Buccia di Banana/Campagne Fashion: Why? #20

L’autunno bussa alle porte (o forse non ancora?) e le riviste di moda pullulano di sensazionali consigli per gli acquisti sotto forma di articoli, editoriali ma soprattutto campagne pubblicitarie. Tra creatività ed assurdità, espressioni funeree e pose che sfidano la forza di gravità, andiamo a sbirciare alcune delle pubblicità di moda del prossimo autunno…

BRAND: STUART WEITZMAN / CAMPAGNA: OMAGGIO ALLA TORRE DI PISA

L’equilibrio è una questione di addominali, concentrazione e fisica. Ora, anche la Torre di Pisa è lì che pende e non cade da diversi secoli e tutti si domandano come faccia a stare ancora in piedi. Più o meno la domanda che mi sono posta io guardando questo scatto con lunghi stivali. La seconda è stata: “sarà caduta? Avrà ancora la caviglia intera o le è partito il malleolo?“. Non ci voglio pensare, ma la citazione dell’architettura pisana lo prendiamo come un gradito omaggio…

BRAND: BRANDON MAXWELL / CAMPAGNA: MIMETIZZIAMOCI!

Il suggerimento più saggio della stagione per sopravvivere ai tempi che corrono, non lasciarsi catturare dai cattivi e confondere i predatori (di tutti i tipi): MIMETIZZARSI! In natura funziona, potrebbe funzionare anche per noi umani 😛

BRAND: BURBERRY / CAMPAGNA: TACCHI A MARE

Un caldo invito ad andare al mare anche in inverno. Ovviamente coperte con tutta l’attrezzatura…no, niente mute in neoprene e calzari palmati (che non sono fashion)! Molto meglio sciarpa, cappotti e trench-piumini (trench piumino non ce la posso fare). Ma soprattutto TACCHI. Che se mancano quelli il bagno non sa di niente. Questo dei tacchi in spiaggia tenetelo bene a mente che sarà un trend che passerà direttamente dall’inverno all’estate, con grandissimo piacere delle scarpe in pelle che dopo i bagni a mare non so in che stato escano. E comunque le modelle di Burberry sono sempre incazzose…aiuto!

BRAND: BOTTEGA VENETA / CAMPAGNA: NAKED & THE CITY

Il nudo versione città. La piscina urbana vista metropoli. Il corpo svestito che evidenzia le scarpe cioccolatino (ve ne parlo la prossima settimana) ma sono giustamente prese dalla distanza così non si vedono bene. In ogni caso il trucco è vecchio come il mondo: per mettere in evidenza un oggetto, togliete tutto il resto. Il rischio raffreddore c’è, ma di sicuro non passate inosservate 😉

BRAND: BALMAIN / CAMPAGNA: Aqquattatevill’

Quando si scippa una borsa l’importante è andare via quatti quatti senza farsi notare. Se poi si viene colti in fragrante perché vestiti come il presentatore del circo di Moira Orfei ricordarsi di sfoderare l’espressione più innocente che avete a disposizione! 😉 (Lei, ovviamente, è stata arrestata)!

BRAND: ALEXANDER MCQUEEN / CAMPAGNA: CAPPUCCETTO NEW STYLE

La versione di cappuccetto rosso riveduta e corretta, con un  aggiornamento stilistico notevole dal quale prendere esempio. Via quello stupido mantello, via il cappuccio (che non è più di moda) e spazio libero all’improvvisazione con le lenzuola del letto.  Sì, Cappuccetto, svegliata presto dalla mamma matta, è uscita di casa arrotolandosi a caso nel piumone. Un paio di scarpette ed eccola pronta a saltellare nel bosco. Con questo look e questi capelli scombinati state sicuri che il lupo non si avvicina nemmeno 😉

…non finisce qui! Buon lunedì

Buccia di Banana/Lo stivale col denim intorno

L’oggetto che non mancava è quella cosa che guardi e ti lascia perplessa. E’ quel capo o accessorio che guardi e ti domandi “ce n’era davvero bisogno di investire soldi e risorse in questa c****a?!?“. Insomma, non solo cose di dubbio gusto, ma anche di apparente inutilità. Della serie #potevamofarneameno. Tipo questi…

Anche il gatto con gli stivali, massimo esperto di calzature di una certa altezza, ha strabuzzato gli occhi quando ha visto questa versione di gamba di denim con tacco e suola inclusi! L’oggetto in questione, che pare una gamba di manichino rivestita di jeans e poggiata a terra, è uno stivale al ginocchio con effetto denim-incorporato che termina in una zeppa a punta stile cowboy. Molto chic, insomma! L’effetto ottico è alquanto impattante, vaghi ricordi degli anni che furono con i jeans a fondo largo portati sopra gli stivali od i tronchetti si affacciano alla memoria facendo rabbrividire…zeppa e punta a corredare tutto poi sono la ciliegina sulla torta. Io mi immagino già la finta gamba di jeans portata sopra ad altri jeans…ed è subito orrore! 😉

Siccome una sola variante della storia non era abbastanza e ai signori di questo marchio specializzato in jeans il modello deve essere piaciuto parecchio, oltre alla sobria versione classica in blu, ecco apparire quella che per me merita cinque minuti in più di silenzio durante un’osservazione accurata dei dettagli: questa!

In questo caso il denim si arricchisce di inserti, di colori, di scritte e questa volta non casca su una zeppa ma su un bel tacco a spillo rivestito di jeans dello stesso colore. Questo per le più aggressive ed appariscenti. Io qui ci vedo sopra una raffinatissima mini-gonna bianca…e via, verso nuove mete ricche di stile. E se ancora questo non è abbastanza, la versione in “morbida pelle che in realtà pare una busta della spazzatura” dovrebbe chiudere il cerchio e farvi pensare che #potevamofarneameno…o no? 😉

L’unico modo in cui potrei ricredermi su questo oggetto è se fosse stato fatto riciclando vecchi jeans per dare nuova vita a degli stivali. Ma dal momento che dubito che sia stato così e che la produzione del denim continua a mietere vittime per fare queste scarpine delicate ed immettibili, ecco, ce li potevamo davvero risparmiare!

Buon lunedì….

Credits: per questo post ringrazio la segnalazione di Ju LeFunkyMamas che li ha visti e mi ha pensato! Se anche voi mi pensate quando vedete cose brutte e volete rendermi consapevoli degli orrori che ci sono in giro per il mondo pensando che non devo assolutamente perdermeli, SCRIVETEMI!

Ricominciamo dall’armadio: calcoliamo il Closet Mass Index!

Rieccomi tornata anche tra le righe nere e fuxia di Sfashion! Gli articoli sul blog si sono fermati, ma io no, anzi…l’estate è stata ricca di eventi ed iniziative, dal #plasticfreejuly alla #slowfashionseason, ovvero la sfida che 10 milioni di persone hanno intrapreso promettendo di di passare almeno 3 mesi senza comprare niente; il mondo si sta mobilitando e prendendo coscienza di ciò che stiamo facendo al pianeta ed anche il mondo della Moda (pare) sentire la necessità di correre ai ripari. E’ stato firmato qualche settimana fa il #FashionPact da circa 150 marchi e produttori tessili che hanno fissato su carta obiettivi tangibili che l’industria della moda si impegna a portare avanti per ridurre il suo impatto ambientale. Il patto verrà dato ai leader del G7…sperando che non sia l’ennesima mossa di marketing! Ma oggi ricominciamo da noi…;)

Le piccole azioni quotidiane ed i cambi di abitudini sono quelli che possiamo maneggiare e controllare meglio…e lo so che nel frattempo milioni di persone continuano a fare cagate, ma vogliamo noi essere menefreghisti e continuare ad agire ignorando le conseguenze delle nostre azioni? SI, diciamo che a volte sarebbe più semplice, ma NO, certo che non vogliamo! Ecco perché quello che vi invito a fare oggi è un gioco, un gioco che non ha niente a che vedere con le follie del riordino di Marie Kondo, ma che aiuta a prendere coscienza di noi (e la relazione che abbiamo con il mondo)  attraverso la composizione del nostro armadio! Mai sentito parlare del Closet Mass Index?

Il Closet Mass Index (CMI) è uno strumento ideato dagli studenti Hello Goodbye dell’Amsterdam Fashion Institute che vuole invitare a dare un’occhiata onesta al proprio armadio. ONESTA! Si tratta di suddividere, mentalmente e fisicamente, il guardaroba in segmenti che ne specifichino la provenienza:

ABITI NUOVI (acquisti di capi nuovi. Qui a fare i pignoli potremmo fare una categoria con i capi comprati nelle catene di fast fashion, ma come inizio lo possiamo anche evitare)

ABITI USATI/SECONDA MANO (acquisti seconda mano o abiti usati)

ABITI MODA SOSTENIBILE/FAIR FASHION (capi nuovi acquistati da marchi etici/slow fashion)

ABITI REGALATI/SCAMBIATI (regali o capi scambiati con amici, parenti, swap party&Co).

NUMERO TOTALE PEZZI

NUMERO DEI CAPI MAI INDOSSATI (quelli ancora con il cartellino, quelli che non indossiamo più da almeno 5 anni, quelli che ci siamo messi una sola volta e poi basta)

(Io a queste voci ho dovuto mettere una a parte FATTI DA ME, che può andare bene per capi che confezionate voi o mamme/nonne/zie).

I risultati potrebbero essere sorprendenti! 1-per la quantità di oggetti che possediamo! 2-per la quantità di oggetti che non usiamo e che teniamo lì ad appesantirci; 3-per la quantità di cose che ci eravamo dimenticati; 3-per il fatto che in realtà possediamo tutto e di più e che l’atto di comprare spesso cose nuove non ha quasi MAI a che vedere con la reale necessità, bensì con l’EGO (ma qui apriremo un post a parte)!

Ecco, questo esercizio, oltre a mettere in ordine l’armadio, aiuta ad avere una prospettiva trasparente su COSA C’E’ dentro, su cosa realmente indossiamo e su cosa è lì a prendere posto senza mai essere portato fuori a prendere aria! Poverini! Passare attraverso l’armadio è un atto di consapevolezza durante il quale capire cosa tenere e cosa donare / vendere / trasformare perché non si adatta più alla nostra personalità o non ci rende più felici. E farci sbattere, numeri alla mano, nella quantità di cose che GIA’ possediamo…che sono sempre di più di quelle che servono! O_o

Da questa idea si sta sviluppando anche una App, nella quale inserire i parametri sopra elencati affinché i consumatori possano valutare quanto sono sostenibili o circolari i loro armadi, quanti capi hanno, ecc. In un secondo momento la solita app sarebbe in grado, una volta entrati in un negozio, di consigliare quali capi comprare e quali no! Un piccolo grillo parlante saggio appoggiato sulla spalla, una Morgatta virtuale che vi dice che non avete veramente bisogno dell’ennesimo paio di jeans…una coscienza scassacazzo portatile e formato digitale ;P App a parte, prima del cambio di stagione, prima di farsi prendere dai must have dell’ultima ora e prima di correre al centro commerciale per una giornata di shopping folle, alla prima domenica di pioggia, dedicate un’ora a calcolare il vostro CMI…sarà divertente…o comunque illuminante! Questo il mio…

(ovviamente solo del guardaroba estivo che l’invernale ce l’ho in Italia). Poteva essere meglio, ma mi sto impegnando 😉  Chi è pronto ad impegnarsi con me? (se volete condividere il vostro #closetmassindex taggate #sfashion_cmi sul vostro report su IG, no giudizi, solo confronto e condivisione fino al CMI del prossimo settembre 2020)!

Se poi ve la sentite…questa un’altra iniziativa che potrebbe essere utile supportare! O no?

 

Buccia di Banana/Dai 90 con furore: quella t-shirt sotto ai vestiti!

Le mezze stagioni…mah, che confusione! Forse non esistono più, forse non sono mai esistite, forse il cambiamento climatico ci sta imponendo un adattamento rapido ai cambi repentini. In ogni caso abbandonare gli abiti prettamente estivi è sempre un dramma…ma non c’è problema, con la storia dei “livelli” la Moda ha risolto e sdoganato il problema. Questo accadeva negli anni 90, questo accade oggi con un trend vecchio quanto Friends e Beverly Hills 90210 che si ripropone sui nostri schermi come i cinepanettoni di Natale…

La combinazione t-shirt/vestito me la ricordo benissimo, credo di averne abusato in gioventù quando non riuscivo a mettere da parte i miei vestitini colorati a favore di maglioni pesanti&Co. E’ un gioco al trovare soluzioni creative per continuare a far vivere l’estate almeno nel guardaroba e visto che le stagioni non esistono più, tanto vale approfittare e avere un 4 stagioni con tutto sempre a portata di mano, no? La t-shirt, meglio se bianca e girocollo, diventa così un passepartout da infilare sotto a qualsiasi vestitino estivo, meglio se smanicato, perfetto per gli abiti a sottoveste che, dicono quelle BRAVE “…diventa l’outfit ideale per il rientro in ufficio per l‘Autunno 2019Il tutto è geniale anche perché risolve il problema di quale reggiseno indossare sotto l’abito con le bretelline“. Già…i così detti due piccioni con una t-shirt! 😛

Senza esagerare, però! O_o Il trend impone quasi sempre il bianco sotto a vestito nero, ma sono possibili anche varianti con maglie a righe o nere o con abiti di altro colore, l’importante è che si conservi questo allure tipicamente anni 90…

…dei quali tutti noi di “una certa” abbiamo dei ricordi fantastici…! Il pericolo, a mio avviso, di questo revival è quello di accozzare tessuti e forme prettamente estive con colori ed accessori prettamente invernali, dando vita a quello che le fashion blogger serie definirebbero con orgoglio uno street-style di avanguardia, ma che in realtà pare il gioco degli abbinamenti casuali intra-stagionali nei quali non si capisce un gran che. Come al solito cospargersi di colla e tirarsi nell’armadio avrebbe un effetto VERAMENTE casuale più interessante 😛

Per chi proprio se la sente e vuole strafare, ritornando in ufficio non solo con i vestiti estivi ma anche con un certo effetto sorpresa di capo e colleghi, alla t-shirt può sostituire una camicia, sempre bianca ma assolutamente non basica. Meglio se piena di rouche, volant e svolazzi, che sotto ai vestiti attillati e con le bretelle è la morte sua…

E con questa dose di stile e di ricordi dei tempi che furono vi auguro un buon lunedì…io credo di non essere pronta per questo ritorno, voi?!? 😉

La festa dei single: dalle caverne a Tinder!

Nei tempi dei tempi, all’origine della specie umana, i single non erano una categoria contemplata. Dai dipinti rupestri ci arrivano scene di caccia, orde di bufali che si rincorrono, uomini&donne che si adescano a suon di clavate e grandi festini di amore libero e condiviso. Forse non esisteva nemmeno l’idea di coppia, ma una grande famiglia allargata e senza confini. In tutti i sensi. Poi l’uomo ha sentito la necessità di sistemarsi in comunità organizzate, sono nati i primi villaggi, le capanne erano separate e, se in un principio le donne erano comunque un bene “comune“, con il passare del tempo i legami sono diventati esclusivi…insomma, più o meno!!! Fino a quando c’erano i matrimoni combinati a tavolino ed i promessi sposi, di single nemmeno l’ombra. O meglio, qualche ombra c’era: quelli s-coppiati finivano per fare i preti, i monaci o i pazzi del villaggio.

Eugene De Blaas

In seguito le cose hanno preso una piega diversa, il gioco ha cominciato a farsi vagamente serio per cui le donne andavano conquistate (sì, ancora in maniera mono-direzionale dove era la donna a far finta di fare la preda). Qui vinceva chi era in grado di corteggiare l’amata e strapparle il cuore, dapprima con imprese più o meno eroiche (tornei in cui si faceva a gara a chi aveva la lancia più lunga o caccia al dragone più grosso…sì, questa cosa delle dimensioni è sempre esistita), poi con l’amore intellettuale e romantico sviolinato a suon di componimenti poetici e serenate al chiaro di luna. Lacrime e sospiri durante il Romanticismo hanno lasciato il posto ad una versione vittoriana dove la dimensione carnale e un po’ maiala era segreta ma presente. In questa gara alla conquista i single a volte se la giocavano, a volte si accoppiavano in maniera poco interessata tra di loro, spesso finendo con la sorella zitella di quella bona con cui si era fidanzato il miglior amico. Già, perché ai tempi ci si spalleggiava e quelli soli non venivano mai lasciati soli, ma cercavano di essere tirati in mezzo a situazioni sociali dove potevano avere la possibilità di conoscere qualche dama e porre fine alla loro “condizione“. Come siamo passati dai salotti per i single di retaggio ottocentesco a Tinder non mi è ben chiaro. O_o

In mezzo ci sono state le feste in casa, i matrimoni ai quali mettere allo stesso tavolo i non accoppiati nel tentativo di far nascere amori insospettabili, fino alle cene organizzate solo per gente sola. Ma non finisce lì: dalle cene alle feste fino alle crociere per single, gabbie chiuse dove concentrare esseri umani disponibili, se ne sono viste di tutti i colori; comprese quelle serate tristissime in discoteca dove ti appiccicavano il numero sul petto per farti ricevere messaggi da possibili interessati (oh, mi avessero mai mandato mezzo messaggio!). Qualunque occasione creata ad hoc per riunire i single nella stessa gabbia mi ha sempre generato una vaga sensazione di tristezza. Ecco perché quando la festa si è spostata dal mondo fisico a quello virtuale tramite siti di incontri prima e app successivamente, sempre una gran tristezza mi ha fatto…

Dopotutto è così: i tempi cambiano, le tecnologie evolvono, lo stile di vita varia, l’ansia da prestazione è alle stelle, passiamo più tempo dentro al telefono che dentro ad un bar e quindi le occasioni di incontro diminuiscono drasticamente. Oltre al fatto di non avere più tempo! (questa è la grossa balla del millennio, la scusa migliore che la società potesse offrirci per non fare un sacco di cose). Nelle grandi città poi…”Tutti hanno Tinder“! Che vuoi, la distanza, il lavoro, i ritmi frenetici, come ti fai ad incontrare? A volte penso che basti alzare la testa e guardarsi intorno anche solo prendendo la metro, sbattere nel carrello di fronte al supermercato o iniziare a parlare con il compagno di boxe in palestra. Un approccio decisamente vintage ed impegnativo in confronto alla possibilità di sfogliare il catalogo di postalmarket comodamente svaccata sul divano o seduta sul cesso a qualunque ora del giorno e della notte. L’App da 60 milioni di utenti (!!!) esiste dal 2012. Amiche e amici la usano da tempo, qualcuna ci ha trovato fidanzato, un’altra addirittura il padre di sua figlia. Le mie amiche me la consigliano dal 2016 (perché mi vogliono bene). La MIA amica mi ha aperto un profilo un mese fa. E da lì ho iniziato il mio osservatorio sociale: sono andata alla festa per single virtuale!

Scetticismo, cinismo e completa assenza di aspettative (oltre al sentirmi fuori luogo e anche un po’ idiota) sono stati il mio mood di accompagnamento in questo mese durante il quale ho sfogliato l’album di figurine degli omini registrati sulla app in un raggio di km abbastanza circoscritto (vivo su un’isola al momento)! La situazione è tragicomica! Se uno dovesse effettuare la propria scelta solo dalle foto saremmo nel gatto: si parte da quelle sfuocate nelle quali non si vede assolutamente niente (voglio dire, cosa ce la metti a fare?), alle foto di tramonti e paesaggi (sì, ma te che faccia hai?), alle foto di uomini con una maschera in faccia (ma davvero?!?), alle foto di quotes o meme stupidi trovate in rete (se poi sotto mi scrivi una frase a caso di Oscar Wilde abbiamo completato il trittico della banalità-avanti il prossimo!). Chi ha il coraggio di metterci la faccia ci mette un autoscatto fatto malissimo nel quale il volto è distorto in una smorfia degna di un film horror, o un bel selfie al cesso o foto di qualche decennio addietro. Tattiche, dice! Gli uomini si fanno scatti allo specchio degli addominali almeno quanti se ne fanno le donne al culo ed un altro classico intramontabile è la foto del pacco avvolto da slip o costume bianco (costume bianco? Ancora?!?). Qualche giorno fa ho visto anche un pisello nudo (ma sono ammessi?). Inutili foto di spalle vanno di pari passo con quelle con la moto e con il cane. Il 90% hanno un cucciolo e lo mostrano con fierezza (io, per scelta, preferisco chi ha foto di felini, una nicchia che riduce notevolmente il mio bacino di utenza, maledetta gattara)! In generale l’immagine fotografica è scadente e non invitante, un errore di marketing e comunicazione in piena regola: voglio dire, il gioco inizia lì, ti vuoi curare un attimo l’estetica?!? Ho passato diverse ore a sfogliare profili e correggere mentalmente gli errori, deformazione professionale, oltre a farmi grosse e grasse risate. Forse potrei propormi come consulente di Personal Branding per App di Incontri…magari svolto! 😛

E le foto sono solo l’inizio. Anche sul copywriting ci sarebbe da rimettere mano. Le mini descrizioni meriterebbero un articolo a parte; dal “sono un ragazzo normale” (che mi fa paura) ai filosofi moderni che sparano perle di saggezza e banalità copiate dai Baci Perugina; chi cerca di fare il brillante e chi invece è antipatico fin dall’inizio con “astenersi rompipalle, nane e fashion bloggers” (davvero? Ma chi te lo mette il cuoricino a te!). Gente che mette subito in chiaro le cose “I’m here for sex and no complication” o “Coppia in vacanza cerca ragazza per triangolo senza impegno. Abbiamo un debole per le tettone” o ancora “Sono sposato, voglio solo distrarmi. Se la cosa ti disturba gira a sinistra*” *sinistra=no like. Chi non ha voglia di condividere troppe informazioni si limita a mettere altezza (???) e segno zodiacale (ho scoperto essere un dettaglio fondamentale). E sul segno zodiacale è nata la prima conversazione con un tipo discreto, istruttore di yoga francese che vive a Ibiza, il primo con il quale ho “matchato“. Convenevoli formali e di circostanza, niente di brillante ma nemmeno noiosi, fino a quando mi chiede il segno zodiacale:

-“Toro

-“Ah…io sono Vergine. Toro e Vergine non vanno d’accordo” (ma davvero? Manco mi chiedi l’asecendente? Principiante!)

Fine della conversazione, fine della conoscenza! O_o

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Il bello del digitale è che da dietro lo schermo te la cavi con poco. Una cazzata, una scusa banale, levare il like e nel giro di un secondo concludi le comunicazioni senza dover dare troppe spiegazioni. Forse parte del successo di questa app è proprio la facilità apparente con la quale ci si connette e disconnette in tempi rapidi. Senza implicazioni. Senza metterci la faccia. Senza nemmeno metterci troppo impegno. Puoi chattare per ore senza mai fissare un appuntamento (o disdirlo all’ultimo minuto con un “mi sono addormentato sul divano”) o scambiarti quattro battute prima di “Vieni nel mio albergo e ci divertiamo un po?” (minchia, ma un po’ di galanteria e preliminari verbali no? Ho conosciuto camionisti più romantici e delicati). Tutto molto facile. E veloce. Nel male ma anche nel bene. In questi 30 giorni di prova ho incontrato fuori dalla App due persone, il Diavolo e l’Acqua Santa, due esseri umani agli antipodi. Uno che vive sull’isola, l’altro in vacanza da solo in cerca di compagnia senza implicazioni. Con entrambi gli scambi sono stati brillanti e non pallosi, nessuno dei due mi ha offerto massaggi in camere d’albergo e tra il dire ed il vedersi dal vivo è passato molto poco tempo. Come quando incontri uno al bar, ti scambi il numero e poi ci esci a prendere una birra. Sembra quasi normale, se non fosse che ti sei conosciuto dentro ad un telefono…lo so, sono retrò, ma questa cosa ancora non mi suona. Eppure ai tempi della tecnologia vale tutto e anche l’amore può arrivare da dietro ad uno schermo. Al momento non ho trovato nessun amore, ma ho avuto modo di conoscere due persone piacevoli che molto probabilmente non avrei mai incrociato sulla mia strada reale. O forse sì…magari in un altro luogo, magari in un altro momento. Forse Tinder è solo un altro luogo dove poter fare conoscenze, forse Tinder è il nuovo bar! Solo che stai a testa bassa a sfogliare un album di figurine dalle pagine infinite…e magari ti perdi quello buono che sta prendendo il caffè al tavolo accanto 😉

…insomma, a me le feste per single (reali o virtuali) mi fanno un po’ sfigato! 😛 Voi che dite?

Buccia di Banana/Uno sguardo all’autunno

Bentornati! Mi sono presa un mese di pausa senza fare particolari annunci, chiedo perdono. Non era premeditato, è successo e basta! 😉 Anche le penne più assidue ogni tanto hanno bisogno di rinfrescarsi le idee e così è stato. Ma adesso si ricomincia alla grande. Ogni anno penso di chiudere questa rubrica…poi non ce la faccio, vedo troppe cose brutte in giro e la voglia di condividerle è sempre tanta. 😛 Evolveremo, ci saranno novità e conferme, ma la buccia di banana continuerà ad accompagnarvi nella settimana illuminando di orrore i vostri lunedì. Bentornati a noi…

Tento di essere sempre aggiornata sui fatti e sopratutto sulle ultime tendenze del momento. I mostri estivi li abbiamo già visti tutti in giro sulle spiagge di tutto il mondo, ma avete sbirciato un po’ cosa ci aspetta per il prossimo autunno/inverno? Piccole conferme e grandi novità, a partire da due capi IMMANCABILI (che tutti già possediamo nel nostro armadio): jeans&camice! Ma mica jeans qualunque e la solita camicia bianca…

Destrutturata, asimmetrica, minimal ma con l’effetto “hanno tentato di strapparmela di dosso ma io c’ho messo un punto e regge lo stesso“. Di impatto e comoda. Sopratutto da indossare sotto ai maglioni (vorrete mica uscire in inverno con quei buchi sulle spalle? Via, ormai c’abbiamo un’età!)

Hai detto fiocco? No, perché ora basta con questo vedo-non-vedo, con i papillon accennati e con i fiocchini timidi. Se ci mettiamo il fiocco, facciamolo vedere! Anche in questo caso la comodità fa da padrone: come tovagliolo o fazzoletto per il naso è perfetto e sempre a disposizione!

Contro la noia e la vita che ti sta stretta, la camicia oversize e a sbuffo è perfetta! In questo caso è da prendere ispirazione completa del look dove strizzature e volumi che esuberano in ogni lato sono il vero appunto di stile da segnare sull’agenda. La scarpa a sacchetto credo che sarà la mia preferita per la prossima stagione 😛

Il glam un po’ rinascimentale, un po’ rock e un po’ barocco è di nuovo in mezzo a noi. Anche in questo caso da notare i dettagli: elastico per capelli in fondo ai pantaloni per creare un simpatico effetto a sbuffo (io lo facevo quando ero giovane per non farmi l’orlo ai jeans che ero bassa e li rompevo sempre tutti) e l’accessorio definitivo che fa la differenza. Non te lo vuoi mettere un collarino con spunzoni effetto pit-bull arrabbiato?

Il dettaglio dell’elastico in fondo si ripete anche in quelle che sono le tendenze denim. Il boyfriend, ovvero jeans largo, chiaro chiarissimo quasi bianco, con effetto vestito del clown, così da poter essere indossato con i tacchi senza pericolo di inciamparci dentro. Geniali, no?!?

Sbuffano anche i pantaloni, questa volta dagli stivali che regalano ai jeans larghi un simpatico effetto zampognaro del presepe napoletano. Tasconi anni 90 ed il color nero slavato ci ricordano che le tendenze stanno passando dal 1995 ai 2000. Inesorabilmente ripercorriamo il corso della storia, della moda, della nostra gioventù…passi in avanti mai, eh? 😉

Non può mancare la zampa. Di elefante, naturalmente. O anche di elefantone, se particolarmente grande ed ingombrante. Oversize sembra essere la parola chiave del prossimo autunno/inverno. VOLUME. Come quello del doppiopetto chiaramente di due taglie più grandi. Perché essere ingolfate è bello. Sicuramente FASHION! E non aggiungo altro, vostro onore. Se non che per le amanti dei volumi più contenuti sono tornati anche i jeans a sigaretta. O_o

Ma un po’ per volta, che qui siamo ancora a fine agosto! Buon inizio settimana…

Vintage Tour Vol. #6: 30 anni di Pitti Uomo e 200 anni di moda maschile

di federica pizzato

Vi ho già parlato qui di una piccola parte del mio viaggio a Firenze dedicata al Museo Ferragamo. Il mio desiderio di scoprire piccole/grandi parti di storia della moda però non era ancora stato pienamente soddisfatto, così ho trascinato tutta la famiglia a Palazzo Pitti, al Museo della Moda e del Costume, una vera istituzione! In questo periodo e fino a fine settembre, le sale del secondo piano del palazzo fiorentino ospitano “Romanzo breve di moda maschile”, la mostra che mette in scena trent’anni di moda uomo, dal 1989 a oggi, visti attraverso la lente di Pitti Uomo (la fiera di settore che due volte l’anno si tiene proprio a Firenze negli spazi della Fortezza da Basso).  Pagina dopo pagina Olivier Saillard, l’illustre curatore di questa esposizione, ha raccontato la storia e l’evoluzione del menswear incrociando il Made in Italy con i Guest Designers, i talenti della moda della scena contemporanea internazionale con le esperienze della grande imprenditoria dell’abbigliamento.

Un mondo quello della moda maschile che nel corso degli ultimi due secoli è cambiato radicalmente nel XIX secolo e fino alla prima metà del XX secolo l’uomo era vestito in modo serio e rigoroso: abito scuro, pantalone rigido e colletto alto per sottolinearne la rettitudine in contrapposizione alle frivolezze e agli eccessi delle donne. Con il passare degli anni però, anche la moda uomo riesce pian piano a dare spazio al piacere di apparire e non solo al pragmatismo.
In principio fu la moda “zazou” degli anni ’40 e poi a ruota le nuove tendenze giovanili: teddy boys, hippie, freak e punk. Ma è a partire dagli anni ’80 che avviene nella moda uomo un cambiamento radicale: agli uomini viene riconosciuto al pari della donna il piacere dell’aspetto e dell’ornamento.

Dal 1972 Pitti Uomo ha documentato queste evoluzioni, e in particolare dai primi anni ’90 è stato un evento pionieristico in tutti i sensi: nel 1990 a Pitti Immagine fa la sua comparsa Vivienne Westwood (che è da tutti i ’70 che si prodiga per sconvolgere l’establishment e le convenzioni sull’abbigliamento); l’anno successivo è la volta di Jean Paul Gautier, altro provocatore che gioca con i suoi abiti sul maschile/femminile. Nel 2000 è Hedi Slimane a riprogettare la silouette maschile dettando gli estremi per un nuovo immaginario nel menswear tra ambiguità e perenne giovinezza. Negli ultimi 10 anni, complice un’ormai conclamata crisi, grazie ai millenial nascono nuove forme di possesso come il dress renting. Oggi, quasi nel 2020, si ritorna al classico. Come? Lo scopriremo solo vivendo!

In mostra ci sono i capi dei fashion designer e dei brand che hanno dato vita agli eventi speciali di Pitti Uomo dal 1989 al 2019 – quando possibile con un look della stessa collezione presentata a Firenze – insieme a una selezione di capi di aziende espositrici del salone che, con le proprie presentazioni speciali, hanno ugualmente caratterizzato questo periodo di tempo, per un totale di circa 110 brand. Un capitolo importante di questo “Romanzo Breve” sarà la costituzione di una vera e propria collezione di moda maschile: la Collezione di Moda Maschile della Fondazione Discovery, che sarà donata al Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti.

In ogni stanza ci accoglie un libro dal formato fuori scala, delicato e gigantesco. Pagina dopo pagina, la mostra traccia, con pudore o a grandi titoli, in formato pop up e leggero, le diverse correnti della moda maschile di Pitti Uomo.

Di questa mostra/racconto, sono tante le cose che mi hanno colpito, soprattutto l’atmosfera ricreata dall’accostamento di frasi di libri celebri e abiti. Una scelta che regala alla visita un atmosfera tutta particolare e la voglia di scoprire cosa c’è dopo anche a un neofita della moda (come ad esempio il mio compagno ingegnere musicista!). Bellissimi anche gli accostamenti tra capi contemporanei e capi del ‘700 – ‘800, esempio lampante di come gli elementi ritornino così simili da far riflettere e sorridere. Dovrei poi nominare, decine di abiti, di stilisti e di autori per dirvi quanto di bello c’era. Mi limito a lasciarvi tra queste righe qualche foto che ve lo può fare intuire e a dirvi che vale la pena entrare a Palazzo Pitti, salire qualche gradino, attraversare i rossi corridoi del secondo piano e lasciarsi trasportare dagli eventi!

Vi lascio con la citazione che mi ha colpito di più di questa esposizione dalla sala intitolata Cronache Illustrate: “Siamo stati dominati dal dispotismo di un solo colore che in realtà non lo è, e ciò era assurdo perché l’arte che anima le creazioni della moda può avere delle preferenze, ma non deve mai escludere. Secondo noi, poi, si è più vestiti, nel senso cerimonioso del termine, con un abito di fantasia – come si dice – che con l’uniforme nera, troppo a lungo indossata.” Barbey d’Aurevilly, Le costitutionnel, 15 ottobre 1845.

Buccia di Banana/Un’estate con il telefono

Il telefono, anzi, lo smartphone, è diventato un’estensione dell’essere umano. Un arto che ci portiamo in giro e del quale (sembra) non possiamo fare più a meno. Come un braccio, però più corto. In nessuna occasione. Nessuna. Alle cene, in palestra, in situazioni romantiche, private (aiuto!), alla guida e pure al mare. Se ne vedono di tutti i colori. Eppure ci sono situazioni che sono dei grossi scivoloni, di stile…e pure di sicurezza!

1-IN MARE CON IL TELEFONO! Un conto è portarsi il telefono in spiaggia, un conto è portarselo NEL mare. Con custodia o senza, farsi il bagno con il telefonino dietro è nella top 3 degli scivoloni…voglio dire, a meno che non siate nella spiaggia dei maialini, dove almeno ha un senso rischiare la vita del telefono per fare delle foto a qualcosa di originale, io eviterei di portarlo appresso dentro l’acqua. La scena dell’essere umano che scavalca gli scogli pericolosamente ricoperti alghette scivolose con le mani in alto, perché guai se si bagna il telefono però se casco e batto una musata* (*toscanismo per “colpo in faccia”) non fa niente, è ridicola. Così come sono ridicoli gli esseri umani che fanno finta di fare il bagno ma che in realtà si limitano a stare in acqua a farsi e farsi fare le foto, infastidendosi addirittura se qualcuno, nuotando, osa sollevare pericolosamente delle gocce d’acqua in direzione smartphone. Insomma, non ce la facciamo a goderci nemmeno il mare in santa pace.

2-GUIDANDO IN TELEFONO-VISIONE! L’idea della multa evidentemente non spaventa abbastanza. Nemmeno la possibilità di spiaccicarsi dentro ad un palo mentre conducendo il proprio veicolo si pensa bene a pubblicare storie, fare dirette o scattarsi le foto in movimento. L’auto è un altro dei posti pericolosi dove il telefono dovrebbe essere lasciato in borsa, eppure non se ne esce: anche alla guida succede di tutto. Gente che si ferma in curva per scattare una foto, chi si pianta ai semafori perché sta rispondendo ad un post mentre dietro le macchine si spazientiscono, chi inchioda pericolosamente per guardare chi ha messo un like. Follie che si susseguono. Vizi pericolosi. Perché se invece del palo c’è una persona, con il capo chino sul suo di telefono,  poi si fanno i danni seri…

3-TRAMONTI AL SAPORE DI SMARTPHONE! Il tramonto è un post che non può mancare nell’album delle vacanze. Ma vi siete mai guardati intorno durante un tramonto a vedere chi guarda il sole dal vivo e chi lo guarda da dietro ad uno schermo? Qui a Ibiza è impressionante: nella zona dei sunset bar quando il sole inizia a scendere  le mani ed i telefoni cominciano a salire. Tra scatti e riprese, se per caso sei in seconda linea, l’orizzonte è composto di scatolette e schermi sollevati al cielo. ‘Sto povero tramonto, in realtà, non lo guarda più nessuno. Sono tutti troppo impegnati ad immortalare ogni singolo passaggio del sole, che in realtà si butta a mare perché è disperato e avvilito da questa situazione. Poverino…:(

4-MOMENTI ROMANTICI UN PO’ PER TUTTI. Anche il romanticismo è tale solo se condiviso. E la spiaggia è un ottimo scenario per riprendere effusioni salate e rotolamenti vari tra sabbia e dune. Le pomiciate estive funzionano per appagare il voyerismo di chi rimane a casa, per far sapere alla collega rosicona che quest’estate avete imbroccato e per spararsi le pose in due invece che da soli. Ogni singolo momento viene immortalato, la spontaneità dei gesti e delle azioni passa in secondo piano rispetto all’inquadratura giusta. Solitamente è LEI che incalza per questa pantomima, ma LUI quasi sempre acconsente, vuoi per garantirsi la dose di effusioni notturne, vuoi perché in fondo gli piace. Tanto che spesso è lui che accarezza il sedere della compagna con il telefono nell’altra mano. Ma è così palloso pomiciare lontano dagli schermi?!?

Potrei andare avanti ad oltranza, passando dal ristorante all’aperitivo, dall’ora di colazione a quella di cena, ma il dato di fatto è sempre il solito: il disperato bisogno di condivisione costante ci ucciderà. O comunque ci alienerà dalla realtà. Tanto che il tanto decantato “qui&ora” si tramuterà in un’interminabile storia online. O_o E qui la domanda sorge spontanea: che fine ha fatto la privacy?!?

L’ho fatta tragica, voi che dite? Buon lunedì…

Vintage Tour a Firenze vol. #5: Il museo Ferragamo tra storia della scarpa e sostenibilità

DI FEDERICA PIZZATO

Per la serie “chi l’ha detto che con i bebè non si può fare più nulla?”, io e il mio compagno siamo partiti alla volta di Firenze con la nana di 7 mesi; dentro al viaggio di 4 giorni abbiamo infilato due concerti internazionali e, cosa molto più interessante e pertinente per questa rubrica, la visita a due musei pilastri per la storia della moda. Il primo di cui vi parlerò è il Museo Salvatore Ferragamo. Erano anni che avevo voglia di visitarlo e quest’anno, per alcune fortunate coincidenze sono riuscita ad esserci e a trovare all’interno anche una mostra sulla moda sostenibile!

Il Museo Salvatore Ferragamo è stato inaugurato nel lontano 1995 (epoca in cui ancora di musei aziendali si parlava ben poco) i suoi archivi raccolgono una collezione di oltre diecimila modelli di calzature create da Ferragamo in quarant’anni di attività, dagli anni Venti al 1960, anno della sua morte. Il calzaturificio fu fondato per l’esattezza nel 1927, quando Salvatore Ferragamo, di ritorno dagli Stati Uniti, lo creò (se non la conoscete vi consiglio di leggere la sua storia!).

 

Dei diecimila modelli di scarpe in archivio in questo momento si può ammirare una piccola selezione, ispirata e selezionata per il tema centrale della mostra che è attualmente ospitata nelle sue sale, Sustainable Thinking. Ferragamo infatti fu uno dei pionieri dell’utilizzo di materiali poveri per realizzare capolavori di moda e artigianato. In particolare, negli anni ’40, quando la guerra imponeva una forzata ristrettezza nei materiali, Ferragamo brevetta una calzata particolarmente comoda e rimpiazza i tacchi alti con eccentriche piattaforme in sughero dozzinale ricoprendole di ritagli di camoscio colorato facendole diventare calzature esuberanti e mai viste che conquistano star del calibro di Carmen Miranda e Betty Gable. Oltre al sughero Ferragamo utilizzerà nel tempo altri materiali poveri come la rafia, la plastica, il filo di nylon e il legno. I risultati sono sorprendenti e straordinariamente contemporanei e, nonostante io conosca questa storia da tempo, vedere da vicino certi modelli è stata per me un’emozione fortissima! Uno dei miei modelli preferiti è un sandalo del 1939 con mascherina e cinturino alla caviglia in capretto dorato e argentato e l’inter-suola in sughero a tre strati ricoperti di bachelite e capretto. Il tacco trasparente di bachelite rende visibile le corde d’unione tra tacco e inter-suola! Un’opera d’arte iper contemporanea! Avete presente Carry Bradshaw che entra nella sua cabina armadio e gli angeli cominciano a cantare?!

Cambiando sala la musica degli angeli forse si è calmata ma il museo non ha smesso di regalarmi piacevoli sorprese. Con Sustainable Thinking, in programma fino a marzo 2020, potrete immergervi nella sostenibilità declinata in tutti i suoi aspetti: in mostra, artisti, fashion designer, aziende produttrici di tessuti e di filati propongono una pluralità di spunti per una progettualità in grado di impiegare le nuove tecnologie senza subirle, declinare il locale con il globale, salvaguardare il nostro ecosistema. Ho potuto toccare con mano nuovi materiali progettati per impattare il meno possibile sul nostro mondo, ammirare tessuti e abiti realizzati con nuovi e vecchi concetti di moda sostenibile (dall’utilizzo dei materiali di scarto, ai processi produttivi ecologici, all’utilizzo estremo della tecnologia) ed infine riflettere davanti ad opere d’arte realizzate appositamente per darci degli spunti e farci fare delle domande.

Mi hanno colpito molto ad esempio gli stivali di Andrea Verdura realizzati in reti da pesca riciclate colorate a mano con pigmenti naturali, suola in gomma di riciclo mescolata con sugherite, soletto in sughero naturale e tacco in legno di cedro, ma anche abiti Ferragamo realizzati in tessuti ricavati dalla plastica delle bottiglie e da pellami riciclati, oppure l’abito di Tiziano Guardini realizzato in seta non violenta/vegana (prodotta senza uccidere i bachi), ed ancora l’abito modulare di Flavia La Rocca che permette di essere indossato in 30 combinazioni diverse.

Tantissime anche le opere d’arte che il tema della sostenibilità ha ispirato, come Acropora, il super abito realizzato da scarti di jeans Levi’s che narra la lenta morte della barriera corallina, utilizzando come parole i punti del ricamo dei jeans, o il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto realizzato con filati di recupero.

Insomma, la ricchezza di stimoli e spunti vecchi e nuovi è stata forte, è stato bello vedere riunite tutte in un unico luogo tante realtà virtuose che andranno a comporre lo scenario che, si spera, tra qualche anno diventerà la norma. Un’immersione in profondità nelle mie passioni e in ciò in cui credo profondamente. Spero di avervi trasmesso un po’ del mio entusiasmo e anche un po’ di voglia di organizzare un tour alternativo di Firenze che non preveda solo Uffizi e Ponte Vecchio. Come sempre aspetto le vostre impressioni!

SUSTAINABLE THINKING, Museo Ferragamo, fino all’8 marzo 2020.

Buccia di Banana/Finestre sul denim

Il denim sembra essere il tessuto più in voga in questi ultimi anni…o forse lo è sempre stato dal giorno della sua creazione. Fatto sta che nessuno si accontenta più di utilizzarlo in maniera utile e lineare, ma stravolgerlo è l’imperativo e la parola d’ordine! Dopo i mutandoni di jeans della settimana scorsa, ecco i jeans con le finestre!!!

Pic from The Sartorialist

Finestre, quindi. Che sono diverse dai buchi e dagli strappi perché, in quanto finestre, hanno perimetri ben delineati e rifiniti che disegnano un’apertura ben precisa che va a scoprire simpatiche parti del corpo. Nel caso di questo primo modello con un triangolone che sovrasta il triangolino è proprio quello che ci mancava per mettere in risalto la pancia (dico io, ma non bastava la vita bassa per questo?!?) e piazzare una bella freccia proprio lì. Originale, sì, ma insomma. Molto meglio, a questo punto, le creazioni di MartinaCox

che se proprio finestre devono essere, finestre siano! Con tanto di tendine!!! 😛

Tendine di diversa forma e dimensione per finestre di varia misura ubicate in zone differenti sia di pantaloni che di magliette, ma soprattutto sul lato B. Decisamente più eleganti degli strappi (O_o), almeno per quanto le rifiniture, hanno il fascino del vedo-non-vedo. L’unica preoccupazione: e se poi il vetro si rompe? Non passerà troppa aria?!? 😉

Buona giornata…con le finestre aperte e la creatività che filtra! 😉