Chi sono i veri fashion victims?

Fashion Victims” è una tipica espressione usata dai modaioli di tutto il mondo che sono devoti alla Moda e che ne subiscono la fascinazione in maniera incontrollata, diventando in qualche modo vittime del sistema. Un esercito di devoti servitori che obbediscono alle tendenze, che adorano il Fashion Guru di turno e che fanno donazioni continue al loro marchio preferito pur di apparire incredibilmente in linea con quello che “va” al momento. Un minuto di silenzio per loro. Purtroppo nel sistema moda esistono altre vittime, vittime vere, vittime che adesso non possono raccontare le loro storie perché rimaste schiacciate delle macerie di una fabbrica crollata o perché ammazzate a caso dal loro datore di lavoro, vittime che invece hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia perché stufe di essere sfruttate…

(Tratto dal film “Fashion Victims” di Alessandro e Chiara Cattaneo)

Non è una storia da film, anche se di documentari sull’argomento ne sono usciti diversi, non ultimo proprio “Fashion Victims“, un film che racconta nomi, volti e storie nascoste dentro alle fabbriche che producono per il mercato della moda internazionale. Qui, nella regione dei Tamil Nadu, in India, le operaie vengono arruolate da intermediari in zone molto povere; vengono letteralmente prese dalle case per condurle in fabbrica (operazione per la quale questi signori ricevono una percentuale che viene trattenuta dal salario delle lavoratrici, carino no?).  Qui lavorano tra le 12 e le 18 ore MINIMO, mangiano e vivono in ostelli appiccicati alle fabbriche, non possono uscire o fare visita alla famiglia e a fine mese lo stipendio viene ritirato dalle famiglie mentre a loro rimane solo il necessario per la sopravvivenza. SOPRAVVIVENZA! Se non è schiavitù moderna questa…

In gran parte si tratta di donne (strano) che spesso lasciano gli studi e vedono in questa soluzione un modo per emanciparsi, aiutare le famiglie e mettere da parte la “dote” per il matrimonio. Già, perché la cosa triste è che in queste zone funziona ancora il sistema della dote,  che le ragazze finiscono per guadagnarsi nelle filande lavorando per ottenere il denaro per sposarsi; il sistema è chiamato Sumangali, che vuol dire “sposa felice”. Una presa di culo in piena regola, essere schiave di un’azienda per poi diventare schiave di un marito…se ci arrivano! Perché in alcuni casi queste ragazze non fanno mai ritorno a casa. Il documentario in questione è stato realizzato con l’aiuto di SAVE (Social Awarness and Voluntary Education), un’associazione no-profit che si occupa di sviluppare programmi di aiuto e ricostruzione socio-economica in vari Paesi. Insomma, un film da vedere per rendersi conto, insieme agli ormai “classiciThe True Cost, River Blue, Plastic China e Minimalism.

Insomma è chiaro e noto che nel mondo della moda lo sfruttamento è un trend poco glamour dove per ottenere il massimo profitto si calpestano vite umane senza nessun tipo di remora. Non vengono garantiti i diritti umani BASE, gli ambienti di lavoro sono in condizioni pessime, gli orari estenuanti e la retribuzione…vabbè, inutile! E non vale dire “sì, vabbè, ma quelli sono Paesi dove si vive con poco”, perché esiste un SALARIO DIGNITOSO (che è diverso da quello minimo) e che dovrebbe garantire a provvedere ai pasti per se stesso e la sua famiglia, pagare l’affitto,  pagare le spese mediche, i vestiti, i trasporti e l’istruzione, mettere da parte una piccola somma per le spese impreviste. Invece quello che accade è…

Un quadretto non molto positivo. E non serve andare in Paesi lontani per assistere a questo tipo di sfruttamento (certo, de-localizzare la produzione è indubbiamente più comodo, perché come si dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e imprenditore che non vede e che NON SA dorme sicuramente sonni più tranquilli); ci sono campagne e ricerche condotte molto vicino a noi (tipo in Toscana nella zona dove si producono le scarpe), che riportano di lavoratori in nero e paghe al di sotto della media anche a pochi passi da casa. Insomma, sembra che l’etica non sia di moda e fare le cose come si deve non è conveniente per i grandi marchi e per i grandi gruppi.

Per combattere tutto questo e riportare a degli equilibri umani il lavoro nel settore tessile mondiale esistono svariate organizzazioni che fanno rilevazioni (audit), ricerche, campagne e stilano report per richiedere standard minimi. Vi consiglio di dare un occhio a ABITI PULITI, la versione italiana di CLEAN CLOTHES CAMPAIGN (che pure merita attenzione), dove report e campagne attive ed urgenti sono a disposizione di tutti per essere supportate, lette e condivise. Dopotutto…

“Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.”

(Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 23)

veramente stanno mancando le basi di umanità e rispetto. E noi, come sempre, abbiamo la possibilità di scegliere e decidere di supportare aziende virtuose invece che quelle che fanno promesse e si sciacquano la bocca con la parola “green” solo per annebbiare le magagne! Per esempio…

Se conoscessimo i nomi e le storie di chi ha fatto i nostri vestiti, cambierebbe il modo in cui li produciamo ed indossiamo?

Secondo me sì…;)

Buccia di Banana/Porsi domande (anche scomode)

Oggi inizia ufficialmente la Fashion Revolution Week (che per chi non sa cosa sia invito a leggere questo post di diversi anni fa) ed anche il mio personale apporto a questa iniziativa, che in realtà porto avanti da tempo e con cadenza giornaliera, ma che in questa settimana si concretizzerà in una serie di post informativi/riflessivi/condivisioni della rubrica #sfashion e dirette sul mio profilo Instagram. Visto che è lunedì e che è pure Pasquetta partiamo leggeri…con uno scivolone galattico che tutti abbiamo compiuto almeno una volta nella vita ma dal quale ci si può rialzare con un po’ di consapevolezza: ci siamo mai posti la domanda del perché alcuni capi costano così poco e come è possibile che una t-shirt costi meno di cappuccino e brioche?!?

Probabilmente vivere nell’ignoranza è un modo parecchio più comodo per vivere la vita senza farsi troppi problemi, senza entrare nel merito di questioni che ci sembrano lontane e quindi non di nostra competenza. Eppure andiamo in giro tutti vestiti…e dal momento che tutti ci vestiamo dovremmo avere la buona abitudine di farci delle domande su COSA ci stiamo mettendo addosso e soprattutto sul COME vengono prodotti i capi che acquistiamo. Non perché dobbiamo diventare dei tecnici esperti in materia, ma perché ogni nostra scelta è un atto politico, ogni nostro gesto conta e ogni nostra mossa va, volenti o nolenti, ad alimentare un sistema. Se il sistema è quello che produce abiti senza pensare agli effetti collaterali sull’ambiente, che sfrutta le persone costringendole a lavorare tantissime ore senza salario minimo ed in condizioni pericolose e che mira al profitto a tutti i costi…beh, siamo in qualche modo COMPLICI di questo sistema!!!

Non voglio fare del terrore, solo a stimolare la buona abitudine al farsi delle domande, ad essere curiosi e a cercare di diventare dei consumatori consapevoli. Dopotutto l’offerta sul mercato la fa la domanda e se siamo noi in primis a cambiare le nostre richieste…forse si rischia di imporre al sistema di cambiare l’offerta. Forse…

E quindi la consapevolezza passa dalla conoscenza e dall’informazione; per avere la voglia di cambiare bisogna avere anche il coraggio di farsi delle domande, spesso scomode. Tipo…

  1. Prima di comprare d’impulso qualsiasi cosa domandarsi: mi serve davvero?!? (il primo problema del mondo della moda è l’IPER-PRODUZIONE e l’IPER-CONSUMO, ovvero il consumare troppo rispetto alle reali necessità ed il produrre ancora di più. Ecco perché il primo vero accorgimento è MENO; comprare meno, sprecare meno, produrre meno).
  2. Cosa mi sto mettendo addosso? (verificare le etichette composizione è un buon inizio per prendere confidenza con i materiali e avere almeno un’idea di che tipo di tessuto stiamo per acquistare. Il secondo step è capire quanto impatta questo materiale sull’ambiente e cosa succederà quando non lo metterò più).
  3. Chi ha fatto questo abito? Ovvero #whomademyclothes, la domanda che ha reso famosa la campagna di Fashion Revolution (chi ha fatto questo capo è stato pagato decentemente? Lavora in condizioni decorose? In sicurezza? Con un orario di lavoro umano e rispettoso? Si sta garantendo il salario adeguato?)
  4. Perché costa così poco? (Pagare una maglietta 3 euro non è normale. Quello che tu non paghi lo sta pagando qualcun altro, spesso a caro prezzo. Le materie prime hanno un costo, a volte può essere anche incredibilmente basso, ma MAI quanto un caffè. MAI. Ed un capo finito e venduto al pubblico per così poco dopo tanti passaggi porta con sé qualcosa di scorretto). Chiediamocelo…
  5. Cosa me ne faccio dell’ennesimo vestito da 10€ che mi dura al massimo una stagione? (Cambiare costantemente seguendo le ultime mode del momento, avere cose che si deteriorano e si rovinano dopo pochi mesi, l’usa e getta…serve davvero?)
  6. Che alternative ho? (Pensare alle alternative richiede tempo, un tempo che spesso non abbiamo o che per comodità preferiamo investire in uno shopping rapido e a basso costo. Ma le alternative ci sono. SEMPRE. Le alternative al pronto moda sono tantissime, basta valutarle volta per volta; dal prestito ai capi di seconda mano, dal vintage al re-make, studiare combinazioni alternative o trasformare l’esistente. Pensiamoci)
  7. Che impatto ha questo mio acquisto? (Non è misurabile in maniera diretta ed immediata, ma i dati misurati ci sono. E poi ci sono reportage, film, libri e tantissimi articoli che annualmente fanno report accurati sulle aziende e sui vari marchi. Insomma, i nomi dei buoni e dei meno buoni sono noti e stare dalla parte dei cattivi, in questo caso, non fa molto figo…)

Lo so, avevo detto che sarei partita leggera, ma qui siamo proprio alle BASI della questione e, visto che le magagne del sistema stanno uscendo allo scoperto e sono sotto agli occhi di tutti, non informarsi e fare finta di niente è una scelta da STR…UZZI!!! 😉

Buon lunedì…

Buccia di Banana/Zia Glam (ma anche un po’ sport)

La scorsa settimana sono stata a fare un tour in giro per i negozi con i miei studenti. Ci siamo soffermati su varie vetrine, commentando look e composizioni. Poi mi sono saltati agli occhi loro…

  • Che queste scarpine non siano il massimo della vita penso di averlo già palesato in più post (e poi basta con questa roba di plastica, no?!?), ma l’abbinamento con calza di pizzo e completo tailleur dal sapore vintage mi ha illuminato sulla visione della donna Gucci per la prossima stagione: la zia glam (però pure sporty, con dei tratti rock’n’roll)!!!
  • Gli ingredienti per ottenere questo risultato sono semplici:

    -L’abito deve essere di mezza lunghezza (quella che conferisce l’effetto zia e che spezza le gambe a chiunque non le abbia lunghe);

    -Abito castigato (le zie serie non si scollano troppo), meglio tailleur. La scelta cromatica è indifferente, vanno bene anche abbinamenti a cazzo 😉

    -Le calze sono il tocco fondamentale: pizzo, decorate, ricamate…bianche se insieme all’effetto zia vogliamo anche l’effetto “Candy Candy infermiera”, altrimenti di colori sparati, meglio se in dichiarato contrasto con quello che c’è sopra (gli abbinamenti tono su tono non usano più)

    -Le ciabattone di gomma ricoperte di strass sono il pezzo forte per costruire l’immagine un po’ rock un po’ glam un po’ sportiva, decisamente attuale e tanto di moda 🙈 Gucci purtroppo ne ha fatte infinite varianti. Basta scegliere…e caricare!!!

    -Accessoriate a piacimento, meglio se con pezzi vintage direttamente rubati dall’armadio della nonna.

    Ecco, ora avete la ricetta per seguire il trend del momento lanciato dal super guru del momento. Alessà a me stai simpatico, ma ‘sti manichini non si possono guardare!!! 😉

    E buon lunedì

    Agenda Sfashion: appuntamenti per conoscere, toccare e capire!

    C’è del fermento nell’aria. Un fermento creativo, un fermento informativo, un movimento attivo che nel mese di aprile si risveglia e dà vita ad un sacco di eventi, iniziative, talk e mostre dedicate all’ “altra moda“. Aprile, come ormai sapete da 6 anni, è il mese dedicato alla Fashion Revolution Week (se ignorate di cosa sto parlando, potete rileggere questo articolo), eppure gli appuntamenti interessanti non aspettano la settimana che va dal 22 al 28, ma sono già iniziati. Ecco perché mi sembra doveroso citarvene alcuni. Ieri c’è stato da C.L.A.S.S. il “Class Action“, ovvero delle presentazioni gratuite introduttive sul mondo dell’innovazione responsabile (sì, lo so che è già passato ma sul sito ci sono anche altri appuntamenti, per cui se siete interessati andate a controllare). E’ iniziato ieri, ma durerà fino al 14 aprile, il progetto Isola Critical Lab in quel di Milano.

    ISOLA CRITICAL LAB – 9/14 aprile – milano

    Una settimana, quella del Salone del Mobile, in cui lo spazio di un ex ristorante abbandonato situato in Via Pepe 38 nel Quartiere Isola prende vita e si rianima per ospitare un temporary store completamente dedicato alla moda sostenibile ed al pensiero critico. Marchi, designer, sarti, stilisti si ritrovano uniti per questa occasione per mostrare, parlare e “fare” praticamente attraverso una serie di workshop dedicati a quelle che sono le tecniche che stanno dietro alla realizzazione dei capi finiti. Un programma di eventi ricco dove poter apprendere in maniera empirica quelle che sono le tecniche di tintura, batik, patchwork e sartoria base, adatti sia ad un pubblico adulto sia di bambini. Ad esporre le loro creazioni, poi, una selezioni di marchi italiani che hanno fatto della sostenibilità e del recupero la base del loro processo creativo: Laboratorio Lavgon, Sassi, Emina Batik, Bottega Gazpacho, Kiyoko Hosoda, Sartoria Ismara, Nicoletta Fasani, Serigne, Heka Couture di Madame Ilary e Djamil Tarou Urban Style. Il tutto è corredato anche da una piccola area espositiva dedicata al lavoro del duo artisticoNabla&Zible, street artist della scena milanese fin dagli anni 2000, conosciuti per il loro “Pensiero Fluido”, che esporranno in questa sede insieme ad altre opere pensate per l’occasione. Insomma, in mezzo al design del Fuori Salone, questo è uno spazio che merita attenzione…e che invoglia anche all’azione! 😉

    Sustainable Thinking – 12 aprile 2019/8 marzo 2020 – Museo Ferragamo, Firenze

    Quella che si inaugurerà domani 11 aprile a Firenze e che aprirà al pubblico il giorno successivo è una mostra unica nel suo genere. Sustainable Thinking è un progetto che parla di arte, artigianalità, di saper fare, di nuovi materiali, di design circolare e soprattutto della bellezza che si cela dietro alla sostenibilità. E’ un percorso narrativo che parte dalle pionieristiche intuizioni di Salvatore Ferragamo nella ricerca sui materiali naturali, di riciclo e innovativi, fino alle più recenti innovazioni a tema green. La mostra ospita opere di artisti e fashion designer nazionali ed internazionali che presentano la propria chiave di lettura sul recupero di un rapporto  con la natura e la sua profonda relazione con l’artigianalità, l’impiego di materie organiche e il riuso creativo, per valorizzare l’importanza di un impegno collettivo ed invitare ad un un modo di pensare più consapevole e decisamente condivisibile. Un racconto visivo fatto di storia, scoperte, innovazioni e tecniche antiche rimesse in auge per raggiungere un obiettivo comune: quello di pensare alla sostenibilità non come un valore aggiunto, ma come un valore imprescindibile legato al bello. Il progetto è stato ideato da Stefania Ricci (direttrice del Museo Ferragamo) e sviluppato con l’aiuto di Giusy Bettoni (che è la meravigliosa mente dietro a C.L.A.S.S.), Arabella Natalini, Sara Sozzani (Vogue Talents) e Marina Spadafora (responsabile, tra l’altro, di Fashion Revolution Italia). Un progetto importante per contenuti e valore artistico ma anche educativo e sociale, al quale tengo molto perché all’interno della mostra è presente l’opera di un brand toscano con il quale collaboro da due anni: Verdura Shoes è parte di questa esposizione con una creazione speciale che ho avuto il piacere di seguire dall’idea alla sua realizzazione finale, comprese un paio di direttive su come esporre l’opera (e a dire il vero l’ho pure testata indossandola quando era ancora un prototipo 😉 ). Insomma, avete un anno di tempo per vederla, ma io fossi in voi non me la farei scappare…

    Fashion Revolution Week – Italia

    La Fashion Revolution Week si avvicina. Il movimento è globale, internet e la rete sono i mezzi più diretti per dialogare con i marchi e chiedere trasparenza con il tag #whomademysclothes, ma le attività offline sono comunque tantissime. Anche in Italia. Sono sempre di più le iniziative che vengono proposte durante questa settimana e anche il nostro Paese si dà da fare per diffondere, far conoscere e parlare di questa rivoluzione in atto tramite eventi di varia natura. Proiezioni di film, swap party, mercati e residenze artistiche: quest’anno ce n’è davvero per tutti i gusti (la lista completa degli eventi nazionali ed internazionali sono visionabili sul sito fashionrevolution.org).

    LottoZero a Prato offre una residenza per un designer / marchio di moda per venire nel distretto produttivo di Prato a conoscere il quartiere, la storia, i principali attori della produzione tessile e della moda; constatare con mano chi fa i loro vestiti con l’obiettivo di procurarsi almeno un materiale o di produrre almeno un nuovo oggetto in zona. (Qui tutte le informazioni sul bando e come partecipare). Il 23 aprile ci sarà la proiezione del film “Fashion Victims” di Chiara Cattaneo e Alessandro Brasile al Cinema Mexico in via Savona a Milano. Il documentario è la fotografia delle vere vittime della moda, lavoratrici indiane del mondo Fashion, che sono costrette a lavorare in condizioni pessime, senza contatti con il mondo esterno, senza stipendio mensile e lontane dalle loro famiglie. Le storie vere di vite-non vite di chi quotidianamente lavora per produrre quello che indossiamo ogni giorno. In quel di Brescia, invece, sabato 27 aprile in Piazza Mercato,  Hopificio Associazione Culturale ospiterà BENE MI FA PIACERE Green&Revolution Market, un evento che ospiterà artigiani, workshop, talk e laboratori. Un’occasione per scoprire prodotti fatti a mano nati dalla creativitá e dal riuso intelligente, per conoscere meglio l’abbigliamento sostenibile e valorizzare gli oggetti che entrano nelle case riconoscendone la storia. Appuntamenti diversi con un unico scopo: quello di far conoscere le alternative ad un sistema ormai obsoleto e non al passo con le esigenze dei tempi!

    Altri eventi vengono aggiunti giornalmente QUI…

    Insomma, io due dritte ve le ho date. Adesso tocca voi muovervi…o seguire le mie stories di questi giorni, che in un paio di posti volendo vi ci posso portare pure io virtualmente 😉

    (Ah…se vi capita oggi comprate “il giornale” o “la nazione” che nell’inserto speciale c’è una mini intervista sull’argomento alla sottoscritta!

    Buccia di Banana/Cerchietto a bomba

    Quando sei bambina e riccia l’unica cosa che vuoi fare con i tuoi capelli è lasciarli così, liberi di essere scombinati come devono. Peccato che mia madre fosse ossessionata dall’ordine e dal volermi con la testa “a posto” come tutte le altre bambine (questa cosa della testa a posto la vorrebbe anche ora, ma almeno ha smesso di chiedermi se mi sono pettinata); e ci ha provato in tutti i modi. Con la spazzola è durata poco, con acconciature varie credo ci abbia provato mezza volta, ma con i cerchietti ci è andata giù pesante. Io, però, li odiavo con tutta me stessa. Non importava se erano fini o doppi, di metallo o di stoffa, mi rompevano, sembravo scema e soprattutto, essendo io dotata di orecchie a sventola,  mi facevano proprio male e sono sempre stata convinta che siano stati anche i cerchietti ad amplificare questo mio simpatico difetto di fabbrica. Insomma, il cappelletto vintage per dire che quando ho visto “il ritorno dei cerchietti bombati” ho avuto un ritorno al passato ed un attimo di terrore…

    La situazione è questa…sulla quale ci sarebbe poco da aggiungere, se non che chi quegli anni li ha vissuti, sì, sempre i 90 (che palle, ora scolliniamo, vi prego), o rabbrividisce o si trasformano di nuovo gli occhi a cuore. Io associo questo oggetto al mal di orecchie, alla testa che stringe e suda sotto al velluto caldo, ai capelli che si ammaccano (ok, le lisce non possono percepire quella grande differenze, ma le ricce sì) accompagnati a quella sensazione da perfetta idiota così fastidiosa specialmente tra le mura scolastiche (imbarazzo)! Eppure eccoli lì, su teste più o meno “regali”, ad incoronare moderne reginette degli anni duemila con questo tocco lucido dal sapore Rinascimentale. Ce li hanno riproposti in tutte le salse, dal velluto liscio ai tessuti lucidi, con timide applicazioni così come con una distesa chilometrica di borchie…(e lei non sembra molto entusiasta).

    info@imaxtree.com

    Decorare i capelli con accessori di varia natura è un costume antico, che si fa risalire al periodo degli antichi Greci che indossavano le ghirlande tra i capelli piene di fiori e frutti in alcune occasioni particolari (ecco, preferisco fiori e frutta alle passate);  Etruschi e i Romani hanno sostituito i fiori con monili d’oro e d’argento, antenati dei moderni cerchietti; mentre le fasce per capelli nascono dall’abitudine degli anni 50 di avvolgere le sciarpe intorno alla testa. Da lì in poi le abbiamo viste di tutte i colori. Ma io con il cerchietto bombato proprio non ce la faccio…sarà forse colpa del mio passato?!? 😉

    Processed with VSCO with a6 preset

    Per le fasce, invece, ci sono sempre…soprattutto le mie! (il fioccone lo potete vedere qui) E buon lunedì…

    Seconda mano, Seconda vita!

    Un tempo si usava passare i vestiti di fratello in fratello, scambiare le cose tra cugine e lasciare armadi in eredità ai piccoli in arrivo. Era un modo per risparmiare, ma anche per far continuare a vivere i “capi buoni” tramandandoli ai posteri. Ora, che di capi buoni dell’armadio ce ne sono sempre meno, sostituiti dai cenci* (*toscanismo per pezze, stracci) del pronto moda che durano al massimo il tempo della stagione in corso, è difficile che si inneschi questa catena di sopravvivenza dei prodotti. Eppure comprare o scambiare indumenti di seconda mano è un modo per dargli una seconda vita (e contribuire ad inquinare meno)! 😉

    I numeri terrificanti e le proiezioni del terrore con le quali ci informano che la produzione di abbigliamento è sfuggita un attimo di mano sono i nostri occhi tutti i santi giorni (o almeno sotto ai miei che seguo svariati profili e blog inerenti all’argomento, ma anche la stampa tradizionale direi che negli ultimi mesi si sta dando da fare), quindi non c’è bisogno di dare troppe spiegazioni sul perché comprare cose già esistenti è meglio che andare a foraggiare l’industria del pronto moda & affini. Che si tratti di vintage, capi di seconda mano comprati online, nei mercatini o in appositi negozi, o che siano oggetti semplicemente scambiati tra le mura domestiche con amici&parenti, è solo una questione di scelta. E, se da una parte sondaggi stanno dimostrando che ci sono sempre più consumatori inclini all’uso di indumenti di seconda mano, in giro ci sono ancora tantissime reticenze…

    La filosofia secondo cuione man’s trash is another man’s treasure”, ovvero la spazzatura di uno può essere il tesoro di un’altro, soprattutto nel nostro Paese non attecchisce molto; o meglio, o ci sono appassionati SOLO di cose di seconda mano o c’è chi non ci si avvicina nemmeno er sbaglio. Un’abitudine e una diffidenza da rimettere in discussione, perché se è vero che le “6R” sono tutte valide (Reduce, reuse, recycle, repair, re think, refuse), la numero due è lì non perché suona bene ma perché in ordine di impatto. Il RIUSO è un modo per alimentare l’economia circolare, per evitare lo spreco di risorse nella produzione del nuovo mentre si mantiene in vita “il vecchio”. Che poi, parliamoci chiaramente, il “vecchio” in questione a volte è vecchio di sei mesi, al massimo un anno, forse due, passati nell’armadio prima di essere sostituito da qualcosa di nuovo a decisamente più in linea con le tendenze del momento. Eppure c’è chi legge ancora in tutto ciò che è di seconda mano “uno scarto“, della spazzatura di qualcuno che si è voluto liberare di cose vecchie e brutte. E soprattutto già usate, “che schifo!!!

    Ecco, questa forse è l’obiezione che ho sentito fare in giro più spesso, sulla sensazione di poca igiene nel comprare ed indossare cose già messe da altri. Beh, anche le tazzine del bar con il quale si prende il caffè sono state usate mille volte da mille altri, ma non è che non ce lo beviamo più, o no?!? Ciò che si trova sia nei negozi che nei siti di abbigliamento/accessori di seconda mano di solito è lavato e nulla vieta a chi ne entra in possesso di fargli fare un vecchio giro in lavatrice, così, giusto per sterilizzare ulteriormente se proprio siamo ossessionati dai germi. Basterebbe spostare l’attenzione dai bacilli alla storia di questi oggetti, al loro vissuto passato e alla possibilità di dargli un futuro diverso, che non sia in un inceneritore in mezzo ad altri kg di indumenti, bensì all’aria aperta, accompagnando noi e chi verrà dopo nella nostra personalissima passerella della vita!  Se si pensa poi che quello che non utilizziamo più può far felice qualcun altro…ben venga tutto quello che è di seconda mano! 😉

    Per quanto mi riguarda lo scambio con le mie amiche è quasi un’abitudine ad ogni cambio stagione, ma anche durante la stagione in corso, tanto che mia madre ogni tanto mi prende per il culo “Enrica ti ha rifatto il guardaroba anche quest’anno, eh?“…ebbene sì, io shopping non lo faccio volentieri (deformazione professionale, capita) ed il nostro baratto casalingo è quello che mi dà linfa vitale, soprattutto in inverno. A Ibiza mi diverto a spulciare al Rastrillo di San Jordi il sabato, dove c’è di tutto di più e ti accorgi davvero che negli “scarti” altrui ci può essere il tesoro che cercavi da mesi. Insomma, è un’opzione in più da prendere o ri-prendere in considerazione…

    Voi come siete messe con l’acquisto o scambio di seconda mano?

    Buccia di Banana/Il costume di tendenza…imperdibile!!!

    Questo è un post di sensazionalismo e stupore dove, ancora una volta, non è tanto l’oggetto in sé a destare la mia perplessità, quanto come il giornalismo di moda tenti di fare leva sui soliti meccanismi ACCHIAPPA-TUTTI a suon di parole convincenti e titoli accattivanti. La storia inizia così…

    Già un costume che diventa VIRALE su AMAZON mi fa venire dei dubbi (virale perché ci cliccano sopra in tanti? Virale perché lo ha deciso qualcuno? O virale perché c’ha un virus? Boh…), addirittura è un INNO alla MODA MARE (sarà la nuova canzone tormentone dell’estate 2019?!?) e si presenta come una TENDENZA ASSOLUTA…insomma, ho dovuto assolutamente cliccare su questo link, curiosa come una scimmia di sapere cosa c’era dietro a tutto questo bello sproloquio di magnificenza in sole due righe…

    Ed eccolo qui, il super costume intero virale dell’estate 2019. Una novità assoluta, IMPERDIBILE, perché la sua linea morbida e comoda lo rende adatto a tutte (?!?). E’ accollato ma sexy, intero ma non troppo sgambato, da indossare al mare ma sopratutto, UDITE UDITE, come fosse un body! Sembra essere questo il punto geniale che ha fatto innamorare tutte di questo incredibile costume; evinco infatti che…

    Ero talmente curiosa di leggere i COMPLIMENTI A VALANGHE che sono andata sulla pagina di Amazon per visualizzare questo articolo e…

    Boh, vabbè, forse ho guardato nel posto sbagliato o forse le valanghe di commenti entusiasti erano talmente tanti che hanno fatto un bel reset (sul sito ufficiale dei commenti però effettivamente ci sono). Comunque, oltre al fatto di essere un capo SUPER SPECIALE l’altro vantaggio è che ha un prezzo FURBISSIMO! Effettivamente siamo sotto ai 30 €, motivo che mi ha fatto venire voglia di andare a vedere CHI è che produceva questo simpatico costume da bagno, per capire la provenienza, i materiali…dettagli così, che non lo rendono certo più COOL di così, ma è giusto per informazione. Bene, dal sito ufficiale i signori si dichiarano rivenditori ma ancora della provenienza del costume si sa niente. Così come non si sa niente a proposito dei materiali, che sulla scheda prodotto sono indicati come “The smooth fabric material is more stretchy, comfortable and soft, ensuring you enjoy it“, che praticamente non vuol dire niente, potrebbe essere fatto di nylon come di pelle di topo elasticizzata O_o Però se volete un “tocco di coolness pura” questo costume non può non mancare…

    MORALE della FAVOLA

    1- Certi articoli sono pieni di aria fritta, di informazioni approssimative e di opinioni infiocchettate.

    2- Se leggo un’altra volta “coolness pura” vomito! (ma chi li tiene i corsi di giornalismo di moda?!?)

    3- Contro-informatevi, non prendete tutto per oro colato!

    4- Investimenti MICRO danno risultati MICRO!

    5- Comunque se quest’estate non sfoggiate questo costume-body siete delle sfigate 😛

    Buon lunedì…e non è un pesce d’aprile, giuro!

    Vintage Revolution Tour: 5 mercati in cui scovare chicche retrò a Torino

    di Federica Pizzato 

    C’è stato un tempo, qualche anno fa che, oltre a scrivere di vintage, ho dedicato diversi weekend a vendere ed esporre abiti retrò a fiere e mercati e diverso tempo alla ricerca di capi interessanti tra i banchi di altrettanti eventi. È quindi da questa bella esperienza diretta che è nata l’idea di portarvi con me in una delle città che ho frequentato più spesso sia da mercante che da esploratrice. Torino. Come già saprete Torino e un pot-pourri di stili e modi di vivere completamente diversi tra loro e questo si rispecchia a mio avviso anche nell’offerta che mercatini vintage ed hand made danno ai loro visitatori. Ecco a voi una carrellata dei mercati che mi hanno colpito di più.

    Il metropolitano – San Salvario Emporium

    Ogni mese 100 tra maker e venditori di vintage provenienti da tutta Italia, presentano i loro prodotti sotto le tettoie di piazza Madama Cristina a San Salvario, quartiere di Torino, sede di numerosi studi, atelier, laboratori di artigiani e principale centro della vita culturale notturna torinese. Stilisti, artigiani, designer, illustratori ed editori indipendenti che, attraverso tecniche e stili in cui si intrecciano tradizione, estetica contemporanea, ricerca e sperimentazione, creano prodotti originali realizzati in pezzi unici o in tiratura limitata. Il tutto corredato da workshop e dimostrazioni, condotti dagli stessi espositori, dal food corner con un menù di street food originale, e dalla busking zone dove si esibiscono band, songwriter e artisti di strada esclusivamente in acustico a diretto contatto col pubblico. Il San Salvario Emporium è un modo diverso di vivere la domenica, un bazar in cui le creazioni degli espositori si mischiano alle parole della gente, alla musica e ai rumori delle strade circostanti. Personalmente lo consiglio sia per fare acquisti originali che davvero per passare una domenica con gli amici circondati da allegria e creatività.

    L’alternativo  – Bunker Big Market

    L’impronta di questo mercato è simile a quella dell’Emporium e la location è altrettanto interessante se non di più: il Bunker con i suoi spazi di via Paganini, riconvertiti già da diversi anni in un centro culturale indipendente. Qui si trova davvero di tutto: dall’hand-made al vintage, dai pezzi originali al second hand: sneakers, gioielli, vinili, un’area relax con incensi, té e tisane, un’area completamente dedicata al food e poi l’orto urbano, campi di basket e addirittura un piccolo bacino dove praticare wakeboard. La moda che non corre dunque, ma che rilassa, incuriosisce, fa stare bene e un’esperienza a 360 gradi che si unisce alla musica, allo sport e alla natura. Proprio per questo è frequentato da una “fauna” super eterogenea, dagli 0 ai 70 anni!

    Il classico dei classici  – Il Gran Balon

    Non un mercato ma una tradizione senza la quale Torino non sarebbe più la stessa, il Gran Balon è uno dei cuori pulsanti della città da quando esiste. E’ il mercato dell’antiquariato minore della città di Torino, dal 1985. 250 bancarelle, 50 negozi, bar e ristoranti ogni seconda domenica del mese lo popolano da 30 anni. Antiquari, rigattieri, operatori dell’ingegno espongono con cura le loro merci, mobili, ceramiche, libri, abbigliamento, vintage, prodotti di artigianato tra il quartiere Borgo Dora e Porta Palazzo. All’interno del Cortile del Maglio, invece, a pochi passi dalle bancarelle vintage potrete trovare manufatti e prodotti artigianali ed interessanti esposizioni che attirano un pubblico di appassionati. Qui c’è proprio l’occasione di mettere in pratica le proprie abilità nello scovare chicche e nella contrattazione.

    Shopping con  vista – il Vintage della Gran Madre

    Nella grande piazza ai piedi della Cattedrale, a pochi passi da Po e da Piazza Vittorio Veneto ecco che una domenica al mese, più di 50 espositori di vintage di ogni tipo colorano la zona. L’ubicazione è raccolta, elegante, di facile accesso, ai margini del centro storico ma appartata come si conviene alla sobrietà senza clamore. Qui vi potrete concentrare su antichità di ogni tipo, tra abbigliamento e oggetti di ogni genere.

    In centrissimo  – il Mercato Vintage di Piazza Carlo Alberto

    Sullo stesso stile del Vintage della Gran Madre, ma nel salotto buono di Torino, ecco fare capolino il mercato di Piazza Carlo Alberto. Si svolge ogni secondo sabato del mese ed è un tripudio di vestiti, borse, cappelli, scarpe e bigiotteria. Tanti gli oggetti anche per l’arredamento della casa ma anche tessuti. Nel mercatino potrete trovare anche alcune bancarelle di modernariato che propongono oggetti, dagli anni ’20 agli anni ’70, come telefoni d’epoca, radio, macchine fotografiche, televisori e giradischi. E se siete fortunati, camminando per il mercatino, potreste incappare in una vera e propria sfilata di moda con interessanti trasformazioni di capi militari o vestiti d’epoca a cui sono stati applicati inserti di tessuti pregiati come sete pizzi, paramenti sacri e massonici.

    Insomma, che vi sentiate underground, classici o nostalgici o semplicemente che vogliate dedicare qualche ora del vostro weekend non ai soliti acquisti fine a se stessi ma a delle esperienze vive, Torino sarà pronta ad accogliervi a braccia aperte e a regalarvi mille angoli di meraviglie!

    —> Se ne volete sapere di più di Moda Vintage e se volete incontrare Federica dal vivo non vi dovete perdere il suo corso in 3 appuntamenti, per fare un tuffo nel passato, per rivivere la storia e riscoprire i capi celebri di ogni epoca. Ed imparare a fare shopping retrò in modo consapevole. 😉 Maggiori info qui: https://www.facebook.com/events/1865376003566646/

    Buccia di Banana/Bentornati ciclisti!!!

    Prima e dopo questo articolo sarà doveroso osservare un minuto di silenzio. Vi ho avvisati. Il “ritorno” in questione (che io avevo annusato già nel 2013 nelle palestre) è di quelli forti, fortissimi. Di quelli che riportano alla gioventù, ma qualcuno anche all’adolescenza, che ci fanno guardare al passato con un certo orrore e al presente non fanno certo un bell’effetto. Perché se i ciclisti negli anni 90 già facevano rabbrividire, adesso non è che siano proprio questo gran splendore. Nemmeno sotto le luci delle passerelle…

    Si erano riavvicinati timidamente la scorsa estate, andando ad intercettare le solite fashioniste che ce li hanno propinati nei loro abbinamenti sconclusionati (Ferragni in prima ligna, figurati se poteva mancare), dopo che  Virgil Abloh li aveva re-introdotti nella collezione disegnata per Off White primavera estate 2018 e abbinati con una bella giacca blazer taglio sartoriale e super-femminile…e per quanto mi riguarda potevamo già fermarci qui. Poi hanno cominciato a metterseli in giro, qualcuno ha visto Gigi Hadid che a Cannes in scioltezza girava con i suoi ciclisti sportivi dorati/argentati e…niente, adesso ce li becchiamo come pantalone “TOP” per l’estate che sta arrivando!

    Vorrei che fosse uno scherzo, invece non lo è. E non solo sono tornati alla ribalta come capo sportivo/casual/pure-da-sera, ma sono stati anche proposti con svariati abbinamenti che forse sono peggio del ciclista in sé! In questo caso il problema raddoppia: già l’oggetto non è il massimo della vita come composizione, fattura e soprattutto lunghezza (la lunghezza ammazza-coscia per il 90% della popolazione mondiale), se in più ci mettiamo queste stravolgenti combinazioni vicino, direi che i Signori della Moda in questo caso stanno facendo un test sulla nostra capacità di discernere il Bene dal Male! Credo che il male stia vincendo…O_o

    Perché insomma…io…non lo so ecco…Leggo su fonte autorevole che “Il mix elegante e sportivo è la formula con cui aggirare l’ostacolo dell’overdressing.” Già ho dovuto rileggere 4 volte la frase per tradurla, poi credo che il mix elegante sportivo in questo caso faccia l’effetto “bambina-che-gioca-a-cazzo-con-l’armadio-della-mamma“. Ma forse è solo una mia impressione…Così come l’impressione che la combinazione “LEGGINGS CORTI TOTAL LOOK + GIACCA DI JEANS: MODA 2019 ULTRA COOL” di freddo abbia solo l’effetto ghiaccio che lasciano a chi osserva. Però ci assicurano che “La giacca di jeans larga aiuta in questo, contrasta il fitting ultra slim di gambe e fianchi“…qualunque cosa voglia dire!

    Andando avanti nell’articolo ho scoperto che:

    -Quelli animalier vanno un sacco (che ti vuoi far scappare il ciclista ghepardato?!?)

    -Il mix sportivo/elegante funziona sempre. Anche le combinazioni insolite, tipo il ciclista da palestra con la camicetta in seta.

    -Se ci abbini una borsa elegante, tipo pochette con le pietre che luccicano), tutto diventa decisamente più interessante. I contrasti sono fondamentali.

    -Non importa che scarpe ci metti sotto, dagli anfibi ai sandali va bene tutto, l’importante è che siano #scarpedemmerda!

    -Hanno riesumato pure quelli “sexy” con il pizzo in fondo…

    -Se ci metti una felpa larga sopra si vedono meno (e questa, forse, è l’unica scelta saggia).

    E se non è una cattiveria questa… 😉

    Buon lunedì!

    Innovazione responsabile: la scelta “smart” di C.L.A.S.S.

    Giovedì scorso sono andata nel quartier generale di C.L.A.S.S., hub dedicato  all’innovazione dei materiale intelligenti, all’istruzione, al marketing e alla comunicazione, specializzato nell’integrazione di una nuova generazione di valori intelligenti per la moda, i prodotti e le imprese. Avevo già sentito parlare di questa realtà tramite Camilla, ideatrice del marchio Zero Barra Cento, ma io amo andare a fondo delle cose che mi incuriosiscono e volevo approfondire, vedere e soprattutto toccare con mano. Così mi sono seduta nel piccolo showroom davanti a Giusy Bettoni e abbiamo parlato ininterrottamente per due ore!!! 🙂

    Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma quando mi sono ritrovata davanti a Giusy mi sono sentita a casa, accolta da una donna gentile, disponibile, curiosa, attiva e con un bagaglio di conoscenze che io sarei rimasta a prendere appunti ed ascoltare storie tutto il giorno. Giusy è la fondatrice di C.LA.S.S. (nato nel 2007), ma è da 33 anni che lavora nel mondo del tessile e fin dagli anni 2000 si occupa di innovazione responsabile (non ama le parole sostenibilità, eco e green, e su questo ci siamo trovate immediatamente d’accordo) partendo dal settore delle materie prime e coniugandole con la parte marketing e comunicazione. Il suo è un approccio integrato con designer, marchi e organizzazioni internazionali per fornire informazioni relative ai tessuti intelligenti e alle scoperte tecnologiche; C.L.A.S.S. è un punto di riferimento per le consulenze alle aziende che vogliono aggiungere alla sostenibilità anche innovazione e comunicazione. Insomma, una sorta di ponte tra aziende produttrici di materiali e brand, dove il suo punto forte è nella consulenza, ma sopratutto nella comunicazione, perché se l’innovazione non la sai comunicare è fatica sprecata: “storytelling e storymaking devono andare di pari passo“! Così, dopo anni spesi lavorando in tutto il mondo (e non ha ancora finito, anzi, è spesso in giro per workshop, consulenze, attività formative e divulgative)  è tornata a Milano per fondare C.L.A.S.S., acronimo che sta per Creativity Lifestyle and Sustainable Sinergy, ed il cui payoff è una chiara dichiarazione d’intenti:the smart choice in creating fashion“.

    SMART noi lo traduciamo semplicemente con “intelligente“, in realtà l’essere smart ha qualcosa in più, è un’intelligenza acuta, vivace, brillante e anche un po’ furba (nell’accezione positiva del termine); quella che ci vuole per far evolvere le aziende di moda verso un futuro meno impattante. Lo scopo di Giusy e del team che lavora per lei è quello di introdurre un nuovo modo di pensare il design,  un cambio di prospettiva che consenta alle aziende di essere competitive e socialmente responsabili. L’approccio è tridimensionale ed i punti chiave sono: design, innovazione e responsabilità. Il design non deve essere sacrificato alla responsabilità e nello stesso tempo l’innovazione deve essere al servizio del design. Non è una supercazzola, ma la convinzione che quando si parla di moda ci vuole lo stile e ci vogliono le performance, per cui sì innovare in maniera responsabile sfruttando le nuove tecnologie per offrire materiali intelligenti ed anche belli. Come dire, il cotone organico va bene, ma se devi fare un impermeabile? E da qui è partita parlandomi dei nuovi materiali: il NEWLIFE, poliestere ottenuto con il riciclo delle bottiglie pulite, il progetto Re.Verso™ wool. Re.Verso™ cashmere, tessuti sviluppati con Mapel per l’inverno 2015/2016 insieme a GUCCI, e la Green Line di ECOTEC®  con filati ottenuti trasformando gli scarti del taglio, ovvero materiale vergine diviso per colore che non necessita nemmeno di essere colorato. Dagli “avanzi” ad “eccellenze”…e non chiamatelo riciclo che Giusy si arrabbia!

    Già, perché le parole sono importanti ed è proprio sulla parte comunicativa che Giusy insiste: bisogna saper comunicare e comunicare valori e risultati che siano però misurabili, altrimenti si casca in quello che sentiamo etichettare spesso come “greenwashing“, ovvero usare parole a caso per ripulirsi la coscienza in nome di questa tendenza verde, senza che questo sia supportato da prove tangibili. Anche basta! Consulenza, comunicazione ma anche formazione: dal 2015 è attiva anche questa sezione che offre laboratori interattivi dedicati al design intelligente, alla ricerca di materiali e alla comunicazione strategica per marchi, professionisti, designer emergenti e appassionati di moda. Insomma, chiunque voglia intraprendere questa strada innovativa e responsabile può trovare in C.L.A.S.S. una spalla fondamentale per capire che direzione prendere, accompagnati con passione da Giusy e dal suo team. Lei vuole dare ai designer la scelta, non imporre niente, semplicemente guidarlo proponendo novità e mettendolo al corrente di tecnologie ed innovazioni già presenti sul mercato che aspettano solo di trovare impieghi creativi nel mondo della moda.

    Poteva fermarsi qui (che già da fare ne ha parecchio, visto che, tra le altre mille cose, cura anche una sezione speciale di PREMIERE VISION chiamata Smart Creation) e invece nel 2018 è stato inaugurato anche Class Eco Shop, ovvero un e-commerce che vende i materiali delle aziende partner SENZA MINIMI (si va da un metro fino ad un massimo di 50 metri) per permettere alle imprese emergenti, ai designer e anche agli studenti di muovere i primi passi verso una progettazione sostenibile. Questa è un’iniziativa UNICA nel suo genere (e anche di non semplice gestione, mi racconta Luca, che si occupa di questo neonato shop, mentre riempie il tavolo di campioni illustrandomeli tutti in maniera esemplare), ma fortemente voluta proprio per avvicinare i progettisti del futuro a questo mondo che, a breve, non sarà più un’opzione ma la regola.

    Inutile dire che sono uscita da lì con gli occhi a cuore, felice di aver conosciuto una donna come Giusy, forte, visionaria, positiva, un’imprenditrice con tutte le carte in regola e con la voglia di portare avanti la sua missione ed il suo business in maniera…decisamente SMART! 😉 E credo che i nostri contatti non finiranno qui, dopotutto, anche in questo ambiente, l’unione con persone sulla stessa lunghezza d’onda, fa la forza!

    https://www.classecohub.org/

    https://www.classecohub.org/shop/

    Trovate entrambi anche su IG!!!