Buccia di Banana/Giorno dei single?

Quando qualche giorno fa mi è capitata davanti una pubblicità di un centro estetico che sponsorizzava una imperdibile offerta per tutti i single in onore della loro “giornata” sono rimasta perplessa. Primo perché l’offerta riguardava uno sconto sull’epilazione definitiva, come dire “spennati che forse acchiappi di più“. E poi perché: giornata dei single? Ma davvero?!?

Davvero! Esiste dal 1993 ed è una trovata dei nostri amici con gli occhi a mandorla, precisamente un gruppo di studenti dell’Università di Nanchino (si, per una volta gli americani non c’entrano)! Il giorno dei single, noto anche come Singles’ Day (e qui intoniamo Beyoncé tutti insieme a squarcia gola) arriva dalla Cina con il nome di  Guanggun Jie, ed è una festa, molto popolare tra i giovani cinesi, istituita per celebrare l’orgoglio di essere single. 😳 E vabbè! La data, 11 novembre (11/11), non è stata scelta a caso, ma perché il numero “1” identifica l’individuo solitario. Peccato che 4 “uni” solitari fanno già un party…Non si capisce poi per quale strano motivo, in Cina questo giorno è diventato quello scelto da moltissime coppie per sposarsi: della serie, voi single e noi coppia! Tiè!

In realtà, come quasi tutte le “giornate” e feste profane (ma anche sacre), la festa è diventata anche una scusa per fare marketing ed incitare allo shopping, sia online che offline. Sul sito di Alibaba si contano introiti per circa 25,4 miliardi di dollari statunitensi e quasi naturalmente anche tutti gli altri Paese si stanno adeguando con offerte incredibili per tutti gli amici single. E io mi domando: c’hai un bollino in fronte? C’è scritto sulla carta d’identità? O in onore della giornata dei single gli sconti lì facciamo a tutti? (Un po’ come quando a San Valentino ci compriamo i Baci Perugina per non sentirsi tagliati fuori?)

In tutto ciò cascano a puntino le dichiarazioni di Emma Watson che, ancora scoppiata all’età di 30 anni e sentendo intorno a sé una certa pressione (Cara Emma, aspetta di arrivare a 40 quando la gente ti comincia a guardare come una povera derelitta) ha coniato la sua personale definizione della storia: non sono single, sono self parented! «Ci è voluto molto tempo, ma ora sono felice di essere single. Questo stato lo chiamo “self parented”» Ovvero felicemente relazionata con me stessa…che messa così nella nostra lingua mi fa ancora più sfigato di quella che si è sposata con se stessa! 😳 O come mai non ce la facciamo a stare come stiamo senza bisogno di un’etichetta per forza?!?

Forse c’è ancora bisogno di spezzare mentalmente l’equazione che single=infelice. Che forse c’è chi lo sceglie. Che forse è una situazione temporanea o semplicemente desiderata. E sicuramente che non è una malattia (anche perché al momento avrebbe colpito il 55% della popolazione e sarebbe quasi un’epidemia)! 😜 Insomma, la giornata dei single è una trovata commerciale. Emma ha fatto una bella operazione di marketing. Ma se è una scusa per parlare di libertà allora ce la facciamo andar bene vai…ma se mi fate gli auguri mordo! 😘 Buon lunedì

Vintage revolution: gli accessori per l’autunno inverno

di federica pizzato (VESTITI AL VENTO)

Non so voi ma io quando l’autunno incede comincio immancabilmente a pensare che mi serve un paio di scarpe! Sarà perché ad ogni inizio d’anno scolastico mamma mi accompagnava a scegliere le nuove scarpe da ginnastica che sarebbero state le compagne di vita quotidiana per tutta la stagione e oltre?! Beh io queste amiche continuo a cercarle ma le cerco sfiziose, con il tacco ma che sia comodo e magari da abbinare a qualche altro bell’accessorio! Si, ma quanto spendi? Che domande ragazza, sono Vintage!

Le decollettè seventies in pitone con zeppa

Scovate in un magazzino polveroso, tra una miriade di altri oggetti assurdi, queste scarpe mi ricordano sempre le prime working girls degli anni ’70 con i vestiti svolazzanti nei toni del marrone magari con un bel fiocco al posto della cravatta! Oppure con i pantaloni palazzo in velluto o lana ed una bella blusa leggera a contrasto. Io mi immagino incedere a passo svelto e sicuro vestita così ed è subito girl power!!

La scarpa anni ’60 da sera in raso

Tutt’altro mood e genere invece per le scarpette in raso a punta con tacco sottilissimo e basso. Sono incantevoli, raffinare e hanno la particolarità di avere l’applicazione sul davanti removibile (praticamente due scarpe in uno!) queste gioielline degli anni ’60 mi fanno venire in mente una serata a teatro con il tappeto rosso e le tende pesanti tono su tono. L’abito potrebbe essere un classico tubino ma anche qualcosa di più scintillante oppure, un jeans a sigaretta potrebbe subito sdrammatizzare il raso per riuscire a portare le preziose scarpette da cenerentola anche di giorno!!

Il secchiello anni ’80

Il secchiello, diciamolo, è Trussardi ed è un’icona senza tempo! Io lo trovo sportivo e comodissimo da portate ad una spalla ma anche come zainetto. Va da sé che una borsa così mi sembra più adatta alla vita di strada che a un gran galà ma allo stesso tempo ha la giusta raffinatezza per accompagnarci dalla mattina alla sera. Che ne dite?

Verde bon ton di giorno

Un colore insolito per dare colore alle grigie giornate autunnali! Il tacco squadrato (sempre anni ’70) è abbastanza comodo per cui via di pantaloni comodi e gonne sbarazzine e di colori anche per gli outfit da abbinare. Un esempio? Un bel melanzana 🙂

Che ne dite? Vi ho ispirato? E a voi, come piace camminare?? Fatemelo sapere e venitemi a trovare sui miei account Instagram @pizzatina e @vestitialvento

Buccia di Banana: Campagne Fashion: why? #21

Mentre i miei allievi del master di Fashion Styling sviluppano concetti interessanti con un contenuto sociale ed un’estetica accattivante, in giro i marchi di moda spacciano ancora pubblicità di dubbio gusto, banali, monotone e all’apparenza vuote. Io mi impegno, però, per leggerci qualcosa di buono lo stesso…;)

BRAND: BARBOUR / CAMPAGNA: FELICITA’ E’ UN PEZZO DI LEGNO

LS_Barbour_S033F18 001

La felicità è nelle piccole cose. O insomma, anche se non sono piccole, almeno sono semplici. Come una tazza di caffè la mattina, come un tramonto, come una giornata di pioggia passata sotto le coperte con un bel libro in mano, come abbracciare un tronco di legno…eh, sì, avete mai sentito parlare della tree therapy? Pare che abbracciare gli alberi sia un toccasana contro lo stress. Abbracciare i tronchi tagliati non lo so, ma in ogni caso fa figo! Lei comunque è felice perché il tronco lo sta portando dal Geppetto del paese che lo trasformerà nel suo Pinocchio personale. E non avrà solo il naso lungo… 😛 #happinessisapieceofwood

BRAND: MICHAEL KORS / CAMPAGNA: GLAM & PLASTIC

Il camino, il tappeto, i quadri, i fiori…tutto perfetto per raccontare la storia di questa strega di Biancaneve moderna che ha rinunciato al mantello nero in favore di un total look color cammello caramellato. Ma quella bottiglia di plastica a terra stona come un gruppo di amiche ubriache che tentano di emulare Beyoncé al karaoke in un sabato sera piovoso. Il dubbio è se l’hanno lasciata lì di proposito o se la sono dimenticata…#comerovinareunoscattoconunadistrazione

BRAND: KATE SPADE / CAMPAGNA: NON HO NIENTE DA METTERMI

Il vuoto spaventa. L’armadio vuoto spaventa di più e non solo: può causare attacchi improvvisi di panico e depressione! Ma se l’armadio è colorato la situazione sembra più rosea. La ragazza in questione è triste ma è consapevole che, in caso di estrema necessità, potrà usare il rivestimento dell’armadio per creare almeno un altro paio di look…chissà se si è accorta che ha ancora una borsa e un paio di scarpe sopravvissute alla razzia! 😉 #c’èsemprequalcosadamettersi

BRAND: BRUNO MAGLI / CAMPAGNA: TELENOVELA STYLE

Ciak, si gira! La vita reale non è mai stata tanto fashion, fotografata, ripresa e condivisa in ogni singolo momento. Se aggiungiamo un po’ di glamour, una posa plastica ed uno stacco di coscia nuda (che non fa mai male), ecco che otteniamo la pubblicità perfetta. Già vista e rivista. Io a questo punto riporterei in auge il fotoromanzo come forma di comunicazione moderna. Ma la posa naturale e coinvolta di lui, ne vogliamo parlare?!? #menoposeplastiche

BRAND: J WANDERSON / CAMPAGNA: DA SOTTO SEMBRIAMO TUTTI VESTITI MEGLIO

Il cambio di prospettiva cambia tutto. E’ il segreto della vita, guardare le cose da un’altra ottica perché assumano un significato diverso. Rivelazioni, dal basso in questo giro! Ed effettivamente visto da qua sotto questo completo sembra quasi bellino, perché si percepisce l’insieme ma in realtà non si vede un cazzo! Fotografia ad effetto senza andare nel dettaglio. Ottimo trucco 😉 #vistidasottosiamotuttivestitimeglio

Buon lunedì, da qualsiasi prospettiva lo stiate guardando…

Oltre il greenwashing: le prese di culo (impariamo a controllare)

Quando di qualcosa se ne inizia a parlare tanto, spesso finisce che se ne parla in maniera impropria e senza cognizione di causa. Eppure a tutto c’è un limite. Con il termine “greenwashing” si definiscono tutte quelle finte iniziative “verdicon le quali le aziende si sciacquano la bocca e le mani in nome della sostenibilità ma che in realtà sono solo fumo e polvere colorata lanciata negli occhi dei consumatori per distrarli. Insomma, piccole grandi cazzate che sviano lo sguardo dal problema reale; nobili piccole iniziative che non sono nient’altro che marketing allo stato puro! Tipo riporta qui i tuoi capi per riciclarli (e se ne ricicla solo il 5%) che ti facciamo un buono sconto sull’acquisto dei prossimi (capi di plastica prodotti sottopagando chi li fa). Oppure la eco-collection prodotta in milioni di pezzi. Così, c’è dell’Incoerenza e anche un bel po’ di paraculaggine.

Ma la Moda si applica sempre per poter fare di meglio…o di peggio in questo caso. C’è un altro modo subdolo in cui cercano di prenderci in giro sfruttando l’onda della sostenibilità, dell’ecologia e pure del femminismo. Avete presente quelle t-shirt con gli slogan pro-ambiente o con grandi inni all’empowerment femminile?

Un bel messaggio, delle belle parole che fanno riflettere, uno slogan indossabile per diffondere il verbo e aiutare a sensibilizzare. E fin qui non ci sarebbe niente di male. Se non fosse che…

La felpina in questione é di un marchio del gruppo Inditex (Zara&Company per intenderci), disegnata in Spagna, prodotta in Egitto con un bel mix di cotone e poliestere. 😳 Ora: possiamo parlare di Save the Planet e fare centinaia di felpe in poliestere? Per chi si ferma alle apparenze non c’è nessun problema, ma appena si scopre l’inghippo non si può non prendere atto della contraddizione ed incoerenza. O no?

La stessa contraddizione che si legge nelle t-shirt che sventolano slogan femministi ed inneggiano al Girl Power mente parlando di empowerment e solidarietà! Peccato che molto spesso queste magliette donano prodotte da catene che le donne le sfruttano, sottopagandole e costringendole ad orari di lavoro insostenibili. Si vende un messaggio con un retroscena completamente opposto. Si vende una causa senza in realtà sostenerla con un atto pratico.

Nel 2014 fece parecchio scalpore la famosa t-shirt con scritto “This is how a feminist looks like“, parte di una campagna dell’associazione Fawcett che si occupa dei diritti delle donne. Peccato che gli magliette in questione fossero state prodotte in uno stabilimento delle Mauritius dove le sarte venivano pagate meno di una sterlina l’ora, con turni di lavoro di 12 ore e costrette a dormire in piccoli dormitori con altre 16 persone. Insomma…sostegno femminile per tutte o solo per una selezione di donne (quelle bianche, occidentali e medio borghesi?!?).

Ben vengano quindi gli slogan, le iniziative di sensibilizzazione e anche le t-shirt parlanti con messaggi utili all’evoluzione della specie. Ma almeno sinceriamoci che questo sostegno sia fatto in maniera etica e coerente. E senza farci prendere in giro…😉

Grazie a Marylucielle per il suo spionaggio e foto!

Riciclo, riuso e trasformazione: numeri e processi visti da vicino!

Si parla un sacco di riciclo, numerose sono le campagne di vari marchi che invitano a portare in negozio “capi usati” da destinare al riciclaggio in cambio di sconti sui prossimi acquisti (che poi dovranno essere ancora una volta riciclati). Ma vi siete mai chiesti dove vanno a finire i nostri abiti quando smettiamo di indossarli? E vi è mai venuto il dubbio di a quanto ammontano le quantità di rifiuti tessili prodotti ogni anno? A grandi linee si stima che solo dai Paesi dell’Unione Europea arrivino circa 13 milioni di tonnellate di spazzatura tessile! 13. Milioni. Di. Tonnellate. (solo dall’Europa eh) Un sacco di roba, insomma, della quale solo 1/5 viene effettivamente avviato al riciclo e al riuso. Basta fare due conti per capire che tutto quello che non viene smaltito finisce in discarica…o al suolo, con le conseguenze del caso! Ma non facciamo allarmismo incontrollato, andiamo a vedere con ordine e disciplina come stanno le cose e dove possiamo intervenire (sia come consumatori sia come produttori).

Gli amici dell’EPA (Environmental Protection Agency) hanno messo su una scala di preferibilità per la gestione dei rifiuti che funziona più o meno così…

RIDUZIONE: ovviamente la riduzione dei rifiuti prodotti è l’opzione più auspicata da tutti. Per fare questo è indispensabile ri-progettare gli oggetti, pensandoli secondo il principio del design circolare ed ottimizzando il packaging (che pure quello è futura spazzatura). Pensare un capo o un accessorio fin dall’inizio a che fine farà (un po’ come se prima ancora di nascere pensi già a come morire…sì, truce, ma onesto)!

RICICLO e RIUSO: una volta finita la loro destinazione d’uso primaria, è preferibile tentare di riciclare e trasformare i materiali dai quali è composto un capo. Anche per questa opzione è importante progettare bene i capi e scegliere con cura le fibre e gli accessori con cui vengono fatti perché, ad esempio, abiti fatti con fibre miste (tipo cotone e poliestere) sono più difficili da riciclare o in alcuni casi è addirittura impossibile.

RECUPERO ENERGETICO: al terzo posto della classifica si suggerisce di trasformare i materiali in energia grazie a termovalorizzatori o bio-digestori. Praticamente come le bucce di frutta alimentavano la Deloran di Ritorno al Futuro, così alcuni materiali possono diventare energia…

SMALTIMENTO IN DISCARICA: quello che non ce la fa ad essere trattato in altro modo, finisce bruciato in discarica…quando va bene. Quando va peggio è lasciato sotto al cielo a decomporsi allegramente al suolo. E ormai dovremmo sapere che certi materiali impiegano centinaia di anni…

E’ chiaro che per evitare di far finire quintali e quintali di prodotti tessili in discarica è fondamentale pensarli e progettarli bene fin dall’inizio, rivalutando il design in nome della funzionalità non solo nel ciclo di vita ma anche a fine vita. Scegliere materiali giusti e costruzioni che permettano di separarli con facilità, ridurre gli imballaggi al minimo e lavorare con poche o in assenza di sostanze tossiche o pericolose.  Obiettivi non semplici da raggiungere, soprattutto in un campo, quello della Moda, dominato da una forte componente estetica, dalla mutevolezza e cambiamento continuo, reso ancora più estremo dall’avvento del pronto moda che ha settato la vita dei prodotti su tempi ancora più brevi e materiali a decomposizione rapida (talmente rapida che si distruggono dopo appena pochi lavaggi). Sembra impossibile, ma non lo è: basta educare nuove generazioni di stilisti in questa direzione e nuove generazioni di consumatori ad approcciarsi all’abbigliamento in un’altro modo (no bulimia, please!) Non si tratta di diventare dei monaci o proporre i soliti capi in tristissimo cotone bio; bensì portare la creatività ad un livello più elevato, dove l’estetica si sposa con la sostenibilità, andando a limitare quanto più possibile gli sprechi e gli scarti. Più attenzione, meno monnezza 😉

Questa storia dell 3R la sentiamo spesso. Ed è ora di fare chiarezza.

Quando parliamo di RIUSO parliamo di un processo di trasformazione che riutilizza il prodotto senza riportarlo allo stato di materia prima. Praticamente non lo sbriciolano, lo trasformano, utilizzando la creatività per fare qualcosa di diverso con lo stesso materiale. E’ quello che si sente nominare con il termine UPCYCLING, dove spesso quello che viene fuori dopo la trasformazione è spesso più bello ed interessante di quello che c’era prima. Pensiamo alle borse ricavate dai teloni dei camion, le felpe fatte con gli scarti del tagli degli abiti o le scarpe realizzate con reti di pesca.  L’upcycling si può fare con qualsiasi materiale (filati, accessori, capi di abbigliamento, camici da infermieri, tovaglie della nonna, ecc…

Il RICICLO è un processo vero e proprio durante il quale i materiali , una volta giunti alla fine della loro vita, vengono recuperati e rimessi in gioco. E’ una storia vecchia questa, soprattutto nel nostro Paese, che durante i due conflitti mondiali si è trovata costretta a riciclare le materie prime presenti perché impossibile importarle. Nel distretto di Prato, per esempio, l’industria del riciclo dei panni di lana (la così detta industria degli stracci) vanta una storia secolare. Qui, con procedimento meccanico e chimico, vengono realizzati tessuti ottenuti dal riciclo di vecchi capi di lana (rifiuti post-consumo, ovvero i vestiti che non ci mettiamo più) ed anche da spazzatura pre-consumo (ovvero gli scarti ed i ritagli della produzione).

Sia per riciclare che per riusare tutto parte dalla RACCOLTA. E qui entriamo in ballo noi, noi consumatori, che quando decidiamo di volerci sbarazzare di alcuni capi abbiamo diverse opzioni a disposizione: la prima, che io raccomando sempre, è quella di barattare, scambiare o regalare con amici/parenti/conoscenti; se poi vogliamo ricavarci due soldi ci sono anche mercati di seconda mano ai quali si può sempre partecipare o App attraverso le quali vendere in tutto il mondo (sia mai che il vostro scarto possa diventare il tesoro di qualcun altro…)! Il piano B sono le raccolte fatte da organizzazioni (tipo Caritas e simili), i punti di raccolta direttamente nei negozi di alcuni rivenditori o cassonetti per la raccolta di abiti usati (da verificare l’ente, perché a volte non appartengono a circuiti ufficiali ma a truffaldini illegali). La parte destinata al RIUSO viene selezionata, igienizzata, ricondizionata e rimessa in circolo o nei negozi di seconda mano o tramite iniziative umanitarie. La parte destinata al RICICLO subisce diversi passaggi: prima i capi vanno smontati (sì, manualmente), separando accessori come zip e bottoni, poi scuciti e poi trasformati in stracci. Successivamente vengono suddivisi a seconda della composizione fibrosa e divisi in lotti per colore; poi passano in una macchina che tecnicamente li sfilaccia riportandoli alla forma del fiocco (fibra) originario. Da qui possono essere ri-lavorate per essere trasformate in filato e poi in tessuto. E di materiali ottenuti dal riciclo se ne stanno vedendo sempre di più, con risultati qualitativi sempre più performanti (anche se alla performance della fibra originaria è difficile arrivare).  In ogni caso è bene fare attenzione alla composizione dei vestiti anche per questo motivo: un 100% cotone è più facile da riciclare che un 50% cotone 50% poliestere, perché le fibre accoppiate sono più difficili da separare 😉

Ora che il quadretto è completo possiamo tirare delle somme concrete.

1-Siamo sommersi di spazzatura, comunque! Quindi la riduzione dei consumi è la scelta privilegiata.

2-Quando compriamo, privilegiamo capi o accessori che siano stati progettati con una visione circolare e che siano facili da riciclare.

3-Prima di buttare le cose nel cestino, pensiamo che potrebbero essere utili a qualcun altro.

4-Cestiniamo le cose in punti di raccolta fidati o facciamo donazioni a enti/organizzazioni/designer che ne hanno davvero bisogno.

5-Possiamo essere noi stessi artefici di facili progetti di upcycling casalingo. Come? Ve lo dico la prossima volta 😉

Intanto io sono convinta che un CONSUMATORE CONSAPEVOLE è un CONSUMATORE CHE VALE! 

 

Buccia di Banana/Di nostalgiche praterie, arsenico e vecchi merletti

Sono un po’ assente e distratta in questo periodo, ma fortunatamente ho degli informatori che mi tengono aggiornata su quanto c’è in giro e quali sono le proposte dei negozi per l’imminente autunno/inverno 2019. E non negozi di nicchia o d’avanguardia, assolutamente: queste sono le proposte di quei pronto moda che tanto fanno gola e soprattutto tendenza. Oggi vi illuminerò (dopo aver studiato l’argomento) su una nostalgico ritorno alle praterie, arsenico e vecchi merletti (probabilmente i trend setter non l’avranno nominato in maniera così poetica, ma io sì 😉 ).

Ora potete iniziare a cantare la sigla, se ve la ricordate, oppure metterla in sottofondo chiedendo aiuto a Youtube mentre scorrete le immagini di quanto suggerito da alcuni marchi per affrontare l’autunno. L’atmosfera in cui ci chiedono di calarci è quella della prateria, quella dei lunghi vestiti a fiori (che a dire la verità stiamo vedendo già da diverse stagioni o insomma, io a Ibiza il boho chic fiorato lo vedo da sempre), quella dello stile da zia un po’ castigato dove gli scolli sono solo un ricordo delle canottiere dell’estate, quello dove i centrini vengono rubati dai tavolini tondi e lanciati direttamente al posto dei colli dei maglioni

Romanticismo, voglia di cose semplici, ritorno alla natura, omaggio alle cose di una volta perché se ci guardiamo attorno ci prende il panico. Nei momenti di delirio presente più che al futuro si preferisce guardare al passato; invece di azzardare si vanno a ripescare certezze nel baule impolverato della nonna nascosto nella soffitta, sperando che il conforto arrivi a coccolare animi persi ed inquieti.  Come un maglione annodato in vita che fa tanto yuppi anni 90 ma che fa anche tanto bene ai reni, soprattutto se fuori è umido ;P

L’ispirazione della campagna si mescola con quella delle principesse, con il risultato di abiti “semplici” con i volumi delle maniche di Biancaneve che non sono poi le cose più pratiche da indossare in inverno: vi immaginate un bel cappottino con le maniche strette sopra che crea un effetto ingorgo di tessuto proprio lì, sotto al giro manica, dove suda l’ascella nel passaggio metro-ufficio di corsa il lunedì mattina? O_o

Immagini belle, sensazioni ancora di più. Come quella che ho io quando vedo abiti chiusi fino al collo, ermeticamente, come buste da mettere nel surgelatore. Un inverno castigato, per punire gli eccessi estivi a base di selfie in topless sulle spiagge azzurre di tutto il globo. Un inverno monacale, quello dove i ricami ad uncinetto imparati durante le elementari a scuola dalle suore oggi possono essere finalmente rispolverati e diventare un prezioso tocco di stile. Da provare anche in versione toppa sui gomiti o taschino applicato…sai che figata?!?

Insomma, l’input è chiaro e la direzione ormai segnata. Ora la sfida definitiva per essere veramente AVANTI è completare il tutto con la cuffietta…

Laura Angels ringrazia, ovviamente insieme a tutta la famiglia. Io con questi presupposti (e con tutto il resto che sta passando nel nostro Paese) ho una grande e improvvisa voglia di fermarmi sulla isla anche in inverno. Che i vestiti a fiori ce li hanno anche qui, ma almeno sono scollati e con le frange 😛 Buon luned…ops, è martedì!

Insta-face: la bellezza copia-incolla online e offline

Naomi Walt in The Beauty Myth sostiene: “La società ha creato un ideale estetico, quello della donna perfetta, magra, forever young, che è quasi impossibile da raggiungere: le donne, nel tentativo di avvicinarsi a tale standard di bellezza, continuano a dissipare preziose energie che potrebbero utilizzare per altri obiettivi piuttosto che sprecare in inutili frustrazioni, ansie, sensi di colpa…[…]”. Ma la società attuale ha fatto dei gran passi in avanti, evolvendo in una direzione pericolosa: quella dei social network  e di standard di bellezza online e offline che stanno rendendo le donne tutte pericolosamente uguali!

Viene chiamata addirittura Instagram Face ed è quella tipica di blogger/modelle/influencer (e pure teenager) che si vedono scorrendo i profili del social network più utilizzato al momento. Le signorine in questione hanno tutte labbra carnose, sopracciglia folte disegnate tutte allo stesso modo, zigomi marcati e gonfi che Ridge di Beautiful gli fa una pippa, occhi allungati, naso piccolo e molto, moltissimo trucco (a dispetto del tag apposto sotto alla foto che recita #iwakeuplikethis…beate voi, perché io quando mi alzo sembro un gatto pazzo scarruffato e con le pieghe del cuscino stampate in faccia)! Avere un modello di riferimento o un ideale di bellezza al quale aspirare è una cosa dalla quale siamo passate più o meno tutte, ma qui si va oltre: qui si tratta di replicare fedelmente modelli esistenti e considerati vincenti a tutti i costi in nome di un profilo perfetto a prova di selfie. Con il risultato impressionante di volti similissimi tra di loro, direi intercambiabili! Per rendersi conto del fenomeno basta dare uno sguardo a profili come Beauty False o CelebFace, che mettono pericolosamente in risalto i prima e dopo e creano gallerie di facce e corpi che sembrano clonati!!!

Uscendo dalla rete le cose non cambiano e, se con instagram ci si può far aiutare da app e ritocchi, nella vita reale i ritocchi continuano a cura di abilissimi chirurghi e medici estetici che sono pronti ad accogliere le richieste più assurde per far assomigliare l’ennesima sedicenne a quella modella o influencer così famosa sui social. In America ci sono addirittura medici-superstar (la cui deontologia sembra andata in vacanza da tempo) che sono specializzati in corpi e volti da Insta Model! Insta model?!? O_o Basta guardarsi intorno per notare gruppi di amiche dai connotati simili. Qui a Ibiza ne ho viste una quantità industriale e no, non erano 45/50 con qualche ritocchino anti-età, erano ragazze che a mala pena arrivavano a 20 anni con la faccia totalmente sconvolta ed il culo gonfiato a dovere (come il trend comanda)! L’età media di chi si sottopone agli interventi è scesa vertiginosamente e cose come filler e botox sono tra i ritocchini preferiti dai millennials! Una volta a 20 anni ci si godeva serenamente la propria pelle ancora fresca, certo non senza qualche paranoia estetica o un filo di trucco; adesso a 20 anni la faccia se la vogliono cambiare a tutti i costi per somigliare a quella influencer russa con milioni di seguaci. Qual è il confine tra il volersi migliorare per stare bene con se stessi ed il voler replicare le caratteristiche di qualcun altro?

La situazione sta sfuggendo di mano! A volte il tutto accade in maniera consapevole e certosina, altre volte sono i milioni di bellissime facce perfette che ci sfilano sotto gli occhi giornalmente che ci fanno puntare l’attenzione su qualcosa alla quale non avevamo mai pensato, magari quella ruga intorno all’occhio che fino a quel momento non era stata un problema e che improvvisamente diventa un fastidioso ostacolo allo scatto perfetto. O il naso che non è sottile abbastanza. O gli zigomi che non sono così pronunciati. Così la falsa perfezione altrui diventa una nostra paranoia, soprattutto nella prospettiva molto “social” di vita come spettacolo continuo nel quale dobbiamo sempre essere pronte a mostrare il profilo migliore per non disattendere le aspettative di eventuali follower (che siano 50 o 50.000 non fa differenza). Perché ormai qualunque cosa si misura dal suo grado di instagrammabilità, perché non dovrebbe esserlo anche la nostra faccia?!?  Perché la vita vera è il nostro show ma senza filtri e spesso quei ritocchi in presa diretta fanno sembrare i volti maschere scomposte più che visi belli. Perché c’è vita oltre i social. Perché non stavamo facendo le campagne contro il body-shaming e come mai poi vogliamo tutti le chiappe della Kardashian? Perché questi ideali estetici fuffa non hanno niente a che vedere con la vita reale. E perché se inizi con le punturine e gli interventi a 18 anni a 40 ti devi solo rinchiudere in una cella frigorifera sperando che quando ti tirano fuori siano in voga i soliti canoni estetici sennò sei fregata due volte! 😛

Insomma, cerchiamo di salvarci dalle INFLUENZE(R) negative…e, come scriveva una che conosco “Ed è quello che effettivamente vogliono farci credere un po’ tutti: se sei magra, tonica e scattante, sei anche produttiva e in grado di ottenere successo. Bellissime e vincenti. E tutte stramaledettamente uguali e tristi. Una serie di cloni vittime di mimetismo estetico socialmente accettato. Perché la missione, in fondo, credo sia proprio questa: riuscire ad azzerare l’unicità dell’essere, la sua individualità e la bellezza della diversità in nome di un canone estetico universale o comunque di modelli preconfezionati con garanzia di successo assicurata (Puppa!).” Non entriamo nel circolo. Ed aiutiamo chi ci sta intorno a non entrarci. Specialmente le più giovani…

 

Lynda, Katharine e Safia: le tre pioniere degli anni 90!

Scosse verso un moda più sostenibile non sono una novità dei giorni nostri, nonostante in questo momento i media siano decisamente più attenti al tema (e quindi se ne sente parlare di più). Il primo movimento arriva negli anni 70, in quel periodo storico di rivoluzione e ribellione a 360 gradi, dove i famigerati “figli dei fiori” avevano da ridire un po’ su tutto, compresa la moda. Lo stile di vita alternativo andava a colpire anche l’abbigliamento, che doveva essere naturale, ecologico e prediligeva l’etnico ed il fatto a mano. Il risultato in alcuni casi ci poteva stare, in generale il mix dava sempre quel senso di sciatteria. O_o Da Moda all’anti-moda, estremi come sempre 😉 Bisogna aspettare gli anni 90 per avere una seconda mandata di designer che riconciliassero il movimento con il mercato e la produzione su larga scala. Si inizia a parlare di cultura del progetto, di sostenibilità dei processi industriali e delle filiere di produzione trasparenti. Pioniere di tutto ciò sono state, ma tu guarda un po’, tre donne (tutte e tre britanniche tra l’altro). Se vi dico Lynda Grose, Katharine Hamnett e Safia Minney vi dicono qualcosa?

Lynda Grose – La pioniera dell’innovazione responsabile

Lynda è una fashion designer, consulente e docente al California College of the Arts, ma soprattutto è stata una delle pioniere del sustainable fashion design. E’ lei l’ideatrice della prima Ecocollection di Esprit, nel lontano 1994; un progetto di ricerca e sviluppo durato 5 anni che ha dato vita alla prima collezione di abbigliamento ecologicamente responsabile sviluppato da una grande azienda. Insieme al co-fondatore del marchio, Esprit Doug Tompkin, Lynda ha cominciato ad analizzare l’impatto ambientale della produzione, dalla crescita della fibre al tessuto, dalla tintura alla finitura dei capi. Per la sua ecocollection ha usato cotone biologico e coloranti non tossici. Ma non solo. Ha cominciato anche a lavorare con cooperative artigiane estere per realizzare maglieria fatta a mano ed accessori ricavati dalle noci di Tagua; convinta del fatto che aiutare a sviluppare comunità locali e trattare i lavoratori in maniera equa fosse una parte importante per contribuire allo sviluppo di un progetto sostenibile. Ha praticamente gettato le basi dei principi che si stanno rincorrendo al giorno d’oggi. La Ecocollection riscosse ai tempi un buon interesse dai media, ma i consumatori non erano ancora pronti. Il progetto finì, il lavoro di Lynda ha proseguito (è stata consulente per il marchio Patagonia) e prosegue ancora oggi: è la fondatrice del Sustainable Cotton Project, impegnato per una filiera del cotone trasparente e senza l’uso di pesticidi, del Centre For Sustainable Design, è la co-autrice insieme a Kate Fletcher del libro “Fashion and Sustainability: Design for Change“, oltre ad aver collaborato a moltissime altre pubblicazioni. Il suo lavoro, iniziato quasi 30 anni fa, non si ferma. 

KATHARINE HAMNETT – LA RIVoluzione A FORMA DI t-shirt

Io Katharine me la ricordo dalle t-shirt che aveva mia sorella (voi?). Ero piccola, eppure qualcosa mi è rimasto impresso di questa donna totalmente anticonformista. Katharine è una designer di moda britannica diplomata alla Saint Martins di Londra che nel 1979 ha fondato il marchio che porta il suo stesso nome. Il suo attivismo politico e la sua etica del lavoro sono uscite fuori a caratteri grandi sulle sue famosissime t-shirt, portatrici di messaggi di rottura sempre al passo con i tempi e con le vicende internazionali. Le sue magliette, apparse nel 1984, sono sempre state un modo per trasmettere il suo messaggio: “Se vuoi portare il messaggio là fuori, dovresti stamparlo in lettere giganti su una maglietta“. Sulla sua prima maglietta appare la scritta “SCEGLI LA VITA”, un commento contro la guerra, la morte e la distruzione, ispirato ad una mostra buddista.  George Michael nel video di “Wake mi Up before you go go” sfoggia un bel “CHOOSE LIFE”, mentre Roger Taylor dei Queen ha indossato “WORLDWIDE NUCLEAR BAN NOW”. Naomi è stata vista con la scritta “USE A CONDOM” e in generale le sue t-shirt sono state gradite un po’ da tutti a quei tempi…ma non solo! Dietro alle t-shirt c’è sempre stato un certo attivismo politico, etico ed ecologico, anche per quanto riguarda le sue produzioni. Dopo aver appreso dell’avvelenamento da pesticidi nelle regioni produttrici di cotone e della scarsa tutela della manodopera in gran parte dell’industria tessile, Katharine iniziò a fare pressioni per importanti cambiamenti nel modo in cui l’industria operava. Delusa dai risultati interruppe la maggior parte dei suoi accordi di licenza e dal 2005 ha rilanciato la sua collezione seguendo linee guida etiche più rigorose. Il Manifesto di Sostenibilità si trova sul suo sito. Le sue t-shirt continuano a spargere messaggi messaggi a GRANDI LETTERE in giro per il mondo!!! 🙂

safia minney – people tree ed il business etico

Safia Minney è un’imprenditrice che ha fatto dell’etica e della sostenibilità la sua bandiera fin dai tempi dei tempi. Ha iniziato la sua carriera lavorando nel marketing e nella comunicazione dell’editoria, impressionata da come il potere della divulgazione potesse essere utilizzato a fin di bene. Ma è un viaggio in Asia di 3 mesi che solletica il suo interesse verso le tematiche ambientali ed etiche. Quando nel 1990 si trasferisce a Tokyo avvia un gruppo volontario di campagne ambientaliste chiamato Global Village , incentrato su tutti gli aspetti della vita sostenibile. Da lì a People Tree il passo è stato breve: era il 1991 quando Safia e il team di Global Village hanno iniziato a progettare e vendere prodotti del commercio equo e solidale nei festival in tutto il Giappone. Poi sono arrivate le prime richieste dai rivenditori, poi un negozio nel quartiere fashion di Tokyo fino a far diventare People Tree un membro dell’organizzazione Mondiale del commercio equo solidale. Agli inizi del 2000, dopo soli 9 anni, c’erano già 17 persone a coordinare la progettazione del prodotto, il commercio equo e lo sviluppo sostenibile della catena di approvvigionamento, le vendite e il marketing, gli eventi e le campagne. Safia ha lasciato come CEO l’azienda nel 2015 per dedicarsi ad altri progetti, ma il suo impegno nella divulgazione e formazione rimane vivo e attivo. Ha scritto 9 libri, tra i quali “Slave to Fashion” (del quale consiglio vivamente la lettura per quanto riguarda etica del lavoro e nuove schiavitù), “SLOW FASHION – AESTHETICS MEETS ETHICS” e “NAKED FASHION”. Sul suo sito si leggeBusiness with Ethics“…e in un momento come questo l’etica nel lavoro è più che mai necessaria!

Tre grandi donne che portano avanti grandi progetti legati all’etica e alla sostenibilità…da più di 30 anni! Voi le conoscevate?

 

 

 

Buccia di Banana/Scarpe dal becco quadrato (e copioni)!

In tempi di passerelle e fashion week in giro si vede, come al solito, di tutto di più. Donne travestite da strumenti musicali e anche da mazzi di fiori, Jennifer Lopez con il solito vestito di un decennio prima che sembra sia stata appena tirata fuori dal congelatore (non le si è mosso un pelo, ma come fa?!?) e misteriose fashion blogger con il volto coperto (finalmente 😛).

Ma come al solito a me casca sempre l’occhio sulle scarpe, quei fantastici accessori che possono essere meravigliosi così come incredibilmente brutti…tipo queste!

No, non è un semplice ritorno alla punta quadrata che tanto usava negli anni 90. Qui c’è una componente in più che fa somigliare pericolosamente i piedi al becco di Duffy Duck!

La linea della punta, infatti, non è un semplice rettangolo, che già lì ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. E’ un rettangolo molto schiacciato (comodo per i piedi soprattutto) con delle leggere punte laterali. Proprio come la bocca del simpatico papero in questione.  

La somiglianza è innegabile, la comodità andrebbe verificata. L’utilità? Dicono che queste semi-punte laterali accennate sono perfette come arma di difesa, particolarmente indicate per calci frontali giusto in mezzo ai gioielli di famiglia (dice che ne prendi due in un colpo solo, meglio che al Luna Park) o per calci nel culo ben assestati! 😉

Ma le somiglianze non finiscono qui e se quella con il papero è evidente lo è anche con le scarpe della designer murciana Paula Canovas del Vas…

Qui forse più che in Balenciaga la citazione di Duffy è presente, ma non è questo il punto. Abbiamo appurato che sono bruttarelle, ma non abbiamo commentato il fatto che la somiglianza con questo modello della designer Paula, uscito per la prima volta per lo scorso autunno/inverno 2018, è impressionante. Impressionante ai limiti del plagio! Che i grandi brand vadano spesso in giro a “prendere ispirazione” è cosa risaputa; ma qui l’ispirazione si è spinta oltre.

Un confine sottile, ma nemmeno troppo, una situazione che si ripete spesso, quella dove il grande approfitta del piccolo, quella dove chi ha più mezzi e più numeri pensa di farla franca alle spese di chi ha appena cominciato! In questo senso meno male che ci sono i social e profili come Diet Prada che aiutano a sgamare questi piccoli grandi abusi di potere 😉 Ma io voglio dire: vedi qualcosa che ti piace fatto da qualcun altro, non puoi proporre una collaborazione, comprare il modello e riconoscere a Cesare quel che è di Cesare?!? No, eh? Vivo nel mondo dei Puffi se penso che la correttezza dovrebbe essere la base? Forse sì…:(

Vintage Revolution: ho fatto un tuffo nell’armadio della nonna. Ecco come ne sono uscita!

di FEDERICA PIZZATO

A volte capita che per lavoro venga chiamata ad entrare in casa di anziane signore piene di tesori vintage. Per la maggior parte dei capi c’è una destinazione precisa che diamo insieme ai proprietari in modo da ridurre al minimo la quantità di rifiuti e poi c’è quella piccola piccolissima parte di oggetti della quale mi innamoro e che, se i proprietari sono d’accordo, faccio miei col cuore.

In questa casa della nonna ho lasciato il cuore in diversi momenti (non solo per gli abiti) ma a voi voglio fare vedere i capi che secondo me potranno diventare dei must dell’autunno inverno. Qualcosa manterrà la sua funzione originaria, qualcos’altro la muterà, tra poco capirete perché…

La vestaglia leggera diventa abito

Ho visto questa vestaglia rosa antico con le rouches e di una qualità pazzesca ed ho pensato immediatamente che con gli accessori giusti potesse diventare un abito perfetto per l’autunno inverno. (Una precisazione è doverosa: qui sono scalza perché in Salento ci sono ancora 30 gradi e non riuscivo proprio ad inscenare l’autunno!) Immaginatevela con una cinturina in pelle un bel paio di calze coprenti e uno zoccolo color melanzana ad esempio, oppure per la sera con accessori neri e dettagli luccicanti!

La vestaglia pesante diventa cappottino

Una fantasia allegra per smorzare le grigie giornate invernali, il giusto peso per i primi freddi, la lunghezza di un cappotto… Ho pensato subito all’autunno inoltrato con i camini che fumano e le castagne che scoppiettano quando si ha voglia di una morbida coccola e non si vuole rinunciare ad essere super fighe ed ecco che la seconda vestaglia estratta dall’armadio si è subito rivelata ai miei occhi come un bel cappottino fiorato da indossare sopra un jeans per sentirsi iper grintose o sopra un abito blu per diventare subito più sofisticate.

Il cardigan

Uno di quei capi iper confortevoli ma belli belli in cui mi avvolgo quando voglio sentirmi abbracciata. Mi immagino già davanti una bella tazza di tè fumante a guardare la pioggia dalla finestra con indosso il mio bel cardigan a fondo bordeaux con questa raffinata fantasia in nero ed i bottoni dorati. Un bel capo resistente ma morbidissimo: di lana vergine, quella vera!
Pare proprio il golf della nonna? Immaginate di portarlo sopra un abito nero oppure aperto con un paio di jeans skinny…

Questo sarà il mio autunno: colorato, morbido, resistente e sostenibile. Auguro con tutto il cuore anche a voi di poter dare queste caratteristiche alla stagione che è appena cominciata. Se vi va vi aspetto sul mio profilo Instagram per raccontarmi come la interpreterete!