Dirty Dancing…30 anni dopo!

La tv nazionale ogni tanto si diverte a spolverare antichi cimeli cinematografici e riproporli con cadenza regolare, certi che uno sguardo nostalgico ricordando i “vecchi tempi” glielo daremo comunque. Perché con certi film il “che palle, lo stanno dando per centounesima volta” viene soppiantato dall’amore per quelle incredibili storie d’amore che tanto ci hanno fatto sognare da ragazzine o da adolescenti e che adesso, nonostante siamo adulte, ciniche e vaccinate, ci fanno lo stesso emozionare. Capita con quel disgraziato di un miliardario in Pretty Woman così come con l’impertinente maestro di danza in perenne divisa nera in Dirty Dancing. Chi di voi ieri sera non ha segretamente invidiato Baby in quel micro-istante in cui…

Ancora un principe che va a salvare una principessa, ancora una mano di un uomo che sfida quella di un altro uomo (il padre severo) e questa volta tu la guardi e pensi: Baby, ma da quel minchia di angolo non ci potevi uscire da sola? Anzi, potevi non fartici mettere ed andare in vacanza con i tuoi amici? Perché insomma, nonostante la semplicissima dinamica degli archetipi emotivi e dei personaggi (sesso, musica, danza, senso di rivalsa, la bruttina sfigata ma intelligente, il bellone impenetrabile ma che penetra volentieri le clienti per soldi, il padre padrone, la sorella invidiosa…manca solo la strega cattiva e siamo a posto), ad un’attenta (e postuma) analisi la storia potrebbe farci cascare le palle.

Estate 1963, in vacanza con mamma e papà a 17 anni (ancora? Ma non si prende la patente a 16 negli Stati Uniti? Eh, e non sapevi prendere la macchina e camminare da sola?). Baby non solo ha un soprannome vergognoso, ma sembra anche una sciura, forse per colpa del tempo passato a studiare snobbano parrucchiere ed estetista in nome della formazione (povera pazza 😉 ). Prima della classe, bruttarella, che si veste alla cieca (ha delle mise allucinanti), però con l’occhio lungo: perché appena entra il figone nella sala da ballo mica guardava per aria! Anzi. Subito a “portare i cocomeri” per entrare nel luogo proibito, dove ballare significa strusciarsi: lì capiamo subito che Baby non è una ragazzina asessuata come la dipingono, ma gli ormoni le saltellano pure a lei tra quei riccioli gonfi. Come abbia fatto il ballerino a fissarsi su di lei è ancora un mistero legato alla fantasia dello sceneggiatore; oppure è il classico i poli opposti si attraggono, o ancora frutto di una scommessa fatta con il portiere di notte del Villaggio Vacanze che l’aveva data 10 a 1 che non avrebbe mai imparato a muovere un passo. E si sa, quando un uomo del genere viene sfidato, deve accettare…ne va del suo orgoglio! 😛

©Globe Photos/LaPresse

Dopo la scommessa la beffa, e la sfiga della povera Penny che rimane incinta (che cattiveria, ma non le potevano far rompere una gamba?) e della cara Baby che guarda un po’ è “l’unica” che può sostituirla nonostante non sia in grado di ballare nemmeno il Ballo del Qua Qua. Ma la magia è proprio quella delle missioni impossibili, della musica che unisce, del ballo che porta fuori dal guscio anche gli anatroccoli profondamente incastrati in se stessi e nelle loro insicurezze. (Stesso concetto ripreso dagli autori di Ballando con le stelle, suppongo). Una coppia improbabile che si va consolidando a passi di mambo, con notevole disappunto del padre, che ha perso la figlia intelligente per uno scapestrato senza soldi (e dopotutto quale genitore vorrebbe un disperato in famiglia?…povero Jhonny); ma lei non ha nessuna intenzione di tornare indietro: una volta assaggiato il puparuolo…tutta vita!

E mentre tutto sembra rose&balli arriva l’ennesimo imprevisto: la cacciata del ladrone! Dopotutto uno così non poteva essere un lavoratore onesto, quindi via, non prima dell’ennesimo tristissimo tentativo di ribellione con il padre della “ragazzina innocente”. I meccanismi che hanno riportato alla luce la verità sul portafoglio rubato si possono etichettare  rapidamente sotto la voce “botta di culo a caso“, ma la cosa importante è che alla fine quel maledetto ritorna a testa alta, lei finalmente esce da quell’angolo e riesce a completare decentemente una coreografia; e tutti vissero felici e contenti. Con la benedizione del padre, del figlio e del direttore del Villaggio. Il bene trionfa sul male, la personalità vince sulle maschere, mai arrendersi che prima o poi tutto è possibile, la musica spacca e i ballerini, come al solito, trombano più dei camerieri! Amen e Fine. 

Potremmo svalutarlo all’infinito, etichettarlo come film “improbabile e poco realistico” frutto di uno sceneggiatore decisamente fantasioso. E invece no, questo filmino di 30 anni fa (sì signore e signore, potete sentirvi vecchi), con i suoi stereotipi e con la magia tipica delle storie magiche, ci fa ancora sognare…che lo sceneggiatore della nostra di vita un giorno ci faccia cascare dal cielo un Giovanni Castello per fare almeno un paio di giri di ballo! 😉

Ed una sola domanda rimarrà irrisolta: ma la mamma di Baby…cosa ha fatto in tutto il film?!?

Non è finita fino a che non è finita (ma prima o poi finisce)

La verità è che, prima di fare questa ennesima fuga su un’isola (no, non sono a Ibiza, sono a Maiorca, tanto per valutare altri luoghi), avevo scritto un post di saluto al 2016: è stato un anno importante, pieno, impegnativo, destabilizzante, sfiancante ma anche illuminante e carico di soddisfazioni e quindi lo volevo salutare, così…in fin dei conti Saturno si è levato di torno, e me ne sono accorta, nel bene e nel male. Mi ero messa George Michael di sottofondo (sono nostalgica e figlia di quegli anni lì, che ci possono fare), il foglio nella macchina da scrivere, inginocchiata al tavolino davanti la finestra guardando il mare piatto in lontananza…in pigiama, con la stufa a gas da una parte e la tisana drenante dall’altra. Era tutto pronto e programmato, non avrei dovuto rimettere mano al post e mi sarei dovuta godere la vacanza. E stava filando tutto liscio…
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Poi oggi, scorrendo le foto su instagram, ho appreso la notizia della scomparsa decisamente prematura di una persona non troppo lontana da me, anzi, molto presente nei miei primi anni a Firenze; non era un amico, gli amici con la A maiuscola sono sempre meno, ma uno del “giro” e a quei tempi eravamo sempre gli stessi e ci conoscevamo un po’ tutti; scambi di battute, serate, belle vibrazioni e anche qualche discussione. Ecco, questa notizia mi ha scosso. La morte, in genere, mi scuote (sì, lo so che bisogna imparare a “lasciare andare”, ma al momento non mi sento molto ferrata sull’argomento). E questo 2016 di persone ne ha portate via parecchie, più o meno famose, più o meno vecchie, più o meno innocenti, più o meno vicine. “Ricordati che devi morire“, ripeteva l’omino in “Non ci resta che piangere“; e non ti preoccupare quest’anno me lo sono ricordato fino all’ultimo. Mi ha ricordato, la stronza, che su questa terra siamo volatili, dotati di data di scadenza, che siamo a tempo determinato (non si sa bene da chi) e soprattutto che…

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Ecco perché è bene non sprecare tempo, non rimandare, non nascondere sentimenti e intenti, non reprimere desideri, non lasciare che le cose vadano perché vanno (o non vanno, ma tanto “ormai” le facciamo andare), non fare programmi a lunghissima scadenza che non si sa mai, non tenere quel messaggio nel telefono aspettando il momento giusto, non far scorrere la vita senza vivere davvero, perché il domani è veramente rapido e a sparire dalla faccia della Terra nella forma e nel modo in cui siamo adesso ci vuole veramente un secondo. Retorica? No, realtà. Concetti scontati? Certo, talmente scontati che a volte ci arrotoliamo dentro a futili paranoie perdendoci quel che accade fuori dal nostro cervello. Ed è orribile che a ricordarci la vita sia sempre la morte, ma dopotutto non sono facce della stessa medaglia?

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Lo so, qualcuno si starà toccando le palle, chi non le possiede si starà attaccando al ferro, al corno rosso o al ferro di cavallo; non voleva essere una gufata la mia, ma solo una riflessione e l’AUGURIO, a me e a voi, di riuscire davvero a vivere a pieno il presente, il famoso QUI&ORA di cui tanti parlano ma che è spesso scavalcato da una presuntuosa proiezione verso il futuro. Che il 2017 sia l’anno del PRESENTE, del FARE e del muovere il culo (per davvero)! Cin cin… 😉

E come si dice…”buona fine e buon inizio“!!!

Essere single costa!

Single è bello, single è uno stile di vita, single è non dover pensare per due, single è libertà, single è un paradiso. Ma come tutte le cose belle ha un maledetto rovescio della medaglia: essere single costa. Non sto parlando di sacrifici sentimentali, di solitudine emotiva o del prezzo sociale da pagare (che ancora la domanda che viene fatta più spesso ai single è “Quand’è che ti fidanzi?“, e tu alzi gli occhi al cielo pensando che se l’avessi saputo avresti fatto l’indovina e avresti potuto mettere una data di scadenza a questa situazione sentimentale economicamente provante). Essere single costa nel senso banalmente economico del termine. 

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Lo so, sono una persona orribile, ma in queste settimane, ritrovandovi in banalissime situazioni quotidiane, mi è capitato più volte di pensare al fatto che avere un fidanzato è un vantaggio…economico!!! (Il prezzo morale da pagare per questo a volte può essere può alto del valore economico reale, ma almeno per qualche periodo potrebbe essere un buon investimento 😉 ) Il mondo contemporaneo sembra accettare i single ed appoggiare il loro status, offrendo loro qualunque cosa, invece che nel comodissimo e conveniente “formato famiglia“, in un delizioso e caro “mono-porzione. Già, perché se siete in 5 in casa, meglio se sposati regolarmente e con almeno 3 figli, va tutto bene e vi facciamo lo sconto, mentre te, stronzo/a che vivi da sola nel tuo mono-locale te lo facciamo pagare di più. La mono-porzione c’è, ma costa il doppio! Meno quantità, prezzo maggiore: ma ti pare? Cornuti e mazziati, come direbbero dalle mie parti terrone. Single e Sbeffeggiati dai super-market. Ma non solo da quelli. Ci avete mai pensato che…

I monolocali costano sempre tantissimo. A volte più di un appartamento con tre stanze. (Roba che converrebbe prendere quello gigante e poi offrire le stanze libere agli avventori)

-Negli alberghi la stanza singola, in proporzione, costa più della doppia. (Eppure uno da solo occupa meno spazio, consuma meno luce, meno acqua e anche meno boccette di bagnoschiuma, ad esempio)

Quando ordini il cibo da portare a casa devi ordinare per 2, comunque, perché c’è il minimo di consegna e di solito con un piatto solo non lo raggiungi mai. E le spese di spedizione le paghi tutte tu.

Al ristorante i tavoli sono sempre PER DUE. L’opzione mono-posto è contemplata solo in pochissimi posti. Solitamente al banco (almeno lì si può importunare il cameriere di turno).

I mini-appartamenti delle vacanze sono sempre per due. Certo, te lo puoi prendere anche da solo/a, ma il prezzo non è che te lo scontano perché sei single. Quello è e quello rimane.

Il formato convenienza di alcuni prodotti ai single non conviene, che poi va a finire che scadono prima ancora di avere il tempo di consumarli.

La lavatrice non è da single. Sai quanta roba devi sporcare prima di farle fare un giro a pieno carico? (si potrebbero ammonticchiare abiti per settimane, ritrovandosi così un bel giorno senza mutande nel cassetto)

-Pare che i single siano anche i più tassati«La tendenza a colpire di più i single si manifesta da qualche anno, ma è la prima volta che finiscono così pesantemente nel mirino del fisco. A conti fatti, i single pagheranno almeno il doppio delle tasse rispetto a chi ha famiglia». L’analisi rassicurante si conclude con questa lieta previsione: i single sono penalizzati e rappresentano una categoria “border line” esposta cioè agli effetti a catena della crisi economica. PUPPA! Poi le famiglie avranno anche altre spese, ma insomma, già i single hanno le loro carenze emotive, se poi gli vogliamo anche prosciugare il conto in banca…fate voi.

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Allora lo vedi che non era solo una mia impressione? Sbandierano gli stendardi del #singlepride, ma alla fine fanno in modo che tutti, anche i single per scelta propria, desiderino avere una famiglia. Per amore, certo, ma pure per abbattere i costi!!!

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…Anche se spesso il prezzo da pagare può essere alto 😉

Avventure

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Da piccola avevo la passione per le “avventure: che fosse l’addentrarsi in un bosco oscuro senza il permesso dei genitori e facendo finta di essere inseguita da qualche cattivo (poi scoperto essere un boschetto anni a seguire) o l’esplorazione di ospedali e case abbandonate, il bisogno di lanciarsi in scoperte più o meno pericolose ha sempre fatto parte di me. Con l’età le avventure sono diminuite, soppiantate dallo studio, dal lavoro e dalle menate quotidiane che ti fanno giocare sempre meno, concentrata fino al midollo su quella che ti fanno credere debba essere la “vita” di un adulto medio occidentale. Fino a quando ho messo piede su quest’Isola quest’anno. Conoscendo le zone “note” molto bene (dopo 11 anni di pellegrinaggi vorrei anche vedere) e vivendo in mezzo alle montagne del nord, circondata dalla natura selvaggia, ho riscoperto e dato sfogo alla mia vena da avventuriera: voglia di conoscere, di perdermi, di esplorare le colline, di vagare in cerca di spiagge sperdute, di trovarmi in posti meravigliosi dopo aver faticato per scalare una collina di sabbia. Puntare una zona sulla mappa, ricercare un paio di informazioni veloci e partire, senza pensarci troppo, alla ricerca di quel posto preciso, godendosi il percorso, i momenti di incertezza, gli errori sul cammino, le scivolate sugli sterrati pieni di sassi, le viste mozzafiato su strapiombi vista mare di roccia sottilissima (quelli che se il terreno cede caschi e non ci sei più), l’incontro con indigeni vestiti di sorrisi (e nient’altro), infilandosi in vecchie torri diroccate e fantasticando su riti magici alla vista di focolai appena spenti. Bastano equipaggiamento leggero, occhi aperti per cogliere la bellezza e orecchie tese per ascoltare il silenzio di certe stradine dove, anche in pieno agosto a Ibiza, non trovi nessuno (amo il contatto con la gente, ma non con le orde indiscriminate di turisti e riuscire a ritagliarsi angoli solitari ogni tanto fa bene). Questa, per me, è magia. Ed il modo migliore per entrare in contatto con i luoghi: esplorandoli perdendosi. Perché in fin dei conti perdersi nella natura serve anche ritrovarsi.

Ecco alcuni posti dove mi sono AVVENTURATA (chiaramente non vi dico dove sono, chi vuole arrivare a certi luoghi li deve anche cercare) 😉

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Convivenza

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La convivenza è quella situazione sociale che evito da tempo. Passati gli anni d’oro in compagnia con le mie amiche/socie/sorelle e levata quella settimana di vacanza all’anno in cui ti ritrovi per puro caso a condividere un appartamento con altre 3/4 persone al massimo, non ho avuto altre occasioni di convivenze. Volontariamente. Ho passato anni in solitaria, accompagnata solo dai miei morbidi, fedeli ed accomodanti esseri pelosi fatti a forma di gatto. Nove anni in cui mi sono abituata a condividere lo spazio con me, io, me stessa, l’altra me…insomma, con tutte le mie estensioni del caso. Ed improvvisamente eccomi a Ibiza negli ultimi tre mesi a convivere con diversi esseri umani: amiche di una vita, parenti appena conosciuti, perfetti sconosciuti che sono diventati famiglia nel giro di poco tempo. La paura di dare segni di intolleranza per via della circolazione continua di gente intorno ha lasciato il posto ad una piacevole sensazione di condivisione alla quale mi sono presto abituata. Ti abitui al buongiorno, ai sorrisi, alle cazzate dette di prima mattina, alla musica che accompagna le giornate, ai pranzi sotto al portico, a lavorare in compagnia, a dividersi i compiti, alla non perfezione dell’ordine supremo casalingo, a chi cucina al tuo posto tutti i santi giorni, pranzo e cena (grazie Tore e grazie Chica, siete stati come la mia mamma), allo specchio del bagno costantemente inondato di gocce (perché gli uomini quando si lavano la faccia sembrano cagnolini a pelo lungo che si scuotono) e anche a quella stramaledetta tazza che rimane alzata (il magico potere dell’isola è arrivato anche a non farmi sclerare per questioni che non possono avere soluzioni). Ti abitui alle coccole gratuite, a parlare di UFI mentre ti impalli a guardare le stelle raggomitolata sul divano, agli aperitivi improvvisati, alle porte sempre aperte, a condividere una stanza-cuccia in tre, a parlare piano quando gli altri dormono, ad avere sempre persone intorno e riuscire comunque ad isolarsi gentilmente, a fare le ore piccole seduti al tavolino raccontandosi aneddoti, a fare niente tutti insieme. Mi sono abituata alla non solitudine. E credo di aver scoperto il mistero segreto per la convivenza felice in gruppo (che in coppia non penso ancora di potercela fare): rispetto! Ed una casa con uno sfogo esterno importante 😉

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Superare paure e limiti mentali dà un sacco di soddisfazione. Non solo ce l’ho fatta a non uccidere nessuno, ma ho il vago sospetto che tutto ciò mi mancherà. Parecchio.

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Quei sassi colorati nel nulla…

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C’è una cosa che non puoi fare a meno di notare quando ti perdi guidando per le strade ibizenche (ah, e se non ti perdi a guidare tra i campi ti stai perdendo metà della bellezza di quest’isola): sassi colorati disseminati in qua e là. Grandi, piccoli, rosa, bianchi, blu elettrici, a terra, issati sulle collinette, singoli, accoppiati o impilati sfidando la gravità uno sull’altro. Sembrano segnali di una vecchia caccia al tesoro o indicazioni segrete di luoghi segreti o preziosissime feste nascoste. E invece no. Numeri civici senza numeri. Indicazioni stradali senza nome della via. Antiche usanze che rimangono ancora in uso, perché le strade di campo non sempre possiedono nome&cognome, tanto meno numeri. Esiste il nome della strada principale, esiste il numero del km ed esistono sassi colorati ancora usati come punti cromatici di riferimento per le indicazioni. Utili o inutili, a me queste macchie innaturali di colore tra le vie nascoste mi mettono allegria (e mi fanno venire voglia ogni volta di andare a vedere dove portano certe stradine). 😉 Se poi ci sono strani simboli disegnati sopraFullSizeRender-1

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Varaderos: “garage” vista mare

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Esistono leggende di corsari, di pirati e di pescatori che hanno lasciato segni del loro passaggio sull’isola: torri di pietra incastrate tra le montagne, pozzi antichi nei pressi delle Salinas, grotte segrete abitabili e piccole casette disseminate lungo la costa. I varaderos (o embarcaderos) sono le “casette dei pescatori“, o meglio i garage dove si tengono le imbarcazioni con cui, ancora oggi, si va a pescare per lavoro o per diletto. Sono punti strategici, calette nascoste, villaggi segreti che formano delle isolate comunità lontane dalla spiaggia, dai rumori, dagli schiamazzi e dai turisti. Sono insediamenti di pietra e legno dai tetti piatti con scivolo che casca direttamente in acqua e dei piccoli moli che si infilano a mare

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Ognuna ha il suo stile, il suo colore, le sue comodità: dalle più semplici e spoglie a quelle iper-decorate con tettoie e tavoli per mangiare, fino a quelle con “terrazza” (che queste ultime siano legali o meno non si sa, ma sappiamo che esiste un’associazione per la protezione e legalizzazione di queste casette). I varaderos sono punti di ritrovo per le famiglie dei pescatori ibizenchi, da sempre dei privé vista mare impagabili (altro che i tavoli vip delle discoteche), oasi di pace a disposizione anche di coloro che vogliono scappare dalla confusione. Basta essere rispettosi, sorridere, chiedere permesso al pescatore di turno, dopotutto è pur sempre “casa” loro, ed impegnarsi a non lasciare nessun segno…

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C’è sempre del sano silenzio intorno, rotto appena dal rumore del mare e da qualche gabbiano avventore, il che li rende i miei posti preferiti per godermi il mare, la discesa privilegiata, un punto di vista diverso sulla costa e stare lì a leggere e scrivere immaginandomi un passato fatto di scorribande, insediamenti nascosti, rifugi e scappatelle d’amore al riparo di barche, cime e ancore arrugginite…ma con una vista mare da togliere il fiato! IMG_1131

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Una dimensione marina per veri amanti del mare. Altro che ville super lusso…

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Il non-luogo

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Nel delirio in cui viviamo, chi può dirci cosa è vero e cosa non lo è?

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Ibiza sarà l’unica a non scomparire quando la fine del mondo arriverà. L’ha detto Nostradamus. Es Vedrà è uno dei tre poli magnetici della terra. La luna è abitata dagli alieni, che sono, ovviamente, intorno ed in mezzo a noi. Tutti complottano. Le piramidi non le hanno costruite gli Egizi, ma hanno almeno 12.000 anni. E guarda caso sono costruite esattamente in corrispondenza degli astri. Un ventenne è un dono divino. Ci si può innamorare pazzamente anche a 68 anni. E la voglia di fare sesso non passa con l’età (almeno, a qualcuno no). Il burro con la “Maria” ti dà una simpatica sensazione di stordimento; se poi a colazione ci bevi anche il tè fatto con i semi di papavero sei a posto per tutta la giornata. Però se ti prendi anche tre pillole di guaranà al pomeriggio non ti viene mai più sonno. A Ibiza ci vogliono venire tutti, anche i più ricchi, perché qui possono fare quello che vogliono: tipo andare in Ferrari ma in mutande oppure girare nudi con il cappello di paglia ed il gilet con le frange. L’energia c’è, si sente, si percepisce; la nominano tutti, chi lo dice per sentito dire, chi ci crede, chi lo fa per moda. Però tanti, tantissimi, si drogano come se non ci fosse un domani…e ne parlano, in totale libertà. A Ibiza può succedere di tutto: la puoi sfangare con 20 € in tasca, puoi conoscere il milionario della tua vita, così come costruire contatti importanti. Ti puoi ritrovare a dormire nel negozio dove lavori, a condividere il letto con un pittore sognatore, ad avere un’attività in mano con pochissimi soldi in tasca. Ci sono le botte di culo, le occasioni e le sfighe. Ci sono i momenti di sconforto, gli inverni freddi, i giorni in cui non sai se mangi, ma la vita, qui, è sempre meglio che da altre parti. C’è confusione, c’è contraddizione, la musica a tutto volume, il silenzio, le puppe al silicone, gli italiani grezzi che inquinano l’isola, i russi maleducati, i ristoranti rileccati che ti spennano gratis. C’è tutto e non c’è nulla. Il fermento di una metropoli circondata dal mare, un polo magnetico dove tutti convergono per scelta spontanea: che sia dettata dall’amore per la natura, dalla necessità di alterarsi, dalla ricerca della la spiritualità o per vivere in maniera libera, non fa differenza. E’ un’isola che cattura chi ne sa cogliere l’essenza, che offre soluzioni esprimendo un desiderio, che accoglie le idee e chi ha voglia di fare, che abbraccia eccentrici personaggi con idee bislacche ma che tutti ascoltano senza puntare il dito e senza giudicare (almeno non subito). E sono questi personaggi con i quali vorresti passare giorni a parlare perché le loro storie e le loro vite sono più incredibili di qualsiasi sceneggiatura hollywoodiana. Dopotutto, a volte (e qui spesso) “La realtà supera la fantasia“…e questo è!!!
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Qualcuno dice che “l’Isola moltiplica te stesso alla decima potenza: se lo fa con la tua parte migliore vivi nella meraviglia dell’onda positiva con tutta la forza che questo posto sa infondere, se lo fa con la tua parte peggiore…

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Per il momento vivo seguendo l’onda (dalle sfilate di moda ai carri del gay pride fino ai workshop per bambini…tutto quello che desidero, lo faccio. In leggerezza). Buena Vida!!! 🙂

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La Finca della creatività

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Erano anni che, venendo a Ibiza, mi perdevo nel guardare le finche spuntare dai campi di terra rossa o tra gli alberi, pensando a quanto mi sarebbe piaciuto averne una. La finca o casa de campo è la tipica abitazione “di campagna” bianca, bassa e con il tetto piatto, spesso circondata da giardini…o ettari di boschi (dipende dal budget, o dalla fortuna). Adesso sono a Ibiza da qualche settimana, una finca mia non ce l’ho (e la vedo dura visti i prezzi, a meno che non trovi un fidanzato locals che ne ha una di famiglia), ma al momento e per i prossimi due mesi vivrò in una Casa de Campo spersa nella montagna. I vicini più vicini non sono così vicini, intorno cantano galli, razzolano polli e asini ed è più facile incontrare una pecora per strada che un altro essere umano. Insomma, non sono nel casino! Sono felicemente isolata nel niente; una condizione ottima per lavorare, creare e produrre.FullSizeRender-4

Già, lo so che mi pensavate al mare a godermi la spiaggia, il sole e le birre al tramonto. E invece no. O meglio, non solo. I miei mesi di spostamento sulla Isla sono anche mesi di lavoro e di pratiche meditazioni per un futuro prossimo. Devo ammettere che la settimana appena passata è stata intensa, sia per me che per Enrica e Francesco, i miei amici che dividono la casa e questa avventura insieme a me. Una settimana di assestamento, di tempo incerto e non proprio caldissimo, di consegne e di lavori da finire; condizione ottimale per farti passare del tempo in casa senza farti prendere da troppe smanie. E se metti insieme un’ illustratrice, un fumettista e una scrittrice, li rinchiudi (in senso figurato) in una casa di campagna, dai loro delle scadenze da rispettare, questo è quello che succede

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I fogli sono sparsi ovunque, dal tavolo della cucina a quello del patio, sono di qualunque dimensione e da loro spunta fuori di tutto: parole, mostri marini, fenicotteri e scarabocchi. Penne, pennarelli, matite, libri e colori hanno preso il posto del centrotavola in salotto. Ci sono più tavole di legno dipinte che asciugamani da mare in giro per la casa. Tra materia viva, forbici e disegni animati non mancano monitor e strani oggetti tecnologici a raccontare e documentare il tutto, a spedire mail e finalizzare progetti. Un delirante mondo affogato nel verde, coccolato dal silenzio e nutrito da pranzi e cene all’apparenza salutari. La finca, in pochi giorni, è diventata un laboratorio, uno studio all’aria aperta, un ambiente immerso nella natura dove le idee fluiscono di continuo. Insieme alle cazzate, ovviamente. 😉

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IMG_0461Una dimensione nuova questa per me, costantemente abituata a lavorare da sola tra i quattro muri colorati della mia casetta a Firenze. Invece questo clima di cervelli e mani in moto, che lavorano per conto proprio ma nello stesso tempo si confrontano e si osservano, scambiandosi opinioni e dandosi consigli, mi ha fatto ricordare di quanto sia piacevole avere della compagnia stimolante intorno. Dalle cose nascono altre cose, da una parola un’illuminazione, da un disegno un progetto. A chiudersi nella propria bolla per concentrarsi e riflettere, poi, basta un attimo. A me la dimensione di questa mini Factory isolana che si è venuta a creare spontaneamente piace un sacco. Al momento dalla “nostraFinca della Creatività non vorrei più andare via! (Magari tra qualche settimana vorrò dare fuoco a tutto perché mi ritroverò i pennelli al posto degli spazzolini da denti, ma per il momento mi garba assai)

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Nel frattempo ho consegnato i testi del libro nuovo, da domani si comincia a lavorare sulle illustrazioni insieme alla Mannari (e seguita a lavorà) e di nuovi progetti in cantiere ce ne sono almeno un paio. Credo che tornerò a casa bianca, ma con l’adrenalina a mille. Dopotutto…
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…e a me fare scommesse piace! Ed anche cambiare vie. A voi no? 😉

Tattoo di coppia

Il “per sempre” è un concetto sopravvalutato ma, nonostante la rapidità dei giorni nostri, è un’idea davvero dura a morire. Si spera sempre che tutto duri “per sempre: le amicizie, gli amori, i matrimoni, il lavoro…no, dai, il lavoro lo sappiamo benissimo che è volatile ed altamente a rischio. E invece da queste parti non c’è più certezza di niente, anime fluttuanti in un mondo liquido ed in costante movimento. Forse è per porre metaforicamente fine a tutta questa instabilità che certe coppie decidono di farsi dei tatuaggi di coppia. Già, perché il cuore trafitto con il nome della lei/lui di turno non erano più sufficienti. Oggi una coppia che si ama davvero deve avere un marchio che la contraddistingue, che la unisce, che gli ricorda costantemente che staranno insieme per sempre. Fino a che non arriverà un altro/a a fargli capire che “per sempre” è una variabile indefinita. Motivo per cui quella metà di disegno inchiostrato nel corpo gli ricorderà PER SEMPRE che le cose non si fanno a metà…MAI! 

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Loro sono i miei preferiti in assoluto, se non altro per la scelta del soggetto…”esotico”! 😉12919910_111518169247149_2324293288909871302_n

Voi ve lo fareste in tattoo “di coppia”? (Se dite sì vi voglio bene lo stesso, eh)