Prova Costume #2: le (cosce) struscione!

Si toccano. A volte si abbracciano. Spesso si baciano con forza, legandosi una all’altra in un amore senza fine. Peccato che quel volersi bene così intenso provoca fastidio, a volte dolori accompagnati dalla pelle che si infuoca. E così l’estate per le portatrici di cosce struscione diventa una maledetto incubo!!! Chi non ha le gambe da fenicottero o sottili mazze di scopa sa benissimo cosa significa in questa stagione portare in giro le cosce che sfregano le une con le altre con queste temperature da fornace: NOIA e FASTIDIO! In inverno la storia è differente, basta tenerle separate  con un paio di pantaloni e loro si sfiorano appena, rimanendo vicine ma opportunamente lontane, senza contatto diretto. Perché è il contatto diretto che (s)frega: basta una gonna, corta o lunga che sia, un abito o un pantalone con il cavallo basso e via libera ad irritazioni ed arrossamenti. In costume poi la cosa peggiora, per via del sale e dell’acqua di mare che aggiunge ulteriore attrito tra le due amiche/nemiche/sorelle. La soluzione? Non c’è. O meglio, si può tentare di separarle, allontanarle gentilmente o non farle litigare, preferendo gli shorts alle gonne o qualcuno addirittura suggerisce di indossare pantaloncini corti/calze corte o un nuovissimo accessorio super-sexy (?) che pare stia spopolando negli Stati Uniti: le bandalettes. Praticamente un mix tra una giarrettiera gigante e l’inizio di una calza autoreggente, in comodo pizzo che si incolla perfettamente alla coscia e che non casca nemmeno su invito (c’è da domandarsi se all’occorrenza scivola via o rimane inchiodata lì…). Insomma, questo amore va stroncato sul nascere, ma siate coscienti che appena si rivedranno, continueranno a strusciarsi appassionatamente!

Prova Costume #1: guerra al pelo!

Sono sempre in agguato, onnipresenti anche quando nascosti, infingardi, malandrini e anarchici. I peli sono il nemico numero uno dell’estate…e delle donne. Che fino a quando sei coperta li tolleri e ci convivi, quasi gli vuoi bene perché in fin dei conti quello strato in più durante i mesi invernali fa comodo; ma quando arriva il momento in cui la pelle esce allo scoperto, inizia una guerra feroce dove tu, in ogni caso, ne uscirai sempre sconfitta. Che tu usi lametta, ceretta, caramello, riti vodoo o scotch da pacchi loro, prima o poi, ri-escono sempre. Le strategie adottate sono infinite, degne di una campagna militare in piena regola: c’è chi lotta continuamente, in un attacco costante che si traduce in colpi di lametta ogni volta che mette piede sotto la doccia; c’è chi adotta un atteggiamento subdolo, coltivandoli contando i giorni che mancano alle tanto desiderate ferie e poi lasciandoli estirpare con forza all’estetista di turno dotata di ceretta bollente e mani veloci; c’è chi preferisce avvelenarli con creme velenose e chi ama ricorre alla meccanica masochista delle macchinette-strappa-peli. I quintali di caduti che si riversano negli scarichi delle docce, però, sono peggio dei Gremlins: ne estirpi uno e ne ricrescono almeno 3. Possono passare 48 ore se se la prendono comoda, ma già dopo 24 iniziano a far sentire la loro fastidiosa presenza; e tu ti danni e ricominci a lottare, affinché non spuntino dal nuovo bikini o non rovinino la serata romantica con scomode carezze contropelo cartavetrate. I generali stanno elaborando armi di distruzione di massa definitiva a forma di laser o luci stroboscopiche in grado di eliminarli per sempre…ma chissà se quel per sempre funzionerà per sempre?!?


Illustrazione di Enrica Mannari.

DON’T FIGHT WITH YOUR FUR!!! 😉

Vita da mercante/Elogio dell’itineranza

C’è chi cerca la stabilità una vita intera e c’è chi si sente stabile solo in movimento. Nomadi, itineranti, costantemente in moto, si spostano da una parte all’altra con il proprio mondo dietro. Che poi non è mai un grande mondo appesantito da quintali di cose, ma un piccolo universo leggero, facilmente trasportabile ed essenziale. Il mercante viene dal passato, inventore delle primordiali forme di commercio prima che le botteghe e poi i negozi prendessero il sopravvento, ma ormai fa parte del presente, dove mercati e mercanti sono diffusi ovunque. Un salto indietro che è anche un salto in avanti, perché con l’itineranza del mercante si imparano un sacco di cose

Sono a Ibiza da un mese e mezzo ormai e sto facendo la mercante. Dopo aver avuto un meraviglioso Concept Store in centro a Firenze, dopo i temporary store più leggeri e rapidi, approdare ai mercati mi sembra un’evoluzione, un andare avanti verso uno stile di vita che più si adatta alla me di adesso. Con la meraviglia e gli sbattimenti del caso. C’è la sveglia che suona sempre troppo presto, c’è il movimento fisico del carica e scarica ogni giorno, c’è allestire e disallestire ogni giorno che suona ripetitivo ma non se ogni volta diventa un nuovo spazio, un nuovo “mini negozio” che nasce e muore nel giro di poco tempo e che non è mai uguale a se stesso. Può destabilizzare o può stimolare, dipende da come lo prendi 😉 

La vera cosa bella dei mercati sono le persone, dai vicini di banco che incontri la mattina presto e con cui scambiare parole ancor prima di aver preso il caffè, fino all’ultimo cliente che ti racconta vita, morte e miracoli. Osservare i passanti distratti, le coppie che camminano, interloquire con gli ammiratori, raccontarsi e farsi raccontare, scoprire connessioni vicine e conoscenze comuni con impensabili avventori, segno che il mondo non è poi così grande come sembra (o anche segno che Ibiza fa buca e che da qui ci passano tutti). Ci sono vecchi e giovani mercanti, signore e signori, ma l’età non è un limite, anzi, tutti si confrontano con tutti, i veterani che si prendono cura dei nuovi entrati, che abbiano 20 anni come 60…e vi assicuro che ho conosciuto più “sciure” mercanti in questo mese che giovani. Ci sono i pirati e quelli in regola, quelli con il posto fisso e quelli che sono settimanalmente appesi al filo del “sì, c’è posto” o “no, torna a casa“, quelli che lo fanno per hobby e quelli che lo fanno per buscarsi la vida, così, ingegnandosi, creando, lavorando con le mani e con la creatività portata dal loro essere nomadi, dal viaggiare, spesso solo a bordo di una macchina trasformata in una casa su 4 ruote. 

E quando stai a contatto con queste persone in questi contesti si impara. Si impara la leggerezza e l’essenzialità. Il mercante deve avere tutto, ma non deve essere pesante. Agile e versatile, perché ogni posto in cui si reca ha delle peculiarità che lo spingono ad adattarsi in ogni situazione. Si impara a parlare con tutti, a mescolare le lingue ad ascoltare le storie degli altri mercanti e quelle dei clienti che si incontrano in giro. Si impara a sorridere, ad uscire dal proprio guscio e a fare gruppo, così che ogni mercato diventa una piccola famiglia allargata dove ci si può aiutare gli uni con gli altri (con alcuni, altri fanno i mercanti come se fossero negozianti…chiusi nelle loro pareti fatte di tende). A volte penso che vorrei avere di nuovo uno spazio mio, stabile, dove progettare e condividere; poi immediatamente mi passa la voglia e penso che vorrei muovermi ancora di più. Forse mi serve una stabilità dinamica, che in fondo la vita è movimento. O forse dovrei ricercare la stabilità al di fuori di ogni luogo fisico. Nel frattempo sto dove sono e mi godo l’itineranza del mercante…

Uomini parlanti (sfatiamo il mito dell’uomo muto)

Uomini e donne sono diversi, e su questo penso che nessuno possa obiettare, se non con il fatto che apparteniamo tutti alla stessa specie: animaletti umani. Ho sempre invidiato il pragmatismo maschile, ho esaltato la funzionalità del pensiero binario e anche la tendenza a non sprecare quintali di parole sciorinando interminabili discorsi. Ecco, su quest’ultima convinzione/affermazione temo di dover dissentire, nonostante… “Uno studio dell’Università del Missouri, pubblicato su Child Development, ha analizzato le differenze tra uomini e donne in fatto di confidenze: non ci sono dubbi, gli uomini, per una questione di pratico pragmatismo, non vogliono sprecare tempo sfogandosi.” E’ una gigantesca cazzata. O meglio, è un cliché che non corrisponde più tanto alla realtà; la prova scientifica del maggior utilizzo dell’emisfero sinistro (razionale) e di qualcosa insito del DNA si deve ridimensionare di fronte alla realtà di esseri maschili che parlano più di mia mamma quando telefona ai parenti del sud la domenica mattina (e vi assicuro che mamma parla tantissimo, la domenica poi…).

Gli uomini parlano. Un sacco. Quando parlano delle loro passioni potrebbero starci a ore, quando parlano di calcio non si fermano un secondo, quando parlano di femmine e di conquiste parlano sempre più del dovuto (a volte anche ricamando sopra delle storie al limite del credibile) e anche quando esternano problemi di cuore non si risparmiano. Parlano in situazioni congeniali, ovviamente, non sotto minaccia e nemmeno sotto espressa richiesta acida della fidanzata di turno inalberata per qualche motivo; spesso non rispondono a domanda diretta, ma quando hanno voglia tirano fuori qualsiasi cosa, dai racconti goliardici fino alle paure più nascoste. Perché non è nemmeno vero che gli uomini non si fanno seghe mentali, che non si attorcigliano sui pensieri o che non elaborano sentimenti. Se le fanno eccome, spesso portando alla deriva la mente, vagando in meandri inesplorati che forse non era il caso di esplorare proprio in quel momento, analizzando in maniera fin troppo scientifica certe situazioni che in realtà sono semplici e lineari. Anche il maschio si arrotola sui pensieri, solo che quando si rompe gli basta una birra e quattro cazzate e gli passa tutto. Almeno per un po’…

Lo studio ha infatti proprio portato a galla che la sensazione di disagio che un problema crea, non diminuisce minimamente nell’individuo di sesso maschile dopo averne parlato – alle cavie è stato infatti chiesto esplicitamente di farlo, ma solo le ragazze ne hanno tratto beneficio.” Ed è qui che gli studi crollano: gli uomini non parlano per trovare soluzioni, parlano per esternare, per vagliare possibili soluzioni, ma di certo non per ricevere l’illuminazione di punto in bianco dall’interlocutore di turno (meglio se interlocutrice). Che magari poi arriva, ma non è quello lo scopo della chiacchierata. L’uomo loquace esiste, probabilmente è una razza che sta comparendo in virtù di modificazioni genetiche o solo frutto dell’evoluzione umana in cui finalmente l’uomo (e la donna) hanno capito che tenere le cose dentro non fa benissimo e soprattutto non porta da nessuna parte. Poi si chiude a riccio pure lui, soprattutto se intimato dalla classica domanda/minaccia “Dobbiamo parlare“. Ecco, questo è il modo per tenerli muti ed impauriti in un angolo!

L’uomo parlante esiste e ne ho le prove, viventi, parlanti e con una discreta quantità di paranoie e pensieri. L’uomo parlante si ascolta volentieri, a volte fa ridere, altre volte fa riflettere, in ogni caso c’è sempre un confronto. Altre volte invece parla talmente tanto che gli vorresti mettere un silenziatore, ma in fin dei conti meglio un uomo che parla tanto di uno che non ha niente da dire…  😉

 

Dirty Dancing…30 anni dopo!

La tv nazionale ogni tanto si diverte a spolverare antichi cimeli cinematografici e riproporli con cadenza regolare, certi che uno sguardo nostalgico ricordando i “vecchi tempi” glielo daremo comunque. Perché con certi film il “che palle, lo stanno dando per centounesima volta” viene soppiantato dall’amore per quelle incredibili storie d’amore che tanto ci hanno fatto sognare da ragazzine o da adolescenti e che adesso, nonostante siamo adulte, ciniche e vaccinate, ci fanno lo stesso emozionare. Capita con quel disgraziato di un miliardario in Pretty Woman così come con l’impertinente maestro di danza in perenne divisa nera in Dirty Dancing. Chi di voi ieri sera non ha segretamente invidiato Baby in quel micro-istante in cui…

Ancora un principe che va a salvare una principessa, ancora una mano di un uomo che sfida quella di un altro uomo (il padre severo) e questa volta tu la guardi e pensi: Baby, ma da quel minchia di angolo non ci potevi uscire da sola? Anzi, potevi non fartici mettere ed andare in vacanza con i tuoi amici? Perché insomma, nonostante la semplicissima dinamica degli archetipi emotivi e dei personaggi (sesso, musica, danza, senso di rivalsa, la bruttina sfigata ma intelligente, il bellone impenetrabile ma che penetra volentieri le clienti per soldi, il padre padrone, la sorella invidiosa…manca solo la strega cattiva e siamo a posto), ad un’attenta (e postuma) analisi la storia potrebbe farci cascare le palle.

Estate 1963, in vacanza con mamma e papà a 17 anni (ancora? Ma non si prende la patente a 16 negli Stati Uniti? Eh, e non sapevi prendere la macchina e camminare da sola?). Baby non solo ha un soprannome vergognoso, ma sembra anche una sciura, forse per colpa del tempo passato a studiare snobbano parrucchiere ed estetista in nome della formazione (povera pazza 😉 ). Prima della classe, bruttarella, che si veste alla cieca (ha delle mise allucinanti), però con l’occhio lungo: perché appena entra il figone nella sala da ballo mica guardava per aria! Anzi. Subito a “portare i cocomeri” per entrare nel luogo proibito, dove ballare significa strusciarsi: lì capiamo subito che Baby non è una ragazzina asessuata come la dipingono, ma gli ormoni le saltellano pure a lei tra quei riccioli gonfi. Come abbia fatto il ballerino a fissarsi su di lei è ancora un mistero legato alla fantasia dello sceneggiatore; oppure è il classico i poli opposti si attraggono, o ancora frutto di una scommessa fatta con il portiere di notte del Villaggio Vacanze che l’aveva data 10 a 1 che non avrebbe mai imparato a muovere un passo. E si sa, quando un uomo del genere viene sfidato, deve accettare…ne va del suo orgoglio! 😛

©Globe Photos/LaPresse

Dopo la scommessa la beffa, e la sfiga della povera Penny che rimane incinta (che cattiveria, ma non le potevano far rompere una gamba?) e della cara Baby che guarda un po’ è “l’unica” che può sostituirla nonostante non sia in grado di ballare nemmeno il Ballo del Qua Qua. Ma la magia è proprio quella delle missioni impossibili, della musica che unisce, del ballo che porta fuori dal guscio anche gli anatroccoli profondamente incastrati in se stessi e nelle loro insicurezze. (Stesso concetto ripreso dagli autori di Ballando con le stelle, suppongo). Una coppia improbabile che si va consolidando a passi di mambo, con notevole disappunto del padre, che ha perso la figlia intelligente per uno scapestrato senza soldi (e dopotutto quale genitore vorrebbe un disperato in famiglia?…povero Jhonny); ma lei non ha nessuna intenzione di tornare indietro: una volta assaggiato il puparuolo…tutta vita!

E mentre tutto sembra rose&balli arriva l’ennesimo imprevisto: la cacciata del ladrone! Dopotutto uno così non poteva essere un lavoratore onesto, quindi via, non prima dell’ennesimo tristissimo tentativo di ribellione con il padre della “ragazzina innocente”. I meccanismi che hanno riportato alla luce la verità sul portafoglio rubato si possono etichettare  rapidamente sotto la voce “botta di culo a caso“, ma la cosa importante è che alla fine quel maledetto ritorna a testa alta, lei finalmente esce da quell’angolo e riesce a completare decentemente una coreografia; e tutti vissero felici e contenti. Con la benedizione del padre, del figlio e del direttore del Villaggio. Il bene trionfa sul male, la personalità vince sulle maschere, mai arrendersi che prima o poi tutto è possibile, la musica spacca e i ballerini, come al solito, trombano più dei camerieri! Amen e Fine. 

Potremmo svalutarlo all’infinito, etichettarlo come film “improbabile e poco realistico” frutto di uno sceneggiatore decisamente fantasioso. E invece no, questo filmino di 30 anni fa (sì signore e signore, potete sentirvi vecchi), con i suoi stereotipi e con la magia tipica delle storie magiche, ci fa ancora sognare…che lo sceneggiatore della nostra di vita un giorno ci faccia cascare dal cielo un Giovanni Castello per fare almeno un paio di giri di ballo! 😉

Ed una sola domanda rimarrà irrisolta: ma la mamma di Baby…cosa ha fatto in tutto il film?!?

Non è finita fino a che non è finita (ma prima o poi finisce)

La verità è che, prima di fare questa ennesima fuga su un’isola (no, non sono a Ibiza, sono a Maiorca, tanto per valutare altri luoghi), avevo scritto un post di saluto al 2016: è stato un anno importante, pieno, impegnativo, destabilizzante, sfiancante ma anche illuminante e carico di soddisfazioni e quindi lo volevo salutare, così…in fin dei conti Saturno si è levato di torno, e me ne sono accorta, nel bene e nel male. Mi ero messa George Michael di sottofondo (sono nostalgica e figlia di quegli anni lì, che ci possono fare), il foglio nella macchina da scrivere, inginocchiata al tavolino davanti la finestra guardando il mare piatto in lontananza…in pigiama, con la stufa a gas da una parte e la tisana drenante dall’altra. Era tutto pronto e programmato, non avrei dovuto rimettere mano al post e mi sarei dovuta godere la vacanza. E stava filando tutto liscio…
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Poi oggi, scorrendo le foto su instagram, ho appreso la notizia della scomparsa decisamente prematura di una persona non troppo lontana da me, anzi, molto presente nei miei primi anni a Firenze; non era un amico, gli amici con la A maiuscola sono sempre meno, ma uno del “giro” e a quei tempi eravamo sempre gli stessi e ci conoscevamo un po’ tutti; scambi di battute, serate, belle vibrazioni e anche qualche discussione. Ecco, questa notizia mi ha scosso. La morte, in genere, mi scuote (sì, lo so che bisogna imparare a “lasciare andare”, ma al momento non mi sento molto ferrata sull’argomento). E questo 2016 di persone ne ha portate via parecchie, più o meno famose, più o meno vecchie, più o meno innocenti, più o meno vicine. “Ricordati che devi morire“, ripeteva l’omino in “Non ci resta che piangere“; e non ti preoccupare quest’anno me lo sono ricordato fino all’ultimo. Mi ha ricordato, la stronza, che su questa terra siamo volatili, dotati di data di scadenza, che siamo a tempo determinato (non si sa bene da chi) e soprattutto che…

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Ecco perché è bene non sprecare tempo, non rimandare, non nascondere sentimenti e intenti, non reprimere desideri, non lasciare che le cose vadano perché vanno (o non vanno, ma tanto “ormai” le facciamo andare), non fare programmi a lunghissima scadenza che non si sa mai, non tenere quel messaggio nel telefono aspettando il momento giusto, non far scorrere la vita senza vivere davvero, perché il domani è veramente rapido e a sparire dalla faccia della Terra nella forma e nel modo in cui siamo adesso ci vuole veramente un secondo. Retorica? No, realtà. Concetti scontati? Certo, talmente scontati che a volte ci arrotoliamo dentro a futili paranoie perdendoci quel che accade fuori dal nostro cervello. Ed è orribile che a ricordarci la vita sia sempre la morte, ma dopotutto non sono facce della stessa medaglia?

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Lo so, qualcuno si starà toccando le palle, chi non le possiede si starà attaccando al ferro, al corno rosso o al ferro di cavallo; non voleva essere una gufata la mia, ma solo una riflessione e l’AUGURIO, a me e a voi, di riuscire davvero a vivere a pieno il presente, il famoso QUI&ORA di cui tanti parlano ma che è spesso scavalcato da una presuntuosa proiezione verso il futuro. Che il 2017 sia l’anno del PRESENTE, del FARE e del muovere il culo (per davvero)! Cin cin… 😉

E come si dice…”buona fine e buon inizio“!!!

Essere single costa!

Single è bello, single è uno stile di vita, single è non dover pensare per due, single è libertà, single è un paradiso. Ma come tutte le cose belle ha un maledetto rovescio della medaglia: essere single costa. Non sto parlando di sacrifici sentimentali, di solitudine emotiva o del prezzo sociale da pagare (che ancora la domanda che viene fatta più spesso ai single è “Quand’è che ti fidanzi?“, e tu alzi gli occhi al cielo pensando che se l’avessi saputo avresti fatto l’indovina e avresti potuto mettere una data di scadenza a questa situazione sentimentale economicamente provante). Essere single costa nel senso banalmente economico del termine. 

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Lo so, sono una persona orribile, ma in queste settimane, ritrovandovi in banalissime situazioni quotidiane, mi è capitato più volte di pensare al fatto che avere un fidanzato è un vantaggio…economico!!! (Il prezzo morale da pagare per questo a volte può essere può alto del valore economico reale, ma almeno per qualche periodo potrebbe essere un buon investimento 😉 ) Il mondo contemporaneo sembra accettare i single ed appoggiare il loro status, offrendo loro qualunque cosa, invece che nel comodissimo e conveniente “formato famiglia“, in un delizioso e caro “mono-porzione. Già, perché se siete in 5 in casa, meglio se sposati regolarmente e con almeno 3 figli, va tutto bene e vi facciamo lo sconto, mentre te, stronzo/a che vivi da sola nel tuo mono-locale te lo facciamo pagare di più. La mono-porzione c’è, ma costa il doppio! Meno quantità, prezzo maggiore: ma ti pare? Cornuti e mazziati, come direbbero dalle mie parti terrone. Single e Sbeffeggiati dai super-market. Ma non solo da quelli. Ci avete mai pensato che…

I monolocali costano sempre tantissimo. A volte più di un appartamento con tre stanze. (Roba che converrebbe prendere quello gigante e poi offrire le stanze libere agli avventori)

-Negli alberghi la stanza singola, in proporzione, costa più della doppia. (Eppure uno da solo occupa meno spazio, consuma meno luce, meno acqua e anche meno boccette di bagnoschiuma, ad esempio)

Quando ordini il cibo da portare a casa devi ordinare per 2, comunque, perché c’è il minimo di consegna e di solito con un piatto solo non lo raggiungi mai. E le spese di spedizione le paghi tutte tu.

Al ristorante i tavoli sono sempre PER DUE. L’opzione mono-posto è contemplata solo in pochissimi posti. Solitamente al banco (almeno lì si può importunare il cameriere di turno).

I mini-appartamenti delle vacanze sono sempre per due. Certo, te lo puoi prendere anche da solo/a, ma il prezzo non è che te lo scontano perché sei single. Quello è e quello rimane.

Il formato convenienza di alcuni prodotti ai single non conviene, che poi va a finire che scadono prima ancora di avere il tempo di consumarli.

La lavatrice non è da single. Sai quanta roba devi sporcare prima di farle fare un giro a pieno carico? (si potrebbero ammonticchiare abiti per settimane, ritrovandosi così un bel giorno senza mutande nel cassetto)

-Pare che i single siano anche i più tassati«La tendenza a colpire di più i single si manifesta da qualche anno, ma è la prima volta che finiscono così pesantemente nel mirino del fisco. A conti fatti, i single pagheranno almeno il doppio delle tasse rispetto a chi ha famiglia». L’analisi rassicurante si conclude con questa lieta previsione: i single sono penalizzati e rappresentano una categoria “border line” esposta cioè agli effetti a catena della crisi economica. PUPPA! Poi le famiglie avranno anche altre spese, ma insomma, già i single hanno le loro carenze emotive, se poi gli vogliamo anche prosciugare il conto in banca…fate voi.

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Allora lo vedi che non era solo una mia impressione? Sbandierano gli stendardi del #singlepride, ma alla fine fanno in modo che tutti, anche i single per scelta propria, desiderino avere una famiglia. Per amore, certo, ma pure per abbattere i costi!!!

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…Anche se spesso il prezzo da pagare può essere alto 😉

Avventure

#diarioibizenco #morgattaenibiza

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Da piccola avevo la passione per le “avventure: che fosse l’addentrarsi in un bosco oscuro senza il permesso dei genitori e facendo finta di essere inseguita da qualche cattivo (poi scoperto essere un boschetto anni a seguire) o l’esplorazione di ospedali e case abbandonate, il bisogno di lanciarsi in scoperte più o meno pericolose ha sempre fatto parte di me. Con l’età le avventure sono diminuite, soppiantate dallo studio, dal lavoro e dalle menate quotidiane che ti fanno giocare sempre meno, concentrata fino al midollo su quella che ti fanno credere debba essere la “vita” di un adulto medio occidentale. Fino a quando ho messo piede su quest’Isola quest’anno. Conoscendo le zone “note” molto bene (dopo 11 anni di pellegrinaggi vorrei anche vedere) e vivendo in mezzo alle montagne del nord, circondata dalla natura selvaggia, ho riscoperto e dato sfogo alla mia vena da avventuriera: voglia di conoscere, di perdermi, di esplorare le colline, di vagare in cerca di spiagge sperdute, di trovarmi in posti meravigliosi dopo aver faticato per scalare una collina di sabbia. Puntare una zona sulla mappa, ricercare un paio di informazioni veloci e partire, senza pensarci troppo, alla ricerca di quel posto preciso, godendosi il percorso, i momenti di incertezza, gli errori sul cammino, le scivolate sugli sterrati pieni di sassi, le viste mozzafiato su strapiombi vista mare di roccia sottilissima (quelli che se il terreno cede caschi e non ci sei più), l’incontro con indigeni vestiti di sorrisi (e nient’altro), infilandosi in vecchie torri diroccate e fantasticando su riti magici alla vista di focolai appena spenti. Bastano equipaggiamento leggero, occhi aperti per cogliere la bellezza e orecchie tese per ascoltare il silenzio di certe stradine dove, anche in pieno agosto a Ibiza, non trovi nessuno (amo il contatto con la gente, ma non con le orde indiscriminate di turisti e riuscire a ritagliarsi angoli solitari ogni tanto fa bene). Questa, per me, è magia. Ed il modo migliore per entrare in contatto con i luoghi: esplorandoli perdendosi. Perché in fin dei conti perdersi nella natura serve anche ritrovarsi.

Ecco alcuni posti dove mi sono AVVENTURATA (chiaramente non vi dico dove sono, chi vuole arrivare a certi luoghi li deve anche cercare) 😉

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Convivenza

#diarioibizenco #morgattaenibiza

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La convivenza è quella situazione sociale che evito da tempo. Passati gli anni d’oro in compagnia con le mie amiche/socie/sorelle e levata quella settimana di vacanza all’anno in cui ti ritrovi per puro caso a condividere un appartamento con altre 3/4 persone al massimo, non ho avuto altre occasioni di convivenze. Volontariamente. Ho passato anni in solitaria, accompagnata solo dai miei morbidi, fedeli ed accomodanti esseri pelosi fatti a forma di gatto. Nove anni in cui mi sono abituata a condividere lo spazio con me, io, me stessa, l’altra me…insomma, con tutte le mie estensioni del caso. Ed improvvisamente eccomi a Ibiza negli ultimi tre mesi a convivere con diversi esseri umani: amiche di una vita, parenti appena conosciuti, perfetti sconosciuti che sono diventati famiglia nel giro di poco tempo. La paura di dare segni di intolleranza per via della circolazione continua di gente intorno ha lasciato il posto ad una piacevole sensazione di condivisione alla quale mi sono presto abituata. Ti abitui al buongiorno, ai sorrisi, alle cazzate dette di prima mattina, alla musica che accompagna le giornate, ai pranzi sotto al portico, a lavorare in compagnia, a dividersi i compiti, alla non perfezione dell’ordine supremo casalingo, a chi cucina al tuo posto tutti i santi giorni, pranzo e cena (grazie Tore e grazie Chica, siete stati come la mia mamma), allo specchio del bagno costantemente inondato di gocce (perché gli uomini quando si lavano la faccia sembrano cagnolini a pelo lungo che si scuotono) e anche a quella stramaledetta tazza che rimane alzata (il magico potere dell’isola è arrivato anche a non farmi sclerare per questioni che non possono avere soluzioni). Ti abitui alle coccole gratuite, a parlare di UFI mentre ti impalli a guardare le stelle raggomitolata sul divano, agli aperitivi improvvisati, alle porte sempre aperte, a condividere una stanza-cuccia in tre, a parlare piano quando gli altri dormono, ad avere sempre persone intorno e riuscire comunque ad isolarsi gentilmente, a fare le ore piccole seduti al tavolino raccontandosi aneddoti, a fare niente tutti insieme. Mi sono abituata alla non solitudine. E credo di aver scoperto il mistero segreto per la convivenza felice in gruppo (che in coppia non penso ancora di potercela fare): rispetto! Ed una casa con uno sfogo esterno importante 😉

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Superare paure e limiti mentali dà un sacco di soddisfazione. Non solo ce l’ho fatta a non uccidere nessuno, ma ho il vago sospetto che tutto ciò mi mancherà. Parecchio.

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Quei sassi colorati nel nulla…

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C’è una cosa che non puoi fare a meno di notare quando ti perdi guidando per le strade ibizenche (ah, e se non ti perdi a guidare tra i campi ti stai perdendo metà della bellezza di quest’isola): sassi colorati disseminati in qua e là. Grandi, piccoli, rosa, bianchi, blu elettrici, a terra, issati sulle collinette, singoli, accoppiati o impilati sfidando la gravità uno sull’altro. Sembrano segnali di una vecchia caccia al tesoro o indicazioni segrete di luoghi segreti o preziosissime feste nascoste. E invece no. Numeri civici senza numeri. Indicazioni stradali senza nome della via. Antiche usanze che rimangono ancora in uso, perché le strade di campo non sempre possiedono nome&cognome, tanto meno numeri. Esiste il nome della strada principale, esiste il numero del km ed esistono sassi colorati ancora usati come punti cromatici di riferimento per le indicazioni. Utili o inutili, a me queste macchie innaturali di colore tra le vie nascoste mi mettono allegria (e mi fanno venire voglia ogni volta di andare a vedere dove portano certe stradine). 😉 Se poi ci sono strani simboli disegnati sopraFullSizeRender-1

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