Chi sono i veri fashion victims?

Fashion Victims” è una tipica espressione usata dai modaioli di tutto il mondo che sono devoti alla Moda e che ne subiscono la fascinazione in maniera incontrollata, diventando in qualche modo vittime del sistema. Un esercito di devoti servitori che obbediscono alle tendenze, che adorano il Fashion Guru di turno e che fanno donazioni continue al loro marchio preferito pur di apparire incredibilmente in linea con quello che “va” al momento. Un minuto di silenzio per loro. Purtroppo nel sistema moda esistono altre vittime, vittime vere, vittime che adesso non possono raccontare le loro storie perché rimaste schiacciate delle macerie di una fabbrica crollata o perché ammazzate a caso dal loro datore di lavoro, vittime che invece hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia perché stufe di essere sfruttate…

(Tratto dal film “Fashion Victims” di Alessandro e Chiara Cattaneo)

Non è una storia da film, anche se di documentari sull’argomento ne sono usciti diversi, non ultimo proprio “Fashion Victims“, un film che racconta nomi, volti e storie nascoste dentro alle fabbriche che producono per il mercato della moda internazionale. Qui, nella regione dei Tamil Nadu, in India, le operaie vengono arruolate da intermediari in zone molto povere; vengono letteralmente prese dalle case per condurle in fabbrica (operazione per la quale questi signori ricevono una percentuale che viene trattenuta dal salario delle lavoratrici, carino no?).  Qui lavorano tra le 12 e le 18 ore MINIMO, mangiano e vivono in ostelli appiccicati alle fabbriche, non possono uscire o fare visita alla famiglia e a fine mese lo stipendio viene ritirato dalle famiglie mentre a loro rimane solo il necessario per la sopravvivenza. SOPRAVVIVENZA! Se non è schiavitù moderna questa…

In gran parte si tratta di donne (strano) che spesso lasciano gli studi e vedono in questa soluzione un modo per emanciparsi, aiutare le famiglie e mettere da parte la “dote” per il matrimonio. Già, perché la cosa triste è che in queste zone funziona ancora il sistema della dote,  che le ragazze finiscono per guadagnarsi nelle filande lavorando per ottenere il denaro per sposarsi; il sistema è chiamato Sumangali, che vuol dire “sposa felice”. Una presa di culo in piena regola, essere schiave di un’azienda per poi diventare schiave di un marito…se ci arrivano! Perché in alcuni casi queste ragazze non fanno mai ritorno a casa. Il documentario in questione è stato realizzato con l’aiuto di SAVE (Social Awarness and Voluntary Education), un’associazione no-profit che si occupa di sviluppare programmi di aiuto e ricostruzione socio-economica in vari Paesi. Insomma, un film da vedere per rendersi conto, insieme agli ormai “classiciThe True Cost, River Blue, Plastic China e Minimalism.

Insomma è chiaro e noto che nel mondo della moda lo sfruttamento è un trend poco glamour dove per ottenere il massimo profitto si calpestano vite umane senza nessun tipo di remora. Non vengono garantiti i diritti umani BASE, gli ambienti di lavoro sono in condizioni pessime, gli orari estenuanti e la retribuzione…vabbè, inutile! E non vale dire “sì, vabbè, ma quelli sono Paesi dove si vive con poco”, perché esiste un SALARIO DIGNITOSO (che è diverso da quello minimo) e che dovrebbe garantire a provvedere ai pasti per se stesso e la sua famiglia, pagare l’affitto,  pagare le spese mediche, i vestiti, i trasporti e l’istruzione, mettere da parte una piccola somma per le spese impreviste. Invece quello che accade è…

Un quadretto non molto positivo. E non serve andare in Paesi lontani per assistere a questo tipo di sfruttamento (certo, de-localizzare la produzione è indubbiamente più comodo, perché come si dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e imprenditore che non vede e che NON SA dorme sicuramente sonni più tranquilli); ci sono campagne e ricerche condotte molto vicino a noi (tipo in Toscana nella zona dove si producono le scarpe), che riportano di lavoratori in nero e paghe al di sotto della media anche a pochi passi da casa. Insomma, sembra che l’etica non sia di moda e fare le cose come si deve non è conveniente per i grandi marchi e per i grandi gruppi.

Per combattere tutto questo e riportare a degli equilibri umani il lavoro nel settore tessile mondiale esistono svariate organizzazioni che fanno rilevazioni (audit), ricerche, campagne e stilano report per richiedere standard minimi. Vi consiglio di dare un occhio a ABITI PULITI, la versione italiana di CLEAN CLOTHES CAMPAIGN (che pure merita attenzione), dove report e campagne attive ed urgenti sono a disposizione di tutti per essere supportate, lette e condivise. Dopotutto…

“Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.”

(Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 23)

veramente stanno mancando le basi di umanità e rispetto. E noi, come sempre, abbiamo la possibilità di scegliere e decidere di supportare aziende virtuose invece che quelle che fanno promesse e si sciacquano la bocca con la parola “green” solo per annebbiare le magagne! Per esempio…

Se conoscessimo i nomi e le storie di chi ha fatto i nostri vestiti, cambierebbe il modo in cui li produciamo ed indossiamo?

Secondo me sì…;)

Agenda Sfashion: appuntamenti per conoscere, toccare e capire!

C’è del fermento nell’aria. Un fermento creativo, un fermento informativo, un movimento attivo che nel mese di aprile si risveglia e dà vita ad un sacco di eventi, iniziative, talk e mostre dedicate all’ “altra moda“. Aprile, come ormai sapete da 6 anni, è il mese dedicato alla Fashion Revolution Week (se ignorate di cosa sto parlando, potete rileggere questo articolo), eppure gli appuntamenti interessanti non aspettano la settimana che va dal 22 al 28, ma sono già iniziati. Ecco perché mi sembra doveroso citarvene alcuni. Ieri c’è stato da C.L.A.S.S. il “Class Action“, ovvero delle presentazioni gratuite introduttive sul mondo dell’innovazione responsabile (sì, lo so che è già passato ma sul sito ci sono anche altri appuntamenti, per cui se siete interessati andate a controllare). E’ iniziato ieri, ma durerà fino al 14 aprile, il progetto Isola Critical Lab in quel di Milano.

ISOLA CRITICAL LAB – 9/14 aprile – milano

Una settimana, quella del Salone del Mobile, in cui lo spazio di un ex ristorante abbandonato situato in Via Pepe 38 nel Quartiere Isola prende vita e si rianima per ospitare un temporary store completamente dedicato alla moda sostenibile ed al pensiero critico. Marchi, designer, sarti, stilisti si ritrovano uniti per questa occasione per mostrare, parlare e “fare” praticamente attraverso una serie di workshop dedicati a quelle che sono le tecniche che stanno dietro alla realizzazione dei capi finiti. Un programma di eventi ricco dove poter apprendere in maniera empirica quelle che sono le tecniche di tintura, batik, patchwork e sartoria base, adatti sia ad un pubblico adulto sia di bambini. Ad esporre le loro creazioni, poi, una selezioni di marchi italiani che hanno fatto della sostenibilità e del recupero la base del loro processo creativo: Laboratorio Lavgon, Sassi, Emina Batik, Bottega Gazpacho, Kiyoko Hosoda, Sartoria Ismara, Nicoletta Fasani, Serigne, Heka Couture di Madame Ilary e Djamil Tarou Urban Style. Il tutto è corredato anche da una piccola area espositiva dedicata al lavoro del duo artisticoNabla&Zible, street artist della scena milanese fin dagli anni 2000, conosciuti per il loro “Pensiero Fluido”, che esporranno in questa sede insieme ad altre opere pensate per l’occasione. Insomma, in mezzo al design del Fuori Salone, questo è uno spazio che merita attenzione…e che invoglia anche all’azione! 😉

Sustainable Thinking – 12 aprile 2019/8 marzo 2020 – Museo Ferragamo, Firenze

Quella che si inaugurerà domani 11 aprile a Firenze e che aprirà al pubblico il giorno successivo è una mostra unica nel suo genere. Sustainable Thinking è un progetto che parla di arte, artigianalità, di saper fare, di nuovi materiali, di design circolare e soprattutto della bellezza che si cela dietro alla sostenibilità. E’ un percorso narrativo che parte dalle pionieristiche intuizioni di Salvatore Ferragamo nella ricerca sui materiali naturali, di riciclo e innovativi, fino alle più recenti innovazioni a tema green. La mostra ospita opere di artisti e fashion designer nazionali ed internazionali che presentano la propria chiave di lettura sul recupero di un rapporto  con la natura e la sua profonda relazione con l’artigianalità, l’impiego di materie organiche e il riuso creativo, per valorizzare l’importanza di un impegno collettivo ed invitare ad un un modo di pensare più consapevole e decisamente condivisibile. Un racconto visivo fatto di storia, scoperte, innovazioni e tecniche antiche rimesse in auge per raggiungere un obiettivo comune: quello di pensare alla sostenibilità non come un valore aggiunto, ma come un valore imprescindibile legato al bello. Il progetto è stato ideato da Stefania Ricci (direttrice del Museo Ferragamo) e sviluppato con l’aiuto di Giusy Bettoni (che è la meravigliosa mente dietro a C.L.A.S.S.), Arabella Natalini, Sara Sozzani (Vogue Talents) e Marina Spadafora (responsabile, tra l’altro, di Fashion Revolution Italia). Un progetto importante per contenuti e valore artistico ma anche educativo e sociale, al quale tengo molto perché all’interno della mostra è presente l’opera di un brand toscano con il quale collaboro da due anni: Verdura Shoes è parte di questa esposizione con una creazione speciale che ho avuto il piacere di seguire dall’idea alla sua realizzazione finale, comprese un paio di direttive su come esporre l’opera (e a dire il vero l’ho pure testata indossandola quando era ancora un prototipo 😉 ). Insomma, avete un anno di tempo per vederla, ma io fossi in voi non me la farei scappare…

Fashion Revolution Week – Italia

La Fashion Revolution Week si avvicina. Il movimento è globale, internet e la rete sono i mezzi più diretti per dialogare con i marchi e chiedere trasparenza con il tag #whomademysclothes, ma le attività offline sono comunque tantissime. Anche in Italia. Sono sempre di più le iniziative che vengono proposte durante questa settimana e anche il nostro Paese si dà da fare per diffondere, far conoscere e parlare di questa rivoluzione in atto tramite eventi di varia natura. Proiezioni di film, swap party, mercati e residenze artistiche: quest’anno ce n’è davvero per tutti i gusti (la lista completa degli eventi nazionali ed internazionali sono visionabili sul sito fashionrevolution.org).

LottoZero a Prato offre una residenza per un designer / marchio di moda per venire nel distretto produttivo di Prato a conoscere il quartiere, la storia, i principali attori della produzione tessile e della moda; constatare con mano chi fa i loro vestiti con l’obiettivo di procurarsi almeno un materiale o di produrre almeno un nuovo oggetto in zona. (Qui tutte le informazioni sul bando e come partecipare). Il 23 aprile ci sarà la proiezione del film “Fashion Victims” di Chiara Cattaneo e Alessandro Brasile al Cinema Mexico in via Savona a Milano. Il documentario è la fotografia delle vere vittime della moda, lavoratrici indiane del mondo Fashion, che sono costrette a lavorare in condizioni pessime, senza contatti con il mondo esterno, senza stipendio mensile e lontane dalle loro famiglie. Le storie vere di vite-non vite di chi quotidianamente lavora per produrre quello che indossiamo ogni giorno. In quel di Brescia, invece, sabato 27 aprile in Piazza Mercato,  Hopificio Associazione Culturale ospiterà BENE MI FA PIACERE Green&Revolution Market, un evento che ospiterà artigiani, workshop, talk e laboratori. Un’occasione per scoprire prodotti fatti a mano nati dalla creativitá e dal riuso intelligente, per conoscere meglio l’abbigliamento sostenibile e valorizzare gli oggetti che entrano nelle case riconoscendone la storia. Appuntamenti diversi con un unico scopo: quello di far conoscere le alternative ad un sistema ormai obsoleto e non al passo con le esigenze dei tempi!

Altri eventi vengono aggiunti giornalmente QUI…

Insomma, io due dritte ve le ho date. Adesso tocca voi muovervi…o seguire le mie stories di questi giorni, che in un paio di posti volendo vi ci posso portare pure io virtualmente 😉

(Ah…se vi capita oggi comprate “il giornale” o “la nazione” che nell’inserto speciale c’è una mini intervista sull’argomento alla sottoscritta!

Seconda mano, Seconda vita!

Un tempo si usava passare i vestiti di fratello in fratello, scambiare le cose tra cugine e lasciare armadi in eredità ai piccoli in arrivo. Era un modo per risparmiare, ma anche per far continuare a vivere i “capi buoni” tramandandoli ai posteri. Ora, che di capi buoni dell’armadio ce ne sono sempre meno, sostituiti dai cenci* (*toscanismo per pezze, stracci) del pronto moda che durano al massimo il tempo della stagione in corso, è difficile che si inneschi questa catena di sopravvivenza dei prodotti. Eppure comprare o scambiare indumenti di seconda mano è un modo per dargli una seconda vita (e contribuire ad inquinare meno)! 😉

I numeri terrificanti e le proiezioni del terrore con le quali ci informano che la produzione di abbigliamento è sfuggita un attimo di mano sono i nostri occhi tutti i santi giorni (o almeno sotto ai miei che seguo svariati profili e blog inerenti all’argomento, ma anche la stampa tradizionale direi che negli ultimi mesi si sta dando da fare), quindi non c’è bisogno di dare troppe spiegazioni sul perché comprare cose già esistenti è meglio che andare a foraggiare l’industria del pronto moda & affini. Che si tratti di vintage, capi di seconda mano comprati online, nei mercatini o in appositi negozi, o che siano oggetti semplicemente scambiati tra le mura domestiche con amici&parenti, è solo una questione di scelta. E, se da una parte sondaggi stanno dimostrando che ci sono sempre più consumatori inclini all’uso di indumenti di seconda mano, in giro ci sono ancora tantissime reticenze…

La filosofia secondo cuione man’s trash is another man’s treasure”, ovvero la spazzatura di uno può essere il tesoro di un’altro, soprattutto nel nostro Paese non attecchisce molto; o meglio, o ci sono appassionati SOLO di cose di seconda mano o c’è chi non ci si avvicina nemmeno er sbaglio. Un’abitudine e una diffidenza da rimettere in discussione, perché se è vero che le “6R” sono tutte valide (Reduce, reuse, recycle, repair, re think, refuse), la numero due è lì non perché suona bene ma perché in ordine di impatto. Il RIUSO è un modo per alimentare l’economia circolare, per evitare lo spreco di risorse nella produzione del nuovo mentre si mantiene in vita “il vecchio”. Che poi, parliamoci chiaramente, il “vecchio” in questione a volte è vecchio di sei mesi, al massimo un anno, forse due, passati nell’armadio prima di essere sostituito da qualcosa di nuovo a decisamente più in linea con le tendenze del momento. Eppure c’è chi legge ancora in tutto ciò che è di seconda mano “uno scarto“, della spazzatura di qualcuno che si è voluto liberare di cose vecchie e brutte. E soprattutto già usate, “che schifo!!!

Ecco, questa forse è l’obiezione che ho sentito fare in giro più spesso, sulla sensazione di poca igiene nel comprare ed indossare cose già messe da altri. Beh, anche le tazzine del bar con il quale si prende il caffè sono state usate mille volte da mille altri, ma non è che non ce lo beviamo più, o no?!? Ciò che si trova sia nei negozi che nei siti di abbigliamento/accessori di seconda mano di solito è lavato e nulla vieta a chi ne entra in possesso di fargli fare un vecchio giro in lavatrice, così, giusto per sterilizzare ulteriormente se proprio siamo ossessionati dai germi. Basterebbe spostare l’attenzione dai bacilli alla storia di questi oggetti, al loro vissuto passato e alla possibilità di dargli un futuro diverso, che non sia in un inceneritore in mezzo ad altri kg di indumenti, bensì all’aria aperta, accompagnando noi e chi verrà dopo nella nostra personalissima passerella della vita!  Se si pensa poi che quello che non utilizziamo più può far felice qualcun altro…ben venga tutto quello che è di seconda mano! 😉

Per quanto mi riguarda lo scambio con le mie amiche è quasi un’abitudine ad ogni cambio stagione, ma anche durante la stagione in corso, tanto che mia madre ogni tanto mi prende per il culo “Enrica ti ha rifatto il guardaroba anche quest’anno, eh?“…ebbene sì, io shopping non lo faccio volentieri (deformazione professionale, capita) ed il nostro baratto casalingo è quello che mi dà linfa vitale, soprattutto in inverno. A Ibiza mi diverto a spulciare al Rastrillo di San Jordi il sabato, dove c’è di tutto di più e ti accorgi davvero che negli “scarti” altrui ci può essere il tesoro che cercavi da mesi. Insomma, è un’opzione in più da prendere o ri-prendere in considerazione…

Voi come siete messe con l’acquisto o scambio di seconda mano?

Vintage Revolution Tour: 5 mercati in cui scovare chicche retrò a Torino

di Federica Pizzato 

C’è stato un tempo, qualche anno fa che, oltre a scrivere di vintage, ho dedicato diversi weekend a vendere ed esporre abiti retrò a fiere e mercati e diverso tempo alla ricerca di capi interessanti tra i banchi di altrettanti eventi. È quindi da questa bella esperienza diretta che è nata l’idea di portarvi con me in una delle città che ho frequentato più spesso sia da mercante che da esploratrice. Torino. Come già saprete Torino e un pot-pourri di stili e modi di vivere completamente diversi tra loro e questo si rispecchia a mio avviso anche nell’offerta che mercatini vintage ed hand made danno ai loro visitatori. Ecco a voi una carrellata dei mercati che mi hanno colpito di più.

Il metropolitano – San Salvario Emporium

Ogni mese 100 tra maker e venditori di vintage provenienti da tutta Italia, presentano i loro prodotti sotto le tettoie di piazza Madama Cristina a San Salvario, quartiere di Torino, sede di numerosi studi, atelier, laboratori di artigiani e principale centro della vita culturale notturna torinese. Stilisti, artigiani, designer, illustratori ed editori indipendenti che, attraverso tecniche e stili in cui si intrecciano tradizione, estetica contemporanea, ricerca e sperimentazione, creano prodotti originali realizzati in pezzi unici o in tiratura limitata. Il tutto corredato da workshop e dimostrazioni, condotti dagli stessi espositori, dal food corner con un menù di street food originale, e dalla busking zone dove si esibiscono band, songwriter e artisti di strada esclusivamente in acustico a diretto contatto col pubblico. Il San Salvario Emporium è un modo diverso di vivere la domenica, un bazar in cui le creazioni degli espositori si mischiano alle parole della gente, alla musica e ai rumori delle strade circostanti. Personalmente lo consiglio sia per fare acquisti originali che davvero per passare una domenica con gli amici circondati da allegria e creatività.

L’alternativo  – Bunker Big Market

L’impronta di questo mercato è simile a quella dell’Emporium e la location è altrettanto interessante se non di più: il Bunker con i suoi spazi di via Paganini, riconvertiti già da diversi anni in un centro culturale indipendente. Qui si trova davvero di tutto: dall’hand-made al vintage, dai pezzi originali al second hand: sneakers, gioielli, vinili, un’area relax con incensi, té e tisane, un’area completamente dedicata al food e poi l’orto urbano, campi di basket e addirittura un piccolo bacino dove praticare wakeboard. La moda che non corre dunque, ma che rilassa, incuriosisce, fa stare bene e un’esperienza a 360 gradi che si unisce alla musica, allo sport e alla natura. Proprio per questo è frequentato da una “fauna” super eterogenea, dagli 0 ai 70 anni!

Il classico dei classici  – Il Gran Balon

Non un mercato ma una tradizione senza la quale Torino non sarebbe più la stessa, il Gran Balon è uno dei cuori pulsanti della città da quando esiste. E’ il mercato dell’antiquariato minore della città di Torino, dal 1985. 250 bancarelle, 50 negozi, bar e ristoranti ogni seconda domenica del mese lo popolano da 30 anni. Antiquari, rigattieri, operatori dell’ingegno espongono con cura le loro merci, mobili, ceramiche, libri, abbigliamento, vintage, prodotti di artigianato tra il quartiere Borgo Dora e Porta Palazzo. All’interno del Cortile del Maglio, invece, a pochi passi dalle bancarelle vintage potrete trovare manufatti e prodotti artigianali ed interessanti esposizioni che attirano un pubblico di appassionati. Qui c’è proprio l’occasione di mettere in pratica le proprie abilità nello scovare chicche e nella contrattazione.

Shopping con  vista – il Vintage della Gran Madre

Nella grande piazza ai piedi della Cattedrale, a pochi passi da Po e da Piazza Vittorio Veneto ecco che una domenica al mese, più di 50 espositori di vintage di ogni tipo colorano la zona. L’ubicazione è raccolta, elegante, di facile accesso, ai margini del centro storico ma appartata come si conviene alla sobrietà senza clamore. Qui vi potrete concentrare su antichità di ogni tipo, tra abbigliamento e oggetti di ogni genere.

In centrissimo  – il Mercato Vintage di Piazza Carlo Alberto

Sullo stesso stile del Vintage della Gran Madre, ma nel salotto buono di Torino, ecco fare capolino il mercato di Piazza Carlo Alberto. Si svolge ogni secondo sabato del mese ed è un tripudio di vestiti, borse, cappelli, scarpe e bigiotteria. Tanti gli oggetti anche per l’arredamento della casa ma anche tessuti. Nel mercatino potrete trovare anche alcune bancarelle di modernariato che propongono oggetti, dagli anni ’20 agli anni ’70, come telefoni d’epoca, radio, macchine fotografiche, televisori e giradischi. E se siete fortunati, camminando per il mercatino, potreste incappare in una vera e propria sfilata di moda con interessanti trasformazioni di capi militari o vestiti d’epoca a cui sono stati applicati inserti di tessuti pregiati come sete pizzi, paramenti sacri e massonici.

Insomma, che vi sentiate underground, classici o nostalgici o semplicemente che vogliate dedicare qualche ora del vostro weekend non ai soliti acquisti fine a se stessi ma a delle esperienze vive, Torino sarà pronta ad accogliervi a braccia aperte e a regalarvi mille angoli di meraviglie!

—> Se ne volete sapere di più di Moda Vintage e se volete incontrare Federica dal vivo non vi dovete perdere il suo corso in 3 appuntamenti, per fare un tuffo nel passato, per rivivere la storia e riscoprire i capi celebri di ogni epoca. Ed imparare a fare shopping retrò in modo consapevole. 😉 Maggiori info qui: https://www.facebook.com/events/1865376003566646/

Innovazione responsabile: la scelta “smart” di C.L.A.S.S.

Giovedì scorso sono andata nel quartier generale di C.L.A.S.S., hub dedicato  all’innovazione dei materiale intelligenti, all’istruzione, al marketing e alla comunicazione, specializzato nell’integrazione di una nuova generazione di valori intelligenti per la moda, i prodotti e le imprese. Avevo già sentito parlare di questa realtà tramite Camilla, ideatrice del marchio Zero Barra Cento, ma io amo andare a fondo delle cose che mi incuriosiscono e volevo approfondire, vedere e soprattutto toccare con mano. Così mi sono seduta nel piccolo showroom davanti a Giusy Bettoni e abbiamo parlato ininterrottamente per due ore!!! 🙂

Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma quando mi sono ritrovata davanti a Giusy mi sono sentita a casa, accolta da una donna gentile, disponibile, curiosa, attiva e con un bagaglio di conoscenze che io sarei rimasta a prendere appunti ed ascoltare storie tutto il giorno. Giusy è la fondatrice di C.LA.S.S. (nato nel 2007), ma è da 33 anni che lavora nel mondo del tessile e fin dagli anni 2000 si occupa di innovazione responsabile (non ama le parole sostenibilità, eco e green, e su questo ci siamo trovate immediatamente d’accordo) partendo dal settore delle materie prime e coniugandole con la parte marketing e comunicazione. Il suo è un approccio integrato con designer, marchi e organizzazioni internazionali per fornire informazioni relative ai tessuti intelligenti e alle scoperte tecnologiche; C.L.A.S.S. è un punto di riferimento per le consulenze alle aziende che vogliono aggiungere alla sostenibilità anche innovazione e comunicazione. Insomma, una sorta di ponte tra aziende produttrici di materiali e brand, dove il suo punto forte è nella consulenza, ma sopratutto nella comunicazione, perché se l’innovazione non la sai comunicare è fatica sprecata: “storytelling e storymaking devono andare di pari passo“! Così, dopo anni spesi lavorando in tutto il mondo (e non ha ancora finito, anzi, è spesso in giro per workshop, consulenze, attività formative e divulgative)  è tornata a Milano per fondare C.L.A.S.S., acronimo che sta per Creativity Lifestyle and Sustainable Sinergy, ed il cui payoff è una chiara dichiarazione d’intenti:the smart choice in creating fashion“.

SMART noi lo traduciamo semplicemente con “intelligente“, in realtà l’essere smart ha qualcosa in più, è un’intelligenza acuta, vivace, brillante e anche un po’ furba (nell’accezione positiva del termine); quella che ci vuole per far evolvere le aziende di moda verso un futuro meno impattante. Lo scopo di Giusy e del team che lavora per lei è quello di introdurre un nuovo modo di pensare il design,  un cambio di prospettiva che consenta alle aziende di essere competitive e socialmente responsabili. L’approccio è tridimensionale ed i punti chiave sono: design, innovazione e responsabilità. Il design non deve essere sacrificato alla responsabilità e nello stesso tempo l’innovazione deve essere al servizio del design. Non è una supercazzola, ma la convinzione che quando si parla di moda ci vuole lo stile e ci vogliono le performance, per cui sì innovare in maniera responsabile sfruttando le nuove tecnologie per offrire materiali intelligenti ed anche belli. Come dire, il cotone organico va bene, ma se devi fare un impermeabile? E da qui è partita parlandomi dei nuovi materiali: il NEWLIFE, poliestere ottenuto con il riciclo delle bottiglie pulite, il progetto Re.Verso™ wool. Re.Verso™ cashmere, tessuti sviluppati con Mapel per l’inverno 2015/2016 insieme a GUCCI, e la Green Line di ECOTEC®  con filati ottenuti trasformando gli scarti del taglio, ovvero materiale vergine diviso per colore che non necessita nemmeno di essere colorato. Dagli “avanzi” ad “eccellenze”…e non chiamatelo riciclo che Giusy si arrabbia!

Già, perché le parole sono importanti ed è proprio sulla parte comunicativa che Giusy insiste: bisogna saper comunicare e comunicare valori e risultati che siano però misurabili, altrimenti si casca in quello che sentiamo etichettare spesso come “greenwashing“, ovvero usare parole a caso per ripulirsi la coscienza in nome di questa tendenza verde, senza che questo sia supportato da prove tangibili. Anche basta! Consulenza, comunicazione ma anche formazione: dal 2015 è attiva anche questa sezione che offre laboratori interattivi dedicati al design intelligente, alla ricerca di materiali e alla comunicazione strategica per marchi, professionisti, designer emergenti e appassionati di moda. Insomma, chiunque voglia intraprendere questa strada innovativa e responsabile può trovare in C.L.A.S.S. una spalla fondamentale per capire che direzione prendere, accompagnati con passione da Giusy e dal suo team. Lei vuole dare ai designer la scelta, non imporre niente, semplicemente guidarlo proponendo novità e mettendolo al corrente di tecnologie ed innovazioni già presenti sul mercato che aspettano solo di trovare impieghi creativi nel mondo della moda.

Poteva fermarsi qui (che già da fare ne ha parecchio, visto che, tra le altre mille cose, cura anche una sezione speciale di PREMIERE VISION chiamata Smart Creation) e invece nel 2018 è stato inaugurato anche Class Eco Shop, ovvero un e-commerce che vende i materiali delle aziende partner SENZA MINIMI (si va da un metro fino ad un massimo di 50 metri) per permettere alle imprese emergenti, ai designer e anche agli studenti di muovere i primi passi verso una progettazione sostenibile. Questa è un’iniziativa UNICA nel suo genere (e anche di non semplice gestione, mi racconta Luca, che si occupa di questo neonato shop, mentre riempie il tavolo di campioni illustrandomeli tutti in maniera esemplare), ma fortemente voluta proprio per avvicinare i progettisti del futuro a questo mondo che, a breve, non sarà più un’opzione ma la regola.

Inutile dire che sono uscita da lì con gli occhi a cuore, felice di aver conosciuto una donna come Giusy, forte, visionaria, positiva, un’imprenditrice con tutte le carte in regola e con la voglia di portare avanti la sua missione ed il suo business in maniera…decisamente SMART! 😉 E credo che i nostri contatti non finiranno qui, dopotutto, anche in questo ambiente, l’unione con persone sulla stessa lunghezza d’onda, fa la forza!

https://www.classecohub.org/

https://www.classecohub.org/shop/

Trovate entrambi anche su IG!!!

 

Salviamoci dai Fashion People

Le persone che incontriamo nella vita possono fare la differenza nel nostro percorso in questo mondo. Le persone che incontriamo quando ci stiamo formando, che sia la scuola, il liceo o l’università, insomma, i “professori” possono segnarci in maniera importante, nel bene e nel male…(motivo per cui anche loro andrebbero scelti parecchio bene). Quando fai il primo ingresso nel mondo della moda, attraverso la porta di una scuola specializzata o di un negozio dove si inizia a fare la commessa giusto per metterci un piede, essere “traumatizzati” è un attimo. Già, perché nel mondo della moda se non sei “allineata” agli standard estetico-comportamentali previsti da un silenzioso regolamento interno c’è chi ti comincia a squadrare dal basso all’alto tentando di farti sentire inappropriata. Capita continuamente e lì, se non sei forte o completamente incosciente, ne risenti. Oggi vi faccio raccontare i fashion people dalle parole del mio libro, così, giusto per capire con chi abbiamo a che fare… 😉

Illustrazione di Enrica Mannari

“C’è chi lavora beatamente nella Moda e chi si sente il Dio dello Stile materializzatosi nel mondo per illuminare noi comuni mortali. Chi cammina con i piedi per terra cosciente di fare un delizioso lavoro creativo e chi vola sulle teste altrui convinto di far parte di un olimpo di privilegiati manipolatori di tendenze. Insomma, c’è chi vive tranquillamente la moda e chi se la tira ai massimi livelli cosmici solo perché ha a che fare con quattro pezze. Uh, l’ho detto.

Nella mia brillantissima carriera ho avuto a che fare con tutti gli appartenenti alla filiera modaiola: esperti di marketing, modelliste, direttori di aziende, ricamatrici turche, stilisti, rappresentanti, modelli, registi di sfilate, commesse, allestitori; insomma, me la sono fatta un po’ con tutti. Professionalmente, è ovvio! Tra professionisti umili e professionali e gli invasati impregnati di Moda fino al midollo c’è un baratro incolmabile pieno di glamour, di abiti neri destrutturati, di questioni gravissime da risolvere in tempi brevi come la modella con il 42 di piede che non entra nelle nuovissime scarpette di pelle di marmotta screziata. In effetti son problemoni…

I veri fashion people sono pericolosi come l’esercito di Dart Fener. I veri fashion people ti fanno venire voglia di mandarli in giro con gli stessi vestiti addosso per una settimana per verificare se effettivamente gli vengono le crisi isteriche come dicono. I veri fashion people sono quelli che fanno passare la voglia di lavorare nella moda, perché sono pesanti come mille pezze di tessuto ed averci a che fare vuol dire essere contagiati da quest’aura nera e dover gestire la loro follia. I guerrieri del Male, però, non sono tutti uguali, ecco come distinguerli e riconoscerli…e possibilmente evitarli.

I Seriosi Cavalieri Neri

Non sorridono quasi mai o solo quando clamorosamente ubriachi durante qualche party esclusivo, ma tendenzialmente il controllo cercano di non perderlo, indossano solo ed esclusivamente le loro uniformi nere, basiche ai limiti del classico o moderne destrutturazioni di qualche guru giapponese, con qualche opzione per il bianco, ottico. L’andatura è impostata, con un palo che dal fondoschiena arriva direttamente alla punta dei capelli, dritti e fieri, che se non gli sbatti addosso manco ti salutano perché lo sguardo è oltre. Dopotutto, loro lavorano per la Moda, devono sempre guardare avanti. L’occhio è perso, come i pensieri, in questioni di vitale importanza che voi Umani non potete nemmeno immaginare: come sarà la prossima collezione di Margiela? Come faccio a far tornare nera la giacca che con il sole si è scolorita? Ho postato su Facebook foto abbastanza alternative o mi scambieranno per il solito lettore seriale di Grazia? Cose così, indispensabili al futuro dell’umanità. Quando parlano scandiscono le parole, infarcendo i discorsi di tecnicismi e prodezze per “addetti ai lavori”, per valutare se siete all’altezza della conversazione o no; di fatto, anche uno stupido scambio di battute sembra un colloquio di lavoro per la Nasa. Viene voglia di scuoterli e ballargli davanti una stupida canzone giapponese vestite da Sailor Moon, ma con i capelli rosa. Perché l’unico modo per causargli un’immediata perdita di forze è accecarli con il potere dell’Arcobaleno. Non lo reggono. È un insulto al loro ordine. Nero.

I Servitori della Moda

Sono i valletti e vallette della Moda. Per loro la Moda è tutto: leggono solo riviste fashion, consultano solo siti fashion, sanno a memoria i nomi di tutti i brand più cool del momento ma ignorano la data della Rivoluzione francese, vanno solo ad eventi fashion dove possono dimostrare di essere state con milleottocento scatti condivisi ovunque, sono sempre agghindate come l’ultima copertina di Vogue (anche se in copertina c’è Lady Gaga nuda, limportante è essere sempre al passo con le tendenze) e cambiano fidanzato con l’uscita delle nuove collezioni: dopo sei mesi c’è bisogno di rinnovarsi. In tutti i campi. I Servitori con un bel conto in banca si lanciano nelle migliori boutique, sfoggiando marchi in ogni dove (sì, anche laggiù dove non batte il sole); quelli con il portafoglio ridotto ripiegano nelle catene del fast fashion, ottenendo comunque lo stesso risultato: in fin dei conti fino a quando i Forrester si prostituiranno firmando le collezioni per la Spectra, ci saranno quintali di stile per tutti. I Devoti, naturalmente, sognano di lavorare nella Moda, non importa dove, basta essere insediati nel loro habitat naturale ed assecondare la loro inclinazione vitale. E vissero felici e contenti a fare fotocopie per l’ultimo schiavo dell’ufficio stile. Per causargli uno svenimento immediato inviategli come regalo di compleanno una T-shirt della passata stagione. Non potranno reggere allo shock!

I Superlativi Assertivi

Non parlano, squittiscono. Hanno un repertorio di vocaboli che spazia da aggettivi pessimi a quelli pieni di glitter, ma senza passare dal mezzo. Bello non esiste. Esiste “orribile” o “SUPERWOW” , volutamente maiuscolo, perché in questi casi il tono di voce si alza sensibilmente. Anche emotivamente non hanno vie di mezzo: ci sono tragedie, come quel ricamo venuto male, o euforia dilagante, tipo l’ultima delle blogger che ha postato una foto con la loro magliettina stampata con un teschio. Ecco perché lavorarci insieme mette seriamente in pericolo la stabilità psicologica di ogni soggetto un minimo sano di mente. Ti uccidono. La loro euforia a volte funziona per l’autostima: quando ritengono che siete giuste non si fanno problemi a farvi schizzare l’ego alle stelle a suon di complimenti…esagerati. Ma se poco poco il vostro outfit non gli torna vi seppelliscono con una mitragliata di infamate, glamour, che le parolacce non sono contemplate, e poi stordiscono di consigli. I Superlativi sono super anche nel look: sempre di tendenza, molto attenti al dettaglio, all’accessorio, alla rifinitura, al capello che non sia fuori posto, all’anello giusto, al profumo azzeccato, alla sciarpa messa in un certo modo, il calzino tirato su un dito sopra al malleolo e non di più, il risvoltino dei pantaloni al punto giusto…roba da esaurimento, per la quale loro vanno matti. Altrimenti non si sveglierebbero tutte le mattine tre ore prima di andare al lavoro. Cercheranno sempre, però, di far credere che si sistemano in cinque minuti e che l’abbinamento che hanno è stato solo un caso. In queste occasioni basta annuire. Per farli rimanere muti ed inespressivi provategli a dire che la loro ultima collezione è “carina”: un parere così neutro e senza enfasi li lascerà basiti e probabilmente farà in modo che passino un paio di anni in analisi dallo psicanalista delle dive.

Gli Evangelizzatori Snob

Sembrano moderati, ma sono fastidiosi come tutti. Sono quelli la cui missione è evangelizzare e portare la Moda in ogni angolo del Globo, alcuni sono più silenziosi, altri più caciaroni, ma la sostanza non cambia. Li riconosci perché, che siano vestiti da pagliacci agghindati di tutto punto o in divisa semi-formale ma comunque all’ultimo grido, hanno sempre quel fare che ti squadra dall’alto in basso. In ogni occasione e con chiunque parlino. Anche con Gesù, che con quella tunica non è che sia proprio in stile, forse dovrebbe aggiungerci delle frange. Sono incredibilmente snob: fanno bene tutto loro e solo loro, quando ti mostrano un vestito sembra parlino dell’ultima scoperta della fisica quantistica e, naturalmente, se di fisica non ne capisci un cazzo, come pensi di poter esprimere il tuo parere su quell’innovativo tubino a scacchi? Il sapere supremo è nelle loro mani. Tu, inutile pedina messa in terra per obbedire e consumare, ti devi solo limitare a tacere e prendere ogni editoriale come un testo sacro. Amen. Anche tra di loro si snobbano, ma con il sorriso. Certe fiere di settore sembrano la Sagra dell’Odio, dove tutti fanno a gara per sembrare più fighi, dove si ignorano tra simili e nello stesso tempo si guardano in cagnesco con singolare invidia e spocchia evidente. Fingono solidarietà e dietro le spalle ricamano commenti acidi come se non ci fosse un domani. Deliziosi, solo da guardare. Per intaccare la loro fiera autostima provate, in pubblica occasione, ad intavolare una conversazione su un argomento a piacere che riguarda, che ne so, l’arte o la cultura. È graziosissimo vederli arrampicare sugli specchi perché, Moda a parte, non sanno niente di nient’altro. ”

Capito come siamo messi? O_o Fortunatamente non c’è solo questo, nel mio percorso ho incontrato persone meravigliose che non mi hanno mai fatto sentire fuori luogo, anzi, hanno sempre spinto per valorizzare la diversità facendola diventare un punto di forza. Ed io, come docente, cerco di fare lo stesso. Perché non c’è niente di più pericoloso di chi vuole stringerti dentro i paletti imposti da qualunque ambiente! 😉 Non lo pensate anche voi? 😉

 

 

Seta: dai bozzoli alla seta artificiale

La seta ha una storia antichissima, risalente alla Cina neolitica dove pare venisse utilizzata per realizzare corde e fili molto resistenti. Da lì a conquistare il favore degli imperatori cinesi (e non solo) sono passati diversi secoli durante i quali questo materiale è diventato sempre più richiesto grazie alle sue qualità che lo hanno incoronato come tessuto di pregio per eccellenza (in Italia è arrivata nel 550 a.C.). Un tessuto del quale non se ne produce una quantità industriale come il cotone, ma che comunque supera le 200mila tonnellate annue, ed è impiegato sopratutto nell’abbigliamento, arredamento ed anche in campo medico (il rapporto peso/resistenza della fibra di seta è elevatissimo, tanto che molti paragonano la resistenza delle fibre di seta a quelle dall’acciaio.)

La storia del baco e della farfalla la conosciamo tutti: praticamente a regalarci questo prezioso materiale sono i bachi che preparano la casa (ovvero il bozzolo) per proteggere la crisalide emettendo un filamento proteico che si va ad avvolgere tutto intorno. Una volta cresciuta e pronta ad uscire la farfalla secerne al suo interno una sostanza per “sciogliere” la sericina, proteina che avvolge i fili, ed  in questo modo sposta le fibre e riesce ad uscire. L’unico inconveniente per la lavorazione è che la sostanza utilizzata dalla farfalla ossida la seta nel punto in cui entra in contatto. Per ricavare il filo si procede quindi alla dipanatura che avviene attraverso una serie di operazioni dette trattura; poi vengono eliminati tutti i filamenti esterni ed individuato il capo bava. Per eliminare invece in modo definitivo o parziale la sericina si effettua la sgommatura che avviene in soluzione saponosa a caldo. Eliminare la sericina serve per rendere la fibra più lucente e morbida al tatto, pulita e pronta per essere filata. Gran parte di queste operazioni è fatta in maniera manuale, ecco perché il costo della seta è così elevato rispetto ad altri.


Si tratta in tutto e per tutto di una fibra naturale biodegradabile (ovvero degradabili dall’ambiente in presenza di determinate condizioni naturali o chimiche), che vista così non presenta particolari criticità dal punto di vista ambientale SE non fosse per due fattori: il primo è la pratica poco carina nei confronti del bruco che viene buttato in acqua bollente VIVO con tutto il bozzolo per  evitare che l’animale possa bucare le pareti del guscio, rendendo più difficile la filatura; il secondo è il grande impiego di risorse idriche ed energetiche durante la filatura ed il massiccio uso di coloranti e sostanze chimiche durante la tintura. Ecco che anche per quanto riguarda questo prezioso materiale c’è la sua versione di seta organica o biologica.

La seta naturale, chiamata anche Peace Silk, è prodotta senza l’uso di pesticidi, senza sostanze chimiche ed evitando di bollire i bachi prima ancora che abbiano l’opportunità di trasformarsi in farfalle (lo sappiamo che la vita media di una farfalla non è lunghissima, ma mi sembra un peccato non farle fare una svolazzata in giro, no?). Il tutto avviene in maniera naturale, seguendo i ritmi biologici dell’animaletto ed utilizzando le fibre del bozzolo per la filatura solo quando lui ha lasciato la sua casa.

Esiste anche una simil-seta vegetale, il Ramié, conosciuta anche con il nome di Chinagrass, ovvero erba della Cina (la Cina è ancora il maggior produttore di seta). Questa fibra viene estratta dai fusti di due piante con un processo costoso perché prevede vari passaggi, tra i quali un simpatico bagno di 24 ore nella soda caustica (aiuto!), alla fine del quale però acquista caratteristiche di elasticità, resistenza e lucentezza tali da essere paragonabili alla seta (chiaramente non lo è e si vede). Tuttavia viene spesso utilizzato in combinazione con altre fibre come cotone, canapa, lana, seta e viscosa per donare maggiore resistenza e luminosità ai tessuti.

Dal naturale al laboratorio, innovativa in questo senso è stata l’esperienza di Bolt Threads, azienda californiana fondata nel 2009 e specializzata nella ricerca sui bio-materiali. Bio che? “Si tratta di un materiale trovato in natura studiato e prodotto in laboratorio senza bisogno di danneggiare l’ambiente, i ragni o gli esseri viventi“. Roba da scienziati ed ingegneri che, chiusi nei loro laboratori, studiano, osservano, analizzano e poi danno vita a soluzioni alternative. Come quella della MicroSilk, ovvero una seta ricavata da zucchero, lievito, acqua! Partiti osservando per prima cosa le caratteristiche delle proteina della seta, poi la relazione tra il DNA dei ragni (che anche loro filano, vi ricordate Spiderman e quei bei centrini che spara dalle mani?) e le fibre che producevano, cercando di riprodurre le solite proteine attraverso processi tecnologici e di fermentazione. Magia? No, chimica ed innovazione che hanno permesso a queste proteine di trasformarsi in fibre ed essere poi filate con caratteristiche parecchio simili a quelle della seta. Il primo prodotto a partire dalla Microsilk è stato lanciato sul mercato nel 2017, la cravatta Boltspun, ma ad approfittare di questo materiale tra le prime è stata Stella McCartney, da sempre attenta alla sostenibilità senza tralasciare l’importanza del design (le fibre provengono dalla California ma i tessuti sono lavorati qui da noi nel distretto di Como). In ogni caso il metodo bio-tecnologico di Bolt Threads è decisamente rivoluzionario, crea processi più puliti e a ciclo chiuso per la produzione, utilizzando pratiche di chimica verde. Produce meno inquinamento, crea sostenibilità a lungo termine ed è adatto anche vegani, perché è interamente prodotto con lievito, zucchero e DNA.

Trattandosi di un materiale super prezioso, in tutti i casi, ricordiamoci, come sempre, di trattarlo con cura, di farlo durare e di trovare soluzioni alternative per tramandarlo di generazione in generazione. Un diamante sarà per sempre, ma anche un bel capo in seta… 😉

 

Vintage (book) Revolution/4 libri da leggere per appassionarsi di moda e cultura retrò

DI FEDERICA PIZZATO

L’ispirazione, il sogno ma soprattutto lo studio sono fondamentali per coltivare una passione che magari a piccoli passi si vorrebbe trasformare in qualcosa di più. Ho sempre adorato leggere qualunque tipo di cosa, da bambina ho consumato la libreria della scuola e, ad ogni occasione possibile, chiedevo ai miei genitori e a mia nonna romanzi e piccoli saggi da divorare in poche ore poi, crescendo mi sono appassionata alle storie delle persone d’altri tempi e, quando nella mia vita di giovane adulta è arrivata la moda e poi il vintage, ho sentito subito il desiderio di approfondire anche grazie a racconti più o meno conosciuti.

E’ da questa riflessione che è nata anche la voglia di condividere con voi 4 storie “vintage” che hanno segnato positivamente il mio viaggio all’interno di questo caleidoscopico mondo. Al di là di manuali e saggi di storia della moda, vorrei darvi il mio personalissimo punto di vista e qualche ispirazione sull’argomento e abbinerò ad ogni testo un foulard, una sciarpa o un tessuto che in qualche modo me lo ricordano.

Zia Mame di Patrick Dennis

Come spesso mi accade ho scelto questo famoso libro di Patrick Dennis dallo scaffale della libreria in modo inconscio, totalmente inconsapevole del fatto che fosse un romanzo conosciuto ma semplicemente attirata prima dalla copertina in cui svetta una mano affusolata agghindata con grossi bracciali etnici, un grosso anello e, tra le dita un lungo bocchino da sigaretta e poi dalle poche righe scritte sul retro. Non sapevo dunque che una volta cominciato, davanti a me si sarebbe aperto il mondo di una donna libera, emancipata e con una buona dose di pazzia. Appassionata di moda, di oggetti particolari e di viaggi il tutto sullo sfondo magico e contraddittorio della New York anni ’20. Inutile dire che me ne sono innamorata. Ho scelto di accompagnare questo libro ad un foulard vintage che mi è stato regalato da un’amica i guanti e la pochette stampati sul tessuto leggero mi ricordano gli accessori preferiti di questa donna bizzarra ed eccentrica!

Shocking Life di Elsa Schiaparelli

E’ l’autobiografia di una delle più grandi donne della moda, Elsa Schiaparelli. A cavallo tra gli anni ’30 e ’40 la sua moda ha rivoluzionato il senso stesso di questo termine. Grazie a lei sappiamo cosa significhi ispirare abiti e accessori all’arte, abbiamo la tuta intera da donna (da lei ideata durante la seconda guerra mondiale per motivi di praticità) ed è sempre lei che ha sdoganato il rosa shocking in occidente. Ma soprattutto è un grande esempio di cosa ognuno di noi possa fare soltanto con impegno, dedizione e passione attraversando anche periodi di indigenza e arrivando a costruire il proprio impero, non necessariamente monetario ma che realizzi in pieno i nostri sogni. Personalmente uno dei libri che mi ha ispirato di più in assoluto. E come non scegliere qualcosa di rosa shocking da abbinare a questo libro illuminante, le bocche di questa gonna anni ’80 in particolare mi ricordano tantissimo gli “esperimenti” con le figure umane di “Schiap”!

Amore fra i cannibali di Wright Morris

La storia di questo libro per me inizia molto prima di iniziare a leggere la prima pagina, l’ho trovato vecchio e abbandonato tra i libri in regalo di una piccola biblioteca di paese e, incuriosita dal titolo ho iniziato a leggerlo senza aspettative. Non sapevo che ad attendermi ci sarebbero state le contorte vicissitudini amorose del protagonista ambientate nella California e nel Messico della fine degli anni ’50. Una storia di amore libero ma allo stesso tempo tormentato che mi ha rapito sin da subito.
Il cavallo da corsa e le briglie per domarlo stampati su un foulard che è appartenuto alla mia nonna materna. Questa la mia interpretazione degli amori travagliati del protagonista del libro.

Vivienne Westwood

Un’altra biografia, questa volta appartenenti a una delle donne viventi più immense che conosca. Inutile ricordarvi come Vivienne Westwood è stata capace di essere protagonista di una rivoluzione culturale alla fine degli anni ’70 con il punk perchè è scontato. Quello che non è scontato è la dimensione umana e la forza straordinaria che questa donna ha avuto per andare avanti nonostante le mille difficoltà e, una volta raggiunto l’apice del successo, continuare ad essere punk nel miglior modo possibile: portando avanti battaglie importanti a favore dei più deboli e sposando cause ambientali di importanza internazionale stando sempre in prima linea. Impossibile raccontare la grandezza di una persona e di un personaggio in poche righe ma potete viverlo grazie a questo libro e al film in uscita proprio in questi giorni al cinema «Westwood – Punk. Icona. Attivista». Abbinare Vivienne al tartan è facile ed anche un po’ scontato. Io però ho scelto quello a fondo rosa del mio cappotto second hand di Stefanel che da solo ha una storia che meriterebbe un capitolo di Vintage Revolution 🙂

Sarebbero centinaia le storie e gli aneddoti che avrei da raccontarvi ma non basterebbe un libro! Ripercorrendo la storia dagli anni ’20 alla contemporaneità sono queste le storie che hanno toccato il mio cuore. Se vi sono piaciute prometto che ne parleremo ancora. Mi piacerebbe sapere quali sono le vostre! se vi va cercatemi per raccontarmele. Buona lettura!

Il prezzo della sostenibilità

Prima di partire ho avuto una micro-discussione con un amico che si dedica a calzature realizzate con materiali riciclati per quanto riguarda la spinosa questione dei prezzi (eh, lo so, è più forte di me), perché sta accadendo con la moda quello che già abbiamo visto accadere con il cibo: come mai biologico, organico e sostenibile sembrano essere beni dedicati solo a chi ha un potere di acquisto alto, rendendoli quasi oggetti di lusso? Mi sembra doveroso aprire una parentesi, perché se dagli ultimi sondaggi sui consumatori acquista sempre maggior importanza che i capi siano prodotti in maniera etica, quello che frena la maggioranza è il prezzo elevato (oltre alla non facile verificabilità delle caratteristiche “sostenibili” sponsorizzate da certi marchi).

Ora, se siamo tutti d’accordo che dietro i 4,99 € di una t-shirt ci possono essere sfruttamenti, materiali scadenti o colorati con elementi tossici, dobbiamo essere pronti a riconoscere che un capo fatto come deve essere fatto, pagando civilmente chi lo esegue (senza strozzinaggi vari ed eventuali), non può costare meno di una colazione in autogrill (e comunque pure quelli degli autogrill sui prezzi si dovrebbero dare una regolata). Messo in chiaro questo punto fondamentale, bisogna chiarirne un altro paio, facendo una fotografia realistica del momento storico che stiamo attraversando. Ve la faccio breve. Dopo aver invaso il mondo con quintali di cose sotto la spinta del sistema capitalistico/consumista prima e dello tzunami del fast fashion poi (che NON è sostenibile proprio come idea, quando leggo “fast fashion sostenibile” mi sale un’incazzatura che vorrei saltare alla gola di chi le pensa ‘ste cose), grazie alle disgrazie ambientali e umane accadute in giro per il mondo e grazie alle associazioni che si sono mosse per portare questi fenomeni agli occhi di tutti, i consumatori si stanno lentamente rendendo conto del gran casino collegato alla produzione di abbigliamento. Più o meno scosse da numeri ed immagini, le persone hanno cominciato a chiedere trasparenza alle aziende, risposte concrete ai marchi e cambiamenti in una direzione diversa da quella battuta fino a questo momento. Un processo lento, parliamoci chiaro, ma che piano piano comincia a dare segni di cambiamento.

Un cambiamento, quello nel mondo della Moda, che rimette in discussione tutto: sistemi produttivi, tecnologie, design, comunicazione, anche il management. Vi immaginate la Signora Moda che deve buttare tutto all’aria per reinventarsi completamente?!? La tragedia! La Moda non è agile, non è snella ed è pure una grande testarda. Lei è obiettivamente pallosa, ma qualunque cambiamento inizialmente non è di facile gestione (per me passare dal caffè con lo zucchero a quello amaro è stato un trauma, ad esempio). Ecco perché le aziende che stanno decidendo di adeguarsi a queste nuove richieste del mercato hanno bisogno non solo di riassestarsi, ma anche di investire per modificare moltissimi procedimenti, innovazioni tecnologiche e inserimenti di nuove figure professionali dedicate a garantire degli standard. Ok, avevo detto che l’avrei fatta breve. Chi cambia, investe. Chi investe, trattandosi di business e non beneficenza, vuole vedere un rientro. Una parte di questo rientro, che corrisponde comunque a delle migliorie, lo paghiamo noi sul prezzo finale di un prodotto.

Ma c’è di più. Su un prodotto curato e fatto come si deve sono diversi i fattori che incidono sul prezzo finale:

I prezzi delle materie prime sono più cari in partenza: il cotone bio costa più di quello tradizionale, la fibra di bambù costa ancora di più ed il poliestere riciclato non è precisamente economico.  Stiamo parlando anche di 2/5 € in più al metro per determinati tessuti o materiali. In fondo tutto ciò incide. I procedimenti sono diversi, le tecnologie sono nuove e la ricerca ha un prezzo. Tutto qui. Se poi volete le cose fatte con il petrolio, accomodatevi…(possibilmente lontani da una fiamma)! 😉

La manodopera, se è assicurata, legale, senza sfruttamenti e magari non delocalizzata dall’altra parte del mondo, COSTA! Il Made in Italy costa ancora di più, non perché gli industriali nostrani sono stronzi, ma perché il nostro governo li/ci tassa come delle sanguisughe…è uno schifosissimo circolo vizioso, lo so, ma al momento questo ci tocca.

I prodotti fatti in maniera artigianale e non industriale costano ancora di più. Si tratta di mestieri antichi, di un sapere fare tradizionale e soprattutto di tempo che le persone impiegano per montare una scarpa a mano o realizzare un ricamo senza l’uso delle macchine. Ed il tempo di ognuno ha un valore che deve essere riconosciuto…

Il design e l’idea hanno un valore. Ci sono certi oggetti che hanno una progettazione accurata dietro, un’idea sviluppata spesso in maniera innovativa e che necessita di processi appositi per essere realizzata. Queste cose non sono immediate, c’è un lavoro dietro di ricerca, sdifettamenti, prove e nottate di esperimenti ai quali riconoscere un valore è il minimo.

Ecco perché un capo o un accessorio che presenta queste caratteristiche non può costare 5€…ma nemmeno 10€! Non si sta pagando solo la sostenibilità (che tra un po’ non pagheremo più perché diventerà una componente base), si sta pagando l’idea, il design, i materiali preziosi, i processi innovativi, stipendi decenti ai lavoratori (che non sono sfruttati) o l’artigianalità. Si sta pagando il valore di quell’oggetto, che è il frutto di moltissimi fattori. A questo bisogna pensarci prima di etichettare come “caro” un capo originale e frutto di una ricerca vera.

Image from mochni.com

E’ importante, allo stesso tempo, imparare a riconoscere QUESTI VALORI e a guardare con occhio critico gli oggetti ed i brand; perché in questo momento in cui la sostenibilità salta fuori da ogni marchio come i fughi dopo un giorno di pioggia, è facile trovare tantissima fuffa (oltre che tantissime cagate)! La sostenibilità ha un prezzo, ma non tutti i prezzi sono sostenibili, spesso perché non sono sostenuti da un prodotto credibile. Esempio: l’ennesima t-shirt color crema, girocollo, fatta con cotone bio e venduta a 50€…ecco, anche no! Ma nemmeno il vestito di lino taglio dritto a 400 €…così come mi dissocio dall’idea di “lusso sostenibile“, perché a mio avviso questi due termini vicino fanno lo stesso effetto del parmigiano sugli spaghetti alle vongole: non si possono nemmeno vedere (ma approfondirò in un secondo momento)! Insomma, certe cose valgono veramente quello che costano, altre no e cavalcano solo quest’onda verde che sta risciacquando tutti i panni sporchi della Moda. Sta a noi guardarle con occhio diverso, dare il giusto valore alle cose senza gridare al mondo che sono care (siamo stati abituati male in questi anni, verso il cheap) e scegliere cose belle che durano nel tempo.

Voi siete disposti a pagare un po’ di più per cose fatte meglio? Parliamone insieme…

 

Sfashion Look #1: partiamo dall’intimo&Co.

Siamo onesti: quando si accenna alla moda sostenibile e bio vengono in mente cose sciatte, colori naturali e un appeal inesistente. Mi piacerebbe dirvi che è un’idea vecchia e superata, ma con la sfacciata onestà che mi contraddistingue vi dirò che si stanno facendo numerosi passi in avanti, che ci sono buoni margini di miglioramento, che ci sono marchi interessanti ma che ci sono ancora tantissime cose tristi ed inutili in giro! 🙂 I cambiamenti hanno bisogno dei loro tempi per attuarsi, io sono paziente e fiduciosa, ma non posso certo darvi come regola matematica che sostenibile=figo. Mentirei. Ma, visto che mi avete chiesto svariate volte di illuminarvi su marchi e prodotti, eccomi a darvi qualche dritta su chi ne vale la pena per estetica, qualità, innovazione, etica e prezzo. Cominciando dalle basi (e dal basico): intimo&Co!

ATTENZIONE: Ora io vorrei scollegarmi dall’idea che tutto quello che è naturale è tenue, soft, basico, minimale, povero…insomma, palloso!!! Vorrei rivendicare e promuovere un’estetica della sostenibilità che è anche allegra, colorata, particolare, all’avanguardia, curata nel dettaglio, elegante ma anche divertente. Le selezioni che vi faccio, quindi, cercano di spaziare in questo senso, dove il basico c’è, ma c’è anche il resto. Se no ci abituiamo ad una visione di questi temi che è decisamente noiosa…e invece NO! 😉

OLLY LINGERIE

Olly Lingerie l’ho incontrata a Berlino, era l’unica in fiera ad esporre intimo e mi ha colpito perché i modelli, nella loro semplicità, avevano qualcosa di lezioso ma non troppo: un inserto in pizzo, un taglio sul retro, un piccolo fiocco. Dettagli che fanno la differenza, come i colori che prevedono anche tinte accese (grazie!) I modelli spaziano dallo slip tradizionale al tanga, realizzati tutti con cotone biologico GOTS (coltivato senza pesticidi e trattato senza sbiancanti al cloro), tinti con coloranti sicuri per la salute della pelle certificate OEKO TEX 100. Materiale e produzione avviene tutto in Europa, escluso il cotone che arriva dall’india: il pizzo è tedesco, il tulle italiano, la produzione fatta in un laboratorio ungherese. Non sono a Km propriamente zero, ma rimangono nei confini. Volendo c’è anche la possibilità di averle con il proprio nome ricamato che, in caso di smarrimento, può sempre fare comodo… 😉

VATTER

Diciamo che io ed i creatori di Vatter abbiamo la stessa linea di pensiero: nella loro dichiarazione di intenti si legge subito che “Quando si parla di intimo organico, molte persone pensano prima a mutande poco attraenti in bianco sporco. Li chiamiamo “passion killer“. Possono essere buoni per la coscienza ecologica, ma sono tutt’altro che una festa per gli occhi. Con la biancheria intima di VATTER abbiamo la prova che le cose possono essere diverse e che i termini “organico” e “sexy” non si escludono a vicenda.” AMEN! Ed in effetti sfogliando le pagine del sito si può vedere chiaramente la ricerca nel design, nelle stampe dei tessuti (ovvia, un po’ di allegria) e nello sviluppo dei modelli. Anche in questo caso il materiale è cotone organico e la produzione avviene in aziende familiari dislocate in Turchia e Grecia, mentre le t-shirt sono prodotte in India. I modelli non sono tanti: 3 slip e 2 reggiseni da donna, 3 modelli da uomo ed una tutina per bambini. Quello in cui spaziano sono le varianti colore, dove pattern e fantasie rifinite con ricami sono alternate a colorazioni basiche. Il packaging è in cartone riciclato…ma insomma, se le mettevano in una bustina di tessuto era meglio! 😉

la luna INTIMATES

Dall’Australia arriva questa linea di intimo realizzata con cotone organico e colorata con pigmenti naturali. Anche in questo caso i modelli sono semplici e all’apparenza sportivi, ma con dei dettagli che li rendono “non il solito reggiseno“. Qui, parlando di pigmenti naturali non si possono avere tinte fluo o particolarmente forti, ma le nuance sono comunque vive. Il prezzo di spedizione dall’Australia non è propriamente basso, ma magari facendo un ordine comunitario si abbattono i costi 😉

luva huva

Amanti del pizzo questo è il vostro marchio! Direttamente dall’Inghilterra arriva questa collezione di intimo raffinata e svolazzante allo stesso tempo. La scelta dei materiali spazia dalla soia alla canapa, passando per il bambù e l’ormai immancabile cotone organico! Scarti di produzioni vengono utilizzati per edizioni limitate, mentre gli elastici utilizzati per tutti i capi provengono dall’ultima fabbrica di elastici situata in Gran Bretagna. Qui i modelli si moltiplicano in maniera esponenziale e ce n’è davvero per tutti i gusti (tranne per le amanti del basico, che dovranno rivolgersi ad altri): pizzi, laccetti, applicazioni, svolazzi, triangolini ammiccanti…ma anche culotte colorate. Tra un pizzo e l’altro ci sono anche dei pantaloni e pigiami meno sexy ma dal taglio elegante. Niente pupazzetti, però 😉

VOILA LE VELO

Ammiccante, dal gusto retrò vagamente pin up, con Voila le Velo ci spostiamo in Italia, anche se il nome suona vagamente francese. Lei, Francesca Dallamotta, è italianissima, la collezione è nata in quel di Londra ma adesso tutto si è spostato a Bologna, in un laboratorio dove ogni pezzo è prodotto in maniera sartoriale. In questo caso si tratta di artigianalità allo stato puro che conferisce ad ogni pezzo unicità al 100%. Giocoso e sexy è un intimo particolare, realizzato con tessuti preziosi come sete, tulle, pizzo ma anche cotone stampato. Qui più di sostenibilità parliamo di sartorialità, di processi artigianali che visti applicati all’intimo possono suonare strani, ma che fanno davvero la differenza. Forse non le userei come mutande di tutti i giorni, ma un completino “buono” nel cassetto non ce lo vuoi avere?!? 😉

Per rimanere in Italia e stare sul soft-basic (ma che non mi fa impazzire, ve lo dico) vi segnalo anche il sito Vestiti Biologici (che mi viene male solo a sentire il nome) dove si trova il basicobasicobasico-puretroppo, però anche le canottiere quelle semplici che lo so che si comprano ancora da Tezenis&co; e Cora Happywear, un nome-felice-infelice per un marchio italiano che produce abbigliamento ed intimo per donna e bambini dove si può trovare, tra l’altro, mutande realizzate con fibra di eucalipto! (almeno doneranno un’incredibile sensazione di freschezza, no?)

In tutti i siti di questi marchi sono a disposizione pagine che spiegano il loro impegno verso l’ambiente, la catena di produzione, il codice etico del lavoro ed il loro impegno nella direzione della responsabilità sociale. Sono piccoli passi e non fate gli assolutisti perché la sostenibilità al 100% è impensabile…ma ogni sforzo in questa direzione è fondamentale per diminuire l’impatto. E se no…andiamo in giro senza mutande…e pure senza vestiti! 😉

Altri consigli per intimo alternativo li trovate nel video di Carotilla! E se avete dei vostri brand di fiducia che strizzano l’occhio all’ambiente e all’estetica, condivideteli!!!