O così o nudi!!! (rassegna di costumi per amanti del mare)

Luglio è arrivato e, come promesso qualche articolo fa, ecco i miei personalissimi consigli per i costumi da bagno fatti con cuore, testa e rispetto. Le dritte valide per la conservazione e la cura del proprio bikini sono sempre valide, così come la dritta universale che se hai già il cassetto che scoppia di costumi della scorsa stagione, non c’è bisogno di quello del 2020! 😉 Una selezione italo-spagnola di marchi che hanno un tocco speciale, una cura del dettaglio particolare, un’estetica non scontata ed una fascia prezzi onesta!

INDIVIDUALS: A ognuno il suo!

Conosco il piccolo negozio di Carlo a Milano da diversi anni e ogni volta mi perdo tra materiali, colori e modelli che spaziano dalla semplicità all’ironia, ma sempre con una raffinatezza di fondo. “Carlo Galli ha unito le pratiche artigianali della migliore produzione industriale italiana: la stampa e i tessuti di Como, il taglio e la creatività di Milano, la confezione di Varese. Uno stile senza condizionamenti, nel rispetto del proprio equilibrio e delle proporzioni.” Qualità non da poco, sopratutto quando si parla di intimo e costumi; che in questo caso vengono trattati come capi sartoriali, quindi unici! Molto più di un semplice costume, sono gioelli da tenere con cura!

OCELAH: BASICO NON SCONTATO

Due amiche, una metropoli, il mare: questa la ricetta alla base della collezione di Ocelah! La loro è una collezione di costumi da bagno basici ma facilmente abbinabili, realizzata con nylon rigenerato che li rende comodi e resistenti. Completamente Made in Spain, le ragazze lavorano con produttori locali in Spagna, per una filiera corta e facilmente tracciabile. Una percentuale dei loro profitti viene periodicamente donata a una fondazione spagnola dedicata alla protezione e al ripristino della vita marina. Se non è amore per il mare questo…

PENINSULA SWIMWEAR: DALLA MAREMMA CON IL MARE NEL CUORE

Specializzato per l’uomo, ma ha anche una linea donna, Peninsula Swimwear è un brand tutto italiano nato in Maremma (dalla Toscana con furore)! Una storia di amore per il mare, la campagna e le maioliche che si trovavano in casa dello zio: da qui la collezione “Le Maioliche”: dall’incanto della tradizione artigiana, dai disegni geometrici e floreali, dalle scene di caccia e mitologiche, dai colori vivaci e le tinte sofisticate. E così sono i loro costumi, con una punta di ironia e nostalgia vintage nella comunicazione che li rende retrò e contemporanei al tempo stesso!

FESTA FORESTA: DALLA CAMPAGNA AL MARE PASSANDO PER MILANO

Un marchio che ha visto la luce in questa primavera, ma che ha attirato subito la mia attenzione per la cura del dettaglio e l’immagine semplice e delicata. Concepita nelle Marche, dove la vita scorre lenta, disegnata a Milano, cuore pulsante del design, realizzata completamente in piccoli laboratori artigianali. Il tocco del Made in Italy c’è e si vede, così come un’ampia scelta di colori e modelli.

SEEA:NON SOLO SURF

SEEA is a progressive women’s surf brand connecting women to themselves, their communities, and the planet.” Conosco questo marchio da moltissimi anni (la fondatrice è Toscana pure lei) e  mi è sempre piaciuto. Nato espressamente per le regine delle onde, rendendo la permanenza sulla tavola in acqua sia comoda che stilosa, l’evoluzione di Seea ha portato alla creazione di bikini da spiaggia ma sempre con un tocco sportivo ed originale. Materiali scelti e certificati (hanno sostituito il neoprene con un materiale ricavato da una gomma 100% naturale), attenzione all’ambiente e alla manifattura: Seea è interamente realizzato in California, a pochi Km dal quartier generale.

SALMASTRA SWIMWEAR: ORIGINALE ARTIGINALE

Dalla California alla Baia del Quercetano (Castiglioncello), entriamo nel mondo di Salmastra (aka Carlotta) che ha tradotto il suo amore per il mare in una linea di costumi che spazia dagli interi ai due pezzi, dal cotone alla lycra, dalle fantasie alle tinte unite, spesso abbinate insieme per un effetto bi-color.  Un lavoro artigianale fatto con cura e spesso su misura. Basta chiedere…;)

SARECO: IL TOCCO DELLE BALEARI

Per chi cerca qualcosa di diverso, dalle linee e intrecci differenti, SarEco è l’alternativa al basico completamente Made in Mallorca. Alle Baleari il costume si usa per andare in spiaggia ma non solo, ed ecco che diventa un indumento versatile, sexy, intrigante che va bene sia di giorno sia di notte per quelle feste meravigliose a bordo piscina a ritmo di house! Guardare per credere 😉

SARTORIA LETTERARIA: ECLETTICO A TINTE FORTI

E dulcis in fundo ci sono io, con la mia idea di costumi che esula dal concetto di collezione e segue l’ispirazione del momento. A #ilcostumino classico, un bikini dalle dimensioni ridotte ma coprenti, si è aggiunta una versione modificata, più accogliente e accomodante. Così come molto accomodante e comodo è l’intero vintage liberamente ispirato agli anni 60 ma opportunamente rivisitato. Il mood generale della stagione è decisamente tropicale, ma non mancano toni pacati e addirittura monocromatici! 😉

La cosa che accomuna tutti questi marchi (e che dovrebbe renderci fieri di essere italiani, almeno un pochino) è l’utilizzo di materiali innovativi ottenuti con poliestere o nylon rigenerato (Econyl è l’azienda che recupera e ricicla reti da pesca e tappeti mentre Carvico è l’azienda che trasforma questo filato in un tessuto comodissimo come la lycra vera è propria); cotone o recuperi di rimanenze di magazzino. Sono fatti per durare nel tempo e farvi compagnia non solo in questa strana estate del 2020, ma anche le successive. 😉 Che ne dite? Volete aggiungere qualche consiglio? Io sempre il solito: al mare si sta bene anche nudi 😛

La belle(zza) e la bestia: un giro nel mondo del beauty

La moda non si esaurisce certo con i vestiti. C’è un altro settore al quale, se vogliamo essere coerenti e rallentare i ritmi consumistici a largo spettro, bisogna dare uno sguardo e prestare un po’ di attenzione: accomodiamoci nel fantastico mondo del beauty!!!

L’industria della bellezza non è bellissima: avvelena la fauna selvatica con microplastiche (quelle che di sovente si trovano in scrub e peeling) e glitter (sì, pure quelli finiscono in mare), rovina gli oceani con contenitori non riciclabili e rappresenta un terzo di tutti i rifiuti di discarica (120 miliardi di unità di imballaggi non riciclabili ogni anno, la maggior parte dei quali impiega fino a 1000 anni per decomporsi). Abbiamo tutti diversi barattolini in bagno, a tutti piace prendersi cura del proprio corpo e della propria pelle (ed è una cosa buona e giusta), ma come al solito gli eccessi fanno danni. Eccessi che negli ultimi anni sono stati fomentati dalla rete e dalla grande quantità di beauty-guru che si sono affollati sugli schermi di Youtube! Tutorial di trucco e di routine al bagno hanno creato un circolo vizioso (e competitivo) nel quale l’influencer di turno cerca, grazie a codici sconto e contratti con grosse aziende, di far comprare di più. Insomma, il meccanismo poco si differenzia da quello del fast fashion, tanto che c’è chi parla anche di fast beauty. Il creare delle necessità laddove non ci sono è una vecchia legge del marketing in fondo, ma c’è bisogno di avere rossetti con 10 sfumature di rosso o mille prodotti per il contouring (Il contouring è una tecnica di trucco che consiste nel disegnare con appositi correttori zone di luce o di ombra sul viso, in modo da ridefinire i volumi. Nata in ambito teatrale, e più specificatamente nel mondo del drag per emulare i tratti femminili, è stata portata alla ribalta dalla signora Kardashian), inutili a meno che non si debba fare show in teatro? Anche in questo caso l’idea è quella di spingere il consumatore a comprare infinite quantità di prodotti dei quali non c’è bisogno (ovviamente con la scusa della bellezza e del divertimento travestito da empowerment e affermazione di sè…una leva sulla quale si spinge sempre troppo spesso e che è anche diventata retorica) e che verranno utilizzati molto poco.

Un peccato, considerato che i cosmetici non hanno una vita poi così lunga (mascara un paio di mesi, rossetti al massimo due anni, creme anche meno), e accumularli senza usarli è decisamente insostenibile. A questo c’è da aggiungere che moltissimi produttori di cosmetici hanno dislocato le loro produzioni in Cina e nel Sud Est Asiatico, con un cambio non tanto nella composizione dei prodotti, quanto nelle condizioni di lavoro e nella possibilità di fare test su animali (cosa che in Europa è vietata dal 2013). Quello che poi ci mettiamo a contatto con la pelle dovrebbe avere la nostra attenzione, imparando a leggere gli INCI(International Nomenclature for Cosmetic Ingredients), ovvero la famosa lista degli ingredienti. Insomma, ben vengano creme e cosmetici, ma senza accumulare in maniera compulsiva in un nome di una società basata ancora sulla bellezza a tutti i costi; e sopratutto senza compromettere il benessere del pianeta e del prossimo.

sostenibilità, cosmetica E routine

Anche per quanto riguarda i prodotti per la cura della pelle esistono alternative valide create tenendo conto della responsabilità sociale e ambientale. Queste comprendono la scelta delle materie prime prevalentemente naturali e biologiche, l’approvvigionamento etico,  gli imballaggi biodegradabili o riciclabili. Attenzione e cura, dall’inizio alla fine, per il cliente e tutto l’ambiente circostante. Sono sempre più le aziende orientate in questa direzione e prestare un po’ di attenzione anche a cosa ci mettiamo sulla pelle, oltre ai vestiti, fa parte di un processo verso una consapevolezza maggiore a 360°. Quindi, ben venga la beauty routine, ma con i prodotti giusti (domanda: esattamente, quanti prodotti usate la mattina?!?) e senza farsi prendere da bulimia e fascino dell’ennesimo barattolino che promette miracoli formato crema. Prima finite sempre quella che c’è già sulla mensola del bagno…o no? 😉

Io da piccola piccola avevo una passione per le creme di mia mamma (e della mamma della mia migliore amica), che puntualmente mettevamo per gioco chiuse in bagno (e non vi dico gli urli quando ci scoprivano)! Il prendersi cura del proprio corpo è un insegnamento che la Mamy mi ha passato in maniera sana ed equilibrata (almeno credo :P), ma non ho mai avuto un ordine disciplinato e regolare per la beauty routine…poi sono arrivate le rughe, si sono avvicinati i 40 e sono diventata più disciplinata! Vediamo quanto duro…;)

—>In foto la linea di prodotti che sto usando al momento: sono naturali “Eden-Energia della Natura“, senza parabeni, paraffine, siliconi e profumi aggiunti; formulati con estratti vegetali, oli essenziali e sostanze provenienti da agricoltura biologica…che si vedono! (L’olio iodato con il sale e le alghe marine nella bottiglia è il mio preferito in assoluto). E poi sono completamente Made in Tuscany, un altro modo per sostenere l’economia locale e far crescere aziende di zona che si impegnano in maniera etica e sostenibile. Con piccoli accorgimenti si può fare tutto senza 😉

Con il codice —> P006/20 un piccolo sconto per provarli andando sullo shop https://www.edenshop.store/ <—

Lycra&Costumi: andando verso l’estate usando la testa!

Liberi tutti, via libera verso il mare. Tirare fuori i costumi dall’armadio dà sempre quel pizzico di emozione, anche se spesso il bikini preferito della stagione passata quando vede la luce sembra un mezzo zombie, provato dall’estate precedente e che manifesta segni di invecchiamento precoce! Ingiallimenti, elastici ammosciati o cotti dal sole, tessuto rovinato e anche piccoli buchi. Improvvisamente non è più il preferito ma diventa un rifiuto, pronto ad essere sostituito da quello nuovo. Prima di correre all’acquisto è opportuno fare un paio di riflessioni…

il problema della lycra

Andiamo con ordine. Molti dei costumi in commercio sono realizzati in lycra. La lycra (conosciuta anche come elastan) è un materiale sintetico elastico prodotto a partire dai derivati del petrolio e simili, il cui problema principale è essenzialmente uno: non è biodegradabile né riciclabile. Questa fibra tessile elastica ha la capacità di allungarsi senza rompere il tessuto, ritornando facilmente alla forma originale. La performance della Lycra, così come altre fibre sintetiche elastiche, la rende insostituibile, perché le prestazioni di confort e vestibilità non possono essere in alcun modo replicate da altri materiali naturali. Un leggings di cotone non sarà mai aderente al corpo come uno che contiene una percentuale di lycra. Per questo motivo, per dare elasticità e morbidezza anche ai tessuti fermi, le fibre naturali vengono mescolate con fibre elastiche. La prima fibra tessile sintetica al mondo è stato il nylon nel 1938. Tutte le fibre sintetiche sono accomunate dagli stessi problemi: sono prodotte partendo da materiali fossili che sono sempre meno disponibili (e per estrarre i quali sono necessarie grandi quantità di energia), consumano un sacco di acqua, si utilizzano un sacco di sostanze chimiche e a fine vita smaltirle è un casino! A complicare le cose il problema delle micro-plastiche (delle quali avevo parlato da queste parti), ovvero il rilascio di micro-particelle ad ogni lavaggio che vanno a finire direttamente in mare (e nelle pance dei pesci). E fin qui ci siamo…

sintetico eco-sostenibile

Lo so che letta così sembra un ossimoro (o una bestemmia), ma cerchiamo di capire. Le nuove tecnologie ci aiutano e parte del problema diventa parte della soluzione. E’ questo il caso di tessuti sintetici sostenibili ottenuti al 100% da materiali plastici riciclati come reti da pesca, bottiglie di plastica, tappeti dismessi, scarti industriali. In questo modo una parte del problema, ovvero quella dell’utilizzo del petrolio e simili, è abbattuta; anche un’altra parte, ovvero lo smaltimento dei rifiuti come bottiglie, reti, ecc. diventa l’inizio di un nuovo processo di trasformazione che porterà ad un nuovo materiale completamente riciclato. Il filo di Nylon rigenerato ECONYL® è un esempio nostrano, ottenuto trasformando la parte superiore di tappeti di Nylon e moquette, le reti da pesca e altri prodotti di scarto fatti di Nylon che, giunti a fine vita, non vengono smaltiti in discarica, ma recuperatirigenerati e trasformati da Aquafil in filo ECONYL®, che viene successivamente utilizzato per la produzione di tessuti ecosostenibili, altamente tecnici in grado di garantire le stesse performance dei tessuti standard. Le fibre sintetiche riciclate certificate a basso impatto ambientale sono sicuramente ecologiche nella fase di produzione ed anche etiche (non viene sfruttata manodopera a basso costo). Però le micro-plastiche le rilasciano pure loro…

non solo lycra

Ovviamente i costumi sintetici vanno per la maggiore: vuoi per la vestibilità, vuoi per la comodità, vuoi perché ormai sono entrati nell’uso comune ed è difficile farne a meno. E’ opportuno sapere che esistono anche costumi da bagno realizzati con altri materiali e con altre tecniche: esistono costumi realizzati all’uncinetto con filati di cotone, altri di lino smacchinati con le macchine da maglieria o altri semplicemente in tessuto fermo al quale vengono vengono aggiunti degli elastici (eh sì, la componente elastica comunque c’è)!

manutenzione

Alla luce di tutto ciò appare all’orizzonte una soluzione possibile: perché far durare i costumi solo una stagione (che poi una stagione vuol dire circa 3 mesi con un utilizzo non certo giornaliero)? Perché non trattarli come si deve e volergli bene per più di un’estate? In generale i tessuti si deteriorano, quelli dei costumi ancora di più: stateci voi a ore sotto al sole, esposti al cloro, al salmastro e sfregati su sedie a sdraio o rocce…o rotolati nella sabbia! Ne subiscono diverse, poverini! Per allungargli la vita è opportuno prendere delle precauzioni:

LAVALO! Dopo aver indossato il costume da bagno sarebbe bene lavarlo con acqua e sapone neutro o con un detergente per capi delicati. Sale e cloro fanno proliferare batteri e funghi…li volete? Meglio non lavarlo con acqua calda, perché si deteriora più velocemente e c’è il rischio che possa restringersi (poi ci vengono le paranoie dei chili di troppo). Meglio non lascialo in ammollo perché potrebbe scolorire e meglio non strizzarlo forte forte come fosse il cencio da dare a terra: basta una strizzatina lieve per poi metterlo ad asciugare…ma non sotto la luce diretta del sole, preferibile all’ombra (anche il sole scolorisce)! Inutile ribadire che i costumi NON SI STIRANO (io poi non stirerei nulla, che nella vita c’è di meglio da fare)! 😉

DON’T DO! Rotolarsi sugli scogli sì, ma solo se lui è bono e ne vale la pena! La protezione solare va messa sempre, ma se evitiamo di ungere il costume come fosse una padella allestita per fare una frittata secondo me è meglio. Essere affezionati ad un costume è bello, ma possiamo anche averne un paio in più per cambiarli e non sovraccaricarne solo uno per tutta la stagione!

CONSERVAZIONE! Prima di mandare il costume in letargo è bene un’ultima lavata, facendo l’ultimo risciacquo aggiungendo all’acqua poco aceto bianco di vino e lasciando l’indumento in immersione per pochi minuti ( l’aceto è un ammorbidente naturale, ravviva i colori, preserva gli elastici ed igienizza ). Per essere sicuri che sia completamente asciutto, una bella passata con il phon (a debita distanza) prima di ripiegarlo a modino e senza forzare gli elastici e riporlo in scatole, cassetti o dove volete voi. L’importante è non metterlo in buste di plastica: impedisce la circolazione dell’aria e favorisce la comparsa di cattivo odore nel guardaroba e sugli indumenti. Muffe e licheni non li vogliamo. Meglio contenitore di stoffa e meglio ancora metterli via singolarmente, senza fare ammucchiate inutili. Se poi nel cassetto ci infiliamo anche un sacchetto di gel di silice  per eliminare l’umidità il più possibile, l’estate successiva il costumino ci ringrazierà sfoggiando tutta la sua bellezza! 😉

Meno, meglio e più a lungo! A voi quanto vi durano i costumi? Prossima settimana suggerisco qualche marchio di costumi fatti con testa, cuore e stile!

Vintage Revolution Playlist

di federica pizzato – VESTITI AL VENTO 

La musica e la moda (quelle belle). Non so per voi ma sono tra le pietre miliari della mia vita. Due passioni che sono anche spesso felicemente interconnesse ed è proprio riflettendo su questo e anche sulla mia tristezza per il fatto che molto probabilmente quest’anno non vedrò nessun concerto, che ho pensato che a molti di voi avrebbe fatto piacere avere una vintage playlist. Ho pensato di associare un capo iconico per ogni decennio del ‘900 ad una canzone altrettanto iconica. Ovviamente l’argomento è talmente vasto che ridurlo ad un solo esemplare per categoria è davvero tosto e riduttivo. Per questo mi sono semplicemente lasciata trascinare dall’emozione del momento. Ed ecco qui la prima Vintage Revolution Playlist.

Anni ’20 JOSEPHINE BAKER – I’VE FOUND A NEW BABY

Josephine Baker, una delle icone dei Roaring Twenties che preferisco. Simbolo di riscatto, forza e creatività. Con la sua danza a seno nudo, nella Parigi degli anni ’20, divenne un vero e proprio idolo esotico. Qui vi propongo uno dei suoi successi e vi mostro direttamente lei, che molti saranno abituati a vedere immortalata con il gonnellino di banane, in uno bell’abito da giorno con tanto di cloche e tacco a rocchetto.

Anni ’30 FRED ASTAIRE – PUTTIN ON THE RITZ + Madleine Vionnet

Un inno all’eleganza e al vivere la giornata, una canzone della spensieratezza di cui uno dei maggiori interpreti è stato Fred Astaire. E se esiste un nome dei super glamour anni ’30 che fa rima con eleganza è quello di Madeleine Vionnet con i suoi bellissimi abiti dal taglio a sbieco che ci ricordano le divinità greche. Eccone uno.

Anni ’40 TRIO LESCANO – TULIPAN + il look androgino di Marlene Dietrich

Arrivate qui vi direte: “Ma cosa c’azzeccano il Trio Lescano con i look forte ed androgino sfoggiato magistralmente da Marlene Dietrich?!” Forse non sapete che le tre clandesine che cantavano in italiano hanno una storia particolare che ha proprio a che fare con le loro origini e la loro musica. Alexandrina, Judith, Catharina Leschan erano donne emancipate nell’Italia fascista degli anni ’30 abituata ad un’ideale di donna molta diverso. Inoltre le tre sorelle erano ebree e non ebbero vita particolarmente facile con l’inasprirsi del secondo conflitto mondiale. Per questo per me incarnano un’ideale di forza femminile che ho collegato ad un’estetica altrettanto forte.

Anni ’50 BILL HALEY – ROCK AROUND THE CLOCK + il New Look interpretato da Brigitte Bardot

Uno dei manifesti della cultura rock’n’roll che spopola tra i giovani degli anni ’50 e spazza via le brutture della guerra. Ho voluto affiancarla alla bellezza, per nulla convenzionale se rapportata a quegli anni, di Brigitte Bardot che sfoggia un abito da mare con gonna a ruota nelle iconiche righe portate alla ribalta qualche decennio prima da Coco Chanel che prese ispirazione dalle divise dei marinai francesi.

Anni ’60 BEATLES – YOU’RE GOING TO LOSE THAT GIRL + Twiggy in giallo

I miei amati tra i tanti amati. I Beatles hanno accompagnato parecchie giornate, ore, attimi della mia vita: dal cominciare con grinta a pulire casa in una giornata di sole, alla malinconia di amori incompleti. Sono nell’immaginario di tanti (se non di tutti) per svariati motivi ma oggi li voglio abbinare come un fondamentale accessorio del look sbarazzino e vitaminico di Twiggy in questa foto. Amata e odiata per essere stata la prima modella dall’estetica “alta e stecca” che ci ha rovinato la vita negli anni successivi eheheheh… nonché super indossatrice della minigonna di Mary Quant. Eccola qui in tutto il suo splendore.

Anni ’70 JANIS JOPLIN – PIECE OF MY HEART + Hippie by Patty Smith

Un grido d’amore da chi d’amore sente di averne dato troppo ma mai abbastanza. Non è la sede per raccontarvi tutti i tormenti interiori di quella che è stata una delle prime vere rock star donna di tutti i tempi ma la storia di Janis Joplin e la sua estetica mi hanno sempre affascinata. Per omaggiarla ho scelto il look etereo e malinconico di una sua collega Patty Smith che si presentava così, come una principessa urbana con i fiori in testa la pelle chiara e i capelli scurissimi quasi a creare un contrasto alla Biancaneve.

Anni ’80 MADONNA – PAPA DON’T PREACH + Madonna in rosso e nero

Il pop quello verace e le storie che racconta. Nel mio immaginario gli anni ’80 sono così e nella mia testa di piccola bimba vorace di musica questa canzone risuona nella testa. Insomma c’è un po’ di nostalgia dell’infanzia per me in questa canzone. C’è però anche, per quanto ci riguarda, uno dei tanti e repentini cambi di stile di Madonna che da ragazzaccia diventa la bionda raffinata sosia di Marilyn Monroe. Iper glamour. Qui ve la propongo in versione sportiva, total black, con qualche nota di rosso.

Anni ’90 PEARL JAM – BLACK + Jean Paul Gautier

Avrei potuto scegliere tra centinaia di band e canzoni grunge e rock per questa sezione. Ho scelto loro. Perché? Non lo so bene, forse perché ho sempre trovato Eddie Vedder molto più concreto, rassicurante e reale della leggenda Kurt Cobain per esempio. Perché quella voce calda ti entra dentro e non ti abbandona facilmente…
L’abbinamento non è stato facile ma poi è arrivato lui: Jean Paul Gautier che a fine anni ’90 ha proposto tra gli altri questo abito che io trovo meraviglioso ed estremamente contemporaneo per avere oltre 20 anni.

Ed eccoci arrivati in fondo. La playlist è terminata ma spero che vi abbia lasciato con la voglia di scoprire altra musica e altro vintage. Per quanto mi riguarda quando mi metto in ascolto è difficile smettere! La musica apre strade, immagini e sogni. Ora che molte strade ancora ci sono precluse spero che la Vintage Revolution Playlist vi sia di conforto e vi supporti in uno dei viaggi più belli che ci sia: .

New Normal tra promesse, paure, tecnologia e fuffa!

Quando sento parlare di “new normal” o leggo queste due parole associate insieme mi vengono i brividi. Lo so, l’idea di fondo è settare i parametri di una “normalità nuova” (non certo per una profonda convinzione ma solo in seguito ad una grande rottura di palle che ci ha forzatamente messo tutti davanti allo specchio) e vedere come sopravvivere in un momento particolarmente…delicato! Il NEW NORMAL del mondo fashion arriva dalla paura, fondamentalmente dei numeri che crollano insieme alle certezze che li hanno mandati avanti fino a questo momento. Quando leggo “new normal” mi domando come mai ci sia sempre bisogno di apporre etichette dal sapore vago, quelle che vogliono dire tutto e niente, quelle che lasciano intendere un qualche cambiamento, ma dalle quali non si sa bene cosa aspettarsi. E poi cos’è normale?!? (Qui andiamo sul filosofico, per cui non mi addentro, la lascio in sospeso). Ne abbiamo lette tante in questi mesi e, a pochi giorni dalle riaperture più o meno ridotte, mi sono permessa di fare un punto della situazione sotto svariati punti di vista.

CALENDARI, SFILATE E RIDIMENSIONAMENTI

E’ stato ancora una volta Giorgio a dare una scossa al mondo della Moda, dichiarando che non avrebbe sfilato a luglio nella Digital Fashion Week organizzata dalla Camera della Moda, ma a Settembre (sperando in un evento dal vivo) e che la prossima sfilata della collezione Armani Privé sarà fatta a Milano e non a Parigi il prossimo Gennaio 2021. Un collezione, quest’ultima, che avrà un carattere intra-stagionale e non strettamente legato alla stagione estiva. Rivoluzioni, insomma, piccole prese di posizione in aperto contrasto con tutto quello che era sempre stato fatto (anche da lui stesso). Qualche giorno dopo arriva anche Saint Laurent, deciso ad abbandonare i canonici appuntamenti espositivi del circuito moda. “Cosciente della circostanza attuale e dei suoi flussi di cambiamento radicale, Saint Laurent ha decido di prendere il controllo del proprio passo rimodellando il suo programma. Ora più che mai, il brand seguirà il proprio ritmo legittimando il valore del tempo e connettendosi globalmente con le persone avvicinandosi a loro nei propri spazi e vite”. E ieri Dries Van Noten, insieme ad un gruppo di designer e retailer, hanno proposto un reset dei calendari e delle consegne ai negozi, con stagioni che magicamente si allungano (come dovrebbero essere). Illuminazione improvvisa? No, numeri! Questi grossi colossi non fanno i conti con il cuore, ma con le calcolatrici: in un momento storico in cui si stanno mettendo in discussione molte cose e in cui regna sovrana l’incertezza meglio pararsi il culo in tempo, senza mettere troppa carne al fuoco…;) Insomma, in giro non vedo santi né illuminati. In ogni caso, meglio tardi che mai!

GLOBALIZZAZIONE VS NEW NORMAL

Per capire in che direzione vorrebbero andare i signori della moda c’è da fare un passo indietro, circa 20-30 anni fa, quando le aziende hanno iniziato a introdurre catene di approvvigionamento veramente globali. L’idea era semplice: rendere disponibili prodotti di grande valore per il mercato di massa. Per fare questo è stato necessario esternalizzare la produzione in paesi con mercati del lavoro a basso costo. Ma non ci siamo fermati qui. Dopo poco sono arrivate le società di vendita al dettaglio online e hanno introdotto una nuova idea: non solo i prodotti dovrebbero essere disponibili per i mercati di massa, ma invece di una consegna in 5-10 giorni, facciamo una “consegna in giornata”. Il modello di produzione delocalizzato non è cambiato, ha solo richiesto una nuova raffinatezza nella gestione della catena di approvvigionamento per assicurare la consegna veloce. E tutti conosciamo il risultato: ci sono aziende di vendita al dettaglio online molto, molto, molto grandi e di successo che dimostrano ogni giorno che ciò può essere fatto (spesso passando sopra ai diritti basilari dei propri dipendenti, ancora non avete letto “Schiavi di un dio minore”?) Il passo successivo è stato quello di personalizzare i prodotti, ovvero renderli individuali per il cliente e il consumatore specifici. Ciò ha richiesto un nuovo livello di automazione nella produzione e nelle operazioni e questo è stato anche il punto di partenza della discussione di Industry 4.0 (4 ° rivoluzione industriale). In mezzo a questa rapida evoluzione del sistema produttivo si è insinuato il tema della sostenibilità e della necessità di apportare un grande cambiamento per ridurre l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Poi è arrivato il piccolo virus e ci ha portato a riflettere su questa nuova normalità, ovvero una catena di approvvigionamento globale con esecuzione locale! Che sarebbe a dire? Si tratta di unire due concetti: “progettare ovunque, produrre ovunque” con “consegnare prodotti personalizzati in modo rapido, sostenibile e accessibile per il mercato di massa”. Consentire la consegna rapida di prodotti personalizzati con un minimo di impronta di carbonio e produzione locale. Produzione locale, consegna globale. Produzione locale, mirata e meno impattante (e più gestibile, perché abbiamo potuto constatare che se l’altro lato del mondo si blocca qui siamo nel casino). Per questo viene in aiuto la tecnologia…

Credits McKinsey&Company

innovazione tecnologica e realtà virtuale: distanza o nuova esperienza?

La distanza sociale ci messo tutti in rete. Non che prima non ci stessimo, ma diciamo che il mondo virtuale ha risposto in tempi rapidi a tutte le necessità. Non sto parlando solo di negozi online che hanno visto continuare e in alcuni casi raddoppiare la loro attività in questi mesi di clausura, ma anche di corsi, consulenze, il fantomatico smart working e di un sacco di innovazioni tecnologiche che promettono esperienze virtuali sempre più realistiche e che potrebbero eliminare diversi passaggi produttivi. Ed ecco apparire un altro concetto dal suono spaventoso, DIGITAL TRANSFORMATION: ovvero ripensare alcuni processi con l’aiuto del digitale e della tecnologia. Dallo sviluppo dei campionari alla presentazione ai clienti, dagli eventi online alle fiere virtuali, fino ai capi che non esistono da provare in negozi spersi in rete. Sembra la concretizzazione di un film di fantascienza, ma in alcuni casi potrebbe essere un modo per abbattere costi, sprechi ed emissioni di CO2. Sense Immaterial Reality , azienda italiana, simula in modo univoco il comportamento fisico dei tessuti, riuscendo a dare l’impressione del tatto (una cosa che con l’obbligo di questi guanti sempre e comunque diventa quasi una magia); in questo modo si potranno produrre meno campioni ed avere lo stesso un catalogo completo con diverse varianti, senza spreco di macchinari e materie prime. Le collezioni virtuali possono essere condivise con agenti di vendita o licenziatari, per ricevere un feedback tempestivo e l’approvazione finale prima di avviare la produzione (il che eviterebbe la sovrapproduzione, una delle cause dell’inquinamento dovuto all’industria tessile). Anche la fase di comunicazione e presentazione può diventare virtuale: con l’ utilizzo della Realtà Virtuale la sfilata di moda può diventare un’esperienza completamente virtualizzata, così com’è possibile trasportare l’utente all’interno di uno showroom virtuale, che potrà esplorare, visualizzando le informazioni legate a uno specifico articolo, sino a selezionarlo per l’acquisto. Insomma, processi ottimizzati e meno impattanti che riducono al minimo…la socialità! O_o Io non so se sono pronta per tutto questo, ne percepisco i vantaggi, ma credo di preferire una dimensione più umana (infatti abbiamo messo su sfashion-net 😉 ). 

Attenti alla fuffa

Mentre qui predichiamo bene, siamo propositivi e nominiamo la sostenibilità ogni tre parole, ecco che poi sulle solite testate giornalistiche online appaiono titoli come questi che mi fanno trasformare in HULK:

SOSTENIBILE E LOW COST NON VANNO INSIEME! Ripetiamo! La sostenibilità non passa solo dall’ambiente ma anche e soprattutto dalle PERSONE! Se un capo è low cost (ovvero che un paio di jeans costano meno di due pizze e una birra media) vuol dire che qualcuno è stato SOTTOPAGATO o che i processi produttivi e le materie usate di sostenibile, anche a livello ambientale, hanno ben poco!

La situazione durante questi mesi ha riguardato anche i lavoratori che assemblano fisicamente i capi, sì quelli “dislocati”, dove le regolamentazioni sono fatiscenti e dove, grazie alle grosse aziende che si sono rifiutate di pagare i loro ordini (già confermati mesi prima), le persone si sono ritrovate al limite della fame. Non è un bel momento per tutti, ma onorare gli impegni presi, da parte di aziende con grossi capitali, è un modo per salvaguardare il lavoro, la vita e la dignità altrui. Questo vuol dire essere sostenibili. Tutto il resto sono titoli di pseudo-giornalisti che andrebbero rimandati a scuola. Per chi volesse due informazioni in più può andare a leggere questo diario aggiornato di Clean Clothes Campaign; per chi invece vuole vedere chi sono le famose aziende che non pagano, il loro instagram è decisamente più immediato.

Insomma, va tutto bene, ma come al solito antenne dritte, occhi aperti e scelte consapevoli 😉

Sfashion-Net: siamo finalmente online!

“Io non voglio più lavorare così, è immorale. È tempo di togliere il superfluo e ridefinire i tempi” (G.armani)

Si è appena conclusa la sesta edizione della Fashion Revolution Week. Quest’anno il calendario è stato fitto di incontri, talk ed eventi virtuali (non poteva essere altrimenti): praticamente una corsa all’ultima diretta! Impegnativo ma senza dubbio un’utile operazione di sensibilizzazione in un momento come quello attuale dove la Moda sembra aver voglia di rimettersi in discussione a 360 grandi. Mentre Armani scrive lettere per dissociarsi dai ritmi frenetici del fashion system e YSL rinuncia alle sfilate del prossimo settembre perché stanco di andare dietro ai calendari imposti, io e la mia compare Guya Manzoni lo scorso 20 aprile abbiamo lanciato SFASHION-NET!

Un passo indietro è doveroso, a quell’evento del Fuori Salone dello scorso anno, dove mi sono infilata a Isola Critical Lab per vedere spazio e fare quattro chiacchiere con l’organizzatrice. Le chiacchiere sono diventate molto più di quattro e non si sono fermate a quell’occasione. Visioni affini, modalità affini ed una affinità intellettuale hanno dato vita a scambi, idee, piani bellici e progetti che non hanno tardato a concretizzarsi. L’idea di mettere su una rete di piccole imprese di moda critica, etica e sostenibile era nell’aria già da diverso tempo, probabilmente nelle singole teste separate, per cui non è stato difficile comporre il progetto e partecipare ad un bando per l’assegnazione di uno spazio fisico. Al quale sarebbe seguito quello virtuale. Poi è arrivato il Covid a sballare i piani, a creare panico tra le micro imprese (e non solo) e farci guardare in faccia (a distanza, ovviamente) chiedendoci: “Possiamo fare qualcosa in questo momento particolare per supportare queste realtà?“. Possiamo partire dalla rete…in rete. E così è partita la nostra piccola rivoluzione dentro la rivoluzione…;)

“Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione.” (Antonio Gramsci)

E noi, sotto alle facce di cazzo e l’attitudine da rivoluzionare arrabbiate, siamo disgraziatamente romantiche! “Quando ci siamo lanciate in questo progetto sapevamo già che non sarebbe stato facile e avremmo dovuto faticare. Eppure quello che ci spinge è più forte della fatica. É amore per il mondo della moda che è stato depredato della bellezza e della poesia. É fiducia nelle relazioni umane, nella collaborazione e nell’unione che fa la forza. É voglia di ripensare un sistema obsoleto, autoreferenziale ed elitario e dare voce ad attori che troppo spesso rimangono fuori scena, ma che ne rappresentano il tessuto unico, innovativo.” Insomma, la solita fregatura sentimentale per cui se la spinta che ti muove arriva dall’interno, ti muovi. E così ci siamo mosse, anche parecchio velocemente, ed in sole tre settimane abbiamo selezionato, raccolto, parlato e tirato in mezzo più di 40 brand e diversi partners per questa nostra impresa/scommessa!

Sfashion-Net non un semplice portale e nemmeno un freddo elenco di brand: è una visione che si concretizza; è un contenitore di valori prima che di prodotti, dove la filosofia e la mission sono il motore verso il cambiamento che noi immaginiamo. E’ un riflettore puntato sulle micro imprese di moda critica, etica ma soprattutto più umana, il cui senso principale è quello di fare rete per unire le forze e darsi supporto a vicenda. Un tratto del tutto inusuale per l’ambiente “moda”, forse il tratto più innovativo che farà scuotere la testa a tanti: effettivamente in un mondo dichiaratamente composto da prime donne che sgomitano e da guru dispensatori di verità effimere, predicare la collaborazione suona come una bestemmia in chiesa durante la messa di Natale! 😛 Una caratteristica fondamentale per uscire da questo momento di crisi e ripensare questo ambiente in un’ottica davvero differente.

SFASHION NET è uno spazio dove incontrare i protagonisti “dell’altra moda”, quella che sta tra il lusso ed il pronto moda e che ne rappresenta l’alternativa indipendente. E’ una rete dove i progetti personali si intrecciano con obiettivi comuni e condivisi. E’ una selezione di brand che parlano attraverso la bellezza, il design, l’innovazione e la tradizione. E’ un contenitore di idee e progetti che vogliono essere in grado di raccontare store alle persone, producendo senso oltre che prodotti. SFASHION NET è una luce che illumina un sottosuolo fertile e ricco e troppo spesso sottovalutato. Ed è anche un invito alla libertà: lontano dalle tendenze, dai giudizi e dai modelli imposti, forse finalmente la moda può tornare ad essere un mezzo di espressione personale. Come predico da tempo, basta farsi condizionare dalle mode del momento, dalle tendenze e dalle dittature fashioniste per sentirsi socialmente accettati. Ce la possiamo fare anche con la nostra testa, no?

SFASHION è una parola forte, che indubbiamente parla di rottura e non è un caso: per ricostruire su basi solide bisogna prima rompere (e ormai da diversi anni a me questa parola sta decisamente simpatica). Interrogarsi sul reale funzionamento di dinamiche obsolete, rimescolare le carte e immaginare nuovi scenari. In questa “S” sono anche racchiusi i nostri valori chiave, la nostra ispirazione. Sfashion-net è una rete basata sulle relazioni umane, sulle micro- imprese, su un’idea di moda differente e soprattutto su cinque pilastri fondamentali: SLOW, SUSTAINABLE, SARTORIAL, SOUL E SOCIAL. Parole ricche di senso che costituiscono il nostro manifesto.. (come tutti i movimenti anche noi abbiamo il nostro, ma ve lo faccio andare a leggere da queste parti)…e magari anche il vostro?!? 😉 Manifesto condiviso anche dai nostri partner, realtà che si occupano degli stessi temi sotto varie forme e che hanno deciso di collaborare a questo progetto: grazie a Lottozero, Out of Fashion, Class Eco Hub e DressEcode (di alcuni ne avevo parlato già su questi schermi; gli altri arriveranno presto).

Insomma, la storia ve l’ho raccontata, i retroscena anche, i gossip li lasciamo alle prossime puntate. Adesso tocca solo andare a vedere il sito e dirmi cosa ne pensate. Vi avevo promesso un PDF con una selezione di brand etici, vi abbiamo messo su un portale…ed abbiamo appena iniziato! 😉

Vintage Revolution: Il viaggio e l’esotico negli abiti del ‘900 – la giusta ispirazione per oggi!

DI FEDERICA PIZZATO

Gi abiti e il viaggio. Un connubio che ha da sempre forti connessioni sia dal punto di vista dell’utilizzo che da quello delle influenze estetiche tra culture diverse che si riversano sugli abiti. Nel corso dei decenni tante sono state le invenzioni nel campo dell’abbigliamento per far fronte al modo di viaggiare che mutava nel tempo e tantissime sono state le influenze culturali che il mondo della moda ha adattato alle sue esigenze.

Viaggiare con la mente indossando qualcosa che ci fa pensare a culture lontane o mettersi comodi in un abito pensato per affrontare un lungo viaggio è piacevole quasi quanto affrontare il viaggio stesso! Ed è per questo che ho deciso di riunire qui qualche suggestione che possa esservi d’ispirazione.

Anni ’20 – Kimono

L’esotismo era una corrente decisamente in voga negli anni’20 del ‘900: molto diffusi sugli abiti erano i motivi africani, egiziani e orientali che andavano a formare decorazioni preziose come quelle simili a lunghe collane.
Proprio in questo periodo fanno la loro comparsa gli abiti kimono (in seta ricamata erano tra i più gettonati) e le grandi maniche quadrate. Faceva capolino una nuova forma di bellezza basata sulla semplicità e sul design orientale. Anche molti abiti da pomeriggio avevano le maniche a taglio quadrato e la forma del kimono. Inutile notare il parallelismo con gli ultimi anni in cui il kimono è tornato alla ribalta in tutte le sue declinazioni. Ecco un esempio dell’epoca al quale potete ispirarvi!

Anni ’30 – è boom dello sport

In Inghilterra fu approvata la legge sulle ferie retribuite e fu boom del tempo libero per le classi lavoratrici. Fece quindi la sua comparsa l’abbigliamento creato a doc per queste occasioni di svago come i costumi da bagno e l’abbigliamento dedicato allo sport come il pantalone a gamba larga. E proprio “Pur le sport” era la dicitura che faceva capolino sui primi sensazionali maglioni ideati da Elsa Schiaparelli. Maglioni neri di lana con un grande fiocco bianco sul davanti (quasi a disegnare una sciarpa). Una grafica mai vista prima che fece furore e lanciò la stilista anche oltre oceano! Eccolo:

Fece la sua comparsa anche il jersey tanto utilizzato da Coco Chanel per i suoi comodi completi a pantaloni. In arrivo anche tanti capi adatti al mare come il “pigiama da spiaggia”: per le classi più elevate era un must da accompagnare a un grande cappello di paglia magari dai rimandi asiatici. Il costume da bagno così come lo intendiamo oggi è un’invenzione degli anni ’30: non più un nero, funzionale e monotono indumento da bagno ma un vero e proprio pezzo del look da mare con fantasie stravaganti.

Anni ’40 – l’utilità

Se si parla di comodità negli anni ’40 più che il viaggio salta in mente l’utilità e magari la virtù del recupero. In tempo di guerra era fondamentale risparmiare anche sui tessuti e sui filati che, soprattutto alla fine del conflitto scarseggiavano un po’ dappertutto. Un capo iconico che ha subito svariate reinterpretazioni (anche legate al viaggio) nei decenni successivi è la tuta anti raid aereo ideata da Schiaparelli ispiratasi alle correnti futuriste di inizio ‘900. L’abito era facile da togliere e da mettere grazie alla sostituzione dei bottoni con le cerniere (anche se non tutti potevano permettersele). Anche le tasche erano dotate di zip in modo che qualsiasi cosa si volesse salvare scappando non riuscisse ad uscire. Eccola:

Anni ’50 – New look si ma esotico

Negli anni ’50 si ritorna a pensare ai vezzi in modo massiccio anzi, in questo decennio più che mai! Le ampie gonne del New Look ideato da Christian Dior si decorano anche di motivi esotici. E come non parlare degli iconici pantaloni Capri se si parla di anni ’50! I pantaloni tagliati al polpaccio con risvolto o orlo alto e taglio a V sul fondo per rendere migliore mobilità. Tutte le star ne possedevano un paio da indossare, ovviamente nelle località di mare più in voga del momento, magari con una maglietta a righe bretoni e un leggero foulard a pois sulla testa. Eccoli!

 

Anni ’60 – spazio e psichedelia

Negli anni ’60 molte cose cambiano. La moda, per la prima volta fatta da chi la indossa, i giovani, si fa più audace. Il tema del viaggio si fa più ambizioso e prende addirittura spunto dalla corsa allo spazio per un immaginario volo oltre i confini del mondo! Fili metallici, dorati e argentati fanno capolino sugli abiti e materiali sintetici mai visti fanno sembrare le più aggraziate mise come provenienti da un altro pianeta. Nei tardi anni ’60 invece il viaggio on the road e la psichedelia fanno il loro ingresso tra le abitudini preferite dai più giovani e la moda non può restare indifferente: Emilio Pucci in questo periodo trae ispirazione dal flower power per i suoi pigiama palazzo. Il principe delle stampe osa con i colori come mai prima e le sue stampe sono ancora oggi un’icona indiscussa.

Anni 70 – Sahara e kaftani

Il movimento hippie, come abbiamo visto, già nei tardi 60s introduce il look etnico. Negli anni ’70 il trend continua e si modifica: arrivano i cotoni indiani e le stampe di ispirazione africana o etnica ad esempio ed i colori virano verso quelli che la natura ci regala. Anche il boom dei pacchetti vacanza, che diventano molto più accessibili, contribuisce a diffondere questa tendenza e, proprio in questo periodo, compaiono la tuta Sahara (di ispirazione anni ’40), gli abiti stile safari ed i kaftani: insieme ai kimono, al djellaba (una tunica marocchina con cappuccio) e ad altri modelli provenienti dall’India e dall’Africa, i kaftani sono stati adattati alla maniera occidentale rendendoli particolarmente adatti ad essere indossati come abiti da sera. Qui un kaftano di Pierre Cardin con finiture metalliche, fili d’oro e paillettes (1973).

Eccoci alla fine del nostro tour tra tessuti, stampe e forme che hanno fatto epoca. Spero di avervi regalato qualche istante di leggerezza. Vi lascio con una frase di diana Vreeland, iconica direttrice di Vogue negli anni ’60: “Straordinario è il modo in cui tutto quello che è moderno va d’accordo con quello che è antico. Una questione di combinazioni. Niente inizio, niente fine, solo continuità”

 

 

 

Viaggiare con la mente si può e si potrà fare per sempre! Le nostre passioni, la nostra cultura e la nostra voglia di sognare non ce le toglierà niente e nessuno. Se avete voglia di farvi accompagnare ancora per qualche attimo da me, seguitemi sul mio canale Ig @vestitialvento

OPEN: Ripartiamo dall’apertura (mentale e non solo)

Nel 2004 ho aperto il mio primo negozio, un Concept Store in zona Santa Croce a Firenze; avevo 24 anni e quello era un sogno che si realizzava. Quel sogno aveva un nome, un nome che racchiudeva una filosofia ben precisa non sono legata a quel progetto ma alla vita stessa: OPEN! Open come l’apertura mentale, qualità per me indispensabile; Open come una piazza all’aria aperta che potesse funzionare da punto di riferimento senza barriere; Open come l’accoglienza, era il nostro salotto dove tutti erano i benvenuti; Open, come una scatola senza coperchio pronta a dare e ricevere, senza nessun vincolo. No, non vi inonderò di nostalgiche memorie. Solo fare un focus sull’apertura, necessaria per far entrare l’aria del cambiamento. Apertura che, ahimé, nonostante parole e discorsi farciti di buone intenzioni, non vedo ancora. Nella Moda, così come nei circoli chiusi della Moda Sostenibile.

Ho letto molti articoli, ascoltato podcast e seguito le affermazioni di personaggi più o meno illustri ed autorevoli del mondo della moda, nei quali il succo del discorso era riassumibile in “Meno male c’è stata questa pausa forzata, perché la moda ha bisogno di essere ripensata“! Poi l’articolo successivo titolava: “Come faremo senza sfilate per un anno?” e quello dopo ancora “Spostate le fiere milanesi a settembre 2020“! Insomma, ripensarla sì, ma senza rinunciare a niente di ciò che c’è stato fino ad ora. Parlare bene é facile, rimettersi in gioco essendo disposti a rinunciare a qualcosa un po’ meno. Quando penso al RIPENSARE immagino scenari diversi, immagino nuovi modi di presentare prodotti, immagino collezioni che non seguono un calendario imposto, immagino il ritorno ai Creativi con la “C” maiuscola, quelli che non pensano solo fuori dalla scatola…ma quelli che la scatola non la vedono nemmeno, immagino nuove forme di comunicazione, distribuzione e vendita. Una Moda che sia in grado di produrre senso, oltre che prodotti, che parli alle persone e non ai “consumatori” (che mi sembra che abbiamo già consumato il consumabile), che torni ad essere un mezzo per l’espressione della libertà individuale lontana dai giudizi e dai modelli imposti…e non un subdolo gioco psicologico orientato al senso di inadeguatezza generato dal non avere il must have di stagione! E alla fine di tutto ciò mi immagino un universo collaborativo dove non ci sono Guru illuminati diffusori di verità effimere, né seguaci obbedienti come cagnolini e nemmeno fashion victim; dove non ci sono gelosie e preziosi contatti da custodire, dove non esistono “quelli fighi” e “quelli sfigati” ma quelli che fanno e che sono in grado di fare rete in nome di un obiettivo comune e dove, per una volta, la Moda possa fare a meno della sua autoreferenzialità che la contraddistingue da secoli. Sì, quando faccio i miei viaggi mentali immagino scenari al limite dell’utopia…dopotutto almeno con la testa sarà libera di dare forma al mondo che vorrei, no? 😉

Quando iniziai a sentir parlare di Fashion Revolution in qualche modo mi sono sentita meno sola: finalmente un gruppo (folto, poi diventato numerosissimo) di persone che condividono i miei stessi valori e che si adoperano per un cambiamento nella Moda. Finalmente un movimento in grado di dare una scossa a tutti quegli aspetti discutibili del sistema, da quelli legati all’etica passando per il rispetto per l’ambiente fino all’atteggiamento tipico dei lavoratori della Moda. Ecco, su questo punto mi sono dovuta ricredere, con mio sgomento e disillusione! La rete di rivoluzionari del sistema intrecciata a livello globale ha fatto numerosi passi in avanti, riversando una buona dose di consapevolezza sull’utenza finale così come una bella pressione sui brand per spronarli alla trasparenza e alla sostenibilità come valore base. Ma per quanto riguarda atteggiamento ed apertura…la storia dei circoli e delle preziose torri d’avorio si ripete, come il copione dello stesso film al quale hanno solo cambiato il nome!!! Che peccato. Un peccato che invece di riunire ed essere tutti più forti a lavorare per un obiettivo comune, ognuno faccia il suo tirando l’acqua al suo piccolo orticello. Un peccato che si cerchino di replicare le dinamiche e le occasioni della Moda, idealizzandoli come obiettivi imprescindibili (se non finisci su Vogue comunque non sei nessuno O_o)! Un peccato che invece di dare vita a qualcosa di grande e dirompente si vada avanti con piccoli passi che si disperdono nel vuoto. Un peccato che non si riesca a parlare, confrontarsi e coordinarsi (soprattutto in un Paese relativamente contenuto come l’Italia) e che ad avere voce siano sempre gli stessi. Un peccato che non si veda un’opportunità nel fare rete ma solo una rottura di coglioni o comunque una perdita di energie che vengono meno al proprio business. Un grande peccato che si debba fare a gara a chi è arrivato per primo (una volta che sei arrivato primo, se la tua motivazione è forte, l’interesse dovrebbe essere la diffusione, non il riconoscimento) e che si continui a sgomitare. Nella Moda quasi peggio che in politica…

Quando dividi invece di unire l’entropia diminuisce!

Il momento di disillusione iniziale ha lasciato spazio ad uno sdegno composto (almeno nelle espressioni pubbliche, poi in privato sbrocco senza ritegno 😛 ) e la consapevolezza che il mio impegno sarà sempre orientato verso etica e sostenibilità, ma corredato da una dimensione umana orientata all’apertura e alla collaborazione. Se è vero che sbagliando si impara è vero pure che si impara anche guardando le cazzate degli altri (o almeno sono chiari i modelli che non si ha intenzione di replicare). Ed in questo senso io mi sono riproposta di non voler assolutamente aderire a queste dinamiche “chiuse”. Mai! Non fanno parte di me e nemmeno della mia visione del mondo. “Sarà difficile, la Moda è sempre stata così” – mi ha detto qualche giorno fa un’amica. Ha ragione. Sarà difficile. Magari sarà l’ennesima lotta contro i mulini a vento. E non sarà certo l’ultima impresa “difficile” e poco digeribile in cui mi imbarco. Ma questi sono i valori in cui credo e quelli che mi spingono quotidianamente a proseguire. Fortunatamente in questi anni ho incontrato menti altrettanto aperte e illuminate, collaborative ed entusiaste; fortunatamente siamo in tanti. Insomma, io al creare connessioni ci credo ancora. Al potere dell’unione per cercare di tessere qualcosa di più grande di un singolo nodo. Credo ancora alle persone, ai progetti, ai sogni e agli obiettivi comuni e condivisi. Credo meno alle promesse di cambiamenti di questi giorni, ma mi piacerebbe essere smentita ;). In ogni caso a breve SFASHION-NET vedrà la luce. Per quanto mi riguarda, tutto il resto, sostenibile e non, è sempre moda…

Stasera in diretta alle 19 sul mio profilo instagram ve ne parlo meglio in diretta con Guya!

 

Colorati sì, ma a modino!!! (Parte 1)

Quando si parla di impatto ambientale della moda si casca sempre sul tessuto e su quanto la sua dispersione sul suolo non sia favorevole al respiro di madre natura. Ed i colori?!? Inutile negare quanto io sia cromofila e anche un po’ cromo-dipendente, così come è inutile negare che i colori fanno parte del gioco della moda da sempre, con le storie di certe nuance che sorgono proprio da stili e tendenze divenuti iconici nel tempo (azzurro Tiffany, rosso Valentino, ecc). Eppure anche le tinture si portano dietro macchie che spesso sono difficili da lavare via (a questo proposito consiglio sempre il documentario “The Blue River” per avere un’idea di quanto stiamo colorando la natura in maniera impropria). Non c’è bisogno di rinunciare al colore (morirei), solo capire quali sono le problematiche e cercare soluzioni alternative per ridurre i danni o evitare di farne!

1. Problema: spreco d’acqua

A livello mondiale, l’industria tessile consuma tra i sei e i nove trilioni di litri d’acqua all’anno, e questo solo per la tintura dei tessuti. TRILIONI…io riesco ad immaginarmeli veramente male, ma per darvi un’idea è come riempire più di due milioni di piscine olimpioniche con acqua dolce ogni anno! Insomma, per un mondo dove l’acqua scarseggia buttarne così tanta mi sembra uno schiaffo alla Natura (che poi, come ben vedete, si ribella).

2. Problema: sostanze chimiche

Circa tre-quarti di tutta l’acqua consumata dagli stabilimenti di tintura finisce col diventare acqua di scarto non potabile: una sorta di miscuglio tossico composto da tinture, alcali, metalli pesanti e le sostanze chimiche utilizzate per fissare il colore sui nostri capi. Ora, non demonizziamo la chimica, che esiste in qualsiasi processo vitale; diciamo che trovare il modo di controllarla e di fare le cose “pulite” agevolerebbe il tutto! Purtroppo in alcuni stabilimenti indiani certe sostanze chimiche proibite in Europa vengono ancora usate; oltre al fatto che non vengono installati appropriati impianti di depurazione e le acqua vengono scaricate direttamente nei fiumi così come sono: colorate e piene di sostanze tossiche! Sostanze chimiche che hanno ripercussioni sull’ecosistema locale e sulle persone che utilizzano quell’acqua, con ovvie ripercussioni su flora, fauna e tutta la catena alimentare! 

3. Problema: il rischio disoccupazione

Nel bene e nel male, le tintorie rappresentano un’importante fonte di occupazione e reddito: circa l’81% dell’economia d’esportazione del Bangladeshper dirne unaè costituita da capi di abbigliamento. Le donne sono l’80% della manodopera mondiale impiegata nell’industria tessile e sono la fascia più a rischio (oltre che quella più sottopagata e con turni più stressanti al limite dell’umano). Nel valutare alternative ai sistemi inquinanti di tintura è di fondamentale importanza evitare una disoccupazione massiccia!

4. Problema: il consumismo innato

Lo abbiamo detto molte volte e lo continuerò a ripetere: è il sistema che va ripensato a 360°.  L’approccio lineare basato sul “prendi, consuma, distruggi” è la base dell’insostenibilità. Ed è quello che andrebbe scardinato prima di pensare a tutte le possibili alternative tessili e chimiche! Insomma, tutto bene se i marchi usano tessuti riciclati e tingono con i micro-organismi, ma  lo sforzo è inutile se poi i capi vengono gettati via senza pensarci due volte o se la filiera produttiva sfrutta la manodopera. Questo sia sempre chiaro e ben stampato in mente!

5. Problema: tinture naturali su ampia scala?

Le tinture naturali sono la variante ecologica della storia ma, come i tessuti naturali, non sono certo la bacchetta magica! Anche i pigmenti naturali spesso sono difficili da reperire, necessitano terra arabile per la produzione (il che vuol dire levare terra per la coltivazione di cibo) e hanno bisogno di metalli pesanti per fissare il colore. Insomma, su larga scala non vanno benissimo nemmeno questi…(forse è il caso di ridurre la scala?!?)

soluzioni: tecniche artigianali e nuove tecnologie nell’ottica di un’economia circolare

Tradizione e tecnologia se fuse insieme in una nuova ottica possono dare risultati inaspettati e funzionali. I processi di tintura sintetica sono stati introdotti negli Anni 60, scalzando quasi completamente le conoscenze di tintura naturale. Ma non sono mai scomparse, anzi, le colorazioni che derivano dalle piante continuano a sopravvivere e non solo; le tinture di questo genere sono legate ad una creatura vivente, ad una conoscenza e una saggezza più elevate; tecniche veramente millenarie come la cocciniglia per produrre il rosso, il muschio degli alberi per creare toni color oro e la melagrana per il nero. Le tinte naturali, però, non sono fatte per il consumo di massa ma per capi individuali e l’espressione personale…o piccole produzioni. In sostegno arriva il crescente movimento del biodesign (vedi Faber Future) che integra organismi viventi come i batteri all’interno di nuovi materiali, facendo collaborare in sinergia design e scienza! E’ del 2011 la scoperta di un microbo produttore di pigmenti che poteva essere usato per tingere i tessuti. Il micro organismo in questione è in grado di produrre un colore che oscilla tra il rosa e il blu a seconda del pH del terreno in cui si trova il microbo, e crea una splendida gamma di effetti sul tessuto. Questa tecnica consuma 500 volte meno acqua rispetto ai procedimenti di tintura standard ed elimina completamente le sostanze chimiche dannose. Giusto per dirne una…Altre soluzioni possibili arrivano da sottoprodotti dell’industria alimentare; ad esempio l’azienda Colorfix ha convertito la melassa, un sottoprodotto dello zucchero, in coloranti che possono essere utilizzati nel settore delle tinture tessili, sostituendo le sostanze chimiche per il fissaggio del colore con i sottoprodotti dei biocarburanti. Anche in questo caso riutilizzare i materiali di scarto significa  consumare 10 volte meno acqua e il 20% in meno di energia. Se poi a tutte le alternative e le innovazioni aggiungiamo un po’ di sano buon senso e la voglia di far durare di più i capi, direi che forse ce la possiamo cavare 😉

Per la parte due vi aspetto la prossima settimana! Stasera #sfashiontalkshow in diretta alle 19.30 sul mio profilo instagram. Domani invece sarò ospite del TSH The student hotel per un webinar in compagnia di Susanna Nicoletti sul “Future of Fashion e Curiosità“! 😉

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Il “Riparare” fa parte delle 7 o ottomila “R” che sono alla base dell’economia circolare (all’inizio eravamo a tre, “Reduce, Reuse, Recycle”, poi sono state aggiunte anche Repair, Re-Think, refuse, repurpose…e ogni due per tre viene aggiunto qualcosa di nuovo 😉 ). Eppure sembra che si faccia sempre prima a buttare e ricomprare che a riparare. Io non faccio testo, perché le mie riparazioni su certi capi somigliano sempre di più a dei tentativi di rianimare i morti (in realtà sono esperimenti di lunga durata sui miei capi preferiti per prolungarne la vita il più a lungo possibile), ma in generale non è che un buco ci autorizza a tirare via una maglia, vero?!? La malsana abitudine del sostituire il vecchio/rotto con il nuovo è sempre imputabile alla forma di consumo veloce secondo il quale “tanto il nuovo costa poco, cosa lo ripari a fare?“; oltre al fatto che si era sparsa la voce che le sarte “erano delle ladre” perché chiedevano ben DIECI EURO per fare un orlo o riparare uno strappo! Ed è proprio qui che vi voglio oggi, in queste settimane lente e casalinghe, per riscoprire l’arte del ripararsi le cose da soli (così vi dimostro che ci vuole pazienza, manualità e dedizione e la prossima volta alla sarta di euro gliene allungate anche 20)!

Nei tempi antichi, ma nemmeno troppo, riparare era un’operazione all’ordine del giorno. Le cose erano fatte per durare e non sarebbe stato uno strappo a segnare la fine di un capo/oggetto. Il kit del cucito era presente in tutte le case e tutte le signorine dovevano saper tenere ago e filo in mano (mia madre quando spiegavano queste cose era assente, nonostante sua nonna fosse sarta non ha mai imparato a cucire perché si annoiava…e infatti a casa mia i bottoni li attacca mio padre, da sempre)! Credo che quest’usanza sia andata svanendo con il tempo, così come quella di portare le cose ad aggiustare da persone di mestiere, i sarti e le sarte che con santa pazienza stringevano, scorciavano, trasformavano o riparavano capi. Sarà il caso di ricominciare? Ci si può arrangiare con tecniche basiche, sperimentare con vezzi creativi o ingegnarsi per apprendere antiche arti giapponesi.

L’arte di riparare

I Giapponesi, precisi e zen, di questa storia del riparare ne hanno fatto una filosofia di vita, quella del “wabi-sabi”, ovvero sapere cogliere ed apprezzare la bellezza nell’imperfezione. Da qui riparazioni che si vedono, riparazioni che diventano arte, riparazioni che rendono l’oggetto più bello di prima. Il Sashiko Stitching è una di queste arti praticabile a colpi di ago e filo. Letteralmente significa “piccole pugnalate” ed è una forma di riparazione visibile (basta con la convinzione che la riparazione non si deve vedere perché “fa brutto”) applicata su tessuto. Generalmente si fa con il filo bianco, ma via libera alla creatività. Come tutte le tecniche giapponesi ha bisogno di pazienza e dedizione, non si fa in due minuti se si vuole un bel risultato. Prendiamolo anche come meditazione cucita…;)

Serve: ago, filo, spille, forbici, tessuto per rattoppare

La guida passo passo la trovate qui. Chi ha pazienza si accomodi…

Questa tecnica era usata per il ri-assemblaggio di pezzi di tessuti. Una specie di patchwork multi-livello con queste cuciture a vista che somigliano più a ricami chiamata Boro (parola che denota capi di abbigliamento rattoppati con piccoli pezzi di tessuto sovrapposti e cuciti con punti sashikoù). Un tessuto prezioso composto di stracci; un controsenso all’apparenza, ma in realtà è una tradizione che racchiude un insegnamento che dovremmo rispolverare e fare nostro: “I Boro racchiudono i principi estetici ed etici della cultura giapponese come la Sobrietà e la Modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (motttainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano“. Impariamo…

L’arte di arrangiarsi riparando

Dal bottone che scappa al buco sul calzino, dallo strappo sui jeans al tessuto che si rompe…tutto è riparabile! (I capi di maglieria sono più complessi, meglio rivolgersi ad una magliaia, ma anche lì se uno è un po’ abile ce la può fare: tipo quando il gatto mi tirava i fili dei maglioni io prendevo il filo tirato, lo tiravo all’interno e poi ci facevo un paio di nodi…non era elegantissimo, ma funzionava)! Chi non si vuole cimentare con la pazienza giapponese è invitato a fare amicizia con ago e filo ed improvvisare amabilmente. Lo so, esistono punti classici, punti festone, la filza, il punto nascosto e pure l’avanti e indietro…(per queste cose esistono siti di sartine provette che vi danno tutte le dritte tecniche): io preferisco l’improvvisazione, l’estemporaneità, il provare senza voler la perfezione ad ogni costo ma cercando di raggiungere un obiettivo senza finire di distruggere tutto 😛 E vi dirò una cosa in più: le riparazioni invisibili non usano più; meglio sfoggiare con orgoglio un capo con una riparazione visibile 😉

Se non vi ho convinto con ago e filo, possiamo sempre metterci le care e vecchie toppe! (anche termo adesive) O delle brave sarte. Ma prima di buttare, pensaci due volte 😉 E per finire un paio di letture sull’argomento:

Fix Your Clothes, Sustainable Patching

Wear, Repair, Repurpose

-MENDIng matters

E voi come siete messi a riparazioni? Ne parliamo anche stasera in diretta alle 19.30 #sfashiontalkshow (sul mio instagram)