L’etica è di Moda?

Siamo nel bel mezzo della Fashion Revolution Week (chi ancora ignora cosa sia può rileggersi il post dello scorso anno): sono solo tre anni che questo movimento è nato ma già sta diventando qualcosa di globale che riesce a coinvolgere ed attivare davvero tutti, da coloro che la moda la fanno a quelli che la comprano. Moda, etica e sostenibilità sono temi caldi in questo momento, forse proprio perché i “consumatori” in prima linea stanno richiedendo una moda che sia in grado di rispettare l’ambiente e le persone (meno male); con più informazioni a disposizione e con una nuova consapevolezza è quasi automatico fare scelte diverse. O meglio, a me è capitato esattamente così, durante ma sopratutto dopo aver scritto Sfashion. E’ da quando ho cominciato a lavorare in questo ambiente che nutro delle sane perplessità, ma da quando le ho messe su carta credo di aver deciso che strada prendere…ed il mio supporto alla fashion revolution è partito da qui:

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“Etica vuol dire cercare di salvaguardare la vita il più possibile”, dice Pepe Mujica; Aristotele la introdusse per definire le sue opere dedicate alla filosofia pratica applicata al costume, ovvero al comportamento umano. Ne hanno discusso e scritto in tantissimi, ma la sostanza non cambia: l’etica ha a che fare con i valori, con la morale, con il bene, con il male, con la relazione degli uomini con l’ambiente e con gli altri uomini. Esiste, quindi, anche un modo etico di fare moda. Dovrebbe esistere, pardon, perché al momento di etico nel sistema c’è molto poco. Ci sono, in realtà, quintali di aziende che super-producono a basso prezzo, che sfruttano il lavoro, che inquinano a dismisura; dall’altra parte ci sono persone che comprano in continuazione perché trovano cose economiche, che comprano anche se non serve, che comprano schiavi della legge del possesso. Ecco, chiariamo un momento una cosa: produzione e consumo di massa non sono sostenibili. Tipo, nonostante esistano leggi nazionali ed internazionali per la tutela dei lavoratori, l’abuso dei diritti umani è ancora all’ordine del giorno. Basta pensare che circa 36 milioni di persone (mica 4 gatti), vivono in una sorta di schiavitù: sottopagati, ai limiti della povertà, con condizioni di lavoro pericolose per la salute e la sicurezza, con orari di lavoro interminabili. E indovina per chi lavorano? Aziende di Moda occidentali. Ma tu guarda un po’. In tutto ciò gli “artigiani”, che un tempo prestavano mani, esperienza e tradizioni all’industria tessile, oggi si trovano a casa, soppiantati dalle produzioni di massa, mandando in fumo secoli di storia, cultura e saper fare. Houston, abbiamo un problema. Più di uno, vogliamo tralasciare l’impatto ambientale? La Moda è tossica. Sappilo. Per la filatura del cotone si usano un sacco di pesticidi, i coloranti sono chimici, per fare certi trattamenti vengono impiegati prodotti altamente inquinanti. Basta pensare che in Cina alcuni fiumi sono passati da blu a rossi a furia di scarti delle tinture. In più, per aggiungere un po’ di terrore a questo scenario rassicurante, gli scarti del tessile, stiamo parlando di tonnellate di cenci, finiscono a decomporsi per terra, sprigionando gas che non sono esattamente deliziosi ed innocui profumi alla vaniglia. Inquinano. “Ma come, H&M ha fatto la campagna per il riciclo?”. Certo, peccato che attualmente solo il 20% degli avanzi vengano riciclati; per tutto il resto basterebbe produrre meno!IMG_5305

Il fast fashion non è gratis. Qualcuno, da qualche parte, la sta pagando” ha detto giustamente Lucy Siegle, giornalista. Quindi? Quindi lignoranza uccide: spesso le aziende non sanno nemmeno chi produce realmente per loro, la filiera è talmente nascosta da non capire davvero se ambiente&persone vengano rispettate. La mancanza di trasparenza costa vite. Ci vuole conoscenza, informazione e onestà. Le cose possono cambiare, ma non certo supportando chi il sistema lo sta spolpando fino all’osso. Anche per questo ce l’ho un po’ con tanti diffusori del verbo modaiolo: dietro ai loro mille outfit passano solo messaggi di consumo sfrenato e l’unico desiderio che alimentano è quello di avere soldi per comprare cose. Che siano dello Stilista Famoso o del Brand Spazzatura a grande tiratura non importa. È importante avere, sfoggiare ed essere sempre diverse grazie a cose sempre nuove. […] 

Fino a quando pensiamo che la soluzione di certe problematiche immense debba arrivare dall’alto, da entità superiori che dovrebbero governarci e tutelarci pensando al bene delle persone, siamo fregati. Il cambiamento ci deve essere ogni giorno, ogni più piccola azione quotidiana può contribuire a fare la differenza. Le rivoluzioni, se ci pensi bene, sono sempre partite dal basso. “If we think a little more before we buy, we can change the world one outfit at time”. Per esempio, si potrebbe:

1) Comprare meno: ho amiche che comprano cose quasi tutti i giorni. La scusa è quasi sempre “Eh, costava poco”. Sì, ma a furia di pagare poco tante cose, finisci per spendere comunque tanto; e poi ti ritrovi con quintali di oggetti nell’armadio che spesso nemmeno ti metti. O solo una volta. Non c’è bisogno di abiti nuovi ogni giorno, nemmeno ogni settimana. Quando sei in balia dello shopping compulsivo, e lo sai, perché noi donne sappiamo sempre tutto, fermati un attimo a pensare. Se puoi farne a meno, fanne a meno. Tra l’austerità della privazione e gli acquisti giornalieri esiste la moderazione.18155958_10211194087303009_2949539125263909234_o2) Comprare meglio: una cosa buona vale il triplo di tre cose scadenti. Meglio investire qualche soldo in più in qualcosa di duraturo, che qualcosa in meno in mille cose da una botta e via. Se certi capi costano incredibilmente poco, ogni tanto sarebbe anche il caso di chiedersi “perché”…

3) Preferire designer emergenti o meglio ancora, rivolgersi direttamente alla “fonte” (w gli artigiani): ci sono tantissimi emergenti in giro per il Mondo che decidono di produrre in maniera etica e sostenibile. Ecco, loro andrebbero sostenuti e supportati. Gli artigiani poi: con loro sei sicura che i pezzi siano davvero unici e che in ogni oggetto c’è amore, passione, dedizione e cura. Oltre al fatto che si può incentivare il lavoro e l’impegno di intere comunità, spesso costituite da donne.

4) Larmadio della nonna, vintage, seconda mano e non solo: non sono una fanatica del vintage, ma forse più per colpa di come viene utilizzato dalle fashioniste di mezzo mondo. In realtà le cose antiche e recuperate dall’armadio della nonna mi incuriosiscono molto. Dare nuove luce a cose vecchie è un buon modo per evitare sprechi. Ravanare nei mercatini dell’usato o nei cassetti può regalare soddisfazioni.

5) Scambiare, affittare, aggiustare, reinventare: ogni tanto mia madre mi guarda, vede qualcosa di nuovo e mi chiede “È di Enrica anche questo?” (Enrica, colei che ha illustrato questo libro). Ormai lo sa anche lei che io e le mie amiche i vestiti ce li scambiamo. Da tempo immemore, prima ancora che gli swap party vedessero la luce. Scambiare e regalarsi abiti è un modo come un altro per continuare a far vivere gli oggetti, dandogli nuovo valore e continuando a fargli svolgere la loro funzione. Solo a casa di qualcun altro. Anche aggiustarli, tagliarli, trasformarli è un ottimo modo di riciclare in maniera creativa. Gli abiti sono amici preziosi, non stracci usa e getta. Non trattarli male, falli valere fino in fondo! Anche con una rianimazione temporanea.

6) Fai qualcosa con le tue mani: sebbene non sia mai stata un genio del cucito, ogni tanto qualche abito me lo sono fatto da sola. La soddisfazione è incredibile, soprattutto quando li fai in due minuti e ti stanno bene. Ora, non sto dicendo di diventare tutte abili sartine, ma se l’argomento ti incuriosisce, perché no?

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7) Informati: la curiosità non è spiare cosa fa l’ex fidanzata del tuo uomo su Facebook, ma è avere sete di informazioni, di sapere, di conoscere e di capire. Lo sapevi che esistono delle App che, se inquadri il codice a barre del capo che si intende acquistare, danno informazioni sul tipo di impatto sociale e ambientale dell’azienda produttrice? No? Nemmeno io, l’ho scoperto leggendo. (Le App sono Good Guide, Ethical Barcode e Buycott)

Troppo sbattimento? Io credo sia un approccio più sano. Si produce davvero troppo, si compra troppo, si inquina troppo, si pensa troppo poco alle condizioni di lavoro e tutto questo perché ci hanno convinto dall’alto che “siamo più felici se ci arricchiamo”. Così si finisce per comprare, comprare tutto, comprare di più, comprare spesso quando non serve, in una gara all’accumulazione senza senso. Già, perché nella tomba con noi non ci finirà niente di tutto quello che abbiamo nell’armadio. No, non mi sono improvvisamente trasformata in un monaco zen, i vestiti continueranno a piacermi così come mi piace giocare, mascherarmi con gli abiti e tingermi i capelli rosa (ognuna ha le sue debolezze), ma sono sempre di più a favore del meno: possedere quintali di cose appesantisce! Ed io ci tengo alla mia leggerezza. Per il mio bene e per fare, con piccole scelte quotidiane, qualcosa che possa aiutare, un pochino, il Pianeta e gli altri.

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Di questo e di altro ne abbiamo parlato sabato scorso all’evento organizzato da Tessa e Arianna Moroder da Lottozero in quel di Prato; qualche giorno prima ne abbiamo parlato all’evento organizzato da Waxmore e l’associazione “Il cuore si scioglie“; di questo si parla questi giorni sul web e non solo grazie a Fashion Revolution. Di questo si dovrà continuare a parlare ma soprattutto a FARE nel corso del tempo: perché etica e sostenibilità non siano mode passeggere, ma diventino prerogative indispensabili

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Foto Credit: Rachele Salvioli/ Maria Rosa Neri, Irene Chellini, Andrea Moretti

Voi che opinione avete in merito? (Il testo è tratto dal libro “Sfashion“, che se non avete ancora letto ma vi ha incuriosito lo trovate a disposizione) 😉

Give&Shop: l’ecommerce fashion e sostenibile di Lablaco

Venerdì scorso, in una Milano incredibilmente calda e assolata, ho incontrato Lorenzo, ideatore di Give e Shop, due App nate con lo scopo di offrire un’alternativa sostenibile sul piano commerciale del sistema moda. Di fatto il primo e-commerce fashion ed etico, con un’importante componente social, che si propone di risolvere due problemi: uno legato all’esubero di rifiuti tessili (dovuto all’imperversare del fast fashion e dell’iper-consumismo), l’altro riguardante la distribuzione dei brand, ancora legati ad un filiera lunga, macchinosa ed ormai obsoleta. Lablaco è la società fondata da Lorenzo che con il suo team sta sviluppando questo progetto innovativo, ambizioso e decisamente necessario di questi tempi!

Lorenzo Albrighi non ha ancora compiuto trent’anni, ma di esperienze ne ha fatte già parecchie; ha gli occhi svegli, parla tantissimo ma soprattutto con cognizione di causa, perché le idee non gli sono piovute nella mente per caso, ma sono il frutto di problematiche riscontrate sul lavoro nella vita di tutti i giorni (e della voglia di risolvere). Sarto per passione, stilista per vocazione, quando dall’atelier fiorentino al secondo piano di un palazzo in via Tornabuoni decise di passare dalla sartoria al pret-a-poter, si è ritrovato subito a dover fare i conti con la distribuzione e i primi problemi per un giovane sconosciuto che si affaccia timidamente al mondo della moda. Sensibile ai temi ambientali legati all’inquinamento prodotto dall’industria dell’abbigliamento e dagli stessi abiti dismessi, ha immaginato di poter risolvere entrambe le problematiche con un sistema circolare: compri, usi e rimetti in circolo. Tutto comodamente a portata di smartphone! 

GIVE è già in distribuzione da diversi mesi ed è una app dall’interfaccia pulito, rapido ed intuitivo con la quale “donare” a 0€ capi ed accessori che ormai non mettiamo più. Una sorta di baratto internazionale, un luogo virtuale dove condividere il proprio guardaroba per sbarazzarsi dei “non messi” facendo felice un’altra persona a costo zero. Il prezzo è solo quello della spedizione che è a carico del destinatario, ma grazie alla collaborazione con il corriere DHL ha un prezzo per l’Italia che si aggira intorno ai 10€ (senza tralasciare che ti troverai l’omino per il ritiro direttamente sotto casa; la cosa bella è che è tutto collegato). Altrimenti, in quanto social network in piena regola, è anche possibile incontrarsi di persona e scambiare dal vivo, favorendo non solo da dimensione sociale dentro la rete, ma anche quella nella vita reale! Scambiare è modo più immediato per essere sostenibili: quando si produce un po’ meno il pianeta ringrazia! 😉

SHOP è la sorella di GIVE, disponibile da metà di questo mese in versione beta ma ottimizzata e distribuita ufficialmente da settembre, sarà un marketplace dove poter scoprire e acquistare direttamente i prodotti dai designer e negozi preferiti. Una distribuzione senza filtri direttamente dal produttore al cliente finale in una piattaforma on-line; si potrà trovare tutto tramite #hashtag e parole chiave, una sorta di “Spotify della Moda“, dove il cliente ha a disposizione un bacino immenso di marchi e prodotti provenienti da tutte le parti del mondo che può acquistare senza il ricarico di mille intermediari (oggi si passa da marchio—>distributore—>rappresentante—>negozio—>cliente!!!). Il vantaggio è anche per i designer, che in questo modo potranno entrare in contatto direttamente con il pubblico, avendo la possibilità di essere trovati senza dover impazzire per cercare di entrare sul mercato grazie a qualcuno che ti rappresenta e porta in giro le tue creazioni! Ogni profilo utente ha anche una sorta di bacheca dove poter caricare non solo prodotti ma anche foto di ispirazione, di lavoro dietro alle quinte e dove proporre abbinamenti: uno strumento in più per ogni venditore per farsi conoscere a 360°, per il cliente per mostrare le proprie preferenze ad altri utenti e dare suggerimenti di stile.

Lorenzo mi ha fatto vedere entrambe le app sul suo telefono, passando dall’una all’altra (e alla CHAT, una live mail pensata appositamente per designer e per chi fa mestieri legati alla creatività) in maniera talmente veloce che per un istante mi sono sentita vecchia; in realtà è tutto davvero semplice, rapido e con una sola registrazione puoi effettuare mille operazioni rimanendo all’interno dello stesso “circuito“, in un sistema circolare che pensa davvero all’ambiente e alle persone. Quando parla gli si illuminano gli occhi, anche mentre mi racconta degli inizi e delle difficoltà che ha incontrato quando stava per mandare tutto all’aria; fortunatamente non ha ceduto ed ha continuato a credere e perseguire i suoi obiettivi con energia e di voglia di fare; e questo è solo l’inizio. Trovo che il progetto sia davvero interessante e, mentre carico i primi oggetti su GIVE, penso che è anche grazie a persone come Lorenzo che si può davvero costruire un futuro migliore o se non altro alternativo! Per scaricare la APP basta andare sull’APP Store. Per tutti gli aggiornamenti ci sono sito, facebook e instagram. Per iniziare a fare qualcosa di concretamente sostenibile basta iniziare!

Etikology & Nanou: moda organica e sostenibile “Made in Ibiza”

Ho conosciuto Nanou Couture, ma soprattutto il “duo” che lavora assiduamente dietro a questo brand, la scorsa estate durante la sfilata di Moda Adlib in quel di Ibiza (vi avevo già accennato qualcosa); Luca e Nadege avevano invitato Andrea Verdura a vestire i piedi delle loro modelle, creando una sinergia con il marchio toscano non solo stilistica ma anche legata ai valori comuni che li legano: etica e sostenibilità. Quest’inverno, complice Sfashion e qualche viaggio in più sulla Isla ci siamo ritrovati ed ho voluto approfondire la conoscenza, proprio perché si parla spesso di “moda etica e sostenibile” senza sapere, in pratica, in cosa consiste e come si fa. Ecco, loro la fanno sul serio, progettando capi “buoni” e parecchio belli, pratici e comodi, producendo tutto in casa (davvero) e a Km0. Ci siamo fatti una bella chiacchierata…

Chi c’è dietro a Nanou Couture? “Nanou è il diminutivo di Nadege: è così che sua madre Claude la chiamava da bimba. Nanou è la stilista, creatrice e artista che ha dato vita al progetto praticamente da sempre, da quando ha cominciato a cucire a St Michel, a Parigi, per un gruppo di cosplayers. Da quel momento ha saputo che il suo universo sarebbe girato attorno alla Couture.” Nadege è la componente creativa, ma al suo fianco c’è Luca, co-fondatore del marchio e uomo-marketing dalla parlantina veloce. Nanou è moda organica, un progetto che ha cominciato a muovere i primi passi nel 2009 e che continua a crescere anno dopo anno, anche in virtù di viaggi preziosi che hanno fatto lasciare qualsiasi dubbio su quale fosse la strada da seguire: “Il concetto di moda organica Etikology nasce dopo un viaggio in Nord Africa, dove Nadege si è resa conto della realtà che si cela dietro lo smaltimento dei rifiuti: centinaia di dune di sabbia e di buste di spazzatura unite in un triste matrimonio di odori nauseabondi, sotto il sole cocente del Marocco. Dal momento che realmente nulla si crea e nulla si distrugge, Nanou Couture con il progetto Etikology vuole creare moda con metodi e materiali che rispettino l’ambiente e l’essere umano. Un ritorno al passato senza dimenticare il presente che ci circonda.

Ogni collezione è unica, parte dalla musica e dall’osservazione delle persone “quando non ti vedono, quando sono naturali, quando non si sentono osservate e giudicate da altre persone. Quando sono comode. Quando sono stanche. Quando sono in crisi. Quando lottano. Cerchiamo nuove tecniche di sartoria, aspiriamo alla creazione di modelli di grande impatto realizzati con tessuti semplici.” In effetti già ai tempi rimasi impressionata dai lunghi kimono e anche dagli abiti, perché calzavano alla perfezione e nello stesso tempo davano l’idea di essere incredibilmente comodi. La scelta dei materiali è attenta dall’inizio alla fine della produzione ed è quasi tutto “Made in Ibiza” (o comunque in Spagna)..

Usiamo prodotti che siano il più possibile autoctoni. Usiamo cotone prodotto in Spagna, a Girona, vicino Barcellona. Possiamo tracciare il percorso del nostro cotone dalla pianta al tessuto, possiamo accedere a qualsiasi parte del processo di produzione, e questo è molto importante. La maggior parte dei tessuti che vengono importati da Turchia, Egitto o Brasile sono cotoni OGM, sbiancati con cloro, tessuti in fabbriche dove i diritti umani sono a dir poco scarsi. I marchi OCCGuarantee (Organic Cotton Color Guarantee) e GOTS (Global Organic Textile Standard) garantiscono la qualità di un prodotto organico, ecologico, non-ogm e nel suo colore originale. A questo bisogna aggiungere la crisi economica che spinge la gente a essere creativa, cè un grande bisogno di creare posti di lavoro qui dove la gente non ne ha. Molti atelier di moda hanno preferito chiudere piuttosto che continuare a portare avanti i loro marchi, a causa della competizione dei vari Zara e Pimkie presenti sull’isola. Abbiamo conosciuto sarte e sarti di altissimo livello lavorare “dove possono”, pulendo stanze di albergo o in spiagge con i lettini. E deve fare riflettere il fatto che il paese con Inditex sia lo stesso paese dove professionisti del settore lasciano il lavoro di tutta una vita. Occhio, non si giudica. Si analizza. Sono scelte. Io non produco in India e non lo farò. Preferisco farlo con la mia gente qui dove vivo, e presentare un prodotto con un controllo di qualità eccellente, piuttosto che delocalizzare solo per farlo diventare più economico.

Un doppio impegno, quindi, sia legato alla tutela dell’ambiente sia alla valorizzazione del territorio in termini di prodotti ma anche di risorse umane, che di sicuro non mancano ma che spesso sono costrette a ripiegare su altri mestieri perché le produzioni vengono fatte all’estero. “Etikology è il progetto 100% sostenibile di Nanou Couture, il risultato di etica, ecologia e logica applicati alla moda. Nasce nel 2016 come collezione per la sfilata della moda AdLib. Il concetto si è poi esteso a tutta una serie di progetti sostenibili, riallacciandosi con la Slow Fashion, che è una moda a km 0 con uso di materiali naturali o riciclati, tecniche zero waste e assenza di agenti chimici nocivi per salute e ambiente. Come marca artigianale facciamo tutto a mano e con gente del posto in cui viviamo, produciamo tutto qui a Ibiza. Abbiamo aggiunto al concetto di moda sostenibile ed etica pigmenti naturali estratti da piante che coltiviamo nel giardino e negli spazi verdi dell’isola, per dare un tocco di colore in più e migliorare l’estetica del prodotto, e usiamo sale e aceto di produzione locale per fissare i colori al tessuto.

A volte penso che la sostenibilità sia solo la “parola” del momento, altre volte penso che sia l’unica strada percorribile per attuare un cambiamento reale. “La sostenibilità è chiaramente un valore, in realtà non è altro che il consumo responsabile che i nostri nonni avevano all’ordine del giorno. Ultimamente ci sono tante aziende che cercano di ripulire l’immagine del marchio con un’operazione di marketing chiamata greenwashing, che ricicla il concetto di fast fashion aggiungendo dettagli più o meno naturali o ecologici alle loro collezioni, ma che in realtà risultano essere specchietti per le allodole. Però le bugie hanno le gambe corte, e il fatto che una multinazionale usi plastica riciclata recuperata dal mare non deve farci dimenticare che continua lo stesso a contaminare fiumi, distruggere ecosistemi e sfruttare le persone in qualche altra parte del mondo. Questo è il prezzo reale delle cose che compriamo. Sempre più persone sono consapevoli di tutto ciò e stanno spingendo affinché le cose cambino realmente.

Sostenibilità ma anche personalizzazione e servizio sartoriale su misura per il cliente. Questo è quello che c’è alla base dell’idea del “vestito perfetto“…“Ciò che mi è capitato di osservare negli ultimi anni è che le persone non sono quasi mai totalmente contente di ciò che comprano. Una manica, la lunghezza della gonna, due-tre centimetri di spacco in meno, uno scollo più o meno aperto… Quante volte andiamo via dalle boutique contenti solo a metà? Il “vestito perfetto” nasce con il concetto di Antica Sartoria Digitale, ovvero riprendere la sartoria di sempre con l’uso delle nuove tecnologie: facciamo vestiti su misura a persone che ci contattano online e li personalizziamo fino all’ultimo dettaglio. Si può scegliere tra 90 differenti modelli di 3 colori naturali del cotone OCCGuarantee e se c’è un dettaglio che si vuole cambiare, lo si cambia. Adattiamo, in definitiva, il vestito al cliente e non il cliente al vestito.” Finalmente…;)

M: Se ti dico moda…

Luca: …rispondo Etikology! Etica ecologia e logica. Compra poco, buono e fatto da persone per le persone.

M: Se ti dico Sfashion…

L: Sfashion mi piace tantissimo. Mi fa pensare alla Slow Fashion, contrapposta alla moda fast di usare, buttare e comprare di nuovo, circolo vizioso da cui a volte è complicato uscire. Ma siamo fiduciosi, una moda più sostenibile e meno dannosa per il mondo è necessaria e possibile, e la gente sembra essersene resa conto. Finalmente.

C’è poco altro da aggiungere, se non che Nadege e Luca sono un esempio e ispirazione per quanti vogliono davvero produrre in maniera differente (è possibile e dà anche parecchia soddisfazione); Nanou ed Etikology sono due brand dai quali attingere capi originali, comodi e stilosi, frutto di una ricerca costante. In più sono ambasciatori di Fashion Revolution Ibiza e anche quest’anno hanno in programma un evento da non perdere (il 24 aprile, maggiori informazioni qui). Per cui se passate da Ibiza quest’estate potete passare a trovarli o altrimenti iniziare a conoscerli sul web tramite la pagina FB o Instagram. Io li passerò a trovare spesso…e chissà che da cosa nasca cosa. Quando l’onda è la stessa, è bello cavalcarla insieme!

Vintage, re-fashioning e baratto: chiacchierando con Federica di Hobo

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Fare presentazioni in giro non è solo un modo per far conoscere il libro, ma è soprattutto un modo per conoscere persone interessate all’argomento e fare rete “dal vivo“. Durante l’ultima presentazione a Torino, avevo iniziato da 10 minuti, ho visto entrare una ragazza con una cresta fuxia ed una giacca a pelo lungo (finto) rosa e nera che ha subito attirato la mia attenzione; mi ha fatto una domanda a fine presentazione e così è partita una lunga chiacchierata, seguita da aperitivo e pure cena. Colore dei capelli a parte, ho scoperto che sono parecchie le cose in comune e che Federica Pizzato, per gli amici Fedix, un caotico ariete ascendente pesci, è impegnata in un sacco di iniziative per la promozione di una moda etica e sostenibile.

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Mi ha raccontato la storia di HOBO, di come questo sogno abbia preso forma dalla folle idea di due amici “All’inizio era semplicemente una piccola bancarella dell’usato che girava le feste estive della nostra provincia. Ora è una delle attività dell’associazione Groove di Biella che riunisce in sé diversi aspetti legati alla moda sostenibile. In principio era il vintage, e lo è ancora, abbiamo un bacino di circa 1300 capi dagli anni ’50 ai ’90; poi è arrivato l’appuntamento mensile con il baratto di abiti e accessori ed infine un progetto di re-fashioning e laboratorio sartoriale per persone svantaggiate in collaborazione con La Bottega dei Mestieri, luogo di incontro e di lavoro-laboratorio per persone svantaggiate. Lavoriamo con persone che hanno subito traumi fisici come ictus o emorragie cerebrali e con un gruppo di ragazzi e ragazze migranti utilizzando vecchie stoffe e abiti per creare altri prodotti. Da qui sono nate le Hobo Refashioning Tee. Queste sono le nostre tre anime.14292517_1120095744771404_5154309059197993684_n

Tre anime meravigliose, tre modi pratici e concreti per fare davvero una moda sostenibile: utilizzando il passo e riutilizzandolo, evitando nuove produzioni, ma dando vita nuova al passato. Il vintage è divertente, ecologico e meraviglioso. Peccato a volte costi così tanto…

Ci sono diverse tipologie di vintage e diversi fattori che determinano il costo elevato di alcuni capi ad esempio: la fattura, ci sono abiti vintage che sono arrivati fino a noi e costano tanto proprio perché sono arrivati a compiere 20-30-40-50 anni; in più sono quelli fatti meglio in termini di cucitura, rifiniture, qualità dei tessuti, dettagli ecc…La conservazione: gli abiti che arrivano perfetti fino ad attrarci nella boutique del vintage o nello stand della fiera saranno evidentemente più costosi di un abito carino magari, ma con una macchiolina di vecchiaia o l’orlo un po’ scucito scovato al mercatino della domenica. Il brand: è normale che attorno a certi capi iconici di alcuni noti marchi della moda si sia creata una vera e propria corsa al feticcio. Costano meno della versione contemporanea ma il loro prezzo è sempre elevato proprio perché considerati intramontabili dai più ed hanno valore anche per i valori e l’idea innovativa che rappresentano per i tempi in cui sono stati creati. La rarità; un abito da flappers anni ’20 ancora possibile indossare ormai è una rarità.  Perché arrivati ad 80-90 anni di vita anche i tessuti più pregiati iniziano a dare segni di cedimento e gli abiti iniziano a diventare pezzi da museo da ammirare su un manichino. Se avrete la fortuna di scovarne uno da poter sfoggiare ad un party importante pagherete anche la sua rarità di certo.

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E peccato anche che chi indossa il vintage spesso finisce con l’andare in giro come una zia degli anni 60, con quel tocco retrò un po’ troppo retrò. “Bisogna secondo me distinguere tra amanti, appassionati e… fanatici del vintage. Per i primi due la moda è un gioco e il vintage di conseguenza. A queste due tipologie piace mixare i propri capi aggiungendo dettagli presi dal passato, che danno quel tocco di originalità e ricercatezza in più. Gli amanti utilizzano il vintage più a spot, gli appassionati sono più seriali ma con moderazione e tanta creativitàI fanatici esagerano, punto: si vestono sempre come se dovessero partecipare ad una festa a tema, non concepiscono altro che il vestire perfettamente fedeli ad un’epoca e pensano che fare il contrario sia un sacrilegio. A questi ultimi mi sento di dire una cosa: «Anche meno! Cioè ragazzi non vi sentite sempre come se steste recitando una parte?!» A mio avviso il mix and match regala uno stile molto più personale e scegliendo da noi l’accessorio o il capo vintage che fa al caso nostro non potremo far altro che sentirci più gnocche!

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Mi ricorda che bisogna fare attenzione a cosa si acquista e da chi. “Molti capi vintage spesso nascondono ben celati alcuni trabocchetti, bisogna essere acute osservatrici e poco inclini all’impulso, se potete studiate perché il vintage è tanto bello ed etico ma le persone, ahinoi, non sempre lo sono.” Più onesto è sicuramente il baratto, forma di commercio primordiale ma che ultimamente sta tornando in voga, forse proprio perché si tende a consumare (e a spendere) meno. Ogni ultimo sabato del mese Hobo organizza il suo “swap” all’insegna del motto “In un mondo che cambia è felice chi scambia.” Federica è convinta che il baratto sia a tutti gli effetti una parte di futuro che prende spunto dal vecchio, ma oggi più che mai attuale, concetto del non spreco! “Non spreco che significa non solo risparmio per noi ma rispetto del prossimo e del pianeta che ci è stato (non dimentichiamolo) donato! Siamo parte della natura che ci circonda e in qualche modo dovremmo cercare di ricordarcelo“.

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“In passato, in Italia gli abiti si scambiavano soprattutto in famiglia o tra amiche mentre oggi sono tante le iniziative che hanno il baratto come cuore pulsante. Abbiamo raggiunto un livello di saturazione “fashion” tale, grazie alla moda usa e getta, che ormai ognuno di noi ha armadi che straripano di cose inutili ed inutilizzate che magari per qualcun altro potrebbero rappresentare un valore. Credo sia da questa considerazione che tanti come me sono partiti a ripensare un modo per rimettere in circolo la moda.” Rimetterla in circolo così com’è, ma anche modificandola. Il refashoning è un processo di trasformazione dei capi, un po’ come il riciclo, ma differente. Le ho chiesto di fare finta di spiegarlo a mia mamma…11891039_873672612747053_4508199694185256969_n

Di fatto sono le mamme (e le nonne) che potrebbero spiegare meglio a noi cos’è il refashioning! Si tratta della versione più “figa” del recupero e della modifica di abiti e tessuti per ridar loro nuova vita cosa che non avrebbero più nella versione originale. La gonna o il jeans sono irrimediabilmente bucati? No problem! Diventeranno una borsa o una pochette! Oppure possiamo sostituire il pezzo mancante con un altro tessuto differente! La camicetta è logora? Perché crucciarsi?! Fatta a pezzettini potrebbe costituire le applicazioni di una t-shirt. Bottoni che avanzano e sono spaiati? Perché non farne una collana o una spilla? Dunque, spazio alla creatività e soprattutto al recupero del recuperabile, what else?!” E’ semplice e per chi non si sente di fare questi passi da sola, Federica introduce a questa magia del recupero con dei corsi organizzati dalla sua associazione Groove di Biella. A riprova che la moda si può fare e si può vivere diversamente. “Amo l’utilizzo che si può fare della moda per trasmettere messaggi di sé stessi agli altri ma anche e semplicemente messaggi positivi in senso allargato. Odio i dettami, i trend ad ogni costo che sembrano leggi imposte dall’alto e ci fanno sentire inadeguate sempre e fighe mai allo scopo di stimolare ovviamente l’acquisto ossessivo compulsivo e di conseguenza l’omologazione.”

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M: Se ti dico Fashion…

F: Emozioni contrastanti invadono il mio corpo e la mia mente 🙂 Penso a Franca Sozzani, direttrice di Vogue da poco scomparsa, come ad una donna da cui ho sempre avuto messaggi positivi ma era lì in quel mondo che mi è avverso per diversi suoi aspetti, penso alla riviste patinate a cui mi sono avvicinata quando ero poco più che bambina, che mi ispiravano e a come le ho viste cambiare nel corso di questi ormai quasi 15 anni…Quello che ho visto spesso non mi è piaciuto. Penso a certe “fescion” blogger che invece di farmi invidia mi fanno rabbia per il modo assolutamente discutibile con cui sono state legittimate a trattare l’argomentoPenso a un certo fashion di qualità, che parte dal mio territorio, il Biellese, distretto tessile (l’unico a racchiudere in se ancora tutta la filiera produttiva) al quale sono molto legata e a certi nomi e imprenditori che mi rendono orgogliosa di essere nata in questo piccolo angolo di mondo dove un certo modo di lavorare con dedizione, tenacia e operosità sono sempre state un’esempio di vita da seguire…a modo mio!

M: Se ti dico Sfashion…?

Penso alla mia vita 🙂 Al momento in cui da giovane laureata ho capito che il fashion system tradizionale mi dava un po’ di noie allo stomaco e ho iniziato a chiedermi perché: «Perché occuparsi di moda in modo più consapevole, sostenibile ed umano non può essere possibile?!». Oggi vedo tante persone muoversi intorno a questa domanda, mi sento in compagnia e nel mio piccolo cerco di muovermi sempre in questa direzione anche se a volte non è per niente facile.

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No, non è facile, a volte sembra utopico, la gente ti guarda e pensa “poverina, sta lottando contro i mulini a vento” e ti senti una cretina. Ma non importa, quando certi pensieri cominciano a far parte di te e non riesci a fare diversamente, devi insistere. Prima o poi qualcosa si smuove. Federica e io ne siamo convinte. E insisteremo 😉 Per seguire HOBO le sue iniziative questa è la pagina https://www.facebook.com/Hobo-401665789947740/?fref=ts

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Waxmore, unicità a colori

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Lo scorso dicembre, durante la mia pausa in quel di Maiorca, ho ricevuto una mail: era quella di Maria Cristina, mi scriveva che aveva comprato il mio libro, che si ritrova nelle mie parole, che anche lei aveva avuto una storia simile di amore-odio con la moda e che aveva creato un nuovo progetto in un guizzo di follia che vorrebbe farmi vedere e conoscere. Impossibile trattenere la mia curiosità, sono subito andata a sbirciare sul web dove mi sono bastate poche foto per capire che il suo mondo, fatto di colori, di pattern, di tessuti africani e di tanto stile, era decisamente in linea con il mio. Appena sono tornata a Firenze ci siamo incontrate nella sua casa/ufficio/laboratorio (anche in questo siamo simili) ed abbiamo fatto una lunga chiacchierata tra tessuti, accessori e prototipi, parlando di idee, delle passioni che ci accomunano, di dove siamo e di dove vorremmo andare. Sì, c’è stato anche un momento filosofico-esistenziale (lo sfashionista si fa anche domande e pippe sul senso della vita, sennò era una fashion victim) 😉

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Maria Cristina Manca è per tutti “Mari”, sia in Italia che in Africa, dove ha lavorato per molti anni. Scorpione, con un ascendente leone colpevole di farle spesso rivoluzionare la vita, nasce come stilista, diplomandosi all’Accademia di moda e costume di Roma mentre nel frattempo continuava gli studi di sociologia. “Dopo vari di anni di lavoro nella moda e come costumista ho visto che non era come pensavo, che di creativo c’era poco, che il tutto si riduceva a sottostare a dei ferrei paletti che mi davano ogni volta che dovevo disegnare una nuova collezione. Poi sono partita per un viaggio in Messico e sono rimasta lì, riprendendo gli studi di antropologia. Cercavo risposte a molti perché delle cose, capire cosa c’era dietro, anche alla moda.” Antropologa e stilista è un ottimo connubio, soprattutto perché grazie al suo lavoro sul campo, prevalentemente in Africa, sono arrivate le prime ispirazioni e aspirazioni. “Devo molto all’Africa, sia dal punto di vista professionale che personale: mi ha insegnato a rivedere le priorità della vita e dare giusto valore alle cose, mi ha contagiato con allegria e gioia di vivere.” Ed io le credo, è un viaggio che mi manca, ma che farò presto.

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Tutto è iniziato lì“, mi racconta “in un mercato di Bujumbura (Burundi) dove coordinavo una ricerca sulla violenza sessuale. Un mercato immenso, pieno di wax, dove potevi sceglierne uno, girare l’angolo e chiedere a uno dei vari sarti pronti con la Singer a pedale, di cucire un paio di pantaloni. Mi sentivo sciatta alle riunioni, nel mio tailleur o tubino nero, in confronto a quelle donne splendide nei loro femminili abiti tradizionali. Così me se sono fatta fare qualcuno. All’inizio pensavo che desse fastidio questa appropriazione culturale da parte di una donna bianca, poi ho scoperto che faceva piacere e strappava diversi sorrisi.” L’idea di utilizzare questi tessuti per farne un prodotto che non fosse etnico, ma qualcosa di adatto all’Italia/Europa, è arrivata quasi subito. “In vari Paesi dell’Africa si dice che i tessuti wax parlano, raccontano storie, emozioni, con un linguaggio che si sostituisce alla parola.

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E sono proprio stati questi tessuti a far venire in mente a Maria Cristina l’idea di WAXMORE, un piccolo sogno che si è portata dietro per anni fino a qualche mese fa, quando tutto è diventato realtà. Waxmore nasce per portare/mostrare i colori e la magia dell’Africa a Firenze, per poi espandersi nel mondo e tornare di nuovo in Africa per sostenere progetti produttivi di donne. Nasce per dare colore, sia come effetto visivo che come modalità di vivere e lavorare. E per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata) , uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio stile personale.  “Nasce come espressione di tutte le mie esperienze e competenze, come laboratorio dinamico di scambio e meticciato di storie, vite, stoffe e colori. E nasce anche per volontà stilistica e per dare un futuro professionalizzante, una speranza e un progetto di vita.” Già, perché oltre al brand Maria Cristina ha subito attivato un corso, un tirocinio professionalizzante, “voglio fare il sarto“, dedicato ai richiedenti asilo nel nostro Paese.

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La componente sociale è forte, così come la voglia di fare qualcosa che sia utile su più livelli. La cosa che mi ha colpito è la collezione Waxmore divisa in 4 micro-mondi: uno dedicato al viaggio, uno alla casa, uno legato alla tradizione africana e l’altro dedicato al lavoro, in particolare ai medici, infermieri e chef. Una combinazione strana, ma un risultato incredibilmente stiloso “Credo che l’abbigliamento debba essere utilizzato e non dimenticato nell’armadio perché fuori moda, così come penso che gli abiti devono rispondere a esigenze di bellezza ma anche di comodità e praticità. Abbiamo chiesto pareri a medici, infermieri e chef per capire il loro concetto di estetica, di comodità, le loro esigenze e quello che mancava nelle “divise” disponibili sul mercato. Come antropologa medica sono più di 20 anni che lavoro a stretto contatto con i medici e in ambito sanitario e mi sono chiesta più volte perché il loro abbigliamento sia così poco accogliente (cioè brutto); tempo fa in Congo ho chiesto ai medici che lavoravano con i bambini di utilizzare abiti più colorati ed è stata una rivelazione! Sorrisi, vicinanza, maggior fiducia e quindi più attenzione a seguire le prescrizioni mediche...”Come dire, l’abito non fa il medico, ma se il medico si veste meglio gli si dà retta più volentieri.

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Ed ecco quindi l’idea di fare abbigliamento a loro dedicato, trasformando i wax, unendoli a tessuti tinta unita, dandogli un’estetica universale. Nonostante i colori forti, tutto è lavabile a 60 gradi, le tasche sono profonde ed esistono non solo come dettaglio estetico ma come uso reale. Così come reali sono i prodotti dedicati “a chi vive la casa come relax e piacere, come il tempo del non tempo“: tovaglie, runner e tovaglioli, ma anche kimono, pantofole e fasce per capelli coordinate. “Per me la casa è un po’ una cuccia, il luogo dove ritemprarsi e recuperare energie, il luogo degli affetti, dove lasciare fuori stress e stanchezza e permettersi il “non tempo”: fermare la corsa quotidiana e dedicarsi a se stesse e a chi condivide la casa, sia per una serata che per più tempo.” Mi guardo un attimo mentre scrivo e penso che sì, forse un kimono ci vorrebbe anche a me, così, giusto per aggiungere un tocco di stile e colore anche quando passo due o tre giornate senza uscire di casa!!!

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Waxmore è Made In Italy ed artigianale. Il team che collabora con Maria Cristina è interdisciplinare, intergenerazionale, interculturale. “Chi cuce inizia e finisce un capo e ne ha la responsabilità. Non c’è catena di montaggio. C’è impegno, professionalità e caffè insieme. C’è credere nel progetto e dare il massimo.” C’è Fabiana la modellista giramondo, Paola, la super sarta, Samba l’aiutante sarto, Valentina la docente di cucito, Elena Fortuna la responsabile comunicazione. E poi altre figure di supporto come esperto marketing, fotografo, web designer, compresi due tirocinanti. “Sono fortunata: ho un team fantastico!

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M: Se ti dico moda….

MC: “Ti rispondo sperimentare e creare, giocare con forme e volumi e con se stessi, travestirsi e trasformarsi sentendosi sempre a proprio agio; artigianato, dettagli, colore e un pizzico di follia! Ma anche (l’antropologa salta fuori) il volerci tutti un po’ simili, stereotipati, alla rincorsa del Brand del momento per “apparire” a volte come non siamo. Mi vengono i mente i bambini sfruttati in molti Paesi che lavorano in nero, il business del made in Italy dove è sufficiente che in Italia venga realizzato l’ultimo passaggio del capo e siamo a posto.  Mi viene in mente che il concetto di bellezza, di eleganza, di seduzione non è universale, ma cambia da luogo a luogo, da persona a persona, ed è ciò che ci rende unici….a prescindere!

M: Se ti dico Sfashion…

MC: Libertà totale! Sicurezza nell’essere sempre e comunque se stessi al di là delle tendenze moda, delle apparenze. Insomma, un più “essere” che “apparire”, sempre scherzosamente. Non è un grido guerriero “contro la moda!” ma solamente attenzione a se stessi e al mondo.”

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Maria Cristina ha l’iperattività di un vulcano e la profondità di un oceano (sarà sempre colpa di quell’ascendente?), ed il suo progetto che unisce culture, mestieri e socialità differenti non è moda, è oltre. Sono contenta che mi abbia scritto (pensava non rispondessi, io? Anzi…), che ci siamo viste e che abbia condiviso come sia il suo passato che questo nuovo “inizio“. Chissà cosa succederà in futuro…Intanto questa domenica 26 febbraio la potete andare a conoscere anche voi al Gran Bazar a Firenze, Combo, Via mannelli, dalle 12.00 alle 22.00. Chi invece è fuori mano può seguire pagina FB e Instagram.  Come direbbe Mari “Live colourful, feel unique!” 😉

 

Sfashion, 3 mesi dopo!

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Sfashion non è un libro, è uno stile di vita! Ed in effetti, a furia di ripetermelo, questo libro mi sta veramente portando a riconsiderare un sacco di cose, oltre al fatto di avermi fatto fare delle scelte sempre più orientate a quello che c’è scritto dentro (lo so che la coerenza non è propriamente umana, ma predicare bene e razzolare male non è una cosa che mi interessa)!!! Ma la cosa più bella (e che mi ha lasciato parecchio sorpresa) è stato l’interesse suscitato nei media e nelle persone! Ok, l’argomento è sempre attuale, dopotutto la moda è ovunque (che paura!), il titolo intrigante con quella “S” fuxia ed il gioco di parole tra sfashion e sfasciare, ed il mezzo busto decapitato in copertina fa il suo sporco effetto; ma non avevo idea che potesse essere accolto in questo modo. Sono state usate parole bellissime, numerosi ed inaspettati articoli, commenti e recensioni; ma il vero punto non è la quantità e nemmeno i complimenti (che comunque fanno sempre piacere), ma l’aver appurato che il messaggio del libro è passato.

Ed il solo fatto che il messaggio arrivi è la mia più grande soddisfazione (poi se ne vendessi Xmila copie sarei ancora più felice, ma il giorno che vorrò scrivere per vendere metterò su un bel romanzetto smielato…ovvero forse mai)! Perché è una testimonianza che la voglia di parlare di certi argomenti in modo diverso c’è, così come quella di ascoltare in maniera attiva e di mettere in pratica micro-cambiamenti. Chi mi dice “A questo non avevo pensato“, chi ha apprezzato gli indirizzi ed i suggerimenti in fondo al libro, chi è pronto a mettersi in discussione e chi anche solo a farci un pensierino. Il tutto, a detta di chi lo ha letto, in maniera leggera, godibile e divertente, a riprova che per far riflettere e parlare di cose serie non c’è bisogno di essere pesanti e noiosi. E questa è un’altra cosa di cui sono profondamente convinta

“La caratteristica migliore di questo libro, oltre a ironia, buona scrittura e scorrevolezza, è la sensazione di pace che ti lascia: non siamo chiamate ad essere perfette, ma solo a sentirci bene, non ci sono regole valide per tutti e tutte, la diversità è solo una ricchezza.”

Quindi GRAZIE davvero a chi mi ha letto e supportato in questi mesi; c’è ancora tanto da fare, ma con la vostra spinta vado avanti ancora più motivata!!!

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Sfashion però non si ferma, anzi, è stato solo il punto di partenza, una mia presa di coscienza forte che mi sta dando la spinta per portare avanti tante cose collaterali. Il progetto è vivo e si amplierà, uscendo dalla carta stampata e anche dal web; ci vorrà del tempo e immagino già dovrò fare lo slalom tra gli ostacoli mentali e burocratici (o andare di sfondamento), ma i passi in avanti non mi permettono, ormai, di tornare indietro. E manco lo voglio 😉  Nel frattempo che mi organizzo per conquistare il Mondo, le mie incursioni dal vivo da nord-a-sud della Penisola continuano (sto andando a rilento perché nel frattempo sto terminando un altro libro): questo sabato 11 febbraio sarò a Torino, nella Sala Musica del Circolo dei Lettori (una sala fighissima in un luogo meraviglioso), con la mia illustratrice del cuore, Enrica Mannari, e con la presidente di Moda In, Antonella Martinetto. Sarà un incontro interessante e divertente, se siete in zona venite a farmi un saluto…:)eventotorino

—>Qui i dettagli dell’evento! Per entrare a far parte della comunità #sfashionista  c’è una pagina FB ed un profilo INSTAGRAM; potete condividere contenuti e far girare le informazioni usando anche #sfashion e #sfashionthebook. Una piccola rubrica #sfashionista la potete ascoltare tutti i martedì mattina alle ore 10.40 in diretta su Radio Fiesole. Poi basta, per ora…:P

Imnotafashionblog: parola di Annamaria Maisto

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Sfashion unisce…ora, magari non proprio tutti, ma a me sicuramente ha fatto incontrare un sacco di persone e realtà che condividono i miei stessi pensieri, sia nello stile di vita ma soprattutto nel lavoro. E’ stato quasi un colpo di fulmine con Annamaria, i nostri rispettivi progetti hanno dei nomi che sono dichiarazioni d’intenti poco fraintendibili, così quando ho letto “I’m not a fashion blog” non ho resistito. Le nostre chat, sì ci siamo conosciute in rete e no, non ci siamo ancora mai incontrate “dal vivo” perché lei vive, cresce due figli e lavora in Germania, sono state costellate da “Ma dai, anche tu? – “La penso come te” – “Ho avuto la stessa esperienza anche io“. Insomma i punti in comune ci sono (è di Napoli anche lei, per aggiungerne un altro) ma ve la voglio presentare con ordine (e con le sue parole ed immagini).

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Credits ©photo @ingejacobsen and@_0770_ / Editing by @imnotafashionblog

Anna, Annuska per gli amici crucc…ehm, tedeschi, è in realtà un’italianissima donna nata sotto il segno dei Pesci (di febbraio) ma con un potente ascendente in Leone, ed è colei che si è inventata #IMNOTAFASHIONBLOG (tutto attaccato e con il cancelletto perché online si trovano diversi omonimi, ma dal contenuto diametralmente opposto): c’è chi lo definisce un incubatore, chi un collettore di talenti, una piattaforma non convenzionale, un blogazine, un instablog, un portfolio dei suoi lavori. “Io penso che #imnotafashionblog sia uno stato mentale, che sia semplicemente un luogo virtuale in cui mostrare attraverso i miei occhi ed i miei collage la parte artistica della moda, far conoscere nuovi nomi, nuovi progetti, accostare gli artisti italiani e stranieri, semplicemente unire forme di ciò che per me é il bello, d’Autore o meno, del made in Italy e/o del panorama internazionale, che sia Arte , Design, Moda. Poi il tempo ed il caso ha fatto sì che molti dei brand scovati anni fa, ad oggi siano famosi… ma questa é un’altra storia (n.d.r.)

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Credits ©photo @luisatratzishoes@jaeha_london #ph @liamf91@idacallegaro / Editing by @imnotafashionblog

Occhio lungo sul mondo della moda e sicuramente dotata di buon gusto, Anna non è una fashion blogger. Anzi, si è ironicamente definita “L’Anticristo delle Fashion blogger“, proprio perché il lavoro che fa è totalmente diverso, ed ha preso le distanze: “É una lunghissima storia. Sintetizzo dicendo che approdata in Germania aprii uno shop online e creai una capsule collection, un mese dopo ecco le mail di sedicenti blogger che chiedevano capi gratis in cambio di pubblicità, le famose  ed odiatissime collaborazioni. Quando ho cessato l’attivitá ho trasformato il vecchio profilo Instagram della capsule in una piattaforma dove, da Italiana, volevo supportare i giovani designer che seguivo, facendolo senza selfie e mettendo loro in primo piano. Con il tempo l’astio é cresciuto, conosco poche blogger che posso dire di rispettare, per il resto negli anni ho creato un certo rapporto con i produttori e conosco i retroscena di questo mondo, potrei scrivere un libro denuncia sull’altra faccia del fashionblogging, quindi no, non sono una blogger per etica, per modi operandi, perché se mi arriva un presente é sempre dopo per ringraziare e mai prima per incentivare; facile dire é bellissimo se sai che avrai un corrispettivo, perché ci sono molti brand che mi hanno promesso regali, poi mai spediti che comunque continuo a supportare perché non é quello che mi interessa”. Finalmente una testimonianza reale che si può fare blogging anche in maniera diversa!schermata-2017-01-17-alle-22-59-52

Credits ©photo @avanblanc on@bloggerhuntertr@faiztsstudio@evavsmaria

Appurato che Anna non è una fashion blogger, entrando nel suo sito si legge “TALENT COLLECTOR – VISUAL ADDICT – COLLAGE MAKER”. Ed è quello che fa, girando sul web,  saltando da un profilo all’altro e lasciandosi attrarre da una linea, un colore, un capo particolare. “Non leggendo magazine italiani non sono influenzata (premetto che quelli tedeschi secondo me ti riportano indietro di 2 anni, vabbè ma questa e la patria del calzino/crocs n.d.r.)”. Però l’occhio è quasi sempre puntato sui nuovi designer, talenti emergenti e brand nati da poco; scommettere su chi non è ancora “famoso” è sicuramente una scelta diversa rispetto al lavorare per grandi e conosciute case di moda…“Non ho mai pensato di poter lavorare con i grandi, per insicurezza forse, ma soprattutto perché non é quello alla base del progetto; io volevo solo dare spazio  a chi non poteva permettersi le pubblicità sui magazine, a chi creava qualcosa di nuovo e per me stupendo a cui non veniva dato il giusto spazio.” Altro punto in comune, quello di dare spazio e voce a marchi poco conosciuti: io lo faccio con le parole attraverso articoli ed interviste, lei lo fa costruendo collage che poi condivide sul blog, sulla pagina FB e su instagram.

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Credits ©photo @riccardo_la_valle@carlalopezstudio@contourstudio / Editing by @imnotafashionblog

La scelta del collage è singolare…”Ho scaricato un’applicazione per l’iphone ed é semplicemente con quella che faccio tutto; no mai usato programmi complicati: vedo, schrenshotto ed assemblo. La verità è che quando devi allattare il tuo secondogenito ed hai solo una mano a muoversi, non hai tempo per scrivere un post; però volevo creare qualcosa d’ impatto in grado di colpire ma sopratutto incuriosire chi la vede.” Ed in effetti incuriosiscono, le composizioni non sono mai banali e sotto ad ogni collage ci sono crediti fotografici e link diretti ai profili dei marchi in questione. Un modo per veicolare velocemente gli interessati sui profili giusti.

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Credits ©photo @ernestoartillo  @salar_milano @abcense @angostura_ @janja_prokic / Editing by #IMNOTAFASHIONBLOG

Un altro punto in comune con Anna è l’iperattività: la ricerca dei marchi, i collage, il blog e due figli non le hanno impedito di collaborare anche ad altri progetti; l’ultimo nato si chiama Nouvelle Factoryun magazine che va oltre le mode e le consuetudini, uno spazio per fare informazione, confrontarsi e far nascere collaborazioni, dove la moda, l’arte, il design ed il bello sono di casa…Nouvelle Factory é arrivato per caso, come un fulmine a ciel sereno, dall’idea di un’amica di social (Stefania Carpentieri a cui poi se é aggiunta Ilaria Introzzi); volevamo qualcosa di nuovo che unisse le nostre esperienze e passioni, un portale in mezzo ad altri che fosse in grado di distinguersi, che conquistasse, che avesse contenuti validi. E’ stata la mia sfida più grande: in estate abbiamo imbastito il progetto e comprato il dominio ed appena tornata in Germania ho costruito il sito. L’essere così diverse é stata ed é credo la nostra forza. E si, ad oggi é un’altra delle mille mila cose ( #imnotafashionblog, Gushmag.it , Black-Flag.it , IDA Italian Design Agency, Arces Kultur …) che faccio e che chiamo lavoro.schermata-2017-01-17-alle-23-23-23

Se ti dico moda…

“Un mondo in cui sono entrata dal verso sbagliato.”

Se ti dico Sfashion…?

Amo questo termine. Ironizzare sulla moda, prendere i capisaldi di un sistema e fregarsene, credo sia la rotta giusta.

Non so se sia la rotta giusta, ma indubbiamente sapere che sul web si possono trovare dei contenuti diversi, informazioni e suggestioni visive che vanno al di là dei soliti autoscatti celebrativi, è rassicurante e mi fa ben sperare che anche nel mondo dei blog di moda, un giorno, le cose possano cambiare…in meglio! 😉 Per perdersi nei collage (e non solo) di Anna ci sono il blog, la pagina FB ed il profilo Instagram. Su uno di quelli ci sono finita anche io, o meglio lui, il libro…

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#imnotafashionblog #imnotafashionblogsays #annuskasays

Valentina, una sarta anarchica!

Sfashion non è solo un libro. E’ sicuramente uno stile di vita (almeno il mio), ma soprattutto è un progetto molto più ampio per parlare e fare moda in una maniera differente. L’ho sempre raccontata a modo mio in questo blog, ma da oggi ancora di più; vi segnalerò brand, progetti, negozi e persone che, come me, fanno davvero qualcosa di diverso per una moda alternativa, etica, sostenibile, divertente e fuori dalle solite dinamiche. Il movimento c’è ed io non posso fare altro che diffondere e condividere esperienze meravigliose testimoni del “si può fare“. A piccoli passi si fanno chilometri…

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Non ricordo bene come ho incrociato il profilo instagram di Valentina, forse è stata lei per prima ad incrociare me, fatto sta che quando sono andata a sbirciare tra le sue foto ho letto “Come le ciliegie. Moda Anarchica” e mi sono incuriosita subito. Poi mi sono addentrata tra i capi di sua produzione e mi sono persa sul “cappogan” coloratissimo e su tante altre cose, ma è entrando nel sito che è scoppiato l’amore definitivo: “Ciao, sono Valentina. Sono una sarta anarchica” è la frase che accoglie chi entra, insieme ad una foto che la ritrae seduta davanti alla sua macchina da cucire contornata da un bel casino di tessuti, fili e capi buttati in giro. Niente a che vedere con i precisissimi e spesso mono-tematici set di instagram e nemmeno con le patinate fotografie di pinterest; qui c’è una donna, le sue mani, il suo lavoro ed un sorriso contagioso nonostante il caos (must have di ogni sfashionista che si rispetti). Incuriosita dal personaggio, dall’ironia genuina dentro ai suoi post e dalle sue creazioni, la sono andata ad importunare…07

Valentina Amoroso è romagnola, toro ascendente pesci (uh, vedo già qualcosa in comune) e nasce come naturopata ed erborista, ma con una grande passione per il mondo della moda fin da adolescente, quando si aggirava nei mercatini a scovare pezzi insoliti e accessori nascosti. Nel 2008, colpa dell’incertezza lavorativa, ha cominciato a dedicare parecchio più tempo a quello che fino a quel momento era stato solo un hobby; approda così ad un corso di cucito tradizionale ed è lì che capisce che quella modalità non era la sua: “Sarta” è un parolone, diciamo che ho iniziato ad avvicinarmi al cucito nel 2008. Da subito ho capito che con la sartoria classica non centravo nulla e mi sono creata un mio modo di cucire: veloce, impreciso, ma d’effetto e bislacco. Anarchico, appunto. Non uso squadrette, non imbastisco, non metto cerniere né tanto meno fodere. I tessuti devono essere i veri protagonisti, per cui tagli essenziali e poche cuciture.

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Con questo metodo non convenzionale Valentina comincia a muovere i primi passi, riceve i primi apprezzamenti, sperimenta, realizza e decide di fare il salto: nasce “Come le ciliegie“, che “è innanzitutto un brand per le donne che vogliono distinguersi senza rinunciare alla comodità, una moda pensata per vivere la quotidianità sempre a proprio agio, ma con un tocco originale ed estroso. Per me però, “Come Le Ciliegie” è anche molto di più, è il simbolo di tutto il mio mondo, è uno stile di vita: genuino, semplice, gustoso.” Ma è anche il simbolo che ha scelto per rappresentare il variegato universo femminile: “Di varietà di ciliegie ce ne sono tante: più tondeggianti, più allungate, più sode, più morbide, di un rosso più intenso, appena rosate…ma tutte ugualmente squisite! Quale migliore metafora per il corpo femminile? Noi donne siamo tutte diverse, ma ognuna di noi è speciale e unica, e merita degli abiti che sappiano valorizzarla al meglio, nel pieno rispetto delle proprie peculiarità.

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E tra le produzioni di Valentina ce n’è per tutti i gusti. Per le sue collezioni, mi racconta “Parto sempre dal tessuto: è lui che mi suggerisce quello che vuole diventare. Raramente disegno i modelli di una collezione senza aver chiaro i tessuti con cui realizzarli. Fra i capi che mi accompagnano da sempre troviamo sicuramente i braghettoni, pantaloni dalla vestibilità ampia, con il cavallo basso, le tasche e due pieghe frontali; le tutone, realizzate in felpa, super comode e adatte a tutte le taglie (che io adoro); e infine i maxidress a ruota, sia in versione lunga che corta: un vero must per tutte le stagioni! Di quest’ultimo abito ho anche realizzato il Kit.Mo: un kit pensato per chi ama cucire ma non tagliare, con il modello in stoffa già tagliato e tutte le istruzioni per cucirlo.” Ecco, quest’ultima idea del kit la trovo meravigliosa, un modo per invogliare al fai-da-te, condividendo il proprio sapere senza gelosie o paura di essere “copiata“. maxidress-fantasia-corto-moda-handmade

Scommettere poi sul sartoriale, il fatto a mano ed i pezzi unici, in questo momento storico dominato dalle catene del pronto moda e dall’usa-e-getta dei capi di abbigliamento, non è una scelta facile…“Infatti non è semplice farlo funzionare, in quanto la moda delle grandi catene crea una sorta di dipendenza in molte persone. Ci provo a diffondere un tipo di moda differente, incentrata sulla persona e in grado di valorizzare la sua unicità, ma non è facile. Le mie clienti tipo sono donne dai 30 ai 50 anni con una forte personalità, alla ricerca di capi unici con cui distinguersi. Negli ultimi tempi sto lavorando molto con ragazze “morbide”, che non si sentono rappresentate dalle linee “taglie comode” proposte dalla moda tradizionale.” Difficile, ma non per questo cambia strada. Anzi, l’altra scommessa di Valentina è quella del “Fatto in Italia” e della sostenibilità: “Nel mio caso essere sostenibile vuol dire avere fornitori di fiducia per i tessuti – di provenienza italiana –, utilizzare manodopera locale e avere un atteggiamento etico e di rispetto sia per i collaboratori che per il cliente finale, quindi essere trasparenti sul tipo di lavorazione e cercare il più possibile di recuperare e riutilizzare gli scarti di lavorazione, creandovi piccoli accessori come spille, fasce, ecc. Nell’ottica di uno stile di vita maggiormente consapevole, i miei corsi di cucito anarchico per principianti hanno lo scopo di rendere le persone autonome per quel che riguarda la produzione o la riparazione di abiti e accessori, cercando così di ridurre gli sprechi e gli “acquisti compulsivi”. ” E ora ditemi se questa donna non è un piccola (grande) rivoluzionaria…(che nella moda sono tutti a creare dipendenze e finti desideri, non persone indipendenti)

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Se ti dico moda…

“Da adolescente era il mio chiodo fisso: acquistavo tutte le riviste che parlavano di sfilate e stilisti. Oggi, al contrario, cerco il più possibile di non farmi influenzare dalle tendenze del momento, proponendo un mio stile riconoscibile. L’unico mio legame con la moda rimane da sempre Antonio Marras, artista di riferimento e genio creativo.

Se ti dico Sfashion…?

Sfashion per me è la moda personalizzata, che parli davvero della persona che la indossa e non sia solo simbolo di omologazione. Per me ciò che conta davvero è valorizzare l’unicità delle donne.”

E ben venga che ci sia qualcuno che ci valorizza, non solo con tante belle parole, ma soprattutto con i fatti e con capi originali, curati e facili da indossare. Se il mondo di Valentina vi ha incuriosito almeno quanto ha fatto incuriosire me, qui avete tutti i riferimenti dove trovarla, in rete nel suo sito web, su fb con la sua pagina personale e con quella del suo brand e su instagram (dove cura tutto personalmente, fa anche la modella 😉 ), o nella sua bottega-laboratorio-negozio in Via Uberti 14/c Cesena, dove anche io non vedo l’ora di andarla a trovare. Dopotutto “una ciliegia tira l’altra…” 😉

Sfashion è in libreria!

Oggi è IL giorno! Dopo slittamenti, imprevisti, macchine da stampa inceppate e movimenti astrali non identificati, finalmente SFASHION da oggi vedrà la luce delle librerie, reali e virtuali (se poi gli fate percepire anche il calore delle vostre case o il casino delle vostre borse lui sarà ancora più contento)! 😛

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Foto di Enrica Mannari

La presentazione di sabato scorso è stato il battesimo perfetto di un progetto che mi sta molto a cuore. E’ stato meraviglioso vedere la sala piena, di amici (ok, giocavo in casa) ma anche di perfetti sconosciuti, di occhi curiosi, interessati, divertiti, di mani alzate, di partecipazione viva e attiva. Io ho sempre il terrore delle presentazioni dei libri: ho paura che la gente si annoi (forse perché sono io la prima che mi rompo le palle durante certi incontri), che la sala lentamente si svuoti e che la pila dei libri rimanga pressoché intatta. Sabato non è successo niente di tutto ciò: ho visto sguardi attenti, ho sentito risate piene, sono stata piacevolmente stupita dalle domande (di solito nessuno chiede niente) e dalla richiesta del bis del booktrailer. Io mi sono divertita (dopo i primi 10 minuti di panico totale, la solita ansia da prestazione maledetta che non è perché è il terzo libro che non si presenta), chi c’era si è divertito ed i libri tornati a casa con me erano davvero pochi. Grande soddisfazione, quest’ultima, quella di aver suscitato interesse reale per i contenuti del libro. Ovviamente tutto è stato possibile grazie alle meravigliose compagne di palco che hanno condiviso questa esperienza con me, supportando e stimolando la discussione con intelligenti e brillanti riflessioni: LaMario, Enrica, Sara, Valentina ed Erika. GRAZIE!!!14563491_1386682118023665_6760629217119167557_n

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Insomma, non la faccio troppo lunga e non faccio nemmeno troppo pressing, le informazioni sul libro le avete già (se no potete ripescarle da queste parti), la pagina da seguire su FB è questa e per i curiosi c’è anche un profilo INSTAGRAM sfashionissimo. Chi si lancia nella lettura del libro ed ha voglia di condividere il suo parere, una foto o la sua massima espressione sfashionista come me, lo può fare scrivendo una recensione, mandandomi una mail a marina@morgatta.com o utilizzando l’hashtag #sfashion #sfashionthebook o #sfashionista sui santissimi social! Io vi verrò a pescare…in fin dei conti, Sfashion non è solo un libro, è uno stile di vita. Ed io sono convinta che di sfashionisti in giro ce ne sono un sacco…o no? 😉

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Prima di passare da H&M, passate in libreria!—> Marina “Morgatta” Savarese, SFASHION, Morellini Editore

Sfashion: anteprima sabato 29 a Firenze

Ci siamo. O meglio, ci siamo quasi. Il libro nuovo, SFASHION, che doveva già essere in libreria da almeno 5 giorni, in realtà è ancora a decantare dal distributore (macchine editoriali, io ci provo a capirle, ma non è che sia facilissimo), il che ha fatto slittare l’uscita al 3 novembre (sì, lo stesso giorno in cui esce la collezione di Kenzo per H&M, ora decidete voi se andare in libreria a sostenere una non-più-giovane autrice o ad alimentare il conto in banca di una megamultinazionale del fast fashion). Qualcuno mi ha saggiamente raccomandato, mentre ero in preda ad una sclerata da “non controllo sulle cose a causa di agenti esterni“, di stare tranquilla e di “sfruttare gli imprevisti come opportunità“. Ho respirato. E ho trasformato la prima presentazione, in una super ANTEPRIMA (insomma, sto cercando di vendermela così, giusto per farmi passare l’incazzatura)! 😉

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#Sfashion è un progetto a più mani e a più teste, un po’ come un mostro ma più simpatico! Ho fortemente voluto l’intervento di altre penne, oltre la mia, dei contributi autorevoli e con esperienza sul campo in grado di dare un valore aggiunto a tutto il progetto. Ecco, in occasione del 29, le potrete vedere (quasi) tutte. A presentare, direttamente da Roma, la mia compare del venerdì di m2o: ebbene sì, LaMario sarà con me, non solo perché mi vuole bene, ma perché è stata lei a scrivere la prefazione del libro (vi dico solo che io appena l’ho ricevuta mi sono messa a piangere). Enrica Mannari, colei che ha illustrato il libro cogliendone in pieno lo stile e rendendo l’atmosfera attraverso i disegni perfettamente in linea con lo spirito sfashionista, sarà con me (non solo perché è da 22 anni che mi sopporta) armata di penne e pennarelli a disegnare live su libri/segnalibri/manifesti/addominali scolpiti…fullsizerender-4

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Sara Paci, storica del costume, nonché mia ex. prof ai tempi in cui ero una giovane e speranzosa studente, ha deciso di supportare questo progetto e sarà con me per dispensare perle di saggezza e cenni storici che io ormai non ricordo più. Valentina Mancuso è una mia ex-allieva, invece (guarda te che casino di incroci), ed è una super-esperta del colore, specializzata nel linguaggio e psicologia dei colori nella moda; il suo contributo al libro è interessantissimo e mi ha comunicato ieri che ci sarà. Lei purtroppo non ci sarà questa volta, ma Anna Venere,body shape consultant“, ovvero esperta di forme del corpo che insegna le donne a vestire per come sono fatte e non necessariamente con quello che suggeriscono le riviste di moda, è presente nel  libro su un argomento veramente caro a tante donne: “Perché sta bene a tutte e a me no?“…ma non svelo niente di più. Se siete curiose c’è solo un modo…;)

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Ci sarà, invece, la proiezione su maxi schermo del booktrailer più figo dell’anno e presente in sala anche Erika Bastogi, la videomaker che lo ha magistralmente realizzato. Insomma, se non volete venire per me, ci sono altre 5 meravigliose donne con le quale poter interagire. O anche con Tony W, che selezionerà la musica post-chiacchierata. O se volete vi lascio parlare con mia mamma 😉

Vi aspetto (chi c’è) SABATO 29 OTTOBRE, al Caffè Letterario Le Murate, a Firenze, dalle ore 20.00! Dalle 19.00 aperitivo, per chi ha bisogno di avere un paio di drink in circolo prima di sentirmi parlare per un’ora 😛

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