Single ai tempi del Corona

Se già essere single dopo “una certa” è motivo di sguardi sospetti e di battute poco felici, ma comunque c’era una speranza, esserlo durante questa geniale pandemia è un maledettissimo disastro dal quale manco Tinder è in grado di salvarci!!! Tutte le misure preventive sono un passo indietro al possibile incontro con un altro essere umano. Ci avete mai riflettuto? Io si…


Il distanziamento sociale – Un ossimoro, un controsenso fatto legge: nel distanziamento, di sociale non c’è una mazza! La distanza allontana ciò che la socialità avvicina. Quindi di fatto il distanziamento imposto prevede che la socialità sia ridotta al minimo sindacale di rapporti strettamente necessari (che poi le necessità siano diverse da persona a persona quello non ne tiene conto nessuno). Meglio se con persone conosciute e delle quali si conoscono abitudini e movimenti, perché “gli sconosciuti” non si sa che giri fanno e chissà dove possono essere stati e a contatto con chi…La diffidenza e la distanza si infilano in una socialità ridotta all’osso, dove tra mascherine e maschere avere un contatto umano è una probabilità che di questi periodi non si augura a nessuno! Ecco. Noi single a ciucciarci le dita in un angolo di un bar, uno dei pochi aperti fino alle dieci di sera ma poco frequentati perché di uscire con il cerotto in bocca non ne ha voglia nessuno e quindi tutti chiusi nelle proprie fortezze domestiche. Single ai quali sono state tolte le occasioni di incontro. Single che quando si incontrano non si avvicinano, perché se prima il virus si contraeva mescolando i fluidi, ora basta far avvicinare i respiri…l’ansia sale, la paura allontana e vissero tutti single ma almeno sani!!!


Discoteche e locali chiusi – La famosa movida che genera assembramenti è la stessa che favorisce relazioni, interazioni e comunicazioni tra umani. Non si può andare più a sbattere per caso in quello che ti piaceva e stava ballando all’altro lato della pista. Non si può più importunare il dj e nemmeno il barman bono. Si può flirtare a distanza con il cameriere del ristorante però, con moderazione, che comunque anche lui lavora in un locale pubblico e chissà quanta gente vede…Ad aggravare la situazione ci sono i commenti di quelli “sistemati“, di quelli “casa-lavoro-famiglia” che dal caldo del loro nido perfetto sindacano “Ma a 40 anni ancora vuoi andare a ballare? Ancora hai voglia di uscire e passare il tempo nei bar?“. Mo’ mi dovete fare pure sentire in colpa se ho scelto di vivere in un altro modo e se questa situazione che alla tua routine non provoca nessun grande scossone a me invece limita o comunque mi priva di una parte della mia vita? E comunque si. Esistono persone a cui piace ancora uscire, single e non: c’è mai stato un limite d’età per il divertimento e la socialità? Per come la vedo io, no…

Viaggi limitati – Anche il viaggio era una bella occasione per noi single. Un incontro sul treno, il vicino di posto in aereo con il quale conversare, un passeggero con cui lamentarsi per l’ennesimo ritardo che poi si trasformava in una pomiciata storica nei bagni del Frecciabianca…Ora il vicino più vicino è ad una carrozza di distanza, negli aerei c’è una persona ogni quarto d’ora e manco ti fanno alzare nel corridoio (devi pure chiedere per andare al bagno) e quando c’è un ritardo o un problema siamo tutti uniti ma a distanza, ognuno bofonchiando cose incomprensibili dietro la mascherina…


La mascherina – La mascherina…io ho dei seri problemi di accettazione di questo oggetto. Tappa la bocca, leva il fiato, copre il sorriso, limita l’espressione, impedisce la visione, complica la comunicazione (sarà che ho un principio di abbassamento d’udito ma io non sento una sega quando la gente mi parla da dietro la mascherina). È un simpatico ostacolo conoscitivo! “Eh, vabbè, puoi sempre puntare sul gioco di sguardi!” Certo, perché gli occhi sono comunque lo specchio dell’anima e se quello che c’è sotto la maschera è una bocca con i denti distrutti, che te frega…se l’anima è buona…l’anima, l’anima de li mortacci vostri e di ‘ste mascherine copri tutto!!!

È difficile incontrarsi, è diventato difficile riconoscersi, è un casino avvicinarsi, manco fossimo gatti diffidenti che proteggono il proprio territorio con le unghie e con i dispositivi sanitari consigliati dall’OMS. “Eh, vabbè, c’è sempre Tinder.” Si, c’è, ma sta iniziando a vacillare; per un paio di mesi abbiamo potuto solo parlare a distanza, millantando incontri che non si sa bene quando sarebbero potuti avvenire e dovendo ricorrere, comunque, a del gran fai-da-te per il quale non c’era bisogno di applicazioni extra. Adesso su Tinder c’è chi, per mostrare la sua diligenza e responsabilità, mette le foto mascherate…ma io dico, già prima con le foto stavamo messi di merda, adesso siamo messi male e manco si vede niente! Insomma, quando si pensa che al peggio non c’è mai fine, ecco che Lui, il Peggio, arriva con le mascherine chirurgiche, che quelle di stoffa non servono a un cazzo (mah)!


Stanca e rassegnata, sorseggiando un caffè al tavolino isolato di un bar, mi guardo intorno e a circa 10 metri di distanza, vedo lui con lo stesso sguardo sperso; un sorriso di complice circostanza, un cenno della testa…si alza in piedi, prende il suo succo di pompelmo rosa, si mette la mascherina, si avvicina e fa per salutarmi con il gomito…IL GOMITO. Guardo il gomito e ripenso ad un vecchio film trash italiano dove lui, fissato della pulizia e con la fobia per batteri ed infezioni, per fare l’amore con lei si mette buste di plastica ovunque, compresi i guanti. E niente, il gomito non ce la faccio. Se ne riparlerà quando (o dove) potremmo avere di nuovo contatti senza paranoie…

Aiutiamo le famiglie vai, che i single stanno bene anche un altro paio di anni di soli…O_o

Taglie&Tagli: slow fashion per tutte le misure

Inclusività, curvy, non curvy, body positive, grasso, magro: sono parole e temi molto caldi, da sempre, ma ora di più. La verità è che nel mondo siamo tantissimi corpi, anime e teste diverse. L’altra verità è che la società da sempre prova a dettare canoni estetici e spacciare modelli; la Moda in questo ci mette il suo, “i guru dello stile hanno sempre cercato di modellare il corpo femminile affinché raggiungesse degli ideali estetici, come dire, innaturali.“; ed anche il mondo dei Social, dove convivono creature soprannaturali trasformate dai ritocchi e paladine della natura che sventolano la bandiera dell’accettazione e della libertà in tutte le forme. Forme che abbiamo cercato di sintetizzare e capire, raggruppandole in idee con la silhouette fatta a mela, pera, clessidra o triangolo. Per semplificare, ma le cose non sono così semplici. Ecco perché oggi vorrei fare un attimo di chiarezza sull’argomento taglie, moda e stile; sfatando qualche mito, parlando del “dietro le quinte” ed offrendo suggerimenti ed alternative.

Illustrazione di Enrica Mannari dal libro “Sfashion”

Non si può vestire tutti!

Questo è uno dei miti da sfatare. Un brand, a meno che non si tratti di una sartoria su misura con milioni di modelli a disposizione o di una sarta, non può vestire tutti. E non è una questione di essere stronzi o non inclusivi, ma una scelta sensata su quale nicchia orientare il proprio business. Vi faccio un esempio molto semplice: quando entrate in un ristorante che ha nel suo menù tantissimi piatti pensate che siano tutti ottimi, freschi e preparati con cura o diffidate perché è chiaramente impossibile fare bene milioni di cose allo stesso tempo lo stesso giorno? Ecco, io personalmente diffido e preferisco locali che hanno pochi piatti fatti bene, meglio se con ingredienti del momento e meglio ancora se il menù varia, almeno secondo le stagioni (se poi cambiano di giorno in giorno è il top)! Contro-domanda: perché quindi un brand di moda dovrebbe vestire dalla 36 alla 60, indistintamente, utilizzando i soliti modelli declinati in taglie diverse, magari facendo dall’intimo ai capi-spalla, il tutto fatto bene e con cura? Io diffido anche da quelli e vi motivo la mia diffidenza dal punto di vista sia ideologico che tecnico. Prima dei corpi e delle misure ci sono le persone: con il proprio vissuto, le proprie necessità, i propri gusti e la propria mentalità. Ci sono taglie 50 che stanno benissimo dentro ad abiti che nascondono le forme ed altre che invece vogliono mettere in mostra tette e culi senza nessun tipo di paranoia; c’è chi negli abiti si vuole sentire comoda e chi si vuole vedere invisibile; c’è chi ama uno stile sobrio e moderato e chi impazzisce per i colori. Come può un brand accontentare tutti senza fare un bagno di sangue pericoloso per la propria sostenibilità economica? Per come la vedo io, è impossibile.

La parte tecnica

Impossibile, o comunque molto complicato, anche dal punto di vista tecnico. Dal punto di vista creativo/produttivo realizzare abiti non è un gioco della fantasia frutto della visione di uno stilista. La visione c’è, ma va di pari passo con la cultura, la conoscenza della storia del costume, del cartamodello, della vestibilità e della costruzione di un capo. Per creare e vestire corpi che non rientrano nelle tabelle misure “standard” c’è bisogno di uno studio diverso. Anche perché non esistono solo grassi e magri; esistono persone minute, gambe lunghissime, busti corti, braccia lunghe e moltissime sfumature di tette (io con la storia delle coppe ci impazzisco, forse perché non è un argomento che sperimento giornalmente, ma che comunque facendo costumi ho dovuto prendere in considerazione). Insomma, decidere di dedicarsi ad una determinata fetta di persone è una scelta che si fa a monte, prima ancora di mettere su un un marchio. Perché per ogni capo c’è un cartamodello; di questo c’è uno sviluppo taglia, lineare quando si parla di misure comuni, ma ben più complicato in altri casi. Per cui ci vogliono modifiche e specifiche competenze tecniche richieste. Niente di impossibile, ma è una scelta di posizionamento del brand. Certo, a scuola purtroppo certe nicchie manco te le fanno prendere in considerazione (motivo per cui, come predico spesso, la rivoluzione comincia dalla formazione…ed io tra un po’ vi svelerò un progettino rivoluzionario); ma c’è chi decide di dedicarsi e lo fa nel migliore dei modi, proprio perché modelli e collezioni sono appositamente pensati per vestire corpi differenti, spesso con stili differenti. Perché fare gli inclusivi vestendo le taglie forti con i sacchi non è essere inclusivi, è una paraculata!

L’escamotage…

Una delle possibilità da giocare per cercare di accontentare e vestire più corpi possibili è quella di lavorare con forme furbe e taglie uniche. Un’opportunità che va studiata bene, perché non è assolutamente facile come sembra, ma che può aprire uno ventaglio di possibilità ed accontentare tanti. Ma non tutti 😉 Anche perché poi entra in gioco lo stile, il gusto e lo stile di vita della persona. Ecco perché, a mio avviso, come marchio è bene orientarsi verso una nicchia definita e fare bene il proprio lavoro in quella dimensione, senza pretendere di fare i tuttologi a tutti i costi. Oppure scegliere di lavorare su pochi pezzi (quasi un mono-prodotto) da declinare poi in tutte le taglie con le dovute accortezze! Come clienti, invece, è divertente fare ricerca e scovare i brand che risuonano con la nostra persona, per stile, colori, tagli e taglie. O no? Per tutto il resto esistono e resistono ancora sarte e sartorie che offrono preziosi servizi su misura. Una dimensione che rimanda ai tempi che furono, ma che io ho bene in mente perché mia madre andava spesso a farsi fare gli abiti dalla sarta (forse reduce dall’abitudine di farsi fare gli abiti da sua nonna, sarta pure lei); mamma arriverà ai 153 cm scarsi, ha il 35 di piede, braccia e gambe magrine, un po’ di panzetta e tutte le tette che non ha dato a me se le è tenute lei. Ama i tubini e gli scolli, i colori ed i tessuti sgargianti; non trovando molte cose di suo gradimento, stoffe e sarta e se le faceva fare.

Qualche suggerimento…

Devo dire che nella mia ricerca di marchi sostenibili alternativi sono incappata in moltissimi brand americani, ma non solo. C’è anche qualcosa di nostrano che merita attenzione 😉

Wolven – Sportswear dalle stampe audaci con uno sviluppo taglie esteso ed una campagna immagine che abbraccia tutte le donne. I capi di Wolven Threads sono creati da rifiuti di plastica riciclati post-consumo, un tessuto dalle proprietà antimicrobiche, traspiranti e ad asciugatura rapida. Pezzi perfetti per chi ha uno stile di vita attivo, per chi pratica sport o per chi ama uno stile comodo. Il marchio dona il 5% dei suoi profitti a programmi che portano la pratica dello yoga e della consapevolezza ai giovani a rischio!

Come le Ciliegie – Della Moda Anarchica di Come le Ciliegie ne avevo già parlato qualche tempo fa, ma le evoluzioni di Valentina sono sempre una bella ispirazione, soprattutto per quanto riguarda stampe e colori. Il suo è un marchio che celebra l’unicità, la voglia di vivere e la libertà di indossare quello che si vuole. Le forme sono generalmente ampie e voluminose, accoglienti e comode ed in più il suo servizio “su misura” permette di andare incontro alle esigenze di ognuna.

Two Fold – Linearità, colori e forme semplici. Queste sono le caratteristiche principali del marchio Americano TWO FOLD, improntato sui valori coscienza sociale e ambientale. Con taglie fino alla 4XL, i loro abiti sono basici quanto basta da poter essere combinati con tutti il resto dell’armadio. Realizzato su ordinazione, internamente a Charlotte, nella Carolina del Nord, con materiali naturali come TENCEL, cotone organico, seta e lino.

The Perennial Closet – Dopo essersi innamorata della sostenibilità e degli indumenti ispirati alla natura, ma incapace di trovare molto che potessero funzionare con il suo corpo e il suo stile, Camille ha fondato The Perennial Closet per portare abiti belli, fluidi e tinti in capo con colori naturali derivati dalle piante a donne di tutte le forme e dimensioni. I suoi pezzi sono realizzati su ordinazione con materiali naturali come lino e seta.

Processed with VSCO with v8 preset

DL1961 – Il jeans declinato in tutte le taglie ed in numerosi modelli. Questa la scommessa del brand DL1961, il marchio a conduzione familiare e con sede a New York, che realizza un denim super sostenibile ed etico che è completamente taglie incluse. I jeans sono realizzati in 100% cotone, certificato GOTS / OCS organico o GRS / RCS riciclato; per il denim elasticizzato utilizzano anche Lenzing ™ Modal, Tencel o Refibra Lyocell (e una piccola% di poliestere e Lycra). Jeans dalla 23 alla 34 (americane, ma sul sito c’è la conversione in taglie europee) e anche pre-maman!

Dazey LA – Più che un semplice brand, qui si parla di “abbigliamento artistico con la missione di responsabilizzare le donne attraverso la conversazione e la comunità“. Fatto a mano su ordinazione a Los Angeles, con taglie fino alla 4XL, questo marchio slow fashion è impegnato per una moda zero waste, etica ed inclusiva. Nello shop online si trovano anche altri brand ideati da designer donne indipendenti.

Christy Dawn– Romantici e sognatrici, gli abiti di Christy Dawn sono pensati per chi ha un animo chic e anche un po’ gipsy. Le taglie arrivano fino a 3X e i prezzi vanno da $ 198 a $ 298. L’intera collezione del marchio viene creata nella loro fabbrica di Los Angeles utilizzando tessuti di stock delle passate stagioni.

Hope&Harvest – Il marchio della designer Harvest Powell è stato nominato una delle prime etichette plus size nel mondo, con il suo approccio innovativo e fresco all’industria della moda taglie forti. Un marchio giovane e moderno che offre capi dal design contemporaneo per donne nelle taglie dalla 12 alla 26.

Manners London – “Le donne con tette, glutei e pancia hanno bisogno di vestiti che siano lusinghieri e confortevole.” Questa è la filosofia del brand creato da Sally Mansfield, autodidatta che ha fatto di necessità virtù (ha vissuto per molto tempo in Asia e lì non riusciva a trovare capi per vestire le sue forme). Usa un unico tessuto, un jersey di cotone spesso, e molte stampe, spesso colorate ed eccentriche. “Le donne che incontro si sentono rafforzate dagli abiti che disegno; è il motivo per cui lo faccio ancora e sono entusiasta di continuare a far crescere il marchio, incoraggiando le donne a prendersi spazio e ad essere impenitenti!

E con questa la mia piccola selezione si conclude qui. Se avete qualcosa da aggiungere o da condividere, vi aspetto nei commmenti 😉

5 lezioni in 4 mesi: cosa mi porto via da questa strana stagione

Quest’anno è stato un po’ tutto strano, inutile negarlo. Io non vedo nessuna nuova normalità, ma solo un gran caos, nel bene e nel male. A voler essere una simpatica ottimista potrei dire che “nessun cambiamento viene per nuocere”, ma poi vorrei aggiungere che a volte passare per i cambiamenti è una gran fatica e anche una rottura di coglioni. Sorvolando sulla filosofia esistenziale e passando alla pratica, la mia stagione si è già conclusa. I mesi sono stati pochi rispetto al mio solito e questo non mi è piaciuto per niente. I mesi sono stati molto intensi ed io, come sempre, ho preso importanti appunti, ho imparato lezioni che ho già iniziato a mettere in pratica.

Il segreto della giovinezza

Non c’e bisogno di creme e filler se sei capace di non far entrare stress e ansia nella tua vita. E se non smetti di ballare! Quando ci metti vicino un’alimentazione corretta e terapeutica puoi salutare l’industria cosmetica 👋🏻 Non scuotete la testa, io ho avuto le prove viventi in casa e vicine di casa per un mese. E sono incredibili 😎 In ogni caso che lo stress uccide e fa invecchiare prima lo sappiamo già. Ora bisogna solo metterlo in pratica…

Riproduzione casuale (ferma il loop)

Quando le situazioni si ripresentano ciclicamente come un copia/incolla c’è un solo modo per uscirne: premere stop e mettere su un altro disco! Prenderne atto, capire i motivi, imparare la lezione e agire esattamente nella maniera opposta a come si è sempre fatto. Solo così si può uscire dal loop. 🤓 Bello ascoltare il pezzo preferito, bellissimo scoprire che c’è tanta bella musica in giro. Mi sono ritrovata a vivere circostanze molto simili ma quest’anno ho guardato la vita e le ho detto: “Signora mia, stai cercando di dirmi qualcosa?” – Lei ha aperto le braccia con un sorriso da saccente e anche un po’ scazzato e ha aggiunto “Secondo te zia?!? Dai e dai ci sei arrivata”. Ho sorriso “Dai oh, l’importante che ci sono arrivata. Lo sai che ho i miei tempi. Ora fai la brava, siediti qui e vediamo se ho capito bene”. Guardando il mare e con due birre davanti abbiamo parlato a lungo, con carta, penna e disegni esplicativi.

L’intenzione fa la convivenza

Convivere non è uno scherzo. Convivere non è necessario. Vale per le coppie, che se non vanno a vivere insieme non succede niente. Vale per le amiche, che devono scegliere consapevolmente di fare questa scelta. Vale ancora di più per le conoscenti, che se decidono di dividere la propria casa solo per becera necessità economica poi fanno scoppiare i casini. Questa stagione ho cambiato tre case. 😱Non sono la compagna di casa perfetta, ma nemmeno il diavolo della Tasmania. Sono più un gattone base rosa con tigratura arcobaleno: mi si vede, quando voglio mi si sente, ma di base mi faccio i cazzi miei. Nessuno mi aveva mai invitato ad andarmene via di casa (l’affitto lo pagavo regolarmente eh), eppure é successo. Ho passato settimane a farmi esami di coscienza e seghe mentali; poi sono giunta alla conclusione che la persona con cui vivevo non voleva convivere, né con me né con nessun altro. Aveva solo bisogno di dividere l’affitto. Ecco, se l’intenzione é questa, meglio farne a meno. Che far sentire scomodo il prossimo non é bello. In ogni caso chiedersi sempre “perché lo faccio” é un ottimo modo per avere le idee chiare per sé e per gli altri.

No more low profile

Questo é un nuovo motto. Figlio anche lui di situazioni che si ripetevano costantemente nella mia vita e alle quali é arrivato il momento di dire “Grazie, ora basta”! Un invito a percepire la differenza tra l’ostentazione arrogante e la consapevolezza delle proprie capacità. Mi sono mantenuta “sotto tono” per svariati anni, in nome di una educazione dove i successi passavano sempre come “la norma”, ovvero hai fatto il tuo dovere. E sono stata la prima io a non dargli valore, a scordarmeli dopo poco…errore! Riconoscere, ringraziare e darsi il giusto valore é cosa sana. Anche perché se non inizi a dartelo tu, non te lo darà nessuno. E poi sono anni di terapia o coaching per recuperare l’auto-stima…

Se ti ascolti non ti stressi

Confessione: a parte qualche market e qualche post, durante il mese di giugno non ho fatto assolutamente niente. Niente che non avessi realmente voglia di fare (ovvero mare, amici, leggere e poco altro). Mi sentivo stanca (in quarantena ho lavorato molto più del solito), svogliata, appesantita, saturata e con la testa confusa senza molte idee brillanti. In tempi normali avrei fatto di tutto per darmi una scossa e per “fare” comunque. Quest’anno mi sono concessa il lusso di assecondare il mio stato emozionale e fisico e di non forzarmi. Ed é un lusso per una iperattiva compulsiva che difficilmente riesce a prescindere dal fare; come é un lusso la vita che mi sono scelta. E infatti mi sono detta: “Ti sei presa il rischio di fare la libera professionista per poter gestire il tuo tempo e poi ti fracassi il cervello se per un paio di settimane non hai voglia di lavorare? Molla!”. E ho mollato. Mai decisone fu più saggia: se diventi schiava della tua libertà, schiava rimani! I benefici fisici e psicologici sono stati tanti. La creatività si é colorata e le idee tornate a raffica. Pure troppe. Ascoltarsi é un potente anti-stress. E no stress, no rughe.

E così, anche con questo articolo, abbiamo chiuso un cerchio…😉

Shopping online: facciamolo cosciente!

Un tempo c’era il negozio preferito, quello da cui andavi spesso, che conosceva i tuoi gusti, sapeva consigliarti in base alle tue scelte e faceva lui stesso acquisti in base ai suoi clienti affezionati. Questo funzionava fino agli anni 90/2000. Oggi, In questa dimensione liquida e ballerina, regna l’infedeltà e la voglia di trovare sempre la migliore occasione (perché ci può essere sempre un’occasione migliore, no?). Per cui quel negozio “di fiducia” non esiste più e troviamo clienti saltellare da un posto all’altro, a caccia di affari alla moda e non di qualità, bellezza o servizio che giustifichi l’uscita da casa. E cogliendo la palla al balzo della pigrizia e del telefono sempre a portata di mano, ecco arrivare gli e-commerce, simpatiche vetrine online dove poter comprare di tutto di più comodamente svaccati in pigiama sul divano.

E-commerce: il potere della comodità e dell’accesso facile

Quello del commercio online è un mercato sempre più in espansione. Abbiamo visto come durante i mesi di chiusura forzata chi aveva un’attività parallela in rete ha continuato a vendere come e in alcuni casi più che nel negozio fisico. (Dei miliardi fatti da Amazon e del perché io sopravvivo anche senza ne parlo tra poco). Indubbiamente una vetrina nel web è un’esposizione importante per qualsiasi marchio, dal più piccolo ed indipendente, fino a quello di lusso. Ampliare il bacino di potenziali clienti e raggiungere anche chi non può essere presente fisicamente è cosa buona e giusta, se fatta sempre in maniera cosciente, etica e pensata. L’online aiuta anche chi offline non ha uno spazio fisico, pur presentando qualche limitazione legata alle sensazioni: online possiamo solo vedere e sentire (motivo per cui foto, video e musica sono gli aspetti sensoriali che andrebbero curati al massimo su un e-commerce); ma tatto, olfatto e interazione sociale mancano totalmente. Eppure questo non sembra limitare, nemmeno nell’ambito fashion. Anzi, i negozi online si stanno attrezzando sempre di più con servizi che vanno incontro alle esigenze e dubbi dei clienti: schede misure dettagliate, foto e video degli articoli indossati, possibilità di reso in caso il capo non vada bene o non sia come ci si aspettava. Quest’ultima offerta ha generato un fenomeno del “compra-prova-restituisci” che non è precisamente a impatto zero…

Dal sito slow fashion next

L’impatto ambientale della moda non si limita solo al momento della produzione o a quello del suo fine vita. Imballaggi e spedizioni sono un altro punto cruciale per quanto riguarda le emissioni di CO2 derivate dai trasporti. La faccio facile. Sono indecisa tra due capi visti in un sito americano; li prendo tutti e due per provare. Un singolo pacchetto viene imballato e spedito (spesso usando quintali di carta, plastica, scotch, cartone e fiocchetti inutili); fa un lungo viaggio fino a casa mia (aereo, camion, corriere in motorino?) li provo, decido di tenerne uno e l’altro lo restituisco (corriere, camion, aereo). Questa catena di trasporti avanti e indietro rilascia gas in giro. Moltiplichiamo questa nuova abitudine per tutti i miliardi fatti solo da Jeff Besoz fatti durante due mesi di quarantena e abbiamo sufficiente anidride carbonica per giustificare cambiamenti climatici e fenomeni atmosferici fiori dal comune. Se poi ci mettiamo tutti gli altri retailer online, grandi e piccoli, abbiamo un piccolo quadretto che ci illumina su come anche il commercio online poco cosciente non sia una grandissima idea.

From slow fashion next profile

Un tempo c’era il negozio preferito, quello da cui andavi spesso, che conosceva i tuoi gusti, sapeva consigliarti in base alle tue scelte e faceva lui stesso acquisti in base ai suoi clienti affezionati. Questo funzionava fino agli anni 90/2000. Oggi, In questa dimensione liquida e ballerina, regna l’infedeltà e la voglia di trovare sempre la migliore occasione (perché ci può essere sempre un’occasione migliore, no?). Per cui quel negozio “di fiducia” non esiste più e troviamo clienti saltellare da un posto all’altro, a caccia di affari alla moda e non di qualità, bellezza o servizio che giustifichi l’uscita da casa. E cogliendo la palla al balzo della pigrizia e del telefono sempre a portata di mano, ecco arrivare gli e-commerce, simpatiche vetrine online dove poter comprare di tutto di più comodamente svaccati in pigiama sul divano.

E-commerce: il potere della comodità e dell’accesso facile

Quello del commercio online è un mercato sempre più in espansione. Abbiamo visto come durante i mesi di chiusura forzata chi aveva un’attività parallela in rete ha continuato a vendere come e in alcuni casi più che nel negozio fisico. (Dei miliardi fatti da Amazon e del perché io sopravvivo anche senza ne parlo tra poco). Indubbiamente una vetrina nel web è un’esposizione importante per qualsiasi marchio, dal più piccolo ed indipendente, fino a quello di lusso. Ampliare il bacino di potenziali clienti e raggiungere anche chi non può essere presente fisicamente è cosa buona e giusta, se fatta sempre in maniera cosciente, etica e pensata. L’online aiuta anche chi offline non ha uno spazio fisico, pur presentando qualche limitazione legata alle sensazioni: online possiamo solo vedere e sentire (motivo per cui foto, video e musica sono gli aspetti sensoriali che andrebbero curati al massimo su un e-commerce); ma tatto, olfatto e interazione sociale mancano totalmente. Eppure questo non sembra limitare, nemmeno nell’ambito fashion. Anzi, i negozi online si stanno attrezzando sempre di più con servizi che vanno incontro alle esigenze e dubbi dei clienti: schede misure dettagliate, foto e video degli articoli indossati, possibilità di reso in caso il capo non vada bene o non sia come ci si aspettava. Quest’ultima offerta ha generato un fenomeno del “compra-prova-restituisci” che non è precisamente a impatto zero…

L’impatto ambientale della moda non si limita solo al momento della produzione o a quello del suo fine vita. Imballaggi e spedizioni sono un altro punto cruciale per quanto riguarda le emissioni di CO2 derivate dai trasporti. La faccio facile. Sono indecisa tra due capi visti in un sito americano; li prendo tutti e due per provare. Un singolo pacchetto viene imballato e spedito (spesso usando quintali di carta, plastica, scotch, cartone e fiocchetti inutili); fa un lungo viaggio fino a casa mia (aereo, camion, corriere in motorino?) li provo, decido di tenerne uno e l’altro lo restituisco (corriere, camion, aereo). Questa catena di trasporti avanti e indietro rilascia gas in giro. Moltiplichiamo questa nuova abitudine per tutti i miliardi fatti solo da Jeff Besoz fatti durante due mesi di quarantena e abbiamo sufficiente anidride carbonica per giustificare cambiamenti climatici e fenomeni atmosferici fiori dal comune. Se poi ci mettiamo tutti gli altri retailer online, grandi e piccoli, abbiamo un piccolo quadretto che ci illumina su come anche il commercio online poco cosciente non sia una grandissima idea.

Online si, ma con la testa! (Possiamo fare a meno di Amazon)

Osservando le nostre modalità di acquisto possiamo capire in che modo agiamo e fare scelte più consapevoli. A chi dare i nostri soldi e quindi il nostro supporto. Dopo aver letto un libro del quale credo di avervi parlato (Schiavi di un dio minore) e dopo aver osservato la politica del colosso dell’e-commerce più potente della rete (oltre che il continuo accumulo di miliardi del suo fondatore, che reputo una persona pericolosa…questi dominano il mondo) ho deciso di non comprare più su Amazon, tranne in casi di estrema necessità (che si riducono ad una volta all’anno e solo per libri auto pubblicati su quella piattaforma). In generale ho deciso di non appoggiare chiunque stia tentando (e riuscendo) a monopolizzare il mercato.

-Online si, dai brand indipendenti e piccoli marchi. Anche piccoli negozi che fanno selezioni interessanti e che promuovono nuove realtà.

-Online si, ma basta fare ordini di mille cose per poi renderle. Tutto questo vai e vieni non ci fa bene.

-Online si, preferendo venditori che non impacchettano le cose fino alla morte che anche tutti quegli imballi ed incarti per fare bella figura cinque minuti poi diventano comunque spazzatura.

Osservando le nostre modalità di acquisto possiamo capire in che modo agiamo e fare scelte più consapevoli. A chi dare i nostri soldi e quindi il nostro supporto. Dopo aver letto un libro del quale credo di avervi parlato (Schiavi di un dio minore) e dopo aver osservato la politica del colosso dell’e-commerce più potente della rete (oltre che il continuo accumulo di miliardi del suo fondatore, che reputo una persona pericolosa…questi dominano il mondo) ho deciso di non comprare più su Amazon, tranne in casi di estrema necessità (che si riducono ad una volta all’anno e solo per libri auto pubblicati su quella piattaforma). In generale ho deciso di non appoggiare chiunque stia tentando (e riuscendo) a monopolizzare il mercato.

-Online si, dai brand indipendenti e piccoli marchi. Anche piccoli negozi che fanno selezioni interessanti e che promuovono nuove realtà.

-Online si, ma basta fare ordini di mille cose per poi renderle. Tutto questo vai e vieni non ci fa bene.

-Online si, preferendo venditori che non impacchettano le cose fino alla morte che anche tutti quegli imballi ed incarti per fare bella figura cinque minuti poi diventano comunque spazzatura.

Negozio Ibieco, Ibiza

In generale, preferisco l’offline. Ma di come stanno e devono cambiare i negozi fisici ve ne parlo la prossima volta. Adesso tocca a voi: comprate più volentieri online o offline? E dove? Vi aspetto nei commenti 😉

Unsuccessful: storie di sogni (stra)ordinari/ Prologo

Ultimamente ho dei moti di scarsa tolleranza verso quello che vedo e sento. C’è stato un momento in cui in nome del “politicamente corretto” mi ero data una calmata, almeno nel mio esternare pubblico i miei pensieri, perché con la gentilezza si ottiene tutto e perché i modi fanno la differenza (cosa di cui sono ancora convinta, infatti sono qui a scrivere, non a dare fuoco a cose e persone 😛 ). Sono stufa (si era capito dagli ultimi post, no?). Sono stufa di molte cose: di come sta andando il mondo, dell’incoerenza, dell’ignoranza, dei colossi che ci controllano, del potere dei soldi che passa sopra a tutto, comprese le vite altrui…insomma, la lista potrebbe continuare ma non è questo il punto. Se c’è una cosa di cui sono veramente super stufa sono i modelli di “successo che vengono proposti all’attenzione del grande pubblico. Modelli-fotocopia che passano sempre per SOLDI, FAMA, POSSESSO E OSTENTAZIONE DI RICCHEZZA, NUMERO DI FOLLOWER ED ETERNA GIOVENTU’. Poi?!? Dei conti dello psicologo, delle vite perennemente in ansia, dell’incapacità di avere relazioni sociali sane, delle manie di persecuzione di alcuni di questi individui non ne parla mai nessuno, però! 

se il successo ti leva la felicità, che successo è?

 

La corsa è sempre quella ad arrivare primo, scalare le classifiche, accumulare, andare oltre senza mai una fine, mettere su IMPERI perché così fa figo. Arrivare LI’, sotto la luce dei riflettori, perché senza di quella non sei nessuno! Ecco, ci siamo mai chiesti chi li manovra questi maledetti riflettori? Io sì…molte volte. E a questo proposito ho una piccola storia personale che penso abbia influito notevolmente sul mio percorso futuro, insieme alla frase di mamma che da sempre riecheggia nelle mie orecchie “devi essere indipendente e per esserlo ti devi fare il culo“.

Quando feci il colloquio per entrare alla scuola dei miei sogni, quella che avrebbe dovuto aprirmi le porte dell’Olimpo della Moda, la direttrice del mio corso di allora mi guardò e mi disse “Ricordati che se non vendi non sei nessuno“. In quel momento il disco dei sogni si crepò barbaramente, manco ci fosse passata sopra una squadra di gattini con le unghie affilate. Quello fu solo l’inizio del disagio e della presa di coscienza di essere differente. I modelli di successo venduti in quel contesto erano sempre i soliti: Tizio che lavora nell’ufficio stile del Megabrand, Caio che è diventato super-direttore, Gigia che fa la manager per un marchio di super lusso e altri che sono alle dipendenze di rinomate aziende. Venivano menzionati anche rari casi di designer indipendenti di successo, ovvero che erano entrati nei saloni ufficiali ed il cui fatturato continuava a crescere di anno in anno. (Questi sono ancora i modelli di successo che vengono proposti agli attuali studenti, ma stendiamo un velo pietoso ed andiamo oltre). Quando vidi apparire la direttrice all’inaugurazione di Open, il mio negozio, con un bel sorriso che mi faceva tanti complimenti pensai “Eh, forse ho raggiunto un piccolo successo pure io“. Piccolo, troppo piccolo per essere menzionato nella rivista online della scuola. Fortunatamente qualcun altro si accorse di quanto quel gesto visionario ed azzardato potesse essere d’ispirazione ed ecco il mio prof di Marketing invitarmi in classe per parlare con gli altri studenti della mia esperienza (fu lì che iniziò poi la mia vita da docente). L’ex direttrice non lavorava più a scuola a quel tempo. Ma la rividi parecchio tempo dopo, ancora all’inaugurazione di un negozio di una ex studente. Le raccontai un po’ di tutto quello che avevo fatto, di quello che facevo e della mia vita a metà tra Ibiza e la Toscana. Ricordo di nuovo un sorriso ed un grande abbraccio corredato da “tu sì che hai capito tutto”. O_o

Io non lo so, non credo di aver capito tutto tutto, ma qualcosina sì, soprattutto per quanto mi riguarda. E credo di aver capito che il successo non è un concetto universale e non è assolutamente legato alla fama o al conto in banca (che va bene essere ricchi&famosi ma bisogna anche essere illuminati, perché ricchi, famosi e stronzi anche NO)! Il successo è legato alla propria vita, ai propri sogni che si realizzano, alla serenità generata dall’essere dove si vuole essere in quel preciso momento senza essere scesi a bassi compromessi. Ma questo non te lo insegna nessuno: non te lo raccontano a scuola, dove anche il prof. si sente uno sfigato mentre guarda sul cesso le stories di Gianluca Vacchi pensado “beato lui“; non te lo dicono i media, che continuano a pubblicizzare ed osannare i soliti noti; non te lo dice la rete, dove comunque quello che vale sono i follower ed i numeri che riesci ad alzare affinché le grosse aziende paghino (se poi li alzi rompendo gli squishi, facendo vedere il culo o pubblicando a raffica frasi motivazionali nonostante la personale demotivazione non importa, l’importante è farli vedere quei numeri, perché aprono le porte di qualsiasi cosa, dalle case editrici a quelle di moda). Insomma, siamo sempre lì: fino a che i modelli proposti sono questi, l’ambizione delle nuove generazioni (e pure di qualcuno delle vecchie) quella rimane. MONEY, FAME, POWER. Il SEX viene di conseguenza alle prime tre. E vissero tutti felici e contenti. Tranne me, che mi arrabbio e che penso che spalancare una finestra su idee ed esempi di successo differenti sia un modo per far aprire gli occhi, ampliare la visione ed includere chi a certi modelli non aspira senza farlo/a necessariamente sentire uno sfigato!!!

Ed eccomi qui, ancora, ad aprire finestre, ad illuminare persone che non sono ancora “personaggi“, a puntare i riflettori su sogni realizzati e raccontare storie di (stra)ordinari successi. E’ una vita che lo faccio: l’ho fatto quando avevo il negozio, andando a pescare marchi e designer poco conosciuti ma dei quali ammiravo tantissimo il lavoro e la filosofia; l’ho fatto attraverso il blog, raccontando la vita e le esperienza di chiunque attirasse la mia attenzione; l’ho fatto collaborando con altri artisti/creativi perché amavo il loro lavoro e credo fortemente nel supporto reciproco; l’ho fatto mettendo su SFASHION-NET, dove la spinta finale ce l’ha messa la voglia di dare visibilità alle micro imprese che durante i mesi di chiusura forzata si vedevano già per spacciati. Tutto ciò sempre mossa da uno spirito divulgativo ed informativo disinteressato (non ho MAI MAI MAI scritto un post in cambio di soldi o di altro. MAI. Ebbene sì, il mio senso per gli affari fa cagare, anche volendo ricca&famosa non ce la farei mai 😉 ) E lo continuo a fare adesso, ancora su questi schermi, raccontando storie di successi (stra)ordinari. Quelle storie che ancora non sono finite sotto ai riflettori ma che intanto le faccio passare sotto alla mia lanterna, sperando che grazie al vostro supporto raggiungano sempre più luci. Non per la fama, quanto per la necessità di avere quanti più esempi differenti ai quali ispirarsi. Per evolvere anche in questo senso.

Non c’è un solo modo di vivere, figurati se ci deve essere un solo modo per avere successo!

Insomma, sono arrabbiata, ma sempre propositiva 😉 (Poi sì, la Ferragni non la sopporto più, così come chi ostenta armadi che cascano di abiti, chi si crogiola nel fatturato, chi ha un senso di rivincita pronunciato, Vacchi e quei reel del cazzo in cui si cambia i vestiti e tutti quelli che lo seguono,…ops, mi sono slacciata un po’ troppo)! Questo il prologo a tutta una serie di storie che racconteranno gli unsuccesfull people! 😉 Perché io ho sempre preferito gli outsider 😛

Se hai una storia da raccontarmi o c’è una storia/persona interessante da segnalarmi, io sono super OPEN: marina@morgatta.com

Fashion Week, promesse e scheletri nell’armadio

Ci siamo lasciati in piena pandemia con le fashion week digitali in estate e con tante promesse dal mondo della moda di cambiamenti. Chiacchiere, più che altro; altisonanti come i cori dai terrazzi che poi si sono trasformati in vicini/sentinella che ti ucciderebbero se non hai la maschera messa sul naso. Vabbè. Come volevasi dimostrare la voglia di rinnovamento è stata soppiantata ancora una volta dalla paura di perdere il proprio piccolo trono dorato in un’impero che sta crollando sulle sue stesse fondamenta. Uscire dagli schemi è ancora difficile, inventare qualcosa di nuovo anche e sparire dalle scene è troppo doloroso (senza i fari puntati addosso nessuno esiste)!

E quindi niente, ecco ripartire le famigerate fashion week (Milano inizia proprio domani), questa volta però in modalità ibrida, tra il reale, il digitale e la realtà virtuale! Un po’ offline, con sfilate dal vivo con tutte le precauzioni del caso, un po’ online, con addirittura saloni ricreati completamente in VR come quello che si terrà prossimamente durante l’edizione della Paris Fashion Week. Insomma, la macchina non ha assolutamente intenzione di rallentare è piuttosto che non avere niente da presentare per la prossima stagione, eccoli di nuovo in moto con campionari, collezioni, sfilate e saloni. Tutto normale. Tutto sbagliato. Perché? Facciamo un passo indietro, a quel momento durante il confínamento in cui tutto era pericolosamente in bilico tra il “cazzo succede” e il “qui andiamo a gambe all’aria“…

Il gioco subdolo degli sconti, salari non pagati e soldi sprecati

Quando é scoppiato il caos i vestiti delle collezioni estive erano già in produzione, in alcuni casi già belli e pronti per essere spediti. Con la prospettiva di una stagione inesistente tutto si é bloccato, lasciando un po’ tutti in apnea. Solo che se in apnea ci rimane il CEO di un grande marchio diciamo che può campare allegramente anni, se ci rimane la signora che cuce laggiù in India campa solo pochi giorni. O ore. Ed in effetti questo é quello che é accaduto.

“Sulla base di dati raccolti sul campo e di altre ricerche pubblicate, l’inchiesta rivela che in tutti i Paesi del sud e sud-est asiatico i lavoratori hanno ricevuto strutturalmente il 38% in meno di quanto gli spettasse. In alcune delle regioni dell’India, si supera addirittura il 50%. Rapportando questi numeri all’industria mondiale dell’abbigliamento, escludendo la Cina, un’ipotesi prudente attesta tra 3.19 e 5,78 miliardi di dollari la cifra dei salari dovuti ai lavoratori.” (Fonte: report Campagna abiti puliti “Stipendi Negati in Pandemia“)

Al momento del liberi tutti i signori hanno fatto il bello ed il cattivo tempo, chiedendo sconti e rifiutandosi di pagare il prezzo pieno della produzione (prezzo pieno che sono in ogni caso prezzi irrisori per holding gigantesche quotate in borsa). A qualcosa sono servite le campagne di Clean Clothes Campaign che incitavano i Signori Brand a pagare le loro produzioni per intero e garantire salari dignitosi e continuità lavorativa ai dipendenti delle fabbriche. In alcuni casi gli accordi sono stati rispettati. In altri chiaramente no!!!

La ricerca analizza le informazioni raccolte da una parte attraverso questionari inviati a 108 marchi e rivenditori di 14 Paesi, e dall’altra attraverso interviste e analisi delle buste paga di 490 lavoratori e lavoratrici di 19 diversi stabilimenti in Cina, India, Indonesia, Ucraina e Croazia. Tutti i dati sono pubblicati sulla nuova piattaforma FashionChecker.org. Tra i marchi italiani contattati troviamo Benetton, Calzedonia, Falc, Geox, Gucci, OVS, Salewa. I risultati dell’inchiesta rivelano innanzitutto il netto contrasto tra le affermazioni e le grandi promesse dei marchi della moda e la realtà affrontata dai lavoratori nei Paesi di produzione. La ricerca sui marchi mostra come nessun brand paghi un salario dignitoso ai propri lavoratori nelle catene di fornitura; la ricerca sul campo fa luce ancora una volta sulle pessime condizioni di lavoro che si nascondono dietro i numeri.

I salari di povertà continuano ad essere un problema sistemico nell’industria dell’abbigliamento, spesso nascosto in profondità all’interno di catene di fornitura complesse e segrete. Una situazione ulteriormente peggiorata durante la pandemia di Covid-19, quando marchi come Arcadia, Bestseller, C&A, Primark e Walmart (Asda) hanno deciso di annullare ordini e imporre sconti ai fornitori, lasciando così i lavoratori senza gran parte dei salari. A questo si collega una mancanza quasi totale di trasparenza in tutto il settore. Di fatto, sebbene i marchi facciano grandi promesse di sostenibilità e produzione etica, dietro le quinte esercitano un immenso potere di scelta tra economie a basso salario.

Ecco uno strumento simpatico per controllare in tempo reale se i marchi ci sono o ci fanno.  Su Fashion Checker è possibile consultare i dati sull’etica del lavoro e sulla trasparenza della filiera di moltissimi brand; accomodatevi, io mi sono fatta un sacco di risate! Simpatico scoprire come la TRASPARENZA non sia appannaggio di molti e come sia facile distogliere l’attenzione dallo sporco con qualche azione di comunicazione studiata ad arte!

Alla luce di tutto ciò, con l’aggiunta di vendite non andate proprio benissimo, ordini cancellati e con una serie rimanenze decisamente superiori al solito, l’idea che la macchina si sia rimessa in moto per fare ulteriori campionari, collezioni e addirittura organizzare fiere (tutta questa roba costa, e nemmeno poco) la domanda mi sorge spontanea: ma se fosse saltata una stagione, cosa sarebbe successo?!? 🤔

Niente! Nessun morto, nessun ferito, nessuno che sarebbe andato in giro nudo. Pagare salari dignitosi e fare una sfilata in meno sarebbe stato un gesto concreto e sensato verso un cambiamento reale. Al momento mi sembra tutta una grandissima presa per il culo. Come sempre!

E mentre vedo sempre più marchi che lavano i panni sporchi con collezioni di cotone organico, io continuo nella mia missione di supporto alle micro imprese e ai piccoli brand. Che comunque vada, impattano meno, controllano di più, gestiscono meglio e non subiscono il peso del sistema. 😉 Vi avevo già detto qualcosa di Sfashion-net, vero? 😉 Noi tutti, in quanto persone attive e pensanti, possiamo:

-Informarci (vi invito caldamente a leggere i report e capire davvero l’impatto negativo che tutto ciò ha sulla vita di altri esseri umani)

-Chiedere ai brand tramite campagne online di pagare ai loro dipendenti stipendi dignitosi (guarda l’hashtag #PayUp su instagram per esempio)

-Smettere di supportare il pronto moda così come i grandi brand che si comportano in maniera scorretta e poco etica

-Trattare i capi di abbigliamento come oggetti preziosi frutto di idee e lavoro, dargli una vita lunga e decorosa: quella che si meritano 😉

E dopo questo, buona Fashion Week a tutti!

Ri-uso, raccolgo, ri-ciclo: l’importanza delle parole e dei gesti verso l’economia circolare

Vi vedo, già in modalità “l’autunno sta arrivando“. Vi vedo, andare a ripescare i primi maglioncini dalla scatola con gli indumenti invernali. E vi vedo anche scartare e raccogliere in una busta con i panni estivi che non vi vanno/piacciono più. Ed è proprio in questo momento che vi FERMO un attimo. E vi invito a non andare in automatico con un gesto tipico “non mi va, lo butto” ma a riflettere cinque minuti in più su quel capo che stavate per buttare…

La storia del REDUCE-REUSE-RECYCLE ormai la sappiamo quasi tutti a memoria. Parole che ci martellano nella testa ma che difficilmente riusciamo a mettere in pratica, proprio perché molto spesso le modalità sono oscure. Quindi accendiamo un po’ di luce ed illuminiamo questi concetti con una luce che si possa tradurre in GESTI concreti e reali. La base di partenza è sempre la stessa: un pianeta in sofferenza per via del consumo esagerato delle risorse naturali (acqua in particolare) e per la grande quantità di rifiuti riversati in terra-acqua-aria (CO2 come se non ci fosse un domani, poi altro che mascherine ci servono) ci sta chiedendo cortesemente di RALLENTARE. Il problema principale, infatti, è la QUANTITA’ di merci che si producono annualmente ed il fatto che molte di queste siano fatte pensando per non durare. E’ un concetto riassumibile in due parole, bastardissime: OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, ovvero capi pensati in partenza per durare poco ed essere sostituiti con altri. Il loro durare poco consiste tecnicamente in materiali scadenti ed una fattura approssimativa in modo che dopo pochi lavaggi si rompano o deteriorano così da rendersi immettibili! E noi, immediatamente, li lanciamo al cassonetto! ASPETTA!!! Quest’azione non è degna di un essere umano civile a cui sta a cuore l’ambiente in cui vive. Non basta fare la raccolta differenziata per mettersi a posto la coscienza. C’è bisogno di andare oltre per innescare il circolo vizioso di un’economia realmente circolare. QUINDI, prima di buttare, alcune domande:

-come posso trasformare questo vecchio capo in una nuova risorsa?

-posso riutilizzarlo?

-posso donarlo a qualcuno che lo apprezzi davvero?

-E se proprio è alla frutta e non so cosa farci, dove è meglio buttarlo perché possa essere rimesso in circolazione senza finire al suolo o in un inceneritore?

Ed è qui che iniziano ad apparire le famose “R”. Re-GIFT o anche Re-SELL (perché anche solo recuperare un prezzo simbolico non fa male) è un modo rapido per continuare a far circolare i capi che sono ancora in buono stato. Allungare la vita di un capo anche solo di 9 mesi (ma se sono di più meglio ancora) fa risparmiare, tra l’altro, tantissimi litri di acqua (e come sappiamo bene l’acqua scarseggia ultimamente). Oltre al fatto che rende felice altre persone (siamo ancora nel #secondhandseptember). Regalare ad amici e amiche è cosa buona e giusta; partecipare a swap party è occasione divertente anche per conoscere nuove persone. Se non ci sono party del genere nelle vicinanze, esiste il grande mondo del web, dove siti e app per lo scambio di abiti spuntano come funghi, così come siti e APP per vendere i vostri capi di seconda mano.

Pic from Swapchain website

-https://www.theswapchain.com/, per esempio, è uno strumento di scambio virtuale, dove l’economia della condivisione, la tracciabilità e la proprietà digitale degli articoli  sono tutti in un unico posto.

-Qualche tempo fa, anni e anni, vi avevo parlato anche di LABLACO, che sono sempre attivi e funzionanti, sia sulla APP che con eventi offline.

-Per la vendita passiamo dal classico EBAY fino al più utilizzato DEPOP, arrivando a siti più sofisticati dove vendere capi firmati e vintage di un certo livello come Vestiaire collective o Rebelle. Anche per la vendita ci sono molte opzioni, anche se io preferisco sempre il baratto, anche per rivalutare un’economia più solidale basata sulle relazioni e non sul denaro (ma per questo arriverà un altro articolo).

il riuso

Questo è un concetto interessante. Ri-usare. Usare ancora. Il riuso è diverso dal riciclo: il riciclo presuppone un processo di trasformazione chimica o meccanica; il riuso è un cambiare forma e/o destinazione d’uso a qualcosa. Il riuso è un gesto creativo e per questo lo preferisco 😉 E’ quello che in inglese chiamiamo UP-CYCLING, ovvero fare un passaggio di stato e ridare vita a qualcosa sotto un’altra forma. Sembra magia, ma si tratta solo di recuperare manualità, inventiva e rispolverare quel pizzico di creatività seppelliti da anni sotto una quotidianità fatta di gesti meccanici e routine annichilente. Il concetto del riuso è semplice: guarda quel capo che non usi/vuoi più e per prima cosa valuta il suo stato di salute:

-è messo male male o lo posso riparare?

1-RIPARARE: Posso farlo io? Sì. —> Prendo ago e filo e mi impegno. Ni, potrei ma non so come fare…—> Su youtube ci sono una quantità infinita di tutorial. No. —> Ok, lo porto alla sarta, che anche loro hanno diritto di lavorare! (ho scritto un post anche sull’arte di riparare)

2-E’ MESSO MALE. Quando un capo è messo male possiamo smontarlo e recuperare le varie parti. Un capo è composto da diversi materiali e di solito cerchiamo di NON BUTTARE VIA NULLA. Chirurgicamente si vanno ad asportare le varie parti: possono essere zip, bottoni, decorazioni, rivetti, ecc. ecc. Questi possono essere conservati e poi usati in un secondo momento, all’occorrenza. Con il materiale principale poi, osservandolo, si può decidere in che modo trasformalo e dargli una nuova vita o funzione. La t-shirt, per dirne una, può diventare un altro modello di t-shirt, per esempio; oppure una borsa, un cencio per levare la polvere, dischetti per il trucco lavabili. Un costume può essere trasformato in reggiseno o in una bustina super resistente con tanto di manici già incorporati. Con i vecchi maglioni di lana ci si possono rivestire cuscini o fare una simpatica cuccia per l’amico peloso. Insomma, tenete presente che prima di buttare un materiale ci sono mille alternative possibili. Se non sapete cosa farci voi perché l’inventiva vi ha abbandonato, online ci sono un sacco di consigli, o potete sempre donare a creativi/designer/scuole/associazioni che invece hanno bisogno di materiali per i loro lavori o workshop basati proprio sul ri-uso!

#ilfioccone realizzato con una vecchia tovaglia, Sartoria Letteraria

e se devo buttare…

Se è proprio finito cerchiamo almeno di fargli un funerale decente dove possano avere la possibilità di reincarnarsi nuovamente grazie al riciclo. Non tutti i tessuti possono essere riciclati al momento, e per essere riciclati devono essere MONOMATERIALE, ma se li mettiamo nel posto giusto possono rischiare di avere una seconda chance, comunque.

CASSONETTI APPOSITI, messi giù in condizioni decenti. Quelli che finiscono in questo spazio, di solito, vengono o riciclati per scopi industriali (circa il 29%); o donati ai paesi in via di sviluppo (circa il 68%, ma anche qui dovremmo aprire un capitolo a parte); o smaltiti in discarica (3%).

SERVIZI DI RACCOLTA: sono sempre di più i brand che ti chiedono di riportare indietro il tuo capo usato. In questo modo possiamo essere leggermente più sicuri di dove vanno a finire i capi e che veramente verranno rimessi nella catena produttiva. Personalmente mi fido molto dell’iniziativa di RIFO’ che insieme a Natura Sì, Recooper, Pinori Filati ed altri cenciaioli pratesi, stanno cercando di chiudere un cerchio raccogliendo i materiali per riciclarli sul serio. Due sono i progetti attivi al momento: uno che riguarda i capi 100% cachemire (che possono essere inviati direttamente alla loro sede) e l’altro che riguarda il denim, che può essere portato direttamente ai negozi Natura Sì che aderiscono all’iniziativa. Vi lascio il primo episodio del loro video, che spiega molto bene il tutto 🙂

Adesso che sai, puoi scegliere. Ricorda però, che io ti vedo. E anche la Terra…

Voi come siete messi con recupero e riuso? Se avete altre iniziative e siti da segnalare, questo è il posto in cui condividere.

Buccia di Banana/Correggere i correttori (e le testimonial)

Cominciano le scuole, comincio pure io a fare la maestrina in questo spazio che ormai va avanti da diversi anni segnalando scivoloni e cadute di stile. Moda, ma non solo: costume, società, atteggiamenti e notizie che fanno cascare le…insomma, che lasciano perplessi. Oggi vi porto sul tappeto rosso di Venezia insieme ad una giovanissima influencer e ad un marchio di cosmetici che dovrebbe rivedere campagne di marketing e copywriting.

 

Spendiamo due parole sul nome di questo prodotto incredibile: il cancella età!!! Già mi viene voglia di arrabbiarmi. Il marketing continua a credere che mettere il dito nella piaga di una delle paure dell’essere umano, ovvero quella dell’invecchiamento, sia una cosa carina per indurre a comprare. In questo caso ha rincarato la dose, andando a pigiare ulteriormente sul femminile e questa smania di non dover dimostrare MAI la propria età passati i 20 anni. 😱 Perché si sa, le donne le vogliamo sempre giovani e fresche; perché le rughe fanno brutto; perché 40/50 anni che schifo e perché meglio correggere l’età che portarla a spasso serenamente! Quindi, care signore e signorine, accomodatevi a comprare il Correggi Età, rivoluzionario correttore con Anti Age (giusto per ribadire)!!!

Per pubblicizzare il prodotto hanno pensato bene di utilizzare una giovane Influ (per gli amici), la 24 enne Giulia de Lellis (uscita dal mondo patinato di Uomini&Donne e autrice (diciamo ideatrice, perché la penna ce l’ha messa un’altra) del libro che ha sbancato le classifiche lo scorso anno “Le corna stanno bene su tutto! Ma io stavo meglio senza”…ecco, io credo che anche noi stavamo bene senza questa perla della letteratura italiana, ma vabbè). Venti. Quattro. Anni. E già le serve il cancella età? Andiamo bene. A 40 cosa le faranno pubblicizzare, un vasetto di unguento miracoloso per la rinascita?!? O_o Io boh…un po’ di correttore via via lo usiamo tutti, ma questa corsa all’appiattimento facciale con questa promessa di eterna giovinezza…

Il fallimento di questa campagna e anche la celebrazione della normalità della vita arriva dal Red Carpet di Venezia, dove la signorina è andata fiera e testa alta, ma con il volto ricoperto di brufoli non proprio perfettamente CANCELLATI dal correttore in questione. Quindi, il miracoloso trucco cancella solo gli anni, ma i brufoli NO! Bando alle stupide critiche mosse alla povera Giulia, che voglio dire a 24 anni uno sfogo ormonale di acne ci sta (con tutto lo stress che ha riportato è anche comprensibile), è stata più intressante la figura non proprio bellissima del brand. Un simpatico scherzo del karma dove, più cerchi di Cancellare l’Età (ed instillare questa paranoia al mondo femminile) e più questa si palesa in tutta la sua essenza, imperfezioni della pelle comprese! Cari signori del caro brand, vi ci sta bene!

E voi ricordate che accettare il tempo che passa è il primo segno per non avere segni del tempo che passa! No, non è una supercazzola…;) Buon lunedì!

Biotecnologie: la scienza al servizio della circolarità!

Ciao, sono tornata. Mi sono presa un mese per osservare, leggere, documentarmi e raccogliere informazioni. Ed eccomi qui, pronta ad inaugurare una nuova stagione #sfashionista in cui si parla dell’ “altra moda” e tutto quello che le gira intorno. L’idea è quella di guardare alla moda con occhio critico e curioso, di vagliare e conoscere alternative ed instillare la voglia di prendere quest’industria meno sul serio, lasciandosi ispirare da modelli e suggestioni che non sono certo quelli che vediamo sui media tradizionali (figurati). Accomodatevi quindi e, qualunque curiosità, dubbio, perplessità, approfondimento desiderato…CHIEDETEMI! Sono qui per voi… 😉

Fonte: Red Carpet Green Dress Instagram Profile

Ormai sappiamo bene che lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo è arrivato ad un momento critico per cui le stiamo riducendo all’osso, impoverendo l’ambiente anno dopo anno con una pericolosa costanza. Per questo sentiamo parlare spesso di economia circolare, dove con questa circolarità si intende una catena produttiva in grado di riassorbire e riciclare quello che produce o che rimetta in gioco i materiali senza dover utilizzare nuove materie prime. La faccio semplice: il maglione fatto con il filato ottenuto da lana riciclata non deve andare a spennare un’altra pecora per realizzare filato nuovo. Spiegazione rapida ma efficace, no? 😉 Mentre da una parte le tecnologie si stanno attivando per riciclare il riciclabile (ma ancora siamo lontani dal poter riciclare tutto, per esempio se un capo è fatto di cotone misto lino già non si può riciclare più), le bio-tecnologie sono attive già da parecchi anni per alleviare la nostra impronta chimica di approvvigionamento e produzione eliminando gli sprechi. Bio che?!? Andiamo con ordine…

Le preoccupazioni legate all’ambiente non sono una storia dei giorni nostri, ma già negli anni 90 ci stavamo accorgendo che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Bioneer – pioniere biologico – è un termine coniato proprio all’inizio degli anni novanta; le bio-tecnologie sono messe al servizio della società per sviluppare materiali biodegradabili coltivati ​​in laboratorio utilizzati principalmente nella moda, nel design e nell’architettura. Esiste una fitta comunità di biologi, scienziati dei materiali e ingegneri che impiegano batteri, funghi, alghe, tè fermentato, lievito e altri microrganismi, per produrre indumenti, imballaggi ed elementi di interior design. Sembra fantascienza e a tratti moralmente discutibile, ma in questo caso meglio mettere da parte i pregiudizi e pensare al risultato finale che si vuole ottenere. Questo tipo di progressi biotecnologici hanno il potenziale per ridurre l’uso eccessivo del suolo, dell’acqua e del degrado ambientale in generale; così come la riduzione dell’allevamento del bestiame, dei rifiuti e dell’uso di sostanze chimiche tossiche (la nostra impronta ambientale pesante si alleggerirebbe notevolmente).

Foto credits: Biofabricate Instagram Profile

Anche in questo caso la pioniera visionaria è una donna, Suzanne Lee, che dal 2003 insieme al collega scienziato David Hepworth, usavano bagni e giardini per “coltivare” materiali. Come? Utilizzando gli stessi ingredienti che si usano per preparare la Kombucha (so bene di cosa si tratta perché la mia amica Erika è esperta di questa materia, solo in cucina), come zucchero, aceto di sidro di mele e tè verde. Così Suzanne Lee ha dato vita a capi realizzati con cellulosa batterica. C’è voluta una quantità industriale di esperimenti con la fermentazione per avere un un materiale simile alla pelle che può essere gettato nel bidone del compostaggio poiché è sia biodegradabile che compostabile. Oggi Suzanne è capo della BioFabricate, prima società di consulenza al mondo dedicata al bio design, e di Modern Meadow Inc, una rete di sviluppatori di materiali il cui scopo è fondere design, biologia e tecnologia ed il cui motto è “creare, non distruggere“!

From BoltThreads Website

Stesso motto e stesso concept utilizzati dalla Bolt Threads, azienda dedicata alla ricerca sui materiali e della quale vi avevo parlato in merito alla creazione della Seta biologica: Il Microsilk, progettato da DNA spider, lievito e acqua, è una seta di ragno sintetica, elastica e morbida. Con la quale Stella McCartney ha realizzato una prima collezione nel 2017. Ma non si sono fermati qui. Da una recente sperimentazione è uscito fuori anche MyloTM, un materiale simile alla pelle realizzato con micelio, la radice batterica dei funghi. Il micelio viene coltivato e monitorato nei laboratori, evitando l’allevamento del bestiame, gli sprechi di materiale e i gas serra dispersi nell’aria per produrre pelle. Tutte queste sono alternative pratiche, ecologiche e realizzate in un’ottica circolare. Oltre tutto, questi processi abbattono anche le emissioni di CO2 o quanto meno provano a controllarle e ridurle con un’accurata osservazione del lavoro in corso.

Pic From BoltThreads Website

Moda ma non solo. Le applicazioni di questi materiali spaziano dal design all’architettura, dal packaging agli imballaggi fino ai mobili e ai pannelli isolanti. Le alternative sono molte, così come le sperimentazioni che si stanno facendo per rendere queste soluzioni riproducibili non su scala immensa, ma almeno in quantità sufficienti per essere davvero un’alternativa alla sintetizzazione di materie prime naturali. Non so cosa ne pensate, ma a me questo connubio tra biologia e design mi sembra quasi magia…

Pic From BoltThreads Website

Che questa sia parte della giusta direzione da prendere? Ditemi che ve ne pare. A breve approfondimento su questi materiali…

 

#plasticfree(july): fare a meno della plastica nella moda e nella vita

A volte per capire l’entità dei problemi che ci circondano abbiamo la necessità di sbatterci la testa o di vederli da molto molto vicino. La storia della plastica che ci sta sommergendo lentamente la sentiamo ormai da anni, vediamo foto di montagne di rifiuti, eppure non siamo mai schifati abbastanza da quelle immagini, forse perché non ci toccano così da vicino (o almeno così pensiamo)! Allora qualcuno ci prova con l’arte a scuotere le menti, come Skyscraper (The Bruges Whale) un’installazione di arte pubblica realizzata con cinque tonnellate di rifiuti di plastica provenienti dall’oceano, telaio in acciaio e alluminio; o il padiglione Head in the Clouds, composto da 53.780 bottiglie di plastica riciclate, il numero di bottiglie gettate via ogni ora a New York City (entrambe le opere sono state realizzate da StudioKCA). Altri ci provano con le challenge, ovvero sfide che vengono lanciate tramite il web (e si sa che alle sfide l’essere umano difficilmente riesce a resistere…)

Triënnale 2018; STUDIOKCA – ‘Skyscraper (the Bruges Whale)Sono ormai 11 anni che luglio fa rima con senza plastica, grazie ad un mese di sensibilizzazione promosso dall’omonima associazione australiana e che si può incontrare online con il tag #plasticfreejuly. Sappiamo bene quanto questo materiale danneggi l’ambiente a più livelli (suolo, acqua e pure aria) e sappiamo anche bene che per smaltirlo ci vogliono anni, a volte addirittura secoli. Eppure ne siamo circondati quotidianamente in qualsiasi ambito della nostra vita. Basta guardare il cestino della plastica della raccolta differenziata per constatare quanto sia il primo a riempirsi e quanto ingombrante è il volume! I passati mesi di chiusura e le nuove norme “igieniche” non hanno aiutato, anzi: buste, imballi e misure “anti-contagio” ci hanno riportato un po’ indietro sull’argomento. Nonostante molti governi si stiano impegnando per regolare l’uso della plastica con tasse e sanzioni, il potere concreto rimane nelle nostre mani. Siamo noi la domanda, siamo noi che con le nostre scelte giornaliere possiamo influenzare e mandare chiari messaggi a chi produce domandando MENO plastica e soluzioni alternative.

MODA E PLASTICA: PRO & CONTRO DEL riciclo

Quando parliamo di moda e plastica la mente va immediatamente alle fibre sintetiche e inquinanti derivate dal petrolio. In realtà il problema è molto più ampio e si estende a macchia d’olio: dalle grucce agli imballaggi, dal packaging con il quale vengono spediti gli abiti fino alle microplastiche che le fibre rilasciano durante il lavaggio (ne avevo parlato anche qui). Il tema del riciclaggio  della plastica per ridurre la produzione di nuovi materiali è all’ordine del giorno, ma anche in questo caso riciclaggio e i materiali riciclati hanno i loro limiti e controindicazioni. Gli sforzi delle aziende per rimuovere la plastica dagli oceani e riciclarla in capi, scarpe o accessori è uno dei maggiori vantaggi dell’uso di plastica riciclata nel settore della moda; rimuovere anche un solo pezzo di plastica dall’oceano è cosa buona&giusta, cercare di buttarcene meno ancora meglio! Il riciclo della plastica, in ogni caso, non è infinito e spesso, grazie alla combinazione di varie fibre per produrre un tessuto, una volta realizzato non è più riciclabile (il primo passo verso la circolarità è quello di usare MONO-Fibre per realizzare i capi, così che possano rientrare nel circolo di produzione più facilmente). Teniamo anche ben presente che l’abbigliamento in plastica non si decompone, quindi qualsiasi indumento a base di petrolio che finisce in una discarica rimarrà lì a tempo indefinito!!! Ultima piccola osservazione è che il processo di riciclo della plastica in qualcosa di nuovo usa chiaramente una grossa quantità di sostanze chimiche (per trasformare una vecchia bottiglia d’acqua in filato ce ne vuole di chimica)…che potrebbero finire nei fiumi così come sulla pelle! Riciclare meglio che produrre ex nuovo partendo dal petrolio, ma far durare i capi di più ed evitare di consumare in maniera bulimica è sempre meglio! Se poi ce la facessimo ad imballare meno anche i capi di abbigliamento che vengono venduti sia nei negozi sia online la Terra potrebbe respirare un po’ di più…

Nella vita possiamo limitare l’uso della plastica

Dalla spesa alle cannucce nei cocktail alle quali possiamo dire di no, dalle bottigliette di plastica che portiamo al mare fino ai quintali di pellicola che adoperiamo per conservare le cose in frigo (e non ultimi guanti e mascherine che siamo costretti ad utilizzare). Ormai la plastica è intorno ad ogni cosa, tanto che tra un po’ ne saremo pericolosamente sommersi. Ecco perché occorre correre ai ripari e fare qualcosa di concreto: basta rifiutare cose usa e getta e le buste della spesa, oppure dire no a bottigliette, flaconi, coppette dei gelati, barchette di frutta e altri tipi di imballaggio facilmente sostituibili con alternative più sostenibili  e meno  impattanti; abbandonare la pellicola in favore dei BeeWraps e sostituire lo spazzolino da denti tradizionale con quello di bamboo.  Comprare  sfuso  anziché  imballato  è sempre  una  buona  idea, così come portare sempre con noi la busta della spesa senza bisogno di chiederne sempre alte; rispolverare la moka e lasciare le capsule a Clooney (o scegliere quelle biodegradabili) e quella paletta di plastica dentro al gelato?!? E lecchiamolo un po’ quel gelato, che con il cucchiaino perde tutto il suo fascino…

 

Qui ci sono 10 piccoli primi passi per chi proprio non sa da dove iniziare; ma visto che qui siamo avanti io andrei con il livello “PRO” ed estenderei il #plasticfreejuly ad un impegno concreto per incrementare gli step e usare la plastica il meno possibile, dalla dispensa all’armadio, passando per il bagno. Per chi è a corto di idee e di alternative valide questo è un libro super interessante sull’argomento (ce ne sono tantissimi, ma di lei ho particolarmente stima).

Molte volte basta solo riflettere cinque minuti di più e non agire d’impulso seguendo l’abitudine. Che quella è la chiave per il cambiamento: abituiamoci a cose nuove, pensate non solo per il nostro benessere personale ma guardando in un’ottica più ampia, che faccia bene a noi ma senza distruggere chi e cosa ci sta intorno ! 😉

E con questo mi prendo una pausa dai post #sfashionisti per riordinare le idee, rilassarmi e fare ricerca di nuovi contenuti per il prossimo autunno. Nella sezione #sfashion del blog potete trovare un sacco di articoli riguardanti etica e sostenibilità nella moda e non solo che sono sempre validi ed attuali. Per il mese di agosto non vi lascio a digiuno di letture…darò un taglio più soft, estivo e decisamente ibicenco. 😉 Non mi abbandonate.