Ri-uso, raccolgo, ri-ciclo: l’importanza delle parole e dei gesti verso l’economia circolare

Vi vedo, già in modalità “l’autunno sta arrivando“. Vi vedo, andare a ripescare i primi maglioncini dalla scatola con gli indumenti invernali. E vi vedo anche scartare e raccogliere in una busta con i panni estivi che non vi vanno/piacciono più. Ed è proprio in questo momento che vi FERMO un attimo. E vi invito a non andare in automatico con un gesto tipico “non mi va, lo butto” ma a riflettere cinque minuti in più su quel capo che stavate per buttare…

La storia del REDUCE-REUSE-RECYCLE ormai la sappiamo quasi tutti a memoria. Parole che ci martellano nella testa ma che difficilmente riusciamo a mettere in pratica, proprio perché molto spesso le modalità sono oscure. Quindi accendiamo un po’ di luce ed illuminiamo questi concetti con una luce che si possa tradurre in GESTI concreti e reali. La base di partenza è sempre la stessa: un pianeta in sofferenza per via del consumo esagerato delle risorse naturali (acqua in particolare) e per la grande quantità di rifiuti riversati in terra-acqua-aria (CO2 come se non ci fosse un domani, poi altro che mascherine ci servono) ci sta chiedendo cortesemente di RALLENTARE. Il problema principale, infatti, è la QUANTITA’ di merci che si producono annualmente ed il fatto che molte di queste siano fatte pensando per non durare. E’ un concetto riassumibile in due parole, bastardissime: OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, ovvero capi pensati in partenza per durare poco ed essere sostituiti con altri. Il loro durare poco consiste tecnicamente in materiali scadenti ed una fattura approssimativa in modo che dopo pochi lavaggi si rompano o deteriorano così da rendersi immettibili! E noi, immediatamente, li lanciamo al cassonetto! ASPETTA!!! Quest’azione non è degna di un essere umano civile a cui sta a cuore l’ambiente in cui vive. Non basta fare la raccolta differenziata per mettersi a posto la coscienza. C’è bisogno di andare oltre per innescare il circolo vizioso di un’economia realmente circolare. QUINDI, prima di buttare, alcune domande:

-come posso trasformare questo vecchio capo in una nuova risorsa?

-posso riutilizzarlo?

-posso donarlo a qualcuno che lo apprezzi davvero?

-E se proprio è alla frutta e non so cosa farci, dove è meglio buttarlo perché possa essere rimesso in circolazione senza finire al suolo o in un inceneritore?

Ed è qui che iniziano ad apparire le famose “R”. Re-GIFT o anche Re-SELL (perché anche solo recuperare un prezzo simbolico non fa male) è un modo rapido per continuare a far circolare i capi che sono ancora in buono stato. Allungare la vita di un capo anche solo di 9 mesi (ma se sono di più meglio ancora) fa risparmiare, tra l’altro, tantissimi litri di acqua (e come sappiamo bene l’acqua scarseggia ultimamente). Oltre al fatto che rende felice altre persone (siamo ancora nel #secondhandseptember). Regalare ad amici e amiche è cosa buona e giusta; partecipare a swap party è occasione divertente anche per conoscere nuove persone. Se non ci sono party del genere nelle vicinanze, esiste il grande mondo del web, dove siti e app per lo scambio di abiti spuntano come funghi, così come siti e APP per vendere i vostri capi di seconda mano.

Pic from Swapchain website

-https://www.theswapchain.com/, per esempio, è uno strumento di scambio virtuale, dove l’economia della condivisione, la tracciabilità e la proprietà digitale degli articoli  sono tutti in un unico posto.

-Qualche tempo fa, anni e anni, vi avevo parlato anche di LABLACO, che sono sempre attivi e funzionanti, sia sulla APP che con eventi offline.

-Per la vendita passiamo dal classico EBAY fino al più utilizzato DEPOP, arrivando a siti più sofisticati dove vendere capi firmati e vintage di un certo livello come Vestiaire collective o Rebelle. Anche per la vendita ci sono molte opzioni, anche se io preferisco sempre il baratto, anche per rivalutare un’economia più solidale basata sulle relazioni e non sul denaro (ma per questo arriverà un altro articolo).

il riuso

Questo è un concetto interessante. Ri-usare. Usare ancora. Il riuso è diverso dal riciclo: il riciclo presuppone un processo di trasformazione chimica o meccanica; il riuso è un cambiare forma e/o destinazione d’uso a qualcosa. Il riuso è un gesto creativo e per questo lo preferisco 😉 E’ quello che in inglese chiamiamo UP-CYCLING, ovvero fare un passaggio di stato e ridare vita a qualcosa sotto un’altra forma. Sembra magia, ma si tratta solo di recuperare manualità, inventiva e rispolverare quel pizzico di creatività seppelliti da anni sotto una quotidianità fatta di gesti meccanici e routine annichilente. Il concetto del riuso è semplice: guarda quel capo che non usi/vuoi più e per prima cosa valuta il suo stato di salute:

-è messo male male o lo posso riparare?

1-RIPARARE: Posso farlo io? Sì. —> Prendo ago e filo e mi impegno. Ni, potrei ma non so come fare…—> Su youtube ci sono una quantità infinita di tutorial. No. —> Ok, lo porto alla sarta, che anche loro hanno diritto di lavorare! (ho scritto un post anche sull’arte di riparare)

2-E’ MESSO MALE. Quando un capo è messo male possiamo smontarlo e recuperare le varie parti. Un capo è composto da diversi materiali e di solito cerchiamo di NON BUTTARE VIA NULLA. Chirurgicamente si vanno ad asportare le varie parti: possono essere zip, bottoni, decorazioni, rivetti, ecc. ecc. Questi possono essere conservati e poi usati in un secondo momento, all’occorrenza. Con il materiale principale poi, osservandolo, si può decidere in che modo trasformalo e dargli una nuova vita o funzione. La t-shirt, per dirne una, può diventare un altro modello di t-shirt, per esempio; oppure una borsa, un cencio per levare la polvere, dischetti per il trucco lavabili. Un costume può essere trasformato in reggiseno o in una bustina super resistente con tanto di manici già incorporati. Con i vecchi maglioni di lana ci si possono rivestire cuscini o fare una simpatica cuccia per l’amico peloso. Insomma, tenete presente che prima di buttare un materiale ci sono mille alternative possibili. Se non sapete cosa farci voi perché l’inventiva vi ha abbandonato, online ci sono un sacco di consigli, o potete sempre donare a creativi/designer/scuole/associazioni che invece hanno bisogno di materiali per i loro lavori o workshop basati proprio sul ri-uso!

#ilfioccone realizzato con una vecchia tovaglia, Sartoria Letteraria

e se devo buttare…

Se è proprio finito cerchiamo almeno di fargli un funerale decente dove possano avere la possibilità di reincarnarsi nuovamente grazie al riciclo. Non tutti i tessuti possono essere riciclati al momento, e per essere riciclati devono essere MONOMATERIALE, ma se li mettiamo nel posto giusto possono rischiare di avere una seconda chance, comunque.

CASSONETTI APPOSITI, messi giù in condizioni decenti. Quelli che finiscono in questo spazio, di solito, vengono o riciclati per scopi industriali (circa il 29%); o donati ai paesi in via di sviluppo (circa il 68%, ma anche qui dovremmo aprire un capitolo a parte); o smaltiti in discarica (3%).

SERVIZI DI RACCOLTA: sono sempre di più i brand che ti chiedono di riportare indietro il tuo capo usato. In questo modo possiamo essere leggermente più sicuri di dove vanno a finire i capi e che veramente verranno rimessi nella catena produttiva. Personalmente mi fido molto dell’iniziativa di RIFO’ che insieme a Natura Sì, Recooper, Pinori Filati ed altri cenciaioli pratesi, stanno cercando di chiudere un cerchio raccogliendo i materiali per riciclarli sul serio. Due sono i progetti attivi al momento: uno che riguarda i capi 100% cachemire (che possono essere inviati direttamente alla loro sede) e l’altro che riguarda il denim, che può essere portato direttamente ai negozi Natura Sì che aderiscono all’iniziativa. Vi lascio il primo episodio del loro video, che spiega molto bene il tutto 🙂

Adesso che sai, puoi scegliere. Ricorda però, che io ti vedo. E anche la Terra…

Voi come siete messi con recupero e riuso? Se avete altre iniziative e siti da segnalare, questo è il posto in cui condividere.

Buccia di Banana/Correggere i correttori (e le testimonial)

Cominciano le scuole, comincio pure io a fare la maestrina in questo spazio che ormai va avanti da diversi anni segnalando scivoloni e cadute di stile. Moda, ma non solo: costume, società, atteggiamenti e notizie che fanno cascare le…insomma, che lasciano perplessi. Oggi vi porto sul tappeto rosso di Venezia insieme ad una giovanissima influencer e ad un marchio di cosmetici che dovrebbe rivedere campagne di marketing e copywriting.

 

Spendiamo due parole sul nome di questo prodotto incredibile: il cancella età!!! Già mi viene voglia di arrabbiarmi. Il marketing continua a credere che mettere il dito nella piaga di una delle paure dell’essere umano, ovvero quella dell’invecchiamento, sia una cosa carina per indurre a comprare. In questo caso ha rincarato la dose, andando a pigiare ulteriormente sul femminile e questa smania di non dover dimostrare MAI la propria età passati i 20 anni. 😱 Perché si sa, le donne le vogliamo sempre giovani e fresche; perché le rughe fanno brutto; perché 40/50 anni che schifo e perché meglio correggere l’età che portarla a spasso serenamente! Quindi, care signore e signorine, accomodatevi a comprare il Correggi Età, rivoluzionario correttore con Anti Age (giusto per ribadire)!!!

Per pubblicizzare il prodotto hanno pensato bene di utilizzare una giovane Influ (per gli amici), la 24 enne Giulia de Lellis (uscita dal mondo patinato di Uomini&Donne e autrice (diciamo ideatrice, perché la penna ce l’ha messa un’altra) del libro che ha sbancato le classifiche lo scorso anno “Le corna stanno bene su tutto! Ma io stavo meglio senza”…ecco, io credo che anche noi stavamo bene senza questa perla della letteratura italiana, ma vabbè). Venti. Quattro. Anni. E già le serve il cancella età? Andiamo bene. A 40 cosa le faranno pubblicizzare, un vasetto di unguento miracoloso per la rinascita?!? O_o Io boh…un po’ di correttore via via lo usiamo tutti, ma questa corsa all’appiattimento facciale con questa promessa di eterna giovinezza…

Il fallimento di questa campagna e anche la celebrazione della normalità della vita arriva dal Red Carpet di Venezia, dove la signorina è andata fiera e testa alta, ma con il volto ricoperto di brufoli non proprio perfettamente CANCELLATI dal correttore in questione. Quindi, il miracoloso trucco cancella solo gli anni, ma i brufoli NO! Bando alle stupide critiche mosse alla povera Giulia, che voglio dire a 24 anni uno sfogo ormonale di acne ci sta (con tutto lo stress che ha riportato è anche comprensibile), è stata più intressante la figura non proprio bellissima del brand. Un simpatico scherzo del karma dove, più cerchi di Cancellare l’Età (ed instillare questa paranoia al mondo femminile) e più questa si palesa in tutta la sua essenza, imperfezioni della pelle comprese! Cari signori del caro brand, vi ci sta bene!

E voi ricordate che accettare il tempo che passa è il primo segno per non avere segni del tempo che passa! No, non è una supercazzola…;) Buon lunedì!

Biotecnologie: la scienza al servizio della circolarità!

Ciao, sono tornata. Mi sono presa un mese per osservare, leggere, documentarmi e raccogliere informazioni. Ed eccomi qui, pronta ad inaugurare una nuova stagione #sfashionista in cui si parla dell’ “altra moda” e tutto quello che le gira intorno. L’idea è quella di guardare alla moda con occhio critico e curioso, di vagliare e conoscere alternative ed instillare la voglia di prendere quest’industria meno sul serio, lasciandosi ispirare da modelli e suggestioni che non sono certo quelli che vediamo sui media tradizionali (figurati). Accomodatevi quindi e, qualunque curiosità, dubbio, perplessità, approfondimento desiderato…CHIEDETEMI! Sono qui per voi… 😉

Fonte: Red Carpet Green Dress Instagram Profile

Ormai sappiamo bene che lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo è arrivato ad un momento critico per cui le stiamo riducendo all’osso, impoverendo l’ambiente anno dopo anno con una pericolosa costanza. Per questo sentiamo parlare spesso di economia circolare, dove con questa circolarità si intende una catena produttiva in grado di riassorbire e riciclare quello che produce o che rimetta in gioco i materiali senza dover utilizzare nuove materie prime. La faccio semplice: il maglione fatto con il filato ottenuto da lana riciclata non deve andare a spennare un’altra pecora per realizzare filato nuovo. Spiegazione rapida ma efficace, no? 😉 Mentre da una parte le tecnologie si stanno attivando per riciclare il riciclabile (ma ancora siamo lontani dal poter riciclare tutto, per esempio se un capo è fatto di cotone misto lino già non si può riciclare più), le bio-tecnologie sono attive già da parecchi anni per alleviare la nostra impronta chimica di approvvigionamento e produzione eliminando gli sprechi. Bio che?!? Andiamo con ordine…

Le preoccupazioni legate all’ambiente non sono una storia dei giorni nostri, ma già negli anni 90 ci stavamo accorgendo che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Bioneer – pioniere biologico – è un termine coniato proprio all’inizio degli anni novanta; le bio-tecnologie sono messe al servizio della società per sviluppare materiali biodegradabili coltivati ​​in laboratorio utilizzati principalmente nella moda, nel design e nell’architettura. Esiste una fitta comunità di biologi, scienziati dei materiali e ingegneri che impiegano batteri, funghi, alghe, tè fermentato, lievito e altri microrganismi, per produrre indumenti, imballaggi ed elementi di interior design. Sembra fantascienza e a tratti moralmente discutibile, ma in questo caso meglio mettere da parte i pregiudizi e pensare al risultato finale che si vuole ottenere. Questo tipo di progressi biotecnologici hanno il potenziale per ridurre l’uso eccessivo del suolo, dell’acqua e del degrado ambientale in generale; così come la riduzione dell’allevamento del bestiame, dei rifiuti e dell’uso di sostanze chimiche tossiche (la nostra impronta ambientale pesante si alleggerirebbe notevolmente).

Foto credits: Biofabricate Instagram Profile

Anche in questo caso la pioniera visionaria è una donna, Suzanne Lee, che dal 2003 insieme al collega scienziato David Hepworth, usavano bagni e giardini per “coltivare” materiali. Come? Utilizzando gli stessi ingredienti che si usano per preparare la Kombucha (so bene di cosa si tratta perché la mia amica Erika è esperta di questa materia, solo in cucina), come zucchero, aceto di sidro di mele e tè verde. Così Suzanne Lee ha dato vita a capi realizzati con cellulosa batterica. C’è voluta una quantità industriale di esperimenti con la fermentazione per avere un un materiale simile alla pelle che può essere gettato nel bidone del compostaggio poiché è sia biodegradabile che compostabile. Oggi Suzanne è capo della BioFabricate, prima società di consulenza al mondo dedicata al bio design, e di Modern Meadow Inc, una rete di sviluppatori di materiali il cui scopo è fondere design, biologia e tecnologia ed il cui motto è “creare, non distruggere“!

From BoltThreads Website

Stesso motto e stesso concept utilizzati dalla Bolt Threads, azienda dedicata alla ricerca sui materiali e della quale vi avevo parlato in merito alla creazione della Seta biologica: Il Microsilk, progettato da DNA spider, lievito e acqua, è una seta di ragno sintetica, elastica e morbida. Con la quale Stella McCartney ha realizzato una prima collezione nel 2017. Ma non si sono fermati qui. Da una recente sperimentazione è uscito fuori anche MyloTM, un materiale simile alla pelle realizzato con micelio, la radice batterica dei funghi. Il micelio viene coltivato e monitorato nei laboratori, evitando l’allevamento del bestiame, gli sprechi di materiale e i gas serra dispersi nell’aria per produrre pelle. Tutte queste sono alternative pratiche, ecologiche e realizzate in un’ottica circolare. Oltre tutto, questi processi abbattono anche le emissioni di CO2 o quanto meno provano a controllarle e ridurle con un’accurata osservazione del lavoro in corso.

Pic From BoltThreads Website

Moda ma non solo. Le applicazioni di questi materiali spaziano dal design all’architettura, dal packaging agli imballaggi fino ai mobili e ai pannelli isolanti. Le alternative sono molte, così come le sperimentazioni che si stanno facendo per rendere queste soluzioni riproducibili non su scala immensa, ma almeno in quantità sufficienti per essere davvero un’alternativa alla sintetizzazione di materie prime naturali. Non so cosa ne pensate, ma a me questo connubio tra biologia e design mi sembra quasi magia…

Pic From BoltThreads Website

Che questa sia parte della giusta direzione da prendere? Ditemi che ve ne pare. A breve approfondimento su questi materiali…

 

#plasticfree(july): fare a meno della plastica nella moda e nella vita

A volte per capire l’entità dei problemi che ci circondano abbiamo la necessità di sbatterci la testa o di vederli da molto molto vicino. La storia della plastica che ci sta sommergendo lentamente la sentiamo ormai da anni, vediamo foto di montagne di rifiuti, eppure non siamo mai schifati abbastanza da quelle immagini, forse perché non ci toccano così da vicino (o almeno così pensiamo)! Allora qualcuno ci prova con l’arte a scuotere le menti, come Skyscraper (The Bruges Whale) un’installazione di arte pubblica realizzata con cinque tonnellate di rifiuti di plastica provenienti dall’oceano, telaio in acciaio e alluminio; o il padiglione Head in the Clouds, composto da 53.780 bottiglie di plastica riciclate, il numero di bottiglie gettate via ogni ora a New York City (entrambe le opere sono state realizzate da StudioKCA). Altri ci provano con le challenge, ovvero sfide che vengono lanciate tramite il web (e si sa che alle sfide l’essere umano difficilmente riesce a resistere…)

Triënnale 2018; STUDIOKCA – ‘Skyscraper (the Bruges Whale)Sono ormai 11 anni che luglio fa rima con senza plastica, grazie ad un mese di sensibilizzazione promosso dall’omonima associazione australiana e che si può incontrare online con il tag #plasticfreejuly. Sappiamo bene quanto questo materiale danneggi l’ambiente a più livelli (suolo, acqua e pure aria) e sappiamo anche bene che per smaltirlo ci vogliono anni, a volte addirittura secoli. Eppure ne siamo circondati quotidianamente in qualsiasi ambito della nostra vita. Basta guardare il cestino della plastica della raccolta differenziata per constatare quanto sia il primo a riempirsi e quanto ingombrante è il volume! I passati mesi di chiusura e le nuove norme “igieniche” non hanno aiutato, anzi: buste, imballi e misure “anti-contagio” ci hanno riportato un po’ indietro sull’argomento. Nonostante molti governi si stiano impegnando per regolare l’uso della plastica con tasse e sanzioni, il potere concreto rimane nelle nostre mani. Siamo noi la domanda, siamo noi che con le nostre scelte giornaliere possiamo influenzare e mandare chiari messaggi a chi produce domandando MENO plastica e soluzioni alternative.

MODA E PLASTICA: PRO & CONTRO DEL riciclo

Quando parliamo di moda e plastica la mente va immediatamente alle fibre sintetiche e inquinanti derivate dal petrolio. In realtà il problema è molto più ampio e si estende a macchia d’olio: dalle grucce agli imballaggi, dal packaging con il quale vengono spediti gli abiti fino alle microplastiche che le fibre rilasciano durante il lavaggio (ne avevo parlato anche qui). Il tema del riciclaggio  della plastica per ridurre la produzione di nuovi materiali è all’ordine del giorno, ma anche in questo caso riciclaggio e i materiali riciclati hanno i loro limiti e controindicazioni. Gli sforzi delle aziende per rimuovere la plastica dagli oceani e riciclarla in capi, scarpe o accessori è uno dei maggiori vantaggi dell’uso di plastica riciclata nel settore della moda; rimuovere anche un solo pezzo di plastica dall’oceano è cosa buona&giusta, cercare di buttarcene meno ancora meglio! Il riciclo della plastica, in ogni caso, non è infinito e spesso, grazie alla combinazione di varie fibre per produrre un tessuto, una volta realizzato non è più riciclabile (il primo passo verso la circolarità è quello di usare MONO-Fibre per realizzare i capi, così che possano rientrare nel circolo di produzione più facilmente). Teniamo anche ben presente che l’abbigliamento in plastica non si decompone, quindi qualsiasi indumento a base di petrolio che finisce in una discarica rimarrà lì a tempo indefinito!!! Ultima piccola osservazione è che il processo di riciclo della plastica in qualcosa di nuovo usa chiaramente una grossa quantità di sostanze chimiche (per trasformare una vecchia bottiglia d’acqua in filato ce ne vuole di chimica)…che potrebbero finire nei fiumi così come sulla pelle! Riciclare meglio che produrre ex nuovo partendo dal petrolio, ma far durare i capi di più ed evitare di consumare in maniera bulimica è sempre meglio! Se poi ce la facessimo ad imballare meno anche i capi di abbigliamento che vengono venduti sia nei negozi sia online la Terra potrebbe respirare un po’ di più…

Nella vita possiamo limitare l’uso della plastica

Dalla spesa alle cannucce nei cocktail alle quali possiamo dire di no, dalle bottigliette di plastica che portiamo al mare fino ai quintali di pellicola che adoperiamo per conservare le cose in frigo (e non ultimi guanti e mascherine che siamo costretti ad utilizzare). Ormai la plastica è intorno ad ogni cosa, tanto che tra un po’ ne saremo pericolosamente sommersi. Ecco perché occorre correre ai ripari e fare qualcosa di concreto: basta rifiutare cose usa e getta e le buste della spesa, oppure dire no a bottigliette, flaconi, coppette dei gelati, barchette di frutta e altri tipi di imballaggio facilmente sostituibili con alternative più sostenibili  e meno  impattanti; abbandonare la pellicola in favore dei BeeWraps e sostituire lo spazzolino da denti tradizionale con quello di bamboo.  Comprare  sfuso  anziché  imballato  è sempre  una  buona  idea, così come portare sempre con noi la busta della spesa senza bisogno di chiederne sempre alte; rispolverare la moka e lasciare le capsule a Clooney (o scegliere quelle biodegradabili) e quella paletta di plastica dentro al gelato?!? E lecchiamolo un po’ quel gelato, che con il cucchiaino perde tutto il suo fascino…

 

Qui ci sono 10 piccoli primi passi per chi proprio non sa da dove iniziare; ma visto che qui siamo avanti io andrei con il livello “PRO” ed estenderei il #plasticfreejuly ad un impegno concreto per incrementare gli step e usare la plastica il meno possibile, dalla dispensa all’armadio, passando per il bagno. Per chi è a corto di idee e di alternative valide questo è un libro super interessante sull’argomento (ce ne sono tantissimi, ma di lei ho particolarmente stima).

Molte volte basta solo riflettere cinque minuti di più e non agire d’impulso seguendo l’abitudine. Che quella è la chiave per il cambiamento: abituiamoci a cose nuove, pensate non solo per il nostro benessere personale ma guardando in un’ottica più ampia, che faccia bene a noi ma senza distruggere chi e cosa ci sta intorno ! 😉

E con questo mi prendo una pausa dai post #sfashionisti per riordinare le idee, rilassarmi e fare ricerca di nuovi contenuti per il prossimo autunno. Nella sezione #sfashion del blog potete trovare un sacco di articoli riguardanti etica e sostenibilità nella moda e non solo che sono sempre validi ed attuali. Per il mese di agosto non vi lascio a digiuno di letture…darò un taglio più soft, estivo e decisamente ibicenco. 😉 Non mi abbandonate.

Buccia di Banana/Il sindacato delle influencer: parliamone!

Che quello delle influencer fosse ormai un mestiere ce ne eravamo accorti, soprattutto dopo la nascita di un corso universitario apposito per l’argomento (una triennale sotto Scienze della Comunicazione con indirizzo “influ” della scuola eCampus al costo annuale di 3900€). Il fatto che si formino persone in grado di svolgere un mestiere con competenze e know sempre meglio di chi si improvvisa e lo fa come viene viene, no? 😉  La notizia della nascita di un vero e proprio sindacato rende il tutto ancora più ufficiale e professionale…o almeno dovrebbe! Ma andiamo con ordine…

Il sindacato si chiama TCU (the creator’s union, l’Unione dei creatori che già ha un suono altisonante) e nasce a difesa dei diritti degli influenzatori del web, prevalentemente di quelli di colore, che sono discriminati anche online. Differenze salariali ingiustificate, difficoltà nei contratti e pagamenti in ritardo hanno fatto nascere l’esigenza di avere un organo di difesa e tutela di tutta la categoria. Ed è questo che il neonato sindacato britannico intende fare, vigilando su come, quanto e quando i contenuti e chi li produce vadano protetti. 

Quello dell’influencer é un mestiere che fa girare a tutti gli effetti diversi miliardi di dollari al pari di pubblicità su riviste di settore, ma spesso dietro c’è una giungla, sia per quanto riguarda la vera professionalità di chi fa questo lavoro sia per la gestione economica. Le prime influencer erano freelance ma vorrei sapere quante di loro erano in possesso di una regolare partita iva e quante al momento pagano le tasse…🤔  Con il passare del tempo la cosa si é ufficializzata, sono nate agenzie specializzate (al momento se ne contano circa 380) che contrattano con le aziende per evitare problemi di pagamenti o utilizzi non corretti del materiale prodotto. Nonostante ciò è arrivato il sindacato, che secondo alcuni può solo far del bene ed elevare il settore, che aiuterà con assistenza legale e contrattuale tutte le influ, da quelle top a quelle micro. Probabilmente perché anche le agenzie non sempre giocano pulito e a favore delle professioniste in questione…

Insomma, con il sindacato direi che non ce le leviamo più di torno 😜  ma almeno le sappiamo tutelate e non discriminate. A questo punto io proporrei un albo, con tanto di esame di ammissione, così almeno sappiamo che sono anche qualificate e non improvvisate…

Buon lunedì (e siamo già a fine luglio)

Buccia di Banana/Piccoli appunti estivi per la palestra

Il caldo non è simpatico, sudare nemmeno. Quando si decide di andare in palestra o ad allenarsi anche duranti i mesi estivi è normale che all’aumento della temperatura dovuta al movimento si aggiunga anche il caldo atmosferico (eviterei aria condizionata per non incappare in problemi peggiori). Ora, normalissimo avere voglia di spogliarsi un po’, ma è proprio necessario andare in giro mezzi nudi o con indumenti che al primo squat lasciano intravedere la qualunque?!?

Sto parlando (con cognizione di causa e prove alla mano) di uomini con shorts anni 70 con tanto di spacchi laterali portati senza mutande sotto (sì, forse questo capita a Ibiza, ma sono sicura che anche nella nostra penisola ci siano dei casi simili) così da sventolare parti basse private ad ogni spaccata; di donne con canottiere super scollate portate senza reggiseno che lasciano poco spazio all’immaginazione, soprattutto nel caso di piegamenti laterali o verticali; pantaloncini ultra-stretti e raso chiappa che si faceva prima ad uscire in mutande…

Va bene sentirsi liberi e soffrire il caldo, ma anche lasciare tutto in giro non è proprio il massimo e non solo per rispetto del vicino di tappetino, se non per una questione fisica e di protezione delle proprie parti del corpo. In base al tipo di allenamento e in base al tipo di esercizio c’è bisogno di un abbigliamento adeguato, che lasci la libertà di movimento senza comprimere e senza lasciare che cose più o meno ciondolanti sciabordino in libertà. Quindi sì a leggings e anche pantaloncini purché siano aderenti al corpo o almeno corredati di uno slip sotto; canottiere e top sono i benvenuti, così come t-shirt e pantaloni della tuta. Insomma, c’è tutto un settore specializzato in abbigliamento tecnico con alte prestazioni sia per il sudore che per il comfort…utilizziamolo, no?

E abbiate pietà per chi si allena davanti a voi… 😉 Buon lunedì, con la palestra e anche senza!

Il corsetto virtuale: strette nella morsa mediatica che non ci dà pace!

Donne, diffidate degli stilisti: detestano il corpo femminile e vogliono costringerlo a somigliare a quello dei giovani maschi da loro prediletti!”- Brigitte Bardot – Non so se il vero motivo di accanimento verso le donne sia la predilezione del maschio da parte dei signori Stilisti, ma di certo è innegabile che, nel corso dei secoli, i guru dello stile hanno sempre cercato di modellare il corpo femminile affinché raggiungesse degli ideali estetici, come dire, innaturali. Basta pensare ai simpatici bustini di stecche di balena usati dalle donne del Settecento e Ottocento per strizzarsi le membra fino a spezzarsi le costole pur di avere il vitino di vespa tanto in voga a quei tempi; oppure ai vertiginosi tacchi a spillo di epoca più recente indossati per rendere le gambe più lunghe e slanciate spesso a discapito di postura e legamenti vari. O, ancora, le graziose donne cinesi alle quali veniva spezzato l’arco plantare e tenuto il piede in bende strettissime per poter sfoggiare un’andatura aggraziata, mentre le loro amiche giapponesi si sono lavate la faccia per anni con polvere di riso per avere il colorito bianco come la porcellana. ” (Dal libro “Sfashion”)

I corsetti fatti di lacci e stecche di balena ce li siamo levati, in alcuni casi qualcuna ha pensato bene di dare fuoco ai reggiseni per protesta, ma nonostante tutto, dopo anni di grandi lotte e piccole conquiste, siamo ancora strette in un corsetto. E’ un corsetto virtuale che si avvolge subdolo sul nostro essere e che ci costringe ad una schiavitù silenziosa, la nostra, quella che viviamo in questo momento in cui più mezzi abbiamo per usare la nostra voce, più siamo esposte e più siamo martellate da tutti i punti di vista. Siamo nel 2020 e ancora sulle riviste trovano spazio articoli che parlano di come affrontare i problemi dell’età e come combattere gli inestetismi!

L’estate effettivamente deve essere una stagione tremenda, giornalisticamente parlando (questa nello specifico poi)! Diciamo che non ricadere sempre sui soliti argomenti e consigli scontati è alquanto difficile, quindi faremo finta di non dare troppa importanza agli ennesimi articoli sui solari o sulle indicazioni per affrontare il caldo. Ci sono stati però una raffica di articoli che hanno attirato la mia attenzione e causato la mia indignazione:

Dalla criolipolisi alla radiofrequenza: i trattamenti d’urto in vista delle vacanze” (eh sì, perché fa brutto presentarsi nella hall dell’albergo con un po’ di cellulite, pare ci sia una sovrattassa)

Oggi è il Bikini Day, e il tema “depilazione” si fa quanto mai scottante. Peli superflui: sì o no?” (che due palle questi peli)

Comunemente dette braccia «a tendina», si presentano solitamente superati i 40 anni. Abbiamo chiesto consiglio all’esperto“ (perché non chiediamo direttamente all’esorcista?!?)

Potrei andare all’infinito, ma mi fermo qui. Le domande, però, mi sorgono spontanee: possibile che debbano sempre dire a noi donne che normali segni di avanzamento anagrafico debbano essere trattati come difetti da curare? Possibile che a 40 anni ci si debba adoperare in qualsiasi modo per avere ancora il corpo e la faccia di quando avevamo 20 anni? E come mai non c’è nessun giornalista che spacci articoli sui rimedi miracolosi per il gravissimo problema delle palle calanti dopo i 40? No? Solo difetti femminili? Vi piace vincere facile…

Foto dal profilo di Danae Mercer

Pensavamo di esserci tolte il corsetto, eppure con questa serie di messaggi molto diretti e poco mascherati il giornalismo contemporaneo  (come anche i media, sia social che tradizionali) cerca sempre di instillare un senso di inadeguatezza, stringe i lacci del dover lottare sempre e costantemente contro il tempo e  far di tutto per essere sempre splendenti e perfette. Non è necessariamente un problema di contenuto, ma di forma e modi. Un certo tipo di terminologia e di parole sono come una costante doccia cinese che agisce sull’inconscio e, volenti o nolenti, qualcosa a livello profondo e subliminale innescano. E così impazzano diete, trattamenti urto, punturine e chirurgia a profusione. Le motivazione come il “lo faccio per me“, “è che mi piaccio di più” si raccontano agli altri e pure a se stessi, ma sono convinta che il martellamento costante è complice di queste azioni. Se fosse venduto come naturale il trascorrere del tempo e la bellezza che deriva dal prendersi cura del proprio guscio senza essere schiavi di modelli impossibili, sarebbe tutta un’altra storia. 

Invece la storia ci racconta che questo tipo di manipolazione ha origine fin dai tempi dei tempi; esistono ancora tracce evidenti e preziose testimonianze vintage in testate degli anni 60/70, dove i titoli erano ancora più raccapriccianti, dove la cellulite era un “mostro da combattere” e “guai ad andare in giro con i peli, vuoi che tuo marito pensi di avere in casa una scimmia?”. Insomma, anche allora ci andavano giù pesante e il gioco non è cambiato. Non solo grazie alle riviste, femminili e non, ma anche grazie alle immagini patinate che ci regalano quotidianamente i social media e dove filtri e pose studiate ad hoc dettano i nuovi standard di un’apparenza che non esiste (a questo proposito ho incontrato e mi sono innamorata del profilo di Danae Mercer, che svela trucchi per pose e scatti perfetti). 

Insomma, nonostante un sacco di discorsi sull’emancipazione e sull’empowerment femminile, ancora tocca leggere certi articoli (spesso scritti da donne), dove si intravede di tutto meno la libertà di essere quello che si vuole…e di invecchiare serenamente!!!

Buccia di Banana/Attività ricreative da spiaggia…

Bei tempi in cui in spiaggia si giocava a racchettoni o con la pista delle biglie. Al massimo una camminata con l’acqua a mezza coscia (che fa bene alla circolazione, come ricordano le riviste in questi periodi) o una partitella a carte sotto l’ombrellone. Non so se i tempi sono cambiati o se, dato che “non abbiamo mai tempo”, si utilizza il tempo di relax e ozio per compiere attività che in altri momenti risulta difficile fare. Ma che, in tutta onestà, sarebbe più opportuno fare nel proprio bagno o tra le mura domestiche…O_o Più che attività ricreative si tratta di operazioni estetiche e di pulizia della persona , esercitate su se stessi o su altri, così, alla luce del sole…

Two monkeys grooming each other

In questo ultimo mese mi è capitato di assistere a scene di questo tipo:

-IL CLASSICO: lei che spulcia dai punti neri la schiena di lui! Un classico intramontabile, ma non per questo meno aggraziato, nei momenti di noia sotto al sole si approfitta del caldo, del sudore e del sale per stanare famiglie intere di puntini neri nascosti sotto la pelle. Non aggiungo altro…

-NEW ENTRY: portarsi il guanto di crine in spiaggia per fare un bel peeling all’aria aperta! Un tuffo in mare per ammorbidire la pelle, un po’ di olio immediatamente dopo e via a farsi una bella grattata dal collo fino ai talloni, con particolare cura ai gomiti e ai punti tosti dai quali eliminare cellule morte. Poi di nuovo un tuffo a mare per sciacquare le scorie e via, come nuova, pronta a prendere il sole.

-PEDICURE PERICOLOSA: un massaggio ai piedi con la sabbia ci sta, così come una grattatina innocente nel caso in cui inciampiamo su una pietra pomice romanticamente portata dal mare…ma tirare fuori tronchesine, limetta e pure lo smalto per improvvisare una pedicure al mare, anche no! E se l’unghia schizza nella parmigiana di melanzane del vicino!?! O_o Io posso uccidere per molto meno 😉

-DEPILAZIONE INGUINALE A PINZETTA: ora, anche io nel beauty del mare porto sempre una pinzetta con me perché sotto la luce del sole vedi peli che normalmente sembrano seppelliti. Ma tra portarsi via un peletto qua e là e farsi la depilazione completa alla passera assumendo posizioni ginecologiche sotto al sole delle 14 con la spiaggia piena di gente…c’è la sua differenza. Boh, se proprio non avete altro tempo…

Non possiamo tornare ai racchettoni o al massimo a un buon vecchio libro?!? Avete visto qualche altra attività ricreativa di poco gusto? Raccontatemiiii…

Buon lunedi!

 

O così o nudi!!! (rassegna di costumi per amanti del mare)

Luglio è arrivato e, come promesso qualche articolo fa, ecco i miei personalissimi consigli per i costumi da bagno fatti con cuore, testa e rispetto. Le dritte valide per la conservazione e la cura del proprio bikini sono sempre valide, così come la dritta universale che se hai già il cassetto che scoppia di costumi della scorsa stagione, non c’è bisogno di quello del 2020! 😉 Una selezione italo-spagnola di marchi che hanno un tocco speciale, una cura del dettaglio particolare, un’estetica non scontata ed una fascia prezzi onesta!

INDIVIDUALS: A ognuno il suo!

Conosco il piccolo negozio di Carlo a Milano da diversi anni e ogni volta mi perdo tra materiali, colori e modelli che spaziano dalla semplicità all’ironia, ma sempre con una raffinatezza di fondo. “Carlo Galli ha unito le pratiche artigianali della migliore produzione industriale italiana: la stampa e i tessuti di Como, il taglio e la creatività di Milano, la confezione di Varese. Uno stile senza condizionamenti, nel rispetto del proprio equilibrio e delle proporzioni.” Qualità non da poco, sopratutto quando si parla di intimo e costumi; che in questo caso vengono trattati come capi sartoriali, quindi unici! Molto più di un semplice costume, sono gioelli da tenere con cura!

OCELAH: BASICO NON SCONTATO

Due amiche, una metropoli, il mare: questa la ricetta alla base della collezione di Ocelah! La loro è una collezione di costumi da bagno basici ma facilmente abbinabili, realizzata con nylon rigenerato che li rende comodi e resistenti. Completamente Made in Spain, le ragazze lavorano con produttori locali in Spagna, per una filiera corta e facilmente tracciabile. Una percentuale dei loro profitti viene periodicamente donata a una fondazione spagnola dedicata alla protezione e al ripristino della vita marina. Se non è amore per il mare questo…

PENINSULA SWIMWEAR: DALLA MAREMMA CON IL MARE NEL CUORE

Specializzato per l’uomo, ma ha anche una linea donna, Peninsula Swimwear è un brand tutto italiano nato in Maremma (dalla Toscana con furore)! Una storia di amore per il mare, la campagna e le maioliche che si trovavano in casa dello zio: da qui la collezione “Le Maioliche”: dall’incanto della tradizione artigiana, dai disegni geometrici e floreali, dalle scene di caccia e mitologiche, dai colori vivaci e le tinte sofisticate. E così sono i loro costumi, con una punta di ironia e nostalgia vintage nella comunicazione che li rende retrò e contemporanei al tempo stesso!

FESTA FORESTA: DALLA CAMPAGNA AL MARE PASSANDO PER MILANO

Un marchio che ha visto la luce in questa primavera, ma che ha attirato subito la mia attenzione per la cura del dettaglio e l’immagine semplice e delicata. Concepita nelle Marche, dove la vita scorre lenta, disegnata a Milano, cuore pulsante del design, realizzata completamente in piccoli laboratori artigianali. Il tocco del Made in Italy c’è e si vede, così come un’ampia scelta di colori e modelli.

SEEA:NON SOLO SURF

SEEA is a progressive women’s surf brand connecting women to themselves, their communities, and the planet.” Conosco questo marchio da moltissimi anni (la fondatrice è Toscana pure lei) e  mi è sempre piaciuto. Nato espressamente per le regine delle onde, rendendo la permanenza sulla tavola in acqua sia comoda che stilosa, l’evoluzione di Seea ha portato alla creazione di bikini da spiaggia ma sempre con un tocco sportivo ed originale. Materiali scelti e certificati (hanno sostituito il neoprene con un materiale ricavato da una gomma 100% naturale), attenzione all’ambiente e alla manifattura: Seea è interamente realizzato in California, a pochi Km dal quartier generale.

SALMASTRA SWIMWEAR: ORIGINALE ARTIGINALE

Dalla California alla Baia del Quercetano (Castiglioncello), entriamo nel mondo di Salmastra (aka Carlotta) che ha tradotto il suo amore per il mare in una linea di costumi che spazia dagli interi ai due pezzi, dal cotone alla lycra, dalle fantasie alle tinte unite, spesso abbinate insieme per un effetto bi-color.  Un lavoro artigianale fatto con cura e spesso su misura. Basta chiedere…;)

SARECO: IL TOCCO DELLE BALEARI

Per chi cerca qualcosa di diverso, dalle linee e intrecci differenti, SarEco è l’alternativa al basico completamente Made in Mallorca. Alle Baleari il costume si usa per andare in spiaggia ma non solo, ed ecco che diventa un indumento versatile, sexy, intrigante che va bene sia di giorno sia di notte per quelle feste meravigliose a bordo piscina a ritmo di house! Guardare per credere 😉

SARTORIA LETTERARIA: ECLETTICO A TINTE FORTI

E dulcis in fundo ci sono io, con la mia idea di costumi che esula dal concetto di collezione e segue l’ispirazione del momento. A #ilcostumino classico, un bikini dalle dimensioni ridotte ma coprenti, si è aggiunta una versione modificata, più accogliente e accomodante. Così come molto accomodante e comodo è l’intero vintage liberamente ispirato agli anni 60 ma opportunamente rivisitato. Il mood generale della stagione è decisamente tropicale, ma non mancano toni pacati e addirittura monocromatici! 😉

La cosa che accomuna tutti questi marchi (e che dovrebbe renderci fieri di essere italiani, almeno un pochino) è l’utilizzo di materiali innovativi ottenuti con poliestere o nylon rigenerato (Econyl è l’azienda che recupera e ricicla reti da pesca e tappeti mentre Carvico è l’azienda che trasforma questo filato in un tessuto comodissimo come la lycra vera è propria); cotone o recuperi di rimanenze di magazzino. Sono fatti per durare nel tempo e farvi compagnia non solo in questa strana estate del 2020, ma anche le successive. 😉 Che ne dite? Volete aggiungere qualche consiglio? Io sempre il solito: al mare si sta bene anche nudi 😛

Buccia di Banana/ Fashion Campaign: why #24

Prima del Covid, prima di essere bloccati nelle nostre case, prima che ci passasse la voglia delle vacanze, insomma prima di tutto il casino, molti marchi avevano già scattato le loro campagne per questa primavera-estate. Invitanti suggestioni visive che dovrebbero in qualche modo animarci e farci sognare…O_o

brand: charles and keith / campagna: distanza sociale versione spiaggia

Distanza sì, distanza no! Mascherine sì, mascherine no! La verità è che con le dritte della “nuova normalità” (che già fa paura come termine) non ci si capisce un gran che; ed è anche vero che se negli stabilimenti la distanza è stabilita dagli ombrelloni, nelle spiagge libere diventa più complicato. Ecco un suggerimento decisamente fashion e molto concettuale per prendere le distanze dal vicino di asciugamano 😉 Mi raccomando però, vestiti di tutto punto, accessoriati e con l’espressione depressa!

brand: PINKO / campagna: Il toro si prende per le corna

E’ noto che in certe situazioni il toro vada preso per le corna! Ma Pinko preferisce prenderlo alla vecchia maniera, redini e via, tentare la sorte. Fondamentale il completino da cow boy completamente pieno di glitter e frange: serve per stordire l’animale in questione, che con il rosso si agita, ma con gli sbrilluccichi va completamente nel pallone.

brand: LOUIS VUITTON / campagna: distanza fLOREALE

Chi non riesce a mantenere la distanza sociale e ha bisogno di una dose di tenerezza e vicinanza, può optare per un piano B che prevede un contatto stretto con la natura, che sempre aiuta nei momenti di difficoltà, ma comunque una distanza dal prossimo. Ora la domanda è: potevano abbracciare una palma e non estirpare quintalate di rose?!? O_o

brand: louis vuitton / campagna: ladri di banani

L’invidia è una brutta bestia! Ma anche camminare con scarponi e giaccone sulla spiaggia non deve essere simpatico per niente. Eppure questo è òutfit consigliato per passeggiate in solitaria (sempre per la questione post-pandemica), dove i volumi del soprabito e  la borsa da mare (!?!) sono perfetti per raccogliere conchiglie, sassi, legnetti e per imboscare caschi di banane sottratti al giardino del vicino. Attenzione alle foglie, quelle nasconderle del tutto è decisamente più difficile…

brand: SAINT LAURENT / campagna: STRISCIA LA BISCIA

In realtà il serpentello pare chiamarsi Charlie Brown, amico del fotografo che l’ha selezionato per questo lavoro degno di nota in cui la sua presenza è fondamentale per ravvivare questa combinazione leggings/top (della misura sbagliata) di un’originalità sbalorditiva. Ecco che il piccolo Charlie arrotolato diventa un punto focale di attrazione che rende questo scatto una patinata immagine di vita degli animali. Da apprezzare il fatto che la signorina non abbia usato l’appuntita punta di metallo della scarpa per scacciare Charlie…

brand: VIVIENNE WESTWOOD / campagna: IL peso della solitudine

La solitudine pesa come una sardina gigante riempita di sabbia che schiaccia la testa! L’espressione non poteva essere più triste…

Buon lunedì 😉