Ri-uso, raccolgo, ri-ciclo: l’importanza delle parole e dei gesti verso l’economia circolare

Vi vedo, già in modalità “l’autunno sta arrivando“. Vi vedo, andare a ripescare i primi maglioncini dalla scatola con gli indumenti invernali. E vi vedo anche scartare e raccogliere in una busta con i panni estivi che non vi vanno/piacciono più. Ed è proprio in questo momento che vi FERMO un attimo. E vi invito a non andare in automatico con un gesto tipico “non mi va, lo butto” ma a riflettere cinque minuti in più su quel capo che stavate per buttare…

La storia del REDUCE-REUSE-RECYCLE ormai la sappiamo quasi tutti a memoria. Parole che ci martellano nella testa ma che difficilmente riusciamo a mettere in pratica, proprio perché molto spesso le modalità sono oscure. Quindi accendiamo un po’ di luce ed illuminiamo questi concetti con una luce che si possa tradurre in GESTI concreti e reali. La base di partenza è sempre la stessa: un pianeta in sofferenza per via del consumo esagerato delle risorse naturali (acqua in particolare) e per la grande quantità di rifiuti riversati in terra-acqua-aria (CO2 come se non ci fosse un domani, poi altro che mascherine ci servono) ci sta chiedendo cortesemente di RALLENTARE. Il problema principale, infatti, è la QUANTITA’ di merci che si producono annualmente ed il fatto che molte di queste siano fatte pensando per non durare. E’ un concetto riassumibile in due parole, bastardissime: OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, ovvero capi pensati in partenza per durare poco ed essere sostituiti con altri. Il loro durare poco consiste tecnicamente in materiali scadenti ed una fattura approssimativa in modo che dopo pochi lavaggi si rompano o deteriorano così da rendersi immettibili! E noi, immediatamente, li lanciamo al cassonetto! ASPETTA!!! Quest’azione non è degna di un essere umano civile a cui sta a cuore l’ambiente in cui vive. Non basta fare la raccolta differenziata per mettersi a posto la coscienza. C’è bisogno di andare oltre per innescare il circolo vizioso di un’economia realmente circolare. QUINDI, prima di buttare, alcune domande:

-come posso trasformare questo vecchio capo in una nuova risorsa?

-posso riutilizzarlo?

-posso donarlo a qualcuno che lo apprezzi davvero?

-E se proprio è alla frutta e non so cosa farci, dove è meglio buttarlo perché possa essere rimesso in circolazione senza finire al suolo o in un inceneritore?

Ed è qui che iniziano ad apparire le famose “R”. Re-GIFT o anche Re-SELL (perché anche solo recuperare un prezzo simbolico non fa male) è un modo rapido per continuare a far circolare i capi che sono ancora in buono stato. Allungare la vita di un capo anche solo di 9 mesi (ma se sono di più meglio ancora) fa risparmiare, tra l’altro, tantissimi litri di acqua (e come sappiamo bene l’acqua scarseggia ultimamente). Oltre al fatto che rende felice altre persone (siamo ancora nel #secondhandseptember). Regalare ad amici e amiche è cosa buona e giusta; partecipare a swap party è occasione divertente anche per conoscere nuove persone. Se non ci sono party del genere nelle vicinanze, esiste il grande mondo del web, dove siti e app per lo scambio di abiti spuntano come funghi, così come siti e APP per vendere i vostri capi di seconda mano.

Pic from Swapchain website

-https://www.theswapchain.com/, per esempio, è uno strumento di scambio virtuale, dove l’economia della condivisione, la tracciabilità e la proprietà digitale degli articoli  sono tutti in un unico posto.

-Qualche tempo fa, anni e anni, vi avevo parlato anche di LABLACO, che sono sempre attivi e funzionanti, sia sulla APP che con eventi offline.

-Per la vendita passiamo dal classico EBAY fino al più utilizzato DEPOP, arrivando a siti più sofisticati dove vendere capi firmati e vintage di un certo livello come Vestiaire collective o Rebelle. Anche per la vendita ci sono molte opzioni, anche se io preferisco sempre il baratto, anche per rivalutare un’economia più solidale basata sulle relazioni e non sul denaro (ma per questo arriverà un altro articolo).

il riuso

Questo è un concetto interessante. Ri-usare. Usare ancora. Il riuso è diverso dal riciclo: il riciclo presuppone un processo di trasformazione chimica o meccanica; il riuso è un cambiare forma e/o destinazione d’uso a qualcosa. Il riuso è un gesto creativo e per questo lo preferisco 😉 E’ quello che in inglese chiamiamo UP-CYCLING, ovvero fare un passaggio di stato e ridare vita a qualcosa sotto un’altra forma. Sembra magia, ma si tratta solo di recuperare manualità, inventiva e rispolverare quel pizzico di creatività seppelliti da anni sotto una quotidianità fatta di gesti meccanici e routine annichilente. Il concetto del riuso è semplice: guarda quel capo che non usi/vuoi più e per prima cosa valuta il suo stato di salute:

-è messo male male o lo posso riparare?

1-RIPARARE: Posso farlo io? Sì. —> Prendo ago e filo e mi impegno. Ni, potrei ma non so come fare…—> Su youtube ci sono una quantità infinita di tutorial. No. —> Ok, lo porto alla sarta, che anche loro hanno diritto di lavorare! (ho scritto un post anche sull’arte di riparare)

2-E’ MESSO MALE. Quando un capo è messo male possiamo smontarlo e recuperare le varie parti. Un capo è composto da diversi materiali e di solito cerchiamo di NON BUTTARE VIA NULLA. Chirurgicamente si vanno ad asportare le varie parti: possono essere zip, bottoni, decorazioni, rivetti, ecc. ecc. Questi possono essere conservati e poi usati in un secondo momento, all’occorrenza. Con il materiale principale poi, osservandolo, si può decidere in che modo trasformalo e dargli una nuova vita o funzione. La t-shirt, per dirne una, può diventare un altro modello di t-shirt, per esempio; oppure una borsa, un cencio per levare la polvere, dischetti per il trucco lavabili. Un costume può essere trasformato in reggiseno o in una bustina super resistente con tanto di manici già incorporati. Con i vecchi maglioni di lana ci si possono rivestire cuscini o fare una simpatica cuccia per l’amico peloso. Insomma, tenete presente che prima di buttare un materiale ci sono mille alternative possibili. Se non sapete cosa farci voi perché l’inventiva vi ha abbandonato, online ci sono un sacco di consigli, o potete sempre donare a creativi/designer/scuole/associazioni che invece hanno bisogno di materiali per i loro lavori o workshop basati proprio sul ri-uso!

#ilfioccone realizzato con una vecchia tovaglia, Sartoria Letteraria

e se devo buttare…

Se è proprio finito cerchiamo almeno di fargli un funerale decente dove possano avere la possibilità di reincarnarsi nuovamente grazie al riciclo. Non tutti i tessuti possono essere riciclati al momento, e per essere riciclati devono essere MONOMATERIALE, ma se li mettiamo nel posto giusto possono rischiare di avere una seconda chance, comunque.

CASSONETTI APPOSITI, messi giù in condizioni decenti. Quelli che finiscono in questo spazio, di solito, vengono o riciclati per scopi industriali (circa il 29%); o donati ai paesi in via di sviluppo (circa il 68%, ma anche qui dovremmo aprire un capitolo a parte); o smaltiti in discarica (3%).

SERVIZI DI RACCOLTA: sono sempre di più i brand che ti chiedono di riportare indietro il tuo capo usato. In questo modo possiamo essere leggermente più sicuri di dove vanno a finire i capi e che veramente verranno rimessi nella catena produttiva. Personalmente mi fido molto dell’iniziativa di RIFO’ che insieme a Natura Sì, Recooper, Pinori Filati ed altri cenciaioli pratesi, stanno cercando di chiudere un cerchio raccogliendo i materiali per riciclarli sul serio. Due sono i progetti attivi al momento: uno che riguarda i capi 100% cachemire (che possono essere inviati direttamente alla loro sede) e l’altro che riguarda il denim, che può essere portato direttamente ai negozi Natura Sì che aderiscono all’iniziativa. Vi lascio il primo episodio del loro video, che spiega molto bene il tutto 🙂

Adesso che sai, puoi scegliere. Ricorda però, che io ti vedo. E anche la Terra…

Voi come siete messi con recupero e riuso? Se avete altre iniziative e siti da segnalare, questo è il posto in cui condividere.

Biotecnologie: la scienza al servizio della circolarità!

Ciao, sono tornata. Mi sono presa un mese per osservare, leggere, documentarmi e raccogliere informazioni. Ed eccomi qui, pronta ad inaugurare una nuova stagione #sfashionista in cui si parla dell’ “altra moda” e tutto quello che le gira intorno. L’idea è quella di guardare alla moda con occhio critico e curioso, di vagliare e conoscere alternative ed instillare la voglia di prendere quest’industria meno sul serio, lasciandosi ispirare da modelli e suggestioni che non sono certo quelli che vediamo sui media tradizionali (figurati). Accomodatevi quindi e, qualunque curiosità, dubbio, perplessità, approfondimento desiderato…CHIEDETEMI! Sono qui per voi… 😉

Fonte: Red Carpet Green Dress Instagram Profile

Ormai sappiamo bene che lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo è arrivato ad un momento critico per cui le stiamo riducendo all’osso, impoverendo l’ambiente anno dopo anno con una pericolosa costanza. Per questo sentiamo parlare spesso di economia circolare, dove con questa circolarità si intende una catena produttiva in grado di riassorbire e riciclare quello che produce o che rimetta in gioco i materiali senza dover utilizzare nuove materie prime. La faccio semplice: il maglione fatto con il filato ottenuto da lana riciclata non deve andare a spennare un’altra pecora per realizzare filato nuovo. Spiegazione rapida ma efficace, no? 😉 Mentre da una parte le tecnologie si stanno attivando per riciclare il riciclabile (ma ancora siamo lontani dal poter riciclare tutto, per esempio se un capo è fatto di cotone misto lino già non si può riciclare più), le bio-tecnologie sono attive già da parecchi anni per alleviare la nostra impronta chimica di approvvigionamento e produzione eliminando gli sprechi. Bio che?!? Andiamo con ordine…

Le preoccupazioni legate all’ambiente non sono una storia dei giorni nostri, ma già negli anni 90 ci stavamo accorgendo che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Bioneer – pioniere biologico – è un termine coniato proprio all’inizio degli anni novanta; le bio-tecnologie sono messe al servizio della società per sviluppare materiali biodegradabili coltivati ​​in laboratorio utilizzati principalmente nella moda, nel design e nell’architettura. Esiste una fitta comunità di biologi, scienziati dei materiali e ingegneri che impiegano batteri, funghi, alghe, tè fermentato, lievito e altri microrganismi, per produrre indumenti, imballaggi ed elementi di interior design. Sembra fantascienza e a tratti moralmente discutibile, ma in questo caso meglio mettere da parte i pregiudizi e pensare al risultato finale che si vuole ottenere. Questo tipo di progressi biotecnologici hanno il potenziale per ridurre l’uso eccessivo del suolo, dell’acqua e del degrado ambientale in generale; così come la riduzione dell’allevamento del bestiame, dei rifiuti e dell’uso di sostanze chimiche tossiche (la nostra impronta ambientale pesante si alleggerirebbe notevolmente).

Foto credits: Biofabricate Instagram Profile

Anche in questo caso la pioniera visionaria è una donna, Suzanne Lee, che dal 2003 insieme al collega scienziato David Hepworth, usavano bagni e giardini per “coltivare” materiali. Come? Utilizzando gli stessi ingredienti che si usano per preparare la Kombucha (so bene di cosa si tratta perché la mia amica Erika è esperta di questa materia, solo in cucina), come zucchero, aceto di sidro di mele e tè verde. Così Suzanne Lee ha dato vita a capi realizzati con cellulosa batterica. C’è voluta una quantità industriale di esperimenti con la fermentazione per avere un un materiale simile alla pelle che può essere gettato nel bidone del compostaggio poiché è sia biodegradabile che compostabile. Oggi Suzanne è capo della BioFabricate, prima società di consulenza al mondo dedicata al bio design, e di Modern Meadow Inc, una rete di sviluppatori di materiali il cui scopo è fondere design, biologia e tecnologia ed il cui motto è “creare, non distruggere“!

From BoltThreads Website

Stesso motto e stesso concept utilizzati dalla Bolt Threads, azienda dedicata alla ricerca sui materiali e della quale vi avevo parlato in merito alla creazione della Seta biologica: Il Microsilk, progettato da DNA spider, lievito e acqua, è una seta di ragno sintetica, elastica e morbida. Con la quale Stella McCartney ha realizzato una prima collezione nel 2017. Ma non si sono fermati qui. Da una recente sperimentazione è uscito fuori anche MyloTM, un materiale simile alla pelle realizzato con micelio, la radice batterica dei funghi. Il micelio viene coltivato e monitorato nei laboratori, evitando l’allevamento del bestiame, gli sprechi di materiale e i gas serra dispersi nell’aria per produrre pelle. Tutte queste sono alternative pratiche, ecologiche e realizzate in un’ottica circolare. Oltre tutto, questi processi abbattono anche le emissioni di CO2 o quanto meno provano a controllarle e ridurle con un’accurata osservazione del lavoro in corso.

Pic From BoltThreads Website

Moda ma non solo. Le applicazioni di questi materiali spaziano dal design all’architettura, dal packaging agli imballaggi fino ai mobili e ai pannelli isolanti. Le alternative sono molte, così come le sperimentazioni che si stanno facendo per rendere queste soluzioni riproducibili non su scala immensa, ma almeno in quantità sufficienti per essere davvero un’alternativa alla sintetizzazione di materie prime naturali. Non so cosa ne pensate, ma a me questo connubio tra biologia e design mi sembra quasi magia…

Pic From BoltThreads Website

Che questa sia parte della giusta direzione da prendere? Ditemi che ve ne pare. A breve approfondimento su questi materiali…

 

#plasticfree(july): fare a meno della plastica nella moda e nella vita

A volte per capire l’entità dei problemi che ci circondano abbiamo la necessità di sbatterci la testa o di vederli da molto molto vicino. La storia della plastica che ci sta sommergendo lentamente la sentiamo ormai da anni, vediamo foto di montagne di rifiuti, eppure non siamo mai schifati abbastanza da quelle immagini, forse perché non ci toccano così da vicino (o almeno così pensiamo)! Allora qualcuno ci prova con l’arte a scuotere le menti, come Skyscraper (The Bruges Whale) un’installazione di arte pubblica realizzata con cinque tonnellate di rifiuti di plastica provenienti dall’oceano, telaio in acciaio e alluminio; o il padiglione Head in the Clouds, composto da 53.780 bottiglie di plastica riciclate, il numero di bottiglie gettate via ogni ora a New York City (entrambe le opere sono state realizzate da StudioKCA). Altri ci provano con le challenge, ovvero sfide che vengono lanciate tramite il web (e si sa che alle sfide l’essere umano difficilmente riesce a resistere…)

Triënnale 2018; STUDIOKCA – ‘Skyscraper (the Bruges Whale)Sono ormai 11 anni che luglio fa rima con senza plastica, grazie ad un mese di sensibilizzazione promosso dall’omonima associazione australiana e che si può incontrare online con il tag #plasticfreejuly. Sappiamo bene quanto questo materiale danneggi l’ambiente a più livelli (suolo, acqua e pure aria) e sappiamo anche bene che per smaltirlo ci vogliono anni, a volte addirittura secoli. Eppure ne siamo circondati quotidianamente in qualsiasi ambito della nostra vita. Basta guardare il cestino della plastica della raccolta differenziata per constatare quanto sia il primo a riempirsi e quanto ingombrante è il volume! I passati mesi di chiusura e le nuove norme “igieniche” non hanno aiutato, anzi: buste, imballi e misure “anti-contagio” ci hanno riportato un po’ indietro sull’argomento. Nonostante molti governi si stiano impegnando per regolare l’uso della plastica con tasse e sanzioni, il potere concreto rimane nelle nostre mani. Siamo noi la domanda, siamo noi che con le nostre scelte giornaliere possiamo influenzare e mandare chiari messaggi a chi produce domandando MENO plastica e soluzioni alternative.

MODA E PLASTICA: PRO & CONTRO DEL riciclo

Quando parliamo di moda e plastica la mente va immediatamente alle fibre sintetiche e inquinanti derivate dal petrolio. In realtà il problema è molto più ampio e si estende a macchia d’olio: dalle grucce agli imballaggi, dal packaging con il quale vengono spediti gli abiti fino alle microplastiche che le fibre rilasciano durante il lavaggio (ne avevo parlato anche qui). Il tema del riciclaggio  della plastica per ridurre la produzione di nuovi materiali è all’ordine del giorno, ma anche in questo caso riciclaggio e i materiali riciclati hanno i loro limiti e controindicazioni. Gli sforzi delle aziende per rimuovere la plastica dagli oceani e riciclarla in capi, scarpe o accessori è uno dei maggiori vantaggi dell’uso di plastica riciclata nel settore della moda; rimuovere anche un solo pezzo di plastica dall’oceano è cosa buona&giusta, cercare di buttarcene meno ancora meglio! Il riciclo della plastica, in ogni caso, non è infinito e spesso, grazie alla combinazione di varie fibre per produrre un tessuto, una volta realizzato non è più riciclabile (il primo passo verso la circolarità è quello di usare MONO-Fibre per realizzare i capi, così che possano rientrare nel circolo di produzione più facilmente). Teniamo anche ben presente che l’abbigliamento in plastica non si decompone, quindi qualsiasi indumento a base di petrolio che finisce in una discarica rimarrà lì a tempo indefinito!!! Ultima piccola osservazione è che il processo di riciclo della plastica in qualcosa di nuovo usa chiaramente una grossa quantità di sostanze chimiche (per trasformare una vecchia bottiglia d’acqua in filato ce ne vuole di chimica)…che potrebbero finire nei fiumi così come sulla pelle! Riciclare meglio che produrre ex nuovo partendo dal petrolio, ma far durare i capi di più ed evitare di consumare in maniera bulimica è sempre meglio! Se poi ce la facessimo ad imballare meno anche i capi di abbigliamento che vengono venduti sia nei negozi sia online la Terra potrebbe respirare un po’ di più…

Nella vita possiamo limitare l’uso della plastica

Dalla spesa alle cannucce nei cocktail alle quali possiamo dire di no, dalle bottigliette di plastica che portiamo al mare fino ai quintali di pellicola che adoperiamo per conservare le cose in frigo (e non ultimi guanti e mascherine che siamo costretti ad utilizzare). Ormai la plastica è intorno ad ogni cosa, tanto che tra un po’ ne saremo pericolosamente sommersi. Ecco perché occorre correre ai ripari e fare qualcosa di concreto: basta rifiutare cose usa e getta e le buste della spesa, oppure dire no a bottigliette, flaconi, coppette dei gelati, barchette di frutta e altri tipi di imballaggio facilmente sostituibili con alternative più sostenibili  e meno  impattanti; abbandonare la pellicola in favore dei BeeWraps e sostituire lo spazzolino da denti tradizionale con quello di bamboo.  Comprare  sfuso  anziché  imballato  è sempre  una  buona  idea, così come portare sempre con noi la busta della spesa senza bisogno di chiederne sempre alte; rispolverare la moka e lasciare le capsule a Clooney (o scegliere quelle biodegradabili) e quella paletta di plastica dentro al gelato?!? E lecchiamolo un po’ quel gelato, che con il cucchiaino perde tutto il suo fascino…

 

Qui ci sono 10 piccoli primi passi per chi proprio non sa da dove iniziare; ma visto che qui siamo avanti io andrei con il livello “PRO” ed estenderei il #plasticfreejuly ad un impegno concreto per incrementare gli step e usare la plastica il meno possibile, dalla dispensa all’armadio, passando per il bagno. Per chi è a corto di idee e di alternative valide questo è un libro super interessante sull’argomento (ce ne sono tantissimi, ma di lei ho particolarmente stima).

Molte volte basta solo riflettere cinque minuti di più e non agire d’impulso seguendo l’abitudine. Che quella è la chiave per il cambiamento: abituiamoci a cose nuove, pensate non solo per il nostro benessere personale ma guardando in un’ottica più ampia, che faccia bene a noi ma senza distruggere chi e cosa ci sta intorno ! 😉

E con questo mi prendo una pausa dai post #sfashionisti per riordinare le idee, rilassarmi e fare ricerca di nuovi contenuti per il prossimo autunno. Nella sezione #sfashion del blog potete trovare un sacco di articoli riguardanti etica e sostenibilità nella moda e non solo che sono sempre validi ed attuali. Per il mese di agosto non vi lascio a digiuno di letture…darò un taglio più soft, estivo e decisamente ibicenco. 😉 Non mi abbandonate.

O così o nudi!!! (rassegna di costumi per amanti del mare)

Luglio è arrivato e, come promesso qualche articolo fa, ecco i miei personalissimi consigli per i costumi da bagno fatti con cuore, testa e rispetto. Le dritte valide per la conservazione e la cura del proprio bikini sono sempre valide, così come la dritta universale che se hai già il cassetto che scoppia di costumi della scorsa stagione, non c’è bisogno di quello del 2020! 😉 Una selezione italo-spagnola di marchi che hanno un tocco speciale, una cura del dettaglio particolare, un’estetica non scontata ed una fascia prezzi onesta!

INDIVIDUALS: A ognuno il suo!

Conosco il piccolo negozio di Carlo a Milano da diversi anni e ogni volta mi perdo tra materiali, colori e modelli che spaziano dalla semplicità all’ironia, ma sempre con una raffinatezza di fondo. “Carlo Galli ha unito le pratiche artigianali della migliore produzione industriale italiana: la stampa e i tessuti di Como, il taglio e la creatività di Milano, la confezione di Varese. Uno stile senza condizionamenti, nel rispetto del proprio equilibrio e delle proporzioni.” Qualità non da poco, sopratutto quando si parla di intimo e costumi; che in questo caso vengono trattati come capi sartoriali, quindi unici! Molto più di un semplice costume, sono gioelli da tenere con cura!

OCELAH: BASICO NON SCONTATO

Due amiche, una metropoli, il mare: questa la ricetta alla base della collezione di Ocelah! La loro è una collezione di costumi da bagno basici ma facilmente abbinabili, realizzata con nylon rigenerato che li rende comodi e resistenti. Completamente Made in Spain, le ragazze lavorano con produttori locali in Spagna, per una filiera corta e facilmente tracciabile. Una percentuale dei loro profitti viene periodicamente donata a una fondazione spagnola dedicata alla protezione e al ripristino della vita marina. Se non è amore per il mare questo…

PENINSULA SWIMWEAR: DALLA MAREMMA CON IL MARE NEL CUORE

Specializzato per l’uomo, ma ha anche una linea donna, Peninsula Swimwear è un brand tutto italiano nato in Maremma (dalla Toscana con furore)! Una storia di amore per il mare, la campagna e le maioliche che si trovavano in casa dello zio: da qui la collezione “Le Maioliche”: dall’incanto della tradizione artigiana, dai disegni geometrici e floreali, dalle scene di caccia e mitologiche, dai colori vivaci e le tinte sofisticate. E così sono i loro costumi, con una punta di ironia e nostalgia vintage nella comunicazione che li rende retrò e contemporanei al tempo stesso!

FESTA FORESTA: DALLA CAMPAGNA AL MARE PASSANDO PER MILANO

Un marchio che ha visto la luce in questa primavera, ma che ha attirato subito la mia attenzione per la cura del dettaglio e l’immagine semplice e delicata. Concepita nelle Marche, dove la vita scorre lenta, disegnata a Milano, cuore pulsante del design, realizzata completamente in piccoli laboratori artigianali. Il tocco del Made in Italy c’è e si vede, così come un’ampia scelta di colori e modelli.

SEEA:NON SOLO SURF

SEEA is a progressive women’s surf brand connecting women to themselves, their communities, and the planet.” Conosco questo marchio da moltissimi anni (la fondatrice è Toscana pure lei) e  mi è sempre piaciuto. Nato espressamente per le regine delle onde, rendendo la permanenza sulla tavola in acqua sia comoda che stilosa, l’evoluzione di Seea ha portato alla creazione di bikini da spiaggia ma sempre con un tocco sportivo ed originale. Materiali scelti e certificati (hanno sostituito il neoprene con un materiale ricavato da una gomma 100% naturale), attenzione all’ambiente e alla manifattura: Seea è interamente realizzato in California, a pochi Km dal quartier generale.

SALMASTRA SWIMWEAR: ORIGINALE ARTIGINALE

Dalla California alla Baia del Quercetano (Castiglioncello), entriamo nel mondo di Salmastra (aka Carlotta) che ha tradotto il suo amore per il mare in una linea di costumi che spazia dagli interi ai due pezzi, dal cotone alla lycra, dalle fantasie alle tinte unite, spesso abbinate insieme per un effetto bi-color.  Un lavoro artigianale fatto con cura e spesso su misura. Basta chiedere…;)

SARECO: IL TOCCO DELLE BALEARI

Per chi cerca qualcosa di diverso, dalle linee e intrecci differenti, SarEco è l’alternativa al basico completamente Made in Mallorca. Alle Baleari il costume si usa per andare in spiaggia ma non solo, ed ecco che diventa un indumento versatile, sexy, intrigante che va bene sia di giorno sia di notte per quelle feste meravigliose a bordo piscina a ritmo di house! Guardare per credere 😉

SARTORIA LETTERARIA: ECLETTICO A TINTE FORTI

E dulcis in fundo ci sono io, con la mia idea di costumi che esula dal concetto di collezione e segue l’ispirazione del momento. A #ilcostumino classico, un bikini dalle dimensioni ridotte ma coprenti, si è aggiunta una versione modificata, più accogliente e accomodante. Così come molto accomodante e comodo è l’intero vintage liberamente ispirato agli anni 60 ma opportunamente rivisitato. Il mood generale della stagione è decisamente tropicale, ma non mancano toni pacati e addirittura monocromatici! 😉

La cosa che accomuna tutti questi marchi (e che dovrebbe renderci fieri di essere italiani, almeno un pochino) è l’utilizzo di materiali innovativi ottenuti con poliestere o nylon rigenerato (Econyl è l’azienda che recupera e ricicla reti da pesca e tappeti mentre Carvico è l’azienda che trasforma questo filato in un tessuto comodissimo come la lycra vera è propria); cotone o recuperi di rimanenze di magazzino. Sono fatti per durare nel tempo e farvi compagnia non solo in questa strana estate del 2020, ma anche le successive. 😉 Che ne dite? Volete aggiungere qualche consiglio? Io sempre il solito: al mare si sta bene anche nudi 😛

La belle(zza) e la bestia: un giro nel mondo del beauty

La moda non si esaurisce certo con i vestiti. C’è un altro settore al quale, se vogliamo essere coerenti e rallentare i ritmi consumistici a largo spettro, bisogna dare uno sguardo e prestare un po’ di attenzione: accomodiamoci nel fantastico mondo del beauty!!!

L’industria della bellezza non è bellissima: avvelena la fauna selvatica con microplastiche (quelle che di sovente si trovano in scrub e peeling) e glitter (sì, pure quelli finiscono in mare), rovina gli oceani con contenitori non riciclabili e rappresenta un terzo di tutti i rifiuti di discarica (120 miliardi di unità di imballaggi non riciclabili ogni anno, la maggior parte dei quali impiega fino a 1000 anni per decomporsi). Abbiamo tutti diversi barattolini in bagno, a tutti piace prendersi cura del proprio corpo e della propria pelle (ed è una cosa buona e giusta), ma come al solito gli eccessi fanno danni. Eccessi che negli ultimi anni sono stati fomentati dalla rete e dalla grande quantità di beauty-guru che si sono affollati sugli schermi di Youtube! Tutorial di trucco e di routine al bagno hanno creato un circolo vizioso (e competitivo) nel quale l’influencer di turno cerca, grazie a codici sconto e contratti con grosse aziende, di far comprare di più. Insomma, il meccanismo poco si differenzia da quello del fast fashion, tanto che c’è chi parla anche di fast beauty. Il creare delle necessità laddove non ci sono è una vecchia legge del marketing in fondo, ma c’è bisogno di avere rossetti con 10 sfumature di rosso o mille prodotti per il contouring (Il contouring è una tecnica di trucco che consiste nel disegnare con appositi correttori zone di luce o di ombra sul viso, in modo da ridefinire i volumi. Nata in ambito teatrale, e più specificatamente nel mondo del drag per emulare i tratti femminili, è stata portata alla ribalta dalla signora Kardashian), inutili a meno che non si debba fare show in teatro? Anche in questo caso l’idea è quella di spingere il consumatore a comprare infinite quantità di prodotti dei quali non c’è bisogno (ovviamente con la scusa della bellezza e del divertimento travestito da empowerment e affermazione di sè…una leva sulla quale si spinge sempre troppo spesso e che è anche diventata retorica) e che verranno utilizzati molto poco.

Un peccato, considerato che i cosmetici non hanno una vita poi così lunga (mascara un paio di mesi, rossetti al massimo due anni, creme anche meno), e accumularli senza usarli è decisamente insostenibile. A questo c’è da aggiungere che moltissimi produttori di cosmetici hanno dislocato le loro produzioni in Cina e nel Sud Est Asiatico, con un cambio non tanto nella composizione dei prodotti, quanto nelle condizioni di lavoro e nella possibilità di fare test su animali (cosa che in Europa è vietata dal 2013). Quello che poi ci mettiamo a contatto con la pelle dovrebbe avere la nostra attenzione, imparando a leggere gli INCI(International Nomenclature for Cosmetic Ingredients), ovvero la famosa lista degli ingredienti. Insomma, ben vengano creme e cosmetici, ma senza accumulare in maniera compulsiva in un nome di una società basata ancora sulla bellezza a tutti i costi; e sopratutto senza compromettere il benessere del pianeta e del prossimo.

sostenibilità, cosmetica E routine

Anche per quanto riguarda i prodotti per la cura della pelle esistono alternative valide create tenendo conto della responsabilità sociale e ambientale. Queste comprendono la scelta delle materie prime prevalentemente naturali e biologiche, l’approvvigionamento etico,  gli imballaggi biodegradabili o riciclabili. Attenzione e cura, dall’inizio alla fine, per il cliente e tutto l’ambiente circostante. Sono sempre più le aziende orientate in questa direzione e prestare un po’ di attenzione anche a cosa ci mettiamo sulla pelle, oltre ai vestiti, fa parte di un processo verso una consapevolezza maggiore a 360°. Quindi, ben venga la beauty routine, ma con i prodotti giusti (domanda: esattamente, quanti prodotti usate la mattina?!?) e senza farsi prendere da bulimia e fascino dell’ennesimo barattolino che promette miracoli formato crema. Prima finite sempre quella che c’è già sulla mensola del bagno…o no? 😉

Io da piccola piccola avevo una passione per le creme di mia mamma (e della mamma della mia migliore amica), che puntualmente mettevamo per gioco chiuse in bagno (e non vi dico gli urli quando ci scoprivano)! Il prendersi cura del proprio corpo è un insegnamento che la Mamy mi ha passato in maniera sana ed equilibrata (almeno credo :P), ma non ho mai avuto un ordine disciplinato e regolare per la beauty routine…poi sono arrivate le rughe, si sono avvicinati i 40 e sono diventata più disciplinata! Vediamo quanto duro…;)

—>In foto la linea di prodotti che sto usando al momento: sono naturali “Eden-Energia della Natura“, senza parabeni, paraffine, siliconi e profumi aggiunti; formulati con estratti vegetali, oli essenziali e sostanze provenienti da agricoltura biologica…che si vedono! (L’olio iodato con il sale e le alghe marine nella bottiglia è il mio preferito in assoluto). E poi sono completamente Made in Tuscany, un altro modo per sostenere l’economia locale e far crescere aziende di zona che si impegnano in maniera etica e sostenibile. Con piccoli accorgimenti si può fare tutto senza 😉

Con il codice —> P006/20 un piccolo sconto per provarli andando sullo shop https://www.edenshop.store/ <—

Lycra&Costumi: andando verso l’estate usando la testa!

Liberi tutti, via libera verso il mare. Tirare fuori i costumi dall’armadio dà sempre quel pizzico di emozione, anche se spesso il bikini preferito della stagione passata quando vede la luce sembra un mezzo zombie, provato dall’estate precedente e che manifesta segni di invecchiamento precoce! Ingiallimenti, elastici ammosciati o cotti dal sole, tessuto rovinato e anche piccoli buchi. Improvvisamente non è più il preferito ma diventa un rifiuto, pronto ad essere sostituito da quello nuovo. Prima di correre all’acquisto è opportuno fare un paio di riflessioni…

il problema della lycra

Andiamo con ordine. Molti dei costumi in commercio sono realizzati in lycra. La lycra (conosciuta anche come elastan) è un materiale sintetico elastico prodotto a partire dai derivati del petrolio e simili, il cui problema principale è essenzialmente uno: non è biodegradabile né riciclabile. Questa fibra tessile elastica ha la capacità di allungarsi senza rompere il tessuto, ritornando facilmente alla forma originale. La performance della Lycra, così come altre fibre sintetiche elastiche, la rende insostituibile, perché le prestazioni di confort e vestibilità non possono essere in alcun modo replicate da altri materiali naturali. Un leggings di cotone non sarà mai aderente al corpo come uno che contiene una percentuale di lycra. Per questo motivo, per dare elasticità e morbidezza anche ai tessuti fermi, le fibre naturali vengono mescolate con fibre elastiche. La prima fibra tessile sintetica al mondo è stato il nylon nel 1938. Tutte le fibre sintetiche sono accomunate dagli stessi problemi: sono prodotte partendo da materiali fossili che sono sempre meno disponibili (e per estrarre i quali sono necessarie grandi quantità di energia), consumano un sacco di acqua, si utilizzano un sacco di sostanze chimiche e a fine vita smaltirle è un casino! A complicare le cose il problema delle micro-plastiche (delle quali avevo parlato da queste parti), ovvero il rilascio di micro-particelle ad ogni lavaggio che vanno a finire direttamente in mare (e nelle pance dei pesci). E fin qui ci siamo…

sintetico eco-sostenibile

Lo so che letta così sembra un ossimoro (o una bestemmia), ma cerchiamo di capire. Le nuove tecnologie ci aiutano e parte del problema diventa parte della soluzione. E’ questo il caso di tessuti sintetici sostenibili ottenuti al 100% da materiali plastici riciclati come reti da pesca, bottiglie di plastica, tappeti dismessi, scarti industriali. In questo modo una parte del problema, ovvero quella dell’utilizzo del petrolio e simili, è abbattuta; anche un’altra parte, ovvero lo smaltimento dei rifiuti come bottiglie, reti, ecc. diventa l’inizio di un nuovo processo di trasformazione che porterà ad un nuovo materiale completamente riciclato. Il filo di Nylon rigenerato ECONYL® è un esempio nostrano, ottenuto trasformando la parte superiore di tappeti di Nylon e moquette, le reti da pesca e altri prodotti di scarto fatti di Nylon che, giunti a fine vita, non vengono smaltiti in discarica, ma recuperatirigenerati e trasformati da Aquafil in filo ECONYL®, che viene successivamente utilizzato per la produzione di tessuti ecosostenibili, altamente tecnici in grado di garantire le stesse performance dei tessuti standard. Le fibre sintetiche riciclate certificate a basso impatto ambientale sono sicuramente ecologiche nella fase di produzione ed anche etiche (non viene sfruttata manodopera a basso costo). Però le micro-plastiche le rilasciano pure loro…

non solo lycra

Ovviamente i costumi sintetici vanno per la maggiore: vuoi per la vestibilità, vuoi per la comodità, vuoi perché ormai sono entrati nell’uso comune ed è difficile farne a meno. E’ opportuno sapere che esistono anche costumi da bagno realizzati con altri materiali e con altre tecniche: esistono costumi realizzati all’uncinetto con filati di cotone, altri di lino smacchinati con le macchine da maglieria o altri semplicemente in tessuto fermo al quale vengono vengono aggiunti degli elastici (eh sì, la componente elastica comunque c’è)!

manutenzione

Alla luce di tutto ciò appare all’orizzonte una soluzione possibile: perché far durare i costumi solo una stagione (che poi una stagione vuol dire circa 3 mesi con un utilizzo non certo giornaliero)? Perché non trattarli come si deve e volergli bene per più di un’estate? In generale i tessuti si deteriorano, quelli dei costumi ancora di più: stateci voi a ore sotto al sole, esposti al cloro, al salmastro e sfregati su sedie a sdraio o rocce…o rotolati nella sabbia! Ne subiscono diverse, poverini! Per allungargli la vita è opportuno prendere delle precauzioni:

LAVALO! Dopo aver indossato il costume da bagno sarebbe bene lavarlo con acqua e sapone neutro o con un detergente per capi delicati. Sale e cloro fanno proliferare batteri e funghi…li volete? Meglio non lavarlo con acqua calda, perché si deteriora più velocemente e c’è il rischio che possa restringersi (poi ci vengono le paranoie dei chili di troppo). Meglio non lascialo in ammollo perché potrebbe scolorire e meglio non strizzarlo forte forte come fosse il cencio da dare a terra: basta una strizzatina lieve per poi metterlo ad asciugare…ma non sotto la luce diretta del sole, preferibile all’ombra (anche il sole scolorisce)! Inutile ribadire che i costumi NON SI STIRANO (io poi non stirerei nulla, che nella vita c’è di meglio da fare)! 😉

DON’T DO! Rotolarsi sugli scogli sì, ma solo se lui è bono e ne vale la pena! La protezione solare va messa sempre, ma se evitiamo di ungere il costume come fosse una padella allestita per fare una frittata secondo me è meglio. Essere affezionati ad un costume è bello, ma possiamo anche averne un paio in più per cambiarli e non sovraccaricarne solo uno per tutta la stagione!

CONSERVAZIONE! Prima di mandare il costume in letargo è bene un’ultima lavata, facendo l’ultimo risciacquo aggiungendo all’acqua poco aceto bianco di vino e lasciando l’indumento in immersione per pochi minuti ( l’aceto è un ammorbidente naturale, ravviva i colori, preserva gli elastici ed igienizza ). Per essere sicuri che sia completamente asciutto, una bella passata con il phon (a debita distanza) prima di ripiegarlo a modino e senza forzare gli elastici e riporlo in scatole, cassetti o dove volete voi. L’importante è non metterlo in buste di plastica: impedisce la circolazione dell’aria e favorisce la comparsa di cattivo odore nel guardaroba e sugli indumenti. Muffe e licheni non li vogliamo. Meglio contenitore di stoffa e meglio ancora metterli via singolarmente, senza fare ammucchiate inutili. Se poi nel cassetto ci infiliamo anche un sacchetto di gel di silice  per eliminare l’umidità il più possibile, l’estate successiva il costumino ci ringrazierà sfoggiando tutta la sua bellezza! 😉

Meno, meglio e più a lungo! A voi quanto vi durano i costumi? Prossima settimana suggerisco qualche marchio di costumi fatti con testa, cuore e stile!

Vintage Revolution Playlist

di federica pizzato – VESTITI AL VENTO 

La musica e la moda (quelle belle). Non so per voi ma sono tra le pietre miliari della mia vita. Due passioni che sono anche spesso felicemente interconnesse ed è proprio riflettendo su questo e anche sulla mia tristezza per il fatto che molto probabilmente quest’anno non vedrò nessun concerto, che ho pensato che a molti di voi avrebbe fatto piacere avere una vintage playlist. Ho pensato di associare un capo iconico per ogni decennio del ‘900 ad una canzone altrettanto iconica. Ovviamente l’argomento è talmente vasto che ridurlo ad un solo esemplare per categoria è davvero tosto e riduttivo. Per questo mi sono semplicemente lasciata trascinare dall’emozione del momento. Ed ecco qui la prima Vintage Revolution Playlist.

Anni ’20 JOSEPHINE BAKER – I’VE FOUND A NEW BABY

Josephine Baker, una delle icone dei Roaring Twenties che preferisco. Simbolo di riscatto, forza e creatività. Con la sua danza a seno nudo, nella Parigi degli anni ’20, divenne un vero e proprio idolo esotico. Qui vi propongo uno dei suoi successi e vi mostro direttamente lei, che molti saranno abituati a vedere immortalata con il gonnellino di banane, in uno bell’abito da giorno con tanto di cloche e tacco a rocchetto.

Anni ’30 FRED ASTAIRE – PUTTIN ON THE RITZ + Madleine Vionnet

Un inno all’eleganza e al vivere la giornata, una canzone della spensieratezza di cui uno dei maggiori interpreti è stato Fred Astaire. E se esiste un nome dei super glamour anni ’30 che fa rima con eleganza è quello di Madeleine Vionnet con i suoi bellissimi abiti dal taglio a sbieco che ci ricordano le divinità greche. Eccone uno.

Anni ’40 TRIO LESCANO – TULIPAN + il look androgino di Marlene Dietrich

Arrivate qui vi direte: “Ma cosa c’azzeccano il Trio Lescano con i look forte ed androgino sfoggiato magistralmente da Marlene Dietrich?!” Forse non sapete che le tre clandesine che cantavano in italiano hanno una storia particolare che ha proprio a che fare con le loro origini e la loro musica. Alexandrina, Judith, Catharina Leschan erano donne emancipate nell’Italia fascista degli anni ’30 abituata ad un’ideale di donna molta diverso. Inoltre le tre sorelle erano ebree e non ebbero vita particolarmente facile con l’inasprirsi del secondo conflitto mondiale. Per questo per me incarnano un’ideale di forza femminile che ho collegato ad un’estetica altrettanto forte.

Anni ’50 BILL HALEY – ROCK AROUND THE CLOCK + il New Look interpretato da Brigitte Bardot

Uno dei manifesti della cultura rock’n’roll che spopola tra i giovani degli anni ’50 e spazza via le brutture della guerra. Ho voluto affiancarla alla bellezza, per nulla convenzionale se rapportata a quegli anni, di Brigitte Bardot che sfoggia un abito da mare con gonna a ruota nelle iconiche righe portate alla ribalta qualche decennio prima da Coco Chanel che prese ispirazione dalle divise dei marinai francesi.

Anni ’60 BEATLES – YOU’RE GOING TO LOSE THAT GIRL + Twiggy in giallo

I miei amati tra i tanti amati. I Beatles hanno accompagnato parecchie giornate, ore, attimi della mia vita: dal cominciare con grinta a pulire casa in una giornata di sole, alla malinconia di amori incompleti. Sono nell’immaginario di tanti (se non di tutti) per svariati motivi ma oggi li voglio abbinare come un fondamentale accessorio del look sbarazzino e vitaminico di Twiggy in questa foto. Amata e odiata per essere stata la prima modella dall’estetica “alta e stecca” che ci ha rovinato la vita negli anni successivi eheheheh… nonché super indossatrice della minigonna di Mary Quant. Eccola qui in tutto il suo splendore.

Anni ’70 JANIS JOPLIN – PIECE OF MY HEART + Hippie by Patty Smith

Un grido d’amore da chi d’amore sente di averne dato troppo ma mai abbastanza. Non è la sede per raccontarvi tutti i tormenti interiori di quella che è stata una delle prime vere rock star donna di tutti i tempi ma la storia di Janis Joplin e la sua estetica mi hanno sempre affascinata. Per omaggiarla ho scelto il look etereo e malinconico di una sua collega Patty Smith che si presentava così, come una principessa urbana con i fiori in testa la pelle chiara e i capelli scurissimi quasi a creare un contrasto alla Biancaneve.

Anni ’80 MADONNA – PAPA DON’T PREACH + Madonna in rosso e nero

Il pop quello verace e le storie che racconta. Nel mio immaginario gli anni ’80 sono così e nella mia testa di piccola bimba vorace di musica questa canzone risuona nella testa. Insomma c’è un po’ di nostalgia dell’infanzia per me in questa canzone. C’è però anche, per quanto ci riguarda, uno dei tanti e repentini cambi di stile di Madonna che da ragazzaccia diventa la bionda raffinata sosia di Marilyn Monroe. Iper glamour. Qui ve la propongo in versione sportiva, total black, con qualche nota di rosso.

Anni ’90 PEARL JAM – BLACK + Jean Paul Gautier

Avrei potuto scegliere tra centinaia di band e canzoni grunge e rock per questa sezione. Ho scelto loro. Perché? Non lo so bene, forse perché ho sempre trovato Eddie Vedder molto più concreto, rassicurante e reale della leggenda Kurt Cobain per esempio. Perché quella voce calda ti entra dentro e non ti abbandona facilmente…
L’abbinamento non è stato facile ma poi è arrivato lui: Jean Paul Gautier che a fine anni ’90 ha proposto tra gli altri questo abito che io trovo meraviglioso ed estremamente contemporaneo per avere oltre 20 anni.

Ed eccoci arrivati in fondo. La playlist è terminata ma spero che vi abbia lasciato con la voglia di scoprire altra musica e altro vintage. Per quanto mi riguarda quando mi metto in ascolto è difficile smettere! La musica apre strade, immagini e sogni. Ora che molte strade ancora ci sono precluse spero che la Vintage Revolution Playlist vi sia di conforto e vi supporti in uno dei viaggi più belli che ci sia: .

New Normal tra promesse, paure, tecnologia e fuffa!

Quando sento parlare di “new normal” o leggo queste due parole associate insieme mi vengono i brividi. Lo so, l’idea di fondo è settare i parametri di una “normalità nuova” (non certo per una profonda convinzione ma solo in seguito ad una grande rottura di palle che ci ha forzatamente messo tutti davanti allo specchio) e vedere come sopravvivere in un momento particolarmente…delicato! Il NEW NORMAL del mondo fashion arriva dalla paura, fondamentalmente dei numeri che crollano insieme alle certezze che li hanno mandati avanti fino a questo momento. Quando leggo “new normal” mi domando come mai ci sia sempre bisogno di apporre etichette dal sapore vago, quelle che vogliono dire tutto e niente, quelle che lasciano intendere un qualche cambiamento, ma dalle quali non si sa bene cosa aspettarsi. E poi cos’è normale?!? (Qui andiamo sul filosofico, per cui non mi addentro, la lascio in sospeso). Ne abbiamo lette tante in questi mesi e, a pochi giorni dalle riaperture più o meno ridotte, mi sono permessa di fare un punto della situazione sotto svariati punti di vista.

CALENDARI, SFILATE E RIDIMENSIONAMENTI

E’ stato ancora una volta Giorgio a dare una scossa al mondo della Moda, dichiarando che non avrebbe sfilato a luglio nella Digital Fashion Week organizzata dalla Camera della Moda, ma a Settembre (sperando in un evento dal vivo) e che la prossima sfilata della collezione Armani Privé sarà fatta a Milano e non a Parigi il prossimo Gennaio 2021. Un collezione, quest’ultima, che avrà un carattere intra-stagionale e non strettamente legato alla stagione estiva. Rivoluzioni, insomma, piccole prese di posizione in aperto contrasto con tutto quello che era sempre stato fatto (anche da lui stesso). Qualche giorno dopo arriva anche Saint Laurent, deciso ad abbandonare i canonici appuntamenti espositivi del circuito moda. “Cosciente della circostanza attuale e dei suoi flussi di cambiamento radicale, Saint Laurent ha decido di prendere il controllo del proprio passo rimodellando il suo programma. Ora più che mai, il brand seguirà il proprio ritmo legittimando il valore del tempo e connettendosi globalmente con le persone avvicinandosi a loro nei propri spazi e vite”. E ieri Dries Van Noten, insieme ad un gruppo di designer e retailer, hanno proposto un reset dei calendari e delle consegne ai negozi, con stagioni che magicamente si allungano (come dovrebbero essere). Illuminazione improvvisa? No, numeri! Questi grossi colossi non fanno i conti con il cuore, ma con le calcolatrici: in un momento storico in cui si stanno mettendo in discussione molte cose e in cui regna sovrana l’incertezza meglio pararsi il culo in tempo, senza mettere troppa carne al fuoco…;) Insomma, in giro non vedo santi né illuminati. In ogni caso, meglio tardi che mai!

GLOBALIZZAZIONE VS NEW NORMAL

Per capire in che direzione vorrebbero andare i signori della moda c’è da fare un passo indietro, circa 20-30 anni fa, quando le aziende hanno iniziato a introdurre catene di approvvigionamento veramente globali. L’idea era semplice: rendere disponibili prodotti di grande valore per il mercato di massa. Per fare questo è stato necessario esternalizzare la produzione in paesi con mercati del lavoro a basso costo. Ma non ci siamo fermati qui. Dopo poco sono arrivate le società di vendita al dettaglio online e hanno introdotto una nuova idea: non solo i prodotti dovrebbero essere disponibili per i mercati di massa, ma invece di una consegna in 5-10 giorni, facciamo una “consegna in giornata”. Il modello di produzione delocalizzato non è cambiato, ha solo richiesto una nuova raffinatezza nella gestione della catena di approvvigionamento per assicurare la consegna veloce. E tutti conosciamo il risultato: ci sono aziende di vendita al dettaglio online molto, molto, molto grandi e di successo che dimostrano ogni giorno che ciò può essere fatto (spesso passando sopra ai diritti basilari dei propri dipendenti, ancora non avete letto “Schiavi di un dio minore”?) Il passo successivo è stato quello di personalizzare i prodotti, ovvero renderli individuali per il cliente e il consumatore specifici. Ciò ha richiesto un nuovo livello di automazione nella produzione e nelle operazioni e questo è stato anche il punto di partenza della discussione di Industry 4.0 (4 ° rivoluzione industriale). In mezzo a questa rapida evoluzione del sistema produttivo si è insinuato il tema della sostenibilità e della necessità di apportare un grande cambiamento per ridurre l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Poi è arrivato il piccolo virus e ci ha portato a riflettere su questa nuova normalità, ovvero una catena di approvvigionamento globale con esecuzione locale! Che sarebbe a dire? Si tratta di unire due concetti: “progettare ovunque, produrre ovunque” con “consegnare prodotti personalizzati in modo rapido, sostenibile e accessibile per il mercato di massa”. Consentire la consegna rapida di prodotti personalizzati con un minimo di impronta di carbonio e produzione locale. Produzione locale, consegna globale. Produzione locale, mirata e meno impattante (e più gestibile, perché abbiamo potuto constatare che se l’altro lato del mondo si blocca qui siamo nel casino). Per questo viene in aiuto la tecnologia…

Credits McKinsey&Company

innovazione tecnologica e realtà virtuale: distanza o nuova esperienza?

La distanza sociale ci messo tutti in rete. Non che prima non ci stessimo, ma diciamo che il mondo virtuale ha risposto in tempi rapidi a tutte le necessità. Non sto parlando solo di negozi online che hanno visto continuare e in alcuni casi raddoppiare la loro attività in questi mesi di clausura, ma anche di corsi, consulenze, il fantomatico smart working e di un sacco di innovazioni tecnologiche che promettono esperienze virtuali sempre più realistiche e che potrebbero eliminare diversi passaggi produttivi. Ed ecco apparire un altro concetto dal suono spaventoso, DIGITAL TRANSFORMATION: ovvero ripensare alcuni processi con l’aiuto del digitale e della tecnologia. Dallo sviluppo dei campionari alla presentazione ai clienti, dagli eventi online alle fiere virtuali, fino ai capi che non esistono da provare in negozi spersi in rete. Sembra la concretizzazione di un film di fantascienza, ma in alcuni casi potrebbe essere un modo per abbattere costi, sprechi ed emissioni di CO2. Sense Immaterial Reality , azienda italiana, simula in modo univoco il comportamento fisico dei tessuti, riuscendo a dare l’impressione del tatto (una cosa che con l’obbligo di questi guanti sempre e comunque diventa quasi una magia); in questo modo si potranno produrre meno campioni ed avere lo stesso un catalogo completo con diverse varianti, senza spreco di macchinari e materie prime. Le collezioni virtuali possono essere condivise con agenti di vendita o licenziatari, per ricevere un feedback tempestivo e l’approvazione finale prima di avviare la produzione (il che eviterebbe la sovrapproduzione, una delle cause dell’inquinamento dovuto all’industria tessile). Anche la fase di comunicazione e presentazione può diventare virtuale: con l’ utilizzo della Realtà Virtuale la sfilata di moda può diventare un’esperienza completamente virtualizzata, così com’è possibile trasportare l’utente all’interno di uno showroom virtuale, che potrà esplorare, visualizzando le informazioni legate a uno specifico articolo, sino a selezionarlo per l’acquisto. Insomma, processi ottimizzati e meno impattanti che riducono al minimo…la socialità! O_o Io non so se sono pronta per tutto questo, ne percepisco i vantaggi, ma credo di preferire una dimensione più umana (infatti abbiamo messo su sfashion-net 😉 ). 

Attenti alla fuffa

Mentre qui predichiamo bene, siamo propositivi e nominiamo la sostenibilità ogni tre parole, ecco che poi sulle solite testate giornalistiche online appaiono titoli come questi che mi fanno trasformare in HULK:

SOSTENIBILE E LOW COST NON VANNO INSIEME! Ripetiamo! La sostenibilità non passa solo dall’ambiente ma anche e soprattutto dalle PERSONE! Se un capo è low cost (ovvero che un paio di jeans costano meno di due pizze e una birra media) vuol dire che qualcuno è stato SOTTOPAGATO o che i processi produttivi e le materie usate di sostenibile, anche a livello ambientale, hanno ben poco!

La situazione durante questi mesi ha riguardato anche i lavoratori che assemblano fisicamente i capi, sì quelli “dislocati”, dove le regolamentazioni sono fatiscenti e dove, grazie alle grosse aziende che si sono rifiutate di pagare i loro ordini (già confermati mesi prima), le persone si sono ritrovate al limite della fame. Non è un bel momento per tutti, ma onorare gli impegni presi, da parte di aziende con grossi capitali, è un modo per salvaguardare il lavoro, la vita e la dignità altrui. Questo vuol dire essere sostenibili. Tutto il resto sono titoli di pseudo-giornalisti che andrebbero rimandati a scuola. Per chi volesse due informazioni in più può andare a leggere questo diario aggiornato di Clean Clothes Campaign; per chi invece vuole vedere chi sono le famose aziende che non pagano, il loro instagram è decisamente più immediato.

Insomma, va tutto bene, ma come al solito antenne dritte, occhi aperti e scelte consapevoli 😉

Sfashion-Net: siamo finalmente online!

“Io non voglio più lavorare così, è immorale. È tempo di togliere il superfluo e ridefinire i tempi” (G.armani)

Si è appena conclusa la sesta edizione della Fashion Revolution Week. Quest’anno il calendario è stato fitto di incontri, talk ed eventi virtuali (non poteva essere altrimenti): praticamente una corsa all’ultima diretta! Impegnativo ma senza dubbio un’utile operazione di sensibilizzazione in un momento come quello attuale dove la Moda sembra aver voglia di rimettersi in discussione a 360 grandi. Mentre Armani scrive lettere per dissociarsi dai ritmi frenetici del fashion system e YSL rinuncia alle sfilate del prossimo settembre perché stanco di andare dietro ai calendari imposti, io e la mia compare Guya Manzoni lo scorso 20 aprile abbiamo lanciato SFASHION-NET!

Un passo indietro è doveroso, a quell’evento del Fuori Salone dello scorso anno, dove mi sono infilata a Isola Critical Lab per vedere spazio e fare quattro chiacchiere con l’organizzatrice. Le chiacchiere sono diventate molto più di quattro e non si sono fermate a quell’occasione. Visioni affini, modalità affini ed una affinità intellettuale hanno dato vita a scambi, idee, piani bellici e progetti che non hanno tardato a concretizzarsi. L’idea di mettere su una rete di piccole imprese di moda critica, etica e sostenibile era nell’aria già da diverso tempo, probabilmente nelle singole teste separate, per cui non è stato difficile comporre il progetto e partecipare ad un bando per l’assegnazione di uno spazio fisico. Al quale sarebbe seguito quello virtuale. Poi è arrivato il Covid a sballare i piani, a creare panico tra le micro imprese (e non solo) e farci guardare in faccia (a distanza, ovviamente) chiedendoci: “Possiamo fare qualcosa in questo momento particolare per supportare queste realtà?“. Possiamo partire dalla rete…in rete. E così è partita la nostra piccola rivoluzione dentro la rivoluzione…;)

“Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione.” (Antonio Gramsci)

E noi, sotto alle facce di cazzo e l’attitudine da rivoluzionare arrabbiate, siamo disgraziatamente romantiche! “Quando ci siamo lanciate in questo progetto sapevamo già che non sarebbe stato facile e avremmo dovuto faticare. Eppure quello che ci spinge è più forte della fatica. É amore per il mondo della moda che è stato depredato della bellezza e della poesia. É fiducia nelle relazioni umane, nella collaborazione e nell’unione che fa la forza. É voglia di ripensare un sistema obsoleto, autoreferenziale ed elitario e dare voce ad attori che troppo spesso rimangono fuori scena, ma che ne rappresentano il tessuto unico, innovativo.” Insomma, la solita fregatura sentimentale per cui se la spinta che ti muove arriva dall’interno, ti muovi. E così ci siamo mosse, anche parecchio velocemente, ed in sole tre settimane abbiamo selezionato, raccolto, parlato e tirato in mezzo più di 40 brand e diversi partners per questa nostra impresa/scommessa!

Sfashion-Net non un semplice portale e nemmeno un freddo elenco di brand: è una visione che si concretizza; è un contenitore di valori prima che di prodotti, dove la filosofia e la mission sono il motore verso il cambiamento che noi immaginiamo. E’ un riflettore puntato sulle micro imprese di moda critica, etica ma soprattutto più umana, il cui senso principale è quello di fare rete per unire le forze e darsi supporto a vicenda. Un tratto del tutto inusuale per l’ambiente “moda”, forse il tratto più innovativo che farà scuotere la testa a tanti: effettivamente in un mondo dichiaratamente composto da prime donne che sgomitano e da guru dispensatori di verità effimere, predicare la collaborazione suona come una bestemmia in chiesa durante la messa di Natale! 😛 Una caratteristica fondamentale per uscire da questo momento di crisi e ripensare questo ambiente in un’ottica davvero differente.

SFASHION NET è uno spazio dove incontrare i protagonisti “dell’altra moda”, quella che sta tra il lusso ed il pronto moda e che ne rappresenta l’alternativa indipendente. E’ una rete dove i progetti personali si intrecciano con obiettivi comuni e condivisi. E’ una selezione di brand che parlano attraverso la bellezza, il design, l’innovazione e la tradizione. E’ un contenitore di idee e progetti che vogliono essere in grado di raccontare store alle persone, producendo senso oltre che prodotti. SFASHION NET è una luce che illumina un sottosuolo fertile e ricco e troppo spesso sottovalutato. Ed è anche un invito alla libertà: lontano dalle tendenze, dai giudizi e dai modelli imposti, forse finalmente la moda può tornare ad essere un mezzo di espressione personale. Come predico da tempo, basta farsi condizionare dalle mode del momento, dalle tendenze e dalle dittature fashioniste per sentirsi socialmente accettati. Ce la possiamo fare anche con la nostra testa, no?

SFASHION è una parola forte, che indubbiamente parla di rottura e non è un caso: per ricostruire su basi solide bisogna prima rompere (e ormai da diversi anni a me questa parola sta decisamente simpatica). Interrogarsi sul reale funzionamento di dinamiche obsolete, rimescolare le carte e immaginare nuovi scenari. In questa “S” sono anche racchiusi i nostri valori chiave, la nostra ispirazione. Sfashion-net è una rete basata sulle relazioni umane, sulle micro- imprese, su un’idea di moda differente e soprattutto su cinque pilastri fondamentali: SLOW, SUSTAINABLE, SARTORIAL, SOUL E SOCIAL. Parole ricche di senso che costituiscono il nostro manifesto.. (come tutti i movimenti anche noi abbiamo il nostro, ma ve lo faccio andare a leggere da queste parti)…e magari anche il vostro?!? 😉 Manifesto condiviso anche dai nostri partner, realtà che si occupano degli stessi temi sotto varie forme e che hanno deciso di collaborare a questo progetto: grazie a Lottozero, Out of Fashion, Class Eco Hub e DressEcode (di alcuni ne avevo parlato già su questi schermi; gli altri arriveranno presto).

Insomma, la storia ve l’ho raccontata, i retroscena anche, i gossip li lasciamo alle prossime puntate. Adesso tocca solo andare a vedere il sito e dirmi cosa ne pensate. Vi avevo promesso un PDF con una selezione di brand etici, vi abbiamo messo su un portale…ed abbiamo appena iniziato! 😉

Vintage Revolution: Il viaggio e l’esotico negli abiti del ‘900 – la giusta ispirazione per oggi!

DI FEDERICA PIZZATO

Gi abiti e il viaggio. Un connubio che ha da sempre forti connessioni sia dal punto di vista dell’utilizzo che da quello delle influenze estetiche tra culture diverse che si riversano sugli abiti. Nel corso dei decenni tante sono state le invenzioni nel campo dell’abbigliamento per far fronte al modo di viaggiare che mutava nel tempo e tantissime sono state le influenze culturali che il mondo della moda ha adattato alle sue esigenze.

Viaggiare con la mente indossando qualcosa che ci fa pensare a culture lontane o mettersi comodi in un abito pensato per affrontare un lungo viaggio è piacevole quasi quanto affrontare il viaggio stesso! Ed è per questo che ho deciso di riunire qui qualche suggestione che possa esservi d’ispirazione.

Anni ’20 – Kimono

L’esotismo era una corrente decisamente in voga negli anni’20 del ‘900: molto diffusi sugli abiti erano i motivi africani, egiziani e orientali che andavano a formare decorazioni preziose come quelle simili a lunghe collane.
Proprio in questo periodo fanno la loro comparsa gli abiti kimono (in seta ricamata erano tra i più gettonati) e le grandi maniche quadrate. Faceva capolino una nuova forma di bellezza basata sulla semplicità e sul design orientale. Anche molti abiti da pomeriggio avevano le maniche a taglio quadrato e la forma del kimono. Inutile notare il parallelismo con gli ultimi anni in cui il kimono è tornato alla ribalta in tutte le sue declinazioni. Ecco un esempio dell’epoca al quale potete ispirarvi!

Anni ’30 – è boom dello sport

In Inghilterra fu approvata la legge sulle ferie retribuite e fu boom del tempo libero per le classi lavoratrici. Fece quindi la sua comparsa l’abbigliamento creato a doc per queste occasioni di svago come i costumi da bagno e l’abbigliamento dedicato allo sport come il pantalone a gamba larga. E proprio “Pur le sport” era la dicitura che faceva capolino sui primi sensazionali maglioni ideati da Elsa Schiaparelli. Maglioni neri di lana con un grande fiocco bianco sul davanti (quasi a disegnare una sciarpa). Una grafica mai vista prima che fece furore e lanciò la stilista anche oltre oceano! Eccolo:

Fece la sua comparsa anche il jersey tanto utilizzato da Coco Chanel per i suoi comodi completi a pantaloni. In arrivo anche tanti capi adatti al mare come il “pigiama da spiaggia”: per le classi più elevate era un must da accompagnare a un grande cappello di paglia magari dai rimandi asiatici. Il costume da bagno così come lo intendiamo oggi è un’invenzione degli anni ’30: non più un nero, funzionale e monotono indumento da bagno ma un vero e proprio pezzo del look da mare con fantasie stravaganti.

Anni ’40 – l’utilità

Se si parla di comodità negli anni ’40 più che il viaggio salta in mente l’utilità e magari la virtù del recupero. In tempo di guerra era fondamentale risparmiare anche sui tessuti e sui filati che, soprattutto alla fine del conflitto scarseggiavano un po’ dappertutto. Un capo iconico che ha subito svariate reinterpretazioni (anche legate al viaggio) nei decenni successivi è la tuta anti raid aereo ideata da Schiaparelli ispiratasi alle correnti futuriste di inizio ‘900. L’abito era facile da togliere e da mettere grazie alla sostituzione dei bottoni con le cerniere (anche se non tutti potevano permettersele). Anche le tasche erano dotate di zip in modo che qualsiasi cosa si volesse salvare scappando non riuscisse ad uscire. Eccola:

Anni ’50 – New look si ma esotico

Negli anni ’50 si ritorna a pensare ai vezzi in modo massiccio anzi, in questo decennio più che mai! Le ampie gonne del New Look ideato da Christian Dior si decorano anche di motivi esotici. E come non parlare degli iconici pantaloni Capri se si parla di anni ’50! I pantaloni tagliati al polpaccio con risvolto o orlo alto e taglio a V sul fondo per rendere migliore mobilità. Tutte le star ne possedevano un paio da indossare, ovviamente nelle località di mare più in voga del momento, magari con una maglietta a righe bretoni e un leggero foulard a pois sulla testa. Eccoli!

 

Anni ’60 – spazio e psichedelia

Negli anni ’60 molte cose cambiano. La moda, per la prima volta fatta da chi la indossa, i giovani, si fa più audace. Il tema del viaggio si fa più ambizioso e prende addirittura spunto dalla corsa allo spazio per un immaginario volo oltre i confini del mondo! Fili metallici, dorati e argentati fanno capolino sugli abiti e materiali sintetici mai visti fanno sembrare le più aggraziate mise come provenienti da un altro pianeta. Nei tardi anni ’60 invece il viaggio on the road e la psichedelia fanno il loro ingresso tra le abitudini preferite dai più giovani e la moda non può restare indifferente: Emilio Pucci in questo periodo trae ispirazione dal flower power per i suoi pigiama palazzo. Il principe delle stampe osa con i colori come mai prima e le sue stampe sono ancora oggi un’icona indiscussa.

Anni 70 – Sahara e kaftani

Il movimento hippie, come abbiamo visto, già nei tardi 60s introduce il look etnico. Negli anni ’70 il trend continua e si modifica: arrivano i cotoni indiani e le stampe di ispirazione africana o etnica ad esempio ed i colori virano verso quelli che la natura ci regala. Anche il boom dei pacchetti vacanza, che diventano molto più accessibili, contribuisce a diffondere questa tendenza e, proprio in questo periodo, compaiono la tuta Sahara (di ispirazione anni ’40), gli abiti stile safari ed i kaftani: insieme ai kimono, al djellaba (una tunica marocchina con cappuccio) e ad altri modelli provenienti dall’India e dall’Africa, i kaftani sono stati adattati alla maniera occidentale rendendoli particolarmente adatti ad essere indossati come abiti da sera. Qui un kaftano di Pierre Cardin con finiture metalliche, fili d’oro e paillettes (1973).

Eccoci alla fine del nostro tour tra tessuti, stampe e forme che hanno fatto epoca. Spero di avervi regalato qualche istante di leggerezza. Vi lascio con una frase di diana Vreeland, iconica direttrice di Vogue negli anni ’60: “Straordinario è il modo in cui tutto quello che è moderno va d’accordo con quello che è antico. Una questione di combinazioni. Niente inizio, niente fine, solo continuità”

 

 

 

Viaggiare con la mente si può e si potrà fare per sempre! Le nostre passioni, la nostra cultura e la nostra voglia di sognare non ce le toglierà niente e nessuno. Se avete voglia di farvi accompagnare ancora per qualche attimo da me, seguitemi sul mio canale Ig @vestitialvento