Un anno in 45 parole (e un racconto)

Le parole sono magiche, hanno poteri infiniti di provocare emozioni, far piangere, far ridere, far arrabbiare. Le parole fanno riflettere, lasciano a bocca aperta o fanno sciogliere il cuore. Le parole fanno anche male, alzano barriere, creano giudizi. Sì, perché le parole influenzano, spesso in maniera prepotente. Con le parole si trasmettono informazioni, si diffonde il sapere, si raccontano storie e si creano mondi immaginari. Le parole pesano, soprattutto quando sono dette con leggerezza. Pesano anche quelle non dette, nella pancia e nella gola di chi le trattiene per non ferire, per non ferirsi, per non esporsi. Parole chiarificatrici, parole di conforto, parole d’amore, sempre poche, perché è più facile usare le parole per cose brutte che per cose belle. Le parole sono finestre, oppure muri. Spesso, di certe parole, non se ne conosce il significato, ma si usano lo stesso, inconsapevolmente. Chi parla troppo spesso fa poco; alle parole preferisco l’azione, più pratica ed immediata, perché le parole possono essere fraintese. Eppure, delle parole non se ne può fare a meno.” [il potere delle parole]

Il “gioco” delle parole che faccio sul mio profilo instagram ogni settimana ha fatto il giro dell’anno. Qualche giorno fa le ho rimesse tutte insieme, è stato un po’ come scorrere un anno intero attraverso le parole che sono state importanti, descrivendo sentimenti, esperienze, momenti salienti scelti quasi per caso ma sempre molto calzanti; non ha caso il 2017 è iniziato con VIAGGIARE ed è finito con ABBIOCCO…una bella fine, no?!? 😉 Queste sono le parole che hanno costellato il 2017, rigorosamente in ordine cromatico e non cronologico, deformazione professionale. Con queste parole ho voluto iniziare un altro gioco, (ormai lo sapete che mi annoio rapidamente), e visto che mi sto cimentando con la narrazione, ecco un piccolo racconto contenente tutte e 45 queste parole. E’ il mio regalo per il nuovo anno ed un proposito per quello nuovo…aspetto vostri commenti, ne ho bisogno!

Qual é la parola che ha rappresentato il vostro 2017? La mia ve la scrivo tra un paio di giorni, che sono al ballottaggio tra due.

Buon Anno…come lo volete voi!!! :*

20.17: SIRENE

Alzò la penna dal foglio, sbuffò e guardò fuori dalla finestra: il cielo sembrava nero, riempito di tantissime stelle ma così piccole da sembrare infiniti puntini, la luna non era pervenuta. Poi c’era lui, fermo, immobile, sincero, silenzioso, imperturbabile nella sua immensità. ”Prima o poi arriverà qualcuno a portarmi via da te”, sbottò Sofia a voce alta rivolgendo un’occhiataccia a quel mare strafottente. “Dove accidenti è il mio principe? Si è perso? O starà correndo dietro a qualcun’altra?” Le capitava spesso di parlare da sola, o al massimo con i quarantacinque gatti che vivevano con lei nel castello vista mare che aveva ereditato da quella grande donna di nonna Anselmina. “Il gatto è il miglior amico di una donna”, le diceva sempre la nonna, “e se proprio ti devi confondere con un uomo, che almeno sia un ottimo partito. Non semplicemente buono, che gli uomini sono buoni solo quando li friggi”. Quanta saggezza la nonna; pensava a lei spesso, con un pizzico di nostalgia, quante cose si era fatta insegnare, quanti segreti le aveva raccontato in confidenza, con quel fare autorevole permeato di allegria e l’aria di chi la sapeva lunga. Non come sua madre, sempre attenta alla forma, all’apparenza, all’etichetta, l’empatia ridotta all’osso ed una rigidità che non le si addiceva per niente. Eppure, tanto aveva fatto, che questa fredda formalità le era rimasta incollata addosso anche a lei…

Sofia era l’unica figlia della famiglia reggente del Regno dei Sali al Vento. Era un regno piccolo ma molto potente perché affacciato sul Grande Mare; il porto era attivissimo e di fatto tutti gli scambi commerciali avvenivano in quel piccolo reame, che viveva in movimento, un continuo arrivare e ripartire, cadenzato dallo scarico e ricarico di merci e persone. Uomini e donne di tutte le provenienze si ritrovavano spesso a girare per le strade del centro, una mescolanza pacifica e meravigliosa che viveva nella più totale libertà e tolleranza e che aveva creato incroci umani di rara bellezza. Anche Sofia era un incrocio: suo padre era il discendente diretto della famiglia reale, una dinastia nata e cresciuta da sempre su queste sponde; sua madre invece no, arrivava dalle Terre Scure, una massiccia figura color cioccolato con indomabili capelli ricci e occhi di un azzurro talmente chiaro da far paura. Era arrivata a bordo di una nave, faceva la cuoca, ma quando i due s’incontrarono per caso in un caldo pomeriggio di settembre, lui perse immediatamente la testa, stordito dal desiderio incontrollabile per quella femmina dal glaciale fascino esotico. Non fu un corteggiamento nobile e cavalleresco, anzi, fu più simile a un rapimento in piena regola, ma appena Isabel si ritrovò nel salone del castello, al cospetto di Anselmina e suo marito, capì che forse non le era andata così male. “La sfiga a ‘sto giro ha girato al largo”, pensò. Forse era l’occasione giusta per cambiare vita, forse era il momento per lasciare i mari inquieti e imprevedibili, forse era il tempo di dire addio alla sua vita itinerante, smettere di viaggiare, stare più calma ed essere finalmente trattata come una principessa e non come una sguattera di bordo.

Ad Anselmina quella morbida donna dagli occhi di ghiaccio piaceva, nonostante le reticenze del marito per la sua provenienza di basso rango: era intelligente, brillante, rapida, dai modi eleganti e dalle mani veloci. Inutile dire che superò l’esame dai futuri suoceri con una cena a base di pesce che univa la semplicità del mare alle spezie esotiche. Anche Rudy perse completamente la testa durante quella cena, ma soprattutto dopo: le altre donne del Regno con cui aveva avuto a che fare non avevano nemmeno la metà delle sue arti amatorie. Sapeva dove mettere le mani, come integrare gesti e parole, silenzi e movimenti, baci e carezze. Rideva con un pizzico di vanità quando lui le chiedeva dove avesse imparato tutto ciò “Ho passato la vita in mezzo al mare, toccato mille terre e conosciuto culture di tantissimi regni. Oltre ad aver perso il conto dei miei ex. Quello che impari viaggiando e confrontandoti con altri popoli non lo puoi imparare su nessun libro”. E rideva, rideva di gusto, poi ricominciava ad armeggiare con quel corpo scultoreo, di circa dieci anni più giovane di lei. Dava dipendenza. Si sposarono dopo poco, cerimonia tradizionale del Regno, uno scambio di promesse di rispetto e fedeltà immersi fino alla vita dentro al più grande testimone di tutti, il mare. Queste mescolanze si vedevano spesso tra gli abitanti, ma mai tra le fila reali: lì, solitamente, ci si accasava tra simili, per portare avanti una discendenza pura, senza intromissioni di altra provenienza. Eppure questa volta l’eccezione era stata concessa, attirando sbalorditi sguardi d’invida e disapprovazione da tutte le dame del Regno. Fu proprio nonna Anselmina con il suo risoluto carisma ad imporsi con forza su uno stanco nonno Alfonso, il quale, però, fece mettere nero su bianco che, qualora i due avessero avuto una figlia femmina, l’avrebbero cresciuta secondo l’educazione del Regno, senza strane influenze di altre terre e soprattutto la nipote avrebbe dovuto sposare con un valido cavaliere dei Sali al Vento. Nessuna obiezione e nessuna polemica furono sollevate in quel momento, dopotutto Isabel e il suo istinto erano convinti che avrebbe avuto un figlio maschio.

Quando, ahimè, diede alla luce Sofia fu costretta a rispettare il patto. Educazione rigida, poche libertà e fin da piccolissima le era stata raccontata la Storia del Principe dei Sali al Vento, che la sarebbe venuta a prendere fin dentro al castello per trasformarla nella principessa più felice di tutti i regni del pianeta. Studiare molto, avere maniere garbate,  fare una dieta equilibrata e del movimento, essere gentile con tutti, avere cura della propria persona, applicarsi alle arti, poco ozio e mai, mai, per nessuna ragione al mondo prendere il largo, solcare quel mare gigante che tutti i giorni Sofia si trovava a guardare dalla finestra della sua camera. Un lavaggio del cervello in piena regola, al quale Isabel stessa avrebbe voluto ribellarsi ma che non ebbe mai il coraggio di fare: era una donna responsabile, onesta e rispettare le promesse era, in fin dei conti, una questione di onore. A instillare domande e lanciare piccoli sassolini discordanti ci pensava la nonna: ogni tanto la andava a trovare, le raccontava di mondi lontani, di fughe, di principesse ribelli e di principi addormentati, quelli che non si risvegliavano nemmeno con un bacio. “Non dare retta a tua madre, i principi di un tempo non esistono più, è inutile che tu stia qui ad aspettarlo. Coraggio, vai là fuori e vivi la tua vita, cercalo”. I messaggi contrastanti l’avevano confusa durante tutti i suoi 29 anni, eppure, con la diligenza di una figlia modello che non vuole disattendere le aspettative dei genitori, rimase lì, in assoluta osservanza di quanto le veniva chiesto. “Mamma ha detto che arriverà. E lui arriverà. Sarà meraviglioso ed io perfetta”.

Eppure quella sera era inquieta. L’orologio segnava le 20.17. La sua proverbiale pazienza stava per terminare, tutte le sue amiche erano già accoppiate e non perdevano mai occasione di scodinzolarle davanti sventolando luccicanti anelli di fidanzamento corredati da promesse d’amore più o meno sincere. Sofia stava scrivendo sul suo quaderno, come tutte le sere, ma non riusciva a focalizzare le parole: c’era un vortice nella sua testa, fatto di mare, cavalieri, principi, sua nonna, sua mamma, il regno, confusione e caos, rancore e aspettative, un moto di ribellione si stava palesando all’interno della sua mente, facendo crollare ottimismo e leggerezza in un baratro di tristezza e disillusione. “Avrà senso continuare a fare questo sacrificio? Ma cosa diavolo sto aspettando?” Ritornò a guardare fuori dalla finestra: le sembrò di vedere una luce che si muoveva sul buio delle acque. Persa nei pensieri, un attimo di abbiocco si impossessò di lei, facendole sognare una vita libera e felice fuori da quella torre. Aprì gli occhi e si alzò in piedi; la lucina si stava muovendo, proprio in direzione della sua torre. “Chissà chi è che solca il nostro mare a quest’ora di notte”. La luce si faceva sempre più vicina, sempre più grande; si sporse ancora di più fino a quando non vide un marinaio barbuto arrampicarsi sulla facciata della sua torre con le sue grosse braccia piene di disegni colorati. Aveva il volto scuro, piccoli occhi chiari ed un sorriso inspiegabilmente soddisfatto.

Hey, come ti permetti di salire in camera mia in questa maniera?

Non ho bisogno del permesso, tu sei mia. E verrai con me

Mia…non esagerare! Non ci penso nemmeno. Almeno dimmi come ti chiami, dimmi una parola gentile…presentati con un omaggio. Che modi sono questi?

Cosa stavi aspettando, principessa? Il cavaliere che sarebbe venuto a liberarti dalla tua prigione mentale? Nessuno ti salva, ti devi liberare da sola. Abbi il coraggio di essere chi sei, staccarti da quello che vogliono gli altri e vivere la vita che vuoi tu.”

Ok, effettivamente il tuo ragionamento non fa una piega, hai una dialettica interessante. Ma non vengo da nessuna parte con uno sconosciuto. Non senza un appuntamento. Una cena pagata e un paio d’ore di conversazione conoscitiva. Ho una mia etica io.

Non è etica, è un muro di barriere inutili, principessina…

Non fece in tempo a opporre resistenza che si ritrovò circondata da quel forzuto uomo dai capelli scuri e dai modi bruschi. ”Non può essere il mio principe, doveva essere un cavalier cortese, non un prepotente incursore notturno”, pensò. Mentre raggiungevano la barca, si accorse che le sue gambe stavano improvvisamente prendendo la forma di una coda di pesce color acquamarina; anche a lui stava succedendo la stessa cosa. Non ebbe nemmeno il tempo di comprendere che cosa stesse accadendo che si ritrovò sott’acqua, i suoi lunghi capelli biondi trasformati in una treccia blu e il suo seno libero da inutili indumenti a contatto con quell’acqua salata che aveva sempre visto dall’alto. Per un momento pensò di affogare, quando si accorse di riuscire a respirare normalmente e di potersi muovere nonostante quella coda immensa, provò una strana sensazione di libertà. Si voltò verso chi l’aveva rapita con sguardo inquisitorio ma, una volta incontrato il suo sorriso beffardo, lo seguì piena di fiducia nelle profondità del mare senza fare nessuna domanda.

Nessuno la rivide mai più sulla terra ferma.

[FINE]

Prova Costume #8: (S)truccati!

Il waterproof è una trappola! Il trucco in estate dovrebbe essere messo al bando e invece ci sono persone, tipo mia madre ma  sono sicura che non sia la sola, che chiamano e dicono “lo so che è estate, ma dopo i 40 non te ne puoi mica andare in giro struccata!” (ma che è questa storia dei dopo i 40?!? Che prigione mentale, io mi rifiuto). E via con il trucco estivo, che non è quello delicato ed appena accennato della sera, no, è quello che si mette anche di giorno, con il sole in faccia, con il caldo, con l’afa, con l’umido e prima di andare al mare. Prima di andare al mare?!? Sì, certo, perché una donna deve sempre essere perfetta e guai se l’occhiaia della sera prima fa capolino dall’occhiale specchiato, non sta bene; guai se lo sguardo non è tirato su con un ottimo mascara waterproof, ovvero resistente all’acqua e se la bocca non è accentuata da un naturalissimo lip-balm color rosa carne. C’è chi immola la naturale bellezza a favore di eyeliner, matite, correttori, ombretti e pure blush per ravvivare il colore mentre stanno sul lettino ad abbronzarsi e mettersi crema solare sopra a tutta questa tavolozza di polveri…fino al momento in cui il sudore non comincia a scombinare il lavoro fatto. Le gocce scendono e solcano la crema colorata (che in estate si usa quella, meglio se fornita di fattore protezione solare) che magicamente svela a strisce il vero colore della pelle, l’ombretto si incolla alla palpebra che rischia di rimanere chiusa, dopo il terzo bagno la matita comincia a scendere, il rossetto ha sconfinato oltre i confini della bocca…meno male il mascara ha resistito! Ah no, nemmeno lui: un granello di sabbia è finito nell’occhio e a furia di strusciare è andato disperso in faccia. Una maschera crollata, una dipinto scomposto, un tentativo di abbellimento finito in rovina. Dovresti pensare di lasciar perdere, che in estate il trucco anche no, magari la sera, ma di giorno ci possiamo permette di essere naturali, serenamente imperfette, segnate dal tempo che passa a prendere energia dai raggi solari…e invece no, il beauty con tutto il necessario è nella borsa del mare. Basta uno specchietto e tutto torna in un perfetto ordine artificiale. Che fatica!!! 😉


Illustrazione di Enrica Mannari 

E con quest’ultima “prova costume” vi lascio a questo primo lunedì di settembre. Questa micro parentesi estiva è stato un modo per me (e spero anche per voi) per riflettere su quante paranoie ci facciamo noi donne in estate (e non solo) e su come potremmo stare più serene accettandoci veramente per quello che siamo e per come siamo, liberandoci da immagini imposte e da una società che addita anche un pelo di troppo. Grazie a chi ha letto, commentato e condiviso questa piccola rubrica durante le vacanze; chi se l’è persa può recuperare leggendola (è sempre qui sul blog). Un grazie speciale a Enrica che mi ha accompagnato con le sue illustrazioni in questi miei pensieri, interpretandoli magistralmente dopo ogni lettura del pezzo. Vi posso solo anticipare che, se vi siete affezionati a questa “coppia” e a questa rubrica, qualcosa di simile sarà in giro su carta a partire da ottobre…poi vi dirò dove. Intanto buon inizio del mese e di settimana. Da venerdì torna Morgatta Lo Sa, sul blog, su radio m2o con LaMario e…

…ve lo dico venerdì! 😉

Prova Costume #7: Ascella Pezzata (che non è il nome di un capo indiano)

Sgoccioli. Appiccichi. Grondi. Piccole gocce non imperlano solo la fronte, solcano ogni singolo angolo del corpo, da quello più visibile fino all’anfratto più nascosto. Perché in estate ci sono dei giorni in cui è impossibile smettere di sudare. La mattina ti alzi dal letto già in una pozza, con la sagoma umida che rimane ad aspettarti sdraiata sulle lenzuola; accendere i fornelli per il primo caffè è una tortura, la sensazione è quella di avere tutti i termosifoni accesi, mentre il sudore continua a colare imperterrito, senza sosta! E se nuda non resisti, vestita non se ne parla nemmeno; dopo un minuto qualsiasi cosa si comincia ad appiccicarsi addosso ed accade il terribile inconveniente: la pezzatura!!! Gore di sudore si allargano a macchia d’olio; sono le ascelle ad aprire le danze, macchiando t-shirt e abiti muniti di maniche, poi ci si mette il sotto-tetta, poi la pancia, poi la schiena, fino ad arrivare a segnare la zona dei glutei. Quando anche i polpacci sudano è il segno che la zuppa è pronta!!! Sudare in casa è fastidioso, in pubblico è peggio, quando sei a cena con lui…è un disastro al limite dell’imbarazzo, soprattutto quando suda la zona baffo (perché notoriamente alle donne non è concesso sudare troppo, figuriamoci pezzarsi). Parli e sudi, stai ferma e sudi, balli e ti conci come una che è uscita da un’ora e mezza di spinning, tante volte ci sta per scappare un po’ di sesso selvaggio e…”no, via, non si può fa’, fa troppo caldo“! Provi ad immobilizzarti, meditando con la famosa tecnica zen del “se non ci penso non succede“, ma chiaramente non funziona. L’unica soluzione è la doccia, che vorremmo avere incorporata addosso, unico rifugio possibile al quale ricorrere ogni mezz’ora non per diletto ma per necessità. Però alla lunga finisci per odiare anche quella, che lavarsi va bene (e mi raccomando di ‘sti periodi), però mille docce al giorno ti alterano…il Ph. Altro che acide poi! Quindi stai lì e sudi; perché in estate, come la giri la giri, sei sempre mezza! 😉

Illustrazione di Enrica Mannari

 

Prova Costume #6: Scarruffate!

Il capello d’estate non sta!!! O meglio, sta dove gli pare a lui, che non è mai dove vorresti tu! Gli agenti climatici di questo periodi hanno la meglio su spazzola, pettine, piastra e parrucchiere. Non si salva nessuno. Le lisce si scombinano sotto il vento salmastro e le sudate all’ombra del sole; il riccio si secca, si increspa, si annoda e vira pericolosamente verso i rasta; i capelli mossi si muovono ancora di più o cominciano a lisciarsi, distrutti dall’afa e dall’umidità notturna; quelle con i finissimi spaghetti se li ritrovano completamente attaccati alla cute, bagnati da ettolitri di sudore; i capelli colorati poi, aiuto, dissolvono pigmenti in mare, in piscina, sotto la doccia, lasciando tracce dalle forme inquietanti pure sull’asciugamano da spiaggia. Non ce n’è: il capello d’estate non sta! Il corto si appiccica e si sporca velocemente, il lungo subisce continue violenze, intrappolato per mesi da elastici, pinze e forcine: qualunque cosa, basta che non solletichi collo, spalle e schiena…che FA CALDO!!! Eppure ci sono donne che non si arrendono e continuano a combattere l’anarchia capillare con tutti i mezzi possibili, torturandosi  con asciugacapelli e spazzola per interminabili quarti d’ora alla ricerca della piega perfetta che puntualmente dura tre minuti. A poco servono le dose massicce di gel, lacca e prodotti più o meno chimici per mantenere l’acconciatura. Basta un soffio di vento, una goccia d’acqua o la mano del fidanzato che sbadatamente sposta la molletta…ed il caos torna. Anche i parrucchieri d’estate si arrendono, nonostante siano sempre ben disposti ad accontentare tutte le preghiere e richieste di aiuto. Tanto vale arrenderci anche noi alla sola ed unica piega estiva dei capelli: AD CAZZUM. Che, se assecondata con acconciature selvagge, fiori, lacci e piume nei capelli, fa anche tanto stile…;)


Illustrazione di Enrica Mannari 

Prova Costume #5: Strike the pose! (Aiuto)

Faticoso riuscire a trovare una posizione decente al mare: la donna in spiaggia o sullo scoglio è sempre inquieta. Non importa se pesa come quando frequentava la quinta liceo o se i kg con gli anni sono triplicati; dopotutto le paranoie non hanno un peso reale, sono direttamente collegate con la bilancia mentale che le produce. Ed una volta in costume tutto si amplifica: i rotolini diventano tantissimi quante le pieghe di uno sharpei cucciolo, la pancia raddoppia, la cellulite esce anche dal cuoio capelluto. Quindi comincia la danza delle posizioni, studiate nel dettaglio affinché tutto sia al suo posto, nella migliore versione possibile. La prima ammissibile è quella sdraiata: a pancia in su tutto si appiattisce, meglio se le tette sono in grado di reggere alla forza di gravità, che se si separano e cascano ai lati come le orecchie di un cocker non è bellissimo; con una gamba piegata e una distesa il tutto assume dei contorni più sexy, l’ombra dell’una oscura i difetti dell’altra ed il gioco è quasi fatto. Fino al momento in cui arriva un amico a salutarti e sei costretta ad alzarti e metterti seduta: è lì che se sbagli l’incrocio delle cosce la buccia d’arancia salta fuori a salutarti, la stronza! Il modello indiano strizza da entrambe le parti, il modello pin-up sembra carino ma in realtà comprime i vasi sanguigni, affogandoli pericolosamente, in ginocchio non se ne parla nemmeno che dai lati straborda tutto (è la posizione preferita dai produttori di bikini per i loro servizi fotografici, ma loro truffano con i ritocchi a posteriori). Allora provi a stare seduta con le gambe allungate in avanti; sembra che tutto vada bene ed è mentre tiri un respiro di sollievo che vedi la pancia rilassarsi pericolosamente e no, non sta bene. Partono così pericolosi attimi di apnea in cui gli occhi rischiano di schizzare fuori dalle orbite, ma chi se ne frega, i rotolini sono sotto controllo; per sembrare più sciolta le braccia si appoggiano indietro, meglio se inarcando un po’ la schiena per tirare su il petto. Una situazione di una scomodità assurda, in cui devi solo pregare che l’interlocutore non abbia voglia di confessarsi per lungo tempo, altrimenti il giorno dopo tocca chiamare l’ortopedico. Quando finalmente se ne va è l’ora della passeggiata lungo la battigia, altro momento che mette a dura prova, perché anche se non ti guarda nessuno, l’impressione è che ti guardino tutti; ma non uno sguardo normale, una radiografia a caccia di difetti. Ed ecco di nuovo la pancia ritrarsi, il petto alzarsi, il culo viene che spinto leggermente in fuori, i muscoli delle gambe richiamati all’ordine, le spalle basse ed il mento in alto. Tutta questa fatica immane sperando di avere un atteggiamento disinvolto, passo dopo passo, sorridendo con le amiche fino al momento in cui incroci LUI con lo sguardo nello stesso istante in cui inciampi nel castello di sabbia…e torna fuori tutto. Ed è in questi momenti topici un cui capisci che solo un sorriso ti salverà. Anche dalla fuoriuscita dei rotolini!!! 😉


Illustrazione di Enrica Mannari www.enricamannari.com

Prova Costume #4: Al mare “con le tue cose”!

Che le mestruazioni siano una punizione divina ormai lo sappiamo tutti, il che conferma al 100% che Dio o chi per lui è uomo e parecchio dispettoso (per non dire stronzo che mi sembra un tantino blasfemo), altrimenti uno scherzo del genere non ce l’avrebbe mai fatto. Oltre ad importunarci ogni 28/30 giorni, sconquassarci ormonalmente almeno 10 giorni al mese e renderci insopportabili e brutte dai 3 ai 5 giorni, rompono le palle anche al mare! C’è chi le vive meglio e chi peggio, fatto sta che danno noia, talmente noia che c’è chi prende le ferie facendo calcoli precisi affinché schivino il maledetto “periodo”. Ci sono le sportive, che non si lamentano e non ne fanno una tragedia:  usano la famigerata coppetta che fa il suo dovere senza farsi vedere e zompettano allegramente nude sugli scogli (nude con le mestruazioni? Sì, si può!). L’amica che usa i tamponi la guarda con un po’ di invida, mente lei impazzisce perché non vuole che quel simpatico filino azzurro fuoriesca dal costume. Per questo motivo si guarda e si fa controllare dall’amica ogni volta che si alza dall’asciugamano per andare a fare il bagno e anche quando esce dall’acqua (che si sa, le onde spostano tutto) e pure quando si sposta: il filo è un’ossessione che se sei in compagnia di un uomo può rasentare la paranoia!!! L’altra amica, quella vintage, è ancora vittima dell’assorbente esterno e se ne sta lì con il suo pantaloncino od il pareo opportunamente arrotolato in vita; ogni volta che deve andare in mare deve fare un pit stop alla toilette sia all’andata, per rimuovere, sia al ritorno, per rimettere: una tortura. Lei al mare dove non c’è un bar in quei giorni non ci viene mai. L’amica del salva-slip invece ci viene; temeraria prende il minimo indispensabile di precauzioni, “tanto con il mare il flusso si blocca” (ecco, io questa cosa non ho ancora capito se è una leggenda o è la verità). C’è poi lei, triste e sconsolata, che al mare “con le sue cose” non ci si accosta nemmeno: troppo scomodo, troppi dolori, la pancia gonfia, la ritenzione, il sole che brucia il doppio, i bambini che urlano troppo, la sabbia che è troppo sabbia, l’acqua che è troppo bagnata ed il casino che è sempre troppo casino. Sì, i cicli ormonali ci rendono insopportabili anche d’estate. Ma provate a sopportarli voi i cicli ormonali d’estate…

Illustrazione di Enrica Mannari.

Prova Costume #3: Allaccia-Slaccia

Non trova pace. E’ irrequieta, si muove, cambia posizione ad intervalli regolari e ben cadenzati, ma soprattutto si allaccia e slaccia in continuazione. Le fanatiche dell’abbronzatura sono in lotta costante con i lacci del costume, fin dai tempi della seconda adolescenza (ma anche prima, quando cercavano di attirare gli sguardi dei primi maschi). Che si tratti di un balconcino sagomato o del triangolino più sciatto non fa differenza: il costume è il nemico, lo odiano a prescindere. Prima lo allacciano dietro al collo, poi lo slacciano e lo legano dietro (eh, sennò vengono i segni dei fili davanti); poi si girano, lo slacciano e lo legano davanti (eh, sennò mi viene quel brutto segno sulla schiena); poi si rigirano ed hanno escogitato un sistema per non legare proprio i lacci facendo in modo che il costume rimanga in perfetto equilibrio sulla tetta, praticamente una magia che sfida le leggi della fisica (eh, così il segno davanti è piccolo). Questo è solo per quanto riguarda il pezzo di sopra, ma la lotta continua anche con il sotto, dove esistono varie scuole di pensiero. Le arrotolatrici sono artiste dell’origami-del-costume; loro comprano lo slip normale e poi lo arrotolano ai lati, lo arrotolano sopra, lo arrotolano dietro e lo trasformano in un perizoma; stupita dall’incredibile manualità, le guardi domandandoti come mai non abbiano comprato direttamente un filo interdentale…Le annodatrici, invece, optano per lo slip con i laccini, che poi slegano e rilegano a seconda del momento: lo stringono quando vanno a fare il bagno (eh, sennò cade), lo allentano quando stanno in piedi (eh, sennò stringe) lo ri-allentano quando sono sdraiate (eh, sennò mi viene il segno troppo grande). Per questo ultimo motivo sono diventate specialiste di un gioco singolare eseguito con l’avanzo dei lacci laterali: non ci fanno il classico fiocco (eh, che poi mi viene il segno largo), non ci fanno un nodo (eh, se no con il sale poi non mi si snoda più, e non sia mai), ma un complicatissimo gioco di arrotolamenti multipli affinché il laccio diventi tutt’uno con la mutanda. Un lavoro di fino tra sopra e sotto che tu le guardi e pensi, in sequenza: A-come fanno a non impiccarsi con tutti quei fili; B-che fatica e infine C-ma se te la devi menare con ‘sti segni e con l’abbronzatura non è meglio se quel costume te lo levi?!?

Prova Costume #2: le (cosce) struscione!

Si toccano. A volte si abbracciano. Spesso si baciano con forza, legandosi una all’altra in un amore senza fine. Peccato che quel volersi bene così intenso provoca fastidio, a volte dolori accompagnati dalla pelle che si infuoca. E così l’estate per le portatrici di cosce struscione diventa una maledetto incubo!!! Chi non ha le gambe da fenicottero o sottili mazze di scopa sa benissimo cosa significa in questa stagione portare in giro le cosce che sfregano le une con le altre con queste temperature da fornace: NOIA e FASTIDIO! In inverno la storia è differente, basta tenerle separate  con un paio di pantaloni e loro si sfiorano appena, rimanendo vicine ma opportunamente lontane, senza contatto diretto. Perché è il contatto diretto che (s)frega: basta una gonna, corta o lunga che sia, un abito o un pantalone con il cavallo basso e via libera ad irritazioni ed arrossamenti. In costume poi la cosa peggiora, per via del sale e dell’acqua di mare che aggiunge ulteriore attrito tra le due amiche/nemiche/sorelle. La soluzione? Non c’è. O meglio, si può tentare di separarle, allontanarle gentilmente o non farle litigare, preferendo gli shorts alle gonne o qualcuno addirittura suggerisce di indossare pantaloncini corti/calze corte o un nuovissimo accessorio super-sexy (?) che pare stia spopolando negli Stati Uniti: le bandalettes. Praticamente un mix tra una giarrettiera gigante e l’inizio di una calza autoreggente, in comodo pizzo che si incolla perfettamente alla coscia e che non casca nemmeno su invito (c’è da domandarsi se all’occorrenza scivola via o rimane inchiodata lì…). Insomma, questo amore va stroncato sul nascere, ma siate coscienti che appena si rivedranno, continueranno a strusciarsi appassionatamente!

Prova Costume #1: guerra al pelo!

Sono sempre in agguato, onnipresenti anche quando nascosti, infingardi, malandrini e anarchici. I peli sono il nemico numero uno dell’estate…e delle donne. Che fino a quando sei coperta li tolleri e ci convivi, quasi gli vuoi bene perché in fin dei conti quello strato in più durante i mesi invernali fa comodo; ma quando arriva il momento in cui la pelle esce allo scoperto, inizia una guerra feroce dove tu, in ogni caso, ne uscirai sempre sconfitta. Che tu usi lametta, ceretta, caramello, riti vodoo o scotch da pacchi loro, prima o poi, ri-escono sempre. Le strategie adottate sono infinite, degne di una campagna militare in piena regola: c’è chi lotta continuamente, in un attacco costante che si traduce in colpi di lametta ogni volta che mette piede sotto la doccia; c’è chi adotta un atteggiamento subdolo, coltivandoli contando i giorni che mancano alle tanto desiderate ferie e poi lasciandoli estirpare con forza all’estetista di turno dotata di ceretta bollente e mani veloci; c’è chi preferisce avvelenarli con creme velenose e chi ama ricorre alla meccanica masochista delle macchinette-strappa-peli. I quintali di caduti che si riversano negli scarichi delle docce, però, sono peggio dei Gremlins: ne estirpi uno e ne ricrescono almeno 3. Possono passare 48 ore se se la prendono comoda, ma già dopo 24 iniziano a far sentire la loro fastidiosa presenza; e tu ti danni e ricominci a lottare, affinché non spuntino dal nuovo bikini o non rovinino la serata romantica con scomode carezze contropelo cartavetrate. I generali stanno elaborando armi di distruzione di massa definitiva a forma di laser o luci stroboscopiche in grado di eliminarli per sempre…ma chissà se quel per sempre funzionerà per sempre?!?


Illustrazione di Enrica Mannari.

DON’T FIGHT WITH YOUR FUR!!! 😉

Vita da mercante/Elogio dell’itineranza

C’è chi cerca la stabilità una vita intera e c’è chi si sente stabile solo in movimento. Nomadi, itineranti, costantemente in moto, si spostano da una parte all’altra con il proprio mondo dietro. Che poi non è mai un grande mondo appesantito da quintali di cose, ma un piccolo universo leggero, facilmente trasportabile ed essenziale. Il mercante viene dal passato, inventore delle primordiali forme di commercio prima che le botteghe e poi i negozi prendessero il sopravvento, ma ormai fa parte del presente, dove mercati e mercanti sono diffusi ovunque. Un salto indietro che è anche un salto in avanti, perché con l’itineranza del mercante si imparano un sacco di cose

Sono a Ibiza da un mese e mezzo ormai e sto facendo la mercante. Dopo aver avuto un meraviglioso Concept Store in centro a Firenze, dopo i temporary store più leggeri e rapidi, approdare ai mercati mi sembra un’evoluzione, un andare avanti verso uno stile di vita che più si adatta alla me di adesso. Con la meraviglia e gli sbattimenti del caso. C’è la sveglia che suona sempre troppo presto, c’è il movimento fisico del carica e scarica ogni giorno, c’è allestire e disallestire ogni giorno che suona ripetitivo ma non se ogni volta diventa un nuovo spazio, un nuovo “mini negozio” che nasce e muore nel giro di poco tempo e che non è mai uguale a se stesso. Può destabilizzare o può stimolare, dipende da come lo prendi 😉 

La vera cosa bella dei mercati sono le persone, dai vicini di banco che incontri la mattina presto e con cui scambiare parole ancor prima di aver preso il caffè, fino all’ultimo cliente che ti racconta vita, morte e miracoli. Osservare i passanti distratti, le coppie che camminano, interloquire con gli ammiratori, raccontarsi e farsi raccontare, scoprire connessioni vicine e conoscenze comuni con impensabili avventori, segno che il mondo non è poi così grande come sembra (o anche segno che Ibiza fa buca e che da qui ci passano tutti). Ci sono vecchi e giovani mercanti, signore e signori, ma l’età non è un limite, anzi, tutti si confrontano con tutti, i veterani che si prendono cura dei nuovi entrati, che abbiano 20 anni come 60…e vi assicuro che ho conosciuto più “sciure” mercanti in questo mese che giovani. Ci sono i pirati e quelli in regola, quelli con il posto fisso e quelli che sono settimanalmente appesi al filo del “sì, c’è posto” o “no, torna a casa“, quelli che lo fanno per hobby e quelli che lo fanno per buscarsi la vida, così, ingegnandosi, creando, lavorando con le mani e con la creatività portata dal loro essere nomadi, dal viaggiare, spesso solo a bordo di una macchina trasformata in una casa su 4 ruote. 

E quando stai a contatto con queste persone in questi contesti si impara. Si impara la leggerezza e l’essenzialità. Il mercante deve avere tutto, ma non deve essere pesante. Agile e versatile, perché ogni posto in cui si reca ha delle peculiarità che lo spingono ad adattarsi in ogni situazione. Si impara a parlare con tutti, a mescolare le lingue ad ascoltare le storie degli altri mercanti e quelle dei clienti che si incontrano in giro. Si impara a sorridere, ad uscire dal proprio guscio e a fare gruppo, così che ogni mercato diventa una piccola famiglia allargata dove ci si può aiutare gli uni con gli altri (con alcuni, altri fanno i mercanti come se fossero negozianti…chiusi nelle loro pareti fatte di tende). A volte penso che vorrei avere di nuovo uno spazio mio, stabile, dove progettare e condividere; poi immediatamente mi passa la voglia e penso che vorrei muovermi ancora di più. Forse mi serve una stabilità dinamica, che in fondo la vita è movimento. O forse dovrei ricercare la stabilità al di fuori di ogni luogo fisico. Nel frattempo sto dove sono e mi godo l’itineranza del mercante…