OPEN: Ripartiamo dall’apertura (mentale e non solo)

Nel 2004 ho aperto il mio primo negozio, un Concept Store in zona Santa Croce a Firenze; avevo 24 anni e quello era un sogno che si realizzava. Quel sogno aveva un nome, un nome che racchiudeva una filosofia ben precisa non sono legata a quel progetto ma alla vita stessa: OPEN! Open come l’apertura mentale, qualità per me indispensabile; Open come una piazza all’aria aperta che potesse funzionare da punto di riferimento senza barriere; Open come l’accoglienza, era il nostro salotto dove tutti erano i benvenuti; Open, come una scatola senza coperchio pronta a dare e ricevere, senza nessun vincolo. No, non vi inonderò di nostalgiche memorie. Solo fare un focus sull’apertura, necessaria per far entrare l’aria del cambiamento. Apertura che, ahimé, nonostante parole e discorsi farciti di buone intenzioni, non vedo ancora. Nella Moda, così come nei circoli chiusi della Moda Sostenibile.

Ho letto molti articoli, ascoltato podcast e seguito le affermazioni di personaggi più o meno illustri ed autorevoli del mondo della moda, nei quali il succo del discorso era riassumibile in “Meno male c’è stata questa pausa forzata, perché la moda ha bisogno di essere ripensata“! Poi l’articolo successivo titolava: “Come faremo senza sfilate per un anno?” e quello dopo ancora “Spostate le fiere milanesi a settembre 2020“! Insomma, ripensarla sì, ma senza rinunciare a niente di ciò che c’è stato fino ad ora. Parlare bene é facile, rimettersi in gioco essendo disposti a rinunciare a qualcosa un po’ meno. Quando penso al RIPENSARE immagino scenari diversi, immagino nuovi modi di presentare prodotti, immagino collezioni che non seguono un calendario imposto, immagino il ritorno ai Creativi con la “C” maiuscola, quelli che non pensano solo fuori dalla scatola…ma quelli che la scatola non la vedono nemmeno, immagino nuove forme di comunicazione, distribuzione e vendita. Una Moda che sia in grado di produrre senso, oltre che prodotti, che parli alle persone e non ai “consumatori” (che mi sembra che abbiamo già consumato il consumabile), che torni ad essere un mezzo per l’espressione della libertà individuale lontana dai giudizi e dai modelli imposti…e non un subdolo gioco psicologico orientato al senso di inadeguatezza generato dal non avere il must have di stagione! E alla fine di tutto ciò mi immagino un universo collaborativo dove non ci sono Guru illuminati diffusori di verità effimere, né seguaci obbedienti come cagnolini e nemmeno fashion victim; dove non ci sono gelosie e preziosi contatti da custodire, dove non esistono “quelli fighi” e “quelli sfigati” ma quelli che fanno e che sono in grado di fare rete in nome di un obiettivo comune e dove, per una volta, la Moda possa fare a meno della sua autoreferenzialità che la contraddistingue da secoli. Sì, quando faccio i miei viaggi mentali immagino scenari al limite dell’utopia…dopotutto almeno con la testa sarà libera di dare forma al mondo che vorrei, no? 😉

Quando iniziai a sentir parlare di Fashion Revolution in qualche modo mi sono sentita meno sola: finalmente un gruppo (folto, poi diventato numerosissimo) di persone che condividono i miei stessi valori e che si adoperano per un cambiamento nella Moda. Finalmente un movimento in grado di dare una scossa a tutti quegli aspetti discutibili del sistema, da quelli legati all’etica passando per il rispetto per l’ambiente fino all’atteggiamento tipico dei lavoratori della Moda. Ecco, su questo punto mi sono dovuta ricredere, con mio sgomento e disillusione! La rete di rivoluzionari del sistema intrecciata a livello globale ha fatto numerosi passi in avanti, riversando una buona dose di consapevolezza sull’utenza finale così come una bella pressione sui brand per spronarli alla trasparenza e alla sostenibilità come valore base. Ma per quanto riguarda atteggiamento ed apertura…la storia dei circoli e delle preziose torri d’avorio si ripete, come il copione dello stesso film al quale hanno solo cambiato il nome!!! Che peccato. Un peccato che invece di riunire ed essere tutti più forti a lavorare per un obiettivo comune, ognuno faccia il suo tirando l’acqua al suo piccolo orticello. Un peccato che si cerchino di replicare le dinamiche e le occasioni della Moda, idealizzandoli come obiettivi imprescindibili (se non finisci su Vogue comunque non sei nessuno O_o)! Un peccato che invece di dare vita a qualcosa di grande e dirompente si vada avanti con piccoli passi che si disperdono nel vuoto. Un peccato che non si riesca a parlare, confrontarsi e coordinarsi (soprattutto in un Paese relativamente contenuto come l’Italia) e che ad avere voce siano sempre gli stessi. Un peccato che non si veda un’opportunità nel fare rete ma solo una rottura di coglioni o comunque una perdita di energie che vengono meno al proprio business. Un grande peccato che si debba fare a gara a chi è arrivato per primo (una volta che sei arrivato primo, se la tua motivazione è forte, l’interesse dovrebbe essere la diffusione, non il riconoscimento) e che si continui a sgomitare. Nella Moda quasi peggio che in politica…

Quando dividi invece di unire l’entropia diminuisce!

Il momento di disillusione iniziale ha lasciato spazio ad uno sdegno composto (almeno nelle espressioni pubbliche, poi in privato sbrocco senza ritegno 😛 ) e la consapevolezza che il mio impegno sarà sempre orientato verso etica e sostenibilità, ma corredato da una dimensione umana orientata all’apertura e alla collaborazione. Se è vero che sbagliando si impara è vero pure che si impara anche guardando le cazzate degli altri (o almeno sono chiari i modelli che non si ha intenzione di replicare). Ed in questo senso io mi sono riproposta di non voler assolutamente aderire a queste dinamiche “chiuse”. Mai! Non fanno parte di me e nemmeno della mia visione del mondo. “Sarà difficile, la Moda è sempre stata così” – mi ha detto qualche giorno fa un’amica. Ha ragione. Sarà difficile. Magari sarà l’ennesima lotta contro i mulini a vento. E non sarà certo l’ultima impresa “difficile” e poco digeribile in cui mi imbarco. Ma questi sono i valori in cui credo e quelli che mi spingono quotidianamente a proseguire. Fortunatamente in questi anni ho incontrato menti altrettanto aperte e illuminate, collaborative ed entusiaste; fortunatamente siamo in tanti. Insomma, io al creare connessioni ci credo ancora. Al potere dell’unione per cercare di tessere qualcosa di più grande di un singolo nodo. Credo ancora alle persone, ai progetti, ai sogni e agli obiettivi comuni e condivisi. Credo meno alle promesse di cambiamenti di questi giorni, ma mi piacerebbe essere smentita ;). In ogni caso a breve SFASHION-NET vedrà la luce. Per quanto mi riguarda, tutto il resto, sostenibile e non, è sempre moda…

Stasera in diretta alle 19 sul mio profilo instagram ve ne parlo meglio in diretta con Guya!

 

Colorati sì, ma a modino!!! (Parte 1)

Quando si parla di impatto ambientale della moda si casca sempre sul tessuto e su quanto la sua dispersione sul suolo non sia favorevole al respiro di madre natura. Ed i colori?!? Inutile negare quanto io sia cromofila e anche un po’ cromo-dipendente, così come è inutile negare che i colori fanno parte del gioco della moda da sempre, con le storie di certe nuance che sorgono proprio da stili e tendenze divenuti iconici nel tempo (azzurro Tiffany, rosso Valentino, ecc). Eppure anche le tinture si portano dietro macchie che spesso sono difficili da lavare via (a questo proposito consiglio sempre il documentario “The Blue River” per avere un’idea di quanto stiamo colorando la natura in maniera impropria). Non c’è bisogno di rinunciare al colore (morirei), solo capire quali sono le problematiche e cercare soluzioni alternative per ridurre i danni o evitare di farne!

1. Problema: spreco d’acqua

A livello mondiale, l’industria tessile consuma tra i sei e i nove trilioni di litri d’acqua all’anno, e questo solo per la tintura dei tessuti. TRILIONI…io riesco ad immaginarmeli veramente male, ma per darvi un’idea è come riempire più di due milioni di piscine olimpioniche con acqua dolce ogni anno! Insomma, per un mondo dove l’acqua scarseggia buttarne così tanta mi sembra uno schiaffo alla Natura (che poi, come ben vedete, si ribella).

2. Problema: sostanze chimiche

Circa tre-quarti di tutta l’acqua consumata dagli stabilimenti di tintura finisce col diventare acqua di scarto non potabile: una sorta di miscuglio tossico composto da tinture, alcali, metalli pesanti e le sostanze chimiche utilizzate per fissare il colore sui nostri capi. Ora, non demonizziamo la chimica, che esiste in qualsiasi processo vitale; diciamo che trovare il modo di controllarla e di fare le cose “pulite” agevolerebbe il tutto! Purtroppo in alcuni stabilimenti indiani certe sostanze chimiche proibite in Europa vengono ancora usate; oltre al fatto che non vengono installati appropriati impianti di depurazione e le acqua vengono scaricate direttamente nei fiumi così come sono: colorate e piene di sostanze tossiche! Sostanze chimiche che hanno ripercussioni sull’ecosistema locale e sulle persone che utilizzano quell’acqua, con ovvie ripercussioni su flora, fauna e tutta la catena alimentare! 

3. Problema: il rischio disoccupazione

Nel bene e nel male, le tintorie rappresentano un’importante fonte di occupazione e reddito: circa l’81% dell’economia d’esportazione del Bangladeshper dirne unaè costituita da capi di abbigliamento. Le donne sono l’80% della manodopera mondiale impiegata nell’industria tessile e sono la fascia più a rischio (oltre che quella più sottopagata e con turni più stressanti al limite dell’umano). Nel valutare alternative ai sistemi inquinanti di tintura è di fondamentale importanza evitare una disoccupazione massiccia!

4. Problema: il consumismo innato

Lo abbiamo detto molte volte e lo continuerò a ripetere: è il sistema che va ripensato a 360°.  L’approccio lineare basato sul “prendi, consuma, distruggi” è la base dell’insostenibilità. Ed è quello che andrebbe scardinato prima di pensare a tutte le possibili alternative tessili e chimiche! Insomma, tutto bene se i marchi usano tessuti riciclati e tingono con i micro-organismi, ma  lo sforzo è inutile se poi i capi vengono gettati via senza pensarci due volte o se la filiera produttiva sfrutta la manodopera. Questo sia sempre chiaro e ben stampato in mente!

5. Problema: tinture naturali su ampia scala?

Le tinture naturali sono la variante ecologica della storia ma, come i tessuti naturali, non sono certo la bacchetta magica! Anche i pigmenti naturali spesso sono difficili da reperire, necessitano terra arabile per la produzione (il che vuol dire levare terra per la coltivazione di cibo) e hanno bisogno di metalli pesanti per fissare il colore. Insomma, su larga scala non vanno benissimo nemmeno questi…(forse è il caso di ridurre la scala?!?)

soluzioni: tecniche artigianali e nuove tecnologie nell’ottica di un’economia circolare

Tradizione e tecnologia se fuse insieme in una nuova ottica possono dare risultati inaspettati e funzionali. I processi di tintura sintetica sono stati introdotti negli Anni 60, scalzando quasi completamente le conoscenze di tintura naturale. Ma non sono mai scomparse, anzi, le colorazioni che derivano dalle piante continuano a sopravvivere e non solo; le tinture di questo genere sono legate ad una creatura vivente, ad una conoscenza e una saggezza più elevate; tecniche veramente millenarie come la cocciniglia per produrre il rosso, il muschio degli alberi per creare toni color oro e la melagrana per il nero. Le tinte naturali, però, non sono fatte per il consumo di massa ma per capi individuali e l’espressione personale…o piccole produzioni. In sostegno arriva il crescente movimento del biodesign (vedi Faber Future) che integra organismi viventi come i batteri all’interno di nuovi materiali, facendo collaborare in sinergia design e scienza! E’ del 2011 la scoperta di un microbo produttore di pigmenti che poteva essere usato per tingere i tessuti. Il micro organismo in questione è in grado di produrre un colore che oscilla tra il rosa e il blu a seconda del pH del terreno in cui si trova il microbo, e crea una splendida gamma di effetti sul tessuto. Questa tecnica consuma 500 volte meno acqua rispetto ai procedimenti di tintura standard ed elimina completamente le sostanze chimiche dannose. Giusto per dirne una…Altre soluzioni possibili arrivano da sottoprodotti dell’industria alimentare; ad esempio l’azienda Colorfix ha convertito la melassa, un sottoprodotto dello zucchero, in coloranti che possono essere utilizzati nel settore delle tinture tessili, sostituendo le sostanze chimiche per il fissaggio del colore con i sottoprodotti dei biocarburanti. Anche in questo caso riutilizzare i materiali di scarto significa  consumare 10 volte meno acqua e il 20% in meno di energia. Se poi a tutte le alternative e le innovazioni aggiungiamo un po’ di sano buon senso e la voglia di far durare di più i capi, direi che forse ce la possiamo cavare 😉

Per la parte due vi aspetto la prossima settimana! Stasera #sfashiontalkshow in diretta alle 19.30 sul mio profilo instagram. Domani invece sarò ospite del TSH The student hotel per un webinar in compagnia di Susanna Nicoletti sul “Future of Fashion e Curiosità“! 😉

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Il “Riparare” fa parte delle 7 o ottomila “R” che sono alla base dell’economia circolare (all’inizio eravamo a tre, “Reduce, Reuse, Recycle”, poi sono state aggiunte anche Repair, Re-Think, refuse, repurpose…e ogni due per tre viene aggiunto qualcosa di nuovo 😉 ). Eppure sembra che si faccia sempre prima a buttare e ricomprare che a riparare. Io non faccio testo, perché le mie riparazioni su certi capi somigliano sempre di più a dei tentativi di rianimare i morti (in realtà sono esperimenti di lunga durata sui miei capi preferiti per prolungarne la vita il più a lungo possibile), ma in generale non è che un buco ci autorizza a tirare via una maglia, vero?!? La malsana abitudine del sostituire il vecchio/rotto con il nuovo è sempre imputabile alla forma di consumo veloce secondo il quale “tanto il nuovo costa poco, cosa lo ripari a fare?“; oltre al fatto che si era sparsa la voce che le sarte “erano delle ladre” perché chiedevano ben DIECI EURO per fare un orlo o riparare uno strappo! Ed è proprio qui che vi voglio oggi, in queste settimane lente e casalinghe, per riscoprire l’arte del ripararsi le cose da soli (così vi dimostro che ci vuole pazienza, manualità e dedizione e la prossima volta alla sarta di euro gliene allungate anche 20)!

Nei tempi antichi, ma nemmeno troppo, riparare era un’operazione all’ordine del giorno. Le cose erano fatte per durare e non sarebbe stato uno strappo a segnare la fine di un capo/oggetto. Il kit del cucito era presente in tutte le case e tutte le signorine dovevano saper tenere ago e filo in mano (mia madre quando spiegavano queste cose era assente, nonostante sua nonna fosse sarta non ha mai imparato a cucire perché si annoiava…e infatti a casa mia i bottoni li attacca mio padre, da sempre)! Credo che quest’usanza sia andata svanendo con il tempo, così come quella di portare le cose ad aggiustare da persone di mestiere, i sarti e le sarte che con santa pazienza stringevano, scorciavano, trasformavano o riparavano capi. Sarà il caso di ricominciare? Ci si può arrangiare con tecniche basiche, sperimentare con vezzi creativi o ingegnarsi per apprendere antiche arti giapponesi.

L’arte di riparare

I Giapponesi, precisi e zen, di questa storia del riparare ne hanno fatto una filosofia di vita, quella del “wabi-sabi”, ovvero sapere cogliere ed apprezzare la bellezza nell’imperfezione. Da qui riparazioni che si vedono, riparazioni che diventano arte, riparazioni che rendono l’oggetto più bello di prima. Il Sashiko Stitching è una di queste arti praticabile a colpi di ago e filo. Letteralmente significa “piccole pugnalate” ed è una forma di riparazione visibile (basta con la convinzione che la riparazione non si deve vedere perché “fa brutto”) applicata su tessuto. Generalmente si fa con il filo bianco, ma via libera alla creatività. Come tutte le tecniche giapponesi ha bisogno di pazienza e dedizione, non si fa in due minuti se si vuole un bel risultato. Prendiamolo anche come meditazione cucita…;)

Serve: ago, filo, spille, forbici, tessuto per rattoppare

La guida passo passo la trovate qui. Chi ha pazienza si accomodi…

Questa tecnica era usata per il ri-assemblaggio di pezzi di tessuti. Una specie di patchwork multi-livello con queste cuciture a vista che somigliano più a ricami chiamata Boro (parola che denota capi di abbigliamento rattoppati con piccoli pezzi di tessuto sovrapposti e cuciti con punti sashikoù). Un tessuto prezioso composto di stracci; un controsenso all’apparenza, ma in realtà è una tradizione che racchiude un insegnamento che dovremmo rispolverare e fare nostro: “I Boro racchiudono i principi estetici ed etici della cultura giapponese come la Sobrietà e la Modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (motttainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano“. Impariamo…

L’arte di arrangiarsi riparando

Dal bottone che scappa al buco sul calzino, dallo strappo sui jeans al tessuto che si rompe…tutto è riparabile! (I capi di maglieria sono più complessi, meglio rivolgersi ad una magliaia, ma anche lì se uno è un po’ abile ce la può fare: tipo quando il gatto mi tirava i fili dei maglioni io prendevo il filo tirato, lo tiravo all’interno e poi ci facevo un paio di nodi…non era elegantissimo, ma funzionava)! Chi non si vuole cimentare con la pazienza giapponese è invitato a fare amicizia con ago e filo ed improvvisare amabilmente. Lo so, esistono punti classici, punti festone, la filza, il punto nascosto e pure l’avanti e indietro…(per queste cose esistono siti di sartine provette che vi danno tutte le dritte tecniche): io preferisco l’improvvisazione, l’estemporaneità, il provare senza voler la perfezione ad ogni costo ma cercando di raggiungere un obiettivo senza finire di distruggere tutto 😛 E vi dirò una cosa in più: le riparazioni invisibili non usano più; meglio sfoggiare con orgoglio un capo con una riparazione visibile 😉

Se non vi ho convinto con ago e filo, possiamo sempre metterci le care e vecchie toppe! (anche termo adesive) O delle brave sarte. Ma prima di buttare, pensaci due volte 😉 E per finire un paio di letture sull’argomento:

Fix Your Clothes, Sustainable Patching

Wear, Repair, Repurpose

-MENDIng matters

E voi come siete messi a riparazioni? Ne parliamo anche stasera in diretta alle 19.30 #sfashiontalkshow (sul mio instagram)

 

Rallentamenti in corso: è un bel casino, ma anche no!

Rallentare. Volenti o nolenti ci hanno costretto a rallentare (oltre che a stare chiusi a casa, lavarci spesso le mani e non abbracciarci). Se da una parte la libertà limitata ed il simpatico virus ci stanno tenendo sotto pressione sotto svariati punti di vista, dall’altra ci sono piccoli segnali che potrebbero anche avere risvolti inaspettatamente positivi. Non sono qui a dirvi che “andrà tutto bene” perché non sono assolutamente una maga e solo il tempo potrà darci delle risposte più o meno concrete (dal bene bene all’apocalisse, con tutte le sfumature al centro, potrebbe succedere di tutto); ma non sono nemmeno qui a farvi venire le paranoie o alimentare l’ansia (per quello bastano TG, giornali e alcuni profili instagram). Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno e mi piace valutare questo momento come un’opportunità, anche per il mondo della moda, per reinventarsi. Dopotutto quando parliamo di SLOW FASHION intendiamo esattamente questo: rallentare i ritmi produttivi, produrre con più cura e nell’ottica di far durare le cose più a lungo a beneficio del pianeta e delle persone.

Il mondo della moda, quella grossa fatta di grossi gruppi produttivi, di numeri esorbitanti e di milioni di fatturato, al momento è in sofferenza. Dopotutto le prime avvisaglie di questo spargimento di virus si sono avute proprio durante la MFW costringendo moltissimi marchi a sfilare a porte chiuse o addirittura rimandare i propri show. Già durante i saloni come il White era stato registrato un calo delle presenze del 17% in meno rispetto alla stagione precedente. Al momento i negozi sono chiusi, così come alcuni stabilimenti produttivi; coloro che poi hanno produzioni in Cina hanno visto paralizzarsi le produzioni, rallentandole parecchio e costringendo molti marchi a correre ai ripari per far fronte alle consegne per la prossima primavera estate. Un momento di stallo in tutti i sensi, dove l’unica cosa che rimane attiva è la rete e di conseguenza il commercio online. “Nel periodo gennaio febbraio la crescita è stata del 25 per cento. “Guardando alle singole industry”, ha detto Giapponese, “la crescita per il settore home e living è stata pari al 44 per cento, per il fashion del 42 per cento e per il leather goods del 28 per cento“. (Fonte Fashion United).  Mentre il governo stanzia fondi a supporto per le macro imprese, le micro vanno nel panico, pensano agli eventi saltati e come riuscire a sfangare la stagione senza lasciarci le penne o essere costrette a chiudere. Nel frattempo, in sole due settimane di stop, la qualità dell’aria è notevolmente migliorata, così come quella dell’acqua e le emissioni di CO2 drasticamente diminuite. Un quadretto che fa riflettere e che, a mio avviso, ha diverse lezioni da lasciarci…

Lezione n° 1: Un approvvigionamento globalizzato rende vulnerabili (ovvero basta de-localizzare come se non ci fosse un domani)

Ovvero, se io importo gran parte delle materie prime, accessori, componenti o addirittura manufatti finiti non ho il controllo sulla loro effettiva consegna. Questo riguarda sopratutto grandi aziende con attività dislocate ovunque fuori dal proprio Paese, globalizzate, che proprio in questo momento stanno incontrando grandi difficoltà nel mandare avanti le produzioni per la prossima stagione. Ecco perché  produrre in maniera locale (non dico a Km 0 ma nemmeno dall’altra parte del mondo) rende una azienda  più elastica, forte ed in grado di controllare la propria produttività…sempre! Con una serie di fornitori locali, in zona, è molto più facile rispondere alle esigenze estemporanee, senza dover aspettare materiali che arrivano dall’altro capo del mondo (esempio pratico delle mascherine: non se ne trovano perché le aziende che le producono ed il materiale per farle…è dall’altra parte del mondo. Se fosse stato tutto a disposizione sarebbe stato più facile metterle in produzione in maniera tempestiva. E il tempismo, come abbiamo notato, in certe circostanze è fondamentale...)

Lezione n° 2: se sono piccolo sono più flessibile e più agile (e’ il momento per le micro-imprese di farsi avanti)

Le grosse imprese fanno molta più fatica ad adattarsi e cambiare rapidamente. E’ un dato di fatto: se scoppia un incendio nella savana chi si mette prima in salvo, l’elefante o il tipo? Qui la questione è similare: una struttura aziendale contenuta rende più attivi, flessibili e adattabili, anche in tempo di crisi. E’ il tempo per le micro-imprese di reinventarsi e farsi avanti, perché nel futuro ideale sono loro che hanno la possibilità di uscire dal fango rapidamente…;) E’ anche tempo di iniziare a supportarle queste piccole imprese, adesso!

Lezione n° 3: la collaborazione funziona e rende forti

Anche in questo caso chiamo in ballo la natura, la bio diversità, perché è un ottimo esempio di sistema collaborativo, dove tutti fanno la loro parte per un fine comune e tutto funziona senza problemi (i dinosauri si sono estinti perché si facevano i cazzi loro in pratica, ma gli altri animaletti che collaboravano tra di loro sono andati avanti). La collaborazione tra brand e imprese rende più forti e resilienti; sviluppare obiettivi comuni, fare rete, creare un vero network dove si condividono fornitori e materiali, anche abbattendo costi, dove si mette in mezzo il sapere e si diffondono le competenze. In un modo competitivo dove ognuno guarda al profitto e al proprio orto tutto questo suona come l’ennesima fricchettonata, ma alla luce di quel che sta accadendo io non butterei l’opzione nel cestino, anzi…

Lezione n° 4: ripensare per le persone

Mi piace pensare che da tutta questa storia ne usciremo cambiati, diversi (e no, non necessariamente con qualche kg in più dovuto alla clausura). Stiamo riscoprendo la solidarietà, ridando valore alle relazioni e alle persone, rimettendo al primo posto la salute nostra e quella del pianeta. In questa ottica, che spero non sia tutta una fuffa momentanea per poi ritornare a fare gli stronzi come prima, cambieranno le necessità, cambieranno le priorità e di conseguenza dovranno cambiare anche i prodotti ed i servizi da offrire a queste persone (clienti=persone, non target o consumatori caproni da investire con i nostri prodotti spesso inutili e pure dannosi, ecco!). Diciamo che chi produce dovrà cercare di restituire qualcosa di utile alle persone, un servizio reale; mentre i clienti dovrebbero porre più attenzione alle aziende e a quei prodotti che hanno come pilastri fondamentali VERI l’etica, il rispetto per le persone che lavorano per loro e la tutela dell’ambiente (da cui deriva anche la nostra salute). Se non ci arriviamo ora…magari dopo sarà troppo tardi! 😉

lezione n°5: decelerare fa bene al Pianeta!

In Cina le misure messe in campo per contrastare il coronavirus hanno comportato la riduzione dell’attività industriale (si parla di una forbice tra il 15% e il 40% nei settori industriali come la produzione di energia da carbone) e come conseguenza il calo di un quarto le emissioni di Co2 del Paese nel mese di febbraio su base annua.La riduzione delle attività (industriali, mezzi di trasporto, ecc.) ha portato ad un miglioramento della qualità dell’aria e non solo. Il segnale è evidente: rallentare fa bene al pianeta…e di conseguenza anche a noi. Una frenata così improvvisa è stata un evento eccezionale, ma i risultati devono far pensare che le prossime mosse devono andare necessariamente in questa direzione. Nel frattempo possiamo goderci l’aria e respirare a pieni polmoni…dalla finestra! 😉

lezione n°6: cambiare le abitudini funziona!

Lo so, passare dall’uscire in macchina tutti i giorni al non potersi muovere da casa non è un cambio di abitudini graduale e tanto meno simpatico, eppure ogni tanto un bello schiaffo funziona più di mille carezze. La forza di volontà di questi giorni, aiutata indubbiamente da divieti e timori, è il chiaro segnale che con un po’ di buona volontà si può fare tutto. Anche con le minacce 😉 L’impegno e lo sforzo danno i loro frutti, non solo nell’immediato per il contenimento di un problema enorme, ma anche nella distanza come dimostrazione che cambiare abitudini non è impossibile. Non è impossibile lavorare da casa, non è impossibile far studiare i ragazzi online, non è impossibile fare a meno della macchina e non è impossibile contenere i propri vizi. Ti devi impegnare, si fa fatica, ma non è impossibile…

Il consiglio…

In questo momento di chiusura forzata abbiamo un sacco di tempo a disposizione. Non starò qui a darvi consigli su come impiegarlo al meglio, ma due dritte che riguardano questo campo ve le posso dare. Solo due, giuro:

1-Riguardate l’armadio: dopo aver pulito le piastrelle della cucina per l’ennesima volta possiamo passare a fare un giro nell’armadio. Se non avete fatto il gioco del Mass Closet Index, questa è una buona opportunità per farlo (vi lascio il link all’articolo qui). Se avete dei capi che non usate più o che sono rotti o sdruciti, provate a tirarli fuori e provare a pensare a come poterli salvare/riadattare/riciclare/fare un bel restyling! E’ un gioco divertente e se siete a corto di creatività il web è pieno di video 🙂 Se poi vi avanza un t-shirt questo fine settimana faccio un piccolo workshop di #upcyclingdaldivano dal titolo accattivante: “della t-shirt non si butta via nulla“. Collegatevi sul mio IG (ancora devo decidere se venerdì o sabato pomeriggio, ma lì vi tengo aggiornati) e vediamo come fare…insieme!

2-Acquisti online…ma con la testa: il fatto che gli acquisti online siano raddoppiati e che Amazon abbia sentito la necessità di assumere svariate persone in questo momento la dice lunga sul fatto che possiamo rinunciare alla passeggiata ma non agli acquisti…Soprassiedo con i cazziatoni perché so che in un momento di privazioni e di angoscia ricevere un pacchetto può dare una gioia, un sorriso, calmare l’ansia. Però…un suggerimento ve lo lascio: invece di stare a ora a spulciare il sito di Zara o comprare su Yoox e Zalando, perché non vi fate un giro sui siti di piccoli brand e se proprio avete smanie di acquisto supportate queste realtà? Che sono quelle non incluse nei piani di “sostegno” del governo e che rischiano di vedere buttati all’aria un sacco di anni di studio, sudore, sacrifici e fatica?

VIDEO APPROFONDIMENTI…

Nel frattempo che stiamo a casa, tra una serie e l’altra, se ci volete incastrare documentari di approfondimento con toni non rassicuranti ma che stimolano la riflessione, fanno informazione e  fanno pure incazzare (perché io quando vedo certe cose poi mi arrabbio) io vi consiglio questi:

MINIMALISM: A Documentary about the Important Things

(Quando meno vuol dire più…no, non è la vera storia di San Francesco, ma un invito a riflettere sul potere del possesso e su come si campa ugualmente possedendo un po’ meno)

Planet Earth

(Pianeta Terra, cambiamento climatico e come dargli una mano prima che ci sputi fuori)

A Plastic Ocean

(I nostri mari che pullulano di plastica)

CHASING CORAL

(La fine che sta facendo la barriera corallina)

FASHION’S DIRTY SECRETS

(Qui si gioca in casa con i panni sporchi della moda usa e getta)

Per oggi ho finito, andate in pace! Ci vediamo però stasera alle 19.30 su instagram per SFASHION TALK SHOW in diretta! A più tardi 😉

Zero Waste anche in bagno: sei oggetti per un bagno a impatto…limitato!

Stiamo sperimentando sulla nostra pelle quanto sia difficile il cambio di abitudini, soprattutto se forzato da cause di forza maggiore esterne alla nostra volontà. Ecco, diciamo che abbiamo l’opportunità di cambiare e di fare delle scelte diverse; stiamo facendo un training per quando queste scelte e questi cambi saranno frutto di una decisione consapevole 😉 Oggi non voglio assolutamente parlare di quello che sta accadendo intorno, ma di come si possano fare scelte meno impattanti anche per quanto riguarda il bagno: perché la sostenibilità passa anche dalla beauty routine!

Ora, questa storia della beauty routine è diventata popolare grazie ad apposite blogger che si dedicano a quest’arte per professione, seguite poi da influencer più o meno di settore che propinano rituali di lavaggio del mattino e della sera che schiere di interessate all’argomento seguono manco fossero TG! Da un lato sono seriamente sbalordita per la quantità di prodotti che si mettono sulla faccia nell’arco di 5 minuti, dall’altro guardo il mio bagno spoglio e mi chiedo se forse sto sbagliando io che alla soglia dei 40 ancora non ho mille mila creme con cui rallentare il processo di invecchiamento…vabbè, andiamo oltre! Si possono fare delle scelte meno impattanti anche per quanto riguarda i prodotti cosmetici e gli essenziali da bagno, preferendo quelli orientati allo “zero waste” (ovvero quelli che minimizzano la produzione dei rifiuti che vanno a finire in mare o discarica) e cercando di ridurre anche il numero. Di quante cose abbiamo bisogno in fin dei conti? Come nell’armadio, anche nel bagno possiamo fare un reset di quello che realmente serve riducendolo…all’essenziale, no? Alcune idee…

1-Spazzolino di Bamboo! Sapete quanti spazzolini si usano ogni anno? Circa 3,6 miliardi ogni anno in tutto il Mondo. Ovviamente gli spazzolini sono fatti di plastica e solo il 20% viene riciclato. Ecco, visto che i denti ce li dobbiamo lavare tutti, perché non sostituirli con quelli di bamboo? Sono realizzati con manici compostabili e setole biodegradabili prive di BPA (una sostanza chimica utilizzata per produrre determinate materie plastiche, tra l’altro ritenute anche dannose per l’organismo) e funzionano esattamente come quelli normali (sono anche più bellini). Unico accorgimento per la manutenzione: le setole vanno sciacquate bene post utilizzo e non tenerlo nel bicchiere con il dentifricio che con l’umido il manico non fa una bella fine…

2-Shampoo e Balsamo in saponette solide! Fatte come saponette con oli essenziali, passare a questa variante di shampoo e balsamo fa risparmiare quasi 2 flaconi e mezzo di shampoo per ogni saponetta (dura circa 50 lavaggi). Ne esistono di vari marchi e adatte a tutti i tipi di capelli; alcune possono essere usate anche per il corpo, limitando ancora il numero di prodotti presenti nel bagno! Una liberazione…

3-Rasoi in acciaio inossidabile! Ognuno estirpa il pelo come vuole…o anche liberi tutti di lasciarlo crescere. Chi è fan del rasoio, per praticità o per abitudine, può dire addio a quelli di plastica usa-e-getta ed optare per quelli in acciaio inossidabile, fatto per durare una vita…basta solo cambiare la lama!

4-Deodoranti naturali! Puzzare non piace a nessuno, ma nemmeno disturbare il sistema endocrino e far irritare la pelle con deodoranti antitraspiranti e pieni di sostanze sintetiche. Possiamo mettere sostanze non così buone a contatto con la pelle delle ascelle, luogo che pullula di ghiandole di una certa importanza? L’alternativa c’è e funziona: è naturale e neutralizza i cattivi odori prodotti dai batteri grazie ad agenti che sono naturalmente antimicrobici. Provare per credere…

5-Dentifricio alternativo (pure in polvere)! Anche nel dentifricio in commercio ci sono una discreta quantità di ingredienti inutili o spesso tossici (tra i quali pesticidi, coloranti artificiali, edulcoranti, per dire). In alcuni ci sono anche le famose microsfere (perché farsi lo scrub ai denti è fondamentale) che altro non sono che minuscoli granelli di plastica che finiscono direttamente scarico e poi nell’oceano, danneggiando l’ecosistema marino. Esistono dentifrici bio con molti meno ingredienti o esiste anche la possibilità di farselo per conto proprio (io a questo livello pro ancora non ci sono arrivata, ma condivido la ricetta che non si sa mai in questi giorni di reclusione qualcuno abbia voglia di provare… 😉 )

Queste polveri funzionano come detergenti, imbiancano i denti e rimuovono la placca.

1/4 di tazza di olio di cocco

1/4 tazza di bicarbonato di sodio

15-20 gocce di olio di menta piperita

Mescola olio di cocco, soda e olio fino a raggiungere una consistenza omogenea. Mettere in un barattolo di vetro e conservare in frigo.

6-Dischetti di cotone riutilizzabili! Di questi ne ho parlato in radio qualche mese fa come valida alternativa riciclabile al posto di quelli in cotone usa e getta. Si può partire da una vecchia t-shirt. ad esempio: basta tagliarla a quadretti o cerchi, dipende un po’ dalla forma preferita e poi accoppiarne due insieme cucendoli ai bordi con ago e filo. Il gioco è fatto e sono utilizzabili e lavabili…non dico all’infinito ma quasi 😉

Insomma, anche per quanto riguarda il bagno non correte a gettare via tutto e non pretendete di cambiare tutto tutto insieme. Un passo alla volta…e prima di fare nuovi acquisti finite quello che c’è già. Intanto potete prendere nota. 😉 Avete già alcuni di questi prodotti nel vostro bagno?!?

 

Spazzatura: e se la moda del futuro venisse da lì?

Lo scorso fine settimana sono stata in un Liceo di Fucecchio a parlare di moda alternativa, di come sia possibile lavorare e vivere in questo ambiente ribaltando le regole di un sistema obsoleto ed insostenibile. Riscrivendone di nuove. L’incontro si é svolto all’interno di un progetto nazionale dedicato all’economia circolare ed é stato interessante parlare e scambiare opinioni con i ragazzi giovani. Se per molti aspetti sono attenti ed avanti, per ora le alternative come scambio, vintage e acquisti di seconda mano suonano ancora da “sfigati”. Invece le alternative più sostenibili risiedono molto spesso in quello che già esiste, usato, ma anche nuovo che parte da quello che noi identifichiamo come “spazzatura”.

Lo so, il cestino della spazzatura non è glamour come la fiera dove si acquistano i tessuti declinati nei nuovissimi colori della prossima stagione, eppure può essere una fonte infinita di risorse. Se pensiamo a quante cose buttiamo via ogni giorno e a quante di queste potrebbero essere ri-utilizzate e re-inventate…e secondo me la chiave sta proprio lì, in quell’invenzione frutto di un’idea, di una sperimentazione, del design che parte dalla materia prima e non da un disegno frutto solo della fantasia visionaria di un artista. Fantasia e visione ci devono essere, sia chiaro, ma diciamo che va cambiato l’ordine in cui il processo creativo avviene. E fortunatamente questo sta già avvenendo. Sono molti i marchi che usano come materie prime scarti di produzione, vele rotte, ombrelli, gonfiabili di plastica abbandonati sulle spiagge (ora basta comprarli e abbandonarli però eh), vecchie tovaglie e tutto quello che a prima vista non ha un allure così fashion ma che se opportunamente lavorato può dare vita a progetti innovativi, circolari e con un basso impatto!

Ne é fortemente convinto Checkii Harling, fondatore di TRASH 4 Gold Magazine, una rivista online dedicata a designer ed artisti che producono in maniera etica, e curatore della mostra Positive Fashion durante l’ultima edizione della settimana della moda londinese. Tra le sue scoperte ci sono Amelie Gaydoul, che ha progettato una collazione da uomo interamente realizzata con tovaglie e tovaglioli di vecchi ristoranti, rifinendo i vari look con bijoux ricavati da vecchie posate d’argento scovate nei mercati di seconda mano di Londra. Duran Lantink, designer metà olandese metà sud americano residente ad Amsterdam, invece, si diverte (a quanto pare fin da quando era piccolissimo) a recuperare capi invenduti di stock di grandi marchi per poi smontarli ed assemblarli in maniera nuova ed originale, a tratti difficili da indossare, ma che hanno attirato l’attenzione di star ed esponenti del mondo musicale come Billie Eilish e Janelle Monaé. Lo stesso concept, in maniera parecchio più pop, è utilizzato da Priya Ahluwalia, mossa dalla quantità di merce invenduta e di stock che sono a disposizione: perché produrre nuovi tessuti quando già abbiamo una quantità incredibili di capi in giro che possono essere trasformati e riutilizzati?

E se sull’abbigliamento questa idea di smontaggio e ri-assemblaggio di vecchi pezzi già esistenti è sdoganata, almeno nell’estetica, più stridente suona lo stesso principio se applicato alle scarpe. Eppure la designer Helen Kirkum ha fatto questo, dando vita ad una collezione di sneakers particolari ma ad impatto zero. Helen collabora con il negozio di beneficenza Traid, collezionando scarpe donate (e quindi non vendibili) con le quali fare nuove scarpe: “Il mio obiettivo è restituire la bellezza a ciò che altrimenti sarebbe considerato inutile“. Più simili a pezzi d’arte che a semplici scarpe, non facilissime da abbinare, ma non si può certo dire che non siano innovative…

E’ l’evoluzione dell’upcycling portata ad un livello diverso, dove i materiali sono sì di recupero ma vengono assemblati insieme in nome di un’estetica e di un’idea ben precisa. Non è un fenomeno nuovo, nel 2015 veniva addirittura definito “Trashion” (dall’unione di trash, spazzatura e fashion) e non prevede solo un cambio di materiali ma di mentalità. Se il pronto moda (e la moda in generale) ci hanno abituato ai capi realizzati in grandi quantità, all’omologazione e alla produzione in serie, riproducibili in un numero infinito di copie tutte uguali, qui la situazione cambia. Dietro l’upcycling risiedono l’unicità, la riproducibilità limitata, un gran lavoro di ricerca ed un prezzo che contempla un processo molto più lungo di quello tradizionale. (perché lo so che poi arrivano le osservazioni tipiche “ma se è spazzatura o scarti non dovrebbe costare di meno?”…) E se invece della moda usa-e-getta (spazzatura) facessimo della moda duratura partendo dalla spazzatura? Saremo pronti a questa rivoluzione del pensiero, oltre che della materia? 😉 (perché per vedere nella spazzatura una risorsa bisogna necessariamente cambiare il chip…o no?)

Io, per esempio, ho un’intera parte di collezione fatta con vecchie lenzuola, tovaglie e tovaglioli (oltre che foulard vintage di seta); e questa parte sarà sempre più estesa perché è incredibile la bellezza di quello che si trova in giro e quante cose possono essere trasformate in pezzi nuovi.

Rifò-Lab: un progetto circolare tutto Made in Prato

Prato è una piccola città alle spalle di Firenze che spesso sentiamo nominare relazionata alla più grossa comunità cinese che l’ha “invasa” e che ha “rubato” il lavoro alle storiche aziende italiane. Non affronterò l’argomento, oggi mi voglio concentrare sul bello. 😉 Prato è soprattutto la città dove c’è il Pecci, Museo di Arte Contemporanea (che a Firenze non c’è, faccio per dire), dove c’è il bellissimo Museo del Tessuto e dove la tradizione tessile si respira in ogni angolo della strada. Tradizione e anche innovazione, perché Prato è la sede di Ri-fò Lab, un progetto di economia circolare legato al tessile veramente a Km0. Approfittando della vicinanza sono andata a trovare Niccolò e tutto il Team negli spazi di Agorà, in piazza Giovanni Ciardi.

Agorà è una piccola piazza nella piazza, un po’ negozio, un po’ showroom e ufficio dove, ad un lungo tavolo, il team di Rifò lavora insieme, gomito a gomito, sovrastato da una lavagna di sughero piena di post-it colorati, scadenze, foto e disegni. Sbircio un po’ tra i capi appesi, dove posso finalmente toccare con mano le maglie e le sciarpe, mentre un gomitolo e una pecorella fanno capolino da una mensola. Poi mi viene incontro Niccolò, la giovane testa dietro a questo progetto nato a novembre del 2017. Ci sediamo in fondo, intorno ad un tavolo dove si impacchettano maglie in scatole di cartone: dopotutto siamo sotto Natale e “fortunatamente le vendite stanno andando bene“; e comincia a raccontarmi la storia. Niccolò è laureato in economia (niente a che vedere con il mondo della moda, anche se grazie alle esperienze dei suoi familiari tintori e lavoratori nel campo della lana è cresciuto indirettamente in mezzo ai tessuti); a smuovere la sua coscienza e far maturare questo progetto è stata un’esperienza in Vietnam durante la quale ha lavorato per l’Agenzia Italiana di Cooperazione e Sviluppo. “Ad Hanoi le strade sono piene di negozi che vendono capi “Made in Vietnam”, esportarti in Occidente ma che, invenduti, ritornano alla base (per non abbassare i prezzi del mercato). Quello che non si vende finisce in discarica o inceneritore.” Incupito dalla storia della moda usa&getta, ha pensato a come poter proporre un modello più sostenibile, meno impattante…circolare.

La risposta c’era già, a pochi passi da casa e risiede in una vecchia tradizione cara ai tessutai pratesi, ovvero quella dei “cenciaioli“. Il mestiere del cenciaiolo si trova già nel XII secolo, ma è solo nel secondo Dopoguerra che raggiunge numeri importanti; un lavoro manuale, con il quale si riconoscevano i tessuti, si separavano per colore e consistenza e poi venivano strappati a mani nude. Dai quegli stracci fatti a brandelli, i “cenci”, si ricavava una nuova materia prima con la quale andare a creare un nuovo tessuto. Un lavoro semplice e spesso considerato “sfigato”; in realtà è un’arte nobile e raffinata, una preziosa operazione di recupero e rigenerazione capace di dare vita al nuovo partendo dal vecchio, in tempi non sospetti in cui di riciclo manco se ne parlava ma il buonsenso era ben presente (altro che consumismo)! Ridare lustro a questa attività, partire a creare dalla materia e non dall’idea di collezione, utilizzare filati rigenerati nell’ottica di un’economia circolare: 3 amici, un fortunato crowdfunding (novembre 2017) con 290 pre-ordini e l’incubazione come start-up all’interno di Nana Bianca. Questa la partenza del progetto di Rifò-Lab, un nome dal suono tipicamente toscano per rivendicare territorialità, appartenenza e identificare il tipo di attività (rifò, ovvero rifaccio).

Maglioni, accessori e teli mare sono le produzioni principali con le quali hanno iniziato, tutte realizzate rigorosamente con materiali rigenerati come lana, cachemire e anche denim tutti provenienti da aziende locali medie/piccole. “Tutto è prodotto nel raggio di 30 Km“, mi racconta, con tutti i limiti del caso. “Lavorare con materiali rigenerati vuol dire essere limitato nella scelta della finezza (i filati extra fini non ci sono) e anche dei colori (*i rigenerati non vengono tinti, ma il colore proviene direttamente dal colore originale della materia prima che viene sfilacciata, ora con macchine meccaniche). Ecco perché il processo creativo parte dalla materia prima con la quale il design viene sviluppato in seguito. Con la nostra produzione non solo si riciclano i vecchi indumenti, ma si riducono notevolmente i consumi di acqua, di pesticidi e di prodotti chimici utilizzati normalmente durante la produzione!” Perché usare nuove fibre quando si possono usare quelle già esistenti?

Nel giro di appena tre anni il progetto è cresciuto, i capi sono distribuiti in circa 80 negozi tra Italia e Germania, sono presenti sul portale di Yoox e il loro negozio online funziona benissimo. “Ora vorremmo provare ad entrare nel mercato giapponese ed americano, ma con calma. Anche ridurre i ritmi fa parte del processo legato alla sostenibilità“. Va bene fare i numeri, ma senza diventare folli produttori seriali 😉 Inoltre hanno ideato un programma di “recupero cachemire” grazie al quale è possibile inviare a Rifò i propri maglioni/accessori usati/sciupati o infeltriti che verranno o riparati o riciclati completamente. (La prossima volta che volete liberarvi di un maglione che non usate più ricordatevi di questa iniziativa).

Nuovissimo il progetto Re-think Your Jeans, realizzato in collaborazione con Natura Sì, Recooper e Pinori, attraverso il quale è possibile contribuire a rimettere i propri jeans in circolazione nel processo di rigenerazione (sono compatibili con la raccolta tutti i capi da 95 a 100% cotone denim, con una tolleranza fino al 5% di altre fibre ed elastene). Si possono portare i capi usati nei negozi Natura sì  (per adesso a Parma, Lucca, Pistoia e Prato) che successivamente verranno selezionati, sfilacciati e successivamente trasformati in un nuovo filato che darò vita ad un nuovo tessuto. Un progetto di collaborazione dove più realtà insieme lavorano per una moda (e un mondo) migliore e dove anche noi possiamo dare il nostro contributo!

Non resta che farsi un giro nello shop online (dove mi fanno morire i nomi dei colori, dal beige cantuccino al rosso montalcino, passando per il grigio lampredotto) o nel piccolo Agorà, dove si possono trovare anche capi di altri marchi e piccoli accessori che seguono la stessa filosofia di Rifò. Cambiando mentalità e con piccoli passi anche la Moda può diventare un posto migliore. Ecco perché realtà come questa vanno sostenute. 😉

Affittare abiti: una soluzione leggera!

Perché comprare abiti, soprattutto per le occasioni, quando si possono affittare? L’affitto di abiti è una cosa alla quale non si pensa mai, a meno che non si tratti di maschere o vestiti molto particolari. Eppure, in questa ottica più sostenibile e leggera, ecco che ritorna come un’opzione non solo possibile, ma anche preferibile all’acquisto (perché poi spesso sono cose che si mettono poche volte e poi rimangono lì a prendere polvere). Vi dico il perché…

L’affitto rende più leggeri: moltissime volte ci ritroviamo a comprare cose per “l‘occasione“, magari quella singola e isolata che ci fa indossare le cose una volta sola e poi basta. Perché guai a mettere lo stesso vestito per due matrimoni…ad esempio! L’armadio quindi si appesantisce di cose che si vanno sommando e che non vengono usate, impedendo anche l’ammortizzamento del loro costo nel tempo. Somma che ti somma, aggiungi e compra, l’armadio si riempie, appesantendosi in maniera preoccupante. Con l’affitto usi e restituisci, sfoggiando sempre cose nuove mantenendo l’armadio del peso giusto 😉

L’affitto veste tutte le (tue) personalità: a volte i vestiti ci vanno stretti, a volte vorremmo mascherarci o interpretare un personaggio diverso da quello che sfoggiamo giornalmente. Senza bisogno di rivoluzionare tutto l’armadio in maniera dispendiosa e insostenibile, affittando si possono vestire tutte le personalità contemporaneamente.

L’affitto cura la sindrome del “non so cosa mettermi“. Questo problema non si pone più, i dilemmi e le tragedie davanti all’armadio vengono meno perché sostituite da una ricerca di quel che ci aggrada di più in quel momento.

L’idea dell’armadio condiviso è ancora lontana, ma per quella dell’affitto la strada si sta lentamente aprendo. Ecco alcuni dei siti e negozi dove è possibile affittare abiti, con servizi e modalità differenti.

DOVE AFFITTARE E I VARI SERVIZI

Www.dressyoucan.com è una piattaforma italiana, con sede fisica a Milano, dove poter affittare abiti per eventi ed occasioni particolari. La selezione spazia dal pret-a-porter ad abiti di un certo livello di marchi conosciuti. La modalità di affitto è semplice: si scelgono abito o accessori, si seleziona la data per cui servirebbe il servizio e si paga (il costo varia a seconda del capo). L’abito viene spedito un giorno prima e può essere riconsegnato entro due giorni, sul posto o tramite corriere che effettua il ritiro. Le spese di spedizione sono incluse, così come un servizio di orlo se si dovessero avere problemi con la lunghezza; con 5€ in più c’è anche una mini assicurazione contro macchie e piccole rotture (che non si sa mai cosa può capitare)! Comodo anche il sigillo: se la taglia non va bene o il capo non risulta adatto per l’occasione basta non levare il sigillo (prova di non averlo indossato effettivamente) e viene rimborsato il costo dell’affitto.

Diversa l’idea di VIC (del quale vi avevo già parlato qualche tempo fa). Qui il principio è quello di un grande armadio condiviso. La sede di Vic è solo online, in un negozio virtuale dove si può fare shopping scegliendo abiti e accessori di marchi sostenibili selezionati senza doverli acquistare, semplicemente prendendoli in affitto per un mese. Proprio come un e-commerce puoi navigare, guardare i vari capi, conoscere marchi differenti dai soliti, scegliere quello che più piace e metterlo nel carrello. Ci sono vari tipi di abbonamenti, tra i quali uno che con 49€ al mese permette di noleggiare 3 capi a scelta. Alla fine del tempo di noleggio si può decidere se acquistare i capi perché magari ce ne siamo innamorate o restituirli e sceglierne altri tre per il mese successivo. In questo modo ci si può garantire un armadio sempre nuovo senza averlo costantemente pieno e sovraffollato 😉 Www.veryimportantchoice.com

La versione internazionale famosa è www.renttherunaway.com. Anche qui il principio è il solito, con vari tipi di abbonamenti e soluzioni a seconda delle necessità. Qui, oltre alle solite opzioni di lavaggio e spedizione, c’è anche la possibilità di cambiare capo se non va o se non piace lo stile. Ogni noleggio di abiti include una taglia di backup (ovvero di scorta) senza costi aggiuntivi. Insomma, le hanno pensate tutte per far sì che il servizio sia il più efficiente e soddisfacente possibile. Rent the Runway ha sedi fisiche a New York City , Washington, DC , Chicago , San Francisco e Los Angeles, . dove i clienti possono lavorare con uno stilista personale ed avere un servizio ancora di più su misura. Il sito è nato nel 2009 e, nonostante gli alti e bassi, è sempre più in crescita. 

Altri due siti italiani dove poter affittare, soprattutto per le occasioni importanti (tipo anche il matrimonio, che questi sì sono vestiti che poi finiscono nelle soffitte) sono –Drexcode.com (Milano) e Lovedress.it (Toscana). 

Io trovo la soluzione dell’affitto una buona alternativa all’acquisto, anche se, come in ogni cosa, c’è il rovescio della medaglia: lavaggi molto frequenti (speriamo siano a basse temperature), lavaggi a secco, invii e ritorni (ovvero le spedizioni con le relative emissioni di CO2). Eppure potrebbe realmente avere un senso limitare il possesso in favore di una condivisione circolare. Utopia?!? 😉

Ne parliamo stasera in diretta su Instagram durante lo #sfashiontalk delle 19.30. Vi aspetto

 

Scivolando tra le fibre di viscosa

La sostenibilità non dipende dai materiali. E non esiste nessun materiale a impatto zero (questo è importante che sia chiaro, visto che si specula un sacco con affermazioni fuorvianti). Però conoscere e capire qualcosa in più su quello che ci mettiamo addosso può essere importante per fare delle scelte o se non altro rifletterci con qualche conoscenza in più. Dopo avervi parlato di cotone, lino, lana, seta e poliestere, è arrivato il momento di dare uno sguardo approfondito alle fibre della viscosa

La viscosa è una fibra artificiale estratta da cellulosa vegetale; non è né naturale né sintetica ma, partendo da una base naturale viene poi manipolata dall’uomo attraverso l’uso di processi chimici realizzati in laboratorio. Inventata dal chimico francese Hilaire Bernigaud de Chardonnet, nel 1883, era una valida alternativa alla seta per morbidezza e lucentezza; chiamata anche seta artificiale  (perché seta farlocca pareva brutto) e nominata poi rayon (dal 1930), era l’alternativa economica ai tessuti pregiati. La materia prima di partenza può essere di origine cellulosica vegetale (faggio, pino ed eucalipto, per esempio) o proteica, ovvero proteine provenienti da piante o materiali di scarto di origine alimentare. In entrambi i casi il processo di lavorazione e trasformazione prevede l’uso di sostanze chimiche, tra le quali soda caustica, per trattare la polpa del legno, solfuro di carbonio e poi altra soda caustica per renderla liquida (viscosa, appunto, per indicare la sua caratteristica di liquido parecchio fluido). Da qui viene trasformata in filamento, passata su una rocca, lavata, asciugata e pronta per essere filata.

La viscosa si utilizza moltissimo perché è morbida al tatto, scivola bene, si stropiccia difficilmente ed i colori sono molto più brillanti. Traspirante, fresca e ipoallergenica, è molto usata per l’abbigliamento femminile; il 100% viscosa è il preferito dal pronto moda perché si deteriora rapidamente, costringendo a comprare altri capi. Ma spesso la troviamo in commercio mescolata ad altre fibre, come cotone e poliestere, ed anche con tessuti elasticizzati per una versione stretch ancora più comoda. E fin qui tutto bene. Più o meno. La produzione di viscosa, dagli anni 90 al 2018 è raddoppiata, con tutte le conseguenze del caso e andando a definire un impatto ambientale abbastanza importante.

La deforestazione! La responsabile della ONG Canopy ci ricorda che vengono tagliati circa 120 mila alberi ogni anno per produrre viscosa&simili; le previsioni dicono che questa cifra tenderà a raddoppiare entro il 2025. Alberi secolari, alberi che ospitano animali in via di estinzione e non, alberi che sono l’ambiente di intere comunità indigene e che sono responsabili del mantenimento degli ecosistemi. Insomma, alberi che servono e che non sarebbe opportuno tirar giù in quantità così massicce. Canopy si sta occupando seriamente della questione per fare in modo che le aziende di moda si forniscano di materia prima per i loro tessuti da foreste selezionate e gestite in maniera sostenibile. E ce ne sono già diverse fortunatamente…

La tossicità! L’altro problema di non poco conto è l’uso di sostanze chimiche…spesso fatto in maniera impropria e senza controlli. Il disolfuro di carbonio è una di queste sostanze, che pare non faccia benissimo a chi sta a contatto molto a lungo: nel secolo scorso sono stati registrati casi di operai letteralmente impazziti dopo esserci stati per lungo tempo a contatto; oltre al fatto che può causare altre malattie poco simpatiche come infarti, ictus e malattie ai reni. Anche le altre sostanze che si impiegano non fanno benissimo all’uomo; se poi vengono rilasciate nell’ambiente il quadretto non migliora, anzi! Aria e acqua stanno visibilmente male, persone e animali si ammalano, i pesci si contaminano e l’acqua corrente diventa non potabile. Com’è possibile tutto ciò? Che sia così fuori controllo e allo stato brado?

Ecco, circa il 63% della viscosa mondiale viene prodotta in Cina. Ora, non per andare sempre a puntare il dito laggiù, ma ci sono state inchieste e rilevazioni che hanno dimostrato che “A Jiangxi nel sud-est della Cina, la produzione di viscosa ha ucciso tutta la fauna del più grande lago d’acqua dolce cinese, Poyang. Inoltre nei pressi delle fabbriche CHTC Helon e Shandong Silverhawk Chemical Fibre, entrambe situate nella provincia orientale di Shandong, sono state trovate prove evidenti che i produttori di viscosa scaricano acque reflue non trattate, contaminando laghi e corsi d’acqua locali, e rilasciano inquinanti atmosferici che superano standard ambientali accettabili” (fonte Changing Markets Foundations). Quindi? I modi per rendere la produzione di viscosa meno impattante ci sono, basterebbe che i grandi marchi si impegnassero per chiedere a questi produttori di adeguarsi a metodi produttivi a impatto zero e controllato (è stata a questo proposito pubblicata una petizione sul sito di WeMove lo scorso anno, firmata da circa 305mila persone). Eppure i grandi marchi, nonostante gli impegni presi, continuano a fare pressioni sui fornitori per ridurre ancora i costi ed accorciare ancora i tempi. E chiaramente quando si deve tagliare si perde la qualità, non del materiale ma proprio della cura del processo con cui viene realizzato. Tutta una questione di dinamiche economiche…come sempre 😦

Che possiamo fare noi nel frattempo che i marchi si adeguano? Come al solito noi possiamo fare la nostra piccola parte, andando a controllare etichette, scegliendo viscosa ecologica che presenta la certificazione Oeko Tex . Per quella prodotta in Europa dovrebbe esserci anche la sigla REACH (una regolamentazione redatta dalla collaborazione tra Unione Europea e Greenpeace per controllare l’utilizzo delle sostanze chimiche nell’abbigliamento ed eliminare quelle tossiche) e quindi almeno sull’atossicità dovremmo stare tranquilli. Dovremmo. Perché la certezza, a meno che le aziende non diventino trasparenti sui loro processi, non l’avremo mai.

Esistono poi alcune viscose vegetali, come quella di Mais, Latte, Lyocell o Modal, che presentano caratteristiche ecologiche e circolari molto interessanti. Ma ve le racconto la prossima volta…;)

Vintage Revolution/Giacca da Uomo Vintage

DI federica pizzato (vestiti al vento)

La giacca da uomo. Un capo che nelle occasioni formali siamo abituati a vedere dalla notte dei tempi! Apparentemente sempre la solita minestra, in realtà, nel corso dei secoli, ma anche nei più recenti decenni, ha subito diverse mutazioni di non poco conto. Siamo abituati a pensare alla moda e allo stile come “cosa da donne” ma è davvero così?  Con questo #VintageRevolution vorrei farvi vedere come un classico dei classici del guardaroba da uomo in realtà non lo è affatto, mostrandovi come la giacca è stata indossata e interpretata da alcune delle bellezze (e non) maschili più iconiche di tutti i tempi.

Anni ’20 Edoardo VIII

Edoardo VII, principe di Galles è uno degli uomini che, negli anni 20 del ‘900, stabilisce le nuove direttive dell’abbigliamento maschile. Il principe amava gli abiti dal taglio comodo, con giacche e pantaloni ampi, confezionati in tessuto tweed con disegni pied-de-poule, ed ovviamente, in Principe di Galles. Diffusissimo anche il gessato. La famosa “perdita di rigidità” del decennio è evidente in tutti i capi d’abbigliamento maschile anni ’20: le camicie, ad esempio, e il pullover sportivo che sostituisce il gilet. Per le occasioni formali arriva lo Smoking, in particolare la versione blue midnight con collo sciallato voluta proprio da Edoardo VIII, mentre il frac diventa meno abbottonato e si allunga nelle code.

Anni ’30 Clark Gable e Randolfh Scott

Negli anni ’30 la linea morbida e comoda degli abiti, inaugurata nel decennio precedente, continua e si perfeziona. L’uomo elegante negli anni ’30 indossa l’abito intero di gusto e taglio inglese, che finalmente adesso viene realizzato con tessuti più leggeri e anche più vistosi. L’uomo d’affari è vestito con il completo di flanella grigio scuro, blu o nero con giacca doppiopetto. Per le occasioni informali c’è lo spezzato con giacca di Tweed o Shetland a scacchi, mentre per le serate eleganti prende sempre più piede lo smoking scuro, portato con fascia e papillon. Il tight ed il frac diventano più morbi. Tra gli anni ’30 ed i’40, agli Hollywood Studios arrivano i gangster movies e di personaggi come Clark Gable che portò al successo il gessato e il rigato. Anche l’attore Randolph Scott rappresentava un’icona di stile ma meno eccentrica: con il suo fascino senza tempo utilizzava giacche di flanella pettinata, drammatica ed estroversa per sottolinearne il fascino. Indossando invece la giacca in flanella cardata veniva amplificata la sua forza.

Anni ’40 – Fred Astaire

Nel 1942, un po’ in tutta Europa vennero razionate le stoffe per il vestiario. Di conseguenza la moda si trasforma da elegante, a minimalista e funzionale. Lo stile degli abiti da uomo anni ’40 (come quello da donna d’altronde) si contraddistinse per i colori sobri e le linee essenziali. In questo periodo fa ad esempio la sua comparsa il Victory suit. Semplice e durevole, a doppio o mono petto, favoriva la funzionalità rispetto all’eleganza. La giacca si fa più corta e i pantaloni più stretti, senza pieghe o bordi. Il completo tipico degli anni ’40 non include il gilet, sempre per venire incontro al periodo di ristrettezze. Icona del periodo fu Fred Astaire. Il ballerino famoso per la sua eleganza davanti e dietro i riflettori amava indossare per le occasioni mondane giacche doppiopetto in flanella cardata. Un classico del palinsesto formale maschile.

Anni ’50 – Totò e Vittorio De Sica

Finita la guerra la moda uomo rimane ancorata all’eleganza inglese ma anche il Made in Italy è molto richiesto all’estero. Le giacche hanno ampi baveri, con linea delle spalle allargata e ben sostenuta ed aderenza al punto vita piuttosto sciolta. Accanto alle linee classiche, sempre di più fanno capolino gli spezzati, giacche di linea lenta con spalle scese e arrotondate, a cui vengono abbinati cardigan e pantaloni più stretti. Dal 1959 le giacche assumono una linea che allunga sempre più la figura. A partire dalla metà degli anni ’50, tra i capi sportivi è compreso il blazer con bottoni dorati, una giacca utilizzata nei paesi anglosassoni da chi appartiene ad un college o ad un club. Spopolano le rivisitazioni dell’abbigliamento militare per lo sport e il tempo libero come i giacconi da montagna, il montgomery e il trench. Gli anni ’50 sono anche la fase di inizio dell’anti-moda, l’abbigliamento trasgressivo e provocatorio usato dai giovani come simbolo della loro condizione. Potremmo definire Totò e Vittorio De Sica come due classici anticonformisti: il primo con il suo cappottone di Harris Tweed il secondo con l’abito leggero da viaggio.

Anni ’60 – I Beatles

Un rivoluzione così non si vedeva dagli anni’20! L’abbigliamento ufficiale di inizio decennio ha ancora un taglio classico ma presenta una linea più comoda che slancia la figura. Le giacche diventano squadrate, monopetto, con spacchi laterali. Per le serate eleganti ma informali si usa lo spezzato con giacca in tinta unita, di colore più scuro dei pantaloni. Londra diventa capitale della moda maschile giovane, che in questi anni consente la massima libertà e diventa più femminile. Nascono, tra le altre subcultre, i Mods. Saranno poi i Beatles a diffondere questo stile in tutto il mondo. Verso la metà del decennio appaiono i vestiti psichedelici, sovente con fantasie optical e colori sgargianti. È il momento dello stile hippy e della moda pop delle divise militari. Nella copertina di Sgt. Pepper’s i Beatles indossano delle rivisitazioni delle divise da cerimonia dell’esercito dai colori fluo. La cultura hippy, dopo il 1966 porta alla diffusione in ambito stilistico delle influenze etniche, in particolare quelle legate alla cultura orientale: fanno la loro comparsa anche sulle giacche decorazioni e fantasie dai colori vivaci.

Anni ’70 – John Travolta

Caratterizzata da capi di abbigliamento dai colori pop e decisamente vitaminici, la moda Seventies promuove look appariscenti, impreziositi da motivi geometrici o da fiori. I capi di abbigliamento considerati più glamour sono i pantaloni a zampa di elefante, abbinati a giacche strette e corte, sia per lui sia per lei. Non manca l’influenza vecchio west munita di frange. I completi eleganti diventano color pastello per finire con il total white spesso indossato da Elvis in quel periodo. Sempre in total white con l’iconico completo che ha fatto storia c’è John Travolta che in The Saturday Night Fever sfoggia il look tipico della fine degli anni ’70. Giacca con revers appuntiti e ampi, camicia con colletto altrettanto puntuto gilet e pantaloni a zampa coordinati. Una mise che è rimasta nella memoria di tutti.

Anni ’80 – Richard Gere

Dalla metà degli anni ’70 la generazione del dopoguerra entra nel mondo del lavoro ma non vuole tornare alle vecchie tradizioni. Ad aiutare i giovani manager del periodo arriva Giorgio Armani che si concentra proprio sulla giacca: l’indumento più classico e tradizionale di tutti viene realizzato con materiali più morbidi di quelli soliti e senza imbottiture, sagomature e stirature che la tengono perfettamente in tiro. Una giacca nuova, unisex, leggermente sformata e adatta a ogni occasione. Un messaggio importante traspare dalla giacca destrutturata: le donne e gli uomini non voglio più vestirsi solo da donne o solo da uomini. Fu un successo in tutto il mondo: Armani vinse il Neiman Marcus Fashion Award nel 1979 e l’anno dopo il bel Richard Gere in American Gigolò vestì Armani e lo rese noto al grande pubblico.

Anni 90 – Brad Pitt/Johnny Depp

Negli anni 90 la giacca diventa più minimale. La spalla è sempre importante ma la linea è più semplice e non segna la vita. Via il doppiopetto, le giacche sono spesso a tre bottoni e le maniche si allungano fino a coprire il palmo della mano. I belli e dannati presentano look eleganti ma leggermente trasandati (che fanno figo e non impegnano!) I miei preferiti? Brad Pitt il ragazzo della porta accanto che tutti vorrebbero avere e l’eccentrico a tratti dark Johnny Depp.

Siete ancora convinti che la giacca da uomo sia un oggetto monotono? Ogni decennio ha le sue forme, i suoi colori e le sue eccentricità. Un capo sempre uguale e sempre diverso che non smetterà mai di stupirci probabilmente! Donne, avete mai provato (taglia permettendo) a indossare una giacca del vostro lui?! Fatemi sapere come va!