Buccia di Banana/Fashion Campaign: WHY #23

La scorsa settimana ho fatto un’immersione di ben 48 ore nella settimana della moda milanese. Ne sono uscita viva, ma provata negli occhi e nello spirito: già online mi sembrano tutti matti, dal vivo è ancora peggio! In mezzo a questo carrozzone ben vestito c’era di tutto, dalle PR alle signore attempate della moda che fanno il brutto ed il cattivo tempo delle tendenze da almeno 40 anni (possiamo fare largo ai giovani?!?), le fashion blogger arrivate con 10 anni di ritardo (dai ragazze, evolviamoci) e i nuovi influencer da prima fila che non sanno nemmeno la differenza tra seta e satin. Fotografi, stylist e modelle dalle gambe lunghe (arrivata al Principe di Savoia per una lezione il primo essere umano che ho visto è stata Bianca Balti, giusto per mettersi a proprio agio). Comunque, nonostante abbia raccolto una serie di immagini di tutto rispetto, oggi divago sulle immagini proposte, pensate e concepite da direttori creativi e pubblicitari illuminati.

BRAND: BURBERRY / CAMPAGNA: SOSTEGNO PIUMATO

Il metano ti dà una mano…anche la tua amica se ne hai bisogno. Anche se sei uscita con il costume di carnevale da struzzo piumato, copiandola senza ritegno (lei te lo aveva detto un mese prima), al momento che il tacco della scarpa comprata a poco prezzo al mercato sotto casa si è scollato, lei non ha esitato a prenderti sulle spalle! Incredibile l’espressione di rassicurante sorellanza, quasi un sorriso: solitamente nelle campagne di Burberry le modelle sono sempre impalate&incazzate. Stiamo facendo passi in avanti. Meno male.

BRAND: DIESEL / CAMPAGNA: SUPEREROI

Per volare non servono i super poteri e tanto meno un aereo (a meno che non sia un jet privato extra lusso 😛 ): basta indossare un paio di jeans della Diesel e la capacità di levitare nell’aria s’impossesserà di voi senza nemmeno chiedere il permesso. Il problema è che nessuno ha capito ancora come fare a tornare con i piedi per terra! 😉 Scena surreale realizzata (a caso) a Photoshop dall’ultimo stagista accolto nell’azienda per il periodo di carnevale. Praticamente uno scherzo!!!

BRAND: LOUIS VUITTON / CAMPAGNA: CHE (H)Orror(e)

La paura farà 90? Ma 90, che? 90 anni di galera? 90 milioni di euro? 90 borse vendute? Sicuramente l’ispirazione horror di Vuitton per questa campagna pre-fall dedicata agli accessori ci fa un po’ spavento, soprattutto perché non ce l’aspettavamo (e l’ignoto spaventa, da sempre). Per la prima volta non è protagonista il glamour patinato, ma un mostro spaventoso che attenta alla povera fanciulla ignara di tutto…ed anche noi. Il fastidioso essere con gli occhi rossi è la versione arrabbiata ed incompresa di Alessandro Michele quando si è sentito infamare a gran voce per via delle modelle usate nell’ultima sfilata. Che paura! Si salvi chi può…

BRAND: rodarte / CAMPAGNA: come una principessa

Dai mostri alle principesse il passo è breve: basta aggiungere un sacco di tulle, una modella bionda con la faccia da brava ragazza, cristalli a profusione, un fondo surreale comprato nel negozio cinese sotto casa ed un piccolo cucciolo, che fa sempre la sua figura! Non so, ma forse mi spaventa più questa campagna rispetto a quella horror:  mi ricorda una delle concorrenti di quei concorsi di bellezza trash americani per bambine. Rabbrividiamo…

BRAND: SAINT laurent / CAMPAGNA: sole, cuore, amore

Ebbene sì, le tre parole magiche tornano ad incarnarsi fotograficamente per questa campagna speciale di Saint Laurent pensata per celebrare il giorno degli innamorati. Il sole c’è, gli occhiali da sole pure, il cuore è il nuovo must have (ovviamente sotto forma di occhiale di cui non voglio sapere il prezzo) e l’amore…l’amore è nell’aria, si respira, amore passionale e sentito tra questi due esseri immacolati e filiformi. Tra i suggerimenti sottili di questa campagna c’è l’invito a non lasciare a casa la protezione 50, mentre si può tranquillamente fare a meno del sorriso. Tanto è inutile… O_o

BRAND: GUCCI / CAMPAGNA: THe good life

Icona di stile, un esempio da seguire per invecchiare senza perdere un capello, il ritratto di chi se l’è goduta e continua a godersela alla grande. Da questa campagna c’è solo da imparare. La bella vita, dove i soldi (rappresentati in questo caso dall’interno di una limousine più grande ed accessoriata della mia cucina) sono solo un contorno, è rappresentata dalla libertà di fare, di essere e di esprimersi. L’espressione di Iggy parla chiaro e sembra dirci “Se ancora non l’avete capito siete dei duri“.

E con questa, buon lunedì. E buona bella vita 😉

Rifò-Lab: un progetto circolare tutto Made in Prato

Prato è una piccola città alle spalle di Firenze che spesso sentiamo nominare relazionata alla più grossa comunità cinese che l’ha “invasa” e che ha “rubato” il lavoro alle storiche aziende italiane. Non affronterò l’argomento, oggi mi voglio concentrare sul bello. 😉 Prato è soprattutto la città dove c’è il Pecci, Museo di Arte Contemporanea (che a Firenze non c’è, faccio per dire), dove c’è il bellissimo Museo del Tessuto e dove la tradizione tessile si respira in ogni angolo della strada. Tradizione e anche innovazione, perché Prato è la sede di Ri-fò Lab, un progetto di economia circolare legato al tessile veramente a Km0. Approfittando della vicinanza sono andata a trovare Niccolò e tutto il Team negli spazi di Agorà, in piazza Giovanni Ciardi.

Agorà è una piccola piazza nella piazza, un po’ negozio, un po’ showroom e ufficio dove, ad un lungo tavolo, il team di Rifò lavora insieme, gomito a gomito, sovrastato da una lavagna di sughero piena di post-it colorati, scadenze, foto e disegni. Sbircio un po’ tra i capi appesi, dove posso finalmente toccare con mano le maglie e le sciarpe, mentre un gomitolo e una pecorella fanno capolino da una mensola. Poi mi viene incontro Niccolò, la giovane testa dietro a questo progetto nato a novembre del 2017. Ci sediamo in fondo, intorno ad un tavolo dove si impacchettano maglie in scatole di cartone: dopotutto siamo sotto Natale e “fortunatamente le vendite stanno andando bene“; e comincia a raccontarmi la storia. Niccolò è laureato in economia (niente a che vedere con il mondo della moda, anche se grazie alle esperienze dei suoi familiari tintori e lavoratori nel campo della lana è cresciuto indirettamente in mezzo ai tessuti); a smuovere la sua coscienza e far maturare questo progetto è stata un’esperienza in Vietnam durante la quale ha lavorato per l’Agenzia Italiana di Cooperazione e Sviluppo. “Ad Hanoi le strade sono piene di negozi che vendono capi “Made in Vietnam”, esportarti in Occidente ma che, invenduti, ritornano alla base (per non abbassare i prezzi del mercato). Quello che non si vende finisce in discarica o inceneritore.” Incupito dalla storia della moda usa&getta, ha pensato a come poter proporre un modello più sostenibile, meno impattante…circolare.

La risposta c’era già, a pochi passi da casa e risiede in una vecchia tradizione cara ai tessutai pratesi, ovvero quella dei “cenciaioli“. Il mestiere del cenciaiolo si trova già nel XII secolo, ma è solo nel secondo Dopoguerra che raggiunge numeri importanti; un lavoro manuale, con il quale si riconoscevano i tessuti, si separavano per colore e consistenza e poi venivano strappati a mani nude. Dai quegli stracci fatti a brandelli, i “cenci”, si ricavava una nuova materia prima con la quale andare a creare un nuovo tessuto. Un lavoro semplice e spesso considerato “sfigato”; in realtà è un’arte nobile e raffinata, una preziosa operazione di recupero e rigenerazione capace di dare vita al nuovo partendo dal vecchio, in tempi non sospetti in cui di riciclo manco se ne parlava ma il buonsenso era ben presente (altro che consumismo)! Ridare lustro a questa attività, partire a creare dalla materia e non dall’idea di collezione, utilizzare filati rigenerati nell’ottica di un’economia circolare: 3 amici, un fortunato crowdfunding (novembre 2017) con 290 pre-ordini e l’incubazione come start-up all’interno di Nana Bianca. Questa la partenza del progetto di Rifò-Lab, un nome dal suono tipicamente toscano per rivendicare territorialità, appartenenza e identificare il tipo di attività (rifò, ovvero rifaccio).

Maglioni, accessori e teli mare sono le produzioni principali con le quali hanno iniziato, tutte realizzate rigorosamente con materiali rigenerati come lana, cachemire e anche denim tutti provenienti da aziende locali medie/piccole. “Tutto è prodotto nel raggio di 30 Km“, mi racconta, con tutti i limiti del caso. “Lavorare con materiali rigenerati vuol dire essere limitato nella scelta della finezza (i filati extra fini non ci sono) e anche dei colori (*i rigenerati non vengono tinti, ma il colore proviene direttamente dal colore originale della materia prima che viene sfilacciata, ora con macchine meccaniche). Ecco perché il processo creativo parte dalla materia prima con la quale il design viene sviluppato in seguito. Con la nostra produzione non solo si riciclano i vecchi indumenti, ma si riducono notevolmente i consumi di acqua, di pesticidi e di prodotti chimici utilizzati normalmente durante la produzione!” Perché usare nuove fibre quando si possono usare quelle già esistenti?

Nel giro di appena tre anni il progetto è cresciuto, i capi sono distribuiti in circa 80 negozi tra Italia e Germania, sono presenti sul portale di Yoox e il loro negozio online funziona benissimo. “Ora vorremmo provare ad entrare nel mercato giapponese ed americano, ma con calma. Anche ridurre i ritmi fa parte del processo legato alla sostenibilità“. Va bene fare i numeri, ma senza diventare folli produttori seriali 😉 Inoltre hanno ideato un programma di “recupero cachemire” grazie al quale è possibile inviare a Rifò i propri maglioni/accessori usati/sciupati o infeltriti che verranno o riparati o riciclati completamente. (La prossima volta che volete liberarvi di un maglione che non usate più ricordatevi di questa iniziativa).

Nuovissimo il progetto Re-think Your Jeans, realizzato in collaborazione con Natura Sì, Recooper e Pinori, attraverso il quale è possibile contribuire a rimettere i propri jeans in circolazione nel processo di rigenerazione (sono compatibili con la raccolta tutti i capi da 95 a 100% cotone denim, con una tolleranza fino al 5% di altre fibre ed elastene). Si possono portare i capi usati nei negozi Natura sì  (per adesso a Parma, Lucca, Pistoia e Prato) che successivamente verranno selezionati, sfilacciati e successivamente trasformati in un nuovo filato che darò vita ad un nuovo tessuto. Un progetto di collaborazione dove più realtà insieme lavorano per una moda (e un mondo) migliore e dove anche noi possiamo dare il nostro contributo!

Non resta che farsi un giro nello shop online (dove mi fanno morire i nomi dei colori, dal beige cantuccino al rosso montalcino, passando per il grigio lampredotto) o nel piccolo Agorà, dove si possono trovare anche capi di altri marchi e piccoli accessori che seguono la stessa filosofia di Rifò. Cambiando mentalità e con piccoli passi anche la Moda può diventare un posto migliore. Ecco perché realtà come questa vanno sostenute. 😉

Buccia di Banana/Cariche: ecco come devono essere le sneakers per la prossima primavera

Era da un po’ di tempo che non buttavo un occhio allo street-style e soprattutto al variegato mondo delle sneakers, ovvero le scarpe da ginnastica. Sarà perché io sono un’affezionata delle mie Superstar che si alternano ogni paio d’anni alle Stan Smith; sarà perché più mi guardo in giro e più mi passa la voglia di azzardare in questa direzione…ecco, pesante! Non sono la regina della sobrietà, eppure queste nuove scarpONE hanno qualcosa che mi rimane indigesto. La parola d’ordine, in ogni caso, è CARICHE! Ma andiamo con ordine, leggendo prima cosa ci dice la Bibbia dello stile che io tradurrò per voi (che è stata dura interpretare anche per me)!

Dunque, appurato che la COOLNESS non deve mai mancare (siamo pazzi?!?), le indicazioni per i modelli della nuova stagione prevedono colori tirati a caso modello barattolo di pittura che casca con ovvie ripercussioni sulla calzatura; interessanti anche quelle con la punta effetto “ho calpestato uno slime disgraziatamente caduto a terra“. Insomma, colore a caso, ma anche bianco bianco effetto panna montata o soffici nuvole simil-caramelle da portare ai piedi. Delicate, ma nemmeno troppo.

 

Così come assai poco delicate si presentano queste scarpe frutto di un’incrocio tra la scarpa da trekking (che saranno funzionali ma sempre state bruttine) ed una ginnica che ha mangiato troppo. A poco servono i dettagli dorati e la firma Gucci in fondo. Anzi, diciamo che contribuiscono a dare quel tocco di non-finezza in più. Giusto per rimanere in quel limbo di brutto/figo che a volte fa il giro…a volte invece no! O_o

 

Di scarpe effetto gamba-ingessata ne abbiamo viste diverse nel corso della storia, ma le socks trainer (ovvero i calzini da allenamento) di Longchamp dai toni pastello hanno dato un bel colpo di grazia a tutti gli ospedali di zona. Il calzino in neoprene in questione con quel bel bordo spesso sega-polpaccio è poi la ciliegina sulla torta per chi non ha proprio le zampette da fenicottero. Il micro clima ideale per la coltivazione di funghi è inclusa nel prezzo.

E come non far mancare una bella versione alta e delicata di scarpa da ginnastica di tela?  La  re-interpretazione  della  Chuck Tailor in versione zavorra a forma di barca  è l’apice.  Per  la  modica  cifra  di  1500  dollari.  E con  questa  passo e chiudo!!!

La perplessità è sempre la stessa: ma davvero per la primavera-estate dobbiamo andare in giro con questa pesantezza ai piedi? E poi, mettiamo la tassa sulla plastica e facciamo la differenziata ma continuiamo a sprecare quintalate di gomma per fare delle scarpe…PESANTIIIII? Mah…;) Buon lunedì

Buccia di Banana/Spacca mele…

[Un post molto molto corto che però vuole fare riflettere su due aspetti fondamentali:

1- La comodità e la praticità sembrano non essere mai di moda. Ancora nel 2020 dobbiamo sopportare cose…decisamente noiose!

2-Certe cose le possono pensare solo designer uomini o donne molto cattive, perché ipotizzare degli shorts di jeans (quindi stretti) con una zip di metallo (scomodissima e rigida) che ti attraversa le chiappe, sotto chiappe e vagina spaccandotela a metà può essere solo opera di qualcuno che non è in possesso dello stesso organo. Non condividendo non può immaginare il fastidio, il dolore e le controindicazioni! ]

Ma l’Universo provvederà a punirlo a suo tempo. Anche per il prezzo esoso al quale tenta di vendere quest’idea antip[r]atica!!!

E con questo vi auguro un sereno lunedì. Almeno più comodo di questa zip infilata nel cu…ops! 😉

Affittare abiti: una soluzione leggera!

Perché comprare abiti, soprattutto per le occasioni, quando si possono affittare? L’affitto di abiti è una cosa alla quale non si pensa mai, a meno che non si tratti di maschere o vestiti molto particolari. Eppure, in questa ottica più sostenibile e leggera, ecco che ritorna come un’opzione non solo possibile, ma anche preferibile all’acquisto (perché poi spesso sono cose che si mettono poche volte e poi rimangono lì a prendere polvere). Vi dico il perché…

L’affitto rende più leggeri: moltissime volte ci ritroviamo a comprare cose per “l‘occasione“, magari quella singola e isolata che ci fa indossare le cose una volta sola e poi basta. Perché guai a mettere lo stesso vestito per due matrimoni…ad esempio! L’armadio quindi si appesantisce di cose che si vanno sommando e che non vengono usate, impedendo anche l’ammortizzamento del loro costo nel tempo. Somma che ti somma, aggiungi e compra, l’armadio si riempie, appesantendosi in maniera preoccupante. Con l’affitto usi e restituisci, sfoggiando sempre cose nuove mantenendo l’armadio del peso giusto 😉

L’affitto veste tutte le (tue) personalità: a volte i vestiti ci vanno stretti, a volte vorremmo mascherarci o interpretare un personaggio diverso da quello che sfoggiamo giornalmente. Senza bisogno di rivoluzionare tutto l’armadio in maniera dispendiosa e insostenibile, affittando si possono vestire tutte le personalità contemporaneamente.

L’affitto cura la sindrome del “non so cosa mettermi“. Questo problema non si pone più, i dilemmi e le tragedie davanti all’armadio vengono meno perché sostituite da una ricerca di quel che ci aggrada di più in quel momento.

L’idea dell’armadio condiviso è ancora lontana, ma per quella dell’affitto la strada si sta lentamente aprendo. Ecco alcuni dei siti e negozi dove è possibile affittare abiti, con servizi e modalità differenti.

DOVE AFFITTARE E I VARI SERVIZI

Www.dressyoucan.com è una piattaforma italiana, con sede fisica a Milano, dove poter affittare abiti per eventi ed occasioni particolari. La selezione spazia dal pret-a-porter ad abiti di un certo livello di marchi conosciuti. La modalità di affitto è semplice: si scelgono abito o accessori, si seleziona la data per cui servirebbe il servizio e si paga (il costo varia a seconda del capo). L’abito viene spedito un giorno prima e può essere riconsegnato entro due giorni, sul posto o tramite corriere che effettua il ritiro. Le spese di spedizione sono incluse, così come un servizio di orlo se si dovessero avere problemi con la lunghezza; con 5€ in più c’è anche una mini assicurazione contro macchie e piccole rotture (che non si sa mai cosa può capitare)! Comodo anche il sigillo: se la taglia non va bene o il capo non risulta adatto per l’occasione basta non levare il sigillo (prova di non averlo indossato effettivamente) e viene rimborsato il costo dell’affitto.

Diversa l’idea di VIC (del quale vi avevo già parlato qualche tempo fa). Qui il principio è quello di un grande armadio condiviso. La sede di Vic è solo online, in un negozio virtuale dove si può fare shopping scegliendo abiti e accessori di marchi sostenibili selezionati senza doverli acquistare, semplicemente prendendoli in affitto per un mese. Proprio come un e-commerce puoi navigare, guardare i vari capi, conoscere marchi differenti dai soliti, scegliere quello che più piace e metterlo nel carrello. Ci sono vari tipi di abbonamenti, tra i quali uno che con 49€ al mese permette di noleggiare 3 capi a scelta. Alla fine del tempo di noleggio si può decidere se acquistare i capi perché magari ce ne siamo innamorate o restituirli e sceglierne altri tre per il mese successivo. In questo modo ci si può garantire un armadio sempre nuovo senza averlo costantemente pieno e sovraffollato 😉 Www.veryimportantchoice.com

La versione internazionale famosa è www.renttherunaway.com. Anche qui il principio è il solito, con vari tipi di abbonamenti e soluzioni a seconda delle necessità. Qui, oltre alle solite opzioni di lavaggio e spedizione, c’è anche la possibilità di cambiare capo se non va o se non piace lo stile. Ogni noleggio di abiti include una taglia di backup (ovvero di scorta) senza costi aggiuntivi. Insomma, le hanno pensate tutte per far sì che il servizio sia il più efficiente e soddisfacente possibile. Rent the Runway ha sedi fisiche a New York City , Washington, DC , Chicago , San Francisco e Los Angeles, . dove i clienti possono lavorare con uno stilista personale ed avere un servizio ancora di più su misura. Il sito è nato nel 2009 e, nonostante gli alti e bassi, è sempre più in crescita. 

Altri due siti italiani dove poter affittare, soprattutto per le occasioni importanti (tipo anche il matrimonio, che questi sì sono vestiti che poi finiscono nelle soffitte) sono –Drexcode.com (Milano) e Lovedress.it (Toscana). 

Io trovo la soluzione dell’affitto una buona alternativa all’acquisto, anche se, come in ogni cosa, c’è il rovescio della medaglia: lavaggi molto frequenti (speriamo siano a basse temperature), lavaggi a secco, invii e ritorni (ovvero le spedizioni con le relative emissioni di CO2). Eppure potrebbe realmente avere un senso limitare il possesso in favore di una condivisione circolare. Utopia?!? 😉

Ne parliamo stasera in diretta su Instagram durante lo #sfashiontalk delle 19.30. Vi aspetto

 

Scivolando tra le fibre di viscosa

La sostenibilità non dipende dai materiali. E non esiste nessun materiale a impatto zero (questo è importante che sia chiaro, visto che si specula un sacco con affermazioni fuorvianti). Però conoscere e capire qualcosa in più su quello che ci mettiamo addosso può essere importante per fare delle scelte o se non altro rifletterci con qualche conoscenza in più. Dopo avervi parlato di cotone, lino, lana, seta e poliestere, è arrivato il momento di dare uno sguardo approfondito alle fibre della viscosa

La viscosa è una fibra artificiale estratta da cellulosa vegetale; non è né naturale né sintetica ma, partendo da una base naturale viene poi manipolata dall’uomo attraverso l’uso di processi chimici realizzati in laboratorio. Inventata dal chimico francese Hilaire Bernigaud de Chardonnet, nel 1883, era una valida alternativa alla seta per morbidezza e lucentezza; chiamata anche seta artificiale  (perché seta farlocca pareva brutto) e nominata poi rayon (dal 1930), era l’alternativa economica ai tessuti pregiati. La materia prima di partenza può essere di origine cellulosica vegetale (faggio, pino ed eucalipto, per esempio) o proteica, ovvero proteine provenienti da piante o materiali di scarto di origine alimentare. In entrambi i casi il processo di lavorazione e trasformazione prevede l’uso di sostanze chimiche, tra le quali soda caustica, per trattare la polpa del legno, solfuro di carbonio e poi altra soda caustica per renderla liquida (viscosa, appunto, per indicare la sua caratteristica di liquido parecchio fluido). Da qui viene trasformata in filamento, passata su una rocca, lavata, asciugata e pronta per essere filata.

La viscosa si utilizza moltissimo perché è morbida al tatto, scivola bene, si stropiccia difficilmente ed i colori sono molto più brillanti. Traspirante, fresca e ipoallergenica, è molto usata per l’abbigliamento femminile; il 100% viscosa è il preferito dal pronto moda perché si deteriora rapidamente, costringendo a comprare altri capi. Ma spesso la troviamo in commercio mescolata ad altre fibre, come cotone e poliestere, ed anche con tessuti elasticizzati per una versione stretch ancora più comoda. E fin qui tutto bene. Più o meno. La produzione di viscosa, dagli anni 90 al 2018 è raddoppiata, con tutte le conseguenze del caso e andando a definire un impatto ambientale abbastanza importante.

La deforestazione! La responsabile della ONG Canopy ci ricorda che vengono tagliati circa 120 mila alberi ogni anno per produrre viscosa&simili; le previsioni dicono che questa cifra tenderà a raddoppiare entro il 2025. Alberi secolari, alberi che ospitano animali in via di estinzione e non, alberi che sono l’ambiente di intere comunità indigene e che sono responsabili del mantenimento degli ecosistemi. Insomma, alberi che servono e che non sarebbe opportuno tirar giù in quantità così massicce. Canopy si sta occupando seriamente della questione per fare in modo che le aziende di moda si forniscano di materia prima per i loro tessuti da foreste selezionate e gestite in maniera sostenibile. E ce ne sono già diverse fortunatamente…

La tossicità! L’altro problema di non poco conto è l’uso di sostanze chimiche…spesso fatto in maniera impropria e senza controlli. Il disolfuro di carbonio è una di queste sostanze, che pare non faccia benissimo a chi sta a contatto molto a lungo: nel secolo scorso sono stati registrati casi di operai letteralmente impazziti dopo esserci stati per lungo tempo a contatto; oltre al fatto che può causare altre malattie poco simpatiche come infarti, ictus e malattie ai reni. Anche le altre sostanze che si impiegano non fanno benissimo all’uomo; se poi vengono rilasciate nell’ambiente il quadretto non migliora, anzi! Aria e acqua stanno visibilmente male, persone e animali si ammalano, i pesci si contaminano e l’acqua corrente diventa non potabile. Com’è possibile tutto ciò? Che sia così fuori controllo e allo stato brado?

Ecco, circa il 63% della viscosa mondiale viene prodotta in Cina. Ora, non per andare sempre a puntare il dito laggiù, ma ci sono state inchieste e rilevazioni che hanno dimostrato che “A Jiangxi nel sud-est della Cina, la produzione di viscosa ha ucciso tutta la fauna del più grande lago d’acqua dolce cinese, Poyang. Inoltre nei pressi delle fabbriche CHTC Helon e Shandong Silverhawk Chemical Fibre, entrambe situate nella provincia orientale di Shandong, sono state trovate prove evidenti che i produttori di viscosa scaricano acque reflue non trattate, contaminando laghi e corsi d’acqua locali, e rilasciano inquinanti atmosferici che superano standard ambientali accettabili” (fonte Changing Markets Foundations). Quindi? I modi per rendere la produzione di viscosa meno impattante ci sono, basterebbe che i grandi marchi si impegnassero per chiedere a questi produttori di adeguarsi a metodi produttivi a impatto zero e controllato (è stata a questo proposito pubblicata una petizione sul sito di WeMove lo scorso anno, firmata da circa 305mila persone). Eppure i grandi marchi, nonostante gli impegni presi, continuano a fare pressioni sui fornitori per ridurre ancora i costi ed accorciare ancora i tempi. E chiaramente quando si deve tagliare si perde la qualità, non del materiale ma proprio della cura del processo con cui viene realizzato. Tutta una questione di dinamiche economiche…come sempre 😦

Che possiamo fare noi nel frattempo che i marchi si adeguano? Come al solito noi possiamo fare la nostra piccola parte, andando a controllare etichette, scegliendo viscosa ecologica che presenta la certificazione Oeko Tex . Per quella prodotta in Europa dovrebbe esserci anche la sigla REACH (una regolamentazione redatta dalla collaborazione tra Unione Europea e Greenpeace per controllare l’utilizzo delle sostanze chimiche nell’abbigliamento ed eliminare quelle tossiche) e quindi almeno sull’atossicità dovremmo stare tranquilli. Dovremmo. Perché la certezza, a meno che le aziende non diventino trasparenti sui loro processi, non l’avremo mai.

Esistono poi alcune viscose vegetali, come quella di Mais, Latte, Lyocell o Modal, che presentano caratteristiche ecologiche e circolari molto interessanti. Ma ve le racconto la prossima volta…;)

Buccia di Banana/Nail Art: dove siamo arrivati (con finale horror)

Quando si parla di moda non dobbiamo perderci i dettagli. E non sto parlando di accessori o bijoux, ma di ogni piccola estensione che durante le sfilate viene sistemata fin nel minimo dettaglio pronta a fare tendenza. E’ il caso di capelli, trucco e parrucco, fino all’ultima unghia del mignolo della mano destra. E quando l’occhio casca sull’unghia, non si sa mai cosa aspettarsi.

Perché le vie della nail-art sembrano essere più infinite di quelle del Signore; sicuramente più kitsch di Moira Orfei ai tempi d’oro. Se del 3D pensavamo di aver visto tutto ci sbagliavamo. Sembrano non esserci limiti alla creatività, grazie ai materiali innovativi (e si racconta siano anche atossici, ma su questo dettaglio non ci metterei la mano, anzi) e alle idee folli di artisti dell’artiglio che vogliono che le nostre mani siano sempre più scioccanti, capaci di lasciare il segno (soprattutto con quelle a punta, che funzionano bene anche come taglia carte)! Prendere appunti per la prossima stagione:

Perché riempirsi le mani di accessori ed anelli quando puoi avere direttamente le unghie gioiello? Preziose, abbellite da catene, argenti e pietre preziose, le unghie gioiello sono un simpatico 2 in 1 che risolve il problema di cosa abbinare allo smalto. La praticità in questo caso non è contemplata ed è assolutamente vietato passarsi le mani tra i capelli: rischia di rimanerci impigliato tutto lo scalpo! O_o


Le unghie-sacre sono una celebrazione dei cuori sacri, tornati di tendenza da almeno tre anni. Un’icona un po’ vintage, un po’ sacra, un po’ profana, un po’ gotica che dà indubbiamente un tocco di raffinatezza a qualsiasi mano. Comode da utilizzare in assenza di stuzzicadenti; ricordarsi di lavare le mani dopo l’uso! 😉

Non poteva mancare in tutto ciò una serie di unghie piumate. Eleganti, raffinate e originali; la piuma riesce a dare un tocco di esotico anche alla mano più rovinata a furia di lavare i piatti senza guanti. Indicate per mani di fata e mani nullafacenti, se ne sconsiglia l’uso per bagni in mare e nemmeno in piscina. Per i giochi erotici, invece, pare che vadano alla grande. Ricordarsi solo di non lasciare piume in giro 😉

Ma la vera innovazione della stagione arriva dalla Russia, dove una nail artist locale si è divertita a sperimentare e andare oltre, realizzando e modellando delle vere e proprie opere d’arte…manuale. Perché accontentarsi di una stretta di mano, quando puoi avere altre piccole cinque manine che si allungano per stringere la mano del nuovo collega in ufficio? Ed ecco allora che le unghie si trasformano, grazie ad una sapiente opera di modellazione, in piccole mani e piedi che si affacciano sbarazzine al di là della mano. Una meta-mano, un’opera tra il concettuale e l’horror, dove la mano con le mani potrebbe essere l’arto di un mostro geneticamente modificato. Con le unghie-piede abbiamo raggiunto l’apice del terrore, ma talmente tanto trash che fa il giro e quasi quasi risultano quasi gradevoli O_o (stavo scherzando, giuro). La speranza è sempre quella che rimangano casi isolati a qualche video di youtube e post su instagram. Eppure ho come il presentimento che potremmo ritrovarci a stringere mani con un’enorme quantità di dita…e di piedi!

Che brutta scena 😛 Buon lunedì

Vintage Revolution/Giacca da Uomo Vintage

DI federica pizzato (vestiti al vento)

La giacca da uomo. Un capo che nelle occasioni formali siamo abituati a vedere dalla notte dei tempi! Apparentemente sempre la solita minestra, in realtà, nel corso dei secoli, ma anche nei più recenti decenni, ha subito diverse mutazioni di non poco conto. Siamo abituati a pensare alla moda e allo stile come “cosa da donne” ma è davvero così?  Con questo #VintageRevolution vorrei farvi vedere come un classico dei classici del guardaroba da uomo in realtà non lo è affatto, mostrandovi come la giacca è stata indossata e interpretata da alcune delle bellezze (e non) maschili più iconiche di tutti i tempi.

Anni ’20 Edoardo VIII

Edoardo VII, principe di Galles è uno degli uomini che, negli anni 20 del ‘900, stabilisce le nuove direttive dell’abbigliamento maschile. Il principe amava gli abiti dal taglio comodo, con giacche e pantaloni ampi, confezionati in tessuto tweed con disegni pied-de-poule, ed ovviamente, in Principe di Galles. Diffusissimo anche il gessato. La famosa “perdita di rigidità” del decennio è evidente in tutti i capi d’abbigliamento maschile anni ’20: le camicie, ad esempio, e il pullover sportivo che sostituisce il gilet. Per le occasioni formali arriva lo Smoking, in particolare la versione blue midnight con collo sciallato voluta proprio da Edoardo VIII, mentre il frac diventa meno abbottonato e si allunga nelle code.

Anni ’30 Clark Gable e Randolfh Scott

Negli anni ’30 la linea morbida e comoda degli abiti, inaugurata nel decennio precedente, continua e si perfeziona. L’uomo elegante negli anni ’30 indossa l’abito intero di gusto e taglio inglese, che finalmente adesso viene realizzato con tessuti più leggeri e anche più vistosi. L’uomo d’affari è vestito con il completo di flanella grigio scuro, blu o nero con giacca doppiopetto. Per le occasioni informali c’è lo spezzato con giacca di Tweed o Shetland a scacchi, mentre per le serate eleganti prende sempre più piede lo smoking scuro, portato con fascia e papillon. Il tight ed il frac diventano più morbi. Tra gli anni ’30 ed i’40, agli Hollywood Studios arrivano i gangster movies e di personaggi come Clark Gable che portò al successo il gessato e il rigato. Anche l’attore Randolph Scott rappresentava un’icona di stile ma meno eccentrica: con il suo fascino senza tempo utilizzava giacche di flanella pettinata, drammatica ed estroversa per sottolinearne il fascino. Indossando invece la giacca in flanella cardata veniva amplificata la sua forza.

Anni ’40 – Fred Astaire

Nel 1942, un po’ in tutta Europa vennero razionate le stoffe per il vestiario. Di conseguenza la moda si trasforma da elegante, a minimalista e funzionale. Lo stile degli abiti da uomo anni ’40 (come quello da donna d’altronde) si contraddistinse per i colori sobri e le linee essenziali. In questo periodo fa ad esempio la sua comparsa il Victory suit. Semplice e durevole, a doppio o mono petto, favoriva la funzionalità rispetto all’eleganza. La giacca si fa più corta e i pantaloni più stretti, senza pieghe o bordi. Il completo tipico degli anni ’40 non include il gilet, sempre per venire incontro al periodo di ristrettezze. Icona del periodo fu Fred Astaire. Il ballerino famoso per la sua eleganza davanti e dietro i riflettori amava indossare per le occasioni mondane giacche doppiopetto in flanella cardata. Un classico del palinsesto formale maschile.

Anni ’50 – Totò e Vittorio De Sica

Finita la guerra la moda uomo rimane ancorata all’eleganza inglese ma anche il Made in Italy è molto richiesto all’estero. Le giacche hanno ampi baveri, con linea delle spalle allargata e ben sostenuta ed aderenza al punto vita piuttosto sciolta. Accanto alle linee classiche, sempre di più fanno capolino gli spezzati, giacche di linea lenta con spalle scese e arrotondate, a cui vengono abbinati cardigan e pantaloni più stretti. Dal 1959 le giacche assumono una linea che allunga sempre più la figura. A partire dalla metà degli anni ’50, tra i capi sportivi è compreso il blazer con bottoni dorati, una giacca utilizzata nei paesi anglosassoni da chi appartiene ad un college o ad un club. Spopolano le rivisitazioni dell’abbigliamento militare per lo sport e il tempo libero come i giacconi da montagna, il montgomery e il trench. Gli anni ’50 sono anche la fase di inizio dell’anti-moda, l’abbigliamento trasgressivo e provocatorio usato dai giovani come simbolo della loro condizione. Potremmo definire Totò e Vittorio De Sica come due classici anticonformisti: il primo con il suo cappottone di Harris Tweed il secondo con l’abito leggero da viaggio.

Anni ’60 – I Beatles

Un rivoluzione così non si vedeva dagli anni’20! L’abbigliamento ufficiale di inizio decennio ha ancora un taglio classico ma presenta una linea più comoda che slancia la figura. Le giacche diventano squadrate, monopetto, con spacchi laterali. Per le serate eleganti ma informali si usa lo spezzato con giacca in tinta unita, di colore più scuro dei pantaloni. Londra diventa capitale della moda maschile giovane, che in questi anni consente la massima libertà e diventa più femminile. Nascono, tra le altre subcultre, i Mods. Saranno poi i Beatles a diffondere questo stile in tutto il mondo. Verso la metà del decennio appaiono i vestiti psichedelici, sovente con fantasie optical e colori sgargianti. È il momento dello stile hippy e della moda pop delle divise militari. Nella copertina di Sgt. Pepper’s i Beatles indossano delle rivisitazioni delle divise da cerimonia dell’esercito dai colori fluo. La cultura hippy, dopo il 1966 porta alla diffusione in ambito stilistico delle influenze etniche, in particolare quelle legate alla cultura orientale: fanno la loro comparsa anche sulle giacche decorazioni e fantasie dai colori vivaci.

Anni ’70 – John Travolta

Caratterizzata da capi di abbigliamento dai colori pop e decisamente vitaminici, la moda Seventies promuove look appariscenti, impreziositi da motivi geometrici o da fiori. I capi di abbigliamento considerati più glamour sono i pantaloni a zampa di elefante, abbinati a giacche strette e corte, sia per lui sia per lei. Non manca l’influenza vecchio west munita di frange. I completi eleganti diventano color pastello per finire con il total white spesso indossato da Elvis in quel periodo. Sempre in total white con l’iconico completo che ha fatto storia c’è John Travolta che in The Saturday Night Fever sfoggia il look tipico della fine degli anni ’70. Giacca con revers appuntiti e ampi, camicia con colletto altrettanto puntuto gilet e pantaloni a zampa coordinati. Una mise che è rimasta nella memoria di tutti.

Anni ’80 – Richard Gere

Dalla metà degli anni ’70 la generazione del dopoguerra entra nel mondo del lavoro ma non vuole tornare alle vecchie tradizioni. Ad aiutare i giovani manager del periodo arriva Giorgio Armani che si concentra proprio sulla giacca: l’indumento più classico e tradizionale di tutti viene realizzato con materiali più morbidi di quelli soliti e senza imbottiture, sagomature e stirature che la tengono perfettamente in tiro. Una giacca nuova, unisex, leggermente sformata e adatta a ogni occasione. Un messaggio importante traspare dalla giacca destrutturata: le donne e gli uomini non voglio più vestirsi solo da donne o solo da uomini. Fu un successo in tutto il mondo: Armani vinse il Neiman Marcus Fashion Award nel 1979 e l’anno dopo il bel Richard Gere in American Gigolò vestì Armani e lo rese noto al grande pubblico.

Anni 90 – Brad Pitt/Johnny Depp

Negli anni 90 la giacca diventa più minimale. La spalla è sempre importante ma la linea è più semplice e non segna la vita. Via il doppiopetto, le giacche sono spesso a tre bottoni e le maniche si allungano fino a coprire il palmo della mano. I belli e dannati presentano look eleganti ma leggermente trasandati (che fanno figo e non impegnano!) I miei preferiti? Brad Pitt il ragazzo della porta accanto che tutti vorrebbero avere e l’eccentrico a tratti dark Johnny Depp.

Siete ancora convinti che la giacca da uomo sia un oggetto monotono? Ogni decennio ha le sue forme, i suoi colori e le sue eccentricità. Un capo sempre uguale e sempre diverso che non smetterà mai di stupirci probabilmente! Donne, avete mai provato (taglia permettendo) a indossare una giacca del vostro lui?! Fatemi sapere come va!

Buccia di Banana/Campagne Fashion: WHY? #22

Le sfilate per il prossimo prossimo autunno inverno si susseguono in giro per le capitali della moda di tutto il mondo. Io, invece, sfoglio le riviste pregustando quello che ci aspetta per la prossima estate. Torna l’appuntamento con le stravaganze delle campagne fashion, quelle che le guardi e ti fai dei gran film su cosa c’è dietro…(almeno, io me li faccio e li condivido con voi, per iniziare il lunedì in leggerezza)! 😉

brand: gucci / campagna: mille modi per convincere un cavallo a lavarsi

La manutenzione del compagno equino è fondamentale. Portarlo in giro è ok, ma per entrare in certi ambienti è necessaria pulizia ed un certo stile. Per chi ha l’animo street il car-wash dice sia una soluzione divertente, non sappiamo bene per il padrone o l’animale. Per chi invece ha un approccio più chic e soft il vecchio tuffo in piscina sia il suo, per rilassare e pulire senza essere troppo aggressivi. Spugna e spruzzino per cavalli che vogliono ottenere massimo risultato con minimo sforzo. In tutti i casi non dimenticate il frustino, un tocco di rosso ed un look elegante per mantenere l’impostazione e non sfigurare. Animali sì, ma con classe! 😉

brand: FERRAGAMO / campagna: NON CI VOGLIO VENI’

Quando la tua compagna di avventure si rifiuta di scalare la montagna (per colpa tua che le hai detto di mettersi i sandali con il tacco, maledetta!) c’è un unico modo per convincerla ad arrivare fino in cima: dirle che ad aspettarla al rifugio c’è Jhonny Depp. Se non si lascia convincere bisogna usare le maniere forti: catena umana e via, trascinarla! (I sandali di plastica trasparente in ogni caso sono inguardabili…e anche no)!

brand: tom browne / campagna: a mollo come i pesci rossi (disappunto)

Andare a pesca? No, questo è un esperimento diverso. Mettersi nei panni dei pesci. Sì, proprio quelli che porta al posto della pochette in una bolla di plastica.  Un ribaltamento dei ruoli, dove l’umano interpreta il pesce strisce-rosse, famosa specie dei fiumi del nord europa. Se vi state chiedendo se anche i pesci hanno i calzini, no; lui li ha messi perché odia i sassi scivolosi ricoperti di alghette. In ogni caso, non sembra felice di questo scambio… 😉

brand: isabel marant / campagna: crescere funghi in PIENA ESTATE

Voglia di funghi in piena stagione estiva? Non c’è nessun problema! Grazie ad Isabel Marant adesso abbiamo le indicazioni e lo strumento per crescerli anche ad agosto. La tuta in questione, maniche lunghe ed accollata, portata a ferragosto sotto al sole per almeno 3/4 ore garantisce una crescita immediata di funghi e funghetti di tutte le specie. Non so quanto sarete gradevoli dopo l’esposizione prolungata in questo stato (e chi vi si avvicina), ma il materiale per la cena è garantito! 😛 Soddisfatti o rimborsati…

brand: Maje / campagna: vedo non vedo…

…ecco, era meglio rimanere nell’ombra!

E comunque, come ci ricorda Celeste Baber, fare la modella di questi tempi è un mestiere pericolosissimo…;) 

Buon lunedì!

 

Fashion Reboot: le mie impressioni della prima edizione del WSM

Lo scorso fine settimana sono stata al primo salone italiano dedicato “all’altra moda“, quella sensibile al cambiamento climatico, quella che pensa all’ambiente, alle persone e che si adopera per essere meno impattante ed accattivante allo stesso tempo (grazie Signore, in Italia, come sempre, c’abbiamo tempi lunghi). Un percorso che si è snodato su due pieni di alcuni locali del Base Milano (Ex Ansaldo), in piena zona Tortona. Ad aprire il percorso alcuni pezzi della mostra Sustainable Thinking direttamente dal Museo Ferragamo (noi ve ne avevamo parlato qui); al piano superiore, allestito con piccoli corner, esponevamo vari marchi, selezionati in basi a criteri di sostenibilità, innovazione, etica, recupero dei materiali e upcycling. I miei occhi sono caduti immediatamente qui:

INSANE IN THE RAIN

Una carrellata di colori e fantasie alla quale non ho resistito: gli impermeabili super pop di Insane in the rain sono il perfetto esempio di un’estetica streetwear e contemporanea che si combina alla ricerca di materiali innovativi e performanti. Gli impermeabili sono realizzati con RPET, un tessuto ottenuto con il riciclo delle bottigliette di plastica (PET, appunto), il che contribuisce a ridurre la quantità di plastica in discarica (circa 17-23 bottiglie per ogni giacca) oltre al fatto di non utilizzare il petrolio per produrre nuovo poliestere. Evitano inoltre di utilizzare plastica aggiuntiva o di nuova provenienza in tutte le procedure industriali, come  produzione, spedizione o distribuzione. Sani principi, coerenza, allegria nello stile e soprattutto una comunicazione fatta bene, cosa che ho apprezzato moltissimo perché solitamente c’è una grossa carenza (i marchi “etici” pensano che l’estetica non sia importante, ed è lì che si tirano la zappa sui piedi)! 😉

Qualche passo più in là sono inciampata negli occhiali di NEUBAU

Ad attirare la mia attenzione sono stati prima i modelli dalle forme interessanti, poi un cartello nel quale si leggeva che gli occhiali erano prodotti dalla pianta di ricino! Ed effettivamente, come ci hanno spiegato, questi occhiali sono stati sviluppati con il natural3D, un materiale 100% bio-based utilizzabile per la stampa 3d. Dai semi di ricino si estrae un olio che viene successivamente polverizzato e reso utilizzabile dalla stampante 3d che, strato dopo strato, realizza la montatura senza alcun tipo di scarto. La finitura è perfetta e gli occhiali sono tutti leggerissimi e comodi  (non segnano, non stringono, non molestano); oltre al fatto di proporre un sacco di modelli e colori dalle forme più disparate. Una sintesi perfetta di stile, sofisticatezza tecnologica e sostenibilità. L’azienda madre, viennese, supporta un sacco di iniziative legate all’ambiente e al riciclo. Io e LaMario ce ne siamo provate parecchi 😉

Decisamente più artistico, minuzioso e materico il lavoro di Sofia Lerner, una designer metà tedesca e metà peruviana che dal 2016 ha fondato l’omonimo brand in quel di Lima (Perù) collaborando con artigiani locali e lavorando sul recupero dei materiali, denim in primis, per creare capi nuovi ed unici. Vecchi jeans vengono smontati, scomposti e ricomposti sotto forma di cappotti, trench, jeans e giubbotti; un lavoro certosino dove l’abilità manuale degli artigiani locali si mette al servizio della creatività per dare vita a nuovi tessuti con i quali verranno poi tagliati e realizzati i capi. Santa pazienza, risultato interessante.

BGBL BOUNCING BAGS

Avevano attirato la mia attenzione già al Pitti Uomo; ritrovarla anche a Milano è stata una conferma ed una piacevole sorpresa. La particolarità di queste borse e zaini sta nell’uso (o meglio nel ri-uso) di palloni da basket provenienti da varie società sportive che vengono poi abbinati con la pelle per comporre accessori dal design unico. “Vogliamo unire una sensibilità ecologica a una passione per il design italiano, prendendo come concept le varie anime dello sport“. Anima sportiva, anima ecologia e passione per il bello: queste le fondamenta del marchio che ha visto la luce un paio di anni fa, come mi racconta la sua fondatrice; i palloni vengono lavati, tagliati ed assemblati con pelle di alta qualità direttamente nel distretto di Como, a pochi Km da casa. Il risultato è una combinazione che rimbalza tra lo streetwear ed il contemporaneo, adatta per gli amanti dello sport, perfetta per chi vuole distinguersi in modo originale (siamo in zona lusso, però, ve lo dico già)! Per questa edizione di Pitti è stata presentata una collaborazione speciale con i Da Move, crew italiana di riferimento in Europa per i suoi spettacolari show freestyle di basket, calcio, bike; per festeggiare i 20 anni dalla nascita dei Da Move, BGBL ha realizzato una collezione speciale che che ripercorre alcune tra le tappe fondamentali della storia del collettivo, utilizzando per un modello di zaino unisex i palloni che hanno “coreografato” le più importanti esibizioni del team nel mondo.

Uno spazio è stato dedicato anche ad un concorso aperto a nuovi progetti sia di design sia di servizi, dove è stato un piacere ritrovare Zero Barra Cento (uno dei primi marchi che avevo presentato in questa rubrica) con la sua linea di capi spalla unisex e concepiti per non avere sprechi al momento del taglio (zero waste design, vi avevo parlato anche di questo ;P ); ed anche Vic, Very Important Choice, la piattaforma italiana dove è possibile noleggiare abiti  e accessori dei migliori brand eco-fashion, in uno spazio dove si connettono produttori e consumatori consapevoli, una piazza virtuale dove trovare informazioni e condividere saperi ed esperienze. Presente anche Orange Fiber, idea e brevetto italiano dei primi tessuti realizzati dai prodotti degli agrumi (ma di loro vi parlerò a breve in modo approfondito). Una panoramica ampia e curata delle nuove opzioni della Moda, corredata anche da workshop e talk durante i quali sono stati affrontati argomenti legati al futuro del fashion (io sono ancora molto perplessa al momento, vedo ancora tanta strada davanti, ma almeno c’è una direzione). Tutto sommato è stato un inizio, soprattutto per quanto riguarda l’inserimento di nuovi contenuti in Saloni “ufficiali”.

Io, nella mia visione utopica in cui tutto il sistemata vada in qualche modo rinnovato, avrei optato per un formato diverso, fuori dalle logiche stantie di fiere-espositori-compratori-stampa (che poi questi compratori ci saranno arrivati fino? Avranno fatto ordini? Troveremo questo tipo di prodotti nei negozi davvero? Boh…). E’ stata comunque una buona fonte di spunti e ispirazione.