Culi&Poesie (soft polemica e spunti di riflessione)

Il web ci ha obiettivamente aperto un mondo e creato un sacco di possibilità: di esprimerci, di lavorare, di creare dei contatti diretti con potenziali clienti, di influenzare o meno gli altri, di trovare la nicchia di mercato o di pubblico e di allacciare legami e contatti attraverso il racconto quotidiano su Instagram, Facebook & Co. C’è chi lo fa con le foto, chi con le parole che accompagnano le immagini, chi preferisce i video, le famosissime “stories” e chi ancora fa dirette di qualsiasi momento della propria giornata, roba che ormai il grande fratello non ci serve più (possiamo farci i cazzi di tutti senza nemmeno accendere la tv…e poi vuoi mettere spiare la vicina senza bisogno del binocolo e degli appostamenti notturni?!? Troppo più comodo 😉 ) E fin qui tutto bene. Eppure, vagando in rete tra rinomate influencer o presunte tali, persone con milioni di seguaci o anche mila, cercando di captare gli ingredienti del successo, mi sono spesso imbattuta in un fenomeno quasi banale che però mi ha fatto venire voglia di esternare questa filosofica riflessione su culi&poesie: l’abbinamento di foto sexy e provocanti con frasi filosofiche-motivatrici-smielate-poetiche che manco i Baci Perugina, funziona?!? Parliamone…

Siamo in un’epoca di confusione, di ricerca, di crescita, sempre a caccia di consapevolezza e libertà; ci bombardano e ci auto-bombardiamo di frasi motivazionali, seguiamo guru dispensatori di formule magiche, stregoni in grado di indicare la via verso una qualsiasi illuminazione, tanto che il lavoro che va per la maggiore è il “COACH” di qualsiasi cosa. E’ un trend, tra un po’ ci faranno anche la carta igienica con le frasi ispirazionali (Dai che ce la fai, se ci credi ci riesci, il sucCESSO dipende dallo sforzo e roba del genere…), ma qual è il senso di una foto semi-nuda, con capelli e tatuaggi al vento, piagata a 90° che fa finta di allacciarsi un sandalo, il tutto con un tocco molto artistico, ovviamente, sotto alla quale viene scritto “Il vento non spezza un albero che sa piegarsi…”…ma davvero?!? Mi chiedo: hai 15000 seguaci, ti professi influencer, e  hai bisogno di scrivere queste banalità finto-poetiche per dare un tocco intellettuale ad una pecorella in bianco e nero??? Bondage provocanti sottotitolati con un “Siamo tutti il risultato di intrecci di vite…” o l’immancabile culo allo specchio con scritto “riflessi, infinito, pensieri“. C.U.L.O., amiche mie, si chiama culo e si, è altamente poetico, ma non facciamo i ricami filosofici sulla ciccia! Al massimo un po’ di raffinata ironia, citazioni appropriate con virgolette e nelle quali si nomina l’autore, insomma…una ricerca nel copyright, o niente!!! Ma in fin dei conti…

Appurato ciò, devo amaramente constatare che è pieno di fantomatiche influencer o blogger che hanno profili pieni di nudi, pose sexy, bocche a culo di gallina e retorica a quintali. E le domande piovono: cosa influenzano? Di che cosa stanno parlando? Perché un’azienda dovrebbe sceglierle? Che messaggi lanciano? Che esempio rappresentano? Sempre il solito: usare il corpo come strumento per raccogliere consensi e possibilmente anche soldi! E ci sta, è una pratica antica quanto il mondo, ma poi non ci lamentiamo delle pubblicità e della strumentalizzazione del corpo femminile, quando in rete siamo le prime a farlo per prendere la scorciatoia più comoda…o no?

Diteci la vostra: l’esibizionismo senza contenuti funziona? Lo fareste? Alle 18.30 in diretta su radio m2o con LaMario. Secondo me ne sentiremo delle belle…buon weekend! 😉

Approcci molesti (in rete)

Dalle rose rosse e invito a cena, siamo passati al poke, un saluto in chat ed un incontro diretto con finale orizzontale quasi garantito! Che l’approccio alle soglie del 2018 si sia arricchito di mezzi multimediali per accorciare le distanze, restringere i tempi e diminuire le figuracce mascherandole dietro al proprio monitor è ormai una cosa nota ed entrata nell’uso comune. Che i tentativi di approccio variano dal più timido, che colloquia solo utilizzando le emoticon, fino al più sfacciato, che invia direttamente foto del cazzo (no, non foto simpatiche, proprio foto dell’organo genitale in questione), è altrettanto noto e non ci stupiamo (quasi) più di niente. Eppure ci sono dei soggetti ai quali io taglierei prima le mani e poi gli attributi: gli adulatori-offenditori. Praticamente delle persone orribili!

Diffusissimi in rete, sono coloro che ti contattano in maniera diretta e con pochissimi giri di parole, ti dicono cose carine, ti fanno complimenti su quanto sei bona, quanto sei figa e sviolinate in cui cercano di attirare la tua attenzione. Ma non sproloquiano a vuoto, si aspettano una risposta. Infatti, dopo un paio di messaggi di cortesia e di “corteggiamento” alla loro maniera ai quali non ricevono risposta e nessun segno di vita, si iniziano a spazientire con un “ci sei”, seguito da un “heyyy” o un “oooo“, che poi diventa “Alloraaaaa” e che alla fine si trasforma magicamente in un’offesa bella e buona dalle sfumature variabili; si passa da un delicato “Ma chi cazzo ti credi di essere” al “Ma guarda ‘sta cessa che se la tira pure” fino al “Tanto sei una troia qualunque come tutte le altre“. E a me in questi casi verrebbe voglia di tirare fuori il solito machete, virtuale ovviamente 😉 !!! Ora…

Il non ricevere una risposta può essere effettivamente frustrante, ma questo non giustifica l’offesa. Ci possono essere fattori contingenti che non hanno reso il messaggio leggibile, tipo che finisce nella casella di posta “altri messaggi” di FB che uno non controlla spesso e che quindi rimane inesplorata per mesi, oppure una momentanea assenza dai social o ancora un viaggio meditativo di mesi con disconnessione dalla rete. Oppure semplicemente la signorina in questione non è interessata e, non avendo voglia di inoltrarsi in chat che potrebbero prolungarsi a lungo spesso con lo stesso finale, preferiscono il silenzio. A volte qualcuna risponde in maniera carina ed educata, ringraziando dei complimenti ma non intenzionata a proseguire la conversazione e tanto meno a trasformare da virtuale a reale l’incontro e…viene comunque offesa! La storia è vecchia, è quella della volpe che non arriva all’uva e dice che è marcia (o acerba? Non me la ricordo molto bene), ma io mi domando e mi dico: tu riusciresti a dire le stesse cose avendocela di fronte dal VIVO? Mi immagino la conversazione: “Ciao, sei molto attraente, andiamo a bere qualcosa?” – “Grazie, ma no, ho già un impegno” – “Ma sì, tanto sei solo un tegame” – …o si prendono a parole o parte uno schiaffo o lei se ne va schifata lasciandolo nella sua miseria intellettuale e umana. FINE. Ecco, qui mi viene fuori l’undicesimo comandamento:

Io spero che ce ne siano sempre meno nel web che si lanciano in questo tipo di approccio con finale ad offesa, ma nel caso dovessi inciampare in uno di questi soggetti, si può (dopo aver comunque fatto un bello screen shot, giusto per avere un ricordo utilizzabile in caso le molestie si appesantiscano ulteriormente):

ignorare e seguire il silenzio, prima o poi la finirà di scrivere schifezze gratuite;

utilizzare le parole più delicate e intelligenti per farlo sentire fuori luogo (ma può essere un’impresa senza risultato perché di solito questi si sentono anche ganzi);

essere educatissime e mandarlo a cagare (con il rischio che ricarichi il doppio delle offese);

fargli una supercazzola e terminare con un plateale PUPPA! 😉

Altri suggerimenti sono ben accetti! A voi vi è mai capitato? In diretta alle 18.30 ne parliamo anche con LaMario in diretta su radio m2o! E buon fine settimana, sperando non piova…

Stop&Start: la gestione del rientro post-stagione

Lo so, l’estate è bella e finita già da un po’, i ritmi autunnali hanno preso il sopravvento ed il bikini ha già lasciato il posto al cappotto (mi sento già male). Io, e come me tanti altri, sto rientrando adesso dalla mia “stagione” ibizenca ed è ora che mi si presenta davanti il rientro e tutto quello che comporta. Perché non è il classico “ritorno dalle vacanze”, che pure presenta le sue noie e difficoltà, è un rientro da mesi di vita differente, in un altro luogo, con una lingua diversa, altri ritmi, altre persone, altra casa, altro tutto. C’è chi fa stagioni da sempre, c’è chi ha cominciato da giovane a saltellare da un posto all’altro e quindi ci ha fatto l’abitudine e chi invece ha deciso a 30 anni e coda, di passare sei mesi qua e sei mesi là, con tutte le conseguenze fisiche ed emotive di questo stile di vita in movimento costante. Si crea una seconda vita, con persone e dinamiche nuove alle quali ci si abitua facilmente, ma che mollare é un po’ più ostico. A tutto ciò si aggiunge il fatto che dall’altra parte è tutto già iniziato, quindi per non sentirti un pesce fuor d’acqua, non farti prendere dallo scompenso o non sclerale malamente, meglio prendere delle precauzioni…

SPOSTATI LEGGERO: Il bagaglio ha un peso. Mentale ma soprattutto fisico. Fare traslochi di intere case ti prova: impacchettare, inscatolare, carica, scarica, incastra tutto in macchina e stiva fino all’ultimo millimetro disponibile; tutto ciò ti uccide, oltre a farti venire il mal di schiena. Per quanto possibile, meglio spostarsi con il minimo indispensabile. Questo minimo è variabile da persona a persona, ma anche decidere che cosa è davvero “indispensabileè un buon esercizio per accorgersi che tante cazzate delle quali ci circondiamo sono assolutamente superflue! Attenzione, però, a non riempirsi di cose nuove, altrimenti la situazione non cambia!

IL BICCHIERE MEZZO PIENO: è un’ottima tecnica per non vivere la tragedia de “la fine”. Dopotutto…

…quindi pensare alla conclusione di una stagione come il naturale proseguimento della vita è un’ottima scusa per non andare in depressione. Certo, le situazioni non si ripeteranno mai così come sono state nei mesi passati, ma questo è anche il bello della vita, dove ogni cosa e ogni persona evolvono (o regrediscono, ma insomma, cambiano) con il passare del tempo. Chi deve rimanere rimane, chi è stato solo un figurante sparisce, ma in tutto ciò non si perde niente e nessuno.

DEFATICAMENTO LENTO: rientrare in città, pretendere di sistemare tutto e subito, immergersi a testa bassa nel lavoro, pretendere di abituarsi a nuovi ritmi ed essere reattivi subito…ecco, NO! Non fa bene, non è umano e non serve a ritrovare la serenità o a scacciare la malinconia. Molto meglio prendersi del tempo per ambientarsi gradualmente, riordinare le idee, disfare i bagagli e…progettare la prossima fuga! 😉

AFFETTI, COCCOLE E PICCOLE CERTEZZE: in fondo tornare “a casa” ha i suoi lati positivi (io aspetto a gloria un paio di pranzi cucinati da mia mamma, ad esempio), siano essi gatti, amici, famiglia, nipoti, trombamici, la cricca del bar, le ragazze del mare o l’allenatore in palestra. Anche un caffè fatto bene può essere un ottimo motivo per gioire del rientro, coccole culinarie, cene con le amiche di sempre, passeggiate al mare o corse in moto. Ecco, qualunque siano questi “buoni motivi”, qualunque siano le cose che vi possono far stare bene in questa nuova dimensione senza stare a rimuginare sul luogo appena lasciato, FATELE! Se non riuscite a trovare un solo buon motivo…che cosa siete tornati a fare?!?

Dicono che con il tempo, poi, ci si dovrebbe fare l’abitudine. Nel frattempo io prendo precauzioni 😉 Come al solito, se avete altri consigli da darmi, io li ascolto sempre volentieri. Anche se volete darmi un caldo “bentornata” non mi offendo, anzi…;) In ogni caso, se vi connettete alle 18.30 su radio m2o, ci sentiamo anche in diretta con LaMario (sempre che sia sbarcata dalla nave)! Buon fine settimana…

Che ansia! (mi metti)

L’ansia, anche quando non c’è, c’è! E’ la malattia del millennio, o forse c’è sempre stata, fatto sta che di base un po’ di ansia ce la facciamo venire tutti. Le cause sono le più disparate,:reali, inventate, ingigantite, auto-indotte, ogni scusa sembra essere buona per impanicarsi un po’ e sottostare allo schiavismo ansiogeno. E fino a quando le ansie te le procuri da solo, va tutto bene. Il problema è quando ci facciamo affliggere e infestare dalle ansie altrui. Mai capitato che persone nemmeno troppo vicine con un approccio ansiolitico a qualunque questione della vita abbiano cercato di contagiarvi, mettendovi ansia anche quando non ce n’è realmente motivo? Ecco, a me è capitato più di una volta, ed in tutte le occasioni mi lasciavo travolgere dall’ondata, cercando di assecondare lo stato d’animo dell’altro, in una sorta di empatia totalmente controproducente. Ieri mi è capitato di ritrovarmi nella solita situazione, tra l’altro con una questione lavorativa nel mezzo; mi sono chiesta se fosse giusto nei miei confronti tentare di gestire le ansie altrui, assecondandole e ponendomi nello stesso stato d’animo. La risposta è CHIARAMENTE NO!!!

Ovviamente il problema non è del prossimo, o meglio, il problema è loro, ma il lasciarsi influenzare da queste emozioni è una cosa che dobbiamo imparare a gestire noi. Come sostiene la scienza o chi per lei “Le persone sono talmente interconnesse che lo stress è diventato un problema sistemico, a livello sia personale sia collettivo; ciò nondimeno, la nostra società tende a non affrontarlo come tale. La ragione è che sono le emozioni a governare le persone più di quanto le persone governino le proprie emozioni. L’alto grado di interconnessione fra le persone significa che non possiamo più ignorare lo stress e l’energia emozionale incoerente degli altri, né possiamo tentare di controllare la cosa mediante regole totalitarie. Le emozioni possono essere soffocate, ma non per questo scompaiono. La causa principale dell’attuale epidemia di stress è l’incapacità di capire come gestire le emozioni.” Ognuno deve fare i conti con le proprie emozioni prima di tutto, ma nell’immediato, per non farsi sconvolgere o rovinare le giornate dagli altri, è bene prendere alcune precauzioni:

Non assecondare, MAI. Quando ti poni sul solito livello ti metti in condizione di alimentare l’ansia, l’agitazione ed i pensieri negativi. Rimanere in un imperturbabile atteggiamento “zen” o qualcosa di simile è la tattica migliore per farli sentire a disagio e per obbligarli a non incalzare la dose d’ansia. Insomma, se fai in modo che loro si sentano in qualche modo giustificati, si ansieranno il doppio. Con le immaginabili conseguenze per il tuo stato di salute, soprattutto mentale. Molto meglio smorzare, sminuire in maniera pacata le sue agitazioni, facendole apparire cose di poco conto per le quali andare in ansia è un inutile spreco di energia! Se poi sei in grado di rigirare le questioni con un risvolto positivo è fatta: magari loro stanno in ansia ugualmente, ma almeno tu ti sei salvato dalle vibrazioni negative (stupendoti anche del fatto che sei stato in grado di svoltare la situazione con l’uso sapiente della dialettica).

Non discuterci. Anche discutere non è una buona idea, perché solitamente chi vive perennemente nell’ansia è sicuro di non esserlo; sono le classiche persone che quando gli dici “Guarda, stai tranquillo, domani parliamo e sistemiamo tutto” si rigirano con un “ma io sono tranquillo“, pronunciato con la voce instabile e la vena frontale che nel frattempo ha cominciato a pulsare pericolosamente. Sono convinti di avere ragione, fermi delle loro convinzioni, e soprattutto sono sicuri che il loro modo di vivere sia quello giusto, per cui non ammettono altre opzioni se non quella di stare in ansia per qualsiasi cagata!

Respirare, contare fino a 10…a volte anche fino a 100. Siccome è facilissimo farsi tirare in mezzo da questi personaggi ed essere risucchiati nel vortice, prendere tempo è un altro grande trucco. Vogliono risposte immediate? Te le do’ dopo un paio d’ore. Vogliono cambiare appuntamento perché nel frattempo si sono già agitati? Mi invento altri impegni. C’hanno fretta? Vai al tuo ritmo.  Non modificare il tuo atteggiamento o i tuoi piani su spinta loro, se per te non ha senso. Mantieni la tua linea e seguila rispedendo la negatività al mittente.

Distacco. Se ciò che dice una persona non ti piace, smetti di fare attenzione. Segui solo le parti positive e costruttive della conversazione (ammesso che ce ne siano) e se non ce ne sono prendere mentalmente le distanze pensando ad altro; questo fa in modo che tu non rimanga coinvolto nel caos altrui. Se poi l’allontanamento dalle onde ansiolitiche non è sufficiente, bisogna passare al distacco fisico: ovvero, fuori dai cogl…nel senso, limitare le interazioni al minimo indispensabile (soprattutto quando si tratta di lavoro), perché le persone non si cambiano, ma noi possiamo decidere di fare a meno di certi personaggi con i quali interfacciarci. Anche eliminandoli definitivamente, ma senza ammazzarli 😉

E’ un duro lavoro, ma alla lunga (e anche nell’immediato), paga! Se voi avete altri suggerimenti, io ascolto e prendo appunti. Anche LaMario sarà curiosa di sentirli, in diretta alle 18.20 su radio m2o! Stay Tuned!!! 🙂

 

Non ho l’età (posso finché voglio)

Ci sono articoli che secondo il mio modesto parere vengono scritti solo per essere cliccati: sono quelli con i titoli esilaranti che promettono cose incredibili tipo “come farlo impazzire in dieci mosse” (dieci?!? Sciocchi, ne bastano 3, non fateci perdere tempo) o che rivelano verità inconfutabili dopo aver fatto sondaggi di dubbia natura sul “perché le persone che non dormono sono le più intelligenti” o che ti promettono di tutto di più, ad esempio “come dimagrire 10 kg in tre giorni” (poiii?). Poi ci sono altri articoli che sono scritti per essere cliccati e…farmi incazzare! E guarda caso, tutte le volte che ho il sospetto di potermi arrabbiare, leggo e mi arrabbio. Prima per il semplice fatto che sono parole e sondaggi che potrebbero rimanere nella testa di chi li ha scritti, secondo per il contenuto che puntualmente trovo opinabile, visto che ci sono persone che, al contrario di me, non opinano e si fanno realmente problemi. L’articolo in questione titolava così “L’età in cui le donne sono troppo grandi per i capelli lunghi e i jeans attillati“. Già qui avrei voluto tagliare le mani a colei (donna, per di più) che ha digitato questo pezzo, poi le avrei voluto inviare la foto di una conoscente ibizenca di 50 e passa anni, grande femmina, con capelli lunghi e bianchi e jeans stretti e farle rimangiare fino all’ultima parola. Poi mi sono fatta forza e sono andata avanti a vedere cos’altro non era concesso passata una certa età…e ho capito che tra un po’ non potrò fare quasi più nulla. Il sondaggione, infatti, ritiene che:

Dopo i 45 anni niente più capelli lunghi e niente più jeans stretti. Ma se voglio invecchiare con la treccia lunga come raperonzolo saranno affari miei o no?!?

Dopo i 38 anni basta tatuaggi!!! Praticamente Mariolina la sta buttando di fuori da diversi anni. E come lei tantissime altre persone.

Dopo i 34 anni basta selfie. Ora, per quanto mi riguarda, meno autoscatti per tutti sarebbe un’ottima soluzione per ritornare ad una dimensione di ego-esposizione normale, ma insomma, se la nonna si vuole fare un autoscatto perché le dobbiamo tarpare le ali?!?

Dopo 44 non si va più a ballare! Magari non si va più nelle disco piene di 18enni, ma a 44 non si deve mica passare alle balere. Ballare è una gioia senza età, fino a che ci si regge in piedi, meglio ballarci su. Io voglio ballare finché moio! (ecco)

Dopo i 45 vietato andare ai Festival Musicali. Ma perché?!? Conosco gente che è proprio dopo quell’età che si va a fare delle grandissime 48 ore ai festival più disparati. Certo, magari per reggere in piedi tante ore fanno uso di additivi di varia natura, ma quello lo fanno pure i ventenni!

Dopo i 45 anni non si dovrebbe cercare di apprendere la tecnologia velocemente. Certo, le sinapsi non sono quelle di un adolescente, ma questa cosa che a 45 anni sei già mezzo rincoglionito mi sembra un attimo prematura. O forse dico così perché mi sto avvicinando a questi stramaledettissimi “anta“?!?

Dopo i 40 non dovresti uscire senza trucco! Su questo temo di essermi dilungata abbastanza nel primo post di questa stagione, in ogni caso non dovrebbe essere un peccato mortale uscire al naturale, anche a 60 anni.

Insomma, ancora una volta una sfilza di simil-costrizioni-imposizioni-delicate-finto-moraliste che tentano di mettere limiti alla libertà d’azione delle donne; perché guarda caso questi articoli sono sempre dedicati al mondo FEMMINILE (che gli uomini con l’età che avanza sono più fighi e possono fare di tutto di più…)! Io chiaramente non mi trovo d’accordo, penso semplicemente che…

Voi che ne pensate? Ci sono cose che secondo voi non andrebbero fatte “a prescindere” dopo una certa età? Davvero un numero è così responsabile di quello che si può fare/non fare/non indossare? Io dico di NO! 😉 E secondo me anche LaMario, ma ci sentiamo come tutti i venerdì in diretta su radio m2o alle 18.20 circa, ora vostra, qui sarò già un’ora avanti…Buon weekend!

 

Il bagno e i limiti della confidenza

Qualche giorno fa ero a telefono con un’amica, aggiornamenti settimanali sulla vita, sui progetti, sui massimi sistemi e pettegolezzi vari. Dopo dieci minuti di conversazione sento un rumore di sottofondo, quello tipico dell’acqua che scroscia rumorosa…no, non nella vasca da bagno, proprio nel cesso! Niente di nuovo, lo abbiamo fatto tutte almeno una volta nella vita (e pure più di una) di parlare al telefono comodamente sedute sulla tazza. Le faccio scherzosamente notare che sono contenta di provocarle certe reazioni con i miei racconti (forse potrei propormi come lassativo-vocale, sicuramente con meno controindicazioni delle medicine) e lei ridendo mi confessa “Guarda che è un segno di estrema confidenza, mi sento a mio agio. Quando c’è il mio compagno in casa non ci riesco ad andare“. Immensamente grata per questo segno di amore, ho cominciato a riflettere sulla cosa, quest’ordinaria amministrazione che può diventare un ostacolo (e un pericolo per la salute in casi estremi) in una coppia che non ha non ha abbastanza confidenza, perché…

Confidenza arriva dal latino confidentĭa(m), ‘coraggio, fiducia, speranza‘ ed in questo caso prende proprio il significato di familiarità, assenza di formalità. Se in certi momenti questa estrema confidenza permette di fare di tutto e di più, quando si entra in argomento “bagno” la questione cambia, si creano barriere fisiche e mentali che tengono a distanza il partner. Dopotutto…

E quella che si crea in camera da letto non ha niente a che vedere con quella della stanza da bagno. Il bagno è sacro, soprattutto per lei, ma anche per lui. Il bagno è il santuario dell’io, il salotto della bellezza, il custode di mille segreti e di mille momenti. Ci sono cose che nel bagno si fanno da sole, e non parlo solo delle evacuazioni quotidiane: dal bagno rilassante in solitaria, ai rituali della mattina, fino al giorno dedicato alle cure estetiche o anche ad una sana seduta con lettura annessa. Avere la porta del bagno sempre aperta o barricarsi dentro chiudendo a chiave sono abitudini molto personali che non sono strettamente collegate al periodo di frequentazione (ci sono mogli che si chiudono a chiave anche dopo anni e anni di matrimonio), ma fanno più parte di una sorta di senso del pudore/bisogno di intimità di ognuno. E anche a quanto ti senti a tuo agio con la persona che hai accanto (trovandoti a condividere con l’uomo/donna che frequenti da tre mesi cose che con il fidanzato storico non avevi mai fatto). Ci sono almeno quattro gradi di confidenza:

Porte aperte e via: si fa tutto tutti insieme. E’ l’apoteosi della libertà, in cui non ci sono odori e rumori che imbarazzano, dove ci si sputa il dentifricio sulle mani lavandosi i denti insieme e dove lui ti chiede se per favore gli fai uno strappo sulla pancia mentre tu ti stai facendo la ceretta all’inguine. O_o

Un po’ aperta e un po’ chiusa, tutto quello che riguarda le abluzioni quotidiane (ma non il bidet) può essere condiviso, soprattutto in orari mattutini in cui è facile dove essere fuori di casa allo stesso orario. Per le sedute di gabinetto la porta si chiude, contribuendo a mantenere una certa distanza da questi momenti così privati.

Il bagno è mio e ci sto per conto mio: doccia, lavaggi, sedute e quant’altro sono il momento di relax da NON condividere con il partner. La porta non si chiude a chiave ma le regole sono chiare, quando ci sono dentro io, TU stai fuori. Poi che c’entra, se di tanto in tanto capita che ti scappa e io sono sotto la doccia puoi anche entrare, ma che non diventi un’abitudine.

Porta chiusa, acqua che scorre e musica alta: ci sono persone che non solo si barricano dentro il bagno, ma che proprio si vergognano profondamente di qualsiasi suono o rumore l’altro possa avvertire dall’esterno; che sia una naturalissima fuoriuscita d’aria dal culo o il simpatico brusio del silkepil la cosa non cambia, LUI(LEI) non deve sapere cosa accade dentro. -_-

Alcuni sostengono che troppa vicinanza, anche in questi momenti, distrugga il desiderio e porti ad una visione del partner TROPPO realistica (ma insomma, siamo tutti umani, o pensiamo ancora che le donne siano angeli profumati che non evacuano!?!) e che quindi sarebbe meglio mantenere una certa distanza; altri preferiscono vivere in totale libertà senza alcun tipo di tabù (anche perché più vai avanti più è possibile ritrovarsi in situazioni in cui devi avere a che fare a 360° con il corpo dell’altra persona). Io credo che tra chi se la tiene se lui è in casa a chi fa di tutto di più davanti a lui ci sia una via di mezzo corrispondente a quanto ti senti a tuo agio con la persona che hai a fianco in quel momento (o al tuo sentire).

Qual è la vostra barriera tra voi, lui/lei e il bagno? Alle 18.20 circa ce lo potete raccontare in diretta a me e LaMario su radio m2o. 😉 Buon weekend…io intanto volo verso Amman!

Messaggi vocali: rischi, pericoli e figuracce!!!

Qualche giorno fa ero in macchina con un mio amico e la sua nuova “uscente” di una decina di anni più grande di lui. “Toc”, suono sordo, notifica di whatsapp. Lui, al volante, schiaccia maldestramente “riproduci” sulla nota vocale inviata dall’amico che, con voce squillante e divertita se ne esce con “Uè, zozzone, ti stai ancora s****ando la milfona?!?”. Il mio amico diventa rosso, la milfona verde ma non si scompone più di tanto; prende il telefono e registra una contro-risposta tanto educata quanto pungente (e giuro, non ha usato parolacce). Il siparietto è sintomatico (sono sicura che sarà capitato a tutti almeno una volta) e mostra chiaramente quanto possano essere pericolosi, inappropriati e a volte estremamente imbarazzanti certi messaggi vocali.

Lontani anni luce dai tempi in cui per parlare con la migliore amica o con LUI dovevi chiamare a casa e relazionarti prima con eventuale madre/padre/fratelli/nonni per fartela passare, le comunicazioni al giorno d’oggi sono indubbiamente più dirette. Pure troppo. Anche il gatto ha il suo cellulare, sul quale può ricevere un’infinita quantità di messaggi. Il passaggio dagli SMS (chi li usa più?!?) ai messaggi vocali fino ai video messaggi (speriamo non si diffondano troppo) è stato rapido ma non necessariamente indolore. Il vocale all’apparenza è la soluzione a tutti i mali: è pratico, perché non sei costretto a digitare a testa bassa rischiando di stamparti sul primo palo che incroci sul marciapiede; non presuppone una conoscenza grammaticale scritta, basta sforzarsi di parlare in italiano; si può registrare ovunque e mentre stai facendo qualsiasi cosa,  dal bagno (con relativi rumori), fino al supermercato e addirittura alla guida (e sì che le mani da tenere sul volante dovrebbero essere due, ma insomma…); è rapido, perché anche il più veloce dei digitatori non potrà mai essere più veloce del suono; è empatico, perché dal suono di voce puoi passare intenzioni ed emozioni varie ed eventuali che nessuna emoticon potrà mai eguagliare (anche perché spesso sono emoticon di circostanza). Indubbiamente carino, ma come tutte le invenzioni all’apparenza intelligenti e pensate per risolvere un problema (in questo caso le soluzioni le avevamo già, ma fa nulla, lo scopo del marketing è creare bisogni laddove non ce ne sono), presenta degli inconvenienti se non usate come si deve!

Non si può rileggere: l’estemporaneità del mezzo facilita le cazzate! Quante volte, sull’onda del momento, abbiamo registrato messaggi  che lucidamente non avremmo mai fatto partire? Lo so, capita anche con lo scritto, ma almeno quello prima di pigiare invio puoi cancellarlo…il vocale, quando lasci il microfono, parte. Sempre che non vada malauguratamente a finire nel cestino dopo 3 minuti che parli da solo (io odiooo quel momento). Ecco perché pensare prima di registrare può essere una buona idea! (anche per evitare pause di indecisione, divagazioni o silenzi imbarazzanti in cui si sente il compagno di casa che rutta)!

Sbrodolamenti: il fatto di non dover scrivere sembra autorizzare alla lunghezza e alla divagazione, facendo arrivare messaggi di 5/7 minuti. Praticamente dei monologhi teatrali che quando arrivi alla fine ti sei scordato cosa dicevano all’inizio. Ma non facevi prima a chiamarmi?!? Così invece di subire passivamente le tue storie potevo anche interagire e rispondere!!! Questo puzzle di monologhi è sintomatico dell’auto-referenzialità del mezzo: colui che invia non ha né voglia di perdere due minuti a digitare e nemmeno gli interessa ascoltare la vostra voce-risposta-opinione prendendosi la briga di una telefonata; ma nello stesso tempo impongono la propria voce e costringono all’ascolto…Insomma, siate gentili: i vocali solo per messaggi brevi (che poi gli audio occupano pure un spazio sulla memoria del telefono)! 😉 

Sfasamento temporale: la messaggistica istantanea non presuppone che chi li riceve li apra nello stesso momento in cui arriva la notifica. Per cui la risposta “urgente” può arrivare anche 24 ore dopo! Per cose urgenti facciamola ‘na telefonata, no?!?

Figuracce assortite: far partire un messaggio per sbaglio a volume alto, inviarne uno in una notte di ubriachezza, sbagliare destinatario ed inoltrare alla chat di calcetto il messaggio “pucci pucci” con la voce da cretino destinato alla fidanzata di turno…sono tutte prove SONORE REGISTRATE a disposizione di chiunque voglia prendervi per il culo da quel momento all’eternità. In questo caso scripta manent e il verbo pure, ben impresso nella memoria dello smartphone vostro e di tutti quelli che ricevono!

Insomma, vocali sì, ma con parsimonia!!! 😉 Voi che ne pensate? Li usate, non li usate, quante figuracce vi sono capitate? Potete scrivermelo qui sotto o mandarmi un messaggio vocale…:P

Rieducare all’ozio (e alla vita)

Che fai, è quasi ottobre e sei ancora a Ibiza?“. “Ma quando torni? Non è tempo di rimetterti a lavorare? Ragazzi, veramente sto lavorando qui e da qui per lì. “Ma se vedo le foto e i video del mare…“. Potrei copia-incollare mille messaggi come questi e anche tanti altri che insinuano (con amore) tra le righe che se sei in un bel posto, se ogni tanto ti svaghi e ti permetti di goderti momenti di vita nel posto che ti ospita, allora non stai facendo un cazzo! Uso il mio esempio personale per parlare di un problema esteso su larga scala e basato su convinzioni sbagliate che ci hanno inculcato nella testa e continuano a spacciarci come giuste e inopinabili: il lavoro è sacrificio, il lavoro è vita, il lavoro è tutto!!! E per lavoro si intende, ancora, qualcosa che ti incolla alla scrivania di un posto, che ti tiene occupato almeno 8/10 ore al giorno, che ti continua a martellare anche quando sei a casa perché con la tecnologia che gentilmente ci accompagna possiamo essere rintracciati in ogni dove e in ogni momento per qualsiasi dubbio o questione vitale da risolvere anche durante il fine settimana. Siamo anche quelli che di lavoro ne fanno più di uno, perché i presupposti del “lavoro della vita” e dell’amato/odiato “posto fisso” sono liquefatti come una coppa di gelato alla vaniglia lasciato a mezzogiorno nel deserto; il che ci costringe a farci il culo doppio o addirittura triplo. Già, perché poi in questi periodi di carenza di impieghi, i lavori noi ce li inventiamo anche, diventando capi e impiegati di noi stessi, molto più severi del direttore dell’azienda X; il rischio è tutto nelle nostre mani e se non lavori abbastanza i risultati è ovvio che non arrivano. Formiche operose tecnologicamente stressate, costantemente impegnate e completamente immerse nel lavoro. Tutti a correre, fare, sgomitare per la carriera, i soldi, le gratificazioni, la fama ed avere il conto in banca più grasso ma senza avere il tempo per godere di quel che si è guadagnato. Le giornate di 24 ore vengono spese per più della metà lavorando, 6/7 ore dormendo (e guai a dormire di più, che sottrai tempo al lavoro e in fondo quando morirai avrai un sacco di tempo per riposarti) e quel poco che resta intessendo discutibili relazioni sociali rigorosamente virtuali. FERMI TUTTI!!!

E’ vitale riprendersi i propri spazi, i propri tempi, la propria vita e imparare ad oziare in maniera creativa e stimolante. Mi permetto quindi di sfatare due miti deleteri e controproducenti:

Se ti diverti, non stai lavorando! Questo retaggio antico di lavoro come sacrificio, sofferenza, pallosità, tristezza, stress e angoscia lo possiamo anche lasciar andare con serenità. Voglio dire, già passiamo metà della vita a lavorare, dobbiamo pure flagellarci per quei 40/45 anni per poi finalmente decidere di goderci la vita quando saremo distrutti dagli acciacchi che quel tipo di vita ci ha provocato, per di più con una pensione talmente miserabile o addirittura assente? Anche no. Il fatto di fare un lavoro che piace non dovrebbe essere un privilegio ma una costante; laddove non è possibile almeno non dovrebbe distruggere fisicamente ed emotivamente. Ma se quando lavori ti diverti, stai bene e sei addirittura sei felice è una vittoria importante. Questo piccolo salto mentale ricolloca la dimensione lavorativa su un altro piano e attenzione, non è che chi si diverte lavora meno, lavora semplicemente meglio; ottimizza, spreca meno tempo, si stressa meno e contribuisce ad una qualità della vita decisamente migliore. Come scriveva De Crescenzo…

Non hai prodotto oggi? Sentiti in colpa! Ci sono giornate in cui non si conclude niente, giornate in cui niente viene come dovrebbe e quindi impieghiamo il doppio del tempo a fare una cosa che normalmente viene naturale. In quelle giornate arriva l’ombra del SENSO DI COLPA, perché non è possibile che tu NON produca! E invece è possibile, ed è sintomatico: sono proprio quelle giornate in cui non si dovrebbe proprio lavorare perché la mente ed il corpo sono in sovraccarico e smettono di funzionare di proposito. Tipo “Hey, mi hai spremuto al massimo, mi lasci stare per un po’?“. Pause, ci vogliono delle pause, ma più che altro un riequilibrio dei tempi vitali dove il lavoro e la vita siano separati…

“Lavoro e vita hanno logiche e culture diverse e la ricchezza dell’esistenza sta nel combinare i loro tempi e i loro ambiti. La loro giustapposizione è un mito da scongiurare!” (Aris Accornero)

Ecco perché bisogna ri-imparare e ri-educare ad oziare: riprendersi spazi e tempi, il contatto con la natura, il piacere dello studio fine a soddisfare la propria curiosità, rilassare la mente con film, libri, musica, sport o qualsiasi cosa in grado di alleggerire corpo e mente pur rimanendo in una costante attività celebrale sotterranea. Perché è quando la mente è a riposo e non pensa che nascono le idee migliori; stimolato il cervello produce, sotterrato dalle pressioni e dal pensiero del lavoro NO! E soprattutto riprendere il tempo per se stessi, per coccolarsi e concedersi anche dei momenti di cura delle relazioni umane reali, quelle che troppo spesso sono trascurate per “lavorare“. Non è solo la “vacanza” per ricaricare le batterie, è un ozio costante e premeditato da somministrarsi di tanto in tanto per non soccombere. Ma vivere.

Voi vi permettete di oziare o siete vittime del lavoro? Ci sentiamo in diretta alle 18.20 per parlarne con LaMario e con voi su radio m2o! Io, chiaramente, sempre da Ibiza 😛

—>Per approfondimento consiglio “Ozio Creativo” di Domenico de Masi (2002, ma sempre attuale)

Chiodo schiaccia chiodo: leggenda o possibilità?

Il mare è pieno di pesci” è una delle mie frasi preferite con la quale consolo le amiche con il cuore a pezzi perchè QUEL pesce le ha emotivamente distrutte. Uscire da una relazione non è mai facile: c’è chi si aggrappa alle ultime squame dello scorfano che le sta abbandonando, chi si ritira a vita privata e chi utilizza la famosa vecchia tattica del “chiodo-schiaccia-chiodo“. Il mio compare di lavoro qui a Ibiza dice di andare avanti praticamente un chiodo dopo l’altro, il che sto ancora valutando se si tratti di un bene o di un male, però si è talmente applicato a snocciolare la sua teoria che ho deciso di condividerla per vagliarne la reale utilità o meno. Perché diciamoci la verità, al pari della storia dei fighi che si incontrano la sera al supermercato, quella del chiodo che funziona sa un po’ di leggenda metropolitana. Perché il chiodo, se utilizzato male, ti buca e ti fa sanguinare (o alla meglio ti dai un martellata forte forte da solo). Ma andiamo con ordine: il CHIODO in questione è un qualcuno/a in grado di velocizzare il processo di rimozione mentale dell’EX, o almeno di non pensarci costantemente con sottofondi musicali strappalacrime e depressivi. E’ un modo per non buttarsi giù e non chiudersi nella bara sentimentale, quella che può tenere lontano dalle relazioni per lunghi mesi, o addirittura anni. Ci sono però alcune precauzioni da tenere ben presenti per non pungersi…

1-Il chiodo NON è l’uomo della vita. Non deve essere perfetto, non deve incarnare il vostro ideale maschile ma soprattutto DEVE essere leggero. E’ un chiodo, non un mattone!!!

2-Il chiodo deve essere un corteggiatore, disposto a coccolarvi e regalarvi attenzioni. Se è uno psicopatico-complicato che se la tira, non è il chiodo adatto!

3-Il chiodo è un intrattenimento piacevole, un modo per risollevare l’autostima che probabilmente l’altro ha infilato nel bidone dell’indifferenziata; tiene la mente (e il corpo) impegnata e nello stesso tempo offre ottime scuse per non rivedere l’ex.

4-Proprio per questi punti a favore è necessario dichiarare subito al chiodo del suo ruolo di chiodo e assolutamente NON fare proiezioni su di lui: farfalle nello stomaco vanno bene, ondate di energia positiva pure, ma NIENTE seghe mentali su possibili evoluzioni della storia, su ipotetici futuri o passaggi di stato. Avete mai visto un chiodo trasformarsi in un fidanzato?!? 😛

5-Per evitare quest’ultimo importantissimo e fondamentale dettaglio il mio amico suggeriva una scatola di CHIODI, perché è facilissimo, una volta incontrato uno che ti corteggia, ti coccola, ti fa fare del gran sesso, non è pressante ma presente e ti fa dimenticare l’altro in leggerezza, perdere la testa per lui/lei. Per questo ci vogliono svariati chiodi, almeno 3, per non avere attenzioni e sentimenti solo per uno (che poi diventa una catena di chiodi che scacciano il chiodo che aveva schiacciato il chiodo).

Insomma, tieni presente che il chiodo non serve a dimenticare, serve ad intrattenersi nel frattempo che si elabora la perdita. E non c’è niente di male a soffrire ridendo: non è che soffri meno, soffri solo in maniera diversa“. Così ha concluso la sua esposizione, sulla quale sto ancora riflettendo. Il chiodo non si sentirà usato? E se poi è lui che si innamora? Non è meglio godersi un po’ di solitudine?

Io credo di aver usato sempre i chiodi nel modo sbagliato e non penso sia realmente salutare ricorrere a questa cosa. Però, se si dichiara tutto in partenza ed entrambi sono consenzienti, perché no? Voi siete mai ricorsi ai “chiodi”? Hanno funzionato? Raccontatecelo qui o in diretta alle 182.0 su radio m2o. Io e LaMario siamo tutte orecchie...o meglio, io sicuramente! 😉 Buon fine settimana.

Colpi di testa post “anta” (da single a moglie in una stagione)

Siamo abituati dalla società e dalle usanze comuni, almeno dalle parti occidentali, ad un iter romantico-sentimentale prestabilito, che consiste più o meno in: uscite conoscitive, frequentazione, fidanzamento, convivenza e matrimonio. Quest’ultimo step, per quanto possa sembrare obsoleto e fuori moda, in realtà resiste alle intemperie e anche le coppie più impensabili ed anticonformiste prima o poi ci cascano (anche solo per appianare beghe burocratiche in casi di estrema necessità). Tutto questo processo può durare molti mesi o addirittura moltissimi anni; meglio se dura più a lungo dicono, “così ci si conosce meglio e non si rischia di fare cazzate con il primo che si incontra“…dicono. Quelli che si incontrano e si sposano dopo sei mesi sono dei pazzi presi dall’entusiasmo che fanno colpi di testa improvvisi senza pensare. Ecco, ragionavo appunto su questa questione ultimamente per via di un evento che mi ha toccato da vicino. Una delle mie migliori amiche, single quasi arresa alla via della zitellaggine, mi chiama a inizio maggio dicendomi di aver ceduto alle avance di un corteggiatore che le faceva la corte da mesi; “oh, finalmente!” Sono sempre felice quando le mie amiche singole si lanciano in qualche avventura, anche solo per rimettere in gioco il cuore (e tutto il resto)! L’ho sentita durante la stagione con messaggi vaghi riguardanti prevalentemente il lavoro fino a quando non ci siamo sentite verso la fine di agosto e le chiedo, con il mio inconfondibile tatto “Ma il tipo esiste ancora o l’hai fatto già scappare?“; tossisce, ride, manca poco si strozza “No, no, c’è ancora, è qui davanti a me“. Ovviamente non la tartasso con tutte le domande indiscrete che avrei voluto farle, le dico solo che lo vorrò conoscere al più presto per dare la mia “approvazione” 😉 Il giorno dopo mi invia un messaggio vocale che suonava più o meno così “Senti, ti volevo dire una cosa abbastanza importante, volevo aspettare che tornassi in Italia, ma insomma…mi sono sposata!!!

MANCA POCO SVENGO! Prima di inviarle una risposta si sono incontrati nella mia testa pensieri a caso: ma che cazzo combina? Le è partito il cervello? L’ha circuita dicendole un monte di cavolate? Ha l’orologio biologico impazzito e magari ora mi dice che è pure incinta? E’ stata minacciata? E poi perché non mi ha chiamata…prima?!? Insomma, cose a caso e pensieri vari e poi una questione: perché, nonostante mi ritenga una persona aperta, la prima reazione è stata quella di pensare che forse “aveva fatto una cazzata ed era troppo presto“? Esiste davvero un troppo presto o troppo tardi? E un “dopo i 40 queste cose improvvise non si dovrebbero fare”? Che si sa, le cavolate a 20 anni si tollerano dando la colpa alla gioventù, ma a 40 a chi la dai la colpa di questi colpi di testa? Ecco, a nessuno…

Il “troppo presto” è un’altra invenzione dei nostri usi&costumi: il fatto di dover dare lungo spazio a fidanzamenti in casa e fuori casa, la convivenza che può protrarsi per decine di anni fino al giorno in cui ci si sposa per poi separarsi dopo un annetto scarso sono usanze socialmente accettate per cui chi esce da questo schema sembra stia facendo tutto sull’onda del momento. Cose che a 40 anni non si dovrebbero proprio fare…ed invece no. Credo che sia proprio passata una certa età che le donne diventano più consapevoli di se stesse, di quali sono le cose che cercano in una relazione (fosse solo un badante per la vecchiaia ;P ), sono più sicure e decise proprio perché si conoscono meglio e, al momento che trovano qualcuno che ritengono adatto, compiono scelte apparentemente repentine ma assolutamente guidate da chi sono e da cosa vogliono. Senza bisogno di perdere tempo o comunque prendendosi il tempo per vivere le cose a pieno e senza troppi giochetti (quelli li lasciamo ai ventenni, eh?!?). In fin dei conti

Per ripensarci c’è tempo, per cambiare anche. Certe scelte non sono irreversibili ed in fin dei conti è tutta vita vissuta. Tutto questo ci ho messo un paio di settimane a realizzarlo, ad eliminare i miei giudizi e pregiudizi iniziali; ancora mi sento scettica rispetto al matrimonio, forse perché non mi rimane molto simpatico in generale, ma sono contenta della scelta della mia amica, che è passata nel giro di una stagione da single a moglie! Una in meno della comune delle vecchie-single-gattare…:P

Cosa ne pensate di questi “colpi di testa” dopo gli anta? Ne avete fatti? Potete interagire con me e LaMario in diretta su radio m2o alle 18.20. Vi aspettiamo!