Poliammide, Poliestere ed il fantastico mondo dei polimeri

Il Sintetico non è Il Male (almeno, non quello con la M maiuscola)! Ovviamente c’è sintetico e sintetico e si devono fare le giuste precisazioni su questo argomento affinché la questione sia chiara almeno in teoria, ma il mondo dei polimeri artificiali, le così dette “fibre man made”, è una parte importante per quanto riguarda il mondo tessile (direi fondamentale visto che sono le materie prime più utilizzate nei processi tessili). Le possiamo già suddividere in due categorie, giusto per fare una distinzione in termini di rinnovabilità: quelle sintetiche, ottenute dalla lavorazione di materie fossili (petrolio&co) e quelle artificiali da polimeri naturali tra cui la cellulosa che generalmente vengono etichettate come viscose (su queste dedicherò un articolo apposito). Detto questo ci possiamo accomodare nel salotto dei polimeri…

Ora, senza voler scomodare i chimici a casa loro, ci basterà sapere che i polimeri sono macromolecole lineari formate da lunghe catene di elementi uniti tra di loro dallo stesso tipo di legame. No, non è una supercazzola, i dettagli ve li faccio spiegare da Wiki; a noi interessa che ad un certo punto l’uomo ha deciso di iniziare a sviluppare queste fibre ad imitazione della natura agli inizi del 900. Reazioni chimiche, combinazioni ed esperimenti hanno dato vita nel 1953 alla PA 6.6, ovvero poliammide 6.6, in casa DuPont (vi dice niente questo nome?). Il materiale ottenuto viene commercializzato con il nome di Nylon sotto forma di calzetteria ed intimo femminile, incontrando immediatamente il favore del pubblico: vi immaginate passare dalla vestibilità delle calze in seta a quelle di nylon (ed anche la notevole riduzione di prezzo)? Sempre dalla DuPont arriva intorno agli anni 50 l’elastam, conosciuto con il nome di Lycra, altro elemento rivoluzionario per quanto riguarda il concetto di comodità, resistenza e tenacia. La polimerizzazione, ovvero il processo chimico tramite il quale il petrolio ed i suoi derivati diventano fili per pronti per essere tessuti, è una catena di reazioni prodotte con l’uso di sostanze dai nomi strani come cicloesanone, adipontrile, paraxilolo e tante altre che lette tutte insieme fanno paura. Il risultato finale lo indossate o lo trovate spesso nella composizione dei vostri capi di abbigliamento.

Tra le fibre sintetiche più comuni, Lycra e Nylon a parte, troviamo anche l’Acrilico, il Neoprene, il Poliestere e le nuove entrate Econyl e Newlife (queste ultime due ottenute dal riciclo di materiali plastici, ed anche su queste mi soffermerò in articolo apposito). Essendo tessuti creati artificialmente, il vantaggio è quello di poter conferire a questi materiali caratteristiche di resistenza, elasticità, impermeabilità che difficilmente sono riscontrabili in tessuti naturali non trattati, oltre al fatto che è più facile fare molte varianti dello stesso prodotto. In più i costi di produzione (e di vendita) sono più contenuti, il che li rende utilizzati non solo nel campo della moda, ma anche in quello dell’arredo, delle pavimentazioni, degli smart textiles e perfino nell’edilizia (queste molte applicazioni spiegano la crescita dei volumi produttivi). E fin qui tutto bene…se non fosse per il piccolo dettaglio che i sintetici NON sono BIODEGRADABILI e quindi generano notevoli problemi nello smaltimento, anche quando mescolati ad altre fibre (oltre al fatto che sono poco traspiranti, facilitano la proliferazione dei batteri quindi puzzano quindi vanno lavati spesso quindi giù quintali di microplastiche che si disperdono nell’acqua; sono poi facilmente infiammabili, accumulano cariche elettrostatiche e spesso generano allergie alla pelle…insomma, bene ma non benissimo)! Come ciliegina sulla torta ci mettiamo che il consumo di energia e le emissioni di CO2 per la loro produzione sono altissime, consumano meno acqua (meno male), ma se il procedimento non è controllato e fatto a norma possiamo mettere tra i suoi contro anche il rilascio di sostanze chimiche nell’ambiente. Quindi?!?

Quindi, come in tutte le cose, sarebbe opportuno fare le cose a norma ed in maniera controllata, tanto per iniziare. In secondo luogo sono tanti i tentativi che si stanno sviluppando in questi ultimi anni per riciclare questo tipo di materiali (in questo caso meglio se i capi non sono realizzati con fibre miste, perché il processo di separazione può essere molto costoso in termini economici e di energia) e addirittura ottenere il filato dal riciclo di materie plastiche come le bottiglie PET o il nylon di tappeti o reti da pesca abbandonate (la missione di Econyl, ad esempio). L’ultima spiaggia, sulla quale è tutto work in progress, è la biodegradazione con processi industriali, ovvero evitare di disperdere questi materiali nell’ambiente, ma degradarli eseguendo il processo inverso, praticamente ri-scomponendoli in maniera chimica o meccanica.

Insomma, anche in questo caso ci sono pro e contro: ci sono materiali performanti con tantissimi impieghi e caratteristiche modificabili a piacimento in continuazione, che nello stesso tempo rischiano di inquinare sia in fase di produzione che a fine ciclo di vita del prodotto. Quando si parla di sostenibilità viene spesso fatta l’equazione: moda sostenibile=meno uso di fibre sintetiche e + fibre naturali. Ma sarà davvero auspicabile questa inversione di tendenza a favore del naturale? Qual è la capacità biologica del nostro Pianeta di sopportazione di sfruttamento delle risorse e delle aree coltivabili?

Ancora una volta personalmente credo nella moderazione, nell’utilizzo dell’esistente, nel riciclo delle fibre e nel buonsenso dei consumatori che sempre più spesso si stanno convincendo che MENO è MEGLIO (in questo caso). Ci voglio credere…;)

3 pensieri su “Poliammide, Poliestere ed il fantastico mondo dei polimeri

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