Arriva W(e)ave Magazine: la rivista italiana indipendente dedicata alla cultura “slow”

Ecco svelata la mia assenza degli ultimi mesi da questo blog! 🙂 Non ero propriamente in vacanza, mi ero semplicemente imbarcata in questa nuova impresa!!! Se passare dal blog ai libri è stato relativamente semplice (relativamente, eh), approdare al magazine è stato decisamente più complicato ed impegnativo di quanto mi aspettassi. Ma alla fine io e le mie socie di Sfashion-net ce l’abbiamo fatta ed eccomi qui a presentarvi il frutto delle nostre ultime fatiche: si chiama W(e)ave Magazine ed è un’intera rivista (ben 160 pagine) dedicate a moda, arte, design, tecnologia, innovazione, libri e cibo declinati in chiave slow. Oggi rilasciamo la versione DIGITALE in maniera completamente GRATUITA e scaricabile DA QUESTO LINK.

Il perché è stata una naturale evoluzione del mio processo iniziato anni fa, prima con il libro, Sfashion, poi con la rubrica qui sul blog e successivamente su I like it Magazine, poi la creazione del network ed infine la rivista: comunicare che si può fare moda in maniera differente per me è una priorità. Da sempre…o per lo meno da quando sono entrata in questo mondo nel lontano 1999. O_o Ed ecco W(e)ave, una rivista interamente dedicata alla cultura slow, un mezzo per comunicare in maniera differente e con un taglio decisamente pop “l’altra moda” ma anche la bellezza del rallentare, in aperto contrasto con il turbine rapido della società moderna.

“Volevamo raccontare storie di design, sostenibilità, buone pratiche, innovazione e valori autentici, necessari e condivisi. Volevamo dare uno spazio a chi, sulle riviste tradizionali, quello spazio difficilmente lo trova. Volevamo diffondere il più possibile il messaggio di una moda realmente alternativa ed accessibile, divulgare informazioni spesso trattate in maniera superficiale e fare luce su stili di vita differenti. Il tutto in una chiave pop, accessibile e comprensibile ai più. Lo volevamo fare e lo abbiamo fatto.”

Marina – Valeria – Guya

L’altro perché è sicuramente per dare spazio a tutti quei marchi e progetti, nostrani ed internazionali, che spesso sulle riviste non ci finiscono, o perché gli spazi a pagamento hanno costi improponibili, o perché chi dovrebbe fare ricerca in realtà bussa sempre a casa dei soliti noti. E’ così che brand speciali rimangono in una nicchia di interessati all’argomento moda critica e sostenibile. Quindi, fiutando questa carenza mediatica, ci siamo dette: perché non lo facciamo noi? In Europa riviste dedicate solo ed esclusivamente a questi argomenti ce ne sono tante, qui no (strano, vero?). 😉 Ed abbiamo iniziato ad intrecciare i pezzi del nostro magazine, a partire dal suo nome.

Weave come weaving, ovvero intrecciare, tessere, continuare a creare relazioni e reti fatte di persone, storie, prodotti, arte, design, sogni e vite differenti accomunate dal voler fare del proprio meglio per lasciare le cose migliori di come le hanno trovate.

Ma anche wave, come quell’onda di rinnovamento necessaria abbiamo iniziato a cavalcare un anno fa e dalla quale non abbiamo intenzione di scendere; con questo nuovo passo vogliamo proponendorci come contenitore di novità, come mezzo di informazione alternativa, come oggetto ispirazionale e di design da sfogliare, guardare e conservare come le cose preziose. Preziosi ritratti di un sottosuolo fertile che merita di essere scoperto dai più.

W(e)ave nasce proprio da questi talenti nascosti, dalle loro storie e dal loro vissuto. Nasce per dare spazio all’artigianalità e al saper fare; all’unicità, che è il vero lusso. Nasce per parlare di arte, di tecnologia, di innovazione e tradizione reinterpretata in un’ottica contemporanea. Arte, design, focus su aziende e sbirciatine al dietro le quinte della moda si intrecciano tra le pagine colorate di questa rivista. Voci di esperti e penne di nuove leve si fondono insieme per una piccola rivoluzione mediatica.

“Questo è il nostro piccolo contributo per risvegliare coscienze a suon di bellezza

E fin qui tutto bene, ma noi abbiamo mire ancora più alte. Uscire dalla rete. Diventare qualcosa di tangibile che possa essere accessibile ad un numero di persone sempre più alto, compreso chi con il web non ha moltissima dimestichezza e confidenza. Quindi è attivo un CROWDFUNDING direttamente dalla nostra PIATTAFORMA, dove poter supportare o pre-ordinando la copia cartacea o con una donazione (in cambio di alcuni gadget cartacei frutto dello shooting del nostro primo editoriale) oppure acquistando alcuni dei magnifici oggetti in edizione limitata donati dai brand della nostra piattaforma!

Noi ci siamo impegnate parecchio. Adesso tocca a voi: scaricare, sfogliare, supportare…ed eventualmente condividere. Ovviamente io sono qui che aspetto vostri feedback e pareri, che dobbiamo capire come aggiustare il tiro! 😉 Intanto buon lunedì…e buona LETTURA!!!

Se invece sei interessato ad avere la rivista nel tuo negozio/libreria/locale…scrivimi!!!

marina@morgatta.com

Che fatica stare dietro ai “social” trend (però si possono ignorare eh)

Le tendenze sono sempre esistite. Fanno parte di un meccanismo umano basato sull’adozione di una certa cosa/comportamento in nome di una moda o corrente che si diffonde più o meno rapidamente tra le persone. Se prima le tendenze impiegavano secoli per raggiungere un certo grado di notorietà, con i mezzi di comunicazione a disposizione oggi tutto é decisamente più rapido ed un trend può raggiungere picchi di notorietà in meno di 24 ore! Conseguenze della fast society 😉 Non parlo solo di tendenze legate alla moda o al vestire, ma anche di quelle sociali, comportamentali e social, che di base fanno leva sul solito principio: o le segui o sei out!!!

È una spirale bastarda che avvolge tutti, poi c’è chi si fa tirare in mezzo dalle ultime novità, chi si chiude nella sua bolla ignorando ciò che c’è fuori (non privo di una sensazione di disagio perché quando le persone parlano gli appare un punto interrogativo in testa) e chi prova a studiare per lanciare nuovi trend e ricercare la notorietà tramite qualcosa che la maggior parte delle persone adotterà.
Prima usava myspace e tutti li sopra; poi é arrivato FB e via, migrazione di massa verso quest’altro mezzo, dove nel giro di qualche anno ci sono arrivati anche i nostri genitori ed in qualche caso pure i nonni 😳  Nel frattempo é comparso anche Instagram, con quei filtri iniziali che ora sono solo un ricordo; il social dei social sul quale vogliono stare tutti e tutti pensano di poterci fare dei soldi se seguono le ricette pre-confezionate ad arte da “esperti” del settore (?).
Però non basta. Tik Tok non ce l’hai? Sei veramente uno sfigato se non fai almeno un reel al giorno! Ah, manco sai cosa é un reel? Vabbè, ma sei fuori dal mondo!!! Un video veloce dove fai cose X tipo balletti, scenette, cose così…non importa il contenuto, importa esserci, provarci, usarlo!
Lo vuoi un bel l’invito su Clubhouse?
“Ma non erano chiuse le discoteche?”
Ma vaaaa! È il social del futuro (perché quando arriva un nuovo social è sempre e comunque quello del futuro…fino a che non arriva quello del futuro dopo): ci sono le stanze, entri, parli o ascolti.
“Così, senza chiedere il permesso?”
Per ora è super esclusivo quindi ci entri solo se ti invitano. Non ci sono immagini, solo contenuti; perfetto perché più intellettuale! Eh già, dopo la sagra dei culi, dei balletti idioti e dell’esposizione 24/7 c’era bisogno di controbilanciare con un po’ di serietà senza volti, solo voci (un po’ come radio vs tv…io ho sempre preferito la radio).
Sì, vabbè, però un canale YouTube tuo apritelo, ci vuole. E lo sai che ci sono certi YouTuber che fanno solo i rumori soft per chi si vuole rilassare e hanno milioni di visualizzazioni ? 😳  (A questo punto sfodero la mia parte ruvida: ma una bella trombata per rilassarsi alla vecchia maniera no?)
E twich non ce l’hai? E due bit Coin? E sui villaggi virtuali ti ci sei mai fatto un giro? “Mah, veramente al massimo ai villaggi Valtur, ma parecchi anni fa ecco“… Twitter lo puoi anche chiudere tanto non se lo caga più nessuno. Però te un profilo Tinder fattelo, che sei single da 14 anni.
E comunque sei vecchia? Ti devi aggiornare…

Ecco, aggiornarsi, esserci, essere sempre sul pezzo…è un lavoro! E capisco chi su questi mezzi ci lavora sul serio, per cui deve per lo meno conoscerne il funzionamento per valutarne le possibilità per capire se adottarli o meno. Con consapevolezza e rimanendo in linea con se stessi. Invece quello che succede, che é ancora più impressionante, è che chi faceva la fashion blogger adesso fa la Life coach (perché pure fare corsi é un trend), le Life Coach si sono messe a fare le linee di pigiami (sabato ho fatto un giretto nel paese vicino e non c’era un negozio che non avesse in vendita tute o abbigliamento da casa: anche i marchi che avevano sempre fatto abiti da sera si sono messi a produrre simil pigiami), chi faceva abbigliamento adesso fa la SMM perché c’è effettivamente una richiesta maggiore e gli esseri più impensabili danno lezioni su come usare IG. Perché funziona. Perché é un trend e se il trend ti fa guadagnare che cazzo fai, non lo fai? Non importa quanto sei preparato o competente, l’importante é che c’hai la community e che converti!!! Anche io vorrei convertire: a lasciare un paio d’ore il telefono a casa e usare le mani per piantare zucchine nell’orto!

Tutto ciò mi lascia un po’ perplessa: capisco il gioco dei trend (lavoro nella moda da 20 anni, ho presente il funzionamento ed il tipo di meccanismo psicologico che innesca) e capisco la curiosità e la necessità di sperimentare. Comprendo meno questa corsa al dover essere sul pezzo per forza, questo plasmarsi a tutti i costi a forma di tendenza e anche questo premiare chi fa questo gioco di fare tutto (ma proprio tutto) quello che va di moda al momento. Oltre al fatto che stare sempre sull’attenti di cosa va al momento…una faticaaaa! Molto probabilmente ha ragione chi mi dice che sto invecchiando 😉

Voi cosa ne pensate di tutto ciò?

On demand, pre-order e su misura: modelli di business alternativi per il sistema Moda

La strada verso una moda meno impattante é lastricata di casini, oltre che piena di curve e impedimenti a ogni incrocio. Eppure l’attenzione si sta sempre più spostando in quella direzione. L’impatto si valuta a vari livelli, ma rallentare le produzioni é indubbiamente una delle prime cose a cui prestare attenzione. L’era dei campionati infiniti, delle sei (o anche 8, 10) collezioni all’anno, delle produzioni fatte su ordini eseguiti con un anno di anticipo…non funziona più. Semplice. Dopo una rincorsa furiosa, iniziata con la rivoluzione industriale e arrivata al suo picco massimo con il pronto moda, è tempo di tornare un po’ “indietro” a livello concettuale approfittando però delle nuove tecnologie per ottimizzare costi, consumi e tempi. Ora lo chiamano made-to-order o fashion-on-demand, ma non è nient’altro che la base dell’approccio sartoriale vecchia scuola!

DAL SARTORIALE ALL’ON-DEMAND

Moda on-demand vuol dire letteralmente “su richiesta” e in termini pratici significa che un marchio inizia a realizzare un capo solo quando un ordine è stato effettuato. E’ lo stesso principio dell’ordinazione e del su misura, modalità in uso fin dai tempi dei tempi. Allora la bellezza era nelle scelta dei materiali e degli accessori, il processo di co-creazione fatto con il sarto o designer ed il piacere era anche nell’attesa. Poi è arrivata la produzione di massa a riempirci gli occhi e successivamente il fast fashion a riempirci gli armadi di tantissime cose…di tendenza!!! Ed in tempi rapidi, il che è un toccasana in caso di eventi last minute che necessitano di un outfit particolare che guarda caso non è presente nell’armadio, ma così si perde tutto il fascino della moda come forma d’arte. Un fascino che, a quanto pare, sembra voler essere recuperato: personalizzazione e innovazione vanno a braccetto contro l’omologazione.

Un processo, quello dell’on-demand, che va sicuramente più d’accordo con micro-imprese, con brand dalle gestione agile e senza troppe sovrastrutture, eppure anche aziende di dimensioni più grandi si stanno attrezzando grazie a software e tecnologie che potrebbero aiutare nei processi produttivi. Capiamo un attimo…

On-demand: su ordinazione. Un capo o un accessorio che viene realizzato su richiesta, messo in lavorazione al momento dell’ordine. E’ un sistema che si basa comunque su modelli esistenti ma con un ciclo continuo, ovvero dando la possibilità di richiedere il capo in qualunque momento dell’anno e non in un momento specifico come il pre-order.

Pre-order: un pre-ordine, ovvero un capo che viene lanciato per essere ordinato in un preciso lasso di tempo e messo in produzione successivamente in base alle quantità richieste (senza sprechi o rimanenze). Anche in questo caso ci sarà da aspettare, ma meno di un capo che viene fatto su misura.

Su-misura: è l’approccio sartoriale, dove il capo viene realizzato “addosso” al cliente, con misure, tessuti e rifiniture estremamente personalizzate. In questo caso si tratta di un pezzo veramente unico ed inimitabile (per il quale è giusto aspettare i tempi che ci vogliono e riconoscere il valore del lavoro di chi lo ha realizzato).

VANTAGGI PER TUTTI, MA SOPRATTUTTO MENO SPRECHI

Una delle variabili che accomuna tutti e tre questi modelli di produzione è il non avere sprechi: non c’è il rischio di fare super-produzioni, di avere invenduti o pesanti rimanenze (le rimanenze non solo fanno male all’ambiente ma sono effettivamente un costo che rimane caricato sulle spalle dell’azienda). Anche l’acquisto dei materiali avviene in seguito o comunque in piccole quantità per affrontare la realizzazione di campioni o prototipi, prevedendo un’uscita economica decisamente minore rispetto ad una produzione tradizionale (dove i costi sono sostenuti in anticipo). Se i marchi più grandi adottassero un metodo produttivo su ordinazione, uscendo dall’abitudine della moda di produrre prima ancora che i capi vengano venduti basandosi su previsioni e statistiche, si ridurrebbe in maniera esponenziale le sovrapproduzione. Con grande beneficio di tutti 😉

La strada per i big sembra ancora lontana, nonostante si stiano cominciando a sperimentare soluzioni tecnologiche e programmi in grado di passare dati precisi ai fornitori al momento della ricezione di un ordine. E’ di qualche anno fa il sistema francese Lectra mentre ’ultimo nato si chiama Techpacker; questo permette di iniziare a produrre un capo solo dopo che è stato effettuato un ordine. “L’ordine viene inviato a una macchina tramite pacchetti tecnologici, quella macchina inizia ad analizzare gli ordini, inserendoli su enormi fogli di tessuto, allineandoli in modo che la produzione sia efficiente e ottimizzata. Il tessuto viene tagliato, cucito insieme ai robot, mentre le telecamere lo guardano in ogni momento per assicurarsi che niente vada storto“. Prospettiva futuristica all’apparenza fast, ma basata su una modalità produttiva più sostenibile. Altre aziende, invece, hanno posto la personalizzazione al centro del loro modello di business: ci sono marchi come Zozo e Red Thread che utilizzano tecnologie mobili per creare una scansione 3D del corpo per indumenti con una vestibilità perfetta; altri, come Sene, Careste e Suit Kits, utilizzano una combinazione di feedback dei clienti, dati digitali e algoritmi per generare prodotti personalizzati. Il futuro somiglia sempre di più al passato con l’aggiunta della tecnologia 😉


In ogni caso, mentre i “grandi” si adattano, iniziamo a supportare i più piccoli. O no? Voi sareste disposti ad aspettare un po’ di più per avere qualcosa di unico e realizzato con criteri anti-spreco?

Dal recupero al remake: il progetto circolare di Atelier Riforma

Il second-hand o lo si ama o spesso non lo si prende minimamente in considerazione. Le reticenze verso quello che è già stato usato sono tantissime, soprattutto nel nostro Paese, eppure da dati misurabili è comprovato che “allungare la vita di un capo di abbigliamento, evitando che venga buttato, riduce il suo impatto ambientale del 20-30%, in termini di risorse necessarie al suo smaltimento”. Da questa presa di coscienza e da considerazioni legate alla propria vita personale è nato a maggio del 2020 il progetto Atelier Riforma, una start-up innovativa a vocazione sociale che vuole dare nuova vita ai capi usati, riducendo l’impatto ambientale dovuto allo smaltimento dei prodotti tessili inutilizzati. Ho fatto quattro chiacchiere virtuali con Sara, Elena e Irene per conoscere un po’ più da vicino questo progetto…

Sono partite in due, Sara ed Elena, nate entrambe sotto il segno del Capricorno alle quali recentemente si è aggiunta Irene, una fiera Ariete ascendente Sagittario (insomma, corna e caparbietà in questo team non mancano 😉 ). Nessuna delle tre aveva mai lavorato nella moda (sono, rispettivamente, avvocato, nutrizionista ed esperta di marketing e comunicazione), eppure la moda l’hanno respirata nelle loro vite da sempre. “Io, quando ero bambina,  ricevevo dai miei parenti i capi che non mettevano più; alcuni li facevo modificare da mia nonna (brava nel cucito e con tanta creatività) per renderli più adatti ai miei gusti” dice Elena. “Dalla mia di nonna ho ereditato la passione per il “ben vestire” ed il valore del meglio pochi capi ma buoni“, mi racconta Sara. I suoi anni di attività nel mondo del volontariato e l’incontro con Elena hanno fatto sì che cominciassero ad interrogarsi sulla possibilità di costruire un progetto che avesse un impatto positivo sull’ambiente e le persone, dove il processo di trasformazione degli abiti (upcycling) potesse diventare un sistema diffuso ed accessibile a tutti. “Ed ecco che la moda diventa per noi uno strumento raggiungere questi risultati, per legare persone e generazioni, per esprimere valori.” L’incontro con Irene, esperta in marketing e comunicazione, ma soprattutto grande appassionata di mercatini e abiti usati, da anni impegnata nella sensibilizzazione su scelte di consumo più sostenibili, è stata la chiusura naturale di questo cerchio. 

Il cerchio che è anche alla base di questo modello di business, circolare appunto, che prende in considerazione e che vuole dare una soluzione a due problemi principali: “In primis, abbiamo riscontrato il problema della gestione delle grandi quantità di abiti usati: quelli che non trovano migliore destinazione finiscono perlopiù in discarica oppure la trasformazione in pezzame o l’esportazione in Paesi in via di sviluppo. Il secondo problema è l’impatto ambientale del fast fashion che con il suo modello “usa e getta” richiede enormi risorse ambientali non solo per la produzione, ma anche per lo smaltimento delle rimanenze o sovrapproduzione. Partendo da questi due dati di fatto, abbiamo costruito la nostra soluzione che si basa su una migliore gestione degli abiti usati, per dare loro una nuova vita attraverso l’upcycling gestito da una rete di realtà sartoriali che condividono i nostri valori e vogliono mettersi in gioco per avere un impatto positivo.

Nasce così Atelier Riforma, con le idee chiare e con una spinta forte. “Siamo una realtà molto particolare perché siamo sia un marketplace di abiti second-hand e “riformati” (come ci piace chiamare i capi frutto di upcycling) sia fornitori di abiti usati per le realtà sartoriali che li trasformano.” E’ un circolo virtuoso quello messo in piedi da Sara, Elena e Irene: si mette in moto con il recupero di abiti sia dalle associazioni no-profit, che non ce la fanno a smaltirli, oppure dai privati; prosegue con la trasformazione di una parte dei capi e finisce con la vendita. E’ una rete quella che si è venuta a creare intorno all’Atelier…”abbiamo rapporti umani e condividiamo gli stessi valori con chi trasforma i capi usati sotto il cappello di Atelier Riforma; unire le forze ci piace un sacco!“. Ed è per la sezione dei “Riformati“, ovvero quei capi che vengono trasformati tramite l’upcycling, che vengono innescate collaborazioni con realtà sartoriali e designer. “Nella ricerca delle realtà sartoriali poniamo attenzione a cosa comunicano, in quali valori credono e naturalmente ai progetti concreti che portano avanti per la sostenibilità ambientale e l’attenzione alle persone. Inoltre, poichè l’upcycling richiedere creatività e competenze sartoriali specifiche, ricerchiamo realtà che rispondano anche a questi aspetti.

Ed è così che alcuni capi, passati dalle mani e dall’ingegno di creativi ed esperti del settore, vedono una nuova luce; un modo per farli vivere di più ed anche per attutire le reticenze di chi non si fida a comprare capi di seconda mano. “Alle origini del progetto, a inizio 2019 avevamo svolto un’indagine per capire quante fossero le persone disposte ad acquistare second-hand: su un campione di oltre 500 persone avevamo riscontrato che circa la metà non avrebbe mai comprato usato per motivi di igiene, perché ritenuto di scarsa qualità e per lo stigma di essere una scelta per le fasce meno abbienti della popolazione. Sono passati due anni e la nostra percezione è che la sensibilità sia molto cambiata; oggi comprare seconda mano è una scelta fatta per essere meno impattanti a livello ambientale. Se poi si tratta di capi usati “riformati” si riesce ancor di più a intercettare le persone più restie verso l’usato, grazie al lavoro sartoriale sul capo che ne assicura la qualità.” Ed infatti a pochi mesi dal lancio dell’e-commerce (ottobre 2020), la risposta c’è stata ed è stata molto positiva. Tanti sono alla ricerca di alternative etiche e rispettose e la parte dei “riformati” è stata particolarmente apprezzata “il lavoro sartoriale compiuto sul capo è particolarmente stimato; ne viene riconosciuto il valore e l’unicità”. 

Ecco perché per questo 2021, oltre ad ampliare la rete di upcyclers, le ragazze hanno in programma di implementare il sistema di tracciabilità, per rendere ancor più trasparente il percorso che il capo compie dal momento in cui viene consegnato o recuperato, alla trasformazione e successiva vendita. Insomma, le basi ci sono, i progetti futuri anche; le materie prime, la creatività e la voglia di raccontare una moda diversa non mancano. Moda, che “non è fatta di trend ma di espressione di sé.”

Potete approfondire il lavoro di Atelier Riforma sul loro sito o seguirle sui social. Anzi, consiglio vivamente di rimanere sintonizzati da queste parti…che se ne potrebbero vedere delle belle! 😉

Avete mai pensato ad abiti “trasformati” come possibile alternativa nel vostro guardaroba?

Obiettivi globali, azioni locali: cominciamo bene!

I buoni propositi a inizio anno si sprecano. Solitamente queste intenzioni sono sempre orientate a se stessi: dal miglioramento professionale a quello personale, dal voler guadagnare di più al voler stare in forma (la famosa dieta che inizia sempre a Gennaio così come l’iscrizione in palestra…ah no, c’è il Covid e le palestre sono ancora chiuse, maledetti) fino al vivere più sereni. Che va tutto bene, eh. Ma cosa succederebbe se provassimo ad allargare la visione ed inserissimo nelle nostre famigerate liste qualcosa che possa avere un impatto positivo a più ampio spettro? Guardando, che ne so, all’ambiente e al mondo circostante? Insomma, un po’ più in là del nostro microcosmo?!? In automatico è più facile prefissarsi obiettivi personali, con i quali abbiamo più confidenza, ma non è mai troppo tardi per aggiungerne di nuovi, no? Per darvi qualche ispirazione, possiamo prendere spunto dagli obiettivi che si sono posti le Nazioni Unite, stilando i 17 sustainable development goals…

COsa sono?!?

Preso atto di tutta una serie di situazioni e problematiche che coinvolgono un po’ tutti i Paesi del mondo, in seguito all’analisi dei risultati ottenuti dagli anni 2000 al 2015, ecco che nella “riunione” successiva i 193 rappresentanti delle Nazioni Unite si sono messi a testa bassa a lavorare sull’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ovvero un programma operativo che guarda all’ambiente, alle persone e all’economia  suddiviso in 17 obiettivi con 169 traguardi da raggiungere entro il 2030 (eh, le cose non si cambiano proprio in cinque minuti) 😉 Sono obiettivi comuni ed universali che riguardano questioni importanti per lo sviluppo in una direzione con minor impatto su tutti i livelli: dalla lotta alla povertà all’eliminazione della fame fino al contrastare il cambiamento climatico. Comuni, perché nessuno in questo percorso deve essere lasciato indietro; universali, perché non è possibile perseguire una sostenibilità selettiva e settorializzata (non avrebbe alcun senso). Governi e istituzioni sono impegnati in questo senso, così come i 17 “ambassadors” che sono stati scelti per rappresentare e diffondere questi obiettivi. E’ chiaro che i pesci grossi hanno l’arduo compito di portare avanti a livello “politico” e globale questi obiettivi, ma è anche vero che un uomo solo la montagna non la sposta e che questi punti in realtà rappresentano delle direzioni utili verso le quali guardare un po’ tutti: dall’imprenditore al professore, dalla casalinga alla commessa. Impossibile abbracciare tutti e 17 gli obiettivi, ma scegliere quelli che più risuonano con la nostra persona e portarli nel quotidiano…perché no?!?

Questo obiettivo, ad esempio, l’ho sposato da diverso tempo! 😉 Non solo per quanto riguarda la moda, ma il mio stile di vita in generale. Che vuol dire consumo responsabile? Non farsi intortare dalle pubblicità, non sprecare (che lo spreco è uno schiaffo alla povertà che ci gira intorno), pensare prima di acquistare e scegliere con cura quali aziende supportare (magari non quelle che distruggono il Pianeta). Con questa storia del “progresso” economico e sociale ci hanno un po’ fregato, perché è vero che si sono fatti alcuni passi in avanti nell’ultimo secolo, ma tutto questo è stato accompagnato dal degrado ambientale che sta mettendo in pericolo gli stessi sistemi da cui dipende il nostro sviluppo futuro e  la nostra stessa sopravvivenza. Tipo:

1- Ogni anno, circa un terzo di tutto il cibo prodotto – equivalente a 1,3 miliardi di tonnellate per un valore di circa 1 trilione di dollari – finisce per marcire nei cassonetti dei consumatori e dei rivenditori, o per deteriorarsi a causa di cattive pratiche di trasporto e raccolta.

2-Se le persone in tutto il mondo passassero a lampadine ad alta efficienza energetica, il mondo risparmierebbe 120 miliardi di dollari all’anno.

3-Se la popolazione mondiale dovesse raggiungere i 9,6 miliardi entro il 2050, potrebbe essere necessario l’equivalente di quasi tre pianeti per fornire le risorse naturali necessarie a sostenere gli attuali stili di vita.

Il consumo e la produzione sostenibili significano fare di più e meglio con meno. Si tratta anche di aumentare l’efficienza delle risorse e promuovere stili di vita sostenibili. Il consumo e la produzione sostenibili possono contribuire in modo sostanziale alla riduzione della povertà e al passaggio verso economie a basse emissioni di carbonio e verdi.

Chi è costretto ad andare a scuola si scogliona perché lo vede come un obbligo “noioso”. In giro ci sono più di 200MILIONI di bambini che non hanno accesso all’educazione! 617MILIONI di ragazzini ed adolescenti non raggiungono il livello minimo (leggere, scrivere e fare due conti). La conoscenza, il sapere e l’educazione sono quello che ci rende liberi, che ci aiuta a pensare, a crescere e non farci manipolare. E’ la base per migliorare la propria vita e quella di chi ci sta accanto. L’educazione di qualità dovrebbe essere un diritto di tutti…

A questo link li potete vedere tutti, con schede approfondite e con obiettivi divisi per punti, comprensibili meglio dei DPCM del nostro caro Conte. E so che la domanda adesso vi sorge spontanea: tutto molto bello, e quindi io che posso fare?!? Si possono fare un sacco di cose, a seconda del livello di pigrizia o dell’impegno che ci vogliamo mettere 😉 Si chiama Lazy Person Guide to Save the World, ed è un piccolo reminder delle cose che si possono fare per dare un contribuito al raggiungimento di questi obiettivi…a volte senza doversi alzare dal divano!!!

-Ricordarsi di spegnere le luci quando non servono.

-Fare ricerche online, dal divano appunto, sulle aziende responsabili ed impegnate per la salvaguardia dell’ambiente.

-Segnalare comportamenti offensivi o bullizzanti in rete!

-Misurare le proprie emissioni di CO2 e valutare la propria impronta (per eventualmente ridurla). Si può fare semplicemente andando qui.

Se sufficientemente motivati, si possono fare un sacco di altre cose sia in casa, tipo docce veloci, non usare l’asciugatrice per i panni ma lasciarli all’aria aperta, riciclare plastica, carta e vetro, così come comprare beni non imballati in un miliardo di packaging; che fuori casa, utilizzando la bici o andando a piedi dove possibile, portare sempre con sé la busta per la spesa, supportare comprando dai negozi di quartiere, utilizzando bottiglie riempibili o tazze con le quali farsi fare un bel re-fill da asporto (visto che al bar manco ci possiamo più fermare)! Il livello PRO ci vede impegnati anche sul posto di lavoro, con azioni civili e rispettose anche con i colleghi e dentro il proprio ufficio. Qui spesso è dura, ma ci si può fare 😉

 

La guida completa (in inglese) si può scaricare qui. Invece, per chi vuole una spinta in più, consiglio di dare un’occhiata a questo. Dura meno di una puntata di Grey’s Anatomy! 😉

Siete pronti ad aggiungere qualche proposito alla lista di questo scoppiettante 2021?!? 😉

Buccia di Banana/ I nuovi mestieri spiegati a mamma

Tempi di cambiamento si prospettano all’orizzonte. Sì, ancora! Siamo solo all’inizio, sulla punta di questo iceberg che si sta sciogliendo grazie al surriscaldamento globale ma che, proprio per questa sua variazione di stato, ci obbliga o a bere o ad affogare. O anche a remare in mezzo ai ghiacci muniti di un grandissimo spirito di adattamento. Ecco, l’adattamento è quello che i tempi attuali richiedono per poter sopravvivere, nella vita, così come nel mondo del lavoro. Siamo di fronte ad una quarta rivoluzione e, un po’ come quando dai campi ci siamo spostati in città per far fronte a quella industriale, adesso siamo  chiamati a spostarci in un’altra dimensione: quella delle nuove professioni…dai nomi incomprensibili! I nomi sono ovviamente inglesi e fanno riferimento a mestieri legati alla tecnologia, alla robotica, e all’intelligenza artificiale, ma anche al benessere e alla crescita spirituale. Quasi tutti sono manager o ambassador di qualcosa, pure il macellaio è diventato il ciccia-mbassador e in tutti i casi, al primo ascolto della professione, la faccia si trasforma in punto interrogativo e la domanda sorge spontanea “Sì, in pratica cosa fai?“. O_o

Vedo mamme, nonne e zie che alle cene di famiglia non riescono proprio a capire che lavoro fanno i nipoti…che a volte non lo sanno manco loro!!! Povere mamme! Visto che la tendenza è alla complicazione e all’uso di parole incomprensibili anche per il mestiere più semplice, ecco che ci penso io a semplificare. Che di casini e misunderstanding ce ne sono pure troppi. In ordine sparso, ecco apparire nell’orizzonte professionale…

Train Manager: lo so che ogni volta che sulle Frecce sentite questa parola e pensate “ma non potrebbero semplicemente dire capotreno?“. Beh, io lo penso ogni santa volta!!!

Community Manager: non è il dirigente di comunità di ex-alcolisti, bensì gestisce ed amministra le comunità virtuali, online. Un po’ come un’amministratore di condominio, però su internet!

Digital Strategist: qualcuno che si occupa di strategie nel mondo digitale. Perché per aggirare l’algoritmo di Instagram e per fregare Google servono dei piani fatti a modino! 😉

Business Analyst: le analisi del sangue del progetto di lavoro. Non si va con trigliceridi e glicemia, ma con numeri, previsioni, budget (che poi sarebbero i soldi messi a disposizione per una determinata cosa) e complicati fogli excel con ipotesi di rientri economici. Insomma, roba di numeri che solo a pensarci già mi fanno paura. Ma sono quanto mai utili! Anche il Business Strategist, migliore amico dell’Analyst, sembra vada di moda un botto!

Social Media Manager: un essere devoto che sacrifica le sue giornate sui social network in maniera strategica e con un calendario editoriale. Mica cazzeggia! Se la mena tra app per foto-ritocco, quelle per fare le griglie a modino, crea connessioni e inventa l’impossibile per far crescere il numero di seguaci ed interazioni sul profilo dei suoi vari clienti. “Quindi? Sta su Feisbukk?” – “Vabbè, mamma, te lo spiego un’altra volta!

E-reputation manager: un esperto della gestione della reputazione online di un marchio o di una persona. Se qualcuno parla male di te o se fai una cazzata che intacca la tua reputazione in rete, lui fa sparire le tracce o fa da pacere. Un ripara-cazzate digitali!!!

Coaching: nella vita non si finisce mai di imparare. Motivo per cui c’è bisogno chi non smetta mai di insegnare. Il coach è un misto tra professore e allenatore, più simile a qualcuno che ti motiva mentre ti dà due dritte che proprio ad un insegnante vero e proprio. Di questa figura ne esistono diverse varianti: dal Life Coach, che t’insegna a vivere (roba che se fossi in grado di fare questa cosa mi farei pagare assai) caso mai ce ne fosse bisogno, al Digital Coach, che ti allena su come affrontare la vita digitale (che sembra facile, ma può diventare peggio della vita reale), fino al Personal Branding Coach, ovvero colui/colei che ti insegna come vendere te stesso, pensando alla tua persona come se fosse un marchio. “Azz! Un tempo per venderti bastava uscire in mezzo alla via con la gonna corta!” – “Mammaaaaaa“! Nel frattempo “il coach” ha deciso che si farà chiamare allenatore, perché c’è troppa gente che usa questo appellativo!!!

Content Creator: un generatore di contenuti, di solito per quello che riguarda il mondo digitale. Si occupano di immagine, scrittura, fotografia, elaborando diversi formati a seconda dell’input iniziale fornito dal cliente. “Quindi?” – “Creativi, mamma. Quelli che non fanno una sega tutto il giorno“! (si scherza eh, bimbi, che qui son creativa pure io :P)

Care Giver: chi si occupa di accudire gli anziani. Sì, lo so, una volta si chiamavano badanti. Mo’ si sono evolute pure loro!

Food&Beverage Manager: nei ristoranti una volta c’erano i cuochi, che facevano tutto, dal menù alla spesa fino alla pulizia della cucina. Adesso ci sono gli chef, che fanno dei gran meeting con il F&B Manager per decidere che cosa farti da magnà. Danno la linea al ristorante o al locale. Insomma, si aggiungono passaggi, ma alla fine ti danno sempre da mangiare!

Personal Shopper: una persona che ti aiuta a fare shopping. Sì, perché nel caso tu avessi problemi con lo specchio e avessi dubbi su cosa ti sta bene e cosa no, ecco che arriva un angelo esperto di moda pronto a farti spendere soldi in giro. Una bella comodità anche in caso di pigrizia e poca propensione agli acquisti (e alla moda in generale). A questo proposito stanno spuntando anche le Armocromiste, ovvero coloro che ti aiutano a gestire i colori in base ai tuoi e alla tua personalità (dite che ne avrei bisogno con la mia ipercromia dilagante?!?) e le Closet Organizer, ovvero quelle sante donne che ti vengono a mettere a posto gli armadi. “Ahhh! E quella la voglio assumere” – “Vediamo se ne trovo una brava in rete!

Public speaker: gente che parla in pubblico. A metà tra attori e oratori, sono persone che vengono pagate per parlare negli eventi pubblici. “Parlano a caso?” – “Spererei di no, ma non si sa mai

Yoga ambassador: “Scusa mamma, ma l’ambasciatrice dello yoga non ho ancora capito cosa fa“! O_o

Intanto, dalle redazioni di riviste autorevoli, ci avvertono che sta arrivando il Re-skilling, che non è un ultimo ritrovato anti-age, ma la “riqualificazione professionale“, che vuol dire tutto e niente. “…un processo di reskilling potrà riguardare chiunque voglia avere un valore nel mercato del lavoro, cogliere opportunità, ottenere posizioni. […] E’ l’importanza della multidisciplinarietà e dell’essere visionari per creare i lavori del futuro.” E cioè? Essere svegli, adattabili e non spaventati, pronti ad aggiornarsi ed imparare quello che ci sarà da imparare per svolgere le nuove professioni richieste, che sembrano essere: business and financial operations, esperti di management, It e scienze matematiche. Se volete. Altrimenti si può sempre tornare in campagna a fare l’ Earth Operator, ovvero il contadino!!! 😉

L’importante è essere svegli, creativi e capaci di intercettare le necessità del futuro e…farne una professione.

Buccia di Banana/ Il virus ha infettato l’italiano!

Se già stavamo messi male con l’influenza anglosassone, con questo virus abbiamo finito di infettare la nostra lingua. E la verità è che non ci si capisce più una mazza! O meglio, capire ci capiamo, ma le frasi suonano alle orecchie come la lingua dei minions: c’è qualche parola che ogni tanto somiglia a qualcuna conosciuta, ma in generale è un gran casino! Siamo arrivati ad una pericolosa deriva, chissà se ce la faremo a riprenderci?!? Dalla scuola al posto di lavoro, passando per gli ospedali e fino alla vita privata, sembra tutto un gran casino…

A partire dal famoso lockdown, ovvero una chiusura totale, il che rende quasi un ossimoro ciò che si legge in alcuni giornali che definiscono zona gialle e arancioni come “lockdown parziale” (ma come fa un a chiusura totale essere parziale? Ce la facciamo?); l’italiano c’è, possiamo chiamarlo chiusura, confinamento, isolamento, ma preferiamo chiamarlo “lockdown severo“, traducendo maccheronicamente l’inglese “severe lockdown“, che in realtà sarebbe “grave“. Non è tanto grave fare smart working, nel senso, i freelance, ovvero i liberi professionisti, sono abituati a lavorare da casa da una vita, soprattutto quelli che non possiedono un vero e proprio ufficio. Chiamarlo lavoro a distanza, però, suonava un po’ sfigato, così come chiamare dire all’amica che alle 12 abbiamo una chiamata invece che una call oppure una riunione al posto di un meeting per programmare il prossimo webinar. E mentre i genitori si affannano a lavorare in pigiama dalla cucina, i ragazzi attivano i device scolastici per continuare l’e-learning comodamente dalla camera da letto tramite interessanti tutorial e online classes. Si fa lezione da casa con il computer effettivamente era troppo riduttivo come concetto…;)

Poi si accende la tv e veniamo invasi da nomi e paroloni altisonanti: l’Italia stanzia il recovery fund…così che non sia ben chiaro ai compaesani cosa e dove si andrà a parare con questi fondi di recupero, ovvero un provvedimento a sostegno dell’economia dell’eurozona (altrimenti battezzato Eurobond o Eurofund); abbiamo addirittura una task force di esperti arruolati per farci uscire da questa crisi, ma per salvare i brand forse è meglio puntare sull’ e-commerce. Lo dicono gli esperti, quelli che hanno caldamente sponsorizzato l’inserimento di menù contactless per evitare le droplet che potrebbero depositarsi sulle superfici.

Le droplet sono goccioline di sputo che scappano quando si parla. Così, per dire…

Report giornalistici e social ci invitano a stare a casa, perché la pandemia non accenna a mollare il colpo, motivo per cui ancora si distribuiscono kit per esami sierologici e si continuano ad effettuare screening sui soggetti a rischio. Controlli che vengono fatti in ogni dove, anche nei mall grazie ad innovativi termoscanner posti all’ingresso. E qui sorge spontanea la domanda: ma i vecchi termometri erano davvero così brutti?!?

Forse sì. L’unica speranza è che con i primi vaccini venga sradicata anche questa seconda ondata di infezione della nostra povera lingua. O anche solo con un po’ di buonsenso 😉

Maimesso: l’e-commerce che rimette in circolo gli armadi

La sindrome del “non ho niente da mettermi” è quel fenomeno che assale quando, inermi di fronte all’armadio pieno, non troviamo niente che possa vestire la “noi” di quel momento. E’ che sembra mancare sempre qualcosa, ed è quello che spinge a fare acquisti d’impulso spesso facendoci comprare cose che rimangono appese lì dopo essere state messe poche volte o addirittura MAI. Un problema che si ripresenta ogni volta che al cambio di stagione dobbiamo decidere cosa tenere e cosa lasciar andare, in una lotta continua tra il “mi dispiace buttarlo” e “prima o poi lo metterò”. E quelle buste piene poi, che fine fargli fare? A risolvere questi ed altri dubbi legati alla gestione del guardaroba ci hanno pensato Chiara e Roberta, due amiche  imprenditrici e appassionate di moda; sono loro le fondatrici di maimesso, il primo re-commerce che rimette in circolo i capi mai messi venendoli a prendere direttamente a casa!

Da un circolo vizioso ad uno virtuoso, questa è la mission di questo e-commerce, lanciata appena dieci giorni fa, ma che ha tutte le carte in regola per offrire un servizio valido sia per chi si vuole liberare un po’ l’armadio, sia per chi vuole fare acquisti senza spendere un capitale. Andiamo con ordine. Il circolo vizioso parte proprio dalla famosa sindrome del “non ho mai niente da mettermi” al quale seguono spesso acquisti impulsivi di capi che vengono indossati poco; l’armadio si gonfia, il senso di oppressione assale così come la voglia di liberarsi di tutte queste cose. Arrivano puntuali le regine del decluttering sfrenato, quelle che ti invitano a liberarti del superfluo (Marie Kondo in cima alla lista), ma che non si pongono minimamente il problema di che fine faranno dopo le cose che vengono scartate!!! Qualcosa si regala, qualcosa si scambia, qualcosa viene donato ad associazioni locali. Chi ha una collezione consistente tenta con il conto vendita in alcuni negozi…che molto spesso prendono solo abiti di grandi marchi; allora ci si ripromette di andare in qualche market a fare il proprio banco…fino a quando non subentra la pigrizia ed i vestiti rimangono lì, a guardarci. Le più esperte che riescono a darsi da fare sui vari siti e app creati appositamente per vendere i loro armadi, ma spesso cedono sotto al peso di domande costanti, spedizioni e limpegno di fotografare e gestire un negozio online. Tutta questa fatica per cosa? Quindi siamo punto e da capo. Ma ecco arrivare in soccorso l’idea di maimesso: un e-commerce dove è possibile acquistare centinaia di abiti “maimessi” a prezzi bassissimi, ed anche candidarsi per vendere i propri abiti.

Abbiamo pensato a un metodo che scardina uno a uno i tasselli di questo meccanismo aiutando le donne a mettere ordine nei loro armadi e nelle loro vite, rispettando l’ambiente e guadagnando anche in termini economici. Con soldi veri, non con punti ri-spendibili.” 😉

Un sistema pratico e facilmente accessibile, descritto in maniera semplice e chiara sul sito, che propone una soluzione immediata per rimettere in circolo gli abiti senza bisogno di comprarne di nuovi. Sappiamo bene che il problema legato al fast fashion è l’abnorme quantità di capi che vengono prodotti ogni anno (basta pensare alle 55 collezioni annuali proposte da alcune grandi catene); e sappiamo anche che più a lungo facciamo durare le cose meglio è per il pianeta. Qui c’è una valida alternativa sia per acquistare che per vendere. Stai cercando qualcosa di nuovo ad un prezzo accessibile? Su Maimesso potete tuffarvi nella selezione di scarpe ed accessori e abiti nuovi con o senza cartellino o come nuovi pre-owned. Navigare sul sito è facilissimo, grazie ai prodotti e agli abbinamenti messi in home page o scegliendo nelle collezioni tematiche: dal boho chic a quelle “natalizie”, dal denim agli abiti corti passando per l’animalier: ce n’è per tutti i i gusti. Basta curiosare e scegliere. Vuoi vendere quelle cose che non hai mai indossato o che non metti più e sono in ottimo stato? Maimesso dà la possibilità di candidare i tuoi capi per la vendita e, se sono reputati adatti, basta metterli in una scatola e aspettare il corriere per il ritiro! Vengono aperte delle “finestre” per le candidature (è bene seguire social o iscriversi alla newsletter) e si possono inviare da un minimo di 10 capi fino a quanti entrano in una scatola di dimensioni predefinite. Gli abiti verranno poi fotografati e venduti a un prezzo appetibile sul quale il cliente guadagnerà il 40%. Comodo, no? (informazioni dettagliate sulle condizioni le trovate qui)

E se i miei abiti non vengono venduti? Semplice anche in questo caso: si può chiederli indietro oppure permettere a maimesso di donarli in beneficenza. In questo modo si chiude veramente un circolo, nel quale i capi troveranno sempre una nuova casa, non andranno al macero, prolungheranno il loro ciclo vitale e nello stesso tempo non si andranno ad incrementare le vendite (e quindi le produzioni spropositate) dei grandi colossi internazionali del pronto moda.  Ri-utilizzare significa dare una seconda vita ai capi e nello stesso tempo limitare il consumo di risorse che verrebbero impiegate per produrre cose nuove. Far girare gli armadi è un modo un modo per alleggerirsi, fisicamente e mentalmente, dal superfluo, facendo qualcosa di buono per se stessi, per gli altri e per l’ambiente.

ATTENZIONE PERO’: liberare l’armadio non è una buona scusa per doverlo immediatamente riempire come prima. Se no altro che circolo…non se ne esce più 😉

Il sito è appena nato, ma io come al solito mi sono incuriosita subito: lo trovo un ottimo servizio anti-spreco per chi vuole vendere i propri abiti e nello stesso tempo una buona alternativa per fare shopping negli armadi altrui. Un modello con del potenziale da appoggiare e seguire. Che ne dite?

Trovate tutte le informazioni su maimesso, le collezioni e le modalità di utilizzo  sul sito ufficiale: www.maimesso.com

Oppure seguire i loro profili social—>  www.facebook.com/maimesso.it e https://www.instagram.com/maimesso

Support Locals: un post di parte con ottimi suggerimenti ;)

Ebbene sì, ci siamo quasi: mancano solo 11 giorni al Natale! Dopo avervi regalato la guida Slow Christmas progettata con il team di Sfashion-Net, è ora di passare ai consigli appassionati, ovvero quelli di quei progetti creativi che mi piacciono assai perché sono fatti con cura, che sviluppano un’idea con un’estetica molto personale e con un concept unico realizzato in maniera impeccabile. Sono progetti giusti, belli, con una loro anima e messi in piedi con tantissima passione. E sì, sono di parte perché sono tutti miei amici e amiche. Ma che ci posso fare se sono circondata da artisti ed artigiani bravi e talentuosi? 😉 Se vi fidate di me, date un occhio…

MATRIOSKA DESIGN

Un piccolo laboratorio rivestito di carta da parati con foglie verdi, la gatta Minia appallottolata su una sedia e poi colori, teste di ceramica e cornici. Potrebbe essere un casino, invece è tutto straordinariamente ordinato, come Chiara Ripoli, mente e mano dietro Matrioska Design. Dopo gli studi in comunicazione visiva ed un passato come grafica sia freelance che per agenzie, Chiara ha deciso di staccarsi da schermo e tastiera ed iniziare a fare qualcosa di manuale. Opta per un corso di ceramica ed è subito amore per l’argilla, un materiale estremamente duttile e versatile. Modellare le riesce bene e grazie a pazienza e visione nascono i Golden Boy, ovvero una testina in ceramica che assume di volta i volta le sembianze di icone pop che spaziano dal mondo musicale, cinematografico, letterario fino ai cartoni animati e la cultura pop contemporanea. Chiara modella e dipinge a mano OGNI SINGOLA TESTA, con una pazienza ed una maniacale attenzione al dettaglio che rendono tutte le sue creazioni delle vere opere d’arte (collabora infatti con due gallerie). Anche le cornici sulle quali le monta, dalle fogge vintage a tratti barocche, sono dipinte a mano una per una. Un contrasto perfetto per accompagnare le sue testine. Le trovate in versione mini, media e anche sotto forma di collana. Qui c’è della maestria, preziosa unicità e attenzione ad ogni singolo dettaglio (packaging e immagine coordinata compresa). Guardare per credere!

MARTINA ITALIAN DESIGN

I colori del Brasile, l’ispirazione della natura, la praticità che ci vuole in viaggio e l’arte della serigrafia tutti in un unico progetto: quello delle Small Things Travelling di Martina Ferri Parsi. Praia de Pipa è il posto dove tutto è ricominciato, dove la sua creatività si è trasformata in grafiche, colori e forme. Martina ha un passato come designer di accessori presso una grossa azienda di sportswear, poi ha deciso di mollare tutto e trasferirsi in Brasile. E’ lì che ha scoperto una natura diversa, selvaggia, incontaminata e decisamente diversa da quella Mediterranea. Ed è qui che ha deciso di dare vita alla sua piccola produzione di accessori da viaggio, CONTENITORI DI EMOZIONI per organizzare la valigia e la vita senza STRESS! Adesso è di nuovo in Toscana e ha deciso di spargere colore con i suo telai con i quali realizza serigrafia manuale su t-shirt, accessori e homewear. “Siete nel posto giusto SE vi piace la NATURA tutto l’anno – vi bastano  piccole cose per fare la differenza, per essere felici, per essere voi stessi – viaggiare è il miglior modo di conoscere VOI stessi, non potreste mai smettere – i colori descrivono la vostra anima, vi rappresentano –  non avete bisogno di molte cose ma di quelle che realmente vi soddisfano – il rispetto è importante tra le persone e con la natura – essere indipendenti e liberi è una grande chance.Potete accomodarvi.

ROI STYLE

Sembrano “piccoli” accessori, in realtà ogni singolo pezzo è il frutto di anni di esperienza nella lavorazione della zama ad iniezione e ricerca stilistica continua. Il mondo di Roi nasce “ufficialmente” nel 2015, ma la storia di questa azienda parmigiana inizia parecchio prima, nel 1971 per l’esattezza, in una piccola boutique nel centro storico di Parma. Da allora le cose si sono evolute e sono in continua evoluzione, grazie al saper fare e all’energia di Giuditta, instancabile sul lavoro, precisa e super operativa. Collane e bracciali componibili con charms dei quali esistono tantissimi soggetti sono diventati un “must” nel tempo. Da qualche anno, grazie alla collaborazione con Enrica Mannari (QUI potete vedere ed acquistare anche le sue illustrazioni), le sue collezioni sempre più visionarie, seguendo filoni tematici che spaziano dalla Botanika, alle medagliette con frasi ispirazionali, veri e propri Amuleti e la nuovissima serie di Sacro&Profano. Ogni pezzo è realizzato e smaltato a mano in maniera artigianale, consegnato con un packaging apposito per ogni collezione. Insomma,  ce n’è davvero per tutti i gusti. Basta scegliere.

CALAMAYO

La produzione è limitatissima, disordinata e fin troppo influenzata dallo stato d’animo di chi fa. Tuttavia, benvenut@ é chi cerca il vero, chi apprezza le cose fatte con cura da mani imbrattate di colla e da notti imbrattate di dubbi.

E’ così, a tratti romantico, a tratti naif, gioca con le parole così come con la carta ed i tessuti. Diego Pastine è un’anima rara, intelligenza brillante, parla un sacco, scrive e vive la vita così come desidera. Calamayo è il suo progetto, l’utopico tentativo di fare della sostenibilità il suo lavoro. All’interno di un mercato profondamente insostenibile, sia dal punto di vista ecologico che umano (che poi è la stessa cosa), questo “è un  progetto sovversivo, nato per erodere pacificamente e silenziosamente quel sistema dall’interno, della mia microscopica nicchia; sostituendo lo schermo con la carta, la passività con la creatività, la quantità di informazioni con la qualità. Un quaderno è fermarsi, ascoltarsi e generare; cercarsi all’interno anziché all’esterno, e quell’interno restituire fiducia. Faccio soltanto pezzi unici, per disabituare all’uguale, allo standard e alla conformità: lascia che il tuo ti scelga e cogline l’unicità.

Questo è il suo mondo, i suoi colori, le vostre pagine, le sue parole. Io ho già approfittato a suo tempo. Ora tocca a voi. Buon divertimento. E buona pausa…

…e per finire

MORGATTA

Che poi sarei io ;P Anche io ho il mio mondo, fatto di colori, parole, tessuti, uniti in un immaginario pop dove non ci sono regole, stagioni, imposizioni, ma solo suggestioni, oggetti studiati, pezzi unici fatti per far star bene attraverso la praticità, gli accostamenti cromatici, le buone vibrazioni che ci metto dentro ogni volta che creo uno dei miei accessori/abiti. Il fioccone è il mio pezzo forte, declinato in materiali e fantasie differenti; quest’anno incredibilmente anche in cashmere grazie alla preziosa collaborazione con Cashmerefolie. Qui posso personalmente garantire per la qualità, la selezione accurata dei materiali e la buona onda con cui sono stati realizzati 😉 Fino al 31 dicembre con il codice SFASHIONAMI c’è anche un 10% di sconto su tutto.

Insomma, spero di avervi dato qualche spunto in più. Per ora…ma non solo! Che ve ne pare?

 

Libri che aprono la mente: la mia top list del 2020

Leggere apre la mente. E fa anche imparare un sacco di cose. Ai romanzi ho sempre preferito la saggistica, perché quando leggo mi piace approfondire e conoscere cose che non so. O  comunque riflettere su temi ed argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Pratiche alternative, impatto ambientale, decrescita, innovazione e rivoluzione del sistema moda sono i miei oggetti di studio che si infilano tra un libro di marketing, un racconto defaticante e un saggio sull’arte dell’insegnamento. Qualche settimana fa vi ho consigliato i film, non potevo esimermi dal darvi qualche suggerimento anche sui libri che possono essere portatori di conoscenza, ampliare la visione e, perché no, farvi fare scelte differenti. Non solo di moda e adatti a tutti i livelli 😉

UPCYCLING E INNOVAZIONE MATERIALI

RADICAL MATTERS – Rethinking materials 4 a sustainable future

La verità è che siamo veramente pieni di spazzatura. Provati da anni di consumismo esagerato e sommersi da rifiuti difficili da smaltire, è tempo di ripartire dai materiali per entrare in un’ottica circolare. Otto grandi idee e più di sessanta progetti innovativi popolano le pagine di questo libro dove si comprende che si può invertire la rotta e progettare oggetti di design che abbiano un senso etico oltre che prettamente estetico.”

REFASHIONED: CUTTING-EDGE CLOTHING FROM UPCYCLED MATERIALS – Sass Brown.

Ormai un veterano della mia libreria ma che rispolvero volentieri per trarne ispirazione e per ricordarmi che la storia dell’up-cycling non è novità degli ultimi anni, anzi. Solo che prima era roba per fricchettoni/ambientalisti di scarso appeal per il pubblico fashion. Sass Brown, attivista e docente, ha raccolto in questo volume 46 designer internazionali che lavorano con materiali riciclati e indumenti scartati, dandogli una nuova destinazione d’uso e un nuovo, incredibile valore. Questo libro, insieme ad Eco-Fashion (del 2010) sono da avere per tutti gli appassionati del settore.

LOVED CLOTHES LAST – Orsola de Castro (PRE/ORDER)

Da una delle fondatrici del movimento globale Fashion Revolution è in arrivo a Febbraio 2021 (in italia a Marzo 2021) un libro che parla del perché dovremmo amare di più i nostri abiti. Farli durare, ripararli, scambiarli e non trattarli come oggetti usa&getta. Non è un “how to“, ovvero non ci saranno esempi di come rattoppare un pantalone (per quelli ci sono un sacco di video su YouTube), ma una riflessione sul “why to”, ovvero indagare il perché della necessità di questa azione rivoluzionaria: rifiutarsi di aderire ad un sistema di marketing orientato al consumo sfrenato e fare scelte moderate. In fin dei conti, quante cose ci servono nell’armadio?!? Disponibile a febbraio, è già nella mia lista delle mie prossime letture…

 

etica e stile di vita

SLAVE TO FASHION, SAFIA MINNEY

Di Safia ve ne avevo parlato in un articolo sulle pioniere della moda sostenibile. Questo suo libro è un bel viaggio dentro alla schiavitù moderna, quella che pensiamo sia ormai una cosa del passato ma che è ben presente tutt’oggi, solo in una forma più subdola e silenziosa. Ci sono circa 35,8 milioni di persone intrappolate nella schiavitù moderna, il maggior numero di schiavi nella storia. Questo sistema è alimentato dalla domanda globale di manodopera a basso costo, quella che fa funzionare l’industria del fast fashion. Slave to Fashion mentre mette in luce la terribile realtà che affligge milioni di lavoratori dell’abbigliamento nel Sud del mondo, ma nello stesso tempo offre la speranza di un mondo più giusto ed etico, offrendo al lettore gli strumenti per orientarsi verso scelte più etiche. Suoi anche Naked Fashion (2011) e Slow Fashion (2016).

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DAL TUO ARMADIOMarina Spadafora, Luisa Ciuni

Le piccole rivoluzioni personali cominciano sempre dalla testa! Sì, anche dal taglio di capelli (che è sempre sintomatico), ma anche da quell’ingranaggio che ha fatto click e che ci ha fatto venire voglia di fare/non fare o comunque approfondire. Ecco, questo è un testo di approfondimento per chi sente parlare di moda sostenibile e non ha ancora ben chiaro di cosa si tratta e nemmeno del perché si legge sempre più spesso. Scritto dalla giornalista Luisa Ciuni e della designer militante nonché rappresentante di Fashion Revolution Italia Marina Spadafora, questo libro ripercorre cosa è successo con l’avvento del fast fashion e le conseguenze del low cost, passando per il marketing e la comunicazione che hanno alimentato la bulimia dei consumi e le conseguenze dello spreco, con un focus sui nuovi schiavi ed il pericoloso esaurimento delle risorse. Destreggiarsi in queste problematiche è il primo passo per capire il problema; il secondo consiste nell’essere a conoscenza dei metodi e modelli alternativi che si stanno sviluppando grazie alle nuove tecnologie; il terzo è FARE qualcosa per non lasciare alle generazioni future un pianeta ed un futura distrutto.

LA DECRESCITA FELICE – MAURIZIO PALLANTE

Per questo libro ci vorrebbe un articolo a parte (che molto probabilmente scriverò) perché è un libro leggero con un grande peso specifico: quello che ci fa capire che abbiamo preso una deriva pericolosa! L’ho letto quest’estate a Ibiza e più lo leggevo più mi saliva l’ansia, in alcune parti ho anche pianto (invecchiando ho la lacrima facile). Maurizio, fondatore del movimento per la decrescita felice, fa una lucida e chiara analisi di come siamo arrivati fin qui, con un pianeta al tracollo nel mezzo di una crisi ambientale, con esseri umani sempre più stressati e sempre più ammalati, con l’esaurimento delle fonti fossili e le guerre per controllarle. Insomma, il mito della “crescita” a tutti i costi dell’attività produttiva come fonte e indice del benessere di uno Stato non sembra funzionare così bene (oltretutto una crescita esponenziale in alcuni Paesi a discapito degli altri). Ecco perché è necessario rivedere i parametri e capire che non tutto quel che aumenta è un bene!!! Da quello che mangiamo a quello che indossiamo, passando per gli stili di vita insostenibili fino alla mancanza di tempo che si ha per stare dietro ai figli o agli anziani perché bisogna lavorare di più per avere i soldi per pagare altri per fare quello che non si ha più il tempo di fare. Sembra un cane che si morde la coda…ed in alcuni tratti del libro pare proprio di essere imprigionati. Ma la via d’uscita c’è. E no, non è un bucolico ritorno alla vita di campagna, ma un invito a pensare, fare di più, acquistare meno, dare valore al tempo e alle relazioni.

per chi vuole approfondire la moda…

LUXURY UNLOCKED – SUSANNA NICOLETTI

Si fa presto a puntare il dito contro il fast fashion: il loro modello di lavoro è decisamente impattante e assolutamente non etico e si vede lontano un miglio. Ma i grandi marchi come si stanno comportando? E quelli del lusso? In questo libro scritto in maniera chiara e senza troppi giri di parole Susanna ci porta a capire il vero senso del lusso e di come questo si sia lentamente perso in favore di una moda più rapida ed in continuo cambiamento. Anche ad alti livelli c’è bisogno di rallentare e di tornare a riscoprire il vero lusso: quello del tempo e della cura che ci vogliono per creare oggetti che abbiano un senso e che siano fatti per durare a lungo.

MODA: DALLA NASCITA DELLA HAUTE COUTURE AD OGGI e PARLIAMO DI MODA di sara piccolo paci

Conoscere la storia del costume è fondamentale per chi vuole “fare” moda. In questo momento storico dove spesso si fanno le cose “tanto per fare” è invece opportuno fermarsi a riflettere, pensare, progettare e poi, eventualmente, fare! Ed il pensiero si alimenta con la contemporaneità così come con la storia. In ogni caso con la curiosità e la conoscenza. Di libri di storia della moda ce ne sono infiniti, anche su questo argomento servirebbe un post a parte, ma qui ve ne lascio due tanto per iniziare. Uno parte dall’antichità e attraversa i secoli (ed è scritto da una mia ex docente, quindi vale doppio 😉 ); l’altro parte da Worth, primo sarto inteso non in senso artigianale, fino ai giorni nostri, passando dai designer, agli stilisti, alle maison fino all’avvento del fast fashion nei primi dieci anni del 2000. Insomma, almeno si capisce a grandi linee com’è andata la storia!

CLASSICI INTRAMONTABILI…

Che non mi stancherò mai di consigliare  sono “Fashion Business Spirituality” di Farah Liz Pallaro e, naturalmente, Sfashion 😉 Se qualcuno di questi consigli vi ha fatto accendere una lampadina, approfittatene. Se avete qualcosa voi da consigliare a me, io vi ascolto! Prossimo giro, libri leggeri. promesso! 😉