Il linguaggio segreto delle etichette

Premetto che questo argomento è UN CASINO…nel senso, è molto ampio, variegato ed intricato; ci sono in ballo leggi nazionali, internazionali, marchi volontari e spontanei, per cui non esaurirò tutto in questo post (verrebbe fuori un libretto e molto probabilmente dopo metà articolo avreste già una gran confusione in testa e voglia di vestirvi di plastica pur non dover prestare attenzione a tutte queste informazioni). Proverò ad adottare la tecnica “a punti e a puntate” per introdurvi nel magico mondo delle certificazioni e del linguaggio segreto delle etichette. Già, perché le etichette dei nostri vestiti (così come di tanti altri prodotti), ci parlano! 😉 Il problema è che spesso parlano una lingua tutta loro, fatta di simboli, sigle e piccole icone disegnate, anche carine, ma delle quali non si sa assolutamente cosa c’è dietro.

C’era una volta un Codice del Consumo, redatto nel lontano ma non troppo ottobre del 2005 (e pare sia stato aggiornato circa tre anni fa) con il nobile scopo di tutelare i consumatori ed informarli sui prodotti che ogni giorno si ritrovano davanti e guidarli in una scelta più consapevole. Tra le sue righe è riportato l’obbligo di avere su ogni prodotto alcune informazioni “minime” che riguardano la composizione, la sede del produttore, i materiali impiegati e l’eventuale presenza di sostanze dannose per le persone, cose o l’ambiente. Queste norme valgono ovviamente anche per i prodotti tessili. Sappiamo tutti che le informazioni OBBLIGATORIE e non modificabili sono quelle tecniche che riguardano le fibre tessili con cui è composto il capo (di che materiale è fatto, in percentuale nel caso di fibre miste), ragione sociale e indirizzo del produttore (che molto spesso corrisponde a chi ha immesso sul mercato il prodotto) e le indicazioni per la manutenzione (quelle le avevamo già viste qualche tempo fa). E fin qui tutto bene, cose a cui siamo abituati e alle quali molto spesso non facciamo nemmeno più caso, ma che danno almeno le informazioni di base su chi ci stiamo portando a casa!!! 😉

Visto il crescente interesse verso prodotti tessili di maggiore qualità e che rispettino l’ambiente sono stati introdotti nel tempo alcuni MARCHI VOLONTARI e certificazioni che raccontano qualcosa in più sul prodotto. Non vi sto ad attaccare il pippone sul fatto che queste certificazioni possono essere rilasciate in maniera più o meno controllata (diciamo che alcune aziende vogliono solo il bollino per essere in linea con il momento storico e la richiesta), ma se non altro molti produttori stanno veramente rivedendo il loro modo di operare per essere realmente più sostenibili e meno impattanti. Ce ne sono svariate e ne stanno spuntando altre un po’ come funghi dopo un giorno di pioggia, ma intanto iniziamo da una parte.

EU-Ecolabel: E’ un marchio europeo usato per certificare  il ridotto impatto ambientale dei prodotti o dei servizi offerti dalle aziende che ne hanno ottenuto l’utilizzo (sempre secondo il regolamento CE n. 66/2010). Praticamente ti dice che i prodotti sono stati realizzati rispettando l’ambiente durante tutto il loro ciclo di produzione e vita, dall’inizio fino allo smaltimento finale (in un’ottica di economia circolare).

 

Altro marchio famoso ed entrato a far parte del linguaggio comune, soprattutto di chi ci lavora, è la certificazione GOTS – Global Organic Textile Standard. Molto difficile da ottenere, non indica solo un tessuto di origine biologica, ma valuta tutti gli aspetti della produzione: dalla coltivazione della materia prima alla commercializzazione del prodotto finito. Questa certificazione è stata sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di controllati criteri ambientali e sociali applicati a tutti i livelli della produzione. Per prodotti tessili biologici bisogna che ALMENO il 95% delle fibre di cui è composto il capo sia di origine organica (bio). Il restante 5% può essere costituito da altre fibre naturali non biologiche come cotone standard, lana, canapa, oppure costituito da fibre artificiali di origine naturale come viscosalyocellmodal, ma anche da altre fibre ottenute grazie al riciclo di materie prime. Insomma, il 100% bio non è garantito!!! Esistono anche casi in cui la certificazione sia rilasciata ma nell’etichetta si trova scritto “Fatto con il 70% di fibre bio“: in questo caso sappiamo che l’altro 30% può essere composto anche di fibre non bio.

 Altra sigla e disegno che vi potrà capitare di vedere sui prodotti tessili è quella firmata OEKO-TEX® Standard 100, che dal 1992 (mica ieri)  è un sistema di controllo e certificazione indipendente per i prodotti tessili (materie prime, semilavorati, e prodotti finiti) che garantisce che i prodotti tessili non contengano o rilascino sostanze dannose per la salute umana. Parentesi: la chimica è presente dappertutto, anche noi esseri umani siamo soggetti a reazioni chimiche, ma esiste una chimica “buona“, controllata ed utilizzata secondo processi non dannosi, ed una chimica che invece danneggia l’ambiente in primis e noi a seguire. Detto ciò la certificazione viene rilasciata in seguito a test per sostanze nocive che tengono presente l’uso di destinazione del prodotto tessile: quanto più un tessuto deve entrare a contatto con la pelle (e quanto più sensibile è la pelle) maggiori sono i requisiti umano-ecologici che si devono soddisfare. Ad esempio per i prodotti per bambini o intimo ci sono restrizioni e standard molto alti!!!

Altro nato in casa Oeko è Oeoko tex ® – Made in Green, un marchio di tracciabilità per i prodotti tessili sostenibili realizzati con materiali privi di sostanze nocive in impianti a basso impatto ambientale e luoghi di lavoro sicuri. La cosa divertente (e utile) di questa certificazione è che ogni prodotto che presenta questo marchio possiede un codice QR con il quale tracciare la produzione (in questo caso siamo più sicuri che i passaggi siano stati rispettati in maniera corretta…insomma, che non ci stanno raccontando cazzate semplicemente mettendo un bollino su un capo)!

Avete le idee un po’ più chiaro o vi ho finito di incasinare? Vi lascio assimilare le info e per oggi la chiudo qui. Ritorneremo sull’argomento perché mica è finito qui…;) Se poi trovate simboli strani in giro e volete delucidazioni…MANDATEMELI!

Buccia di banana/Sciarpe equivoche (o menti equivoche?)

Ci sono oggetti che vengono creati appositamente ispirandosi ad altre forme ed altri che invece le evocano in maniera parecchio diretta. A volte sono scelte, a volte sono citazioni, a volte sono copie ed altre volte sono errori, cose non volute che danno effetti e suggestioni indesiderate. E’ il caso della sciarpa-topa* (*topa nel senso di vagina) di Fendi che da giorni circola sul web (ma che magicamente è scomparsa dal loro e-commerce)…

Ora non dovrebbero impressionarci più oggetti che ricordano l’organo riproduttivo femminile (dopotutto siamo già passati nell’anno della vagina lo scorso 2017, ricordate?) e forse è solo un’associazione percettiva suggerita dalle recensioni sui vari media che così l’hanno etichettata fin da subito…o più semplicemente quando hanno realizzato le foto per l’e-commerce lo stylist ha avuto l’infelice idea di ripiegarla in questo modo un po’ così…fraintendibile! Insomma, non so se Fendi avesse la reale intenzione di lanciare come must have per il prossimo inverno la sciarpa-topa o se è solo una casualità fotografica, ma il risultato è stato questo…

Anche la scelta colore della seta, questo rosa antico tendente al carne, con l’abbinamento della pelliccia sbarazzina dai toni scuro-chiari, non è stata un’idea felicissima: la stessa base con un pelo tono-su-tono avrebbe sortito un effetto visivo decisamente diverso (al massimo poteva sembrare la passera di una coniglietta di playboy 😛 ) La foto del capo indossato, poi, suggeriva caldamente l’immagine di un parto…simpatico, veritiero, ma non bellissimissimo! Eppure è solo una sciarpa di seta con pelo (e purtroppo la cosa più brutta è che il pelo è vero), basta cambiare colore ed ecco che l’effetto vagina sparisce immediatamente…

Un minuto di silenzio e un biiip di censura su qualsiasi altro pensiero vi sia venuto in mente guardando quest’altra variante! In ogni caso, dopo che la sciarpa da 790 € di Fendi è stata battezzata “750-pound-vulva-scarf” da un post sul The Guardian e diventata virale su molti siti web nel giro di poco, è magicamente sparita la variante color carne dallo shop. Le altre due, per chi fosse interessato, sono ancora disponibili. Che sia stata un’apposita mossa di marketing per incrementare il traffico sul sito? Questi uomini del marketing moderni si inventerebbero di tutto pur di vendere di più… 😉 I commenti online si sono sprecati, ma io vi lascio riflettere sulla questione con lui…

“790 euro per infilare il collo nella vul.., pardon, nella sciarpa di Fendi? Mai pelo fu pagato così caro”

Buon luned…ops, è martedì!!! 😛

Re-wear: Torino parla di moda sostenibile con la terza edizione di Dreamers

Sognatori sì, ma anche attivi (che i sogni se li lasciamo nel cassetto fanno la muffa). Quando si entra nell’intricato mondo della sostenibilità, soprattutto nel campo della moda, scoraggiarsi è un attimo, ma se nessuno muove un dito di sicuro passi in avanti non se ne fanno. Fortunatamente le conversazioni intorno all’argomento si stanno intensificando e anche le mosse pratiche e gli eventi. Illuminante e con mille spunti interessanti sarà la terza edizione di Dreamers, rassegna di moda indipendente e di ricerca in scena a Torino dall’1 al 4 novembre presso gli spazi Toolbox.

Quest’anno il tema è proprio “Re-wear“, un’esplorazione dell’altra moda, un invito a riscrivere i codici estetici senza separarli da quelli etici, uno spiraglio sul futuro della moda in una direzione diametralmente opposta a quella che si è fatta prepotentemente spazio negli ultimi anni. Rallentare i consumi, non sprecare, riciclare, imparare a riparare, riutilizzare ed innovare utilizzando creatività e circolarità anziché sprecando risorse preziose per il nostro pianeta. Il progetto progetto ideato e curato da Barbara Casalaspro e Ludovica Gallo Orsi, si sviluppa in quattro sezioni: quella dei talk, ovvero chiacchierate informative pensate per ascoltare e condividere progetti e differenti punti di vista; i workshop, laboratori per adulti, ragazzi e bambini condotti da esperti del settore che illuminano su cosa possiamo realmente fare tra le nostre mura domestiche; i percorsi espositivi e le performance, perché la moda è anche un’arte e va rivalutata anche in questo senso: la fiera che presenta una selezione di 44 slow brand, tra atelier, fashion designer, collettivi che già da tempo si impegnano in questa direzione fatta di ricerca, innovazione, etica, creando prodotti assolutamente Made in Italy, edizioni limitate e pezzi unici. Insomma, per chi chiede dove, come e chi sono gli attori di questo cambiamento (e dove acquistare capi sostenibili) ecco, qui almeno una piccola selezione c’è… 😉

Le attività in programma sono tantissime (consultabili qui): si parte con la performance di giovedì alle 18  “Parade. Recycling Warriors” , un l’evento site specific curato dell’artista Enrica Borghi; una sfilata di donne guerriere che indossano maschere e accessori, elementi non solo di decoro, ma vere e proprie coperture per marciare a favore della sostenibilità. La mostra Re-Wear è sviluppata in sette tappe, ognuna affidata a designer, artisti e studenti di scuole di moda che hanno interpretato questo tema sviluppando progetti ad hoc, tra cui Fondazione Pistoletto, Tiziano Guardini (Vincitore del Green Carpet Award 2017), Polimoda e Naba. Anche la parte dei Talk vedrà affrontare numerosi argomenti, tra cui la circolarità nel sistema moda, come comunicare la moda etica, le nuove frontiere del denim (con i signori di ISKO denim, azienda di cui vi parlerò a breve e con la quale sta nascendo un’interessante collaborazione), il vintage intramontabile con il fondatore di A.N.G.E.L.O. Vintage e anche un’interessante conversazione su  “Cosa significa oggi essere Out of Fashion?” (ve lo dico io, significa essere sfashionisti dentro e fuori 😉 ) nella quale interverranno Anna Detheridge (fondatrice di Connecting Cultures e  Out of Fashion), Matteo Ward (ideatore di Wrad Clothing) e Benedetta Barzini (docente di Cultura della Moda) moderati da Paola Baronio, giornalista, attivista e penna brillante del blog “La mia camera con vista”.

Tra chiacchierate, mostre, attività per grandi e piccoli e la sezione di designer indipendenti ce n’è davvero abbastanza per entrare nell’argomento, esplorare le innovazioni, conoscere professionisti e personalità che si muovono in questo ambito e toccare con mano il cambiamento che non solo è possibile, ma è reale. Smettiamo di sognare e muoviamoci in una nuova direzione.

DREAMERS
1-4 novembre 2018
Torino
Toolbox
Via Egeo 18
Ingresso libero
Orari apertura: Giovedì 1 nov ore 18 opening;  Venerdì 2 e sabato 3 nov ore 11-20; Domenica 4 nov ore 11-19.

Buccia di Banana/Collaborazioni illustri e gli stivali definitivi

Io a Jeremy Scott gli ho sempre voluto un po’ bene; ho sempre ammirato il suo buttarla completamente di fuori facendo esattamente quello che gli passava per la testa, i colori, l’esagerazione, i pattern e quello spirito iper-kistch che si cela dietro ogni collezione. Da quando è salito alla direzione di Moschino qualche scivolone l’ha fatto (a mio avviso), ma non mi aspettavo che anche lui scendesse a patto con il Male: esce l’8 ottobre la nuova collezione-pillola realizzata per i signori della Moda Pronta “H&M.

Ebbene sì, anche lui è cascato su questa tendenza diffusa di grandi marchi che decidono di collaborare con i colossi del fast fashion mondiale per creare collezioni uniche ed “accessibili; la scusa principale è quella di “fare un regalo ai propri fan“, vendendo stile a basso costo in modo che tutti possano approfittare di questa operazione democratica e sentirsi fighi allo stesso tempo. Già, ma a scapito di cosa? La domanda è retorica, già lo sappiamo in cosa si va a perdere. In realtà si tratta di marketing allo stato puro, un accordo autorizzato per cui per una volta H&M ha la firma dello stilista e non solo lo stile, che quello lo copia quotidianamente dalle sfilate per riproporre capi di super tendenza a prezzi popolari. Che il designer di turno si diverta molto in queste occasioni non c’è dubbio, ed anche in questa collezione Jeremy dev’essersi divertito parecchio, con questo street style dichiarato tra catene, tute e stampe giganti di Topolino (dai no, Topolino non lo reggo)!!!

C’è da dire che con tutti questi richiami al mondo dell’hip hop certe cose mi piacciono e pure parecchio; tra l’altro i prezzi non saranno quelli che ci si aspetta normalmente nella grande catena, anzi, alcuni pezzi sono decisamente sovrapprezzo (sempre secondo il mio onesto parere eh). Abbigliamento, capi in pelle decisamente sexy, felpe e tanto denim, ma le giornaliste di moda che ne capiscono suggeriscono che il vero pezzo forte della stagione, quello cool con la “C” maiuscola, quello imperdibile sul serio è il super stivalone alto! LUI…

Hanno il tacco alto super sensuale, ma anche la punta rinforzata e i lacci effetto boots da montagna, hanno il gambale matelassé in puro stile Moschino e fanno bling bling con le maglie oro e i logo lettering così cari alla maison. Sono iperfemminili, ma con un tocco irriverente. Ergo sono perfetti per tutte le cool girls che questa stagione vorranno osare.” Eh già, un pezzo facile facile, veloce da abbinare, comodo, ideale per la vita di tutti i giorni, i sanpietrini di Firenze, il traffico di Roma, le pozzanghere d’acqua e anche i rivoli di fango. Insomma, le scarpe ideali, risolutive, necessarie. Sobri e delicati, sono abbinabili con tutto, meglio se con grandi felpe usate come mini-abiti o con un bel tubino in pelle da castigatrice…in questo caso però meglio non scordare a casa il frustino! 😉 Costo dell’operazione? 399 €…mica 50! Aveva detto accessibile? Certo, con un altro nome sopra molto probabilmente sarebbero costati 3 volte tanto, ma a questo punto vorrei toccarli per valutare i materiali e la quantità di plastica e gomma realmente presenti…però non importa, sono GLI STIVALI della prossima stagione e un investimento su un paio di scarpe buone ogni tanto va fatto…e perché andare da un bravo artigiano quando ci sono i Signori di H&M?!? O_o Tra gli accessori non mi farei scappare l’orecchino preservativo da indossare solo in pendant con la borsa. Ma soprattutto non mi farei scappare l’occasione di rimanere a casa invece di andare a fare razzie di questa incredibile collezione (nel senso che io non ci credo ancora che Jeremy si sia venduto al Diavolo) in uno dei negozi di catena…o no?!?

Buon lunedì…

Omissioni, bugie e sincericidio

Dì sempre quello che pensi. Sii sincero. Le bugie hanno le gambe corte ed il naso lungo. Meglio fuori che dentro…le emozioni, i pensieri, che avevate capito!!! 😉 ” Insomma, fin da piccoli ma ancora di più da adulti, spinti anche da terapisti e coach di varia natura, veniamo educati alla sincerità, al buttare fuori, all’essere onesti, al condividere emozioni, pensieri ed eventi. Ed effettivamente è cosa buona&giusta. Eppure, in alcune occasioni, omettere sarebbe decisamente più saggio ed utile!


Qualcuno dice che “essere sinceri non significa dire tutto ciò che pensiamo, ma non dire mai il contrario di ciò che pensiamo“. Ed in effetti c’è una differenza sottile tra il dire piccole innocue bugie, gesto fatto principalmente per pararci il culo da possibili conseguenze sgradevoli, pericolose o solo noiose che, un po’ per pigrizia un po’ per infingardaggine preferiamo evitare, e l’omettere alcune cose. La bugia è una distorsione volontaria della realtà per adattarla ai nostri bisogni e salvaguardarci da possibili conseguenze negative; spesso il movente della bugia è la paura, altre volte si tratta di piccole bugie benevole e sottili dettate dalla compassione verso il prossimo. In ogni caso, si tratta sempre di una cazzata!!! L’omissione, più diplomatica, è semplicemente un non mettere al corrente, sempre in maniera volontaria e premeditata, di alcune notizie, fatti o pensieri. Il non dire che prende il sopravvento sull’esubero verbale che, diciamo la verità, ogni tanto se ne può fare anche a meno. Perché essere sinceri SEMPRE, con tutti e a prescindere da tutto ed in ogni situazione non è sempre una buona idea.

Gli psicologi lo chiamano SINCERICIDIO e, come fa intuire la parola stessa in maniera forte e diretta, è un suicidio fatto in nome di verità che, anche se scomode, meglio dirle che non dirle. Questa tendenza al massacro di se stessi in primis e di conseguenza anche del prossimo in nome della sincerità più pura e “sana” in realtà è spesso sintomo di una mancanza di tatto, di poco rispetto che può sconfinare in maleducazione. Davvero è necessario sputare fuori tutto ciò che ci passa per la testa? Opinioni non richieste, giudizi affrettati, alleggerimenti di coscienza inutili, informazioni dette per creare casini…insomma, quante volte ci troviamo davanti ad improvvise bombe di sincerità non richieste che ti lasciano con gli occhi spalancati e con un grande punto interrogativo in testa?

Tra sincericidi inutili, bugie pesanti e piccole omissioni credo che l’ideale sia PENSARE 5 minuti in più e cercare di capire. Prima di tutto pensare a cosa vogliamo dire, elaborare il tutto in maniera sensata ed educata (non c’è bisogno di ferire il prossimo gratuitamente, anche se quello che abbiamo da dirgli può fare male, troviamo comunque la maniera più civile…); in seconda battuta chiediamoci PERCHE’ sto per dire quella cosa: che scopo voglio raggiungere? Che reazione voglio ottenere? Lo faccio per me, con quale beneficio? E la persona a cui è indirizzato il messaggio è pronta a digerire quello che sto per dirgli a livello emotivo? Ce la può fare o è una cosa che posso evitargli? La verità a volte è scomoda, a volte fa male e non a tutti piace sentirsela dire. Ecco, io non sottovaluterei il fatto che non tutti sono pronti a sentirla ed anche saper calcolare il momento ed il contesto giusto per dire le cose, tenendo la bocca chiusa fino a quel momento, è una virtù da non sottovalutare. Preziosa quanto l’essere sinceri. Preziosa quanto l’empatia che serve per decidere quando omettere delle cose e quando è il caso di dirle.
Qualche illuminato sosteneva che “per stare bene con se stessi, bisogna raccontarsi sempre la verità, ma per stare bene con gli altri, no.” Io credo che bisogna essere coerenti con la propria inclinazione e che la sincerità sia una cosa meravigliosa…ma in alcuni casi piccole omissioni, anche momentanee, sono più utili e sane. Sicuramente più sane di piccole o grandi cazzate…o no?!? 😉

Buon fine settimana…

Vintage, un romantico lavoro di ricerca

Sono tornati gli appuntamenti mensili con #vintagerevolution scritti ed interpretati da Federica Pizzato di Hobo Vintage!!! Questo mese non “interpreta” con le sue consuete foto perché ha avuto un attimo da fare: ha partorito Alice giusto tre giorni fa! Ma non ci ha lasciato a secco, quindi accomodatevi…

di federica pizzato (HOBO VINTage)

E’ da poco terminato Next Vintage, una delle più fornite e longeve fiere dedicate al settore e da frequentatrice seriale ho scritto una piccola guida per chi, all’inizio della prossima stagione, vorrà provare ad immergersi nella sua magica atmosfera

Per gli appassionati e gli addetti ai lavori è un appuntamento fisso che quest’anno festeggia 20 anni! Sto parlando del Next Vintage di Belgioioso, la vasta e suggestiva kermesse dedicata alla moda retrò (e non solo), ospitata dal Castello di Belgioioso (Pavia), che quest’anno si è svolta dal 12 al 15 ottobre. Ricordo ancora quando, da studentella universitaria, in gita con la mia prof del corso “Comunicazione della Moda” (che sarebbe da li a poco diventata relatrice della mia tesi) varcai per la prima volta il cancello del grande castello, attraversai il piccolo parco e mi immersi completamente in quell’insolito tour che avrebbe per sempre influenzato il mio modo di concepire quel mondo.

Illustrazione di Enrica Mannari

Ma cosa succede al Next Vintage? E perché vale la pena passarci almeno una volta (si tiene due volte l’anno ad ottobre e ad aprile) se non lo avete mai visitato? All’interno del Castello di Belgioioso vi accoglierà innanzitutto una mostra che, ad ogni edizione, celebra un’aspetto particolare della storia della moda sempre diverso e poi, lasciato il grande ingresso avrete la possibilità di visitare lo stand di una sessantina di espositori che vi accoglieranno con i capi e gli accessori selezionati e ricercati per l’occasione vintage più glamour d’Italia.  Non vi aspettate però di fare grandi affari sui capi che eventualmente vorrete acquistare. Qui si viene soprattutto per fare ricerca a mio avviso, ed eventualmente per cercare la chicca vintage che davvero manca al vostro guardaroba o l’abito per un’occasione speciale, magari di un grande brand a cui fate il filo da tempo! I prezzi infatti spesso non sono proprio alla portata di tutti ed essendo in una location ristretta sono anche abbastanza uniformati. Qui troverete però sicuramente tanti veri professionisti che solo con lo sguardo sapranno cogliere le vostre inclinazioni. Sono bravi, preparati, gentili e vi racconteranno in un modo nuovo e personale la storia della moda attraverso l’epoca dei propri capi. A corredare quello che potrete toccare con mano troverete anche una piccola ma sempre interessante sezione dedicata all’editoria di settore. Vale la pena cercare tra i titoli se c’è qualche titolo che vi manca, o in alternativa, qualche stampa d’epoca che starebbe bene a casa vostra!

Quest’anno Next Vintage si è dedicato particolarmente agli anni Settanta e Ottanta. Io adoro soprattutto i primi! Non a caso, le protagoniste assolute sono state le fantasie in tutte le loro declinazioni. Fiori e foglie, quadri ma anche l’animalier, le macchie astratte di colore, i grafismi, le bande multicolor, intrecci geometrici, jacquard e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno aveva detto che l’autunno è noioso? Tra i tessuti, tanta pelle e tanto jeans che sono un evergreen della fiera sia in versione femminile che in versione maschile/militare. E poi gli accessori e i bijoux, dalle collane multi-filo alle spille maxi, da sfoggiare su capi oversize e abbinare magari ai maxi orecchini a cerchio, pendenti o a forma di croce. Ed ancora le adorate scarpe: stivaletti a punta, camperos, décolletées in vernice, mocassini e ovviamente le sneakers decorate.

La mostra di questa edizione di Next Vintage è stata dedicata ad un capo iconico che praticamente tutte abbiamo posseduto almeno una volta: il trench. Nel classico color kaki, da sempre esprime l’essenza della moda e del rigore britannico. Oggetto di numerose imitazioni e rivisitazioni da parte dei più grandi stilisti, il trench ha conservato nel tempo le sue fattezze, mantenendo inalterato il suo fascino. Ma il vero segreto del trench è quello di aver saputo coniugare l’esigenza della funzionalità di proteggersi dalle intemperie con il valore estetico e concettuale di un capo studiato nei minimi dettagli, disegnato per rendere fiero, distinto e raffinato il portamento di chi lo indossa. Negli anni ’40 il famoso soprabito approda sul grande schermo: Hollywood segna la sua consacrazione del firmamento della moda internazionale! Indimenticabile Humphrey Bogart con il suo trench nell’ultima scena di Casablanca del 1942 al fianco di Ingrid Bergman e, qualche anno dopo, una sensualissima Marlene Dietrich avvolta nel suo trench kaki legato in vita in Scandalo internazionale del 1948. È negli anni ’60 che il trench coat entra di diritto nell’Olimpo della moda, nella sua versione più sofisticata grazie alla romantica interpretazione di Audrey Hepburn nel ruolo di Holly Golightly in Colazione da Tiffany.

Non solo vintage però a Belgioioso che negli anni ha sviluppato anche una ricca sezione dedicata all’handmade e da poco a inserito anche la sezione Forniture & Design. Ma andiamo per ordine: L’Area Remake ospita al suo interno tutti quegli espositori che si distaccano leggermente dal vintage tradizionale reinterpretando i capi a modo loro (come ad esempio la mitica Betty Concept che se non conoscete vi consiglio di seguire sui social!). Apportano ai capi grandi e piccole modifiche con l’ausilio di altri tessuti e materiali: seguendo il loro estro creano dei pezzi unici e senza tempo. Personalmente in questa sezione ho sempre trovato qualcosa di interessante e ho anche acquistato in modo più spensierato qualche capo. Per quanto riguarda l’arredamento, Next Vintage offre un piccolo assaggio del design di un tempo anch’esso simbolo del made in Italy nel mondo e parte, insieme alla moda di un unico panorama produttivo e culturale. La storia del Design, dagli anni ’30 ad oggi, ha modificato profondamente la nostra relazione con l’ambiente domestico, il nostro modo di guardare alle cose che fanno parte della nostra vita. Ed ancora, per chi oltre ad un’anima retrò vuole un total look di effetto, in questo spazio troverete du corner interessanti: lo stand di Ketty Cinieri pronta ad acconciarvi con i suoi look in pieno vintage style e i ragazzi del Sir Modern Barber Shop per la cura e il relax dei gentiluomini in mostra.

Il tour del castello tra gli abiti d’epoca termina qui. Tempo di permanenza per non lasciarsi sfuggire nulla? Circa 3 ore secondo me. Si, ok ma in tutto questo tempo dove mi rifocillo?! Non temete, ogni anno durante la kermesse è previsto un ricco corner culinario che per questa edizione ad esempio è stato dedicato al riso. Ultimo consiglio: se potete evitate il weekend per visitare la fiera, soprattutto la domenica. L’evento termina solitamente il lunedì e rischiereste di perdervi parecchie delle cose più interessanti che spariscono alla velocità della luce. Altri trucchetti: ricordatevi di visitare il sito dell’evento in cui potete trovare riduzioni al biglietto e indicazioni più specifiche e, se siete brave a scovare gli espositori giusti, iscrivendovi alla loro newsletter potreste avere anche l’ingresso omaggio per fare shopping più serenamente 😉

Buccia di Banana/Il nas-ello (il cappello per il naso)

C’era una volta il freddo porco, quello che ti entra nelle ossa, quello che ti metti mille strati addosso e comunque senti i brividi correrti lungo la schiena e le dita dei piedi congelarsi. Contro quel freddo noi esseri umani ci siamo inventati di tutto, sciarpe, guanti, scalda-collo, scalda-piedi, scalda-pall…no, quelle meglio non scaldarle, para-orecchie e perfino il pile. Ma la novità di quest’anno, dicono risolutiva, è lo scalda-naso!!!

Proprio così, simpatici cappellini per coprire il naso, con un sistema tanto semplice quanto geniale (e pure un po’ brutto) che si abbraccia gentilmente alla faccia con il compito di riparare la protuberanza dal freddo e dal vento. Un piccolo cappuccetto di lana sferruzzato con tanto amore da svariate artigiane che vendono su Etsy. Peccato la vena artistica trash abbia preso il sopravvento ed i cappellini nasali abbiano preso le sembianze di graziosi animaletti come cani, gatti panda…non ho ancora visto un bell’elefante con la proboscide…ma può succedere di tutto!!! 😂

Ed effettivamente basta farsi un giro online per capire che siamo sulla buona strada verso il must have dell’inverno, il regalo perfetto di zie e nonne a tutti i poveri nipoti. E ci vedremo tutti in giro con i nasi coperti da un cappuccio idiota! 🙀 Io e il mio senso pratico ci siamo subito immaginati la conseguenza di uno starnuto durante un bel raffreddore invernale, dove all’occorrenza il cappellino si trasforma anche in un pratico contieni moccio!!! 😂 Però con stile…


Ovviamente i nasi non sono tutti uguali! Ecco quindi comparire diverse taglie e svariate lunghezze, adatte anche ai bambini bugiardi con il naso lungo. Vista la forma, visto il sistema e vista questa duttilità nella lunghezza c’è chi ha pensato bene di inventare un altro oggetto per l’inverno, di quelli che mancavano e di quelli super utili: lo scaldapene!!! 


L’idea è di Radmila Kus, croata, che pare abbia ripreso una vecchia usanza dei contadini locali, rimettendola sul mercato in maniera fashion, di tutte le misure e con varie combinazioni colori. E dopo queste chicche…io passo e cominciò a sfrerruzzare! 😜

Buon lunedì…

L’arte dell’improvvisare

Viviamo con agende in ogni dove, il calendario è appeso ovunque, i signori della Post-It hanno costruito un impero per farci avere reminder sempre a portata di mano ed ogni momento dell’anno è buono per compilare liste da tenere sempre sott’occhio e depennare all’occorrenza. Interroghiamo oroscopi giornalmente, ci rivolgiamo agli oracoli, alle stelle, alle cartomanti e pure alle previsioni del tempo pur di tenere tutto sotto controllo! Ecco, credo che in generale sfugga a tutti un dato fondamentale che ci aiuterebbe tutti ad affrontare la vita in maniera molto più serena; un po’ come “ricordati che devi morire“, ma meno drastico: NIENTE E’ SOTTO CONTROLLO!!!

Il tempo fa gli scherzi, le stelle cadono (se ti va di merda anche in testa) e gli imprevisti se ne fottono dell’agenda! Non sempre, ma spesso. No, non è un invito al lasciarsi gestire dal caso, e nemmeno a fare le cose a cazzo che in fin dei conti, come mi direbbero svariate amiche “l’organizzazione è tutto” (e gran parte delle cose che incastro nella giornata sono dovute al mio piano giornaliero pensato con un certo criterio). Il mio è più un invito a riscoprire, rivalutare e reintegrare nella vita la sottile arte dell’improvvisare.  Non si può controllare tutto, ecco perché l’unico modo per affrontare il non-previsto è IMPROVVISANDO…anche con un certo stile! E’ una questione di essere in grado di mollare, di essere elastici rispetto agli eventi ed essere pronti ad affrontare ciò che accade senza prendere le cose troppo di punta. Perché a prendere le cose di punta si rischia di rompersi la testa…Dunque, improvvisare! Come?

Allenarsi ad essere agili, elastici e malleabili, come lo slimer, ma meno viscidi; è utile perché se invece di una curva c’è un angolo retto siamo in grado di adattarci senza romperci. Perdere un treno senza farsi venire l’ulcera, sbagliare indirizzo senza tirare giù i santi dal paradiso, affrontare un contrattempo di lavoro senza mangiare il collega o farsi sorprendere da un’acquazzone senza incazzarsi perché l’acqua ha rovinato le scarpe nuove. Ci vuole un grande allenamento, una sorta di Zen per guardare le cose come vengono senza combatterle con tutte le proprie forze; non bisogna nemmeno soccombere, nel senso, se arriva il solito acquazzone si può prendere un ombrello o ripararsi da qualche parte senza per forza farsi trascinare via dal fiume in piena. Però almeno un giorno a settimana strappare il planning e provare a fare senza incastrarsi nei rigidi programmi giornalieri può essere divertente e a volte anche spiazzante (sai quante cose fighe succedono quando improvvisi fuori dagli schemi?!?)

Velocità di pensiero nell’elaborazione di piani alternativi. Quello che per fare i fighi i procacciatori di teste chiamano “problem solving“, ovvero la capacità di fornire altre soluzioni a intoppi o problemi. L’imprevisto è dietro l’angolo, come nel Monopoli, quindi essere rapidi nel proporsi il piano B, C, D o pure E è fondamentale per non rimanere fermi in prigione un paio di turni (e senza prendere i 20€). Ci vuole sempre un’alternativa in testa. Sempre. (Sì, questo forse rientra nell’essere organizzati, ma in questo caso è un salvagente utile).

Improvvisazione consapevole. Sebbene capiti spesso di trovarsi in situazioni inaspettate, ogni tanto è bene mettercisi da soli, con le proprie mani, ed improvvisare consapevolmente. Prendersi un rischio, cambiare strada volontariamente, esci dalla routine quotidiana per metterti alla prova e vedere cosa succede. E’ incredibile come a volte possiamo stupirci di noi stessi e conoscerci veramente a fondo facendo cose che mai pensavamo avremmo potuto fare.

Meno aspettative aiutano ad accettare i cambiamenti senza troppi contraccolpi. L’aspettativa, quasi quanto rigidità e pianificazione, è quello che ti frega nell’universo caotico che è la vita! Imparare ad averne meno, sviluppando la capacità di essere pronto a ciò che non ti aspetti (più che a ciò che ti aspetti),  è funzionale ad una serenità a lungo termine. Questo passaggio è super difficile, ma non impossibile! 😉

Più sicurezza, meno paura. L’indecisione è nemica dell’improvvisazione. La paura, in generale, è nemica della vita. Chi sa improvvisare non ha paura di sbagliare, o meglio, sa sbagliare con un sorriso, cadere senza nascondersi, scazzare chiedendo scusa. Siamo umani, cazzate e svarioni capitano a tutti, ma non ci possiamo fustigare sempre per ogni cosa. Quando si riesce a superare la paura, si diventa più sicuri e più abili nell’adattarsi all’imprevisto.

Insomma, improvvisare non vuol dire non riflettere, anzi, l’improvvisazione esperta è un grande fenomeno creativo. Grandi scoperte, incredibili composizioni musicali, opere d’arte e libri memorabili, spesso, sono frutto di improvvisazioni, cambi di direzione rispetto alla via segnata, note aggiunte a caso ad uno spartito, incontri fortuiti che hanno ribaltato il corso degli eventi. Senza fare grandi rivoluzioni, ogni tanto possiamo improvvisare anche noi…o almeno accogliere quello che accade senza dare di matto. O no?!? 😉

Quanto sapete improvvisare voi? Vi auguro un bel weekend all’insegna dell’improvvisazione causale…

Sfashion Shopping: le alternative! #1

“Lo sfashionista non è un consumatore seriale. E nemmeno un francescano della moda. E’ una persona consapevole e attenta”.

Recita così il quarto punto del “Manifesto Sfashionista“, al quale oggi aggiungere anche che oltre ad essere consapevole ed attento, lo sfashionista è pure un amante del bello. Già, perché spesso quando si parla di moda etica e sostenibile vengono subito in mente prodotti dall’estetica sciatta, insipida, basica nel più triste senso del termine. Ecco, quei tempi sono lontani, o meglio certi oggetti squallidi e non curati esistono ancora, ma fortunatamente l’estetica del prodotto è diventata importante tanto quanto il suo essere realizzato con criteri etici e senza distruggere l’ambiente. Meno male! Le domande qui sorgono spontaneamente: dove li trovo? Chi sono questi marchi? Esistono negozi online? Certo che esistono e sono sempre di più! Oggi, quindi, consigli per acquisti alternativi, sotto forma di un brand, un negozio reale ed uno spazio virtuale che raccoglie e presenta marchi etici. Se volete farmi segnalazioni io ho sempre occhi e orecchie aperti! 😉

Illustrazione di Enrica Mannari 

UN BRAND

Chi non conosce People Tree? Sono molto noti, ma io non dò mai niente per scontato! People Tree ha iniziato a collaborare con i produttori del commercio equo solidale circa 27 anni fa, ingaggiando addetti ai lavori, artigiani e agricoltori nei paesi in via di sviluppo per produrre collezioni di moda etica ed eco-sostenibile, creando accesso ai mercati e opportunità per le persone che vivono nel mondo in via di sviluppo. E sono proprio le persone a giocare un ruolo centrale nella filosofia e nei prodotti di questo marchio britannico: il rispetto dei lavoratori, la collaborazione con artigiani locali, la manodopera retribuita regolarmente e la collaborazione con designer provenienti da tutto il mondo. People Tree è stato un caso pilota per la certificazione per la fabbricazione del commercio equo e solidale ed è  stata la prima azienda di abbigliamento al mondo a ricevere il marchio di prodotto Fair Trade World Fair Trade Organization nel 2013. Certificazioni, impegno sociale, scelta accurata dei materiali, incroci con tradizioni locali e riscoperta di antiche arti si traducono in una serie di collezioni e di prodotti estremamente curati e dall’estetica contemporanea (non sarà alla moda come l’ultima sfilata di Gucci, ma ad un certo punto chissene). Chi è a caccia dei famosi “capi basic” o cose facili per gli abbinamenti di tutti i giorni può rivolgersi a loro! 🙂

www.peopletree.co.uk

UN NEGOZIO VERO

Si stanno moltiplicando i negozi “reali“, quelli con vetrine, cassa e camerini, specializzati in abbigliamento ed accessori fatti seguendo determinati criteri. Sono quelli che vanno a ricercare brand sostenibili, prodotti esclusivi, opere di artigianato ed accessori riciclati da offrire ai propri clienti. Uno di questi è sicuramente in negozio FairMade di Brescia. Qui Simona e Barbara hanno deciso di mettere all’interno di questo contenitore unico tutta una serie di marchi che realizzano le loro collezioni in maniera rispettosa dell’ambiente e delle persone, ma soprattutto che raccontano una storia. Lo slogan del negozio è “storie da indossare“, perché dietro ad ogni capo c’è una storia che lo accompagna e lo segue. Un concept store con prodotti selezionati, dove i marchi all’interno sono partner di questo progetto orientato ad offrire un’alternativa allo shopping tradizionale. BrainTree, Nomads, Comazo (interessante progetto di intimo, così possiamo abbandonare le mutande da 2 € alle quali parte l’elastico dopo il terzo lavaggio), gli zaini di Gazpacho o le scarpe di Gipan. Ma non solo. L’attività di ricerca non si ferma, così come gli eventi e le collaborazioni che si alternano all’interno del negozio. Chi si trova a Brescia può andarle a trovare direttamente in Corso Palestro 45, altrimenti lo shop funziona anche online!

www.fairmade.it

UN INDICE DI BRAND ETICI

Si chiama Ethical Fashion Guide ed è un indice che raccoglie brand etici che spaziano dall’abbigliamento agli accessori, compresa una sezione appositamente dedicata ai bambini. Una guida che ricerca, seleziona e mette a disposizione nomi, immagini e contatti di marchi che lavorano in una direzione etica e sostenibile, già da tempo. Questo perché in molti si stanno interessando all’argomento, ma nessuno ha la pazienza di indagare e cercare marchi e produzioni alternative. Di siti e indici di questo genere ce ne sono svariati (tempo fa vi parlai di uno dei miei siti preferiti, mochni.com), ma questo lo trovo particolarmente curato. La selezione avviene appurando determinati criteri di rispetto prima di tutto per i lavoratori (è inutile fare i fighi con il cotone organico se poi i vestiti te li cuce una donna sottopagata che lavora 18 ore al giorno), poi per l’ambiente. Non si può comprare direttamente, ma ci sono tutti i link del caso divisi sia per brand sia per categorie di prodotto. In questo modo, anche a titolo informativo, potete venire a conoscenza di numerose realtà che uniscono in maniera professionale etica ed estetica. Da guardare…

www.ethicalfashionguide.com

Un indice del genere che raccoglie i brand italiani FATTO BENE ancora non l’ho trovato, ma chissà che non arrivi a breve proprio da queste parti…o molto vicino! 😉 Stay connected, Stay Sfashion!!!

Buccia di Banana/Fammi una foto!

Mi sarei potuta accodare ai post sull’acqua firmata Ferragni, quelli pieni di stupore per l’ennesima cosa su cui la bionda nazionale ha posato la sua firma, ma ho deciso di soprassedere. Nel senso, lei fa il suo, le aziende fanno il loro, quelli che dovrebbero fare la differenza siamo noi consumatori, ma evidentemente non riusciamo ancora a sviluppare un senso critico tale da impedirci di comprare una maledettissima bottiglia di PLASTICA con un occhio stampato sopra a 8€!!! Mentre spero nell’arrivo degli UFO che ci facciano rinsavire, ho constatato un altro fenomeno scivoloso che merita di essere portato all’attenzione:  stuoli di fidanzati che si fanno fare servizi fotografici in spiaggia. Ma perché?!?

La situazione che si osserva in giro da queste parti (ma ho la certezza matematica che si verifichi ovunque) è surreale, perché non si tratta di “Dai, facciamoci una foto” o “Fammi una foto lì“, che sarebbe pure normale in condizione di vacanza. NO! Qui si tratta di prendere il proprio partner a braccetto e trascinarlo in luoghi molto instagrammabili per farsi fare interi servizi fotografici (e vabbè) in pose ammiccanti, sexy, provocanti, da super-figa o con espressioni finto perse-nel-vuoto-pensando-non-so-a-che. Roba che nemmeno stessero a fare shooting per intimissimi!!! O_o

Uomini che si aggirano con fare imbarazzato, guardandosi intorno mentre l’amata compagna si spara le pose che nemmeno a Miss Italia fanno tutte queste scene; alcuni sembrano addirittura divertisti, altri si vede lontano un miglio che sono stati costretti, molto probabilmente con qualche minaccia a sfondo sessuale. Ma la domanda che sorge spontanea è: il risultato di tutti questi sforzi immani, dove mai andrà a finire? A colmare la casella dei social, a riempire la propria galleria immagini di quadratini ammiccanti in costume, a mostrare l’inverno di palestra su Facebook o per aggiornare la foto profilo (sia mai che rimanga la solita per qualche mese di fila). Esibizionismo social(e), quello che ormai è diventato un fenomeno di costume dove c’è “chi ci lavora” (sui social) che ovviamente si deve esporre e metterci la faccia, ma dove tutto il resto del mondo ha pensato bene di dare comunque sfogo ad una voglia di protagonismo sopita in un angolo remoto del proprio cervello! E quindi vai di servizi fotografici come se non ci fosse un domani

La cosa funziona anche al contrario, uomini che richiedono foto alle proprie fidanzate in versione “romantico pensatore appoggiato ad uno scoglio con sguardo perso all’orizzonte” o “bronzo di Riace su roccia a picco sul mare“…insomma, la voglia di esporsi nella versione migliore non è una questione di genere: piace un po’ a tutti! Ed ora che la tecnologia ha reso tutto più facile, veloce e condivisibile, le barriere sono cadute, la timidezza anche, la privacy è quasi inesistente e quindi siamo tutti più liberi di dare sfogo al proprio ego per qualche like in più. E qui mi potrei ricollegare alla Signora di cui sopra, modello e musa ispiratrice di tantissime ragazze che pensano che spararsi le pose e fare video dove si atteggiano vestite e truccate di tutto punto sia una scorciatoia verso la fama…sì, ma i contenuti?!? E se un bel giorno, prima dell’arrivo degli ufo, i social esplodessero, con tutte queste foto torneremo forse a fare i calendari trash da regalare al fidanzato/a a Natale?!? 😉

Vi lascio così, pensando al tema e aspetto i vostri commenti! Buon lunedì…