Obiettivi globali, azioni locali: cominciamo bene!

I buoni propositi a inizio anno si sprecano. Solitamente queste intenzioni sono sempre orientate a se stessi: dal miglioramento professionale a quello personale, dal voler guadagnare di più al voler stare in forma (la famosa dieta che inizia sempre a Gennaio così come l’iscrizione in palestra…ah no, c’è il Covid e le palestre sono ancora chiuse, maledetti) fino al vivere più sereni. Che va tutto bene, eh. Ma cosa succederebbe se provassimo ad allargare la visione ed inserissimo nelle nostre famigerate liste qualcosa che possa avere un impatto positivo a più ampio spettro? Guardando, che ne so, all’ambiente e al mondo circostante? Insomma, un po’ più in là del nostro microcosmo?!? In automatico è più facile prefissarsi obiettivi personali, con i quali abbiamo più confidenza, ma non è mai troppo tardi per aggiungerne di nuovi, no? Per darvi qualche ispirazione, possiamo prendere spunto dagli obiettivi che si sono posti le Nazioni Unite, stilando i 17 sustainable development goals…

COsa sono?!?

Preso atto di tutta una serie di situazioni e problematiche che coinvolgono un po’ tutti i Paesi del mondo, in seguito all’analisi dei risultati ottenuti dagli anni 2000 al 2015, ecco che nella “riunione” successiva i 193 rappresentanti delle Nazioni Unite si sono messi a testa bassa a lavorare sull’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ovvero un programma operativo che guarda all’ambiente, alle persone e all’economia  suddiviso in 17 obiettivi con 169 traguardi da raggiungere entro il 2030 (eh, le cose non si cambiano proprio in cinque minuti) 😉 Sono obiettivi comuni ed universali che riguardano questioni importanti per lo sviluppo in una direzione con minor impatto su tutti i livelli: dalla lotta alla povertà all’eliminazione della fame fino al contrastare il cambiamento climatico. Comuni, perché nessuno in questo percorso deve essere lasciato indietro; universali, perché non è possibile perseguire una sostenibilità selettiva e settorializzata (non avrebbe alcun senso). Governi e istituzioni sono impegnati in questo senso, così come i 17 “ambassadors” che sono stati scelti per rappresentare e diffondere questi obiettivi. E’ chiaro che i pesci grossi hanno l’arduo compito di portare avanti a livello “politico” e globale questi obiettivi, ma è anche vero che un uomo solo la montagna non la sposta e che questi punti in realtà rappresentano delle direzioni utili verso le quali guardare un po’ tutti: dall’imprenditore al professore, dalla casalinga alla commessa. Impossibile abbracciare tutti e 17 gli obiettivi, ma scegliere quelli che più risuonano con la nostra persona e portarli nel quotidiano…perché no?!?

Questo obiettivo, ad esempio, l’ho sposato da diverso tempo! 😉 Non solo per quanto riguarda la moda, ma il mio stile di vita in generale. Che vuol dire consumo responsabile? Non farsi intortare dalle pubblicità, non sprecare (che lo spreco è uno schiaffo alla povertà che ci gira intorno), pensare prima di acquistare e scegliere con cura quali aziende supportare (magari non quelle che distruggono il Pianeta). Con questa storia del “progresso” economico e sociale ci hanno un po’ fregato, perché è vero che si sono fatti alcuni passi in avanti nell’ultimo secolo, ma tutto questo è stato accompagnato dal degrado ambientale che sta mettendo in pericolo gli stessi sistemi da cui dipende il nostro sviluppo futuro e  la nostra stessa sopravvivenza. Tipo:

1- Ogni anno, circa un terzo di tutto il cibo prodotto – equivalente a 1,3 miliardi di tonnellate per un valore di circa 1 trilione di dollari – finisce per marcire nei cassonetti dei consumatori e dei rivenditori, o per deteriorarsi a causa di cattive pratiche di trasporto e raccolta.

2-Se le persone in tutto il mondo passassero a lampadine ad alta efficienza energetica, il mondo risparmierebbe 120 miliardi di dollari all’anno.

3-Se la popolazione mondiale dovesse raggiungere i 9,6 miliardi entro il 2050, potrebbe essere necessario l’equivalente di quasi tre pianeti per fornire le risorse naturali necessarie a sostenere gli attuali stili di vita.

Il consumo e la produzione sostenibili significano fare di più e meglio con meno. Si tratta anche di aumentare l’efficienza delle risorse e promuovere stili di vita sostenibili. Il consumo e la produzione sostenibili possono contribuire in modo sostanziale alla riduzione della povertà e al passaggio verso economie a basse emissioni di carbonio e verdi.

Chi è costretto ad andare a scuola si scogliona perché lo vede come un obbligo “noioso”. In giro ci sono più di 200MILIONI di bambini che non hanno accesso all’educazione! 617MILIONI di ragazzini ed adolescenti non raggiungono il livello minimo (leggere, scrivere e fare due conti). La conoscenza, il sapere e l’educazione sono quello che ci rende liberi, che ci aiuta a pensare, a crescere e non farci manipolare. E’ la base per migliorare la propria vita e quella di chi ci sta accanto. L’educazione di qualità dovrebbe essere un diritto di tutti…

A questo link li potete vedere tutti, con schede approfondite e con obiettivi divisi per punti, comprensibili meglio dei DPCM del nostro caro Conte. E so che la domanda adesso vi sorge spontanea: tutto molto bello, e quindi io che posso fare?!? Si possono fare un sacco di cose, a seconda del livello di pigrizia o dell’impegno che ci vogliamo mettere 😉 Si chiama Lazy Person Guide to Save the World, ed è un piccolo reminder delle cose che si possono fare per dare un contribuito al raggiungimento di questi obiettivi…a volte senza doversi alzare dal divano!!!

-Ricordarsi di spegnere le luci quando non servono.

-Fare ricerche online, dal divano appunto, sulle aziende responsabili ed impegnate per la salvaguardia dell’ambiente.

-Segnalare comportamenti offensivi o bullizzanti in rete!

-Misurare le proprie emissioni di CO2 e valutare la propria impronta (per eventualmente ridurla). Si può fare semplicemente andando qui.

Se sufficientemente motivati, si possono fare un sacco di altre cose sia in casa, tipo docce veloci, non usare l’asciugatrice per i panni ma lasciarli all’aria aperta, riciclare plastica, carta e vetro, così come comprare beni non imballati in un miliardo di packaging; che fuori casa, utilizzando la bici o andando a piedi dove possibile, portare sempre con sé la busta per la spesa, supportare comprando dai negozi di quartiere, utilizzando bottiglie riempibili o tazze con le quali farsi fare un bel re-fill da asporto (visto che al bar manco ci possiamo più fermare)! Il livello PRO ci vede impegnati anche sul posto di lavoro, con azioni civili e rispettose anche con i colleghi e dentro il proprio ufficio. Qui spesso è dura, ma ci si può fare 😉

 

La guida completa (in inglese) si può scaricare qui. Invece, per chi vuole una spinta in più, consiglio di dare un’occhiata a questo. Dura meno di una puntata di Grey’s Anatomy! 😉

Siete pronti ad aggiungere qualche proposito alla lista di questo scoppiettante 2021?!? 😉

Buccia di Banana/ I nuovi mestieri spiegati a mamma

Tempi di cambiamento si prospettano all’orizzonte. Sì, ancora! Siamo solo all’inizio, sulla punta di questo iceberg che si sta sciogliendo grazie al surriscaldamento globale ma che, proprio per questa sua variazione di stato, ci obbliga o a bere o ad affogare. O anche a remare in mezzo ai ghiacci muniti di un grandissimo spirito di adattamento. Ecco, l’adattamento è quello che i tempi attuali richiedono per poter sopravvivere, nella vita, così come nel mondo del lavoro. Siamo di fronte ad una quarta rivoluzione e, un po’ come quando dai campi ci siamo spostati in città per far fronte a quella industriale, adesso siamo  chiamati a spostarci in un’altra dimensione: quella delle nuove professioni…dai nomi incomprensibili! I nomi sono ovviamente inglesi e fanno riferimento a mestieri legati alla tecnologia, alla robotica, e all’intelligenza artificiale, ma anche al benessere e alla crescita spirituale. Quasi tutti sono manager o ambassador di qualcosa, pure il macellaio è diventato il ciccia-mbassador e in tutti i casi, al primo ascolto della professione, la faccia si trasforma in punto interrogativo e la domanda sorge spontanea “Sì, in pratica cosa fai?“. O_o

Vedo mamme, nonne e zie che alle cene di famiglia non riescono proprio a capire che lavoro fanno i nipoti…che a volte non lo sanno manco loro!!! Povere mamme! Visto che la tendenza è alla complicazione e all’uso di parole incomprensibili anche per il mestiere più semplice, ecco che ci penso io a semplificare. Che di casini e misunderstanding ce ne sono pure troppi. In ordine sparso, ecco apparire nell’orizzonte professionale…

Train Manager: lo so che ogni volta che sulle Frecce sentite questa parola e pensate “ma non potrebbero semplicemente dire capotreno?“. Beh, io lo penso ogni santa volta!!!

Community Manager: non è il dirigente di comunità di ex-alcolisti, bensì gestisce ed amministra le comunità virtuali, online. Un po’ come un’amministratore di condominio, però su internet!

Digital Strategist: qualcuno che si occupa di strategie nel mondo digitale. Perché per aggirare l’algoritmo di Instagram e per fregare Google servono dei piani fatti a modino! 😉

Business Analyst: le analisi del sangue del progetto di lavoro. Non si va con trigliceridi e glicemia, ma con numeri, previsioni, budget (che poi sarebbero i soldi messi a disposizione per una determinata cosa) e complicati fogli excel con ipotesi di rientri economici. Insomma, roba di numeri che solo a pensarci già mi fanno paura. Ma sono quanto mai utili! Anche il Business Strategist, migliore amico dell’Analyst, sembra vada di moda un botto!

Social Media Manager: un essere devoto che sacrifica le sue giornate sui social network in maniera strategica e con un calendario editoriale. Mica cazzeggia! Se la mena tra app per foto-ritocco, quelle per fare le griglie a modino, crea connessioni e inventa l’impossibile per far crescere il numero di seguaci ed interazioni sul profilo dei suoi vari clienti. “Quindi? Sta su Feisbukk?” – “Vabbè, mamma, te lo spiego un’altra volta!

E-reputation manager: un esperto della gestione della reputazione online di un marchio o di una persona. Se qualcuno parla male di te o se fai una cazzata che intacca la tua reputazione in rete, lui fa sparire le tracce o fa da pacere. Un ripara-cazzate digitali!!!

Coaching: nella vita non si finisce mai di imparare. Motivo per cui c’è bisogno chi non smetta mai di insegnare. Il coach è un misto tra professore e allenatore, più simile a qualcuno che ti motiva mentre ti dà due dritte che proprio ad un insegnante vero e proprio. Di questa figura ne esistono diverse varianti: dal Life Coach, che t’insegna a vivere (roba che se fossi in grado di fare questa cosa mi farei pagare assai) caso mai ce ne fosse bisogno, al Digital Coach, che ti allena su come affrontare la vita digitale (che sembra facile, ma può diventare peggio della vita reale), fino al Personal Branding Coach, ovvero colui/colei che ti insegna come vendere te stesso, pensando alla tua persona come se fosse un marchio. “Azz! Un tempo per venderti bastava uscire in mezzo alla via con la gonna corta!” – “Mammaaaaaa“! Nel frattempo “il coach” ha deciso che si farà chiamare allenatore, perché c’è troppa gente che usa questo appellativo!!!

Content Creator: un generatore di contenuti, di solito per quello che riguarda il mondo digitale. Si occupano di immagine, scrittura, fotografia, elaborando diversi formati a seconda dell’input iniziale fornito dal cliente. “Quindi?” – “Creativi, mamma. Quelli che non fanno una sega tutto il giorno“! (si scherza eh, bimbi, che qui son creativa pure io :P)

Care Giver: chi si occupa di accudire gli anziani. Sì, lo so, una volta si chiamavano badanti. Mo’ si sono evolute pure loro!

Food&Beverage Manager: nei ristoranti una volta c’erano i cuochi, che facevano tutto, dal menù alla spesa fino alla pulizia della cucina. Adesso ci sono gli chef, che fanno dei gran meeting con il F&B Manager per decidere che cosa farti da magnà. Danno la linea al ristorante o al locale. Insomma, si aggiungono passaggi, ma alla fine ti danno sempre da mangiare!

Personal Shopper: una persona che ti aiuta a fare shopping. Sì, perché nel caso tu avessi problemi con lo specchio e avessi dubbi su cosa ti sta bene e cosa no, ecco che arriva un angelo esperto di moda pronto a farti spendere soldi in giro. Una bella comodità anche in caso di pigrizia e poca propensione agli acquisti (e alla moda in generale). A questo proposito stanno spuntando anche le Armocromiste, ovvero coloro che ti aiutano a gestire i colori in base ai tuoi e alla tua personalità (dite che ne avrei bisogno con la mia ipercromia dilagante?!?) e le Closet Organizer, ovvero quelle sante donne che ti vengono a mettere a posto gli armadi. “Ahhh! E quella la voglio assumere” – “Vediamo se ne trovo una brava in rete!

Public speaker: gente che parla in pubblico. A metà tra attori e oratori, sono persone che vengono pagate per parlare negli eventi pubblici. “Parlano a caso?” – “Spererei di no, ma non si sa mai

Yoga ambassador: “Scusa mamma, ma l’ambasciatrice dello yoga non ho ancora capito cosa fa“! O_o

Intanto, dalle redazioni di riviste autorevoli, ci avvertono che sta arrivando il Re-skilling, che non è un ultimo ritrovato anti-age, ma la “riqualificazione professionale“, che vuol dire tutto e niente. “…un processo di reskilling potrà riguardare chiunque voglia avere un valore nel mercato del lavoro, cogliere opportunità, ottenere posizioni. […] E’ l’importanza della multidisciplinarietà e dell’essere visionari per creare i lavori del futuro.” E cioè? Essere svegli, adattabili e non spaventati, pronti ad aggiornarsi ed imparare quello che ci sarà da imparare per svolgere le nuove professioni richieste, che sembrano essere: business and financial operations, esperti di management, It e scienze matematiche. Se volete. Altrimenti si può sempre tornare in campagna a fare l’ Earth Operator, ovvero il contadino!!! 😉

L’importante è essere svegli, creativi e capaci di intercettare le necessità del futuro e…farne una professione.

Buccia di Banana/ Il virus ha infettato l’italiano!

Se già stavamo messi male con l’influenza anglosassone, con questo virus abbiamo finito di infettare la nostra lingua. E la verità è che non ci si capisce più una mazza! O meglio, capire ci capiamo, ma le frasi suonano alle orecchie come la lingua dei minions: c’è qualche parola che ogni tanto somiglia a qualcuna conosciuta, ma in generale è un gran casino! Siamo arrivati ad una pericolosa deriva, chissà se ce la faremo a riprenderci?!? Dalla scuola al posto di lavoro, passando per gli ospedali e fino alla vita privata, sembra tutto un gran casino…

A partire dal famoso lockdown, ovvero una chiusura totale, il che rende quasi un ossimoro ciò che si legge in alcuni giornali che definiscono zona gialle e arancioni come “lockdown parziale” (ma come fa un a chiusura totale essere parziale? Ce la facciamo?); l’italiano c’è, possiamo chiamarlo chiusura, confinamento, isolamento, ma preferiamo chiamarlo “lockdown severo“, traducendo maccheronicamente l’inglese “severe lockdown“, che in realtà sarebbe “grave“. Non è tanto grave fare smart working, nel senso, i freelance, ovvero i liberi professionisti, sono abituati a lavorare da casa da una vita, soprattutto quelli che non possiedono un vero e proprio ufficio. Chiamarlo lavoro a distanza, però, suonava un po’ sfigato, così come chiamare dire all’amica che alle 12 abbiamo una chiamata invece che una call oppure una riunione al posto di un meeting per programmare il prossimo webinar. E mentre i genitori si affannano a lavorare in pigiama dalla cucina, i ragazzi attivano i device scolastici per continuare l’e-learning comodamente dalla camera da letto tramite interessanti tutorial e online classes. Si fa lezione da casa con il computer effettivamente era troppo riduttivo come concetto…;)

Poi si accende la tv e veniamo invasi da nomi e paroloni altisonanti: l’Italia stanzia il recovery fund…così che non sia ben chiaro ai compaesani cosa e dove si andrà a parare con questi fondi di recupero, ovvero un provvedimento a sostegno dell’economia dell’eurozona (altrimenti battezzato Eurobond o Eurofund); abbiamo addirittura una task force di esperti arruolati per farci uscire da questa crisi, ma per salvare i brand forse è meglio puntare sull’ e-commerce. Lo dicono gli esperti, quelli che hanno caldamente sponsorizzato l’inserimento di menù contactless per evitare le droplet che potrebbero depositarsi sulle superfici.

Le droplet sono goccioline di sputo che scappano quando si parla. Così, per dire…

Report giornalistici e social ci invitano a stare a casa, perché la pandemia non accenna a mollare il colpo, motivo per cui ancora si distribuiscono kit per esami sierologici e si continuano ad effettuare screening sui soggetti a rischio. Controlli che vengono fatti in ogni dove, anche nei mall grazie ad innovativi termoscanner posti all’ingresso. E qui sorge spontanea la domanda: ma i vecchi termometri erano davvero così brutti?!?

Forse sì. L’unica speranza è che con i primi vaccini venga sradicata anche questa seconda ondata di infezione della nostra povera lingua. O anche solo con un po’ di buonsenso 😉

Maimesso: l’e-commerce che rimette in circolo gli armadi

La sindrome del “non ho niente da mettermi” è quel fenomeno che assale quando, inermi di fronte all’armadio pieno, non troviamo niente che possa vestire la “noi” di quel momento. E’ che sembra mancare sempre qualcosa, ed è quello che spinge a fare acquisti d’impulso spesso facendoci comprare cose che rimangono appese lì dopo essere state messe poche volte o addirittura MAI. Un problema che si ripresenta ogni volta che al cambio di stagione dobbiamo decidere cosa tenere e cosa lasciar andare, in una lotta continua tra il “mi dispiace buttarlo” e “prima o poi lo metterò”. E quelle buste piene poi, che fine fargli fare? A risolvere questi ed altri dubbi legati alla gestione del guardaroba ci hanno pensato Chiara e Roberta, due amiche  imprenditrici e appassionate di moda; sono loro le fondatrici di maimesso, il primo re-commerce che rimette in circolo i capi mai messi venendoli a prendere direttamente a casa!

Da un circolo vizioso ad uno virtuoso, questa è la mission di questo e-commerce, lanciata appena dieci giorni fa, ma che ha tutte le carte in regola per offrire un servizio valido sia per chi si vuole liberare un po’ l’armadio, sia per chi vuole fare acquisti senza spendere un capitale. Andiamo con ordine. Il circolo vizioso parte proprio dalla famosa sindrome del “non ho mai niente da mettermi” al quale seguono spesso acquisti impulsivi di capi che vengono indossati poco; l’armadio si gonfia, il senso di oppressione assale così come la voglia di liberarsi di tutte queste cose. Arrivano puntuali le regine del decluttering sfrenato, quelle che ti invitano a liberarti del superfluo (Marie Kondo in cima alla lista), ma che non si pongono minimamente il problema di che fine faranno dopo le cose che vengono scartate!!! Qualcosa si regala, qualcosa si scambia, qualcosa viene donato ad associazioni locali. Chi ha una collezione consistente tenta con il conto vendita in alcuni negozi…che molto spesso prendono solo abiti di grandi marchi; allora ci si ripromette di andare in qualche market a fare il proprio banco…fino a quando non subentra la pigrizia ed i vestiti rimangono lì, a guardarci. Le più esperte che riescono a darsi da fare sui vari siti e app creati appositamente per vendere i loro armadi, ma spesso cedono sotto al peso di domande costanti, spedizioni e limpegno di fotografare e gestire un negozio online. Tutta questa fatica per cosa? Quindi siamo punto e da capo. Ma ecco arrivare in soccorso l’idea di maimesso: un e-commerce dove è possibile acquistare centinaia di abiti “maimessi” a prezzi bassissimi, ed anche candidarsi per vendere i propri abiti.

Abbiamo pensato a un metodo che scardina uno a uno i tasselli di questo meccanismo aiutando le donne a mettere ordine nei loro armadi e nelle loro vite, rispettando l’ambiente e guadagnando anche in termini economici. Con soldi veri, non con punti ri-spendibili.” 😉

Un sistema pratico e facilmente accessibile, descritto in maniera semplice e chiara sul sito, che propone una soluzione immediata per rimettere in circolo gli abiti senza bisogno di comprarne di nuovi. Sappiamo bene che il problema legato al fast fashion è l’abnorme quantità di capi che vengono prodotti ogni anno (basta pensare alle 55 collezioni annuali proposte da alcune grandi catene); e sappiamo anche che più a lungo facciamo durare le cose meglio è per il pianeta. Qui c’è una valida alternativa sia per acquistare che per vendere. Stai cercando qualcosa di nuovo ad un prezzo accessibile? Su Maimesso potete tuffarvi nella selezione di scarpe ed accessori e abiti nuovi con o senza cartellino o come nuovi pre-owned. Navigare sul sito è facilissimo, grazie ai prodotti e agli abbinamenti messi in home page o scegliendo nelle collezioni tematiche: dal boho chic a quelle “natalizie”, dal denim agli abiti corti passando per l’animalier: ce n’è per tutti i i gusti. Basta curiosare e scegliere. Vuoi vendere quelle cose che non hai mai indossato o che non metti più e sono in ottimo stato? Maimesso dà la possibilità di candidare i tuoi capi per la vendita e, se sono reputati adatti, basta metterli in una scatola e aspettare il corriere per il ritiro! Vengono aperte delle “finestre” per le candidature (è bene seguire social o iscriversi alla newsletter) e si possono inviare da un minimo di 10 capi fino a quanti entrano in una scatola di dimensioni predefinite. Gli abiti verranno poi fotografati e venduti a un prezzo appetibile sul quale il cliente guadagnerà il 40%. Comodo, no? (informazioni dettagliate sulle condizioni le trovate qui)

E se i miei abiti non vengono venduti? Semplice anche in questo caso: si può chiederli indietro oppure permettere a maimesso di donarli in beneficenza. In questo modo si chiude veramente un circolo, nel quale i capi troveranno sempre una nuova casa, non andranno al macero, prolungheranno il loro ciclo vitale e nello stesso tempo non si andranno ad incrementare le vendite (e quindi le produzioni spropositate) dei grandi colossi internazionali del pronto moda.  Ri-utilizzare significa dare una seconda vita ai capi e nello stesso tempo limitare il consumo di risorse che verrebbero impiegate per produrre cose nuove. Far girare gli armadi è un modo un modo per alleggerirsi, fisicamente e mentalmente, dal superfluo, facendo qualcosa di buono per se stessi, per gli altri e per l’ambiente.

ATTENZIONE PERO’: liberare l’armadio non è una buona scusa per doverlo immediatamente riempire come prima. Se no altro che circolo…non se ne esce più 😉

Il sito è appena nato, ma io come al solito mi sono incuriosita subito: lo trovo un ottimo servizio anti-spreco per chi vuole vendere i propri abiti e nello stesso tempo una buona alternativa per fare shopping negli armadi altrui. Un modello con del potenziale da appoggiare e seguire. Che ne dite?

Trovate tutte le informazioni su maimesso, le collezioni e le modalità di utilizzo  sul sito ufficiale: www.maimesso.com

Oppure seguire i loro profili social—>  www.facebook.com/maimesso.it e https://www.instagram.com/maimesso

Support Locals: un post di parte con ottimi suggerimenti ;)

Ebbene sì, ci siamo quasi: mancano solo 11 giorni al Natale! Dopo avervi regalato la guida Slow Christmas progettata con il team di Sfashion-Net, è ora di passare ai consigli appassionati, ovvero quelli di quei progetti creativi che mi piacciono assai perché sono fatti con cura, che sviluppano un’idea con un’estetica molto personale e con un concept unico realizzato in maniera impeccabile. Sono progetti giusti, belli, con una loro anima e messi in piedi con tantissima passione. E sì, sono di parte perché sono tutti miei amici e amiche. Ma che ci posso fare se sono circondata da artisti ed artigiani bravi e talentuosi? 😉 Se vi fidate di me, date un occhio…

MATRIOSKA DESIGN

Un piccolo laboratorio rivestito di carta da parati con foglie verdi, la gatta Minia appallottolata su una sedia e poi colori, teste di ceramica e cornici. Potrebbe essere un casino, invece è tutto straordinariamente ordinato, come Chiara Ripoli, mente e mano dietro Matrioska Design. Dopo gli studi in comunicazione visiva ed un passato come grafica sia freelance che per agenzie, Chiara ha deciso di staccarsi da schermo e tastiera ed iniziare a fare qualcosa di manuale. Opta per un corso di ceramica ed è subito amore per l’argilla, un materiale estremamente duttile e versatile. Modellare le riesce bene e grazie a pazienza e visione nascono i Golden Boy, ovvero una testina in ceramica che assume di volta i volta le sembianze di icone pop che spaziano dal mondo musicale, cinematografico, letterario fino ai cartoni animati e la cultura pop contemporanea. Chiara modella e dipinge a mano OGNI SINGOLA TESTA, con una pazienza ed una maniacale attenzione al dettaglio che rendono tutte le sue creazioni delle vere opere d’arte (collabora infatti con due gallerie). Anche le cornici sulle quali le monta, dalle fogge vintage a tratti barocche, sono dipinte a mano una per una. Un contrasto perfetto per accompagnare le sue testine. Le trovate in versione mini, media e anche sotto forma di collana. Qui c’è della maestria, preziosa unicità e attenzione ad ogni singolo dettaglio (packaging e immagine coordinata compresa). Guardare per credere!

MARTINA ITALIAN DESIGN

I colori del Brasile, l’ispirazione della natura, la praticità che ci vuole in viaggio e l’arte della serigrafia tutti in un unico progetto: quello delle Small Things Travelling di Martina Ferri Parsi. Praia de Pipa è il posto dove tutto è ricominciato, dove la sua creatività si è trasformata in grafiche, colori e forme. Martina ha un passato come designer di accessori presso una grossa azienda di sportswear, poi ha deciso di mollare tutto e trasferirsi in Brasile. E’ lì che ha scoperto una natura diversa, selvaggia, incontaminata e decisamente diversa da quella Mediterranea. Ed è qui che ha deciso di dare vita alla sua piccola produzione di accessori da viaggio, CONTENITORI DI EMOZIONI per organizzare la valigia e la vita senza STRESS! Adesso è di nuovo in Toscana e ha deciso di spargere colore con i suo telai con i quali realizza serigrafia manuale su t-shirt, accessori e homewear. “Siete nel posto giusto SE vi piace la NATURA tutto l’anno – vi bastano  piccole cose per fare la differenza, per essere felici, per essere voi stessi – viaggiare è il miglior modo di conoscere VOI stessi, non potreste mai smettere – i colori descrivono la vostra anima, vi rappresentano –  non avete bisogno di molte cose ma di quelle che realmente vi soddisfano – il rispetto è importante tra le persone e con la natura – essere indipendenti e liberi è una grande chance.Potete accomodarvi.

ROI STYLE

Sembrano “piccoli” accessori, in realtà ogni singolo pezzo è il frutto di anni di esperienza nella lavorazione della zama ad iniezione e ricerca stilistica continua. Il mondo di Roi nasce “ufficialmente” nel 2015, ma la storia di questa azienda parmigiana inizia parecchio prima, nel 1971 per l’esattezza, in una piccola boutique nel centro storico di Parma. Da allora le cose si sono evolute e sono in continua evoluzione, grazie al saper fare e all’energia di Giuditta, instancabile sul lavoro, precisa e super operativa. Collane e bracciali componibili con charms dei quali esistono tantissimi soggetti sono diventati un “must” nel tempo. Da qualche anno, grazie alla collaborazione con Enrica Mannari (QUI potete vedere ed acquistare anche le sue illustrazioni), le sue collezioni sempre più visionarie, seguendo filoni tematici che spaziano dalla Botanika, alle medagliette con frasi ispirazionali, veri e propri Amuleti e la nuovissima serie di Sacro&Profano. Ogni pezzo è realizzato e smaltato a mano in maniera artigianale, consegnato con un packaging apposito per ogni collezione. Insomma,  ce n’è davvero per tutti i gusti. Basta scegliere.

CALAMAYO

La produzione è limitatissima, disordinata e fin troppo influenzata dallo stato d’animo di chi fa. Tuttavia, benvenut@ é chi cerca il vero, chi apprezza le cose fatte con cura da mani imbrattate di colla e da notti imbrattate di dubbi.

E’ così, a tratti romantico, a tratti naif, gioca con le parole così come con la carta ed i tessuti. Diego Pastine è un’anima rara, intelligenza brillante, parla un sacco, scrive e vive la vita così come desidera. Calamayo è il suo progetto, l’utopico tentativo di fare della sostenibilità il suo lavoro. All’interno di un mercato profondamente insostenibile, sia dal punto di vista ecologico che umano (che poi è la stessa cosa), questo “è un  progetto sovversivo, nato per erodere pacificamente e silenziosamente quel sistema dall’interno, della mia microscopica nicchia; sostituendo lo schermo con la carta, la passività con la creatività, la quantità di informazioni con la qualità. Un quaderno è fermarsi, ascoltarsi e generare; cercarsi all’interno anziché all’esterno, e quell’interno restituire fiducia. Faccio soltanto pezzi unici, per disabituare all’uguale, allo standard e alla conformità: lascia che il tuo ti scelga e cogline l’unicità.

Questo è il suo mondo, i suoi colori, le vostre pagine, le sue parole. Io ho già approfittato a suo tempo. Ora tocca a voi. Buon divertimento. E buona pausa…

…e per finire

MORGATTA

Che poi sarei io ;P Anche io ho il mio mondo, fatto di colori, parole, tessuti, uniti in un immaginario pop dove non ci sono regole, stagioni, imposizioni, ma solo suggestioni, oggetti studiati, pezzi unici fatti per far star bene attraverso la praticità, gli accostamenti cromatici, le buone vibrazioni che ci metto dentro ogni volta che creo uno dei miei accessori/abiti. Il fioccone è il mio pezzo forte, declinato in materiali e fantasie differenti; quest’anno incredibilmente anche in cashmere grazie alla preziosa collaborazione con Cashmerefolie. Qui posso personalmente garantire per la qualità, la selezione accurata dei materiali e la buona onda con cui sono stati realizzati 😉 Fino al 31 dicembre con il codice SFASHIONAMI c’è anche un 10% di sconto su tutto.

Insomma, spero di avervi dato qualche spunto in più. Per ora…ma non solo! Che ve ne pare?

 

Libri che aprono la mente: la mia top list del 2020

Leggere apre la mente. E fa anche imparare un sacco di cose. Ai romanzi ho sempre preferito la saggistica, perché quando leggo mi piace approfondire e conoscere cose che non so. O  comunque riflettere su temi ed argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Pratiche alternative, impatto ambientale, decrescita, innovazione e rivoluzione del sistema moda sono i miei oggetti di studio che si infilano tra un libro di marketing, un racconto defaticante e un saggio sull’arte dell’insegnamento. Qualche settimana fa vi ho consigliato i film, non potevo esimermi dal darvi qualche suggerimento anche sui libri che possono essere portatori di conoscenza, ampliare la visione e, perché no, farvi fare scelte differenti. Non solo di moda e adatti a tutti i livelli 😉

UPCYCLING E INNOVAZIONE MATERIALI

RADICAL MATTERS – Rethinking materials 4 a sustainable future

La verità è che siamo veramente pieni di spazzatura. Provati da anni di consumismo esagerato e sommersi da rifiuti difficili da smaltire, è tempo di ripartire dai materiali per entrare in un’ottica circolare. Otto grandi idee e più di sessanta progetti innovativi popolano le pagine di questo libro dove si comprende che si può invertire la rotta e progettare oggetti di design che abbiano un senso etico oltre che prettamente estetico.”

REFASHIONED: CUTTING-EDGE CLOTHING FROM UPCYCLED MATERIALS – Sass Brown.

Ormai un veterano della mia libreria ma che rispolvero volentieri per trarne ispirazione e per ricordarmi che la storia dell’up-cycling non è novità degli ultimi anni, anzi. Solo che prima era roba per fricchettoni/ambientalisti di scarso appeal per il pubblico fashion. Sass Brown, attivista e docente, ha raccolto in questo volume 46 designer internazionali che lavorano con materiali riciclati e indumenti scartati, dandogli una nuova destinazione d’uso e un nuovo, incredibile valore. Questo libro, insieme ad Eco-Fashion (del 2010) sono da avere per tutti gli appassionati del settore.

LOVED CLOTHES LAST – Orsola de Castro (PRE/ORDER)

Da una delle fondatrici del movimento globale Fashion Revolution è in arrivo a Febbraio 2021 (in italia a Marzo 2021) un libro che parla del perché dovremmo amare di più i nostri abiti. Farli durare, ripararli, scambiarli e non trattarli come oggetti usa&getta. Non è un “how to“, ovvero non ci saranno esempi di come rattoppare un pantalone (per quelli ci sono un sacco di video su YouTube), ma una riflessione sul “why to”, ovvero indagare il perché della necessità di questa azione rivoluzionaria: rifiutarsi di aderire ad un sistema di marketing orientato al consumo sfrenato e fare scelte moderate. In fin dei conti, quante cose ci servono nell’armadio?!? Disponibile a febbraio, è già nella mia lista delle mie prossime letture…

 

etica e stile di vita

SLAVE TO FASHION, SAFIA MINNEY

Di Safia ve ne avevo parlato in un articolo sulle pioniere della moda sostenibile. Questo suo libro è un bel viaggio dentro alla schiavitù moderna, quella che pensiamo sia ormai una cosa del passato ma che è ben presente tutt’oggi, solo in una forma più subdola e silenziosa. Ci sono circa 35,8 milioni di persone intrappolate nella schiavitù moderna, il maggior numero di schiavi nella storia. Questo sistema è alimentato dalla domanda globale di manodopera a basso costo, quella che fa funzionare l’industria del fast fashion. Slave to Fashion mentre mette in luce la terribile realtà che affligge milioni di lavoratori dell’abbigliamento nel Sud del mondo, ma nello stesso tempo offre la speranza di un mondo più giusto ed etico, offrendo al lettore gli strumenti per orientarsi verso scelte più etiche. Suoi anche Naked Fashion (2011) e Slow Fashion (2016).

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DAL TUO ARMADIOMarina Spadafora, Luisa Ciuni

Le piccole rivoluzioni personali cominciano sempre dalla testa! Sì, anche dal taglio di capelli (che è sempre sintomatico), ma anche da quell’ingranaggio che ha fatto click e che ci ha fatto venire voglia di fare/non fare o comunque approfondire. Ecco, questo è un testo di approfondimento per chi sente parlare di moda sostenibile e non ha ancora ben chiaro di cosa si tratta e nemmeno del perché si legge sempre più spesso. Scritto dalla giornalista Luisa Ciuni e della designer militante nonché rappresentante di Fashion Revolution Italia Marina Spadafora, questo libro ripercorre cosa è successo con l’avvento del fast fashion e le conseguenze del low cost, passando per il marketing e la comunicazione che hanno alimentato la bulimia dei consumi e le conseguenze dello spreco, con un focus sui nuovi schiavi ed il pericoloso esaurimento delle risorse. Destreggiarsi in queste problematiche è il primo passo per capire il problema; il secondo consiste nell’essere a conoscenza dei metodi e modelli alternativi che si stanno sviluppando grazie alle nuove tecnologie; il terzo è FARE qualcosa per non lasciare alle generazioni future un pianeta ed un futura distrutto.

LA DECRESCITA FELICE – MAURIZIO PALLANTE

Per questo libro ci vorrebbe un articolo a parte (che molto probabilmente scriverò) perché è un libro leggero con un grande peso specifico: quello che ci fa capire che abbiamo preso una deriva pericolosa! L’ho letto quest’estate a Ibiza e più lo leggevo più mi saliva l’ansia, in alcune parti ho anche pianto (invecchiando ho la lacrima facile). Maurizio, fondatore del movimento per la decrescita felice, fa una lucida e chiara analisi di come siamo arrivati fin qui, con un pianeta al tracollo nel mezzo di una crisi ambientale, con esseri umani sempre più stressati e sempre più ammalati, con l’esaurimento delle fonti fossili e le guerre per controllarle. Insomma, il mito della “crescita” a tutti i costi dell’attività produttiva come fonte e indice del benessere di uno Stato non sembra funzionare così bene (oltretutto una crescita esponenziale in alcuni Paesi a discapito degli altri). Ecco perché è necessario rivedere i parametri e capire che non tutto quel che aumenta è un bene!!! Da quello che mangiamo a quello che indossiamo, passando per gli stili di vita insostenibili fino alla mancanza di tempo che si ha per stare dietro ai figli o agli anziani perché bisogna lavorare di più per avere i soldi per pagare altri per fare quello che non si ha più il tempo di fare. Sembra un cane che si morde la coda…ed in alcuni tratti del libro pare proprio di essere imprigionati. Ma la via d’uscita c’è. E no, non è un bucolico ritorno alla vita di campagna, ma un invito a pensare, fare di più, acquistare meno, dare valore al tempo e alle relazioni.

per chi vuole approfondire la moda…

LUXURY UNLOCKED – SUSANNA NICOLETTI

Si fa presto a puntare il dito contro il fast fashion: il loro modello di lavoro è decisamente impattante e assolutamente non etico e si vede lontano un miglio. Ma i grandi marchi come si stanno comportando? E quelli del lusso? In questo libro scritto in maniera chiara e senza troppi giri di parole Susanna ci porta a capire il vero senso del lusso e di come questo si sia lentamente perso in favore di una moda più rapida ed in continuo cambiamento. Anche ad alti livelli c’è bisogno di rallentare e di tornare a riscoprire il vero lusso: quello del tempo e della cura che ci vogliono per creare oggetti che abbiano un senso e che siano fatti per durare a lungo.

MODA: DALLA NASCITA DELLA HAUTE COUTURE AD OGGI e PARLIAMO DI MODA di sara piccolo paci

Conoscere la storia del costume è fondamentale per chi vuole “fare” moda. In questo momento storico dove spesso si fanno le cose “tanto per fare” è invece opportuno fermarsi a riflettere, pensare, progettare e poi, eventualmente, fare! Ed il pensiero si alimenta con la contemporaneità così come con la storia. In ogni caso con la curiosità e la conoscenza. Di libri di storia della moda ce ne sono infiniti, anche su questo argomento servirebbe un post a parte, ma qui ve ne lascio due tanto per iniziare. Uno parte dall’antichità e attraversa i secoli (ed è scritto da una mia ex docente, quindi vale doppio 😉 ); l’altro parte da Worth, primo sarto inteso non in senso artigianale, fino ai giorni nostri, passando dai designer, agli stilisti, alle maison fino all’avvento del fast fashion nei primi dieci anni del 2000. Insomma, almeno si capisce a grandi linee com’è andata la storia!

CLASSICI INTRAMONTABILI…

Che non mi stancherò mai di consigliare  sono “Fashion Business Spirituality” di Farah Liz Pallaro e, naturalmente, Sfashion 😉 Se qualcuno di questi consigli vi ha fatto accendere una lampadina, approfittatene. Se avete qualcosa voi da consigliare a me, io vi ascolto! Prossimo giro, libri leggeri. promesso! 😉

Sister Island: l’isola felice di Francesca&Rossana

Storie di successi (stra)ordinari!

Vi avevo promesso storie di successi alternativi ed eccomi qua a raccontarveli. Questa è la storia di Francesca Micheli, che dal mondo della Moda e della Comunicazione è arrivata a Zanzibar con un progetto bellissimo (e da sostenere).

Ho conosciuto Francesca circa 10 anni fa in quel di Milano, durante un evento del Fuori Salone del Mobile: condividevamo uno spazio dedicato a brand emergenti; lei e suo fratello Davide avevano una collezione di bijoux super pop realizzati con giocattoli e animaletti recuperati in giro. Eravamo vicini di banco e ci siamo subito trovati bene, con i nostri modi diretti e le nostre cascate di colori. Da allora abbiamo continuato a sentirci e supportarci, anche a distanza, nei rispettivi progetti e lavori. Francesca ha sempre lavorato nel mondo della comunicazione e nel dietro le quinte delle produzioni televisive, in un mood molto milanese fatto di corse, pr (nelle quali è bravissima) e risoluzione dei problemi. Tante soddisfazioni sì, ma anche tanto stress. Un giorno mi appare una foto e la vedo sorridente sulle rive di Zanzibar; penso subito ad una vacanza, poi capisco che è stato un colpo di coda e un cambio di vita. Dalla metropoli al mare con un progetto chiamato Sister Island!

Sister Island è il nome del progetto speciale che unisce accoglienza&beneficenza creato da Francesca Micheli e Rossana Sareni. Un luogo incantevole, quello delle coste nord dell’isola di Zanzibar (Tanzania), conosciuto per il turismo ed il mare dai colori accecanti; un villaggio, quello di Nungwi dove si sono incontrate nel 2015 e dove hanno capito che da quelle parti c’era bisogno di un altro tipo di aiuto e da lì la crescente voglia di fare qualcosa per la gente del posto. Ed ecco delinearsi il filo conduttore, rosa, che unisce la guest house, un delizioso B&B con sei camere, ed i vari progetti benefici, primo fra tutti l’asilo situato al piano terra che accoglie ogni mattina gratuitamente circa 55 bambini di Nungwi  tra i 3 ed i 6 anni che vivono in una situazione di disagio economico (selezionati in accordo con la comunità locale). Francesca è manager nel campo del turismo ricettivo, ma sono anni che lavora sul territorio per mantenere un contatto costante con la comunità locale; Rossana si divide fra l’Italia, dove possiede un’attività commerciale, e l’isola, senza mai perdere di vista i progetti e gli obiettivi.

Obiettivi che si spostano sempre più avanti e progetti che diventano sempre più ambiziosi per sostenere e supportare in maniera attiva la comunità locale. Non bastava il piccolo asilo che giornalmente garantisce attività didattiche con maestre locali diplomate ed insegnanti internazionali volontari per discipline specifiche, materiale, uniforme, merende, gite e anche assistenza sanitaria. Qualche tempo fa Sister Island, attraverso donazioni di privati, associazioni e adozioni a distanza, è riuscita a comprare un terreno per costruire una scuola più grande in grado di ospitare tutti i bambini del villaggio e che possa fungere anche da nursery. Un’impresa gigante, considerati i costi e le difficoltà, ma Francesca e le sue socie non mollano. La motivazione è forte, i sorrisi quotidiani sono la spinta e l’energia per andare avanti, i successi ottenuti negli anni il motore per viaggiare dritte verso la meta.

“ Ciò che abbiamo fatto per noi stessi muore con noi. Ciò che abbiamo fatto per gli altri dura per sempre “

HARVEY B. MACKAY

Sarebbe stato semplice trasferirsi al mare, prendere in gestione una guest house, lavorare godendosi il territorio e campando serenamente lontani dal fashion system milanese. E invece no. La voglia di fare qualcosa per questi luoghi e per chi ci abita è stata decisamente più forte. La parte “fashion”, però, non è del tutto sparita: all’interno del b&b si trova anche la piccola boutique dove sono acquistabili i prodotti a marchio Sister Island; borse, accessori ed abiti disegnati in Italia ma realizzati a Zanzibar da sarti locali utilizzando materiali del posto. Una parte dei ricavi è destinata al finanziamento di attività di beneficenza; mentre il ricavato di alcuni prodotti appositamente evidenziati viene devoluto interamente per sostenere l’asilo come la comunità locale di Nungwi.

Da un paio di stagioni a questa parte esiste anche un catalogo per acquistare i prodotti di Sister Island per supportare facendo regali di Natale originali ed unici. Dai piccoli accessori alle borse, dalle coperte ai tappeti, fino agli abiti e piccoli pupazzi. Tutti contraddistinti dai colori e dai pattern africani tipici di quelle zone. La novità di quest’anno, poi, è un siero di luce, messo a punto con ingredienti naturali, biologici e senza nessun legante. Un prodotto speciale realizzato da una donna speciale con preziose qualità anti-invecchiamento, idratanti e nutrienti non solo per la pelle ma anche per lo spirito 😉 Insomma, c’è davvero l’imbarazzo della scelta…e se parliamo di scelte coscienti, pensate ed intelligenti, ecco, questa è l’occasione per fare felici moltissime persone con un solo “pensiero“.

CATALOGO SISTER ISLAND (cliccando qui potete scaricare il catalogo e poi contattare le ragazze a questa mail info@sister-island.com o a questo whatsapp +255 774 150 688).

Ho sempre stimato Francesca fin dalla prima volta in cui ci siamo conosciute e continuo a farlo; ammiro profondamente la sua scelta e quando penso alle persone di successo, lei è nella mia lista. Ha avuto il coraggio di cambiare vita, Paese, allontanarsi dagli affetti e di dedicarsi ad un progetto che ha il potere di arricchire se stessa e gli altri, contemporaneamente, facendo azioni concrete e continuative per portare benessere, conoscenza e sapere. Chapeaux! Io sarei dovuta andare da quelle parti lo scorso febbraio, poi è arrivato il maledetto Covid…ma questa meta è nella mia lista. E non solo per il mare…

Per conoscere di più sul progetto seguite pagina Facebook e Instagram!

Slow Christmas Guide: consigli per un Natale “smart” firmati Sfashion-Net

Iniziare Dicembre e parlare di Natale sembra quasi automatico. Quest’anno poi tutto è decisamente strano: il tempo corre via rapido, tutto sembra andare più veloce e le decorazioni natalizie sono apparse nelle case dei più già da un paio di settimane. Vuoi perché di tempo a casa ne passiamo molto di più, vuoi perché non vediamo l’ora di arrivare in fondo a questo simpatico 2020. 🙂 Ed è proprio la questione “tempo” che mi fa spesso riflettere su quanto sia importante dargli valore, smettere di correre e stare sempre in affanno e rallentare, nel senso più positivo del termine. Che sono una fiera sostenitrice attiva del movimento Slow Fashion lo avevate capito (se avete dei dubbi questo post spero ve li chiarisca) e anche che cerco di vivere in maniera “slow” (per quanto mi muova come una pallina impazzita). Ho girato gran parte del mio lavoro in questa direzione e proprio ad aprile di questo anno abbiamo lanciato Sfashion Net. Così qualche mese fa ci siamo chieste cosa potevamo fare per dare il nostro piccolo supporto alle micro-imprese e nello stesso tempo non lasciarvi in balia di acquisti impulsivi e non ragionati? Questa è la risposta…

La Slow Christmas Guide di Sfashion-Net!!! Pre-natalizia, per darvi dei suggerimenti utili su come concludere in bellezza quest’anno. Natalizia, perché ci stanno levando tutto, ma non ce la faranno ad uccidere anche lo spirito (forse…). Natalizia perché siamo a dicembre, ma in realtà il “Christmas” è solo un pretesto per invitare ad essere “Slow durante tutto l’anno, ad approcciare la moda e la vita con consapevolezza, attenzione, con gesti coscienti frutto di scelte ragionate. Avere una visione più ampia, dove non si ricerca la perfezione impeccabile di vite diligenti a impatto 0 (siamo umani, l’impatto ce l’abbiamo comunque dal momento in cui mettiamo piede sul pianeta), ma piccoli gesti che possono fare la differenza.

“In un mondo che spinge ad andare sempre più veloci, a raggiungere obiettivi sempre più alti, a fare sempre di più sacrificando spesso la vita, rallentare è un gesto rivoluzionario, oltre che un grande contributo al nostro benessere.”

Il nostro piccolo gesto si è concretizzato in soli 21 giorni (intensissimi) in questa guida/rivista dove abbiamo voluto inserire la nostra visione e quella dei brand che fanno parte della rete, fatta di colori, design, progetti creativi, oggetti curati, preziosi e pure fighi, storie che si intrecciano, collaborazioni che si stringono, persone che si fanno il culo dalla mattina alla sera per portare avanti ciò in cui credono (noi comprese)! Abbiamo voluto offrire una panoramica di creazioni uniche ed originali, ma anche diffondere buone pratiche e modi diversi di vivere questo momento particolare dell’anno, solitamente accelerato da una corsa agli acquisti ed una tendenza diffusa all’esagerazione, invitando a rallentare. Usare quello che già c’è senza bisogno di comprare tutto, sempre, di pensare al cibo in maniera differente e anche rivedere il classico albero. Un gran mix di consigli e suggerimenti per un Natale originale, intelligente e senza stress. Con punte di ironica irriverenza che durante le feste non guastano mai (tipo che riciclare i regali, soprattutto in questo periodo, non vi etichetta più come poracci ma come dei gran fighi) 😉

Questo è il nostro modo per accendere i riflettori ed illuminare alternative concrete, quelle che spesso non vengono prese in considerazione perché non si conoscono (O vogliamo continuare a far arricchire i soliti noti? Che sono anche notoriamente famosi per le loro pratiche non proprio etiche? ). Questo è il nostro regalo per tutti voi (e di regali ne troverete anche altri all’interno della guida). Questo è soprattutto il nostro modo per invitarvi a pensare, fare e rallentare…sul serio!

Accomodatevi—> qui dove cliccare per andare sul sito e scaricare GRATIS la guida! Potete anche passare parola 😉 E potete anche tornare qui a dirmi che ve ne pare, almeno prendo le misure per il prossimo anno… I consigli non sono finiti qui. Nei prossimi giorni vi racconterò un altro paio di progetti ad alto grado di figaggine e sostenibilità. Non scappate.

Film che trasformano: i miei suggerimenti – Parte 1

La vita è un film o i film aiutano a vivere meglio?!? Forse accenderei entrambe le risposte 😉 I film hanno un magico potere narrativo; sono un luogo nel quale immagini, suoni, fotografia e parole si fondo insieme seguendo un filo conduttore capace di portarti in mondi più disparati. Anche alla scoperta del nostro, di mondo, sotto forma di documentari. Un formato spesso ritenuto palloso perché didascalico, reale e quasi sempre privo di quella patinata aurea di finzione. Indubbiamente in grado di raccontarti cose, fatti e persone reali che spesso sembrano usciti dal copione del più bravo sceneggiatore del pianeta. Sicuramente uno dei mezzi più facili per avere la conoscenza a portata di mano!

Certi documentari sono libri che si sfogliano da soli e che ti permettono di vedere e sapere in maniera molto molto chiara. Immagini crude, immagini reali, storie di vita vera, situazioni conosciute solo “per sentito dire” e che magicamente ci vengono spiattellate davanti agli occhi. Ecco perché per me certi documentari sono stati illuminanti: tra il sapere e il vedere c’è parecchia differenza. E alla visione, a volte, non si riesce a rimanere indifferenti. Ed è grazie anche alla visione delle cose giuste nel momento giusto, che quella sensazione che stavamo provando da un po’ si trasforma in presa di coscienza, il cervello fa clic, qualcosa cambia e subentrano piccole azioni concrete. E’ con questo spirito e con questa premessa che vi appoggio qui alcuni dei documentari che parlano di ambiente, moda, consumo e sostenibilità che mi hanno toccato particolarmente e che chissà, magari un giorno avrete voglia di guardarli pure voi (per chi non li ha già visti, ovviamente) 😉 Seguirà anche una seconda parte…

A life on our Planet: Huston, abbiamo un problema! E’ grosso e ce lo abbiamo da un po’, ma ai più fa comodo far finta di niente (soprattutto a quelli più potenti e i cui interessi economici sarebbero danneggiati). Non al signor David Attenborough, naturalista e divulgatore scientifico, praticamente il pioniere del documentario naturalistico, che in questo suo ultimo racconto ha scattato una fotografia realistica di come siamo messi in quanto ad inquinamento ambientale e sfruttamento di tutte le sue risorse. La verità è che siamo messi male; l’altra verità è che fino a che le cose non ci toccano da vicino vicino nessuno pensa che sia opportuno muovere un dito, “tanto io campo lo stesso“. La verità è che noi siamo parte di un tutto ed i problemi sono iniziati nel momento in cui ci siamo separati dalla Natura tentando di dominarla e usarla a nostro esclusivo vantaggio; l’altra verità è che la Natura è forte e sopravviverà comunque, noi no! Quindi che vogliamo fare?!? 😉 (Anche ad “Our Planet“, del 2019, un’occhiata gliela darei)

Minimalism (un documentario sulle cose importanti della vita): che, ovviamente, non sono cose! Di questo documentario c’è una cosa che mi è piaciuta tantissimo, oltre alle storie dei vari personaggi che lo popolano: i due protagonisti, Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, fondatori del blog “the minimalist” e autori dell’omonimo libro e altri due titoli, a fine di ogni presentazione del libro, abbracciano tutti coloro che li vanno a salutare. No strette di mano a distanza, ma abbracci. Un gesto semplice che riporta in connessione con l’umanità, le relazioni, le persone. Ed il focus è questo: in una società che spinge senza freni ai consumi, all’accumulo, alla compensazione emotiva sotto forma di oggetti, ai soldi come valore e al successo versione fama+stipendio a sei zeri come obiettivo primario, fare un passo indietro è spesso una necessità avvertita dai più. Si può vivere sereni con meno cose e più tempo; con meno oggetti e più relazioni; con un lavoro meno stressante e più passioni che ti fanno felice. Io a fine film li volevo abbracciare tutti 😀

Chasing Coral: Che me ne frega a me della barriera corallina che magari manco la vedrò mai in vita mia? La mancanza di empatia e anche di conoscenza ci ucciderà. I coralli stanno diventando bianchi e chilometri di reef stanno sparendo. Un team di fotografi, scienziati e subacquei nel corso di tre anni e più di 500 ore sott’acqua hanno documentato come gli oceani stanno cambiando e come i coralli stanno morendo; un meraviglioso e colorato mondo sottomarino sta svanendo rapidamente. “Le barriere coralline, oltre a essere un paradiso per sommozzatori e amanti della natura, sono un fondamentale ecosistema marino, che funge da casa per un quarto delle specie che vivono nell’oceano. La scomparsa di questi ecosistemi significherebbe la perdita anche di un’enorme fetta di biodiversità, con un grave danno alla rete alimentare che colpirà anche l’uomo. Oltre mezzo miliardo di persone nel mondo vivono grazie alle barriere coralline, traendone direttamente o indirettamente sostentamento. Non solo, le barriere sono anche dei frangiflutti naturali di incredibile efficacia, smorzando la forza delle onde e riducendo l’erosione delle coste. Si stima che la perdita delle barriere coralline metterebbe in pericolo e oltre 200 milioni di persone.” Appunto…

Cowspiracy: Uno dei documentari più famosi sull’agricoltura animale “Cowspiracy: The Sustainability Secret” è un lungometraggio sull’ambiente diretto da Kip Andersen e Keegan Kuhn. Il film è stato finanziato in crowdfunding su IndieGoGo e la sua versione aggiornata, del 2015, è stata prodotta da Mr Leonardo Di Caprio (esticazzi). Gli allevamenti intensivi sono un’altra piaga che non fa altro che portare danni al Pianeta sotto forma di inquinamento e consumo di acqua, deforestazione, erosione del suolo ed emissioni di gas serra. Anche questo “lo sappiamo” ma vedere animaletti strizzati in gabbie e la cui vita è ridotta al nasci-mangia-cresci-produci-muori senza poter farsi nemmeno due passi in un prato…insomma, io due pensierini me li sono fatti (e no, non sono vegana)!

The True Cost: Ormai è diventato “un classico” e credo che siano in pochi a non averlo ancora visto. Questo viaggio all’interno del polveroso magico mondo della Moda è uno spaccato ravvicinato di quello che succede in moltissime aziende che producono abbigliamento. Dalle condizioni di lavoro di persone (in gran parte donne) sottopagate e con orari disumani, fino all’impatto che i processi chimici non controllati hanno a livello ambientale, questo documentario illustra quello che è il “vero costo” che stiamo pagando grazie alla velocità e alla super produzione di tonnellate di capi di abbigliamento: la distruzione del Pianeta e l’instaurarsi di una nuova forma di schiavitù. Nel 2020? Per quattro cenci a 2,99€? Possiamo essere meglio di così. E soprattutto possiamo fare la differenza con le nostre azioni concrete!

River Blue: è del 2018 ma sempre attuale. Anche sulla storia dei fiumi che cambiano colore ne sappiamo qualcosa, eppure tutti abbiamo nell’armadio almeno due/tre paia di Jeans, pronti magari a comprarne un altro “di moda” per la nuova stagione. Ecco perché prima di andare in giro per shopping un occhio alle immagini crude e tristi di River blue andrebbe dato! Mark Angelo, l’attivista statunitense impegnato nella conservazione dei fiumi che ha girato il mondo per esaminare il loro stato nei paesi in cui sorgono i più grandi siti produttivi di abbigliamento, ha fatto una globale per raccontare le tradizioni, le usanze e i paesaggi distrutti dall’industria tessile e del denim che operano in virtù del profitto, non curanti delle loro responsabilità verso l’ambiente e le persone. Storia nota, immagini forti. Morale della favola: fatti durare quel paio di jeans!!!

Le fotografie di questi documentari sono spaventose, crude, vere. Ma in ognuno di questi c’è un filo di speranza, c’è una luce in fondo al tunnel: non è ancora troppo tardi per cambiare. Ma per farlo non si può stare seduti. Bisogna essere attivi, nei piccoli gesti, nelle scelte quotidiane, nell’informarsi, farsi domande, pensare e attuare cambiamenti graduali. Siamo umani, la nostra impronta la lasceremo comunque, ma meglio un’orma leggera che un buco nella terra, no? 😉

Ditemi la vostra…

Single ai tempi del Corona

Se già essere single dopo “una certa” è motivo di sguardi sospetti e di battute poco felici, ma comunque c’era una speranza, esserlo durante questa geniale pandemia è un maledettissimo disastro dal quale manco Tinder è in grado di salvarci!!! Tutte le misure preventive sono un passo indietro al possibile incontro con un altro essere umano. Ci avete mai riflettuto? Io si…


Il distanziamento sociale – Un ossimoro, un controsenso fatto legge: nel distanziamento, di sociale non c’è una mazza! La distanza allontana ciò che la socialità avvicina. Quindi di fatto il distanziamento imposto prevede che la socialità sia ridotta al minimo sindacale di rapporti strettamente necessari (che poi le necessità siano diverse da persona a persona quello non ne tiene conto nessuno). Meglio se con persone conosciute e delle quali si conoscono abitudini e movimenti, perché “gli sconosciuti” non si sa che giri fanno e chissà dove possono essere stati e a contatto con chi…La diffidenza e la distanza si infilano in una socialità ridotta all’osso, dove tra mascherine e maschere avere un contatto umano è una probabilità che di questi periodi non si augura a nessuno! Ecco. Noi single a ciucciarci le dita in un angolo di un bar, uno dei pochi aperti fino alle dieci di sera ma poco frequentati perché di uscire con il cerotto in bocca non ne ha voglia nessuno e quindi tutti chiusi nelle proprie fortezze domestiche. Single ai quali sono state tolte le occasioni di incontro. Single che quando si incontrano non si avvicinano, perché se prima il virus si contraeva mescolando i fluidi, ora basta far avvicinare i respiri…l’ansia sale, la paura allontana e vissero tutti single ma almeno sani!!!


Discoteche e locali chiusi – La famosa movida che genera assembramenti è la stessa che favorisce relazioni, interazioni e comunicazioni tra umani. Non si può andare più a sbattere per caso in quello che ti piaceva e stava ballando all’altro lato della pista. Non si può più importunare il dj e nemmeno il barman bono. Si può flirtare a distanza con il cameriere del ristorante però, con moderazione, che comunque anche lui lavora in un locale pubblico e chissà quanta gente vede…Ad aggravare la situazione ci sono i commenti di quelli “sistemati“, di quelli “casa-lavoro-famiglia” che dal caldo del loro nido perfetto sindacano “Ma a 40 anni ancora vuoi andare a ballare? Ancora hai voglia di uscire e passare il tempo nei bar?“. Mo’ mi dovete fare pure sentire in colpa se ho scelto di vivere in un altro modo e se questa situazione che alla tua routine non provoca nessun grande scossone a me invece limita o comunque mi priva di una parte della mia vita? E comunque si. Esistono persone a cui piace ancora uscire, single e non: c’è mai stato un limite d’età per il divertimento e la socialità? Per come la vedo io, no…

Viaggi limitati – Anche il viaggio era una bella occasione per noi single. Un incontro sul treno, il vicino di posto in aereo con il quale conversare, un passeggero con cui lamentarsi per l’ennesimo ritardo che poi si trasformava in una pomiciata storica nei bagni del Frecciabianca…Ora il vicino più vicino è ad una carrozza di distanza, negli aerei c’è una persona ogni quarto d’ora e manco ti fanno alzare nel corridoio (devi pure chiedere per andare al bagno) e quando c’è un ritardo o un problema siamo tutti uniti ma a distanza, ognuno bofonchiando cose incomprensibili dietro la mascherina…


La mascherina – La mascherina…io ho dei seri problemi di accettazione di questo oggetto. Tappa la bocca, leva il fiato, copre il sorriso, limita l’espressione, impedisce la visione, complica la comunicazione (sarà che ho un principio di abbassamento d’udito ma io non sento una sega quando la gente mi parla da dietro la mascherina). È un simpatico ostacolo conoscitivo! “Eh, vabbè, puoi sempre puntare sul gioco di sguardi!” Certo, perché gli occhi sono comunque lo specchio dell’anima e se quello che c’è sotto la maschera è una bocca con i denti distrutti, che te frega…se l’anima è buona…l’anima, l’anima de li mortacci vostri e di ‘ste mascherine copri tutto!!!

È difficile incontrarsi, è diventato difficile riconoscersi, è un casino avvicinarsi, manco fossimo gatti diffidenti che proteggono il proprio territorio con le unghie e con i dispositivi sanitari consigliati dall’OMS. “Eh, vabbè, c’è sempre Tinder.” Si, c’è, ma sta iniziando a vacillare; per un paio di mesi abbiamo potuto solo parlare a distanza, millantando incontri che non si sa bene quando sarebbero potuti avvenire e dovendo ricorrere, comunque, a del gran fai-da-te per il quale non c’era bisogno di applicazioni extra. Adesso su Tinder c’è chi, per mostrare la sua diligenza e responsabilità, mette le foto mascherate…ma io dico, già prima con le foto stavamo messi di merda, adesso siamo messi male e manco si vede niente! Insomma, quando si pensa che al peggio non c’è mai fine, ecco che Lui, il Peggio, arriva con le mascherine chirurgiche, che quelle di stoffa non servono a un cazzo (mah)!


Stanca e rassegnata, sorseggiando un caffè al tavolino isolato di un bar, mi guardo intorno e a circa 10 metri di distanza, vedo lui con lo stesso sguardo sperso; un sorriso di complice circostanza, un cenno della testa…si alza in piedi, prende il suo succo di pompelmo rosa, si mette la mascherina, si avvicina e fa per salutarmi con il gomito…IL GOMITO. Guardo il gomito e ripenso ad un vecchio film trash italiano dove lui, fissato della pulizia e con la fobia per batteri ed infezioni, per fare l’amore con lei si mette buste di plastica ovunque, compresi i guanti. E niente, il gomito non ce la faccio. Se ne riparlerà quando (o dove) potremmo avere di nuovo contatti senza paranoie…

Aiutiamo le famiglie vai, che i single stanno bene anche un altro paio di anni di soli…O_o