La festa dei single: dalle caverne a Tinder!

Nei tempi dei tempi, all’origine della specie umana, i single non erano una categoria contemplata. Dai dipinti rupestri ci arrivano scene di caccia, orde di bufali che si rincorrono, uomini&donne che si adescano a suon di clavate e grandi festini di amore libero e condiviso. Forse non esisteva nemmeno l’idea di coppia, ma una grande famiglia allargata e senza confini. In tutti i sensi. Poi l’uomo ha sentito la necessità di sistemarsi in comunità organizzate, sono nati i primi villaggi, le capanne erano separate e, se in un principio le donne erano comunque un bene “comune“, con il passare del tempo i legami sono diventati esclusivi…insomma, più o meno!!! Fino a quando c’erano i matrimoni combinati a tavolino ed i promessi sposi, di single nemmeno l’ombra. O meglio, qualche ombra c’era: quelli s-coppiati finivano per fare i preti, i monaci o i pazzi del villaggio.

Eugene De Blaas

In seguito le cose hanno preso una piega diversa, il gioco ha cominciato a farsi vagamente serio per cui le donne andavano conquistate (sì, ancora in maniera mono-direzionale dove era la donna a far finta di fare la preda). Qui vinceva chi era in grado di corteggiare l’amata e strapparle il cuore, dapprima con imprese più o meno eroiche (tornei in cui si faceva a gara a chi aveva la lancia più lunga o caccia al dragone più grosso…sì, questa cosa delle dimensioni è sempre esistita), poi con l’amore intellettuale e romantico sviolinato a suon di componimenti poetici e serenate al chiaro di luna. Lacrime e sospiri durante il Romanticismo hanno lasciato il posto ad una versione vittoriana dove la dimensione carnale e un po’ maiala era segreta ma presente. In questa gara alla conquista i single a volte se la giocavano, a volte si accoppiavano in maniera poco interessata tra di loro, spesso finendo con la sorella zitella di quella bona con cui si era fidanzato il miglior amico. Già, perché ai tempi ci si spalleggiava e quelli soli non venivano mai lasciati soli, ma cercavano di essere tirati in mezzo a situazioni sociali dove potevano avere la possibilità di conoscere qualche dama e porre fine alla loro “condizione“. Come siamo passati dai salotti per i single di retaggio ottocentesco a Tinder non mi è ben chiaro. O_o

In mezzo ci sono state le feste in casa, i matrimoni ai quali mettere allo stesso tavolo i non accoppiati nel tentativo di far nascere amori insospettabili, fino alle cene organizzate solo per gente sola. Ma non finisce lì: dalle cene alle feste fino alle crociere per single, gabbie chiuse dove concentrare esseri umani disponibili, se ne sono viste di tutti i colori; comprese quelle serate tristissime in discoteca dove ti appiccicavano il numero sul petto per farti ricevere messaggi da possibili interessati (oh, mi avessero mai mandato mezzo messaggio!). Qualunque occasione creata ad hoc per riunire i single nella stessa gabbia mi ha sempre generato una vaga sensazione di tristezza. Ecco perché quando la festa si è spostata dal mondo fisico a quello virtuale tramite siti di incontri prima e app successivamente, sempre una gran tristezza mi ha fatto…

Dopotutto è così: i tempi cambiano, le tecnologie evolvono, lo stile di vita varia, l’ansia da prestazione è alle stelle, passiamo più tempo dentro al telefono che dentro ad un bar e quindi le occasioni di incontro diminuiscono drasticamente. Oltre al fatto di non avere più tempo! (questa è la grossa balla del millennio, la scusa migliore che la società potesse offrirci per non fare un sacco di cose). Nelle grandi città poi…”Tutti hanno Tinder“! Che vuoi, la distanza, il lavoro, i ritmi frenetici, come ti fai ad incontrare? A volte penso che basti alzare la testa e guardarsi intorno anche solo prendendo la metro, sbattere nel carrello di fronte al supermercato o iniziare a parlare con il compagno di boxe in palestra. Un approccio decisamente vintage ed impegnativo in confronto alla possibilità di sfogliare il catalogo di postalmarket comodamente svaccata sul divano o seduta sul cesso a qualunque ora del giorno e della notte. L’App da 60 milioni di utenti (!!!) esiste dal 2012. Amiche e amici la usano da tempo, qualcuna ci ha trovato fidanzato, un’altra addirittura il padre di sua figlia. Le mie amiche me la consigliano dal 2016 (perché mi vogliono bene). La MIA amica mi ha aperto un profilo un mese fa. E da lì ho iniziato il mio osservatorio sociale: sono andata alla festa per single virtuale!

Scetticismo, cinismo e completa assenza di aspettative (oltre al sentirmi fuori luogo e anche un po’ idiota) sono stati il mio mood di accompagnamento in questo mese durante il quale ho sfogliato l’album di figurine degli omini registrati sulla app in un raggio di km abbastanza circoscritto (vivo su un’isola al momento)! La situazione è tragicomica! Se uno dovesse effettuare la propria scelta solo dalle foto saremmo nel gatto: si parte da quelle sfuocate nelle quali non si vede assolutamente niente (voglio dire, cosa ce la metti a fare?), alle foto di tramonti e paesaggi (sì, ma te che faccia hai?), alle foto di uomini con una maschera in faccia (ma davvero?!?), alle foto di quotes o meme stupidi trovate in rete (se poi sotto mi scrivi una frase a caso di Oscar Wilde abbiamo completato il trittico della banalità-avanti il prossimo!). Chi ha il coraggio di metterci la faccia ci mette un autoscatto fatto malissimo nel quale il volto è distorto in una smorfia degna di un film horror, o un bel selfie al cesso o foto di qualche decennio addietro. Tattiche, dice! Gli uomini si fanno scatti allo specchio degli addominali almeno quanti se ne fanno le donne al culo ed un altro classico intramontabile è la foto del pacco avvolto da slip o costume bianco (costume bianco? Ancora?!?). Qualche giorno fa ho visto anche un pisello nudo (ma sono ammessi?). Inutili foto di spalle vanno di pari passo con quelle con la moto e con il cane. Il 90% hanno un cucciolo e lo mostrano con fierezza (io, per scelta, preferisco chi ha foto di felini, una nicchia che riduce notevolmente il mio bacino di utenza, maledetta gattara)! In generale l’immagine fotografica è scadente e non invitante, un errore di marketing e comunicazione in piena regola: voglio dire, il gioco inizia lì, ti vuoi curare un attimo l’estetica?!? Ho passato diverse ore a sfogliare profili e correggere mentalmente gli errori, deformazione professionale, oltre a farmi grosse e grasse risate. Forse potrei propormi come consulente di Personal Branding per App di Incontri…magari svolto! 😛

E le foto sono solo l’inizio. Anche sul copywriting ci sarebbe da rimettere mano. Le mini descrizioni meriterebbero un articolo a parte; dal “sono un ragazzo normale” (che mi fa paura) ai filosofi moderni che sparano perle di saggezza e banalità copiate dai Baci Perugina; chi cerca di fare il brillante e chi invece è antipatico fin dall’inizio con “astenersi rompipalle, nane e fashion bloggers” (davvero? Ma chi te lo mette il cuoricino a te!). Gente che mette subito in chiaro le cose “I’m here for sex and no complication” o “Coppia in vacanza cerca ragazza per triangolo senza impegno. Abbiamo un debole per le tettone” o ancora “Sono sposato, voglio solo distrarmi. Se la cosa ti disturba gira a sinistra*” *sinistra=no like. Chi non ha voglia di condividere troppe informazioni si limita a mettere altezza (???) e segno zodiacale (ho scoperto essere un dettaglio fondamentale). E sul segno zodiacale è nata la prima conversazione con un tipo discreto, istruttore di yoga francese che vive a Ibiza, il primo con il quale ho “matchato“. Convenevoli formali e di circostanza, niente di brillante ma nemmeno noiosi, fino a quando mi chiede il segno zodiacale:

-“Toro

-“Ah…io sono Vergine. Toro e Vergine non vanno d’accordo” (ma davvero? Manco mi chiedi l’asecendente? Principiante!)

Fine della conversazione, fine della conoscenza! O_o

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Il bello del digitale è che da dietro lo schermo te la cavi con poco. Una cazzata, una scusa banale, levare il like e nel giro di un secondo concludi le comunicazioni senza dover dare troppe spiegazioni. Forse parte del successo di questa app è proprio la facilità apparente con la quale ci si connette e disconnette in tempi rapidi. Senza implicazioni. Senza metterci la faccia. Senza nemmeno metterci troppo impegno. Puoi chattare per ore senza mai fissare un appuntamento (o disdirlo all’ultimo minuto con un “mi sono addormentato sul divano”) o scambiarti quattro battute prima di “Vieni nel mio albergo e ci divertiamo un po?” (minchia, ma un po’ di galanteria e preliminari verbali no? Ho conosciuto camionisti più romantici e delicati). Tutto molto facile. E veloce. Nel male ma anche nel bene. In questi 30 giorni di prova ho incontrato fuori dalla App due persone, il Diavolo e l’Acqua Santa, due esseri umani agli antipodi. Uno che vive sull’isola, l’altro in vacanza da solo in cerca di compagnia senza implicazioni. Con entrambi gli scambi sono stati brillanti e non pallosi, nessuno dei due mi ha offerto massaggi in camere d’albergo e tra il dire ed il vedersi dal vivo è passato molto poco tempo. Come quando incontri uno al bar, ti scambi il numero e poi ci esci a prendere una birra. Sembra quasi normale, se non fosse che ti sei conosciuto dentro ad un telefono…lo so, sono retrò, ma questa cosa ancora non mi suona. Eppure ai tempi della tecnologia vale tutto e anche l’amore può arrivare da dietro ad uno schermo. Al momento non ho trovato nessun amore, ma ho avuto modo di conoscere due persone piacevoli che molto probabilmente non avrei mai incrociato sulla mia strada reale. O forse sì…magari in un altro luogo, magari in un altro momento. Forse Tinder è solo un altro luogo dove poter fare conoscenze, forse Tinder è il nuovo bar! Solo che stai a testa bassa a sfogliare un album di figurine dalle pagine infinite…e magari ti perdi quello buono che sta prendendo il caffè al tavolo accanto 😉

…insomma, a me le feste per single (reali o virtuali) mi fanno un po’ sfigato! 😛 Voi che dite?

L’importanza di diffondere (i messaggi positivi non sono mai abbastanza)

E’ da un po’ che non faccio un po’ di sana polemica (sarà colpa della vecchiaia?). Oggi mi sembra il giorno perfetto per evitare ridondanti retoriche femminili e puntare l’attenzione su tematiche universali, spostando la riflessione dall’universo donna all’universo essere umano, quello complesso e contraddittorio, quello strano e brontolone, quello tutto pace&amore però vaffanculo-stai-nel-tuo. Quelli lì, noi umani.

Siamo nell’epoca della condivisione esasperata, degli influencer macro, micro e pure nano, dell’opinionismo spinto in qualsiasi luogo e della motivazione come stile di vita (tant’è che ci sono in giro più “coach” che idraulici). E fin qui andrebbe anche tutto bene: si condividono messaggi, si danno opinioni, si cerca di motivare il prossimo parole di incoraggiamento positivo e attirare l’attenzione della propria cerchia (più o meno grande) su argomenti più o meno importanti, sensibilizzando gli animi e solleticando le menti su svariati temi, dalla cultura generale all’ultima sfilata.

Ecco, io sono convinta che di certi argomenti più se ne parla meglio, meglio è. Le campagne di sensibilizzazione, di comunicazione, di informazione hanno lo scopo di diffondere un messaggio, facendolo arrivare a quante più persone è possibile! Il web, la rete ed i social in questo aiutano molto, permettendo di parlare, condividere e innescare un passaparola rapido e a macchia d’olio. Questo è il lato positivo del fare rete, delle connessioni veloci che non passano dai canali istituzionali, del creare sinergie che si muovono nella stessa direzione verso un obiettivo comune. Bene, se l’obiettivo è comune e la visione unita di certe cose più se ne parla, in maniera corretta e dando informazioni giuste, meglio è! Non importa chi arriva prima, non importa mettere bandierine di proprietà intellettuale su argomenti di attualità. Non importa. Importa parlarne, ognuno con il proprio tono di voce, ognuno con i propri mezzi e la propria onestà. I messaggi positivi vanno diffusi. E finché le informazioni girano c’è speranza. Un tempo bisognava muovere il culo, leggere, frequentare caffè letterari, circoli e scendere fisicamente in raduni dove scambiarsi opinioni ed informazioni: adesso possiamo fare tutto comodamente sdraiati sul divano di casa (ogni tanto sarebbe bene anche uscire, ma prendiamo il lato positivo delle cose). Visto che è così facile, facciamolo! O no?

Buon fine settimana 😉

 

Valore/Valori

La saggezza popolare di un tempo invitava caldamente al non lodarsi eccessivamente, pena finire bolliti nella pentola insieme al gallo che se l’era tirata troppo. Ecco, tra il gallo che spavoneggia nel pollaio e lo struzzo che va a mettere la testa sotto la terra c’è una bestia rara e consapevole che sa riconoscere il proprio valore personale senza aspettare che siano sempre gli altri a dirgli quanto è stato bravo o quanto è bello!

Diciamoci la verità: essere riconosciuti, apprezzati e ricevere parole di ammirazione e complimenti dall’esterno fa sempre piacere; sono quei piccoli attimi in cui saltelliamo felici perché qualcuno ha riconosciuto il nostro valore, meglio se a voce alta! E indubbiamente tutto ciò fa bene all’Autostima, al fratello Ego e alla sorella Anima. Questi sono dolcetti che la vita ci regala ogni tanto, ma il cibo per andare avanti tutti i santi giorni ce lo dobbiamo procurare da soli. Non aspettiamoci cioccolatini sempre…

Se il nostro valore non ce lo riconosciamo da soli, il giorno che dall’esterno non arriva niente ci sentiamo persi, inutili, incazzati con chi non si accorge di quanto siamo belli/bravi/buoni oppure stronzi. E la fiducia (in noi) crolla. Cominciano le seghe mentali, l’autocritica, il compiangersi ed il lamentarsi: l’auto-affossamento!

Senza imbrodarsi in maniera esagerata, ma due complimenti, una vecchia pacca sulla spalla, un abbraccio virtuale ed una coccola allo specchio ricordiamoci di farceli. DA SOLI! Un atteggiamento attivo e consapevole è meglio dell’attesa speranzosa, no?

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*La frase verace e toscana, con lo stesso significato ma con modi più forti, era “Se non ti fai due seghe da solo non te lo ciuccia nessuno”. Insomma, ci siamo capiti lo stesso! Buon venerdì…

Schiacciati dal PROBLEMA

Artisti delle ansie, artigiani sapienti del forgiare paranoie con le proprie mani, esperti di seghe mentali inutili ed abili creatori di problemi: ah, che meraviglia gli esseri umani! Leggevo qualche giorno fa un articolo che indicava “ansia&stress” come le malattie del nostro tempo, insieme naturalmente alla simpatica depressione che sta invalidando metà della popolazione appartenente a qualunque classe sociale e di qualunque età anagrafica. Un quadretto non proprio roseo, se poi ci aggiungiamo anche che questi simpatici stati emotivi poi prendono vita nel corpo sotto forma di acciacchi, fastidi, malattie vere e proprie, patologie momentanee o addirittura croniche (altro che psicosomatica, qui consiglierei nuovamente la lettura di “Malattia e Destino” per dare una chiarificata alla situazione), il tutto diventa decisamente preoccupante. A questo punto potrei trasformarmi nella paladina arcobaleno della positività dicendo che in fondo la vita è meravigliosa e che non esistono problemi insormontabili…ma credo che sia un approccio più onesto dirvi che la vita così come la conosciamo è UNA, che certi problemi e certe menate quotidiane fanno parte della sceneggiatura, ma che trasformare volontariamente ogni cazzata in un problema gigantesco ed insormontabile fonte infinita di stress è un po’ come tirarsi una martellata sul mignolo del piede destro da soli: insensato (a meno che non siamo masochisti e fortemente attirati dal dolore, in questo caso via libera a tutti i martelli del mondo)! 😉

La parola problema è da ricondursi al greco próblēma = sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo, che arriva dal verbo probállō = mettere davanti, che deriva, a sua volta dall’unione di pro = innanzi + bállo = mettere, gettare. Quindi problema significa letteralmente ostacolo, impedimento, situazione difficile da superare o risolvere. Qualcosa però che si “mette davanti” ad ostacolare: a volte il problemino lo troviamo lì, piazzato da qualcuno o qualcosa, altre volte siamo noi a mettercelo davanti da soli. In entrambi i casi il problema è sì un ostacolo, ma un ostacolo altamente soggettivo! Quello che per alcuni non è assolutamente un problema (tipo fare almeno due pasti al giorno), per altri invece lo è. Soggettivo, quindi, e strettamente collegato al valore che gli diamo. Se a me del cibo importa poco il non averne tanto non sarà assolutamente un problema, ma andate a dirlo al leone della savana che non ci sono più animaletti per il suo pranzo della domenica…La logica del problema è che fino a quando diamo un valore a questo ostacolo il problema è reale e presente (anche se frutto della mente), ma quando il valore si leva, il problema magicamente cessa di esistere. Visto in questa ottica il tutto dovrebbe essere rassicurante perché ogni problema è passeggero, nel senso che prima o poi finirà, destinato a sparire perché nessuno problema è irrisolvibile ed eterno. Dall’altro lato, però, si capisce anche che i problemi sono strettamente legati alla mente e sappiamo bene che quando il cervello si vuole piantare su certi argomenti è bravissimo a rimanerci impigliato anche per molto tempo.

Questo spiega in parte il perché una grande fetta dell’umanità sente il bisogno di trasformare ogni cosa in un problema o di crearseli anche quando non esistono: sono semplicemente ingrippati in meccanismi mentali!!! Ci sono impedimenti abbastanza chiari e ci sono invece cose che vengono ingigantite a piacimento, trasformate in piccole tragedie quotidiane, vissute come se fossero gravi condizioni dalle quali uscire sarà complicato. Sì, a volte l’essere umano non sa come riempire il tempo e giocare al risolutore di problemi creati ad arte è un modo per distarsi (ma andare al cinema o trovarsi un hobby no, eh?!?); altre volte semplicemente si tratta di creare problemi uno dietro l’altro perché questo ci dà la possibilità di riscattarci da una posizione di immobilità e dalla sensazione di pochezza. Insomma, c’è stato addirittura un periodo storico in cui più eri problematico più eri figo. Io direi che è ora di invertire la tendenza e di smettere di rovinarsi la vita costruendo storie che non esistono o montando cazzate come la panna: tanto il gelato in fondo non si vince!

Non è un’operazione semplice e a volte siamo talmente sopraffatti da non riuscire a vedere le cose con lucidità, ma la coscienza dovrebbe sempre stare in allerta perché al momento in cui scatta il problema, bisognerebbe estraniarsi mentalmente dalla situazione e pensare a voce alta che “E’ tutto nella mia testa! Gli sto dando importanza: perché gli sto dando così tanta importanza? Qual è la vera ragione di tutto ciò? Perché mi sto facendo questa grande sega mentale in solitaria“. Ecco, fare il metaforico passo fuori da se stessi in questi momenti è utile per ragionare in maniera distaccata e senza condizionamenti, ricollocando le cose al proprio posto senza che assumano dimensioni enormi. E’ difficile, ma vedere le situazioni da più prospettive aiuta a separare quello che è prioritario da quello che non lo è, oltre al fatto di pensare a come risolvere in maniera pratica ed attiva i problemi importanti. Alcuni, molto spesso, non arrivano nemmeno direttamente da noi, ma da persone esterne che ci convincono che abbiamo un problema: questi soggetti sono una minaccia, sappiatelo! (e sappiateli riconoscere e mettere a tacere, consci del fatto che…

Il tuo problema non è necessariamente un mio problema!

In fin dei conti la vita è meravigliosa ed è UNA sola, le menate prima o poi arrivano, sarà davvero utile trasformare briciole in baguette?!? (e la baguette dopo non vi dico dove va a finire…ops ;) ) Voglio outing: quanti problemi vi fate? Parliamone…nel frattempo cerchiamo di passare un Natale senza crearsi troppi “problemi“!

Cazzate! (Ridimensioniamo l’errore)

Errare è umano, perseverare sarà diabolico ma anche un po’ da stronzi, eppure chi è che non ha commesso mai sbagli nel corso della sua vita? E’ dai ieri che rifletto su quanto ci fanno pesare l’ERRORE fin da piccoli e su quanto più ce lo fanno pesare e più probabilità ci sono di farne altri sempre più grossi. No, ieri nello specifico non mi sembra di aver fatto grossi danni, ma qualche giorno fa ho iniziato a leggere il libro “Dis-ordinary Family” e tra le prime righe mi è saltata all’occhio questa frase…

Ieri, invece, mia sorella è tornata a casa post-colloquio con le nuove maestre di mia nipote (la nana ha 8 anni e ha cambiato scuola quest’anno perché in quella dove ha fatto prima e seconda elementare ha passato dei brutti momenti tra compagne bulle e maestre aggressive), che le hanno detto cose molto belle ed incoraggianti, ma soprattutto hanno notato da subito che le bimba, quando sbagliava un compito, tendeva a cancellare con penna pesante e tratto folle il suo errore incredibile; gesto probabilmente ereditato delle vecchie maestre (di merda…ops) che non ammettevano l’errore e che tendevano a colpevolizzarla per le sue GRAVI mancanze (ora, in seconda elementare, possiamo distruggere ‘sti poveri figlioli perché sbagliano un S con una Z? Io questa cosa la vedo fare costantemente da adulti sui social network…ma andiamo oltre). Non voglio parlare di bambini né tanto meno di scuole di cuccioli di uomo, ma credo che un tot di paranoie dovute alla paura di sbagliare arrivano proprio da lì e spesso ce le portiamo avanti per tutta la vita, fino a quando qualcuno o qualcosa fa scattare nella nostra testa il meccanismo che ci fa passare dalla tragedia del “Cazzo, ho sbagliato, sono un fallito/a!!!” alla consapevolezza del “Ok, ho sbagliato! Provo a rimediare o al massimo imparo.

Facile a dirsi, un po’ meno da mettere in pratica, perché colpevolizzarsi è un attimo, sentirsi tremendamente sbagliati anche e, quando non lo facciamo noi di nostra spontanea iniziativa, c’è sempre un “prossimo” dietro l’angolo pronto a tirare fuori il cartellino rosso quando il nostro vigile interno era andato a prendersi il caffè al bar. Chi accetta gli errori di buon grado? Chi è che invece di riempirci di urla e fare un frego pesante sopra al nostro sbaglio è disposto a prenderci per mano, fare una leggera riga rossa sul foglio e dirci “non succede niente, impara e la prossima volta vedi di fare diversamente”?!? Ecco, appunto…Al lavoro diventi subito un incompetente e acchiappi infamate da chiunque, nelle relazioni sei immediatamente uno stronzo o un insensibile o uno che se ne frega, in casa sei una figlia degenere che non capisce e che si diverte a mettersi nei casini per far venire le ansie ai genitori e gli amici come sbagli o ti fanno diventare lo zimbello della combriccola o ti cancellano direttamente dalla rubrica. Con questo scenario di terrore intorno è facilissimo, anche per l’essere umano più sicuro della terra (figurati per quelli con l’autostima un po’ bassa), farsi venire delle grandissime paure di agire che paralizzano l’azione. Se stiamo fermi siamo al sicuro, si pensa erroneamente: perché se siamo fermi sotto all’albero sbagliato e ci casca una noce di cocco in testa ce la frantumiamo lo stesso!

Si può sbagliare, è umano, fa parte del percorso. Si può sbagliare, perché da una caduta ci si rialza, ammaccati, ma ci si rialza. Si può sbagliare perché l’errore insegna e solo capendo l’errore si rischia di non farlo più. Si possono fare delle cazzate ogni tanto e non è detto che proprio da quelle cazzate nascano delle cose bellissime. Si può errare ed imparare a chiedere scusa, che pure è una bella lezione di vita. Si può fallire perché raramente la strada per un obiettivo è dritta e senza ostacoli; e chi fallisce non è un fallito, ma uno che si è dato l’opportunità di fare qualcosa, sbagliandola (ma anche sticazzi eh)! Insomma, si può. E si può tentare di ridimensionare questa paranoia degli errori fin da piccoli; ora, a me non mi compete in quanto sprovvista di prole, ma chi ce l’ha si metta una zampina sul cuore…altrimenti da grandi tocca farsi un sacco di viaggi in profondità per capire che sbagliare fa parte del percorso; ci si arriva eh, però una fatica! 😉

Chi non fa non sbaglia. E secondo me meglio fare due cazzate in più che non fare niente!!! O no? 😉 Buon fine settimana

Spegnere il frullatore! (uscire dal casino)

Ho fatto male i conti. Un’altra volta. Non li ho proprio sbagliati del tutto, diciamo che quell’ uno+uno l’ho fatto diventare 3 con la magia e ora mi ritrovo a doverlo raddrizzare per farlo tornare un 2 a colpi di martello…chiodato! Volevo godermi Ibiza fino all’ultimo ma sono rientrata un po’ precisa, soprattutto per via della logistica incasinata e quindi è successo: sono finita dentro al frullatore! (la doppia vita con scadenza semestrale ha moltissimi pro…ma pure qualche contro, sappiatelo)

Il momento frullatore (o centrifuga, dipende se vi sentite più vicine alla cucina o al reparto lavanderia) capita un po’ a tutte: è quell’arco di tempo dove sei completamente immersa nel casino, dove ogni aspetto della vita necessita di essere sistemato, messo in ordine, controllato ed organizzato, dove tutto succede in un lasso di tempo talmente breve che non sai più da che parte rifarti! E vai nel frullatore alla velocità 3, cercando di fare di tutto di più, adottando la famosissima ma non sempre producente modalità multitasking con la quale incastrare in 24 ore quante più cose possibili per accelerare ancora di più i tempi e tentare di raggiungere gli obiettivi prefissati. Poi ti dimentichi di andare al bagno, ti viene la cistite e sei costretta a mettere forzatamente in pausa. No, la cistite non mi è venuta a questo giro…ho spento il frullatore prima che mi trasformasse in uno smoothie!

E’ facile farsi fagocitare dall’ansia, dall’iperattività, dalla necessità di avere tutto sistemato, tutto in ordine, tutto pronto per la ri-partenza, tutto già pronto per il Natale (cazzo, tra un mese e qualche giorno ci siamo e io ho messo via il costume ieri), dai momenti in cui le cose si accavallano con una facilità incredibile che tu fai appena in tempo a distrarti una attimo e ti ritrovi seppellita sotto montagne di cose DA FARE e da sbrigare. Sono i momenti in cui il tempo sembra sfuggire di mano e dove più tenti di avere tutto sotto controllo e più tutto sguscia via come un’anguilla inzuppata nel burro di Karité. E’ in questi momenti bisogna avere la lucidità ed il tempismo giusto per uscire dal frullatore! Facile a dirsi, decisamente più incasinato da mettere in pratica. Il rischio, però, testato sulla mia pelle, è quello di farsi prendere dalla paura del non farcela a fare tutto nei tempi giusti, cominciare a correre sulla ruota insieme al cricetino di casa e sprecare un sacco di energie senza concludere un cazzo! Come si fa?

Va creato fermandosi un attimo, osservando da fuori e prendendo coscienza che con il casino e le corse non si raggiungono obiettivi in maniera sana. Tutto e subito non è possibile.  Creare il tasto OFF è fare pace con se stessi, con i propri limiti e con le giornate che sono fatte di 24 ore nelle quali nemmeno quella stronza di Wonder Woman riusciva ad essere sempre iper-efficiente (perché mai dovrei esserlo io?). Solo quando si riesce ad uscire dal tritatutto si può creare un altro ritmo vitale, più umano ed anche più efficace, dando un ordine, prevedendo momenti ad alta intensità intervallati da momenti di pausa, da vita privata che si intreccia in maniera armonica con vita lavorativa, cura del corpo e anche della mente. Non vi dirò che ci sono da creare priorità sotto forma di liste, appunti o grosse scritte a pennarello nero sul muro del bagno, perché questo è già assodato come metodo indispensabile per non fare casino e soprattutto per scandire le cose anche in ordine temporale (fare prima le cose che devono essere consegnate prima). Non vi dirò nemmeno di alzarvi dalla scrivania ogni mezz’ora per far riposare la vista e non diventare tutt’uno con il computer o con lo strumento che usate per lavoro. L’ora di sport fa bene a chiunque e mettere il telefono in modalità aerea ogni tot. sicuramente fa rimanere concentrati su quello che stiamo facendo, ottimizzando la produttività. Ognuno ha il suo metodo, le sue strategie ed i suoi piccoli trucchi per rendersi la vita più semplice, serena ed ottimizzata. Il bello è che in teoria sappiamo tutto tutti, ma fino a che non si crea il proprio tasto OFF rendersene conto ed uscire dal casino è veramente complicato. Quando prendi consapevolezza e nel silenzio fai onesti conti con te stessa, quell’affanno da frullatore magicamente sparisce e lascia il posto al ritmo che scegli di dare alle tue giornate: a volte è jazz cadenzato e leggero, altre volte un morbido r’n’b, altre volte rock che ti dà la carica…ma vuoi mettere la musica con quel rumore snervante del frullatore in funzione?!? 😉

Io ho creato il mio tasto OFF…spero non si rompa in tempi brevi! E voi? Avete il vostro tasto OFF? Come lo attivate? Buon fine settimana…

Omissioni, bugie e sincericidio

Dì sempre quello che pensi. Sii sincero. Le bugie hanno le gambe corte ed il naso lungo. Meglio fuori che dentro…le emozioni, i pensieri, che avevate capito!!! 😉 ” Insomma, fin da piccoli ma ancora di più da adulti, spinti anche da terapisti e coach di varia natura, veniamo educati alla sincerità, al buttare fuori, all’essere onesti, al condividere emozioni, pensieri ed eventi. Ed effettivamente è cosa buona&giusta. Eppure, in alcune occasioni, omettere sarebbe decisamente più saggio ed utile!


Qualcuno dice che “essere sinceri non significa dire tutto ciò che pensiamo, ma non dire mai il contrario di ciò che pensiamo“. Ed in effetti c’è una differenza sottile tra il dire piccole innocue bugie, gesto fatto principalmente per pararci il culo da possibili conseguenze sgradevoli, pericolose o solo noiose che, un po’ per pigrizia un po’ per infingardaggine preferiamo evitare, e l’omettere alcune cose. La bugia è una distorsione volontaria della realtà per adattarla ai nostri bisogni e salvaguardarci da possibili conseguenze negative; spesso il movente della bugia è la paura, altre volte si tratta di piccole bugie benevole e sottili dettate dalla compassione verso il prossimo. In ogni caso, si tratta sempre di una cazzata!!! L’omissione, più diplomatica, è semplicemente un non mettere al corrente, sempre in maniera volontaria e premeditata, di alcune notizie, fatti o pensieri. Il non dire che prende il sopravvento sull’esubero verbale che, diciamo la verità, ogni tanto se ne può fare anche a meno. Perché essere sinceri SEMPRE, con tutti e a prescindere da tutto ed in ogni situazione non è sempre una buona idea.

Gli psicologi lo chiamano SINCERICIDIO e, come fa intuire la parola stessa in maniera forte e diretta, è un suicidio fatto in nome di verità che, anche se scomode, meglio dirle che non dirle. Questa tendenza al massacro di se stessi in primis e di conseguenza anche del prossimo in nome della sincerità più pura e “sana” in realtà è spesso sintomo di una mancanza di tatto, di poco rispetto che può sconfinare in maleducazione. Davvero è necessario sputare fuori tutto ciò che ci passa per la testa? Opinioni non richieste, giudizi affrettati, alleggerimenti di coscienza inutili, informazioni dette per creare casini…insomma, quante volte ci troviamo davanti ad improvvise bombe di sincerità non richieste che ti lasciano con gli occhi spalancati e con un grande punto interrogativo in testa?

Tra sincericidi inutili, bugie pesanti e piccole omissioni credo che l’ideale sia PENSARE 5 minuti in più e cercare di capire. Prima di tutto pensare a cosa vogliamo dire, elaborare il tutto in maniera sensata ed educata (non c’è bisogno di ferire il prossimo gratuitamente, anche se quello che abbiamo da dirgli può fare male, troviamo comunque la maniera più civile…); in seconda battuta chiediamoci PERCHE’ sto per dire quella cosa: che scopo voglio raggiungere? Che reazione voglio ottenere? Lo faccio per me, con quale beneficio? E la persona a cui è indirizzato il messaggio è pronta a digerire quello che sto per dirgli a livello emotivo? Ce la può fare o è una cosa che posso evitargli? La verità a volte è scomoda, a volte fa male e non a tutti piace sentirsela dire. Ecco, io non sottovaluterei il fatto che non tutti sono pronti a sentirla ed anche saper calcolare il momento ed il contesto giusto per dire le cose, tenendo la bocca chiusa fino a quel momento, è una virtù da non sottovalutare. Preziosa quanto l’essere sinceri. Preziosa quanto l’empatia che serve per decidere quando omettere delle cose e quando è il caso di dirle.
Qualche illuminato sosteneva che “per stare bene con se stessi, bisogna raccontarsi sempre la verità, ma per stare bene con gli altri, no.” Io credo che bisogna essere coerenti con la propria inclinazione e che la sincerità sia una cosa meravigliosa…ma in alcuni casi piccole omissioni, anche momentanee, sono più utili e sane. Sicuramente più sane di piccole o grandi cazzate…o no?!? 😉

Buon fine settimana…

L’arte dell’improvvisare

Viviamo con agende in ogni dove, il calendario è appeso ovunque, i signori della Post-It hanno costruito un impero per farci avere reminder sempre a portata di mano ed ogni momento dell’anno è buono per compilare liste da tenere sempre sott’occhio e depennare all’occorrenza. Interroghiamo oroscopi giornalmente, ci rivolgiamo agli oracoli, alle stelle, alle cartomanti e pure alle previsioni del tempo pur di tenere tutto sotto controllo! Ecco, credo che in generale sfugga a tutti un dato fondamentale che ci aiuterebbe tutti ad affrontare la vita in maniera molto più serena; un po’ come “ricordati che devi morire“, ma meno drastico: NIENTE E’ SOTTO CONTROLLO!!!

Il tempo fa gli scherzi, le stelle cadono (se ti va di merda anche in testa) e gli imprevisti se ne fottono dell’agenda! Non sempre, ma spesso. No, non è un invito al lasciarsi gestire dal caso, e nemmeno a fare le cose a cazzo che in fin dei conti, come mi direbbero svariate amiche “l’organizzazione è tutto” (e gran parte delle cose che incastro nella giornata sono dovute al mio piano giornaliero pensato con un certo criterio). Il mio è più un invito a riscoprire, rivalutare e reintegrare nella vita la sottile arte dell’improvvisare.  Non si può controllare tutto, ecco perché l’unico modo per affrontare il non-previsto è IMPROVVISANDO…anche con un certo stile! E’ una questione di essere in grado di mollare, di essere elastici rispetto agli eventi ed essere pronti ad affrontare ciò che accade senza prendere le cose troppo di punta. Perché a prendere le cose di punta si rischia di rompersi la testa…Dunque, improvvisare! Come?

Allenarsi ad essere agili, elastici e malleabili, come lo slimer, ma meno viscidi; è utile perché se invece di una curva c’è un angolo retto siamo in grado di adattarci senza romperci. Perdere un treno senza farsi venire l’ulcera, sbagliare indirizzo senza tirare giù i santi dal paradiso, affrontare un contrattempo di lavoro senza mangiare il collega o farsi sorprendere da un’acquazzone senza incazzarsi perché l’acqua ha rovinato le scarpe nuove. Ci vuole un grande allenamento, una sorta di Zen per guardare le cose come vengono senza combatterle con tutte le proprie forze; non bisogna nemmeno soccombere, nel senso, se arriva il solito acquazzone si può prendere un ombrello o ripararsi da qualche parte senza per forza farsi trascinare via dal fiume in piena. Però almeno un giorno a settimana strappare il planning e provare a fare senza incastrarsi nei rigidi programmi giornalieri può essere divertente e a volte anche spiazzante (sai quante cose fighe succedono quando improvvisi fuori dagli schemi?!?)

Velocità di pensiero nell’elaborazione di piani alternativi. Quello che per fare i fighi i procacciatori di teste chiamano “problem solving“, ovvero la capacità di fornire altre soluzioni a intoppi o problemi. L’imprevisto è dietro l’angolo, come nel Monopoli, quindi essere rapidi nel proporsi il piano B, C, D o pure E è fondamentale per non rimanere fermi in prigione un paio di turni (e senza prendere i 20€). Ci vuole sempre un’alternativa in testa. Sempre. (Sì, questo forse rientra nell’essere organizzati, ma in questo caso è un salvagente utile).

Improvvisazione consapevole. Sebbene capiti spesso di trovarsi in situazioni inaspettate, ogni tanto è bene mettercisi da soli, con le proprie mani, ed improvvisare consapevolmente. Prendersi un rischio, cambiare strada volontariamente, esci dalla routine quotidiana per metterti alla prova e vedere cosa succede. E’ incredibile come a volte possiamo stupirci di noi stessi e conoscerci veramente a fondo facendo cose che mai pensavamo avremmo potuto fare.

Meno aspettative aiutano ad accettare i cambiamenti senza troppi contraccolpi. L’aspettativa, quasi quanto rigidità e pianificazione, è quello che ti frega nell’universo caotico che è la vita! Imparare ad averne meno, sviluppando la capacità di essere pronto a ciò che non ti aspetti (più che a ciò che ti aspetti),  è funzionale ad una serenità a lungo termine. Questo passaggio è super difficile, ma non impossibile! 😉

Più sicurezza, meno paura. L’indecisione è nemica dell’improvvisazione. La paura, in generale, è nemica della vita. Chi sa improvvisare non ha paura di sbagliare, o meglio, sa sbagliare con un sorriso, cadere senza nascondersi, scazzare chiedendo scusa. Siamo umani, cazzate e svarioni capitano a tutti, ma non ci possiamo fustigare sempre per ogni cosa. Quando si riesce a superare la paura, si diventa più sicuri e più abili nell’adattarsi all’imprevisto.

Insomma, improvvisare non vuol dire non riflettere, anzi, l’improvvisazione esperta è un grande fenomeno creativo. Grandi scoperte, incredibili composizioni musicali, opere d’arte e libri memorabili, spesso, sono frutto di improvvisazioni, cambi di direzione rispetto alla via segnata, note aggiunte a caso ad uno spartito, incontri fortuiti che hanno ribaltato il corso degli eventi. Senza fare grandi rivoluzioni, ogni tanto possiamo improvvisare anche noi…o almeno accogliere quello che accade senza dare di matto. O no?!? 😉

Quanto sapete improvvisare voi? Vi auguro un bel weekend all’insegna dell’improvvisazione causale…

Passato, scansati!

Ottobre è arrivato anche da queste parti e, se da una parte è un mese che adoro perché tutto si calma e l’isola diventa più vivibile, regalando tempo libero e clima perfetto per escursioni e bagni in santa pace, dall’altra è anche un mese malinconico che lentamente porta alla fine di una stagione. Ottobre ti obbliga a pensare un po’ al futuro, a fare programmi per l’inverno, a programmare viaggi, a fare i bilanci della stagione appena conclusa e ad iniziare pranzi e cene di “despedidas“, i saluti di chi resta a chi parte. Per ora io sto dalla parte di chi resta, ma tra un mesetto toccherà partire anche a me. Oggi è andata via Silvia, una roccia sottile e minuta di 74 anni che passa metà anno in India e metà anno a Ibiza, facendosi un culo incredibile,  4 mercati a settimana (74 anni signori, mica 30!!!); di poche parole, ma di tanto contenuto, ieri mi ha salutato dicendomi: “La vita può essere vissuta solo guardando avanti, ma si capisce solo guardando indietro“. Eh…Effettivamente andare avanti guardando indietro è un tantino pericoloso, eppure sono convinta che dipende sempre da COME lo guardi quel passato, perché capita spesso di rivolgersi indietro come un tempo in cui tutto è stato magico, perfetto e meraviglioso, rimanendo invischiati mentalmente in quella che è un’immane cazzata figlia di percezioni distorte. Non sto dicendo che il passato deve essere necessariamente stato una merda, ma non è nemmeno vero che è tutto questo paradiso della felicità andata.

Che ci siano bei ricordi nelle teste di tutti è una cosa che mi auguro vivamente, ma è anche vero che l’essere umano ha uno strano rapporto con il passato: o lo dipinge come la perfezione che non tornerà mai più (con conseguenti attacchi pesanti di malinconia) o se lo continua a portare dietro per via di quello che non ha fatto, che poteva essere e che non è stato o eventi che non è riuscito a mandare giù, quelli famosi che uno “si lega al dito” (e giù di rimpianti e recriminazioni come se piovesse). In entrambi i casi c’è qualcosa che manca: l’obiettività. Quella con cui guardare le cose per come veramente erano, senza idealizzare, senza proiettare, senza omettere pezzi importanti perché al momento attuale fa comodo così. Un’operazione non facile, ma assolutamente indispensabile per “capire la vita“, come mi ha detto Silvia, e nello stesso tempo andare avanti senza fardelli e pesi inutili (e vecchi)!

Prima di tutto conviene capire e riconoscere cosa ci tiene legati al passato e perché: un evento, una situazione, un ex che non riusciamo a scrollarci di dosso sono pesi che condizionano relazioni e processi futuri e, se è vero che siamo il risultato del nostro percorso, è anche vero che ad un certo punto determinati comportamenti possono anche essere modificati (se no diventiamo seriali come i killer…e non è bello 😉 )! Una volta fissati i punti che legano è bene tenere in mente un’altra massima della vita, questa me la cantava mia mamma rigorosamente in dialetto la domenica mattina, “chi ha avuto ha avuto avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoc’ ‘o passat’, simme e Napul’, paesà“. Il passato non si cambia, questo è inopinabile, ma si può cambiare il modo in cui percepirlo e in cui  ce lo raccontiamo: invece di continuare a pensare che quell’EX era il migliore del mondo e continuarlo a tenerlo lì nella nostra mente come metro di paragone, possiamo semplicemente vederlo in maniera obiettiva, farsi una ragione elencando mentalmente i motivi per cui è finita e rimetterlo nella casella chiusa delle “storie finite che non potevano essere” (o anche in quella dello “stronzo di turno“.) E’ un lavoro certosino, di pazienza, presa di coscienza, dove i sentimenti negativi devono essere trasformati in qualcos’altro: si può mica rimanere incazzati/inaciditi/arrabbiati/feriti per tutta la vita?!?

Pure soffermarsi sui bei ricordi a lungo non ha effetti troppo positivi: anche le cose belle non ritornano, ed idealizzarle come qualcosa di magico&perfetto fa perdere di vista la realtà, il presente, ancorandoci a quel passato incredibile nella speranza che ritorni (e chi visse sperando…non morì proprio bene)! Il passato è come un mucchio di posta da smistare in tante caselle diverse, dove ci sono lezioni da imparare, esempi da ripetere, persone da perdonare, progetti da lasciar andare, sentimenti da rimettere a posto ed emozioni da cambiare. Una volta sistemato tutto, come quando sistemi l’armadio e tutto è talmente in ordine che capisci quante cose hai dentro e come usarle tutte al meglio, allora ti senti come liberata. E quando tutto è più o meno in ordine, rimettere a posto il passato che verrà sarà molto più facile. Forse…o forse sarà l’ennesima faticata, ma vale la pena provarci, o no? Io a volte sono incredibilmente nostalgica (maledetta vecchiaia sentimentale), però ci sto lavorando…;)

Buon fine settimana!!!

Amicizie adulte

Con l’età cambiano un sacco di cose e no, non sto parlando solo di invecchiamento fisico e di evidenti segni del tempo sulla nostra pelle (che pure piano piano arrivano, è naturalmente bastarda questa cosa). Cambiano i punti di vista, cambia la conoscenza di noi stessi, cambia la percezione delle cose e cambiano anche i modi in cui ci relazioniamo con il prossimo, sia esso partner, amico o familiare. OK, in alcune persone questo non avviene (esistono esseri umani-sasso che non si schiodano di un millimetro da quello che ormai è un sé altamente consolidato nelle proprie certezze), ma ci sono altrettante persone che evolvono andando avanti con il tempo e che grazie a questa conoscenza approfondita riescono ad impostare le relazioni in un modo diverso, più adulto (e questa parola mi sta fortemente sulle palle). Come le amicizie…


L’amicizia, quella vera, è una cosa più unica che rara, difficile da descrivere, ma quando la trovi e la vivi quotidianamente ti accorgi della differenza che c’è con tutte le altre relazioni che infiliamo per comodità dentro a questa casella. C’è chi si porta dietro gli amici dall’infanzia, chi frequenta ancora la compagnia del liceo, chi ha poche e fidate amicizie sulle quali contare per qualsiasi cosa e chi ha milioni di amici ma in caso di bisogno non sa che numero di telefono comporre. Questo perché spesso le amicizie passano in secondo piano, surclassate da famiglia, figli, lavoro e rotture di palle varie ed eventuali. Grosso errore! Gli amici veri sono ancore di salvezza, a tutte le età ed in qualunque situazione! Quando si cresce molte amicizie saltano perché i punti in comune che c’erano a 20 anni a 40 magari non ci sono più e tante altre si creano, anche da adulti, con persone che si “trovano” proprio da grandi. Credo faccia parte del processo e più si acquisisce consapevolezza e più si diventa selettivi anche per quanto riguarda le amicizie, che differiscono dalle conoscenze perché implicano qualcosa di più profondo. 

L’amicizia adulta è quella che scegli ogni giorno. Non è quella del compagno di classe che vedi tutti i giorni e che è un po’ “forzata” dalla vicinanza e nemmeno quella che si trascina da sempre in virtù di un bene passato. No, è quella che vuoi e che coltivi ogni santo giorno, anche a distanza, anche senza sentirsi per mesi, ma c’è ed è sempre presente nella tua vita.

L’amicizia adulta è quella che sa ridere, sa divertirsi, sa raccogliere nei momenti brutti e celebrare nei momenti belli, è quella che spesso ti fa incazzare forte forte. È quella sincera, dove un vaffanculo ha lo stesso peso di un “ti voglio bene” perché entrambi sono detti con il cuore. È quella che non cova astio e gelosie (perché a 40 anni che cazzo siamo ancora gelosi degli amici/amiche?!?), che se ha un problema lo dichiara, che non si tiene le cose dentro  e che sa che ogni litigio fatto nel modo giusto segue una crescita. È quella che ti lascia libera di sbagliare per poi presentarsi con un sorriso saccente a dirti “te l’avevo detto“. È quella che è sempre e comunque dalla tua parte, ma talmente onesta da dirti sempre quando stai sbagliando o facendo cazzate. Ed adulto è anche il sapere ammettere di aver sbagliato e saper chiedere scusa senza vergogna. 

L’amicizia adulta è quella che sa dare e ricevere, quella che ti riempie emotivamente ed anche mentalmente (ho notato una certa intolleranza alle conversazioni vuote…mi annoio, che ci posso fare?), che ti stimola e ti fa evolvere anche solo con una parola detta al momento giusto. Si può scalzare o parlare di cose serie, divertirsi o darsi al culturale, parlare di progetti di vita o di lavoro. L’amicizia adulta ti deve riempire, altrimenti sono solo chiacchiere di circostanza…

L’amicizia adulta sa scendere in profondità senza giudicare, perché fondamentalmente è mossa dall’amore verso l’altro/a. E perché ci si conosce talmente bene che a volte non c’è nemmeno bisogno di parlare. Ci sono legami profondi che si consolidano con la crescita ed altri che si affievoliscono, altri spariscono del tutto, altri semplicemente vengono messi in un altro posto. Perché con l’età adulta di dovrebbe anche imparare a chiamare le cose con il proprio nome, riconoscere legali poco sani e dare alle persone il giusto peso nella propria vita. 

Il bello dell’amicizia adulta sono anche quei rapporti che nascono da grandi (si, si possono stringere grandi amicizie anche da adulti), perché sono persone che trovi e scegli alla luce di questa “semi-saggezza-acquisita” 😁 e l’intensità arriva spesso in poco tempo, perché già si sa quello che si vuole. 

L’amicizia adulta, vera ed onesta, è un bene talmente prezioso da dover essere preservato quotidianamente. Perché per ogni fidanzato/a che ci frantuma il cuore ci sarà sempre un amico/a a raccogliere i cocci (se l’amica ci salta sopra e li riduce in polvere forse non è così amica). 

Stare lontana mesi dalle mie amiche e amici mi fa spesso riflettere a quanto è importante aver costruito e saper mantenere rapporti solidi anche a distanza e allo stesso tempo a quanto è difficile instaurare amicizie adulte e sincere. È un lavoro, a volte va bene a volte no. E poi mi fa sempre pensare a quanto sono fortunata (e viziata) ad avere le amiche&amici che ho…perché il confronto (anche se non si fa) è veramente duro. E ora potete correre a strizzare forte le vostre amiche. Io lo farò virtualmente 😉💛 

Come la vedete voi l’amicizia adulta?!?