Vintage Revolution/ Fiori revival ’60-’70-’80: La primavera è arrivata e noi ci balliamo sopra!

di federica pizzato

Finalmente anche qui (e non è per niente scontato) è arrivato il sole! A me è venuta immediatamente voglia di ballare a pieni nudi sull’erba e di abiti fiorati. “Primavera = fiori, che fantasia!!” direte voi, ma i miei fiori sono Revival, come la musica! E… sarò banale ma ho sempre avuto una passione per le stampe floreali, mi mettono di buon umore e mi ricordano quanto sono belle le cose semplici come la natura: sempre la stessa si, ma mai uguale a sé stessa. E allora, che aspettate? Iniziate a sentire il ritmo che arriva direttamente alle ginocchia e si trasforma in un twist scatenato, oppure che vi trasporta all’isola di Whigth o a Woodstock per poi approdare in una notte di dance anni ’80. Ci siete? Vi siete teletrasportati? Io provo a darvi un altro aiutino con 3 abiti tutti colore e, ovviamente fiori!

Anni ’60, l’abito a trapezio con i colori del sole

come on let’s twist again”… che sia di giorno o di sera l’abito sixties riuscirà sempre a rendervi perfette! La sua forma sobria si può sdrammatizzare con gli accessori e i colori sgargianti ovviamente aiutano a non essere mai scontate! Per le più formose consiglio una bella zeppa o un tacco comodo, per le longilinee spazio a quello che volete dai sandali flat in poi! Completeranno il vostro look dei maxi orecchini gialli o arancio e, se volete proprio esagerare un cerchietto o una bella fascia in tinta.

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Anni ’70 blu… un po’ flower power, un po’ esotico

Il tessuto di questo abito arriva veramente direttamente da Tahiti come recita la stampa bianca sul bel blu intenso! Crop top e gonna lunga (in perfetta sintonia anche con le tendenze degli ultimi anni), questo completino può diventare sbarazzino od elegante a seconda dei vostri gusti e di come vi sentite più a vostro agio. Potrete giocare a fare la chic figlia dei fiori rimanendo raso terra con dei bei sandali bianchi, dorati o argentati oppure interpretare la viaggiatrice sofisticata appena tornata da una meta esotica con un sandalo gioiello con tacco.

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Anni ’80 vitamine bon ton + peace and love

L’abbinamento è insolito come gli anni in cui sono stati creati i capi che lo compongono. I Jeans Moschino un po’ anacronisticamente ci ricordano di “fare l’amore e non fare la guerra”, costellati di piccoli ying yang e segni della pace. La camicia con stampa floreale fluo e spalline non lascia dubbi: siamo negli anni ’80 e tutto, ma proprio tutto è concesso, anche ballare in modo improbabile come sto facendo io in questa foto 🙂 Comunque sia, questo rimane un look facile comodo e particolare al punto giusto. Da indossare con le classiche sneakers di tela, con le ballerine o osando con un tacco a spillo possiamo, anche in questo caso, essere perfette dalla mattina alla sera. I gioielli? A me vengono subito alla mente i maxi orecchini in plexiglass con la clip. Che ne dite?!

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Insomma, che dire, che sogniate Saint Tropez, Woodstock o Ibiza non è importante. L’importante è che lo facciate divertendovi, giocando con voi stesse e con quello che la vostra immagine può trasmettere di positivo agli altri. Se poi lo fate con un occhio in più al consumo critico della moda, usando il vintage e l’usato non potrà che farvi bene al cuore!

E a proposito dell’argomento vi ricordiamo l’appuntamento di questo sabato allo Spazio 14 di Biella, dove troverete me e Federica insieme a parlare di Sfashion, Baratto, Vintage e sostenibilità.

Vi aspettiamo!!!

Zerobarracento, eleganza senza tempo e senza sprechi

Il bello di frequentare certi corsi o eventi è quello di poter conoscere persone che non solo condividono le stesse passioni ed interessi, ma che sono impegnate in progetti interessanti e innovativi. E’ durante il corso Out of Fashion che ho conosciuto Camilla, mente e mano dietro al suo brand 0/100 Zerobarracentoun progetto di moda sostenibile con zero sprechi tutto fatto in Italia. Mi ha molto incuriosita, ne abbiamo parlato, le ho fatto qualche domanda in più e ho deciso di condividere la sua esperienza, la sua storia ed il suo lavoro.

Camilla Carrara ha iniziato il suo percorso percorso con una laurea in Fashion Design, per poi approdare ad un master su moda e sostenibilità seguito in quel di Berlino. Mi ha raccontato che durante gli studi della triennale al Politecnico ha avuto l’occasione di visitare diverse aziende tessili italiane ed è stata incredibilmente colpita dall’elevata quantità di prodotto sprecato durante il ciclo produttivo. “Un’incredibile perdita di valore…questo mi ha spinta ad iniziare gli studi in Moda sostenibile” Ed è proprio durante il master si è affacciato nella sua mente il progetto di Zerobarracento, frutto della sua tesi a Berlino diventato realtà grazie alla sponsorizzazione e supporto di hessnatur,  leader tedesco per la moda sostenibile che ha deciso di guidarne la produzione. Nell’Autunno-Inverno 2016/2017 è arrivata la prima capsule collection di cappotti zero waste dalle linee contemporanee.

La prima collezione AW 2016/17 è stata premiata con il terzo premio del Recycling Design Preis organizzato da Martha Herford Museum in collaborazione con Sparkasse; un premio di mentorship da Manufactum e Messe Frankfurt ha offerto la possibilità di esibirlo al GreenShowroom durante la Fashion Week di Berlino Gennaio 2016 e la possibilità di avere due abiti in passerella. Il concetto sviluppato da Camilla per le sue collezioni è quello di creare capi con un’estetica ricercata e senza tempo usando materiali di alta qualità, curandoli in tutti i dettagli. “Tutti i cartamodelli sono zero waste, il che significa che sono realizzati utilizzando tutto il tessuto e portando a zero gli scarti durante la confezioneZero-waste è una tecnica di progettazione che elimina i rifiuti tessili in fase di progettazione, adottando un approccio di progettazione a rifiuto zero riduce gli sprechi tessili e la domanda di risorse naturali.” Da qui è derivato anche il nome, dove “0” significa: zero rifiuti, inquinamento ridotto e emissioni ridotte; “100” significa: 100% di alta qualità, Made in Italy, tracciabilità, sostenibilità e trasparenza della produzione.  Per raggiungere questo obiettivo è necessario controllare accuratamente tutte le fasi della produzione, affrontare la fonte del problema massimizzando l’uso di materiali tessili e riducendo al minimo lo spreco. Un impegno progettuale e produttivo che implementa il design di ogni singolo pezzo con uno studio accurato fin dalla sua partenza…

Cura dei modelli ma anche nella scelta dei materiali “I materiali ispirano le forme e la storia di ogni capo firmato Zerobarracento. Utilizzo quasi totalmente tessuti made in Italy, con qualche esclusione in ambito accessori, che però sono sempre di altissima qualità.” Camilla lo sa bene perché, oltre a seguire l’evoluzione del suo marchio, lavora presso C.L.A.S.S. Eco Hub, (Creativity Lifestyle and Sustainable Synergy), una risorsa globale per materiali innovativi ed intelligenti, specializzato nell’integrazione di una nuova generazione di valori per la moda, i prodotti e le imprese. E la sua impresa sarà sicuramente quella di continuare nella realizzazione e vendita di collezioni di alta qualità senza scendere a compromessi, fattore determinante per riuscire ad aumentare i canali di vendita senza però compromettere i valori chiave. Si farebbe presto a cedere alle dinamiche del business puro, ma perdere il controllo sulla filiera produttiva non è un argomento che interessa Camilla, così come non le interessa compromettere la qualità dei suoi pezzi dall’estetica pulita e raffinata fatti per durare il più a lungo possibile.

In fin dei conti credo veramente che la sostenibilità è la risposta. La risposta alla crisi, alla sovrappopolazione. Negli anni la crescita demografica porterà ad un aumento dei consumi tessili; una produzione più responsabile potrà però ridurre l’impatto ambientale e sociale che questa evoluzione porterà.” E lo credo anche io. Nel giro di poche stagioni Zerobarracento si è già fatto notare nei circuiti “green“, portato come esempio di “best practice” a NY durante il Council of Fashion Designers of America (CFDA). Un bell’esempio e una bella soddisfazione per una designer nostrana che si affaccia nel mondo della moda con un progetto ambizioso ed esteticamente accattivante.

M: “Se ti dico moda…

C: “Espressione della propria etica ed estetica

M: “Se ti dico Sfashion…?

C: “Espressione della propria etica ed estetica. Sfashion è la nuova moda!” (Giuro che questa me l’ha scritta lei, non io! Ma l’ho apprezzata tantissimo 😉 )

Zerobarracento lo trovate su instagram, facebook e sul web. I capi però sono reali…;)

Riscoprendo il lino, la fibra verde del futuro

Non ho mai amato il lino, forse perché negli anni 90, quando ero piccola, lo vedevo girare in casa sotto forma di improbabili completi giacca-pantalone dalle forme strane. Con il tempo l’ho rivalutato, più che altro nel suo uso domestico legato ai tessili per la cucina o per il bagno; ma solo ultimamente l’ho riscoperto nella sua anima estremamente verde e nelle sue mille varianti. Vi presento MR LINO…;)

lino, dagli egizi ai tempi nostri

Il lino o linum usitatissimum è una fibra naturale conosciuta fin dai tempi antichi. Gli egizi la utilizzavano per rivestire le mummie dei faraoni, i fenici lo esportarono fino all’Europa, dove vide in brevissimo tempo uno sviluppo notevole in virtù del suo essere resistente, confortevole, termoregolatore ed isolante. I romani lo iniziarono ad usare anche per la casa e nel Rinascimento veniva impiegato un po’ ovunque, raffinato materiale dall’eleganza sobria e decorosa. Da quel momento in poi l’Europa divenne una delle maggiori produttrici e tutt’ora l’80% della produzione di questa fibra avviene da queste parti, prevalentemente in Francia, Belgio e Olanda (anche in Italia non siamo messi malissimo)! Questo perché in queste zone ci sono le condizioni ottimali: terreni adatti, clima favorevole ed esperti linicoltori, abili sia nella coltivazione sia nei processi di filatura.

A differenza dell’amico cotone, il lino ha bisogno di poca acqua (se ne risparmiano circa 650mila metri cubi) e non ha assolutamente bisogno di pesticidi. In più un campo di lino è in grado di assorbire circa 250mila tonnellate di CO2 ogni anno e l’energia richiesta è tra il 4 ed il 10% rispetto a quella impiegata per realizzare fibre sintetiche. Senza intrappolarci nei numeri ma così ad un primo sguardo si fa presto a capire come mai sia ritenuta una fibra 100% sostenibile. In più, come del maiale, anche del lino non si butta via nulla: dalle fibre del lino vengono ricavati filati di varia finezza; la stoppa di lino, quella prodotta in seguito a stigliatura pettinatura (processi usati per dividere fibra dalla paglia), viene usata per fare corde e per la fabbricazione della carta; i semi di lino, l’olio di lino e la farina sono comunque utilizzati in vari modi, anche come rimedi fitoterapici. Insomma, dalla coltura del lino non avanza niente!!!

Il lino è un tessuto versatile, disponibile in tantissime varietà, dalla più spessa a quella più leggera e sottile; il suo essere visibilmente “stropicciato” è stato trasformato dal mondo della moda da svantaggio a punto a favore. In più è un materiale estremamente fresco ma capace di mantenere un calore costante; assorbe l’acqua e nello stesso tempo ha un elevato grado di traspirazione: ecco perché in estate risulta un materiale perfetto per affrontare caldi particolarmente afosi! E’ ipoallergenico, facilita il sonno ed è super confortevole paragonato ad altri tessuti naturali e sintetici. In più è una fibra molto resistente, per cui trova impiego anche come tessuto performante per rivestire sci, parti meccaniche, canoe e addirittura caschi per motociclette. Del 1860 è l’invenzione del Linoleum, quel pavimento facile da pulire e decorativo che andava di moda qualche tempo fa, ottenuto proprio dall’olio di lino! Insomma, è incredibile quante cose ci si possono fare con questa fibra…

Ho riscoperto questo materiale meraviglioso grazie ad una lezione tenuta da Ornella Bignami Re durante il corso Out of Fashion; lei fa parte di Master of Linen,  una confederazione portavoce di 10.000 aziende che si occupano dello sviluppo, dell’analisi di mercato e delle innovazioni nel campo del lino e della canapa (ve ne parlo la prossima volta). Tante sono le iniziative creative nelle quali portano avanti progetti legati alla diffusione e alla conoscenza di questa fibra così versatile ma spesso sottovalutata. A Milano e a Parigi esistono due Linen Dream Lab, showroom dedicati all’innovazione tessile e alla tecnologia, con servizi dedicati a coloro che lavorano nel campo del design e della moda.

Ph credits Paulina Arcklin

In questo caso le controindicazioni sono pochissime e davvero tra le fibre naturali il lino sembra godere di una posizione privilegiata per quanto riguarda la sostenibilità, almeno quella della produzione e dei processi tessili. Per i trattamenti ai quali viene sottoposto dopo andrebbero visionati caso per caso, ma intanto la partenza è ottima. O no? Che ve ne pare? 😉

Fashion Revolution Week #5: 23/29 aprile

Sono passati già cinque anni dal crollo del Rana Plaza, stabilimento produttivo del Bangladesh che ha visto morire in un solo colpo 1138 persone e ferirne altre 2400, un evento che ha scioccato il mondo della moda (e non solo) e che nello stesso tempo ha dato vita al movimento Fashion Revolution per una filiera più trasparente, etica, rispettosa dei lavoratori e dell’ambiente. In questi cinque anni di attività numerosi obiettivi sono stati raggiunti, la parola “sostenibilità” è entrata a far parte dei discorsi comuni e dei pensieri delle grandi aziende, ed è proprio per questo che non c’è da fermarsi, anzi, ora più che mai è il momento di continuare a spingere sull’acceleratore. La Fashion Revolution Week torna in tutto il mondo dal 23 al 29 aprile.

Quando si pensa che un piccolo gesto non possa fare la differenza si commette un grosso errore: fashion revolution è l’unione costante di tanti piccoli gesti quotidiani che un giorno dopo l’altro, a livello globale, sono riusciti a smuovere coscienze, a far prendere provvedimenti alle aziende e ad avere un impatto reale sul mondo della moda. Tantissimi brand hanno rilasciato informazioni sulla loro filiera produttiva, rendendola trasparente ai consumatori e facendo in modo che si possa scegliere chi si comporta in maniera più corretta. Una risposta in aumento anno dopo anno ma che ha bisogno ancora di lavoro e di informazioni (a questo proposito, per chi vuole approfondire, consiglio di scaricare il Fashion Transparency Index, un report su 100 brand e distributori classificati secondo le informazioni rilasciate in merito al loro impatto sociale e ambientale).

Tantissimi produttori hanno potuto finalmente avere un volto, raccontare le loro storie e cominciare ad avere una voce ascoltata per richiedere condizioni di lavoro più corrette e stipendi adeguati. Sono spesso storie di donne, che godono di pochissimi diritti, che lavorano in pessime condizioni che le portano spesso ad avere gravi problemi di salute, che guadagnano meno del minimo sindacale, quel poco che a volte non basta nemmeno a sostenere la famiglia fino alla fine del mese. Il progetto Garment Workers Diary è nato per questo e sta continuando a dare i suoi risultati, grazie a ricerche ed indagini svolte costantemente sui posti di lavoro (roba non facilissima, visti gli ostacoli burocratici, ma non si molla, mai!)

Tantissimi consumatori hanno cominciato a chiedere, informarsi e FARE scelte differenti, grazie ai numerosi eventi, talk e laboratori aperti che si tengono durante la settimana della Fashion Revolution e durante tutto l’anno. Parlare di determinati argomenti è una cosa che dovrebbe interessate tutti, non solo chi lavora in questo settore, perché tutti andiamo in giro VESTITI e quello che mettiamo addosso è frutto di una scelta. Se farla essere una scelta casuale o una scelta consapevole dipende solo da noi. Ecco perché è importante intavolare conversazioni, educare ad un approccio al consumo differente e sviluppare uno spirito critico anche in merito all’argomento (voglio dire, cibo km0 ma vestiti di plastica prodotti chissà dove? C’è qualcosa che non torna…).  I numeri crescenti fanno ben sperare, ma la rivoluzione deve continuare. Come?!?

Ci sono molti modi in cui prendere parte a questa iniziativa, comodamente seduti sul divano diffondendo il verbo tramite social network, continuando a chiedere ai brand #whomademyclothes nominandoli pubblicamente,  leggendo o scrivendo una LOVE STORY su un capo che ami particolarmente (invece di comprare sempre cose nuove bisognerebbe amare e far durare di più quelli che abbiamo già), guardando o registrando un video in cui si ripara, trasforma o rivoluzione un vecchio capo di abbigliamento invece di buttarlo, proponendo una #haulternative che possa essere di ispirazione anche per altri. Oppure si può fisicamente alzare le chiappe dal divano di prima e prendere parte ai numerosi eventi che si tengono in tutto il mondo: tavole rotonde, workshop di cucito creativo, swap party dove scambiare abiti, proiezioni di documentari e film. La lista viene aggiornata sul sito in questi giorni, ma per saperne di più su quello che viene organizzato nel nostro Paese consiglio di seguire la pagina di Fashion Revolution Italia. L’importante è attivarsi…tipo condividendo questo post, ad esempio 😉

Più informazioni su come collaborare le trovate QUI, insieme a dei pdf scaricabili con un sacco di dritte su come condividere, realizzare video e partecipare attivamente a questa missione. Io intanto il 21 aprile sarò a Biella con Federica di Hobo per uno #sfashiontalk con baratto allo Spazio14, mentre il 26 sarò a dare man forte ai ragazzi di Fashion Revolution Ibiza. Ma vi terrò aggiornati. Voi cosa fate? 😛

Zero Waste: da scarti a vestiti!

Chi taglia&cuce sa che, a prescindere dal tipo di materiale che si utilizza, c’è un altro problema da fronteggiare quando si parla di sostenibilità nella moda: gli SCARTI! Già, quando si taglia il tessuto per ricavarne i pezzi da assemblare successivamente ci sono chiaramente degli avanzi che finiscono…inizialmente per terra e poi vanno ad alimentare quelle montagne di stracci che alla fine vengono inceneriti. Chi lavora in questo campo sa benissimo che per evitare gli sprechi (dove spreco=perdita di soldi, tra l’altro), quando si fa un piazzamento (—>tecnicamente il piazzamento è il posizionamento dei vari pezzi da tagliare in un’altezza di tessuto, praticamente un tetris che viene fatto o direttamente al computer o con i vari cartamodelli di carta), si utilizza il minimo spazio, appiccicando i pezzi uno all’altro; qualcosa, però, avanza lo stesso. Proprio da queste considerazioni e da quelle gigantesche montagne di stracci è nata l’idea di Daniel Silverstein e della sua ZWD, Zero Waste Daniel.

Il designer newyorkese, particolarmente sensibile alle tematiche ambientali, ha iniziato il suo progetto nel 2010, ma è arrivato sul mercato solo nel 2016. Il principio ispiratore sono state le quantità industriali di tessuti scartati dal taglio di varie aziende che lui ha prontamente prelevato, selezionato e ri-assemblato formando nuovi tessuti e, di conseguenza, nuovi capi. Un lavoro certosino e parecchio laborioso che rispetta in pieno la sua filosofia di cercare di ridurre il più possibile gli scarti e la spazzatura.

L’upcycling (che è questa pratica di rinnovamento di scarti o indumenti) è importante perché è una tecnica che consente di prolungare i cicli di vita dei tessuti e di rallentare la produzione tessile non necessaria, che dipende dalle risorse naturali. Sì, lo so cosa state pensando: chissà che cose “trash” (per usare un gioco di parole) tirerà fuori…e invece no! Indubbiamente i tessuti ottenuti sono un patchwork, ovvero un collage, di vari pezzi, ma il santo Daniel e tutto il suo team lavorano per assemblare i pezzi con stile e coerenza, giocando con i materiali, i colori e dando vita anche a disegni interessanti. Tipo questi io li amo (sì, anche perché sono gatti)! 😉

Daniel ha elaborato una sua tecnica, la Daniel’s ReRoll (che potete vedere in questo video dove) grazie alla quale realizza pezzi unici ma accessibili, applicando l’arte del cucito agli scarti, re-immaginando il cucito e reinventato anche il tessuto. Tutti i prodotti Zero Waste Daniel sono unisex, rispettosi dell’ambiente e, nemmeno a dirlo, anche delle persone che collaborano con lui 😉

Oltre ai suoi capi ho apprezzato tantissimo anche il suo manifesto, che condivido in pieno (e penso che tutti quelli che si occupano di moda dovrebbero iniziare a fare proprio) 😉

-Tutte le risorse sono preziose: materiali, persone, energia, tempo e immaginazione

-Un buon design utilizza tutte le risorse disponibili, fornisce soluzioni funzionali per i clienti e non crea rifiuti

-La produzione di abbigliamento non dovrebbe inviare nulla alla discarica

-Mettere l’energia nel riutilizzo di materiali sprecati é meglio che crearne di nuovi

-I clienti meritano di sapere come sono fatti i loro vestiti

-Tutti i lavoratori devono essere pagati in modo equo

-Ci vuole tempo per fare le cose nel modo giusto

…per questo la sostenibilità è un percorso e non un obiettivo! 😉 (aggiungo io)

Nel mio piccolo sto cercando di seguire l’esempio, riciclando materiali e ri-utilizzando gli scarti (a breve vi faccio vedere qualcosa) il che, devo ammettere, è anche divertente e ti apre un sacco di opportunità creative. Voi ci avete mai pensato a quante cose, invece che buttarle, si possono trasformare? Io sono disponibile anche a fare piccoli corsi…;) Intanto sbirciate nelle cose di Daniel, vi si aprirà un mondo

https://zerowastedaniel.com/

Due parole sul cotone…

In quanti guardano le etichette degli abiti che comprano? Probabilmente una percentuale molto bassa, magari qualche mamma mentre cerca di capire come si lava quella felpa che sta acquistando per la figlia o qualche persona particolarmente attenta. Ci sta, anche io in gioventù penso di non aver mai prestato attenzione all’argomento, poi mentre studiavo Merceologia Tessile andavo a fare gli esperimenti nei negozi provando ad indovinare di quali fibre era composto il capo; da allora, un po’ per deformazione professionale un po’ per reale interesse di cosa mi metto addosso, ci butto sempre un occhio. E secondo me dovreste buttarcelo pure voi, così, giusto per curiosità. Dopotutto ci siamo evoluti tantissimo sulla scelta del cibo e paranoie varie sugli ingredienti che li compongono perché è importante sapere cosa introduciamo nel nostro corpo, e non ce ne frega una mazza di quello che ci mettiamo a contatto con la pelle, che è il primo organo per estensione che possediamo?!? Dai, almeno facciamo finta di interessarci un attimo, giusto per assimilare le informazioni basiche e fare scelte almeno ponderate, come quelle di comprare solo biscotti senza olio di palma… ;P Anche se, ve lo dico, alla fine dell’articolo avrete ancora più dubbi e perplessità, proprio come ce li ho (scrivere, in questo caso, serve anche a me per ragionare a voce alta)!

Le fibre tessili

Più o meno la situazione è messa così…

…tra tutte le fibre presenti quelle attualmente più utilizzate sono il cotone ed il poliestere. Ed è proprio sul primo che volevo riflettere oggi. Si pensa sempre che la scelta di acquistare capi di cotone sia quella più sostenibile “Eh, è un tessuto naturale“. Eppure il cotone ha le sue magagne.

cotone, cotone riciclato o cotone bio?!?

I primi a fare amicizia con il fiocco batuffoloso di cotone sono stati Inca e Atzechi in Sud America, si pensa addirittura 7000 anni fa, ma l’uso di massa del cotone si è diffuso solo dopo la rivoluzione industriale; fino ad allora era ritenuto un tessuto pregiato e riservato alle classi più agiate (veniva chiamato oro bianco). Con il tempo tutto è degenerato, la domanda di cotone è aumentata in maniera esponenziale provocando non pochi danni all’ambiente e alle persone. Crescere quelle coreografiche piantagioni di cotone che ci ricordano tanto “Via col Vento” comporta diversi problemi, primo che dove c’è cotone c’è solo cotone (monocolture vs biodiversità), secondo che dove c’è cotone ci sono anche tanti simpatici animaletti che usano il fiocco come nido e come cibo, rendendolo inutilizzabile. Per evitare tutto ciò…pesticidi! Non pochi, tanti: l’industria del cotone usa circa il 10% dei pesticidi mondiali e il 22% di insetticidi…il tutto in un 3% di terre coltivate. Praticamente una discreta quantità di sostanze tossiche che finiscono nell’aria, nella terra e anche nei polmoni di chi questi campi li lavora. Dopo il Sud America, l’India è diventata la produttrice di 1/3 del cotone utilizzato nel mondo (si fibre che semi), non senza problemi (vi risparmio la storia sui contadini che si suicidano per estinguere i debiti, ma la potete leggere da queste parti). E non dimentichiamo l’acqua…

Lago d’Aral praticamente prosciugato 

…per le coltivazioni di cotone se ne usa parecchia, così come per trasformare la fibra in filato e anche per le successive lavorazioni. Per produrre una sola t-shirt ci vogliono circa 2700 litri di acqua (sì, quella t-shirt che indossi due volte e poi la butti perché non è più di moda), per un solo paio di jeans più o meno 9500 litri, quelli che normalmente una persona senza problemi di ritenzione idrica beve in 10 anni. “Evabbè, finché piove c’è acqua”! No, le cose non stanno precisamente così: pare che tra cambi climatici, aumento della popolazione e inquinamento dei corsi d’acqua esistenti, l’acqua non sia una risorsa infinita; da qui l’esigenza sempre più forte di non sprecarla a caso!!! Insomma, la massiccia richiesta di cotone ha trasformato questa fibra naturale, alternativa “verde” al poliestere, in un vero e proprio danno per il Pianeta.

Quindi arriva il cotone BIO, ovvero proveniente da semi non OGM e coltivato senza l’uso di prodotti chimici, il che fa sì che altre piante complementari e animaletti possano vivere in pace sullo stesso terreno, arricchendolo. Indubbiamente meno impattante rispetto al cotone coltivato in maniera tradizionale, utilizza però la stessa quantità di acqua, facendo permanere il problema idrico ed in più, a parità di raccolto, il bio necessita di una quantità di terra coltivabile decisamente maggiore. Nonostante si stia inserendo piano piano nel mondo del fashion, rappresenta comunque una percentuale molto bassa della produzione (e della richiesta). Per garantire che i tessuti BIO siano veramente BIO e non una truffa ai danni del consumatore animato da buone intenzioni, è nata la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard)  sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di criteri ambientali e sociali applicati a tutta la produzione, dalla raccolta in campo delle fibre naturali alle successive fasi manifatturiere, fino all’etichettatura del prodotto finito. (sulle certificazioni e sulla loro effettiva validità mi sto ancora documentando, perché il panorama è oscuro e pieno di gabole).

La ricerca, poi,  sta battendo sempre di più la via del riciclo, cercando trasformare i capi in cotone nuovamente in un filato pronto ad essere riutilizzato. La cosa non è semplice, per creare un nuovo capo di abbigliamento da vecchi vestiti questi devono prima essere tagliati e trasformati in materia prima; questo processo di sminuzzamento tende ad abbassare la qualità del cotone perché accorcia la lunghezza della fibra; per questo ci sono aziende che stanno cercando di mescolare il cotone riciclato con altri materiali, in modo da ottenere un filato ed un tessuto di qualità più durevole. E’ il caso della Lenzing, che ha combinato Tencel (una fibra ottenuta dalla cellulosa dell’albero di Eucalipto) con il cotone. Vedremo cosa ne uscirà…;)

Quindi? Quindi la differenza la fa sempre il buon senso: che sia organico, bio o riciclato FALLO DURARE! Che se si comprano le cose per indossarle una stagione per poi buttarla, non c’è assolutamente nessuna differenza!

Sartoria SanVittore: moda sociale oltre le sbarre

Subisco da sempre il fascino delle sartorie: i modelli sparsi in giro, i manichini con i tessuti appuntati sopra con le spille, le macchine da cucire, i milioni di fili colorati e quei grandissimi tavoli da taglio che io invidio profondamente (essendo sempre stata costretta a tagliare a terra, con tutte le conseguenze fisiche del caso). Entrando nel “quartier generale” della Sartoria SanVittore un paio di weekend fa, allo stupore per l’ambiente si è aggiunta una profonda ammirazione per questo progetto di moda sociale dallo stile particolare e curato nel minimo dettaglio. Sentire le parole di Rosita Onofri, stilista della collezione, e leggere la sua passione attraverso i racconti mentre ci mostrava capi, foto e nuove lavorazioni, è stata una notevole fonte d’ ispirazione. Ma andiamo con ordine…

Tutto ebbe inizio nel lontano 1992, anno di nascita della Cooperativa Sociale Alice (dove Alice è acronimo di Arte Libertà Ideazione Costumi e Teatro) all’interno della Casa Circondariale di San Vittore a Milano, con l’obiettivo di offrire opportunità formative e lavorative alle persone detenute. Alle carcerate in possesso dei requisiti giuridici venivano e vengono tutt’ora fatti corsi di sartoria all’interno del carcere alla fine dei quali vengono assunte dalla cooperativa come socie lavoratrici (sì, stipendiate). Partita come sartoria prevalentemente teatrale, nel corso degli anni ha diversificato linee e prodotti; le sedi operative sono tre, una nella sezione femminile di San Vittore, l’altra nel carcere di Bollate e la terza è esterna, ovvero il negozio-laboratorio in via Gaudenzio Ferrari a Milano, quella che abbiamo visitato qualche settimana fa durante il secondo incontro del corso Out of Fashion, alla quale le detenute accedono grazie ai permessi per lavorare fuori dal carcere a orari definiti come scritto nell’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario.

Nei laboratori vengono prodotti i gadget della linea “Gatti Galeotti“, dedicata ai gatti che vivevano nel giardino del carcere che le detenute accudivano, un ossimoro, visto lo spirito notoriamente libero del felino che difficilmente si lascia ingabbiare. L’altra iniziativa singolare è quella dedicata alla produzione artigianale di Toghe forensi, sia per avvocati sia per magistrati; realizzate con tessuti pregiati e seguendo la tradizione, il servizio è su misura, con tanto di possibilità di ricamare le iniziali all’interno (sembra quasi uno scherzo, che a fare le toghe per chi sentenzia sia proprio il sentenziato…eppure funziona e la produzione ammonta a quasi 500 pezzi l’anno)!!! Il marchio di punta, però, è proprio Sartoria SanVittore, che dal 2010 sforna ben due collezioni all’anno sotto la guida preziosa di Rosita Onofri. Rosita, stilista e modellista, ha un percorso nel mondo della moda che parte negli anni 80 con la formazione all’Istituto Secoli, il tirocinio da Krizia, l’apertura del suo atelier con il suo marchio e l’attuale collaborazione con Jil Sander con il quale ci racconta aver contrattato i giorni di lavoro perché “Io la Cooperativa non la lascio“. Un progetto, questo, al quale ha dedicato anima, cuore, esperienza e competenze, che orchestra magistralmente ad ogni stagione perché ogni collezione sia super curata…e bella! Prima che per la “storia” che c’è dietro (che non è dichiarata esplicitamente da nessuna parte) le persone sono veramente attirate dal design e dalla qualità dei prodotti. E questa è sicuramente una grande conquista, viste comunque le difficoltà sia tecniche sia economiche che hanno dovuto fronteggiare nel corso degli anni.

Collezioni che guardano alle tendenze ma che non le seguono, che utilizzano materiali di qualità e che privilegiano lavorazioni particolari e linee studiate con un certo stile. L’idea, come ci raccontava la stilista, non è quella di imporre uno stile particolare, ma quello di produrre capi per donne che già possiedono il loro e che cercano qualcosa che trascenda il momento, che possa integrare il guardaroba e non sconvolgerlo totalmente. Capi realizzati con cura dalla fase di progettazione fino all’ultimo dettaglio, in cui il saper fare manuale legato alle singole tradizioni culturali delle socie lavoratrici diventa un punto di partenza fondamentale e una nota stilistica distintiva. Si trovano così ricami, inserti ad uncinetto, elaborazioni fatte con il telaio o addirittura applicazioni tridimensionali. All’inizio le collezioni erano realizzate prevalentemente in jersey, un materiale semplice da reperire e da lavorare; con il tempo i materiali presi a stock o donati dalle aziende sono aumentati e quindi non è raro incontrare pezzi realizzati in lana cotta, mohair o velluto per l’inverno e seta o cotoni leggeri per l’estate. Primavera/Estate, Autunno/Inverno e anche sposa! In seguito ad un evento per il quale sono stati prodotti abiti da cerimonia, la Sartoria ha iniziato la produzione su misura di abiti nuziali dallo stile decisamente originale. Insomma, da queste parti non si fanno mancare nulla 😉

Che dire, mi sono innamorata di Sartoria SanVittore, delle collezioni, della schiettezza e della passione di Rosita (che è #sfashionista dentro e pure fuori), della disponibilità di chi lavora in negozio, di chi c’è dietro le quinte e del lavoro che la cooperativa porta avanti per le donne in un ambiente decisamente maschile come quello carcerario. Mi sono innamorata perché in questo progetto ci sono moltissimi anni di attività, c’è un percorso fatto di fili e vite che si intrecciano, ci sono sogni di libertà e voglia di integrazione sotto forma di collezioni, c’è la moda come mezzo per evadere e nello stesso tempo per riconnettersi con la realtà, ci sono persone che si incontrano, si scontrano, si annusano e poi finiscono per amarsi grazie alla quotidianità e alla meraviglia di un lavoro comune. C’è la Moda come dovrebbe essere: libera, etica, sostenibile, creativa, inclusiva, senza tempo. E c’è la vita vera.

Se passate da Milano la Sartoria SanVittore la trovate qui:

SARTORIA SANVITTORE
Milano
Via Gaudenzio Ferrari, 3
Tel.
 02 48 00 7267
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Foto credits Sartoria SanVittore, Out of Fashion.

Vintage Revolution/ Mi sono innamorata…di un kimono!

E’ con infinito piacere che inauguro uno spazio nella rubrica SFASHION a cura di una professionista che ho conosciuto un anno fa ma con la quale il feeling è stato immediato. Lei è Federica Pizzato (se non avete letto l’intervista che le ho fatto, andate subito a recuperare QUI), ha i capelli rosa ed un infinito amore per il vintage. Federica è anche impegnata in diverse iniziative per una moda più etica e sostenibile, Hobo è il suo progetto che include vintage, eventi dedicati al baratto e un laboratorio sartoriale per persone svantaggiate. L’ho coinvolta nel mondo sfashion perché il secondo modo per essere più sostenibili in ambito “moda” è quello di utilizzare capi che ci sono già (il primo sarebbe quello di andare in giro nudi, ma poco applicabile nel 90% dei luoghi della Terra) e il vintage, in questo senso, offre un sacco di opportunità. Ecco, io non sono una super-appassionata del genere, ma quello che vedo spesso è che chi ama il vintage si veste SOLO con il vintage, andando in giro come una zia degli anni 50. Che va bene, eh, ma secondo me ci sono modi più interessanti di abbinare i capi e di mescolarli con cose più attuali, risultando originali ma senza mascherarsi. Ecco quindi un appuntamento mensile con la Vintage Revolution di Federica: storie di vecchi capi, dettagli, curiosità e suggerimenti su come rivisitare gli abiti riesumati dagli armadi della nonna…e non solo 😉

di Federica Pizzato 

Ok, lo ammetto, mi sono innamorata. Di un uomo bellissimo? No di un kimono! E no, non l’ho comprato in Giappone. A dire la verità non l’ho proprio comprato…E’ comparso davanti a me in una delle giornate di baratto che organizzo e, appena l’ho visto, lì in tutta la sua lucentezza e con quel suo colore rosso acceso non ho saputo resistere! Me ne sono appropriata, l’ho nascosto in modo che le altre non potessero più metterci mano e l’ho portato a casa. A quel punto, lontana da occhi indiscreti, ho potuto fare tutte le varie prove del caso.

Il kimono in questione non è una di quelle moderne rivisitazioni con fantasie super trendy che si vedono nei negozi che contano, né uno di quegli oggetti storici di valore ricamato finemente e realizzato in tessuti preziosi. E’ “solo” un kimono che brilla, con le sue piccole pagode ricamate ed un magnetismo tutto suo. All’inizio, guardandomi allo specchio, ho pensato che sarebbe stato meglio accorciarlo per permettermi di indossarlo con più disinvoltura durante le sere d’estate ma poi, ad un tratto ho realizzato: «Ma chi me lo toglie il gusto di passeggiare con tutto il mio strascico svolazzante in mezzo alla gente?!».

La storia di questo capo di abbigliamento ci proietta immediatamente in terre esotiche e lontane. “La parola Kimono significa abito (ki – da kiru, vestire e mono – cosa) e noi la utilizziamo per indicare il vestito tradizionale giapponese, di cui esistono numerose varietà e utilizzato ancora oggi anche se in rare occasioni. Cominciò ad essere utilizzata nel 19° secolo per distinguere gli abiti giapponesi da quelli degli occidentali detti yōfuku. Ottenuto dall’unione di pezzi di tessuto rettangolari, non esalta le curve del corpo come tendono a fare gli abiti occidentali: al contrario le nasconde completamente e chi lo indossa deve muoversi con grazia e ponderatezza, dimostrando le sue doti profonde.”
Le fodere di questi splendidi capi sono spesso addirittura più preziose della parte esterna: simboleggiano l’anima della donna, la parte più bella ma nascosta, da mostrare solo alle persone più importanti e niente nella sua fattura è lasciato al caso. Osservando il kimono si può risalire al periodo storico, la stagione, il livello di formalità e la natura dell’evento in cui è stato indossato, l’età, lo stato civile e il rango di chi l’ha indossato. In antichità la storia e lo sviluppo di questo indumento sono stati influenzati dall’abbigliamento tradizionale cinese. Ma poi, il Giappone sviluppa una cultura propria.

 

Per quanto riguarda la storia moderna si può dire che, durante la Seconda Guerra Mondiale, le decorazioni diventano sempre meno complesse, i colori più tenui e la stoffa ridotta al minimo mentre, dagli anni ’50 in poi i motivi si fanno sempre più stilizzati ed invece l’avvento degli anni ’70 anche sul kimono si nota un’insolita influenza pop e geometrica. Con l’avanzare della tecnologia nel ricamo e nella stampa il kimono diventa un capo sempre più fruibile ed economico, anche grazie all’introduzione di nuovi materiali sintetici, adatti a produrre capi molto più resistenti e duraturi e l’occidentalizzazione non si è più fermata. Nonostante ciò, l’uso del kimono resta nelle radici della cultura giapponese e continua ad essere indossato nelle occasioni più importanti come l’affascinante cerimonia del tè.

Si ok bello, ma…come te lo metti addosso senza sembrare la protagonista di una puntata di Ranma ½?! All’inizio, come vedete nelle foto, sono capitolata nel caro, vecchio e rassicurante nero (ci ho aggiunto giusto una cintura bordeaux) ma alla fine mi sono chiesta: «E’ proprio necessario, se si indossa un capo importante già così evidente corredarlo solo da capi anonimi che non parlano di noi?» E la risposta è stata sin da subito chiara nella mia testa, No! Penso che il kimono rosso in questione meriti di più. «Si ma… qualche esempio per comune mortali che fanno a botte già per abbinare bianco e nero?». Il kimono è super rosso quindi penso che non oserò con altri colori accesi ed è super lungo e svolazzante ma credo che un abitino semplice nei toni del bordeaux o del verde muschio potranno fare al caso mio. Oppure anche per sdrammatizzare i cari vecchi jeans, magari un bel paio di quelli anni ’90 che fanno tanto influencer, ma alla fine ci tolgono dall’imbarazzo e magari anche qualche anno d’età 😉

Per seguire HOBO VINTAGE BIELLA (e Federica) ci sono INSTAGRAM e FACEBOOK. Lei sparge pillole di vintage tutte le settimane!

 

Mochni: un magazine, una guida e non solo…

Una delle domande che mi vengono rivolte spesso quando inizio a sproloquiare di moda sostenibile e di scelte diverse per quanto riguarda l’abbigliamento è: sì, ma dove li trovo? Chi è che produce in maniera etica? E soprattutto come faccio a sapere che è vero? Ora, sull’ultima domanda scriverò una serie di articoli a parte, perché il mondo delle certificazioni e bollini che accertano la sostenibilità di un prodotto è ancora oscuro (insomma, non siamo certi nemmeno quando leggiamo Made in Italy, figurati quando vediamo altre sigle, comunque…). Per quanto riguarda il “dove li trovo” scriverò comunque una serie di articoli che presentano brand nazionali ed esteri decisamente sostenibili e da sostenere, ma oggi volevo parlarvi di una piattaforma internazionale interamente dedicata all’argomento: MOCHNI.COM! (sì, è in inglese, facciamo uno sforzo)

Mochni è un portale interamente dedicato alla sostenibilità a 360°, con un’attenzione particolare al tema della moda, bellezza e viaggi, che strizza l’occhio alle donne orientate ad uno stile di vita salutare e sostenibile, per il quale ho scoperto anche esserci un acronimo LOHAS (Lifestyle of Health and Sustainability). L’idea è di Antonia Leonie Böhlke che, dopo aver lavorato per anni nel modo della moda come stilista e stylist, stufa di stare alle spesso folli dipendenze altrui, ha cercato una via per essere indipendente e soprattutto indirizzare le persone verso una moda più onesta e rispettosa. Questo perché, come sto constatando sempre più spesso mano a mano che entro in contatto con persone che si muovono in questo campo, chi ha lavorato nella moda ed ha un cuore (ed una testa) dopo un po’ non può fare a meno di farsi delle domande su COME vengono prodotti certi capi. Quando non vedi direttamente, immagini; quando immagini poi cominci ad indagare e quando indaghi spesso scopri delle cose che non ti piacciono anche all’interno della tua azienda che ti spingono, alla fine, a lasciarla e ad intraprendere altre strade. Prima tra tutte quella di condividere le tue scoperte e cercare di informare quante più persone è possibile. Come lei stessa ammette “la sostenibilità non è un trend, è il futuro“! E questo futuro presente merita di essere raccontato…

Per questo gli articoli che si trovano su questo portale cercano di rispondere alle curiosità per quanto riguarda la moda, il benessere, il viaggiare in modalità “eco” (divertenti a questo proposito le guide a svariate città orientate in questa direzione) ed uno stile di vita sano ed eco-compatibile, dando consigli sui prodotti dei marchi più responsabili in tutto il mondo. Il tutto con un’estetica molto curata, così come i contenuti. Ma non finisce qui; oltre agli articoli il punto di forza è l’Ethical Brand Guide, una guida dalla A alla Z che riunisce marchi di abbigliamento, accessori, intimo, costumi da donna e bambino, ma anche altri negozi online che sono orientati verso brand alternativi.  

I marchi vengono scelti in base a criteri etici focalizzati sul processo di produzione (dall’idea al suo assemblaggio, seguendo tutti i passaggi dal taglio alla confezione), che devono essere sviluppati sotto il controllo del marchio o il marchio deve avere un contratto diretto con il produttore. Il tutto garantendo buone condizioni di lavoro, indipendentemente dal fatto che il  avvenga in una regione sviluppata o in una regione in via di sviluppo (anche se in questo caso si dovrebbe sostenere le attività artigianali locali e le comunità tradizionali, oltre ad aiutare lo sviluppo e la crescita di quest’area). Con “buone condizioni di lavoro” si intende:

1. L’occupazione è liberamente scelta
2. Non c’è nessuna discriminazione
3. Nessun lavoro minorile
4. Libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva (sindacati ed organizzazioni)
5. Pagamento del salario che permetta
6. Ore di lavoro ragionevoli
7. Condizioni di lavoro sicure e salutari
8. Rapporto di lavoro legalmente vincolante

(Questo è anche lo standard riconosciuto dall’Organizzazione internazionale del lavoro, OIL, giusto per capirsi meglio)

Oltre all’etica c’è anche l’estetica: siamo lontani dal periodo sostenibile=sfigato! Basta sfogliare tra i marchi selezionati da MOCHNI per vedere quante cose belle, stilose ed abbordabili ci sono in giro come valide alternative a quelle proposte dall’industria del pronto moda, quella del lusso e quella della moda tradizionale prodotta ad occhi chiusi! Almeno noi gli occhi possiamo aprirli…o no?!? 😉

Ma le iniziative di questo gruppo di professioniste non si esaurisce qui ed ecco aperte le iscrizioni al SFA, Sustainable Fashion Award, un premio per scovare quei brand meno impattanti per l’ambiente e premiarne il migliore, con un premio in denaro per il vincitore e la stessa somma devoluta ad una NGO partner dell’evento. Il regolamento lo trovate sul sito, se vi sentite uno di “quei brand” perché non partecipare…(c’è tempo fino al 31 agosto per iscriversi).

Per tutti gli altri consiglio un giretto sul sito ogni tanto…;)

Tutte le foto sono prese dal profilo instagram di MOCHNI.COM

 

Out of Fashion: il corso sulla moda consapevole

Sulla sostenibilità, moda etica e green fashion se ne sente sempre più parlare; sul web circolano molte più informazioni, anche solo rispetto ad un anno fa, ma come al solito nell’abbondanza di notizie si trovano cose approssimative, quelle più o meno vere, quelle valide e autorevoli e quelle completamente false. Ognuno, anche in questo caso, dice la sua. E poi sulla definizione teorica della sostenibilità siamo tutti d’accordo, ma in pratica? Che cosa vuol dire? Cosa comporta? Ho sentito la necessità di informarmi, ma soprattutto di confrontarmi “faccia a faccia” con persone competenti, avendo la possibilità di apprendere da chi di moda sostenibile si occupa da tempo e se ne intende davvero. Ho cercato dei corsi qui in Italia ed ho trovato loro: OUT OF FASHION, il corso di moda consapevole organizzato dall’associazione Connecting Cultures. Mi sono iscritta e sono andata (che ogni tanto ho bisogno anche io di sedermi dall’altra parte della cattedra; apprendere, aggiornarsi e conoscere cose nuove è un processo che non si dovrebbe mai smettere di fare).

Ad allettarmi sono stati vari fattori: è un corso suddiviso a moduli che si tiene nel fine settimana, accessibile anche a chi lavora e non solo per studenti universitari. I moduli sono divisi per aree tematiche che approfondiscono di volta in volta ogni singolo argomento, dai materiali fino alla comunicazione del brand, passando per etica, artigianato e arte. Si possono frequentare tutti i moduli o sceglierne solo alcuni e alla fine sono previsti due “moduli extra” di pre-incubazione per chi avesse un progetto da sviluppare. Ma la cosa indubbiamente più consistente sono i professionisti del settore chiamati ad intervenire con lezioni teoriche e workshop pratici, nomi più o meno conosciuti ma con un curriculum degno di nota.

Il primo incontro ha cercato di fare chiarezza su un aspetto importantissimo: i materiali “green” ed il loro impatto. E’ facile dire che il cotone organico è buono e il poliestere è cattivo. In realtà la situazione è molto più complicata ed i fattori che entrano in ballo quando si parla di fibre tessili e di procedimenti a esse legati per la trasformazione e la finitura (tessitura, tintura, trattamenti, ecc) sono veramente tantissime. Di questo ho sempre avuto il sospetto, ma le mie idee sono state confermate dai numeri e dalle testimonianze pratiche (frutto di dati scientifici) di Claudio Tonin e di Mauro Rossetti. Quest’ultimo, poi, tra una parola detta e un pensiero sott’inteso, ha fatto chiaramente emergere il problema della tossicità di alcuni coloranti usati e di come ce li mettiamo addosso, a contatto con l’organo più esteso del nostro corpo (la pelle), senza porci nemmeno il problema. La situazione non è rosea, a tratti è terrificante e non posso negare che mentre ero seduta ad ascoltare sono stata pervasa da una sensazione di ansia che si andava a sommare con un moto d’ira, la voglia di spaccare tutto e ribaltare il sistema unita alla consapevolezza che le dinamiche che ci governano sono talmente più grosse di noi che ogni sforzo sembra veramente inutile. Impotenza? Frustrazione? Forse qualcosa di simile,  poi sono andata a farmi un aperitivo… 😉

I successivi incontri hanno parlato di materiali sottovalutati come il lino e la canapa, di quanto è inquinante la lavorazione del denim (tenetevi cari i vostri jeans, invece di buttarli dopo il primo strappo, tanto dilaniati vanno pure di moda adesso) e ci sono state due illuminanti testimonianze di come si può metter su un brand il più possibile sostenibile. Ebbene sì, la sostenibilità al 100% è quasi una chimera, ma ci sono progetti interessanti che si avvicinano molto e sempre più designer lavorano in questa direzione. Una direzione che è etica fino in fondo: pur di mantenere il controllo sulla filiera e sul prodotto c’è chi ha rinunciato a proposte di multinazionali o grandi finanziatori; non c’è bisogno di fare produzioni enormi, se una riesce a guadagnare bene dal suo lavoro e stare in pace con se stessa, può anche fermarsi. Che anche fare i miliardi non è propriamente etico…

L’altra cosa bella è stato ritrovarmi con altre persone interessanti che sono sulla stessa lunghezza d’onda, che si impegnano e che si muovono concretamente in questa direzione. Chissà che la connessione faccia la forza! 😉 Io non vedo l’ora di andare questo weekend al secondo incontro, nel quale si tratterà il tema spinoso dell’etica. Se siete interessati all’argomento suggerisco vivamente di sbirciare il sito (http://www.connectingcultures.info/moda_consapevole_etica_green/il-corso/). Da questo momento in poi “sfashion” sarà un appuntamento fisso dove approfondirò l’argomento sotto svariati punti di vista…e non sarò sola! (Sfashion continua anche ad essere un librino, disponibile in versione cartacea o ebook nelle librerie reali e virtuali, giusto per ricordarvelo. Se proprio volete esagerare c’è anche una pagina FB e un profilo Instagram appositamente dedicato). Però prima una domanda: vi interessa approfondire l’argomento moda-consapevole? Aspetto vostre…

Per saperne di più o seguire l’attività di Out of Fashion—> https://www.facebook.com/OutofFashion/