Il linguaggio segreto delle etichette

Premetto che questo argomento è UN CASINO…nel senso, è molto ampio, variegato ed intricato; ci sono in ballo leggi nazionali, internazionali, marchi volontari e spontanei, per cui non esaurirò tutto in questo post (verrebbe fuori un libretto e molto probabilmente dopo metà articolo avreste già una gran confusione in testa e voglia di vestirvi di plastica pur non dover prestare attenzione a tutte queste informazioni). Proverò ad adottare la tecnica “a punti e a puntate” per introdurvi nel magico mondo delle certificazioni e del linguaggio segreto delle etichette. Già, perché le etichette dei nostri vestiti (così come di tanti altri prodotti), ci parlano! 😉 Il problema è che spesso parlano una lingua tutta loro, fatta di simboli, sigle e piccole icone disegnate, anche carine, ma delle quali non si sa assolutamente cosa c’è dietro.

C’era una volta un Codice del Consumo, redatto nel lontano ma non troppo ottobre del 2005 (e pare sia stato aggiornato circa tre anni fa) con il nobile scopo di tutelare i consumatori ed informarli sui prodotti che ogni giorno si ritrovano davanti e guidarli in una scelta più consapevole. Tra le sue righe è riportato l’obbligo di avere su ogni prodotto alcune informazioni “minime” che riguardano la composizione, la sede del produttore, i materiali impiegati e l’eventuale presenza di sostanze dannose per le persone, cose o l’ambiente. Queste norme valgono ovviamente anche per i prodotti tessili. Sappiamo tutti che le informazioni OBBLIGATORIE e non modificabili sono quelle tecniche che riguardano le fibre tessili con cui è composto il capo (di che materiale è fatto, in percentuale nel caso di fibre miste), ragione sociale e indirizzo del produttore (che molto spesso corrisponde a chi ha immesso sul mercato il prodotto) e le indicazioni per la manutenzione (quelle le avevamo già viste qualche tempo fa). E fin qui tutto bene, cose a cui siamo abituati e alle quali molto spesso non facciamo nemmeno più caso, ma che danno almeno le informazioni di base su chi ci stiamo portando a casa!!! 😉

Visto il crescente interesse verso prodotti tessili di maggiore qualità e che rispettino l’ambiente sono stati introdotti nel tempo alcuni MARCHI VOLONTARI e certificazioni che raccontano qualcosa in più sul prodotto. Non vi sto ad attaccare il pippone sul fatto che queste certificazioni possono essere rilasciate in maniera più o meno controllata (diciamo che alcune aziende vogliono solo il bollino per essere in linea con il momento storico e la richiesta), ma se non altro molti produttori stanno veramente rivedendo il loro modo di operare per essere realmente più sostenibili e meno impattanti. Ce ne sono svariate e ne stanno spuntando altre un po’ come funghi dopo un giorno di pioggia, ma intanto iniziamo da una parte.

EU-Ecolabel: E’ un marchio europeo usato per certificare  il ridotto impatto ambientale dei prodotti o dei servizi offerti dalle aziende che ne hanno ottenuto l’utilizzo (sempre secondo il regolamento CE n. 66/2010). Praticamente ti dice che i prodotti sono stati realizzati rispettando l’ambiente durante tutto il loro ciclo di produzione e vita, dall’inizio fino allo smaltimento finale (in un’ottica di economia circolare).

 

Altro marchio famoso ed entrato a far parte del linguaggio comune, soprattutto di chi ci lavora, è la certificazione GOTS – Global Organic Textile Standard. Molto difficile da ottenere, non indica solo un tessuto di origine biologica, ma valuta tutti gli aspetti della produzione: dalla coltivazione della materia prima alla commercializzazione del prodotto finito. Questa certificazione è stata sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di controllati criteri ambientali e sociali applicati a tutti i livelli della produzione. Per prodotti tessili biologici bisogna che ALMENO il 95% delle fibre di cui è composto il capo sia di origine organica (bio). Il restante 5% può essere costituito da altre fibre naturali non biologiche come cotone standard, lana, canapa, oppure costituito da fibre artificiali di origine naturale come viscosalyocellmodal, ma anche da altre fibre ottenute grazie al riciclo di materie prime. Insomma, il 100% bio non è garantito!!! Esistono anche casi in cui la certificazione sia rilasciata ma nell’etichetta si trova scritto “Fatto con il 70% di fibre bio“: in questo caso sappiamo che l’altro 30% può essere composto anche di fibre non bio.

 Altra sigla e disegno che vi potrà capitare di vedere sui prodotti tessili è quella firmata OEKO-TEX® Standard 100, che dal 1992 (mica ieri)  è un sistema di controllo e certificazione indipendente per i prodotti tessili (materie prime, semilavorati, e prodotti finiti) che garantisce che i prodotti tessili non contengano o rilascino sostanze dannose per la salute umana. Parentesi: la chimica è presente dappertutto, anche noi esseri umani siamo soggetti a reazioni chimiche, ma esiste una chimica “buona“, controllata ed utilizzata secondo processi non dannosi, ed una chimica che invece danneggia l’ambiente in primis e noi a seguire. Detto ciò la certificazione viene rilasciata in seguito a test per sostanze nocive che tengono presente l’uso di destinazione del prodotto tessile: quanto più un tessuto deve entrare a contatto con la pelle (e quanto più sensibile è la pelle) maggiori sono i requisiti umano-ecologici che si devono soddisfare. Ad esempio per i prodotti per bambini o intimo ci sono restrizioni e standard molto alti!!!

Altro nato in casa Oeko è Oeoko tex ® – Made in Green, un marchio di tracciabilità per i prodotti tessili sostenibili realizzati con materiali privi di sostanze nocive in impianti a basso impatto ambientale e luoghi di lavoro sicuri. La cosa divertente (e utile) di questa certificazione è che ogni prodotto che presenta questo marchio possiede un codice QR con il quale tracciare la produzione (in questo caso siamo più sicuri che i passaggi siano stati rispettati in maniera corretta…insomma, che non ci stanno raccontando cazzate semplicemente mettendo un bollino su un capo)!

Avete le idee un po’ più chiaro o vi ho finito di incasinare? Vi lascio assimilare le info e per oggi la chiudo qui. Ritorneremo sull’argomento perché mica è finito qui…;) Se poi trovate simboli strani in giro e volete delucidazioni…MANDATEMELI!

Re-wear: Torino parla di moda sostenibile con la terza edizione di Dreamers

Sognatori sì, ma anche attivi (che i sogni se li lasciamo nel cassetto fanno la muffa). Quando si entra nell’intricato mondo della sostenibilità, soprattutto nel campo della moda, scoraggiarsi è un attimo, ma se nessuno muove un dito di sicuro passi in avanti non se ne fanno. Fortunatamente le conversazioni intorno all’argomento si stanno intensificando e anche le mosse pratiche e gli eventi. Illuminante e con mille spunti interessanti sarà la terza edizione di Dreamers, rassegna di moda indipendente e di ricerca in scena a Torino dall’1 al 4 novembre presso gli spazi Toolbox.

Quest’anno il tema è proprio “Re-wear“, un’esplorazione dell’altra moda, un invito a riscrivere i codici estetici senza separarli da quelli etici, uno spiraglio sul futuro della moda in una direzione diametralmente opposta a quella che si è fatta prepotentemente spazio negli ultimi anni. Rallentare i consumi, non sprecare, riciclare, imparare a riparare, riutilizzare ed innovare utilizzando creatività e circolarità anziché sprecando risorse preziose per il nostro pianeta. Il progetto progetto ideato e curato da Barbara Casalaspro e Ludovica Gallo Orsi, si sviluppa in quattro sezioni: quella dei talk, ovvero chiacchierate informative pensate per ascoltare e condividere progetti e differenti punti di vista; i workshop, laboratori per adulti, ragazzi e bambini condotti da esperti del settore che illuminano su cosa possiamo realmente fare tra le nostre mura domestiche; i percorsi espositivi e le performance, perché la moda è anche un’arte e va rivalutata anche in questo senso: la fiera che presenta una selezione di 44 slow brand, tra atelier, fashion designer, collettivi che già da tempo si impegnano in questa direzione fatta di ricerca, innovazione, etica, creando prodotti assolutamente Made in Italy, edizioni limitate e pezzi unici. Insomma, per chi chiede dove, come e chi sono gli attori di questo cambiamento (e dove acquistare capi sostenibili) ecco, qui almeno una piccola selezione c’è… 😉

Le attività in programma sono tantissime (consultabili qui): si parte con la performance di giovedì alle 18  “Parade. Recycling Warriors” , un l’evento site specific curato dell’artista Enrica Borghi; una sfilata di donne guerriere che indossano maschere e accessori, elementi non solo di decoro, ma vere e proprie coperture per marciare a favore della sostenibilità. La mostra Re-Wear è sviluppata in sette tappe, ognuna affidata a designer, artisti e studenti di scuole di moda che hanno interpretato questo tema sviluppando progetti ad hoc, tra cui Fondazione Pistoletto, Tiziano Guardini (Vincitore del Green Carpet Award 2017), Polimoda e Naba. Anche la parte dei Talk vedrà affrontare numerosi argomenti, tra cui la circolarità nel sistema moda, come comunicare la moda etica, le nuove frontiere del denim (con i signori di ISKO denim, azienda di cui vi parlerò a breve e con la quale sta nascendo un’interessante collaborazione), il vintage intramontabile con il fondatore di A.N.G.E.L.O. Vintage e anche un’interessante conversazione su  “Cosa significa oggi essere Out of Fashion?” (ve lo dico io, significa essere sfashionisti dentro e fuori 😉 ) nella quale interverranno Anna Detheridge (fondatrice di Connecting Cultures e  Out of Fashion), Matteo Ward (ideatore di Wrad Clothing) e Benedetta Barzini (docente di Cultura della Moda) moderati da Paola Baronio, giornalista, attivista e penna brillante del blog “La mia camera con vista”.

Tra chiacchierate, mostre, attività per grandi e piccoli e la sezione di designer indipendenti ce n’è davvero abbastanza per entrare nell’argomento, esplorare le innovazioni, conoscere professionisti e personalità che si muovono in questo ambito e toccare con mano il cambiamento che non solo è possibile, ma è reale. Smettiamo di sognare e muoviamoci in una nuova direzione.

DREAMERS
1-4 novembre 2018
Torino
Toolbox
Via Egeo 18
Ingresso libero
Orari apertura: Giovedì 1 nov ore 18 opening;  Venerdì 2 e sabato 3 nov ore 11-20; Domenica 4 nov ore 11-19.

Vintage, un romantico lavoro di ricerca

Sono tornati gli appuntamenti mensili con #vintagerevolution scritti ed interpretati da Federica Pizzato di Hobo Vintage!!! Questo mese non “interpreta” con le sue consuete foto perché ha avuto un attimo da fare: ha partorito Alice giusto tre giorni fa! Ma non ci ha lasciato a secco, quindi accomodatevi…

di federica pizzato (HOBO VINTage)

E’ da poco terminato Next Vintage, una delle più fornite e longeve fiere dedicate al settore e da frequentatrice seriale ho scritto una piccola guida per chi, all’inizio della prossima stagione, vorrà provare ad immergersi nella sua magica atmosfera

Per gli appassionati e gli addetti ai lavori è un appuntamento fisso che quest’anno festeggia 20 anni! Sto parlando del Next Vintage di Belgioioso, la vasta e suggestiva kermesse dedicata alla moda retrò (e non solo), ospitata dal Castello di Belgioioso (Pavia), che quest’anno si è svolta dal 12 al 15 ottobre. Ricordo ancora quando, da studentella universitaria, in gita con la mia prof del corso “Comunicazione della Moda” (che sarebbe da li a poco diventata relatrice della mia tesi) varcai per la prima volta il cancello del grande castello, attraversai il piccolo parco e mi immersi completamente in quell’insolito tour che avrebbe per sempre influenzato il mio modo di concepire quel mondo.

Illustrazione di Enrica Mannari

Ma cosa succede al Next Vintage? E perché vale la pena passarci almeno una volta (si tiene due volte l’anno ad ottobre e ad aprile) se non lo avete mai visitato? All’interno del Castello di Belgioioso vi accoglierà innanzitutto una mostra che, ad ogni edizione, celebra un’aspetto particolare della storia della moda sempre diverso e poi, lasciato il grande ingresso avrete la possibilità di visitare lo stand di una sessantina di espositori che vi accoglieranno con i capi e gli accessori selezionati e ricercati per l’occasione vintage più glamour d’Italia.  Non vi aspettate però di fare grandi affari sui capi che eventualmente vorrete acquistare. Qui si viene soprattutto per fare ricerca a mio avviso, ed eventualmente per cercare la chicca vintage che davvero manca al vostro guardaroba o l’abito per un’occasione speciale, magari di un grande brand a cui fate il filo da tempo! I prezzi infatti spesso non sono proprio alla portata di tutti ed essendo in una location ristretta sono anche abbastanza uniformati. Qui troverete però sicuramente tanti veri professionisti che solo con lo sguardo sapranno cogliere le vostre inclinazioni. Sono bravi, preparati, gentili e vi racconteranno in un modo nuovo e personale la storia della moda attraverso l’epoca dei propri capi. A corredare quello che potrete toccare con mano troverete anche una piccola ma sempre interessante sezione dedicata all’editoria di settore. Vale la pena cercare tra i titoli se c’è qualche titolo che vi manca, o in alternativa, qualche stampa d’epoca che starebbe bene a casa vostra!

Quest’anno Next Vintage si è dedicato particolarmente agli anni Settanta e Ottanta. Io adoro soprattutto i primi! Non a caso, le protagoniste assolute sono state le fantasie in tutte le loro declinazioni. Fiori e foglie, quadri ma anche l’animalier, le macchie astratte di colore, i grafismi, le bande multicolor, intrecci geometrici, jacquard e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno aveva detto che l’autunno è noioso? Tra i tessuti, tanta pelle e tanto jeans che sono un evergreen della fiera sia in versione femminile che in versione maschile/militare. E poi gli accessori e i bijoux, dalle collane multi-filo alle spille maxi, da sfoggiare su capi oversize e abbinare magari ai maxi orecchini a cerchio, pendenti o a forma di croce. Ed ancora le adorate scarpe: stivaletti a punta, camperos, décolletées in vernice, mocassini e ovviamente le sneakers decorate.

La mostra di questa edizione di Next Vintage è stata dedicata ad un capo iconico che praticamente tutte abbiamo posseduto almeno una volta: il trench. Nel classico color kaki, da sempre esprime l’essenza della moda e del rigore britannico. Oggetto di numerose imitazioni e rivisitazioni da parte dei più grandi stilisti, il trench ha conservato nel tempo le sue fattezze, mantenendo inalterato il suo fascino. Ma il vero segreto del trench è quello di aver saputo coniugare l’esigenza della funzionalità di proteggersi dalle intemperie con il valore estetico e concettuale di un capo studiato nei minimi dettagli, disegnato per rendere fiero, distinto e raffinato il portamento di chi lo indossa. Negli anni ’40 il famoso soprabito approda sul grande schermo: Hollywood segna la sua consacrazione del firmamento della moda internazionale! Indimenticabile Humphrey Bogart con il suo trench nell’ultima scena di Casablanca del 1942 al fianco di Ingrid Bergman e, qualche anno dopo, una sensualissima Marlene Dietrich avvolta nel suo trench kaki legato in vita in Scandalo internazionale del 1948. È negli anni ’60 che il trench coat entra di diritto nell’Olimpo della moda, nella sua versione più sofisticata grazie alla romantica interpretazione di Audrey Hepburn nel ruolo di Holly Golightly in Colazione da Tiffany.

Non solo vintage però a Belgioioso che negli anni ha sviluppato anche una ricca sezione dedicata all’handmade e da poco a inserito anche la sezione Forniture & Design. Ma andiamo per ordine: L’Area Remake ospita al suo interno tutti quegli espositori che si distaccano leggermente dal vintage tradizionale reinterpretando i capi a modo loro (come ad esempio la mitica Betty Concept che se non conoscete vi consiglio di seguire sui social!). Apportano ai capi grandi e piccole modifiche con l’ausilio di altri tessuti e materiali: seguendo il loro estro creano dei pezzi unici e senza tempo. Personalmente in questa sezione ho sempre trovato qualcosa di interessante e ho anche acquistato in modo più spensierato qualche capo. Per quanto riguarda l’arredamento, Next Vintage offre un piccolo assaggio del design di un tempo anch’esso simbolo del made in Italy nel mondo e parte, insieme alla moda di un unico panorama produttivo e culturale. La storia del Design, dagli anni ’30 ad oggi, ha modificato profondamente la nostra relazione con l’ambiente domestico, il nostro modo di guardare alle cose che fanno parte della nostra vita. Ed ancora, per chi oltre ad un’anima retrò vuole un total look di effetto, in questo spazio troverete du corner interessanti: lo stand di Ketty Cinieri pronta ad acconciarvi con i suoi look in pieno vintage style e i ragazzi del Sir Modern Barber Shop per la cura e il relax dei gentiluomini in mostra.

Il tour del castello tra gli abiti d’epoca termina qui. Tempo di permanenza per non lasciarsi sfuggire nulla? Circa 3 ore secondo me. Si, ok ma in tutto questo tempo dove mi rifocillo?! Non temete, ogni anno durante la kermesse è previsto un ricco corner culinario che per questa edizione ad esempio è stato dedicato al riso. Ultimo consiglio: se potete evitate il weekend per visitare la fiera, soprattutto la domenica. L’evento termina solitamente il lunedì e rischiereste di perdervi parecchie delle cose più interessanti che spariscono alla velocità della luce. Altri trucchetti: ricordatevi di visitare il sito dell’evento in cui potete trovare riduzioni al biglietto e indicazioni più specifiche e, se siete brave a scovare gli espositori giusti, iscrivendovi alla loro newsletter potreste avere anche l’ingresso omaggio per fare shopping più serenamente 😉

Sfashion Shopping: le alternative! #1

“Lo sfashionista non è un consumatore seriale. E nemmeno un francescano della moda. E’ una persona consapevole e attenta”.

Recita così il quarto punto del “Manifesto Sfashionista“, al quale oggi aggiungere anche che oltre ad essere consapevole ed attento, lo sfashionista è pure un amante del bello. Già, perché spesso quando si parla di moda etica e sostenibile vengono subito in mente prodotti dall’estetica sciatta, insipida, basica nel più triste senso del termine. Ecco, quei tempi sono lontani, o meglio certi oggetti squallidi e non curati esistono ancora, ma fortunatamente l’estetica del prodotto è diventata importante tanto quanto il suo essere realizzato con criteri etici e senza distruggere l’ambiente. Meno male! Le domande qui sorgono spontaneamente: dove li trovo? Chi sono questi marchi? Esistono negozi online? Certo che esistono e sono sempre di più! Oggi, quindi, consigli per acquisti alternativi, sotto forma di un brand, un negozio reale ed uno spazio virtuale che raccoglie e presenta marchi etici. Se volete farmi segnalazioni io ho sempre occhi e orecchie aperti! 😉

Illustrazione di Enrica Mannari 

UN BRAND

Chi non conosce People Tree? Sono molto noti, ma io non dò mai niente per scontato! People Tree ha iniziato a collaborare con i produttori del commercio equo solidale circa 27 anni fa, ingaggiando addetti ai lavori, artigiani e agricoltori nei paesi in via di sviluppo per produrre collezioni di moda etica ed eco-sostenibile, creando accesso ai mercati e opportunità per le persone che vivono nel mondo in via di sviluppo. E sono proprio le persone a giocare un ruolo centrale nella filosofia e nei prodotti di questo marchio britannico: il rispetto dei lavoratori, la collaborazione con artigiani locali, la manodopera retribuita regolarmente e la collaborazione con designer provenienti da tutto il mondo. People Tree è stato un caso pilota per la certificazione per la fabbricazione del commercio equo e solidale ed è  stata la prima azienda di abbigliamento al mondo a ricevere il marchio di prodotto Fair Trade World Fair Trade Organization nel 2013. Certificazioni, impegno sociale, scelta accurata dei materiali, incroci con tradizioni locali e riscoperta di antiche arti si traducono in una serie di collezioni e di prodotti estremamente curati e dall’estetica contemporanea (non sarà alla moda come l’ultima sfilata di Gucci, ma ad un certo punto chissene). Chi è a caccia dei famosi “capi basic” o cose facili per gli abbinamenti di tutti i giorni può rivolgersi a loro! 🙂

www.peopletree.co.uk

UN NEGOZIO VERO

Si stanno moltiplicando i negozi “reali“, quelli con vetrine, cassa e camerini, specializzati in abbigliamento ed accessori fatti seguendo determinati criteri. Sono quelli che vanno a ricercare brand sostenibili, prodotti esclusivi, opere di artigianato ed accessori riciclati da offrire ai propri clienti. Uno di questi è sicuramente in negozio FairMade di Brescia. Qui Simona e Barbara hanno deciso di mettere all’interno di questo contenitore unico tutta una serie di marchi che realizzano le loro collezioni in maniera rispettosa dell’ambiente e delle persone, ma soprattutto che raccontano una storia. Lo slogan del negozio è “storie da indossare“, perché dietro ad ogni capo c’è una storia che lo accompagna e lo segue. Un concept store con prodotti selezionati, dove i marchi all’interno sono partner di questo progetto orientato ad offrire un’alternativa allo shopping tradizionale. BrainTree, Nomads, Comazo (interessante progetto di intimo, così possiamo abbandonare le mutande da 2 € alle quali parte l’elastico dopo il terzo lavaggio), gli zaini di Gazpacho o le scarpe di Gipan. Ma non solo. L’attività di ricerca non si ferma, così come gli eventi e le collaborazioni che si alternano all’interno del negozio. Chi si trova a Brescia può andarle a trovare direttamente in Corso Palestro 45, altrimenti lo shop funziona anche online!

www.fairmade.it

UN INDICE DI BRAND ETICI

Si chiama Ethical Fashion Guide ed è un indice che raccoglie brand etici che spaziano dall’abbigliamento agli accessori, compresa una sezione appositamente dedicata ai bambini. Una guida che ricerca, seleziona e mette a disposizione nomi, immagini e contatti di marchi che lavorano in una direzione etica e sostenibile, già da tempo. Questo perché in molti si stanno interessando all’argomento, ma nessuno ha la pazienza di indagare e cercare marchi e produzioni alternative. Di siti e indici di questo genere ce ne sono svariati (tempo fa vi parlai di uno dei miei siti preferiti, mochni.com), ma questo lo trovo particolarmente curato. La selezione avviene appurando determinati criteri di rispetto prima di tutto per i lavoratori (è inutile fare i fighi con il cotone organico se poi i vestiti te li cuce una donna sottopagata che lavora 18 ore al giorno), poi per l’ambiente. Non si può comprare direttamente, ma ci sono tutti i link del caso divisi sia per brand sia per categorie di prodotto. In questo modo, anche a titolo informativo, potete venire a conoscenza di numerose realtà che uniscono in maniera professionale etica ed estetica. Da guardare…

www.ethicalfashionguide.com

Un indice del genere che raccoglie i brand italiani FATTO BENE ancora non l’ho trovato, ma chissà che non arrivi a breve proprio da queste parti…o molto vicino! 😉 Stay connected, Stay Sfashion!!!

Lana&Peli: l’impatto ambientale di pecore, capre ed altri animaletti

Adesso che il freddo comincia a fare capolino ecco che tornano piano piano le care vecchie maglie di lana: calde, morbide, avvolgenti e comode. Dopo tutto, ci vanno a spasso le pecore tutte l’anno, andranno sicuramente bene anche per noi umani? Indubbiamente è una fibra che ci fa comodo, ma non fa così tanto comodo all’ambiente. Sì, è naturale, è rinnovabile (grazie a Dio le pecore non hanno smesso di riprodursi) ed è anche biodegradabile, eppure anche le care pecorelle non sono propriamente ad impatto zero, anzi!

Gli allevamenti di pecore comportano l’uso di ampie zone di pascolo che vengono così sottratte ad altri tipi di colture, molta acqua, consumo di erba e foraggio, ma sono soprattutto le feci delle amiche pecore ad essere letali, sia per via dell’azoto in esse contenuto che favorisce l’effetto serra, sia per via di ammoniaca ed ossidi di azoto che possono contaminare le acque di falde superficiale. Carine! Acqua che si inquina ed acqua che si consuma: per rimuovere terra, erba ed altre impurità dal pelo dell’animale appena tosato, i volumi di acqua utilizzati sono ingenti, così come se ne consuma molta in fase di tintura e finissaggi. A questa vanno aggiunte saponi ed agenti chimici e sostanze coloranti…insomma, prima di arrivare al gomitolo di lana (o al filato) di spreco ce n’è parecchio! In più, e qui gli animalisti alzeranno il dito, ci sono alcune pratiche pre-tosatura non troppo rispettose della bestiola in questione, come il museling, ovvero la rimozione di una parte di pelle intorno alle natiche dell’animale per evitare che le mosche ci depongano le uova (sembra un gesto gentile, in realtà molte pecore muoiono per infezione post lacerazione…scusate l’immagine splatter, ma questa è la realtà)!

Anche per i peli “pregiati” la situazione non è migliore: la grande richiesta dei marchi di lusso di materiali come alpaca, mohair, cashmere, angora e così via, che provengono da animali residenti in specifiche aree geografiche (Mongolia, Perù, Ande), ha intensificato gli allevamenti provocando un notevole squilibrio delle aree naturali che sono state trasformate in pascoli, spesso desertificandole!

Il lato positivo è che ci si sta stando un gran da fare per impegnarsi a trattare meglio gli animali, a riciclare l’acqua, ad utilizzare tecnologie a basso consumo e sostanze chimiche un po’ meno pericolose. Oltre a riciclare gli scarti di produzione e post consumo. In questo nel distretto pratese ci sono i re della lana rigenerata, ovvero ottenuta riciclando indumenti o scarti di tessuti composti di lana. E’ un processo che si trova spiegato molto bene all’interno del Museo del Tessuto a Prato, dove praticamente gli indumenti, detti stracci, vengono divisi per colore, ripuliti da zip e bottoni, e poi disfatti per creare un nuovo tessuto. In questo modo i risparmi in fatto di consumi sono notevoli (-77% di energia, -90% di acqua, -90% di prodotti chimici, -95% di Co2, -100% di coloranti chimici perché grazie alla suddivisione degli stracci per colore non c’è bisogno di procedere alla tintura).

Altra storia è quella della lana biologica, dove gli animali mangiano bene, sono curati con l’omeopatia e vivono allegramente in spazi ampi in comunità ridotte (non più di 13 per ettaro): indubbiamente le pecorelle sono più tranquille, ma la natura soffre lo stesso! Quindi? Scegliere bene i capi, trattarli ancora meglio, farli durare e quando proprio sono finiti rimetterli in circolo riciclandoli. E ancora una volta risulta chiaro che per quanto riguarda la sostenibilità MENO è MEGLIO!!! (meno richiesta, meno produzione, meno consumi…meglio per tutti 😉 )

 

Istruzioni per l’uso: prendersi cura dei capi allunga la vita

Si possono fare mille scelte di materiali innovativi, prediligere tessuti rigenerati o naturali, ma ancora una volta la scelta migliore per ridurre la nostra impronta umana è quella di comprare MENO e se facciamo durare di più i nostri capi è sicuramente meglio! Anche il lavaggio e la manutenzione dei tessuti sono causa di un dispendio di energie enorme e le piccole micro-plastiche che si liberano leggere nelle lavatrici di mezzo mondo sono quelle che poi vanno a finire nella terra (e di conseguenza nelle nostre tavole) o nei mari (e di conseguenza nella pancina di pesci&co). Terrore? No, realtà! Ecco perché chi fa le lavatrici con quattro mutande in croce andrebbe messo a centrifugare svariate volte…insieme a chi stira i calzini! La pulizia è necessaria, ma il fanatismo da bucato è MALE tanto quanto foraggiare il pronto moda!!! 😛  Quindi? Quindi vi do’ due dritte a titolo informativo (non sono la regina dei lavaggi, ma i tessuti li conosco benino)!

Illustrazione Enrica Mannari

COTONE: Il cotone, come tante fibre naturali, tende a restringersi. Sempre meglio lavare ad acqua fredda (30°) o tiepida. Vale poi la regola del “panni ben stesi non si stirano“, ma se proprio vi viene voglia meglio farlo con ferro poco caldo e panni umidi.

DENIM: I jeans meno si lavano meglio è! Chiaro, se sono super zozzi sì, al contrario e con le zip chiuse e a 30° al massimo. Ma avete mai provato a dargli una rinfrescata? Metteteli in una busta e via nel freezer per annientare i germi (eliminando cattivi odori) e dare una botta d’aria nuova. Sembreranno appena usciti dal negozio 😛

LANA/CASHMERE/PELI: Anche la lana meglio lavarla solo in caso di estrema necessità: mica le pecore si fanno la doccia tutti i giorni?!? Meglio un ciclo delicato della lavatrice usando detergenti appositi o meglio ancora a mano. Lo so, il problema è poi strizzarla! Per questo si usa, dopo averla lavata, metterla in piano dentro ad un’asciugamano per far uscire l’acqua in eccesso. Guai a chi la stira!!!

SETA: In questo caso meglio leggere le istruzioni riportate sull’etichetta. Trattandosi di un materiale prezioso e delicato meglio lavarlo con un ciclo delicato o fatto apposta per la seta; volendo si può inserire il capo in un sacchetto di rete per proteggerlo meglio. Se si decide di lavarlo a mano aggiungendo aceto bianco o acqua distillata si preserva la luminosità del tessuto.

RAYON(VISCOSA)/LYOCELL/MODAL: Queste fibre semi-sintetiche vanno lavate a basse temperature, volendo anche a mano, con sapone e senza ammorbidente (si risparmia anche, no?). La viscosa sarebbe bene non strizzarla e torcerla troppo perché si potrebbe deformare. In ogni caso meglio asciugarli in piano o ben stesi, evitando l’asciugatrice.

PILE: Il pile è il nemico della lavatrice, che in una sola volta può arrivare a rilasciare fino a 250.000 micro-particelle (povera lavatrice, affogherà!) che a loro volta spargono tossine come se non ci fosse un domani!!! Moriremo tutti prima o poi, ma nel frattempo si può usare la Cora Ball (una palla ispirata ai coralli marini che filtra l’acqua e raccoglie le mico fibre sotto forma di peli visibili che poi possiamo smaltire nel modo giusto) tirandola in lavatrice ad ogni lavaggio di capi sintetici. Meglio non stirare il pile e nemmeno metterlo in asciugatrice ad alte temperature: ricordiamoci che è un derivato della plastica e la plastica si fonde! 🙂

ACRILICO/NYLON/POLIESTERE: stesso discorso del Pile, anche questi tessuti abbandonano microfibre nell’acqua. Li possiamo mettere tutti insieme allegramente con la pallina che galleggia in lavatrice. I sintetici hanno il vantaggio che si asciugano velocemente e che non necessitano di asciugatrice (anche perché quest’ultima rovina le fibre più rapidamente).

In tutti i casi meglio non farsi prendere dalla follia-lavatoria, ovvero mettere le cose una volta e tirarle subito nel cesto dei panni sporchi; i capi possono anche essere appesi a prendere aria o passati con una rapida ondata di vapore (che li “stira” anche) per ridargli quella botta di vita. Re-fresh! Che insieme a Re-use, Re-cycle, Re-duce mi sembra un ottimo quarto comandamento. 😉 Se poi pensate di essere vittime di lavatrici e ferro da stiro vi passo il numero del centro di riabilitazione per pulitrici impazzite…:P

A questo proposito l’etichetta “DO NOT OVERWASHpromossa da AEG in collaborazione con Fashion Revolution, Not Just a Label e The Woolmark Company, è un ottimo modo per ricordarsi di non esagerare con i lavaggi, di proteggere i capi affinché durino di più  e cambiare il proprio approccio anche alla lavatrice. Adesso potete diffondere il verbo a tutti, soprattutto a casalinghe impazzite e mamme di una certa età…che quelle a cambiare abitudine sono sempre MOOLTO restie! (almeno, io c’ho presente la mia, ed è una guerra ogni santo giorno)

Green Carpet Awards: Suzy Menkes, la visionaria!

La settimana della moda milanese me la sono scampata anche per questa stagione 😉 ; nel frattempo il movimento #sfashionista continua ad andare avanti silenziosamente ma a passi lunghi. La “pausa” estiva dal blog di questa rubrica è servita ad aggiornarmi, a studiare, a progettare e a tastare anche la community che si muove su Instagram per capire gli argomenti da toccare in questa sede e non solo. Ho dovuto appurare che c’è sempre più interesse e curiosità, voglia di essere informati e di capire come poter essere più attenti nelle proprie scelte riguardo all’abbigliamento e alla moda, ma non solo. E quindi siamo pronte a ripartire, io ed una serie di altre penne e voci che mi supporteranno in questa nuova stagione. Qualcosa di “buono“, però, questa settimana milanese l’ha portato: prima di tutto la sfilata di Tiziano Guardini, inserita nel calendario ufficiale (segno che i riflettori si possono puntare anche su collezioni sostenibili) e la seconda edizione dei Green Carpet Fashion Award.

Una manifestazione voluta da Livia Firth, attivista e fondatrice di EcoAge, punto di riferimento grazie al quale i marchi possono capire come adottare un comportamento etico sia sociale sia ambientale. Un gala esclusivo per celebrare l’impegno delle case di moda di lusso per la sostenibilità e premiare quelle che mostrano innovazione e artigianalità della filiera della moda italiana, mettendo in luce coloro che lavorano per un cambiamento rapido, preservando il patrimonio e l’autenticità dei piccoli produttori. Il principio ispiratore è nobile, il glamour assicurato, la copertura mediatica anche (dopotutto, mai come in questi casi, è bene che di certe cose se ne parli). Per salire sul “green carpet” è necessario indossare abiti che rispecchiano i criteri di sostenibilità promossi da EcoAge (e guai a presentarsi con l’ultimo originale Zara), altrimenti non ci si mette piede! Severo ma giusto, avreste mai il coraggio di presentarvi ad un raduno animalista con la pelliccia? Ecco, meglio non rischiare…;)

I premi assegnati durante la serata sono stati 13 (per sapere chi se li è aggiudicati andare qui), si va dal  premio per la tecnologia e l’innovazione fino a quello per l’artigianato, passando dal miglior produttore sostenibile al miglior designer emergente (che ovviamente si muove in una direzione guidata dall’etica sociale ed ambientale).Il  “Visionary Award” è andato a Suzy Menkes, una delle voci più autorevoli ed informate del mondo della moda, che ha raccontato le storie degli straordinari produttori e artigiani della filiera del lusso, le mani importantissime che permettono alla moda di essere quello che è. Redattrice uscente di The International New York Times, dal marzo 2014 è International Vogue Editor, ma sopratutto è una donna che non ha mai avuto paura di dire la sua e di utilizzare la sua penna con cognizione di causa per fare critica o scostarsi dalle opinioni comuni. A causa di ciò molto spesso non è stata invitata a sfilate o eventi (per via di recensioni precedenti che non erano state gradite), ma questo non le ha impedito di portare avanti il suo lavoro.

Pioniera e visionaria, la Menkes è stata colei che ha avuto il coraggio di affermare che il calendario serrato e incessante della moda, il continuo ripetersi di una stagionalità sempre più rapida, ha avuto conseguenze negative per i designer e la loro produzione, distruggendo il lavoro ed il processo creativo. Ed ha avuto parole taglienti anche per quello che lei stessa ha definito “il circo della moda” dei blogger e delle celebrità in stile street, ridicoli e vuoti esaltatori del proprio ego, venduti a marchi che li riempiono di cose. Tutto ciò è in aperto contrasto con uno dei principi inculcatole ai primordi della carriera come giornalista e che ormai è diventato un mantra “Non va bene perché ti piace; ti piace perché è buono.” La Menkes non solo non accetta i doni che le vengono fatti, in alcuni casi li invia all’ospedale americano a Parigi, in altri li  restituisce al mittente con una poche righe: “Sono stato educata a credere che una ragazza non dovrebbe mai accettare altro che fiori e cioccolatini“. Che eleganza… 😉

Una donna coraggiosa, informata, ironica e pungente, che con fermezza e determinazione ha sempre fatto il suo lavoro senza vendersi a nessuno. Un esempio di come sia possibile fare carriera ed acquisire autorevolezza pur andando contro corrente in un mondo spolverato di lustrini dove lo spirito critico sembra sempre meno presente. Suzy per me ha vinto due volte; ed è indubbiamente una sfashionista… 😉

 

Scelte importanti: VIC, Very Important Choice

Si può sempre scegliere. A volte abbiamo un ventaglio di opzioni a disposizione, altre volte solo un paio, in ogni caso è importante sapere che si può decidere in che direzione andare. Sempre. Anche per quanto riguarda l’armadio, che non è sicuramente un tema cruciale e un nodo fondamentale della vita, ma è uno di quegli aspetti ordinari che spesso viene svolto in automatico, quasi senza pensarci, trascurando il dettaglio che ogni scelta di acquisto è un atto che può portare a delle conseguenze. No, non inizio il pippone, dopotutto siamo alla fine di giugno, ma aggiungere una possibile “scelta” alle tante che abbiamo a disposizione per un armadio più sostenibile e meno impattante. Si chiama VIC, Very Important Choice, ed è una piattaforma di scambio di abiti  e accessori dei migliori brand eco-fashion, uno spazio per connettere produttori e consumatori consapevoli, una piazza virtuale dove trovare informazioni e condividere saperi ed esperienze.

VIC, ancora in fase di star up, è nata dall’idea di Sara Francesca Lisot, che dopo un Master in Social Entrepreneurship & Management in Danimarca, è tornata in Italia per dedicarsi al life coaching e a progetti imprenditoriali ad impatto sociale, e Francesca Romana Rinaldidocente al Milano Fashion Institute dove dirige il Master in Brand & Business Management e il corso New Sustainable Fashion (che ho avuto modo di conoscere personalmente durante le lezioni del corso Out of Fashion). L’idea nasce da un paio di considerazioni oggettive: la prima è quella che del guardaroba si utilizza effettivamente solo un 20%, la seconda è “cosa si può comprare con 49€ oggigiorno” (senza finire nel giro del pronto moda) e la terza è la volontà di applicare il modello di economia circolare dal lato del consumatore. Ed ecco la proposta di Very Important Choice, ovvero entrare nella community con 49€ mensili che danno diritto alla fruizione di 3 capi/accessori da restituire a fine mese. Praticamente non c’è acquisto, ma un affitto; in questo modo si riducono i rifiuti, ogni capo è usato molte volte e alla fine viene nuovamente messo a disposizione dei brand per essere riconvertito o riciclato. In questo modo non si troveranno più quintali di cadaveri dismessi nell’armadio, eliminando anche quell’antipatica operazione di ripulisti che ciclicamente ci tocca affrontare 😉

I marchi a disposizione sulla piattaforma sono etici e sostenibili, selezionati in base alla bellezza e alla trasparenza della filiera; ogni capo ha una storia che parla non solo della composizione dei tessuti ma anche la loro provenienza, le modalità di realizzazione e le istruzioni per il lavaggio e la manutenzione. Tra i brand sostenibili partner si incontrano già nomi (noti spesso solo a chi è di settore, ma sarà bene che comincino ad entrare nelle liste e nei cuori anche del grande pubblico) come Re-Bello, Wrad, Progetto Quid, Peekaboo, Emina, Innbamboo, Esthethique, Ideeappeseaunfilo, Zerobarracento, On Earth, Cora Happywear, Quagga (ma la lista è in continuo aggiornamento…stay tuned 😉 ). Il procedimento è semplice, basta andare nella sezione “order” e cominciare a guardare quello che più piace, scegliere e aspettare di ricevere a casa. Il packaging è assolutamente riciclato ed una volta tornati indietro alla fine del mese i capi vengono lavati con lavaggio  ecologico e sanificazione naturale all’ozono. Niente è lasciato al caso e ci sono capi disponibili davvero per tutti e per tutti i gusti, comprese cose per i bambini. Per chi si innamora follemente del capo preso in condivisione, è stata prevista la possibilità di offrire l’acquisto prima del ritiro con uno sconto del 20% sul prezzo di listino. Insomma, questo progetto ha davvero tutte le carte in regola per alleggerire il peso dell’armadio e dell’industria della moda sull’ambiente!

Foto di Federico Simone

L’impegno di Sara e Francesca va oltre l’armadio con una mission più ampia che vuole promuovere la sostenibilità come stile di vita; ecco perché sarà prevista anche l’offerta di soggiorni nel segno del relax e del benessere immersi nella natura…Io fossi in voi correrei a dare un occhio! Possiamo tutti scegliere, con un singolo gesto, di contribuire a costruire un mondo differente senza depredare le risorse a disposizione. O no? -SHOPPING +SHARING!!!

 

 

Vintage Revolution/ Vintage da spiaggia…

Godersi il sole, il vento e il mare in tutta comodità ma respirando un pizzico di atmosfera retrò

di FEDERICA PIZZATO (hobo vintage biella)

Finalmente è arrivata! La stagione che aspettiamo per poter scoprire qualche pezzettino di pelle in più, per osare di più con i colori e per assaporare qualche attimo in più di libertà: l’Estate! Ma chi l’ha detto che le giornate al mare sono solo shorts di jeans, canotte e abitoni di poco conto?Ho pescato dal baule vintage di Hobo qualche chicca da spiaggia da indossare dal mattino fino al tanto anelato aperitivo al chiringuito per sentirsi sempre a proprio agio e super glamour mantenendo la praticità che la spiaggia richiede.

L’abito Anni ’60 etnico

In vero e puro lino, ha i colori della terra e della natura ma anche un pizzico di oro. Le maniche a sbuffo lo rendono sfizioso e un po’ fru fru nonostante la linea pulita e i dettagli dei bottoni e dei bordi lo completano e lo consacrano a vero pezzone unico dell’estate. Da indossare a piedi nudi o con un sandalo prezioso vi regalerà sempre un’aria sofisticata a tutte le ore.

Anni ’70 black and white

Non potevo esimermi dal proporvi il crochet per la vostra estate e lo faccio con un maxi abito in bianco e nero che lascia, come è ovvio, intravedere il costume ma ci dona la giusta disinvoltura regalando armonia alle nostre forme. Lo scollo a V e le maniche a tre quarti gli donano un tocco in più. Lo spirito però è sempre quello da figlia dei fiori!!

Anni ’80 animalier

Un capo particolare che si sposa bene con spiagge un po’ wild o alternative. Un brand che vive tutt’ora ma che è stato un capo saldo degli anni ’80: Krizia. La maxi camicia dai dettagli zebrati e dai colori del sole non potrà che darvi la giusta grinta da spiaggia! Fermata da una cinturina in tinta magari glitterata renderà magnetiche le vostre serate…

Anni ’90 marini

una camicia svolazzante, leggera e fresca con i colori dell’acqua e grafiche perfettamente intonate con i fondali marini più belli. Negli anni ’90 si sa, non si badava alle fantasie azzardate e ai dettagli luccicanti. Già, perchè proprio questa camicia ha dei bottoni stupendi a forma di conchiglia e dorati un ulteriore dettaglio brillante e moderatamente kitsch per completare la ricchissima e vitaminica fantasia di un capo che non vi lascerà passare inosservate.

L’accessorio

E non dimenticate di andare in spiaggia con un bel copricapo che vi tenga al fresco i pensieri! Questa volta ho scelto un delizioso cappello a tesa larga in paglia blu con un grande fiocco a pois color ciliegia. Arriva dagli anni ’80 ma ci ricorda i tanto sognati fifties!!! Che ne dite?!

Buone vacanze a tutti!! ❤

Bambini sfashionisti crescono

Quando si parla di moda pensiamo sempre al mondo adulto, tralasciando il dettaglio non trascurabile che quelli che cambiano (e cambiamo più spesso, fashion victim a parte 😉 ) sono proprio i cuccioli di uomo, ai quali non si vuole mai far mancare nulla. Proprio per questo, però, spesso l’attenzione si rivolge a catene low cost. Esistono delle alternative

Dal numero di maggio di i like it magazine 

I figli “so’ piezz’ ‘e core” e anche pezzi di conto in banca che se ne vanno anno dopo anno sotto forma di abbigliamento, libri, giochi, scuole e attività sportive. Insomma, i figli costano!

Anche perché i figli crescono, si sporcano in continuazione, cascano e si rompono i pantaloni, poi crescono ancora, iniziano ad avere i loro gusti, scelgono, decidono cosa mettersi e crescono ancora. Insomma, il guardaroba dei bambini è in continuo divenire, con capi che a volte sono indossati per pochissimo tempo per poi rimanere dimenticati in fondo al cassetto. Questo è ben noto alle mamme moderne e se le nonne investono ancora cifre consistenti per comprare un capo buono alla nipote, loro invece cercano qualunque modo per risparmiare e nello stesso tempo per non far mancare nulla ai loro cuccioli. Chapeau. Spesso, però, l’attenzione si rivolge alle Sante Catene Low Cost che con soli 15€ ti danno il pacchetto con ben due t-shirt, oltre che appetitose collezioni che cavalcano le tendenze del momento da cambiare rigorosamente ogni sei mesi. Fermi tutti: ce n’è davvero bisogno o possiamo trovare delle valide alternative?

La scelta c’è, sempre, così come trucchi meno impattanti per vestire bene anche i bambini senza investire un patrimonio e senza ricadere su abiti realizzati con materiali scadenti, che puzzano dopo poco o colorati con tinture che scoloriscono rilasciando elementi chimici poco sani sulla pelle liscia del piccolo erede. Prima accortezza: liberiamo i bambini dai trend stagionali! I marchi sono molto bravi a inventare collezioni stagionali con il personaggio dei cartoni del momento o addirittura scimmiottare i look delle mamme proponendoli in versione mignon; ecco, non ce n’è bisogno. I bambini vanno vestiti da bambini, con cose adatte alla loro età, siano esse basiche, divertenti o da principessa, riproponibili stagione dopo stagione senza doversi preoccupare di non essere alla moda (c’è tempo per diventare fashion victim). E qui compare un altro trucco, ben noto a tutte le mamme attente: sempre meglio un po’ più grande. La taglia un po’ più ampia asseconda la crescita; se poi l’abito dell’anno prima funziona anche come maglietta l’anno dopo ben venga, avete preso veramente due al prezzo di uno, ottimizzando l’investimento! L’altra cosa che funziona benissimo è lo scambio. No, non è necessario avere parenti/amici/nipoti prossimi, o meglio, se ci sono ben venga, ma esistono già comunità online come quella di armadioverde.it dove poter barattare in tranquillità con l’armadio di perfetti sconosciuti. Chi non è avvezzo all’uso del web può anche trovare eventi dal vivo durante i quali scambiare abiti/giochi/attrezzature per bambini (su http://www.familywelcome.org/ ci sono numerose dritte). La ciliegina su questa torta di scelte per i piccoli sono le numerose aziende che stanno sviluppando collezioni con un occhio all’ambiente, l’altro all’etica del lavoro e l’altro, il famoso terzo occhio, allo stile cool adatto per i bambini (per conoscerne alcuni vi segnalo questo sito goodonyou.eco/ethical-childrens-clothing-brands/). Magari il prezzo è un po’ più alto, non esoso, e in questo caso è indicato fare un bel mix&match tra pezzi basici, pezzi alternativi e pezzi barattati in giro per il mondo. Se educati in questo modo, i bambini non potranno che venire su bene…

Mi piace: Invidio tantissimo certi brand per bambini, perché le cose che fanno mi piacciono talmente tanto che le vorrei della mia taglia. Indubbiamente uno dei miei preferiti è Mini Rodini (www.minirodini.com), che realizza collezioni pop super-sostenibili. L’altro, nostrano, è la sartoria fiorentina di Ang un bebè (www.angunbebe.com), che con cura e passione segue ogni singolo capo, dal cartamodello alla scelta dei materiali, compresi quelli di cartellini ed etichette, consegnando in città solo in bicicletta, limitando le emissioni di Co2.

Voi state crescendo piccoli sfashionisti? Che qui la community ha bisogno di nuove leve per portare avanti il movimento rivoluzionario 😉