Il corsetto virtuale: strette nella morsa mediatica che non ci dà pace!

Donne, diffidate degli stilisti: detestano il corpo femminile e vogliono costringerlo a somigliare a quello dei giovani maschi da loro prediletti!”- Brigitte Bardot – Non so se il vero motivo di accanimento verso le donne sia la predilezione del maschio da parte dei signori Stilisti, ma di certo è innegabile che, nel corso dei secoli, i guru dello stile hanno sempre cercato di modellare il corpo femminile affinché raggiungesse degli ideali estetici, come dire, innaturali. Basta pensare ai simpatici bustini di stecche di balena usati dalle donne del Settecento e Ottocento per strizzarsi le membra fino a spezzarsi le costole pur di avere il vitino di vespa tanto in voga a quei tempi; oppure ai vertiginosi tacchi a spillo di epoca più recente indossati per rendere le gambe più lunghe e slanciate spesso a discapito di postura e legamenti vari. O, ancora, le graziose donne cinesi alle quali veniva spezzato l’arco plantare e tenuto il piede in bende strettissime per poter sfoggiare un’andatura aggraziata, mentre le loro amiche giapponesi si sono lavate la faccia per anni con polvere di riso per avere il colorito bianco come la porcellana. ” (Dal libro “Sfashion”)

I corsetti fatti di lacci e stecche di balena ce li siamo levati, in alcuni casi qualcuna ha pensato bene di dare fuoco ai reggiseni per protesta, ma nonostante tutto, dopo anni di grandi lotte e piccole conquiste, siamo ancora strette in un corsetto. E’ un corsetto virtuale che si avvolge subdolo sul nostro essere e che ci costringe ad una schiavitù silenziosa, la nostra, quella che viviamo in questo momento in cui più mezzi abbiamo per usare la nostra voce, più siamo esposte e più siamo martellate da tutti i punti di vista. Siamo nel 2020 e ancora sulle riviste trovano spazio articoli che parlano di come affrontare i problemi dell’età e come combattere gli inestetismi!

L’estate effettivamente deve essere una stagione tremenda, giornalisticamente parlando (questa nello specifico poi)! Diciamo che non ricadere sempre sui soliti argomenti e consigli scontati è alquanto difficile, quindi faremo finta di non dare troppa importanza agli ennesimi articoli sui solari o sulle indicazioni per affrontare il caldo. Ci sono stati però una raffica di articoli che hanno attirato la mia attenzione e causato la mia indignazione:

Dalla criolipolisi alla radiofrequenza: i trattamenti d’urto in vista delle vacanze” (eh sì, perché fa brutto presentarsi nella hall dell’albergo con un po’ di cellulite, pare ci sia una sovrattassa)

Oggi è il Bikini Day, e il tema “depilazione” si fa quanto mai scottante. Peli superflui: sì o no?” (che due palle questi peli)

Comunemente dette braccia «a tendina», si presentano solitamente superati i 40 anni. Abbiamo chiesto consiglio all’esperto“ (perché non chiediamo direttamente all’esorcista?!?)

Potrei andare all’infinito, ma mi fermo qui. Le domande, però, mi sorgono spontanee: possibile che debbano sempre dire a noi donne che normali segni di avanzamento anagrafico debbano essere trattati come difetti da curare? Possibile che a 40 anni ci si debba adoperare in qualsiasi modo per avere ancora il corpo e la faccia di quando avevamo 20 anni? E come mai non c’è nessun giornalista che spacci articoli sui rimedi miracolosi per il gravissimo problema delle palle calanti dopo i 40? No? Solo difetti femminili? Vi piace vincere facile…

Foto dal profilo di Danae Mercer

Pensavamo di esserci tolte il corsetto, eppure con questa serie di messaggi molto diretti e poco mascherati il giornalismo contemporaneo  (come anche i media, sia social che tradizionali) cerca sempre di instillare un senso di inadeguatezza, stringe i lacci del dover lottare sempre e costantemente contro il tempo e  far di tutto per essere sempre splendenti e perfette. Non è necessariamente un problema di contenuto, ma di forma e modi. Un certo tipo di terminologia e di parole sono come una costante doccia cinese che agisce sull’inconscio e, volenti o nolenti, qualcosa a livello profondo e subliminale innescano. E così impazzano diete, trattamenti urto, punturine e chirurgia a profusione. Le motivazione come il “lo faccio per me“, “è che mi piaccio di più” si raccontano agli altri e pure a se stessi, ma sono convinta che il martellamento costante è complice di queste azioni. Se fosse venduto come naturale il trascorrere del tempo e la bellezza che deriva dal prendersi cura del proprio guscio senza essere schiavi di modelli impossibili, sarebbe tutta un’altra storia. 

Invece la storia ci racconta che questo tipo di manipolazione ha origine fin dai tempi dei tempi; esistono ancora tracce evidenti e preziose testimonianze vintage in testate degli anni 60/70, dove i titoli erano ancora più raccapriccianti, dove la cellulite era un “mostro da combattere” e “guai ad andare in giro con i peli, vuoi che tuo marito pensi di avere in casa una scimmia?”. Insomma, anche allora ci andavano giù pesante e il gioco non è cambiato. Non solo grazie alle riviste, femminili e non, ma anche grazie alle immagini patinate che ci regalano quotidianamente i social media e dove filtri e pose studiate ad hoc dettano i nuovi standard di un’apparenza che non esiste (a questo proposito ho incontrato e mi sono innamorata del profilo di Danae Mercer, che svela trucchi per pose e scatti perfetti). 

Insomma, nonostante un sacco di discorsi sull’emancipazione e sull’empowerment femminile, ancora tocca leggere certi articoli (spesso scritti da donne), dove si intravede di tutto meno la libertà di essere quello che si vuole…e di invecchiare serenamente!!!

Non siamo solo romantiche (un post non edulcorato)

Siamo nel 2020, il numero dei single è in crescita, le app per incontri si moltiplicano come i Gremlins dopo mezzanotte, il poliamore fa adepti in tutto il globo e di relazioni ne esistono di mille tipi, oltre a quella tradizionale. Un tipo di libertà sentimentale e sessuale dovrebbe ormai essere socialmente accettata su entrambi i fronti, eppure c’è ancora una percezione distorta ed una distinzione tra come si muove un uomo e come lo fa una donna. È così da sempre: l’uomo sceglie, l’uomo sopperisce alle sue necessità senza volere legami, l’uomo con mille donne sparse in giro per il mondo è figo. La donna accetta, passivamente, certi tipi di relazione sperando di redimere lo scapestrato, pregando per una storia, infarcendo di sentimenti ed emotività anche la più arida delle scopate. E se non è così ma è palesemente una che si diverte allora è un tegame! Vorrei dissentire, argomentando: sono tutte cazzate!

Le donne non sono solo romantiche. Le donne non vogliono solo storie. Le donne fanno a meno delle relazioni, dei compagni e delle convivenze (si, meglio vivere in due case separate, per esempio). Le donne sono emotive tanto quanto concrete ed orientate alle proprie necessità (eh, lo so, questa brucia, ma è vera). Le donne scelgono di sovente con una freddezza, percepita come tipicamente maschile, che può essere spiazzante. Le donne non aspettano il principe. E lo sapete perché? Perché il castello se lo sono già comprato da sole, spesso insieme alla corona e a tutti i sudditi. Perché alla storia della metà della mela non ci crede più nessuno e lo stare con una persona passa da una decisione altrettanto cosciente che non presuppone uno stato di necessità.

Eh già…Non c’è BISOGNO di un compagno accanto per sentirsi realizzate, non c’è bisogno di un marito per essere mantenute (anche se questa è una scelta di comodo che ancora funziona per certe donne), non c’è bisogno di un fidanzato per avere uno status (al massimo per far felice mamma, ma anche quelle si sono adattate e rassegnate) e anche ai matrimoni ci si va serena da sole! La società, ancora fallocentrica, certa di convincerci che no; che la realizzazione di una donna o passa da uomo e figli o non è completa. Noi, in cuor nostro, sappiamo che non è così. È solo una grossa bugia costruita a regola d’arte secolo dopo secolo.

Ci hanno marciato per anni con appellativi come “il sesso debole”, venduto l’immagine dell’ “angelo del focolaio” (si, per darti fuoco) e fatto di tutto per alimentare un generale senso di insicurezza ed inadeguatezza. Fortunatamente con il tempo, i tempi, rivoluzioni e sommosse, la presa di coscienza ha preso il sopravvento (non ancora a macchia d’olio ma su ampio raggio si). E la presa di coscienza porta a scelte consapevoli. Prima fra tutte quella di mettere se stesse davanti a tutto. Egoiste? No, semplicemente messe al centro del proprio mondo. Consapevoli di quello che si desidera e quello che invece no; romantiche e sentimentali quando ne vale la pena, emotivamente stabili e spudoratamente interessate quando conviene. Sempre con amore, ma senza metterci il cuore. Quello si investe quando il cavallo su cui scommettere pare quello giusto; non a caso sul primo che fa ribollire il sangue (su quelli al massimo si scommette una birra con l’amica).

Le donne scelgono. Di stare in una relazione, di innamorarsi, di avere una varietà di rapporti leggeri più o meno continuativi, di divertirsi a caso quando capita o di stare serenamente sole. Scelte, Non poverine. Consapevoli. Libere. Non con gli occhi a cuore sempre e comunque. L’intelligenza emotiva sempre intelligenza è!!!

Un dato di fatto che dovrebbe andare e rimettere al proprio posto quella presunzione tipicamente maschile nel sentirsi indispensabili; oltre che placare la proiezione egoica nel voler passare sempre come papabili prede di una donna che vuole cercare di ingabbiarli in una storia nonostante abbiano accettato una relazione aperta e senza impegni. Ecco, mi sento di dover tranquillizzare il genere: state sereni, che le palle al piede non le vuole più nessuno! 😉

Andrà come deve andare (bene universale)

Andrà tutto bene. Bene per chi? Bene. Cos’è il bene? Una parola, un’entità astratta, un’idea, il rovescio di una medaglia. Quello che è bene per me non è bene per qualcun altro. L’idea che tutto torni alla normalità è una boccata d’aria in questi giorni di fiato sospeso…eppure anche la normalità, come il bene, è un dato relativo. Normale andare al lavoro almeno 8 ore al giorno con capi e colleghi che spesso rendono la vita pesante; normale rientrare a casa stanchi e dare le giuste attenzioni alla prole; normale uscire il fine settimana, bere, mangiare, consumare come sempre. Tutto normale. Normale che i governi facciano i loro sporchi giochi senza pensare al BENE comune, normale che per trarre profitto da ogni situazione si passi sopra alle persone e alla natura, normale che il Dio Denaro sia quello che guida ogni azione, normale che chiari segnali vengano ignorati perché fa comodo così, normale che i privilegi stiano sempre dalla stessa parte. Davvero vogliamo tornare ad una normalità subdolamente imposta dall’alto? A quella normalità che ci ha condotto allo stato in cui siamo adesso?

Virus a parte, c’erano già stati in precedenza chiari segnali di intolleranza da parte del Pianeta che  dovevano far presagire cose non proprio belle: collassi ambientali, sbalzi climatici importanti, scosse sociali. Insomma, l’estinzione già ce la stavamo meritando prima. Ora abbiamo l’opportunità di redimerci e di ripensare a tutto quello che è stato fatto. Ad ampio raggio. Partendo da una base che ci è sfuggita di mente: siamo tutti parte dello stesso universo! Un concetto molto ampio da visualizzare, a volte totalmente distante dal nostro micro-cosmo che non da non entrare a far parte nemmeno nel più remoto dei pensieri. Universo. Universo, se usato come aggettivo, indica un’unità coerente, un intero, riferibile anche ad un ambito specifico (l’universo della politica, dello sport o dell’istruzione, da cui deriva anche il concetto di università). Quando l’idea di universo è stata estesa geograficamente a tutto lo spazio astronomico, mondo compreso, ecco che l’universo diventa davvero IL Tutto, quello dove è racchiusa ogni cosa. Non solo è racchiusa, ma il senso è quello che tutto è rivolto all’ “uno”, un’unica direzione verso la quale l’esistente dovrebbe volgere. Tutti sotto lo stesso cielo. Tutti con un destino comune. Tutti accomunati dalla stessa sorte. Di cui tutti siamo, in parte, responsabili.

Penso che diversi problemi siano derivati dalla disconnessione con l’Universo. Da quel far finta che che se il dito mignolo riceve una martellata e si rompe non fa parte del mio stesso corpo. E chi se ne frega, io manco lo vedo il dito! Poi però quel mignolo ignorato può diventare una mano che non si muove, un braccio che va in cancrena, un busto paralizzato ed una persona, intera, che non si riesce più a muovere. Ferma…con tutte le conseguenze che la stasi prolungata porta. E solo a quel punto, nella stasi totale e forzata, ci accorgiamo che FORSE il mignolo non se la passava benissimo e se FORSE avessimo dato retta ai primi segnali alla paralisi non ci saremo nemmeno arrivati! O_o Ecco, a volte ho come la sensazione che questo schiaffo gigante che l’Universo (o chi per Lui) ci sta dando non sia arrivato a caso, ma  al momento giusto (o forse appena un po’ in ritardo) per ricordarci che il mignolo esiste ed è parte di noi. Che siamo tutti parte di un UNO. E che è la disconnessione totale che ci ha portato fino a qui. L’Australia brucia…e chi se ne frega, tanto è laggiù! Guerre civili in oriente…vabbè, se la vedano tra di loro. Rialzo della temperatura terreste…meglio, così l’estate dura più a lungo! I lavoratori del Bangladesh che muoiono per il crollo delle aziende in cui prestano servizio sottopagati…pazienza, andiamo a fare un giro di shopping? Farsi paralizzare dal malessere globale no, ma nemmeno essere totalmente isolati nella propria bolla. E comunque sempre consci del fatto che ogni maledettissimo singolo gesto ha delle conseguenze. Di tutti. E su tutto.

In queste settimane sono stata sopraffatta dallo Sconforto, sono stata soffocata dai pensieri e dall’ansia globale per la situazione di apnea ed incertezza in cui stiamo vivendo; poi è arrivata una ventata di Speranza, dove sì, c’è voluto uno schiaffo sonoro ma forse la tanto auspicata Consapevolezza corredata dalla sua amica Empatia è giunta alle orecchie e alle coscienze dei più. E forse si potrà ricominciare davvero in maniera diversa: ripensando alle persone, al pianeta, al rispetto, alla politica orientata al bene comune e non alle tasche di pochi privilegiati. Sull’ondata di ottimismo utopico e a tratti naif è arrivato a surfare il Dubbio: post e frasi di circostanza, pensieri frutto della clausura forzata che in realtà potrebbero trasformarsi in bolle d’aria, pronte ad esplodere dopo il primo via libera che ci autorizza ad uscire. La paura fa fare cose strane, ma quando poi la paura scompare le nuove convinzioni reggeranno? Le cose possono andare molto peggio, come abbiamo potuto notare la solidarietà iniziale in alcune circostanze ha lasciato spazio all’aggressività e alla rabbia. I tanto desiderati abbracci non li vuole più nessuno per ora, ma forse nemmeno dopo perché “chissà dove e con chi sei stato“. Mah…speranza e dubbio ballano, insieme, su un bel pavimento di Rabbia. Sì, a tratti sono incazzata nera, con tutto: con chi ci governa e non ce la racconta giusta, con chi non rinuncia ai propri privilegi nemmeno nel caos più totale, con chi punta sempre il dito, con chi cavalca l’onda senza un minimo di empatia, con chi guarda solo al suo orto, con chi si lamenta sempre e comunque, con chi polemizza gratis, con chi non vede l’ora che torni tutto normale. Normale, normale per chi?

Poi guardo fuori dalla finestra e vedo la poesia. L’orizzonte, il mare ed i colori di un tramonto che nessun pittore riuscirà mai a riprodurre. Faccio un respiro profondo. Io non lo so come andrà. Spero sempre nell’evoluzione della specie, ma alle brutte contemplo anche l’invasione aliena! 😉 Se tutti volgessimo lo sguardo nella stessa direzione, chissà, forse vivremo in un mondo migliore. Se al “bene” personale sostituissimo il “bene” universale forse potrebbe andare tutto bene davvero. In ogni caso andrà come deve andare…

Be Positive, Be You, You can do it: l’ombra nera dietro ai messaggi positivi!

La positività ci sta uccidendo! L’ottimismo è il profumo della vita, siamo d’accordo, ma solo quando è sentito; quando imposto da una cultura fatta di frasi motivazionali pre-fabbricate, invece, ci fa venire l’ansia; perché se non pensi positivo sei una brutta persona, quindi socialmente non accettato!

Siamo onesti, la crisi c’è, eppure sembra che non si possa dire, un po’ come il nome di Voldemort, che se lo pronunci poi te lo chiami (e nessuno vuole avere a che fare con quel brutto cattivo dalla faccia spaventosa). Così come nessuno vuole infilarsi in un buco nero fatto di pessimismo e scenari apocalittici (abbiamo già in circolazione un virus che minaccia di sterminarci tutti); eppure stamparsi un brillantissimo e falsissimo sorriso in faccia in nome dei “Be Positive” ridondanti che ci circondano quotidianamente non è così salutare. Questo fenomeno è stato studiato ed analizzato e, come sempre, gli hanno affibbiato accattivanti nomignoli come “Fake/Toxic/oppressive positivity“, ovvero positività falsa/tossica ed opprimente! Un ossimoro, un contrasto in piena regola: come può la positività farci male?

Capiamoci bene: non è la positività a farci male; non c’è nulla di male a cercare di stare e vivere meglio, vedere il bicchiere mezzo pieno ed essere fiduciosi per il futuro. Quello che ci fa male è il marketing che hanno costruito intorno a tutto ciò, vendendoci positività in qualsiasi formato purché sia facile da conquistare, accessibile e con risultati immediati garantiti! O_o I fatti parlano chiaro: l’OMS ci racconta che la salute mentale mondiale non è messa benissimo; circa 300 milioni di persone al mondo soffrono di depressione (numeri in crescita), ansia e stress sono i disturbi più diffusi. ANSIA E STRESS. Quindi da una parte c’è la popolazione del globo che sta discretamente male di testa e non sa da che parte rifarsi per uscire dal buco nero e dall’altra c’è un marketing che non vuole solo venderci prodotti per la felicità ma la FELICITA’ stessa, da consumare immediatamente. Magari fosse disponibile in pratiche gocce da assumere una volta al giorno prima di colazione…

Be Positive“, “Be Happy“, “You can do it“, “If you can think it, you can do it” (sì, solo se ti fai il culo però, con le conseguenze positive e con le rotture di coglioni). La positività-a-comando è pericolosissima perché non contempla le emozioni negative; anzi, le ghettizza pure un po’; se sei tu il responsabile delle tue emozioni, grazie ad un sapiente utilizzo della tua forza di volontà, cazzo fai, ti permetti di essere triste o depresso o addirittura arrabbiato? Non sia mai! “Le persone che credono che le proprie emozioni possano essere cambiate con la forza di volontà e la positività sono più inclini a incolparsi per le proprie emozioni negative.” Non se lo concedono, reprimendosi. E cosa c’è di positivo in questa oppressione emotiva del singolo? E soprattutto, come si può vivere sempre con un sorriso stampato sul volto? Come si può negare il variegato panorama emotivo che abbiamo a disposizione? Sarebbe come eliminare tre quarti delle parole dal nostro vocabolario, costringendoci ad esprimerci solo con quelle belle, buone e brave. E positive! E tutto questo in nome, spesso, del profitto: per venderci un corso, un workshop, un libro. Perché, nella disperazione, ci si aggrappa a qualsiasi pillola purché guarisca i sintomi senza troppi strascichi. Ma sappiamo bene che tra la cura dei sintomi e la cura della malattia relazionata ad uno specifico paziente c’è una NETTA differenza

Illuminati e preoccupati psicologi sostengono che Essere positivi è diventata una nuova forma di correttezza morale” e di fatto se non lo sei, sei scorretto e pure un po’ stronzo! Per uscire (o non infilarsi) nel pericoloso tunnel della positività tossica è indispensabile ascoltare le proprie emozioni e partire da quelle per un’analisi più profonda del proprio stato. Nel caso in cui volessimo tentare di tirare su il morale di un’amico un po’ giù, meglio usare frasi sensate che stimolino alla riflessione al posto di frasi fatte preconfezionate (quelle le lasciamo nei diari o nei cartelli che ci vendono da appendere in cucina 😉 ). 

State lontani dai venditori di fuffa, dai coach improvvisati, da chi dà formule prefabbricate e chi promette risultati immediati a forma di sorriso. Per maturare un atteggiamento positivo occorre prima andare a fondo, scoprire e stare nei lati bui, provare a capire, diventare consapevoli e coscienti: un lavoro duro e faticoso che non si risolve con una frase bella appesa sullo specchio o con un ritiro di un fine settimana. Positivi sì, ma positività costruttiva e non costruita (o imposta). Che se un giro vi girano le palle va bene lo stesso 😉

La festa dei single: dalle caverne a Tinder!

Nei tempi dei tempi, all’origine della specie umana, i single non erano una categoria contemplata. Dai dipinti rupestri ci arrivano scene di caccia, orde di bufali che si rincorrono, uomini&donne che si adescano a suon di clavate e grandi festini di amore libero e condiviso. Forse non esisteva nemmeno l’idea di coppia, ma una grande famiglia allargata e senza confini. In tutti i sensi. Poi l’uomo ha sentito la necessità di sistemarsi in comunità organizzate, sono nati i primi villaggi, le capanne erano separate e, se in un principio le donne erano comunque un bene “comune“, con il passare del tempo i legami sono diventati esclusivi…insomma, più o meno!!! Fino a quando c’erano i matrimoni combinati a tavolino ed i promessi sposi, di single nemmeno l’ombra. O meglio, qualche ombra c’era: quelli s-coppiati finivano per fare i preti, i monaci o i pazzi del villaggio.

Eugene De Blaas

In seguito le cose hanno preso una piega diversa, il gioco ha cominciato a farsi vagamente serio per cui le donne andavano conquistate (sì, ancora in maniera mono-direzionale dove era la donna a far finta di fare la preda). Qui vinceva chi era in grado di corteggiare l’amata e strapparle il cuore, dapprima con imprese più o meno eroiche (tornei in cui si faceva a gara a chi aveva la lancia più lunga o caccia al dragone più grosso…sì, questa cosa delle dimensioni è sempre esistita), poi con l’amore intellettuale e romantico sviolinato a suon di componimenti poetici e serenate al chiaro di luna. Lacrime e sospiri durante il Romanticismo hanno lasciato il posto ad una versione vittoriana dove la dimensione carnale e un po’ maiala era segreta ma presente. In questa gara alla conquista i single a volte se la giocavano, a volte si accoppiavano in maniera poco interessata tra di loro, spesso finendo con la sorella zitella di quella bona con cui si era fidanzato il miglior amico. Già, perché ai tempi ci si spalleggiava e quelli soli non venivano mai lasciati soli, ma cercavano di essere tirati in mezzo a situazioni sociali dove potevano avere la possibilità di conoscere qualche dama e porre fine alla loro “condizione“. Come siamo passati dai salotti per i single di retaggio ottocentesco a Tinder non mi è ben chiaro. O_o

In mezzo ci sono state le feste in casa, i matrimoni ai quali mettere allo stesso tavolo i non accoppiati nel tentativo di far nascere amori insospettabili, fino alle cene organizzate solo per gente sola. Ma non finisce lì: dalle cene alle feste fino alle crociere per single, gabbie chiuse dove concentrare esseri umani disponibili, se ne sono viste di tutti i colori; comprese quelle serate tristissime in discoteca dove ti appiccicavano il numero sul petto per farti ricevere messaggi da possibili interessati (oh, mi avessero mai mandato mezzo messaggio!). Qualunque occasione creata ad hoc per riunire i single nella stessa gabbia mi ha sempre generato una vaga sensazione di tristezza. Ecco perché quando la festa si è spostata dal mondo fisico a quello virtuale tramite siti di incontri prima e app successivamente, sempre una gran tristezza mi ha fatto…

Dopotutto è così: i tempi cambiano, le tecnologie evolvono, lo stile di vita varia, l’ansia da prestazione è alle stelle, passiamo più tempo dentro al telefono che dentro ad un bar e quindi le occasioni di incontro diminuiscono drasticamente. Oltre al fatto di non avere più tempo! (questa è la grossa balla del millennio, la scusa migliore che la società potesse offrirci per non fare un sacco di cose). Nelle grandi città poi…”Tutti hanno Tinder“! Che vuoi, la distanza, il lavoro, i ritmi frenetici, come ti fai ad incontrare? A volte penso che basti alzare la testa e guardarsi intorno anche solo prendendo la metro, sbattere nel carrello di fronte al supermercato o iniziare a parlare con il compagno di boxe in palestra. Un approccio decisamente vintage ed impegnativo in confronto alla possibilità di sfogliare il catalogo di postalmarket comodamente svaccata sul divano o seduta sul cesso a qualunque ora del giorno e della notte. L’App da 60 milioni di utenti (!!!) esiste dal 2012. Amiche e amici la usano da tempo, qualcuna ci ha trovato fidanzato, un’altra addirittura il padre di sua figlia. Le mie amiche me la consigliano dal 2016 (perché mi vogliono bene). La MIA amica mi ha aperto un profilo un mese fa. E da lì ho iniziato il mio osservatorio sociale: sono andata alla festa per single virtuale!

Scetticismo, cinismo e completa assenza di aspettative (oltre al sentirmi fuori luogo e anche un po’ idiota) sono stati il mio mood di accompagnamento in questo mese durante il quale ho sfogliato l’album di figurine degli omini registrati sulla app in un raggio di km abbastanza circoscritto (vivo su un’isola al momento)! La situazione è tragicomica! Se uno dovesse effettuare la propria scelta solo dalle foto saremmo nel gatto: si parte da quelle sfuocate nelle quali non si vede assolutamente niente (voglio dire, cosa ce la metti a fare?), alle foto di tramonti e paesaggi (sì, ma te che faccia hai?), alle foto di uomini con una maschera in faccia (ma davvero?!?), alle foto di quotes o meme stupidi trovate in rete (se poi sotto mi scrivi una frase a caso di Oscar Wilde abbiamo completato il trittico della banalità-avanti il prossimo!). Chi ha il coraggio di metterci la faccia ci mette un autoscatto fatto malissimo nel quale il volto è distorto in una smorfia degna di un film horror, o un bel selfie al cesso o foto di qualche decennio addietro. Tattiche, dice! Gli uomini si fanno scatti allo specchio degli addominali almeno quanti se ne fanno le donne al culo ed un altro classico intramontabile è la foto del pacco avvolto da slip o costume bianco (costume bianco? Ancora?!?). Qualche giorno fa ho visto anche un pisello nudo (ma sono ammessi?). Inutili foto di spalle vanno di pari passo con quelle con la moto e con il cane. Il 90% hanno un cucciolo e lo mostrano con fierezza (io, per scelta, preferisco chi ha foto di felini, una nicchia che riduce notevolmente il mio bacino di utenza, maledetta gattara)! In generale l’immagine fotografica è scadente e non invitante, un errore di marketing e comunicazione in piena regola: voglio dire, il gioco inizia lì, ti vuoi curare un attimo l’estetica?!? Ho passato diverse ore a sfogliare profili e correggere mentalmente gli errori, deformazione professionale, oltre a farmi grosse e grasse risate. Forse potrei propormi come consulente di Personal Branding per App di Incontri…magari svolto! 😛

E le foto sono solo l’inizio. Anche sul copywriting ci sarebbe da rimettere mano. Le mini descrizioni meriterebbero un articolo a parte; dal “sono un ragazzo normale” (che mi fa paura) ai filosofi moderni che sparano perle di saggezza e banalità copiate dai Baci Perugina; chi cerca di fare il brillante e chi invece è antipatico fin dall’inizio con “astenersi rompipalle, nane e fashion bloggers” (davvero? Ma chi te lo mette il cuoricino a te!). Gente che mette subito in chiaro le cose “I’m here for sex and no complication” o “Coppia in vacanza cerca ragazza per triangolo senza impegno. Abbiamo un debole per le tettone” o ancora “Sono sposato, voglio solo distrarmi. Se la cosa ti disturba gira a sinistra*” *sinistra=no like. Chi non ha voglia di condividere troppe informazioni si limita a mettere altezza (???) e segno zodiacale (ho scoperto essere un dettaglio fondamentale). E sul segno zodiacale è nata la prima conversazione con un tipo discreto, istruttore di yoga francese che vive a Ibiza, il primo con il quale ho “matchato“. Convenevoli formali e di circostanza, niente di brillante ma nemmeno noiosi, fino a quando mi chiede il segno zodiacale:

-“Toro

-“Ah…io sono Vergine. Toro e Vergine non vanno d’accordo” (ma davvero? Manco mi chiedi l’asecendente? Principiante!)

Fine della conversazione, fine della conoscenza! O_o

Processed with VSCO with c1 preset

Il bello del digitale è che da dietro lo schermo te la cavi con poco. Una cazzata, una scusa banale, levare il like e nel giro di un secondo concludi le comunicazioni senza dover dare troppe spiegazioni. Forse parte del successo di questa app è proprio la facilità apparente con la quale ci si connette e disconnette in tempi rapidi. Senza implicazioni. Senza metterci la faccia. Senza nemmeno metterci troppo impegno. Puoi chattare per ore senza mai fissare un appuntamento (o disdirlo all’ultimo minuto con un “mi sono addormentato sul divano”) o scambiarti quattro battute prima di “Vieni nel mio albergo e ci divertiamo un po?” (minchia, ma un po’ di galanteria e preliminari verbali no? Ho conosciuto camionisti più romantici e delicati). Tutto molto facile. E veloce. Nel male ma anche nel bene. In questi 30 giorni di prova ho incontrato fuori dalla App due persone, il Diavolo e l’Acqua Santa, due esseri umani agli antipodi. Uno che vive sull’isola, l’altro in vacanza da solo in cerca di compagnia senza implicazioni. Con entrambi gli scambi sono stati brillanti e non pallosi, nessuno dei due mi ha offerto massaggi in camere d’albergo e tra il dire ed il vedersi dal vivo è passato molto poco tempo. Come quando incontri uno al bar, ti scambi il numero e poi ci esci a prendere una birra. Sembra quasi normale, se non fosse che ti sei conosciuto dentro ad un telefono…lo so, sono retrò, ma questa cosa ancora non mi suona. Eppure ai tempi della tecnologia vale tutto e anche l’amore può arrivare da dietro ad uno schermo. Al momento non ho trovato nessun amore, ma ho avuto modo di conoscere due persone piacevoli che molto probabilmente non avrei mai incrociato sulla mia strada reale. O forse sì…magari in un altro luogo, magari in un altro momento. Forse Tinder è solo un altro luogo dove poter fare conoscenze, forse Tinder è il nuovo bar! Solo che stai a testa bassa a sfogliare un album di figurine dalle pagine infinite…e magari ti perdi quello buono che sta prendendo il caffè al tavolo accanto 😉

…insomma, a me le feste per single (reali o virtuali) mi fanno un po’ sfigato! 😛 Voi che dite?

L’importanza di diffondere (i messaggi positivi non sono mai abbastanza)

E’ da un po’ che non faccio un po’ di sana polemica (sarà colpa della vecchiaia?). Oggi mi sembra il giorno perfetto per evitare ridondanti retoriche femminili e puntare l’attenzione su tematiche universali, spostando la riflessione dall’universo donna all’universo essere umano, quello complesso e contraddittorio, quello strano e brontolone, quello tutto pace&amore però vaffanculo-stai-nel-tuo. Quelli lì, noi umani.

Siamo nell’epoca della condivisione esasperata, degli influencer macro, micro e pure nano, dell’opinionismo spinto in qualsiasi luogo e della motivazione come stile di vita (tant’è che ci sono in giro più “coach” che idraulici). E fin qui andrebbe anche tutto bene: si condividono messaggi, si danno opinioni, si cerca di motivare il prossimo parole di incoraggiamento positivo e attirare l’attenzione della propria cerchia (più o meno grande) su argomenti più o meno importanti, sensibilizzando gli animi e solleticando le menti su svariati temi, dalla cultura generale all’ultima sfilata.

Ecco, io sono convinta che di certi argomenti più se ne parla meglio, meglio è. Le campagne di sensibilizzazione, di comunicazione, di informazione hanno lo scopo di diffondere un messaggio, facendolo arrivare a quante più persone è possibile! Il web, la rete ed i social in questo aiutano molto, permettendo di parlare, condividere e innescare un passaparola rapido e a macchia d’olio. Questo è il lato positivo del fare rete, delle connessioni veloci che non passano dai canali istituzionali, del creare sinergie che si muovono nella stessa direzione verso un obiettivo comune. Bene, se l’obiettivo è comune e la visione unita di certe cose più se ne parla, in maniera corretta e dando informazioni giuste, meglio è! Non importa chi arriva prima, non importa mettere bandierine di proprietà intellettuale su argomenti di attualità. Non importa. Importa parlarne, ognuno con il proprio tono di voce, ognuno con i propri mezzi e la propria onestà. I messaggi positivi vanno diffusi. E finché le informazioni girano c’è speranza. Un tempo bisognava muovere il culo, leggere, frequentare caffè letterari, circoli e scendere fisicamente in raduni dove scambiarsi opinioni ed informazioni: adesso possiamo fare tutto comodamente sdraiati sul divano di casa (ogni tanto sarebbe bene anche uscire, ma prendiamo il lato positivo delle cose). Visto che è così facile, facciamolo! O no?

Buon fine settimana 😉

 

Valore/Valori

La saggezza popolare di un tempo invitava caldamente al non lodarsi eccessivamente, pena finire bolliti nella pentola insieme al gallo che se l’era tirata troppo. Ecco, tra il gallo che spavoneggia nel pollaio e lo struzzo che va a mettere la testa sotto la terra c’è una bestia rara e consapevole che sa riconoscere il proprio valore personale senza aspettare che siano sempre gli altri a dirgli quanto è stato bravo o quanto è bello!

Diciamoci la verità: essere riconosciuti, apprezzati e ricevere parole di ammirazione e complimenti dall’esterno fa sempre piacere; sono quei piccoli attimi in cui saltelliamo felici perché qualcuno ha riconosciuto il nostro valore, meglio se a voce alta! E indubbiamente tutto ciò fa bene all’Autostima, al fratello Ego e alla sorella Anima. Questi sono dolcetti che la vita ci regala ogni tanto, ma il cibo per andare avanti tutti i santi giorni ce lo dobbiamo procurare da soli. Non aspettiamoci cioccolatini sempre…

Se il nostro valore non ce lo riconosciamo da soli, il giorno che dall’esterno non arriva niente ci sentiamo persi, inutili, incazzati con chi non si accorge di quanto siamo belli/bravi/buoni oppure stronzi. E la fiducia (in noi) crolla. Cominciano le seghe mentali, l’autocritica, il compiangersi ed il lamentarsi: l’auto-affossamento!

Senza imbrodarsi in maniera esagerata, ma due complimenti, una vecchia pacca sulla spalla, un abbraccio virtuale ed una coccola allo specchio ricordiamoci di farceli. DA SOLI! Un atteggiamento attivo e consapevole è meglio dell’attesa speranzosa, no?

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*La frase verace e toscana, con lo stesso significato ma con modi più forti, era “Se non ti fai due seghe da solo non te lo ciuccia nessuno”. Insomma, ci siamo capiti lo stesso! Buon venerdì…

Schiacciati dal PROBLEMA

Artisti delle ansie, artigiani sapienti del forgiare paranoie con le proprie mani, esperti di seghe mentali inutili ed abili creatori di problemi: ah, che meraviglia gli esseri umani! Leggevo qualche giorno fa un articolo che indicava “ansia&stress” come le malattie del nostro tempo, insieme naturalmente alla simpatica depressione che sta invalidando metà della popolazione appartenente a qualunque classe sociale e di qualunque età anagrafica. Un quadretto non proprio roseo, se poi ci aggiungiamo anche che questi simpatici stati emotivi poi prendono vita nel corpo sotto forma di acciacchi, fastidi, malattie vere e proprie, patologie momentanee o addirittura croniche (altro che psicosomatica, qui consiglierei nuovamente la lettura di “Malattia e Destino” per dare una chiarificata alla situazione), il tutto diventa decisamente preoccupante. A questo punto potrei trasformarmi nella paladina arcobaleno della positività dicendo che in fondo la vita è meravigliosa e che non esistono problemi insormontabili…ma credo che sia un approccio più onesto dirvi che la vita così come la conosciamo è UNA, che certi problemi e certe menate quotidiane fanno parte della sceneggiatura, ma che trasformare volontariamente ogni cazzata in un problema gigantesco ed insormontabile fonte infinita di stress è un po’ come tirarsi una martellata sul mignolo del piede destro da soli: insensato (a meno che non siamo masochisti e fortemente attirati dal dolore, in questo caso via libera a tutti i martelli del mondo)! 😉

La parola problema è da ricondursi al greco próblēma = sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo, che arriva dal verbo probállō = mettere davanti, che deriva, a sua volta dall’unione di pro = innanzi + bállo = mettere, gettare. Quindi problema significa letteralmente ostacolo, impedimento, situazione difficile da superare o risolvere. Qualcosa però che si “mette davanti” ad ostacolare: a volte il problemino lo troviamo lì, piazzato da qualcuno o qualcosa, altre volte siamo noi a mettercelo davanti da soli. In entrambi i casi il problema è sì un ostacolo, ma un ostacolo altamente soggettivo! Quello che per alcuni non è assolutamente un problema (tipo fare almeno due pasti al giorno), per altri invece lo è. Soggettivo, quindi, e strettamente collegato al valore che gli diamo. Se a me del cibo importa poco il non averne tanto non sarà assolutamente un problema, ma andate a dirlo al leone della savana che non ci sono più animaletti per il suo pranzo della domenica…La logica del problema è che fino a quando diamo un valore a questo ostacolo il problema è reale e presente (anche se frutto della mente), ma quando il valore si leva, il problema magicamente cessa di esistere. Visto in questa ottica il tutto dovrebbe essere rassicurante perché ogni problema è passeggero, nel senso che prima o poi finirà, destinato a sparire perché nessuno problema è irrisolvibile ed eterno. Dall’altro lato, però, si capisce anche che i problemi sono strettamente legati alla mente e sappiamo bene che quando il cervello si vuole piantare su certi argomenti è bravissimo a rimanerci impigliato anche per molto tempo.

Questo spiega in parte il perché una grande fetta dell’umanità sente il bisogno di trasformare ogni cosa in un problema o di crearseli anche quando non esistono: sono semplicemente ingrippati in meccanismi mentali!!! Ci sono impedimenti abbastanza chiari e ci sono invece cose che vengono ingigantite a piacimento, trasformate in piccole tragedie quotidiane, vissute come se fossero gravi condizioni dalle quali uscire sarà complicato. Sì, a volte l’essere umano non sa come riempire il tempo e giocare al risolutore di problemi creati ad arte è un modo per distarsi (ma andare al cinema o trovarsi un hobby no, eh?!?); altre volte semplicemente si tratta di creare problemi uno dietro l’altro perché questo ci dà la possibilità di riscattarci da una posizione di immobilità e dalla sensazione di pochezza. Insomma, c’è stato addirittura un periodo storico in cui più eri problematico più eri figo. Io direi che è ora di invertire la tendenza e di smettere di rovinarsi la vita costruendo storie che non esistono o montando cazzate come la panna: tanto il gelato in fondo non si vince!

Non è un’operazione semplice e a volte siamo talmente sopraffatti da non riuscire a vedere le cose con lucidità, ma la coscienza dovrebbe sempre stare in allerta perché al momento in cui scatta il problema, bisognerebbe estraniarsi mentalmente dalla situazione e pensare a voce alta che “E’ tutto nella mia testa! Gli sto dando importanza: perché gli sto dando così tanta importanza? Qual è la vera ragione di tutto ciò? Perché mi sto facendo questa grande sega mentale in solitaria“. Ecco, fare il metaforico passo fuori da se stessi in questi momenti è utile per ragionare in maniera distaccata e senza condizionamenti, ricollocando le cose al proprio posto senza che assumano dimensioni enormi. E’ difficile, ma vedere le situazioni da più prospettive aiuta a separare quello che è prioritario da quello che non lo è, oltre al fatto di pensare a come risolvere in maniera pratica ed attiva i problemi importanti. Alcuni, molto spesso, non arrivano nemmeno direttamente da noi, ma da persone esterne che ci convincono che abbiamo un problema: questi soggetti sono una minaccia, sappiatelo! (e sappiateli riconoscere e mettere a tacere, consci del fatto che…

Il tuo problema non è necessariamente un mio problema!

In fin dei conti la vita è meravigliosa ed è UNA sola, le menate prima o poi arrivano, sarà davvero utile trasformare briciole in baguette?!? (e la baguette dopo non vi dico dove va a finire…ops ;) ) Voglio outing: quanti problemi vi fate? Parliamone…nel frattempo cerchiamo di passare un Natale senza crearsi troppi “problemi“!

Cazzate! (Ridimensioniamo l’errore)

Errare è umano, perseverare sarà diabolico ma anche un po’ da stronzi, eppure chi è che non ha commesso mai sbagli nel corso della sua vita? E’ dai ieri che rifletto su quanto ci fanno pesare l’ERRORE fin da piccoli e su quanto più ce lo fanno pesare e più probabilità ci sono di farne altri sempre più grossi. No, ieri nello specifico non mi sembra di aver fatto grossi danni, ma qualche giorno fa ho iniziato a leggere il libro “Dis-ordinary Family” e tra le prime righe mi è saltata all’occhio questa frase…

Ieri, invece, mia sorella è tornata a casa post-colloquio con le nuove maestre di mia nipote (la nana ha 8 anni e ha cambiato scuola quest’anno perché in quella dove ha fatto prima e seconda elementare ha passato dei brutti momenti tra compagne bulle e maestre aggressive), che le hanno detto cose molto belle ed incoraggianti, ma soprattutto hanno notato da subito che le bimba, quando sbagliava un compito, tendeva a cancellare con penna pesante e tratto folle il suo errore incredibile; gesto probabilmente ereditato delle vecchie maestre (di merda…ops) che non ammettevano l’errore e che tendevano a colpevolizzarla per le sue GRAVI mancanze (ora, in seconda elementare, possiamo distruggere ‘sti poveri figlioli perché sbagliano un S con una Z? Io questa cosa la vedo fare costantemente da adulti sui social network…ma andiamo oltre). Non voglio parlare di bambini né tanto meno di scuole di cuccioli di uomo, ma credo che un tot di paranoie dovute alla paura di sbagliare arrivano proprio da lì e spesso ce le portiamo avanti per tutta la vita, fino a quando qualcuno o qualcosa fa scattare nella nostra testa il meccanismo che ci fa passare dalla tragedia del “Cazzo, ho sbagliato, sono un fallito/a!!!” alla consapevolezza del “Ok, ho sbagliato! Provo a rimediare o al massimo imparo.

Facile a dirsi, un po’ meno da mettere in pratica, perché colpevolizzarsi è un attimo, sentirsi tremendamente sbagliati anche e, quando non lo facciamo noi di nostra spontanea iniziativa, c’è sempre un “prossimo” dietro l’angolo pronto a tirare fuori il cartellino rosso quando il nostro vigile interno era andato a prendersi il caffè al bar. Chi accetta gli errori di buon grado? Chi è che invece di riempirci di urla e fare un frego pesante sopra al nostro sbaglio è disposto a prenderci per mano, fare una leggera riga rossa sul foglio e dirci “non succede niente, impara e la prossima volta vedi di fare diversamente”?!? Ecco, appunto…Al lavoro diventi subito un incompetente e acchiappi infamate da chiunque, nelle relazioni sei immediatamente uno stronzo o un insensibile o uno che se ne frega, in casa sei una figlia degenere che non capisce e che si diverte a mettersi nei casini per far venire le ansie ai genitori e gli amici come sbagli o ti fanno diventare lo zimbello della combriccola o ti cancellano direttamente dalla rubrica. Con questo scenario di terrore intorno è facilissimo, anche per l’essere umano più sicuro della terra (figurati per quelli con l’autostima un po’ bassa), farsi venire delle grandissime paure di agire che paralizzano l’azione. Se stiamo fermi siamo al sicuro, si pensa erroneamente: perché se siamo fermi sotto all’albero sbagliato e ci casca una noce di cocco in testa ce la frantumiamo lo stesso!

Si può sbagliare, è umano, fa parte del percorso. Si può sbagliare, perché da una caduta ci si rialza, ammaccati, ma ci si rialza. Si può sbagliare perché l’errore insegna e solo capendo l’errore si rischia di non farlo più. Si possono fare delle cazzate ogni tanto e non è detto che proprio da quelle cazzate nascano delle cose bellissime. Si può errare ed imparare a chiedere scusa, che pure è una bella lezione di vita. Si può fallire perché raramente la strada per un obiettivo è dritta e senza ostacoli; e chi fallisce non è un fallito, ma uno che si è dato l’opportunità di fare qualcosa, sbagliandola (ma anche sticazzi eh)! Insomma, si può. E si può tentare di ridimensionare questa paranoia degli errori fin da piccoli; ora, a me non mi compete in quanto sprovvista di prole, ma chi ce l’ha si metta una zampina sul cuore…altrimenti da grandi tocca farsi un sacco di viaggi in profondità per capire che sbagliare fa parte del percorso; ci si arriva eh, però una fatica! 😉

Chi non fa non sbaglia. E secondo me meglio fare due cazzate in più che non fare niente!!! O no? 😉 Buon fine settimana

Spegnere il frullatore! (uscire dal casino)

Ho fatto male i conti. Un’altra volta. Non li ho proprio sbagliati del tutto, diciamo che quell’ uno+uno l’ho fatto diventare 3 con la magia e ora mi ritrovo a doverlo raddrizzare per farlo tornare un 2 a colpi di martello…chiodato! Volevo godermi Ibiza fino all’ultimo ma sono rientrata un po’ precisa, soprattutto per via della logistica incasinata e quindi è successo: sono finita dentro al frullatore! (la doppia vita con scadenza semestrale ha moltissimi pro…ma pure qualche contro, sappiatelo)

Il momento frullatore (o centrifuga, dipende se vi sentite più vicine alla cucina o al reparto lavanderia) capita un po’ a tutte: è quell’arco di tempo dove sei completamente immersa nel casino, dove ogni aspetto della vita necessita di essere sistemato, messo in ordine, controllato ed organizzato, dove tutto succede in un lasso di tempo talmente breve che non sai più da che parte rifarti! E vai nel frullatore alla velocità 3, cercando di fare di tutto di più, adottando la famosissima ma non sempre producente modalità multitasking con la quale incastrare in 24 ore quante più cose possibili per accelerare ancora di più i tempi e tentare di raggiungere gli obiettivi prefissati. Poi ti dimentichi di andare al bagno, ti viene la cistite e sei costretta a mettere forzatamente in pausa. No, la cistite non mi è venuta a questo giro…ho spento il frullatore prima che mi trasformasse in uno smoothie!

E’ facile farsi fagocitare dall’ansia, dall’iperattività, dalla necessità di avere tutto sistemato, tutto in ordine, tutto pronto per la ri-partenza, tutto già pronto per il Natale (cazzo, tra un mese e qualche giorno ci siamo e io ho messo via il costume ieri), dai momenti in cui le cose si accavallano con una facilità incredibile che tu fai appena in tempo a distrarti una attimo e ti ritrovi seppellita sotto montagne di cose DA FARE e da sbrigare. Sono i momenti in cui il tempo sembra sfuggire di mano e dove più tenti di avere tutto sotto controllo e più tutto sguscia via come un’anguilla inzuppata nel burro di Karité. E’ in questi momenti bisogna avere la lucidità ed il tempismo giusto per uscire dal frullatore! Facile a dirsi, decisamente più incasinato da mettere in pratica. Il rischio, però, testato sulla mia pelle, è quello di farsi prendere dalla paura del non farcela a fare tutto nei tempi giusti, cominciare a correre sulla ruota insieme al cricetino di casa e sprecare un sacco di energie senza concludere un cazzo! Come si fa?

Va creato fermandosi un attimo, osservando da fuori e prendendo coscienza che con il casino e le corse non si raggiungono obiettivi in maniera sana. Tutto e subito non è possibile.  Creare il tasto OFF è fare pace con se stessi, con i propri limiti e con le giornate che sono fatte di 24 ore nelle quali nemmeno quella stronza di Wonder Woman riusciva ad essere sempre iper-efficiente (perché mai dovrei esserlo io?). Solo quando si riesce ad uscire dal tritatutto si può creare un altro ritmo vitale, più umano ed anche più efficace, dando un ordine, prevedendo momenti ad alta intensità intervallati da momenti di pausa, da vita privata che si intreccia in maniera armonica con vita lavorativa, cura del corpo e anche della mente. Non vi dirò che ci sono da creare priorità sotto forma di liste, appunti o grosse scritte a pennarello nero sul muro del bagno, perché questo è già assodato come metodo indispensabile per non fare casino e soprattutto per scandire le cose anche in ordine temporale (fare prima le cose che devono essere consegnate prima). Non vi dirò nemmeno di alzarvi dalla scrivania ogni mezz’ora per far riposare la vista e non diventare tutt’uno con il computer o con lo strumento che usate per lavoro. L’ora di sport fa bene a chiunque e mettere il telefono in modalità aerea ogni tot. sicuramente fa rimanere concentrati su quello che stiamo facendo, ottimizzando la produttività. Ognuno ha il suo metodo, le sue strategie ed i suoi piccoli trucchi per rendersi la vita più semplice, serena ed ottimizzata. Il bello è che in teoria sappiamo tutto tutti, ma fino a che non si crea il proprio tasto OFF rendersene conto ed uscire dal casino è veramente complicato. Quando prendi consapevolezza e nel silenzio fai onesti conti con te stessa, quell’affanno da frullatore magicamente sparisce e lascia il posto al ritmo che scegli di dare alle tue giornate: a volte è jazz cadenzato e leggero, altre volte un morbido r’n’b, altre volte rock che ti dà la carica…ma vuoi mettere la musica con quel rumore snervante del frullatore in funzione?!? 😉

Io ho creato il mio tasto OFF…spero non si rompa in tempi brevi! E voi? Avete il vostro tasto OFF? Come lo attivate? Buon fine settimana…