di un meccanismo umano basato sull’adozione di una certa cosa/comportamento in nome di una moda o corrente che si diffonde più o meno rapidamente tra le persone. Se prima le tendenze impiegavano secoli per raggiungere un certo grado di notorietà, con i mezzi di comunicazione a disposizione oggi tutto é decisamente più rapido ed un trend può raggiungere picchi di notorietà in meno di 24 ore! Conseguenze della fast society 😉 Non parlo solo di tendenze legate alla moda o al vestire, ma anche di quelle sociali, comportamentali e social, che di base fanno leva sul solito principio: o le segui o sei out!!!

È una spirale bastarda che avvolge tutti, poi c’è chi si fa tirare in mezzo dalle ultime novità, chi si chiude nella sua bolla ignorando ciò che c’è fuori (non privo di una sensazione di disagio perché quando le persone parlano gli appare un punto interrogativo in testa) e chi prova a studiare per lanciare nuovi trend e ricercare la notorietà tramite qualcosa che la maggior parte delle persone adotterà.
Prima usava myspace e tutti li sopra; poi é arrivato FB e via, migrazione di massa verso quest’altro mezzo, dove nel giro di qualche anno ci sono arrivati anche i nostri genitori ed in qualche caso pure i nonni 😳  Nel frattempo é comparso anche Instagram, con quei filtri iniziali che ora sono solo un ricordo; il social dei social sul quale vogliono stare tutti e tutti pensano di poterci fare dei soldi se seguono le ricette pre-confezionate ad arte da “esperti” del settore (?).
Però non basta. Tik Tok non ce l’hai? Sei veramente uno sfigato se non fai almeno un reel al giorno! Ah, manco sai cosa é un reel? Vabbè, ma sei fuori dal mondo!!! Un video veloce dove fai cose X tipo balletti, scenette, cose così…non importa il contenuto, importa esserci, provarci, usarlo!
Lo vuoi un bel l’invito su Clubhouse?
Ma non erano chiuse le discoteche?
Ma vaaaa! È il social del futuro (perché quando arriva un nuovo social è sempre e comunque quello del futuro…fino a che non arriva quello del futuro dopo): ci sono le stanze, entri, parli o ascolti.
Così, senza chiedere il permesso?”
Per ora è super esclusivo quindi ci entri solo se ti invitano. Non ci sono immagini, solo contenuti; perfetto perché più intellettuale! Eh già, dopo la sagra dei culi, dei balletti idioti e dell’esposizione 24/7 c’era bisogno di controbilanciare con un po’ di serietà senza volti, solo voci (un po’ come radio vs tv…io ho sempre preferito la radio).
Sì, vabbè, però un canale YouTube tuo apritelo, ci vuole. E lo sai che ci sono certi YouTuber che fanno solo i rumori soft per chi si vuole rilassare e hanno milioni di visualizzazioni ? 😳  (A questo punto sfodero la mia parte ruvida: ma una bella trombata per rilassarsi alla vecchia maniera no?)
E twich non ce l’hai? E due bit Coin? E sui villaggi virtuali ti ci sei mai fatto un giro? “Mah, veramente al massimo ai villaggi Valtur, ma parecchi anni fa ecco“… Twitter lo puoi anche chiudere tanto non se lo caga più nessuno. Però te un profilo Tinder fattelo, che sei single da 14 anni.
E comunque sei vecchia? Ti devi aggiornare…

Ecco, aggiornarsi, esserci, essere sempre sul pezzo…è un lavoro! E capisco chi su questi mezzi ci lavora sul serio, per cui deve per lo meno conoscerne il funzionamento per valutarne le possibilità per capire se adottarli o meno. Con consapevolezza e rimanendo in linea con se stessi. Invece quello che succede, che é ancora più impressionante, è che chi faceva la fashion blogger adesso fa la Life coach (perché pure fare corsi é un trend), le Life Coach si sono messe a fare le linee di pigiami (sabato ho fatto un giretto nel paese vicino e non c’era un negozio che non avesse in vendita tute o abbigliamento da casa: anche i marchi che avevano sempre fatto abiti da sera si sono messi a produrre simil pigiami), chi faceva abbigliamento adesso fa la SMM perché c’è effettivamente una richiesta maggiore e gli esseri più impensabili danno lezioni su come usare IG. Perché funziona. Perché é un trend e se il trend ti fa guadagnare che cazzo fai, non lo fai? Non importa quanto sei preparato o competente, l’importante é che c’hai la community e che converti!!! Anche io vorrei convertire: a lasciare un paio d’ore il telefono a casa e usare le mani per piantare zucchine nell’orto!

Tutto ciò mi lascia un po’ perplessa: capisco il gioco dei trend (lavoro nella moda da 20 anni, ho presente il funzionamento ed il tipo di meccanismo psicologico che innesca) e capisco la curiosità e la necessità di sperimentare. Comprendo meno questa corsa al dover essere sul pezzo per forza, questo plasmarsi a tutti i costi a forma di tendenza e anche questo premiare chi fa questo gioco di fare tutto (ma proprio tutto) quello che va di moda al momento. Oltre al fatto che stare sempre sull’attenti di cosa va al momento…una faticaaaa! Molto probabilmente ha ragione chi mi dice che sto invecchiando 😉

Voi cosa ne pensate di tutto ciò?

On demand, pre-order e su misura: modelli di business alternativi per il sistema Moda

La strada verso una moda meno impattante é lastricata di casini, oltre che piena di curve e impedimenti a ogni incrocio. Eppure l’attenzione si sta sempre più spostando in quella direzione. L’impatto si valuta a vari livelli, ma rallentare le produzioni é indubbiamente una delle prime cose a cui prestare attenzione. L’era dei campionati infiniti, delle sei (o anche 8, 10) collezioni all’anno, delle produzioni fatte su ordini eseguiti con un anno di anticipo…non funziona più. Semplice. Dopo una rincorsa furiosa, iniziata con la rivoluzione industriale e arrivata al suo picco massimo con il pronto moda, è tempo di tornare un po’ “indietro” a livello concettuale approfittando però delle nuove tecnologie per ottimizzare costi, consumi e tempi. Ora lo chiamano made-to-order o fashion-on-demand, ma non è nient’altro che la base dell’approccio sartoriale vecchia scuola!

DAL SARTORIALE ALL’ON-DEMAND

Moda on-demand vuol dire letteralmente “su richiesta” e in termini pratici significa che un marchio inizia a realizzare un capo solo quando un ordine è stato effettuato. E’ lo stesso principio dell’ordinazione e del su misura, modalità in uso fin dai tempi dei tempi. Allora la bellezza era nelle scelta dei materiali e degli accessori, il processo di co-creazione fatto con il sarto o designer ed il piacere era anche nell’attesa. Poi è arrivata la produzione di massa a riempirci gli occhi e successivamente il fast fashion a riempirci gli armadi di tantissime cose…di tendenza!!! Ed in tempi rapidi, il che è un toccasana in caso di eventi last minute che necessitano di un outfit particolare che guarda caso non è presente nell’armadio, ma così si perde tutto il fascino della moda come forma d’arte. Un fascino che, a quanto pare, sembra voler essere recuperato: personalizzazione e innovazione vanno a braccetto contro l’omologazione.

Un processo, quello dell’on-demand, che va sicuramente più d’accordo con micro-imprese, con brand dalle gestione agile e senza troppe sovrastrutture, eppure anche aziende di dimensioni più grandi si stanno attrezzando grazie a software e tecnologie che potrebbero aiutare nei processi produttivi. Capiamo un attimo…

On-demand: su ordinazione. Un capo o un accessorio che viene realizzato su richiesta, messo in lavorazione al momento dell’ordine. E’ un sistema che si basa comunque su modelli esistenti ma con un ciclo continuo, ovvero dando la possibilità di richiedere il capo in qualunque momento dell’anno e non in un momento specifico come il pre-order.

Pre-order: un pre-ordine, ovvero un capo che viene lanciato per essere ordinato in un preciso lasso di tempo e messo in produzione successivamente in base alle quantità richieste (senza sprechi o rimanenze). Anche in questo caso ci sarà da aspettare, ma meno di un capo che viene fatto su misura.

Su-misura: è l’approccio sartoriale, dove il capo viene realizzato “addosso” al cliente, con misure, tessuti e rifiniture estremamente personalizzate. In questo caso si tratta di un pezzo veramente unico ed inimitabile (per il quale è giusto aspettare i tempi che ci vogliono e riconoscere il valore del lavoro di chi lo ha realizzato).

VANTAGGI PER TUTTI, MA SOPRATTUTTO MENO SPRECHI

Una delle variabili che accomuna tutti e tre questi modelli di produzione è il non avere sprechi: non c’è il rischio di fare super-produzioni, di avere invenduti o pesanti rimanenze (le rimanenze non solo fanno male all’ambiente ma sono effettivamente un costo che rimane caricato sulle spalle dell’azienda). Anche l’acquisto dei materiali avviene in seguito o comunque in piccole quantità per affrontare la realizzazione di campioni o prototipi, prevedendo un’uscita economica decisamente minore rispetto ad una produzione tradizionale (dove i costi sono sostenuti in anticipo). Se i marchi più grandi adottassero un metodo produttivo su ordinazione, uscendo dall’abitudine della moda di produrre prima ancora che i capi vengano venduti basandosi su previsioni e statistiche, si ridurrebbe in maniera esponenziale le sovrapproduzione. Con grande beneficio di tutti 😉

La strada per i big sembra ancora lontana, nonostante si stiano cominciando a sperimentare soluzioni tecnologiche e programmi in grado di passare dati precisi ai fornitori al momento della ricezione di un ordine. E’ di qualche anno fa il sistema francese Lectra mentre ’ultimo nato si chiama Techpacker; questo permette di iniziare a produrre un capo solo dopo che è stato effettuato un ordine. “L’ordine viene inviato a una macchina tramite pacchetti tecnologici, quella macchina inizia ad analizzare gli ordini, inserendoli su enormi fogli di tessuto, allineandoli in modo che la produzione sia efficiente e ottimizzata. Il tessuto viene tagliato, cucito insieme ai robot, mentre le telecamere lo guardano in ogni momento per assicurarsi che niente vada storto“. Prospettiva futuristica all’apparenza fast, ma basata su una modalità produttiva più sostenibile. Altre aziende, invece, hanno posto la personalizzazione al centro del loro modello di business: ci sono marchi come Zozo e Red Thread che utilizzano tecnologie mobili per creare una scansione 3D del corpo per indumenti con una vestibilità perfetta; altri, come Sene, Careste e Suit Kits, utilizzano una combinazione di feedback dei clienti, dati digitali e algoritmi per generare prodotti personalizzati. Il futuro somiglia sempre di più al passato con l’aggiunta della tecnologia 😉


In ogni caso, mentre i “grandi” si adattano, iniziamo a supportare i più piccoli. O no? Voi sareste disposti ad aspettare un po’ di più per avere qualcosa di unico e realizzato con criteri anti-spreco?

Dal recupero al remake: il progetto circolare di Atelier Riforma

Il second-hand o lo si ama o spesso non lo si prende minimamente in considerazione. Le reticenze verso quello che è già stato usato sono tantissime, soprattutto nel nostro Paese, eppure da dati misurabili è comprovato che “allungare la vita di un capo di abbigliamento, evitando che venga buttato, riduce il suo impatto ambientale del 20-30%, in termini di risorse necessarie al suo smaltimento”. Da questa presa di coscienza e da considerazioni legate alla propria vita personale è nato a maggio del 2020 il progetto Atelier Riforma, una start-up innovativa a vocazione sociale che vuole dare nuova vita ai capi usati, riducendo l’impatto ambientale dovuto allo smaltimento dei prodotti tessili inutilizzati. Ho fatto quattro chiacchiere virtuali con Sara, Elena e Irene per conoscere un po’ più da vicino questo progetto…

Sono partite in due, Sara ed Elena, nate entrambe sotto il segno del Capricorno alle quali recentemente si è aggiunta Irene, una fiera Ariete ascendente Sagittario (insomma, corna e caparbietà in questo team non mancano 😉 ). Nessuna delle tre aveva mai lavorato nella moda (sono, rispettivamente, avvocato, nutrizionista ed esperta di marketing e comunicazione), eppure la moda l’hanno respirata nelle loro vite da sempre. “Io, quando ero bambina,  ricevevo dai miei parenti i capi che non mettevano più; alcuni li facevo modificare da mia nonna (brava nel cucito e con tanta creatività) per renderli più adatti ai miei gusti” dice Elena. “Dalla mia di nonna ho ereditato la passione per il “ben vestire” ed il valore del meglio pochi capi ma buoni“, mi racconta Sara. I suoi anni di attività nel mondo del volontariato e l’incontro con Elena hanno fatto sì che cominciassero ad interrogarsi sulla possibilità di costruire un progetto che avesse un impatto positivo sull’ambiente e le persone, dove il processo di trasformazione degli abiti (upcycling) potesse diventare un sistema diffuso ed accessibile a tutti. “Ed ecco che la moda diventa per noi uno strumento raggiungere questi risultati, per legare persone e generazioni, per esprimere valori.” L’incontro con Irene, esperta in marketing e comunicazione, ma soprattutto grande appassionata di mercatini e abiti usati, da anni impegnata nella sensibilizzazione su scelte di consumo più sostenibili, è stata la chiusura naturale di questo cerchio. 

Il cerchio che è anche alla base di questo modello di business, circolare appunto, che prende in considerazione e che vuole dare una soluzione a due problemi principali: “In primis, abbiamo riscontrato il problema della gestione delle grandi quantità di abiti usati: quelli che non trovano migliore destinazione finiscono perlopiù in discarica oppure la trasformazione in pezzame o l’esportazione in Paesi in via di sviluppo. Il secondo problema è l’impatto ambientale del fast fashion che con il suo modello “usa e getta” richiede enormi risorse ambientali non solo per la produzione, ma anche per lo smaltimento delle rimanenze o sovrapproduzione. Partendo da questi due dati di fatto, abbiamo costruito la nostra soluzione che si basa su una migliore gestione degli abiti usati, per dare loro una nuova vita attraverso l’upcycling gestito da una rete di realtà sartoriali che condividono i nostri valori e vogliono mettersi in gioco per avere un impatto positivo.

Nasce così Atelier Riforma, con le idee chiare e con una spinta forte. “Siamo una realtà molto particolare perché siamo sia un marketplace di abiti second-hand e “riformati” (come ci piace chiamare i capi frutto di upcycling) sia fornitori di abiti usati per le realtà sartoriali che li trasformano.” E’ un circolo virtuoso quello messo in piedi da Sara, Elena e Irene: si mette in moto con il recupero di abiti sia dalle associazioni no-profit, che non ce la fanno a smaltirli, oppure dai privati; prosegue con la trasformazione di una parte dei capi e finisce con la vendita. E’ una rete quella che si è venuta a creare intorno all’Atelier…”abbiamo rapporti umani e condividiamo gli stessi valori con chi trasforma i capi usati sotto il cappello di Atelier Riforma; unire le forze ci piace un sacco!“. Ed è per la sezione dei “Riformati“, ovvero quei capi che vengono trasformati tramite l’upcycling, che vengono innescate collaborazioni con realtà sartoriali e designer. “Nella ricerca delle realtà sartoriali poniamo attenzione a cosa comunicano, in quali valori credono e naturalmente ai progetti concreti che portano avanti per la sostenibilità ambientale e l’attenzione alle personeInoltre, poichè l’upcycling richiedere creatività e competenze sartoriali specifiche, ricerchiamo realtà che rispondano anche a questi aspetti.

Ed è così che alcuni capi, passati dalle mani e dall’ingegno di creativi ed esperti del settore, vedono una nuova luce; un modo per farli vivere di più ed anche per attutire le reticenze di chi non si fida a comprare capi di seconda mano. “Alle origini del progetto, a inizio 2019 avevamo svolto un’indagine per capire quante fossero le persone disposte ad acquistare second-hand: su un campione di oltre 500 persone avevamo riscontrato che circa la metà non avrebbe mai comprato usato per motivi di igiene, perché ritenuto di scarsa qualità e per lo stigma di essere una scelta per le fasce meno abbienti della popolazione. Sono passati due anni e la nostra percezione è che la sensibilità sia molto cambiata; oggi comprare seconda mano è una scelta fatta per essere meno impattanti a livello ambientale. Se poi si tratta di capi usati “riformati” si riesce ancor di più a intercettare le persone più restie verso l’usato, grazie al lavoro sartoriale sul capo che ne assicura la qualità.” Ed infatti a pochi mesi dal lancio dell’e-commerce (ottobre 2020), la risposta c’è stata ed è stata molto positiva. Tanti sono alla ricerca di alternative etiche e rispettose e la parte dei “riformati” è stata particolarmente apprezzata “il lavoro sartoriale compiuto sul capo è particolarmente stimato; ne viene riconosciuto il valore e l’unicità”

Ecco perché per questo 2021, oltre ad ampliare la rete di upcyclers, le ragazze hanno in programma di implementare il sistema di tracciabilità, per rendere ancor più trasparente il percorso che il capo compie dal momento in cui viene consegnato o recuperato, alla trasformazione e successiva vendita. Insomma, le basi ci sono, i progetti futuri anche; le materie prime, la creatività e la voglia di raccontare una moda diversa non mancano. Moda, che “non è fatta di trend ma di espressione di sé.”

Potete approfondire il lavoro di Atelier Riforma sul loro sito o seguirle sui social. Anzi, consiglio vivamente di rimanere sintonizzati da queste parti…che se ne potrebbero vedere delle belle! 😉

Avete mai pensato ad abiti “trasformati” come possibile alternativa nel vostro guardaroba?

Obiettivi globali, azioni locali: cominciamo bene!

I buoni propositi a inizio anno si sprecano. Solitamente queste intenzioni sono sempre orientate a se stessi: dal miglioramento professionale a quello personale, dal voler guadagnare di più al voler stare in forma (la famosa dieta che inizia sempre a Gennaio così come l’iscrizione in palestra…ah no, c’è il Covid e le palestre sono ancora chiuse, maledetti) fino al vivere più sereni. Che va tutto bene, eh. Ma cosa succederebbe se provassimo ad allargare la visione ed inserissimo nelle nostre famigerate liste qualcosa che possa avere un impatto positivo a più ampio spettro? Guardando, che ne so, all’ambiente e al mondo circostante? Insomma, un po’ più in là del nostro microcosmo?!? In automatico è più facile prefissarsi obiettivi personali, con i quali abbiamo più confidenza, ma non è mai troppo tardi per aggiungerne di nuovi, no? Per darvi qualche ispirazione, possiamo prendere spunto dagli obiettivi che si sono posti le Nazioni Unite, stilando i 17 sustainable development goals…

COsa sono?!?

Preso atto di tutta una serie di situazioni e problematiche che coinvolgono un po’ tutti i Paesi del mondo, in seguito all’analisi dei risultati ottenuti dagli anni 2000 al 2015, ecco che nella “riunione” successiva i 193 rappresentanti delle Nazioni Unite si sono messi a testa bassa a lavorare sull’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ovvero un programma operativo che guarda all’ambiente, alle persone e all’economia  suddiviso in 17 obiettivi con 169 traguardi da raggiungere entro il 2030 (eh, le cose non si cambiano proprio in cinque minuti) 😉 Sono obiettivi comuni ed universali che riguardano questioni importanti per lo sviluppo in una direzione con minor impatto su tutti i livelli: dalla lotta alla povertà all’eliminazione della fame fino al contrastare il cambiamento climatico. Comuni, perché nessuno in questo percorso deve essere lasciato indietro; universali, perché non è possibile perseguire una sostenibilità selettiva e settorializzata (non avrebbe alcun senso). Governi e istituzioni sono impegnati in questo senso, così come i 17 “ambassadors” che sono stati scelti per rappresentare e diffondere questi obiettivi. E’ chiaro che i pesci grossi hanno l’arduo compito di portare avanti a livello “politico” e globale questi obiettivi, ma è anche vero che un uomo solo la montagna non la sposta e che questi punti in realtà rappresentano delle direzioni utili verso le quali guardare un po’ tutti: dall’imprenditore al professore, dalla casalinga alla commessa. Impossibile abbracciare tutti e 17 gli obiettivi, ma scegliere quelli che più risuonano con la nostra persona e portarli nel quotidiano…perché no?!?

Questo obiettivo, ad esempio, l’ho sposato da diverso tempo! 😉 Non solo per quanto riguarda la moda, ma il mio stile di vita in generale. Che vuol dire consumo responsabile? Non farsi intortare dalle pubblicità, non sprecare (che lo spreco è uno schiaffo alla povertà che ci gira intorno), pensare prima di acquistare e scegliere con cura quali aziende supportare (magari non quelle che distruggono il Pianeta). Con questa storia del “progresso” economico e sociale ci hanno un po’ fregato, perché è vero che si sono fatti alcuni passi in avanti nell’ultimo secolo, ma tutto questo è stato accompagnato dal degrado ambientale che sta mettendo in pericolo gli stessi sistemi da cui dipende il nostro sviluppo futuro e  la nostra stessa sopravvivenza. Tipo:

1- Ogni anno, circa un terzo di tutto il cibo prodotto – equivalente a 1,3 miliardi di tonnellate per un valore di circa 1 trilione di dollari – finisce per marcire nei cassonetti dei consumatori e dei rivenditori, o per deteriorarsi a causa di cattive pratiche di trasporto e raccolta.

2-Se le persone in tutto il mondo passassero a lampadine ad alta efficienza energetica, il mondo risparmierebbe 120 miliardi di dollari all’anno.

3-Se la popolazione mondiale dovesse raggiungere i 9,6 miliardi entro il 2050, potrebbe essere necessario l’equivalente di quasi tre pianeti per fornire le risorse naturali necessarie a sostenere gli attuali stili di vita.

Il consumo e la produzione sostenibili significano fare di più e meglio con meno. Si tratta anche di aumentare l’efficienza delle risorse e promuovere stili di vita sostenibili. Il consumo e la produzione sostenibili possono contribuire in modo sostanziale alla riduzione della povertà e al passaggio verso economie a basse emissioni di carbonio e verdi.

Chi è costretto ad andare a scuola si scogliona perché lo vede come un obbligo “noioso”. In giro ci sono più di 200MILIONI di bambini che non hanno accesso all’educazione! 617MILIONI di ragazzini ed adolescenti non raggiungono il livello minimo (leggere, scrivere e fare due conti). La conoscenza, il sapere e l’educazione sono quello che ci rende liberi, che ci aiuta a pensare, a crescere e non farci manipolare. E’ la base per migliorare la propria vita e quella di chi ci sta accanto. L’educazione di qualità dovrebbe essere un diritto di tutti…

A questo link li potete vedere tutti, con schede approfondite e con obiettivi divisi per punti, comprensibili meglio dei DPCM del nostro caro Conte. E so che la domanda adesso vi sorge spontanea: tutto molto bello, e quindi io che posso fare?!? Si possono fare un sacco di cose, a seconda del livello di pigrizia o dell’impegno che ci vogliamo mettere 😉 Si chiama Lazy Person Guide to Save the World, ed è un piccolo reminder delle cose che si possono fare per dare un contribuito al raggiungimento di questi obiettivi…a volte senza doversi alzare dal divano!!!

-Ricordarsi di spegnere le luci quando non servono.

-Fare ricerche online, dal divano appunto, sulle aziende responsabili ed impegnate per la salvaguardia dell’ambiente.

-Segnalare comportamenti offensivi o bullizzanti in rete!

-Misurare le proprie emissioni di CO2 e valutare la propria impronta (per eventualmente ridurla). Si può fare semplicemente andando qui.

Se sufficientemente motivati, si possono fare un sacco di altre cose sia in casa, tipo docce veloci, non usare l’asciugatrice per i panni ma lasciarli all’aria aperta, riciclare plastica, carta e vetro, così come comprare beni non imballati in un miliardo di packaging; che fuori casa, utilizzando la bici o andando a piedi dove possibile, portare sempre con sé la busta per la spesa, supportare comprando dai negozi di quartiere, utilizzando bottiglie riempibili o tazze con le quali farsi fare un bel re-fill da asporto (visto che al bar manco ci possiamo più fermare)! Il livello PRO ci vede impegnati anche sul posto di lavoro, con azioni civili e rispettose anche con i colleghi e dentro il proprio ufficio. Qui spesso è dura, ma ci si può fare 😉

 

La guida completa (in inglese) si può scaricare qui. Invece, per chi vuole una spinta in più, consiglio di dare un’occhiata a questo. Dura meno di una puntata di Grey’s Anatomy! 😉

Siete pronti ad aggiungere qualche proposito alla lista di questo scoppiettante 2021?!? 😉