Zero Waste Fashion Design: idee senza spreco!

Sperimentare, innovare, scoprire nuove forme e, naturalmente, limitare o azzerare gli sprechi: ecco cosa si intende per Zero Waste Fashion Design! Che l’industria della moda produce numerosi rifiuti durante i processi produttivi ormai dovremmo esserne al corrente. Ci sono due macro tipologie di rifiuti tessili: una è quella creata dall’industria e l’altra è quella creata dai consumatori. Alla prima appartengono tutti gli scarti che si vengono a creare durante la manifattura di fibre, filati, tessuti e soprattutto capi di abbigliamento; nella seconda ci sono i capi usati ed i tessuti per la casa (lenzuola, tovaglie, ecc). Quando si parla di Zero Waste Fashion Design si parla di concepire il design di capi di abbigliamento limitando gli sprechi in fase produttiva! Insomma, una cosa abbastanza tecnica e da addetti ai lavori, che ho deciso di condividere perché anche chi non lo fa per mestiere può valutare diversamente marchi e designer che hanno questo approccio al prodotto (tipo me 😛).

Lo spreco di tessuto in fase produttiva è sempre stata considerata una perdita in termini economici, ora siamo consapevoli del fatto che è anche un danno per l’ambiente; recuperare gli scarti tessili è una parte fondamentale per evitare che finiscano inceneriti al suolo, ma tentare di ridurli a monte è una soluzione decisamente più interessante. Come dire, prevenire è meglio che curare! 😉 Il termine Zero Waste in ambito moda è arrivato intorno al 2008, (anche se risale al 1970 la fondazione, da parte di Paul Palmer, dello Zero Waste Institute, che si occupa di evidenziare  le falle dell’industria moderna rispetto alla produzione dei rifiuti), ma i primi esempi concreti di design dell’abbigliamento senza spreco risalgono ai tempi dei tempi (dettati più dalla preziosità e conformazione dei materiali che dall’idea di sprecare meno): le pelli di animale usate dagli antichi indiani del nord america, himation e pepli degli antichi Greci o ancora i Sari indiani. Tutti esempi di lunghezze di tessuto non tagliate e drappeggiate intorno al corpo. Per tagliare un Kimono tradizionale si usano le lunghezze ma nessuno spreco (quel che avanzerebbe viene ripiegato in dentro per dare sostegno e non aggiungere altro materiale) e sempre dalla Cina degli anni 50 arriva un modello di pantalone ottenuto con due rettangoli accostati l’uno all’altro. Del 1919 è la tuta del futurista Thayath (nome vero Ernesto Michahelles, italiano) ottenuta da un solo pezzo di tessuto, della quale sono state elaborate successivamente una versione in due pezzi da uomo e una versione abito da donna. Anche Madeleine Vionnet aveva dimostrato un certo interesse per le forme geometriche, realizzando un abito solo con quattro quadrati di tessuto. Un approccio simile ma diverso è stato quello della stilista britannica Zandra Rhodes, che ha sempre dimostrato un amore per i tessuti ed i cui cartamodelli erano determinati dalle forme geometriche delle stampe.

Da lì in poi sono numerosi i designer che hanno seguito e che tutt’ora seguono questo approccio differente rispetto alla progettazione “tradizionale” di capi di abbigliamento. Sì…ma praticamente? Per chi non lavora nella moda c’è da fare una piccola premessa: nelle aziende esiste “lo stilista“, colui che crea, quello figo per eccellenza (nelle scuole di moda quasi tutti vogliono fare gli stilisti, per capirci), chi fa sviluppo prodotto, chi fa i cartamodelli (il modellista è sempre stato considerato un tecnico sfigato), chi esegue il taglio, chi assembla, chi tinge, chi rifinisce, chi stira…Chi progetta solitamente si fa dei grandissimi viaggi da solo, ovviamente punzecchiato da quelli del marketing che gli sottopongono sempre dei numeri da tenere presente; parte da un’idea, da un’ispirazione, spesso avendo una vaga idea dei tessuti e la realizzazione del modello è solo la parte finale del processo. Ecco, nello Zero Waste la modellistica è una parte fondamentale, anzi, è lei la vera parte creativa della storia. Per realizzare dei capi lo Zero Waste Fashion design può partire proprio dal cartamodello!

Ph. Sandermann, Zero Waste Fashion Label

Lo spreco di tessuto avviene durante il taglio; prima del taglio i pezzi di un abito vengono piazzati sul tessuto e quasi sempre, per quanto il piazzamento sia tendenzialmente ottimizzato, ci sono degli spazi con forme assurde che rimangono inutilizzati. Lavorando a monte sulle forme dei pezzi, valutando bene l’altezza del tessuto e a volte anche la fantasia o la stampa, si riescono davvero ad ottenere dei piazzamenti senza nemmeno un centimetro di tessuto sprecato. No, non è una supercazzola…ve lo faccio capire in breve:

Piazzamento di un cartamodello tradizionale: gli spazi neri che vedete è SCARTO!

Piazzamento Zero Waste di Timo Rissanen (docente, esperto e autore di omonimo libro che consiglio a tutti gli interessati all’argomento): non c’è NESSUNO SPRECO!

Giocare con le forme geometriche sembra la soluzione ideale, ma non è l’unica tecnica possibile, anzi. Si possono elaborare diverse combinazioni a seconda dell’estetica del capo, della vestibilità e della forma che si vuole ottenere. E’ un gioco di incastri, di progettazione, di creatività estrema relazionata al tessuto e alla manifattura, ovvero la reale fattibilità di un capo, dove cuciture, rifiniture e difetti possono diventare elementi distintivi di un’intera collezione. Un approccio integrato che ha anche la funzione di ri-disegnare il sistema moda, riavvicinando le varie figure professionali e rendendole partecipi, ognuna secondo le loro competenze, dell’intero processo. Se pensiamo che spesso designer, modellista, tagliatore e confezionista stanno addirittura in Paesi diversi, indubbiamente una dimensione Zero Waste riavvicinerebbe il tutto, portandolo anche a Km0! 😉

Vedo le perplessità: saranno solo capi strani e poco pratici e poi è un sistema artigianale non riproducibile su larga scala! Bugie entrambe! Alcuni capi sono effettivamente più simili a sculture e magari non proprio indossabili tutti i giorni (anche se è tutto da vedere pure lì), ma ci sono intere collezioni di marchi che sono sul mercato da anni che sono mettibili oltre che molto originali. Questo risponde anche alla seconda domanda: una volta trovato il cartamodello ed il piazzamento giusto, il sistema funziona anche nell’industria, permettendo sviluppi taglia coerenti e riproduzioni illimitate. Si tratta solo di cambiare modo di pensare. Anzi, si tratta proprio di PENSARE alle cose in maniera coerente, diversa, riportando la moda ad un atto di progettazione sensato il cui scopo non è buttare in fretta e furia l’ennesima t-shirt bianca sul mercato, ma quello di creare con tutto il tempo che ci vuole cose utili, belle e anche buone! 😉

E per farmi perdonare del pippone vi lascio un po’ di siti dove andare a curiosare:

Tara St. James con il suo Study NY

Shingo Sato e i suoi corsi di Transformational Recreation

Yeholee

6 Zero Waste Fashion Designer

Vi ha incuriosito l’argomento? Vi interesserebbero dei corsi a tema? Fatemi sapere e rimanete sintonizzati da queste parti perché mi sto attrezzando 😉

Vintage Revolution mini tour puntata 2

di FEderica Pizzato

Nel periodo della corsa sfrenata ai capi a poco prezzo, delle finte occasioni e del possesso di tante cose di poco valore che prima o poi finiranno col riempire le nostre case e i nostri armadi e poco più tardi le nostre spazzature, io scelgo di raccontarvi di un luogo del cuore. Benvenute al secondo appuntamento con il vintage (ma questa volta dovrei dire anche con l’hand made) tour!

Sono approdata per la prima volta a Lecce quasi tre anni fa e uno dei primi luoghi che ho conosciuto sono state le Manifatture Knos, un luogo già di per sé vintage visto che si tratta appunto di un ex manifattura, che oggi riunisce al suo interno tante realtà virtuose che lavorano con le persone a diversi livelli: dalla sartoria popolare, alla palestra di arrampicata, dal Fab Lab alla scuola di circo. Di lì a pochi mesi ho partecipato per la prima volta con la mia bancarella di selezionatissimi capi vintage a El Mercatone, un paradiso per gli amanti del genere ma anche degli oggetti di modernariato, dei vinili e dell’artigianato di ogni tipo. Questa volta mi sono messa nei panni della visitatrice e ho scovato tra le tante proposte oggetti e capi che mi hanno colpito a dimostrazione del fatto che non basta entrare in un negozio del centro o in un grande magazzino per trovare il vero oggetto dei nostri desideri!

In questa puntata del tour non mi concentrerò solo sul vintage dunque ma anche sugli oggetti handmade che mi hanno colpito e sulla vera e propria “esperienza” che questo party-bazar offre. Comincio col dire che lo shopping a El Mercatone (che si svolge all’incirca un sabato al mese) è sempre accompagnato da una colonna sonora musicale che lo rende una vera e propria festa: infatti tra dj set e musica dal vivo non manca mai l’occasione di canticchiare passando da una bancarella all’altra e, per chi si vuole godere la giornata fino in fondo, c’è sempre un buon caffè o un aperitivo da gustare al bar! Per i più piccoli c’è tantissimo spazio per giocare (anche con cicli di vario tipo) sia all’interno che all’esterno e gli eventi collaterali dedicati ai più piccoli ma anche alla cultura e all’impegno sociale sono molto frequenti.

Si ok ma cosa ci trovo a questo Mercatone? La risposta è semplice: veramente la qualunque! Ecco le mie ultime scelte cominciando dal vintage: ho scovato tra le bancarelle del vintage e dell’usato una camicetta nera a stampa rossetti, super attuale e abbastanza sfiziosa per sostituire qualche acquisto compulsivo nei saldi sempre a passeggio tra gli abiti ecco spuntare una mini gonna con un tessuto super particolare, floreale e cangiante. Un capo secondo me super smart da portare in inverno con calde calze di cashmere, in autunno con calzettoni di lana e in primavera con calze color cipria di cotone! Essendo amante anche degli oggetti antichi e dei piccoli tesori ho posato il mio sguardo su una bella e fornita bancarella di modernariato con lampade e oggetti d’uso davvero interessanti per chi vuol dare un tocco di colore dal gusto seventies alla propria casa e poi, per chi ama la carta, nascoste tra i vinili di un fornitissimo stand ho scovato delle cartoline anni ’20 davvero deliziose perfette per dare personalità a quella parete rimasta un po’ spoglia, per realizzare gli allestimenti di un party a tema o semplicemente da usare come sfizioso segnalibro per le nostre letture del cuore.

Non si può però parlare di Mercatone senza parlare anche di handmade: il mio occhio è caduto in primis sugli accessori, magari da mixare con i propri vintage look. Le tracolle e le pochette in tessuto ed ecopelle di Eclettica Creazioni ad esempio, hanno fantasie super pop e colori accesi. Un bel regalo per chi vuol dare un tocco di felicità al proprio quotidiano. Per incorniciare i nostri bei visini invece, ho scovato due proposte agli antipodi (penso di non essere l’unica ad avere molteplici personalità!): gli orecchini-libri di Raiden Oppe mi hanno colpito soprattutto perché sono veri e propri taccuini in cui è davvero possibile scrivere piccoli pensieri da tenere sempre vicini alla testa! I gioielli di Conamore invece mi hanno attratto per i super colori e mi hanno fatto pensare alle serate in cui abbiamo bisogno di sentirci più speciali del solito. Sempre in tema accessori, ma questa volta illustrati a regola d’arte con l’effige di personaggi che ci stanno particolarmente a cuore, ho trovato le opere di Laurenji Bloom davvero belle e romantiche e super da regalare a chi come me non può fare a meno della musica e della poesia.

Giunti al termine di questo mini-viaggio che dal vintage ha sforato nel fatto a mano. Spero ancora una volta di avervi dato degli spunti per fare shopping più consapevolmente e creativamente e di fatto venir voglia di scoprire un altro piccolo angolo inedito di sud. Aspetto i vostri pensieri se vorrete condividerli!

L’altro lato dei saldi

I saldi sono un momento tristissimo per la moda. Lo so che non siete assolutamente d’accordo con questa mia affermazione e lo capisco; da consumatori piace un po’ a tutti fare affari vantaggiosi e avere capi belli spendendo poco. So anche che siamo in un momento storico dove di soldi ne girano pochissimi, la capacità d’acquisto è ridotta e visto il gran giramento di palle quotidiano di voglia di far girare l’economia ce n’è sempre meno. I saldi, quindi, sembrano il momento giusto per approfittarne e rifarsi l’armadio, spesso riempiendolo di cose inutili sull’onda entusiasta del “tanto costa poco“. Pro e contro sui quali possiamo spendere qualche parola…

Uno stilista di moda lavora su una collezione diversi mesi: fa una ricerca tendenze più o meno accurata, fa svariate riunione con quelli del marketing che gli mettono paletti da tutte le parti incenerendo qualsiasi input creativo sul nascere, fa quintali di progetti e disegni con proposte che verranno limate e contenute e sulle quali dovrà poi lavorare altrettante ore, fa le schede tecniche, si relaziona con i fornitori, sdifetta il primo campione, poi anche il secondo, poi anche il terzo. Insomma, prima che quel maledetto capo arrivi ai rappresentati o ai distributori passano mesi, poi ci sono campagne vendite che coinvolgono numerosi attori, poi c’è la produzione, poi finalmente quella collezione arriva in negozio. Una mole di lavoro e sudore che rimane in gruccia per mesi, un oggetto del desiderio guardato ma non toccato per via del suo prezzo, fino a che, 4/5 mesi dopo al massimo, ecco che il suo valore viene dimezzato. ZAC! Decapitato, privato di ogni poesia, annientato nella ricerca, distrutto nell’essenza e portato al rango di straccio ormai “vecchio“. Un vecchio di 6 mesi che non vale più niente. Anche un designer che lavora in proprio si fa un gran mazzo, spesso doppio perché deve anche pensare a farsi la rete vendita da solo; dover AUTO-SVALUTARE il proprio lavoro dopo pochi mesi è di una tristezza allucinante, un piccolo suicidio professionale. 😦

Un negoziante che decide di investire nel suo punto vendita è un imprenditore che si prende dei rischi e che ha delle spese. Anche il negoziante di fatica un po’ ne fa: fiere, showroom, ordini, rendere accattivante il proprio store, avere un rapporto diretto con il cliente (che non sempre è affabile e carino), intercettarne i gusti e fare le proposte giuste. Un lavoro giornaliero e certosino, dove i risultati non sono garantiti o arrivano solo duranti i SALDI.  “Se per gli assessori al commercio delle varie regioni d’Italia questa è una notizia positiva, e per i commercianti una speranza di riguadagnare il passo perduto, per l’Adiconsum si tratta di un falso grido di vittoria in quanto i commercianti acquistano le merci molti mesi prima e si indebitano per farlo, poi, per riuscire a venderle tutte, si devono inventare vari escamotage durante il resto dell’anno”.  Saldi che sono appollaiati sempre più a ridosso delle feste natalizie, con la controindicazione che se un tempo dicembre era il mese dove si incassava di più, adesso gli acquisti dicembrini sono rimandati ai primi giorni di gennaio…appena iniziano i saldi! E se con i saldi è vero che si vende di più, è anche vero che spesso gli incassi vanno a ricoprire meramente i costi. Ed è così che i negozi, soprattutto di privati, chiudono le serrande lasciando fondi vuoti per grandi catene o franchising. Tristino…

Ma non è l’unico scenario commerciale possibile. Quello che sta accadendo spesso è che i negozi non si indebitano più facendo ordini alle aziende con un anno in anticipo; per riempire i negozi vanno direttamente ai grandi spacci di pronto moda (Centergross di Bologna, Cis di Nola, ecc) a rifornirsi settimanalmente con i contanti in mano. Un sistema che potrebbe sembrare più moderato e con meno spreco, visto che i negozi riforniscono quello che gli manca durante il corso dei mesi, ma che sta comportando anche la chiusura di storiche aziende che non possono competere con questo sistema che ha un ciclo produttivo al massimo di 3 settimane (pronto moda=moda bella e pronta, rapida, veloce, pensata e fatta). Un cane che si rincorre la coda? Parrebbe di sì…

L’estetica dei saldi, poi, è di una tristezza disarmante. I negozi diventano brutti, poco curati, vetrine inesistenti, grandi cartelli rossi che strillano a gran voce la svalutazione di tutto quando fino a pochi mesi prima un valore l’aveva, stand strizzati di grucce che a fine giornata sembrano un ammasso di cadaveri scomposti a conclusione della battaglia (perché purtroppo le battaglie durante i saldi i clienti incivili le fanno, leggere il post di un paio di anni fa per ricordarci come i saldi siano in grado di tirare fuori il peggio dalle persone)!!! Spendo diverse parole durante le mie classi di Visual Merchandising sul fatto che durante i saldi i negozi dovrebbero essere comunque curati ed accattivanti, ma ad oggi posso solo constatare che durante i saldi i negozi sono veramente TRISTI (e brutti). Ed i clienti, sono sempre soddisfatti? Prima di tutto il cliente parte già prevenuto e sospettoso, con l’idea che il commerciante sta tentando di fregarlo, perché gonfia il prezzo, perché non mette la percentuale di sconto, perché non inserisce il prezzo iniziale, perché parte subito con il 50% o perché mette fuori cose di due/tre anni fa (o mi stavi fregando prima o mi stai fregando ora, maledetto truffatore…poverelli, questi mettono il 50% per non finire la stagione con il magazzino pieno e le pezze ‘ar culo). Poi non trovano la taglia, a volte nemmeno il colore, spesso non riescono a provare le cose perché i negozi sono pieni di gente e così tornano a casa con cose che non stanno bene addosso e finiscono nell’armadio con il cartellino attaccato fino al prossimo cambio di stagione. Alcuni gli affari li fanno davvero e tornano a casa sorridenti e soddisfatti, meno male.

Insomma, rispetto ai saldi massicci ho sempre preferito delle promozioni oneste, magari in periodi dell’anno meno scontati o su capi datati più di 6 mesi, dove in quel caso tutto prende un senso diverso. Svalutare un oggetto dopo pochi mesi mi sembra una presa di culo per il cliente e un atto poco rispettoso verso chi ha effettuato l’acquisto a prezzo pieno a inizio stagione; per quanto mi riguarda vanno bene i saldi sui capi di campionario, sui campioni e sulle collezioni datate. Chiaramente meglio capi che escono dai negozi in saldo che capi che finiscono nell’inceneritore, ma anche in questo caso la parola chiave per tutto è MODERAZIONE! Insomma saldi sì, ma non fate le abbuffate di cose inutili che poi vi scoppia l’armadio (e vi si prosciuga il conto); meno è meglio! Ricordiamoci di comportarci bene (non c’è bisogno di fare a mazzate con gli altri) e soprattutto NON fate esaurire le commesse, che poi se vogliono sanno essere  veramente stronze! 😉 E ora voglio sapere cosa ne pensate voi dei saldi…

…buon 2019 #sfashionisti miei! 

Creare il movimento (di donne, di moda e del fare rete intelligente)

Sfashion non è solo un libro, è un percorso. E’ un cammino iniziato tanto tempo fa quando cominciai ad avere i primi conflitti con il mondo della moda, ci ho messo un puntino quando mi sono licenziata dalla prima azienda perché non sopportavo il sistema, ci ho messo un altro punto importante con l’uscita del libro e sto continuando a mettere puntini ogni singolo giorno della mia vita. Ogni tanto, nonostante l’obiettivo sia chiaro e la motivazione presente, mi prende la sfiducia, la stanchezza, la fatica e quell’atteggiamento tipico dell’essere umano accomodato sulla vita che dice: “Tanto qui non cambia niente, cosa ti agiti a fare?”. Eh…appunto!

Poi accadono giornate come quella di martedì scorso a Milano e mi riprendo immediatamente. Sono stata in riunione con le donne di Connecting Cultures, tre meravigliose teste che lavorano sulla cultura, sull’arte, sulla moda e sulla sostenibilità; sono loro che organizzano il corso Out Of Fashion (corso di formazione di cui vi ho parlato a inizio anno), che hanno pubblicato il libro Fashion Change e che si muovono costantemente per costruire “un’altra moda“. Anna Detherige, Chiara Lattuada e Paola Baronio (la penna dietro La Mia Camera con Vista) sono molto diverse tra loro, ma la loro diversità è una sinergia che combinata insieme riesce a dare vita ad un sacco di cose. Mentre eravamo a pranzo ci ha raggiunto un’altra donna incredibile, è entrata nel locale imbacuccata dalla testa ai piedi (perché si muove solo in bici) sentenziando con un sorriso “Sfido chiunque ad essere vestita bene con questo cazzo di freddo”. Benedetta Barzini è un pezzo di storia della Moda, modella, giornalista, docente in università ma soprattutto una rivoluzionaria indipendente che non ha nessun tipo di problema a dire la sua e ad andare contro corrente (sì, ci siamo trovate immediatamente). Passare cinque ore con queste donne a parlare di moda, arte, convegni, progetti, libertà, indipendenza è stata una boccata d’aria fresca, un’iniezione di motivazione (se c’è chi ha ancora la forza per spingere verso un cambiamento a 74 anni perché dovrei mollare io a 38?!?) e  tutto mi è ritornato chiaro: io da sola non cambio niente, ma quando si crea un movimento l’onda che si genera può essere davvero ad alto impatto.

Mi sono quindi venuti in mente i “movimenti” di un tempo, quelli legati alle correnti artistiche, al pensiero filosofico che diventava azione, all’unione di persone che genera cambiamenti. E mi si è palesato davanti un altro interrogativo: siamo in grado, nel 2018, quasi 2019, di generare un movimento sano, attivo, in cui ognuno partecipa con la sua voce e con i suoi mezzi verso un obiettivo comune senza bisogno di proteggersi dalle “copie”, senza fare a gara a chi arriva primo, senza essere gelosi delle proprie scoperte e dei propri traguardi, comportandosi in un modo etico? Fare rete è importante, fare rete in maniera intelligente e corretta è fondamentale. Anche in questo modo dedicato alla diffusione dell’ “altra moda” e altri stili di vita c’è, purtroppo, chi fa a gara ad arrivare per primo, chi è geloso del proprio micro-mondo, chi tiene le proprie scoperte per sé e chi guarda fondamentalmente al suo orto e al suo business spesso agendo in maniera poco corretta. Ecco, io mi dissocio! Lo scopo è la diffusione per generare cambiamenti, ognuno con il suo tono di voce, il proprio metodo e le proprie competenze. C’è spazio per tutti e soprattutto riguardo a certe tematiche più se ne parla (in maniera intelligente) meglio è. Quindi via libera ai movimenti, alle collaborazioni, al fare rete e sviluppare progetti sempre più in grande. Questo è quello che mi spinge a continuare e quello che porterà svariate novità e collaborazioni per il 2019…;)

Con questo pensiero di fine anno (il prossimo post sarà di Federica e poi ci risentiamo direttamente ad anno nuovo), vi ringrazio per l’interesse verso questa rubrica, vi ricordo che il libro (Sfashion) è sempre disponibile, che la rubrica Sfashion è tutti i mesi anche in edicola tra le bellissime pagine di I like it Magazine e che se avete qualche argomento che vi interessa approfondite me lo potete scrivere QUI! Io vi ascolto, prendo appunti e provo rispondere alle vostre curiosità… +movimento +rete +sfashion per tutti!!!

Insostenibilmente Natale (trasformiamolo)

Il Natale è in agguato. E’ appollaiato sul calendario e da qui a soli 13 giorni ci piomberà addosso come di consueto, trascinandoci nel vortice di pranzi, cene, pacchetti, tombole, glicemia che sale e conto in banca che scende, tutto ciò a lume di candela e sonorizzato da Mariah Carey e Mario Biondi. C’è chi lo ama e c’è anche chi lo odia, ma c’è anche un dato di fatto comune ad entrambe le fazioni: il Natale è insostenibile! No, non sto parlando di sostenibilità emotiva del periodo, qui ognuno è bene che faccia i conti con il suo spirito natalizio (e a questo punto vi invito a vedere  “Qualcuno salvi il Natale”, anche solo per il jazz di Kurt Russel), sto parlando di due note dolenti chiamate Spreco&Consumismo, che in questo periodo dell’anno fanno i salti di gioia come avessero vinto alla lotteria. Ecco, tra il monastico e l’esagerato c’è lo #sfashionista, un essere tanto figo quanto illuminato, alternativo quanto basta, stiloso quanto serve, quella che sa come fare scena e bella figura senza bisogno di sprecare. Anche perché davvero nel 2018 c’è bisogno di sprecare? Secondo me, pensando due minuti in più, ce la possiamo fare a divertirci, passare dei bei momenti e far felici amici&parenti senza essere risucchiati dal vortice dei consumi sfrenati.  Se vi sentite in pericolo ed avete paura di cadere in tentazione, ecco un piccolo reminder, anzi, è molto più di un semplice reminder! Tutti conoscete il Manifesto Sfashionista, no? (e chi non lo conosce può fare un bel gesto regalando o autoregalandosi il libro, che è sempre disponibile in librerie reali o virtuali o scrivendo a me che ve lo mando con dedica e tanto amore 😛 ). Ecco, questa è l’integrazione dello SfashioNatale, un’esclusiva che vi regalo qui, oggi, perché questa Santa Festa sia una festa per tutti…

1-Lo sfashionista ama le lucine, ma non ama pagare bollette salate! Ecco perché sceglie led o luci a basso consumo (mica scemo, no?).

2-Lo sfashionista ricicla l’albero, i decori e pure le palle (di Natale eh). Se proprio ha voglia di fare qualcosa di nuovo, se lo fa. Dopotutto è un creativo o è molto bravo a prendere spunti in giro e farseli rifare dagli amici smanettoni! 😉

3-Il vero sfashionista ama la convivialità, lo stare insieme e godere dei piaceri della tavola. Si sa controllare (perché poi sa benissimo che gli tocca smaltire in qualche modo) e soprattutto odia buttare il cibo (piuttosto organizza cene degli avanzi con tutto il vicinato).

4-Meglio lavare dieci piatti in più che buttare quintali di carta o plastica! Lo sfashionista è troppo chic per rinunciare alla ceramica, specialmente durante le feste, meglio se vintage…

5-Lo sfashionista è allergico agli stupidi maglioni natalizi. Se proprio lo deve indossare per feste a tema o serate particolari ne comprerà uno di seconda mano o in un charity shop contribuendo ad una buona causa ed evitando di spendere i soldi per una cosa che metterà una volta sola!

6-Lo sfashionista non fa regali di circostanza solo perché deve. E non regala cazzate a caso tanto per fare. E’ attento e ci tiene. Ogni dono è pensato con amore. 

7-Lo sfashionista non compra i regali di Natale nelle catene del Fast Fashion!!! (Dai, ma si può? Piuttosto un biglietto di auguri e basta)!

8-Regali alternativi, regali fatti da artigiani, regali a km0 o anche a 100 km, fatti da aziende o marchi che pensano al loro prodotto in maniera etica con un occhio alla sostenibilità. Lo sfashionista ama fare omaggi personalizzati, differenti, non omologati. Oppure regala semplicemente amore, non perché è tirchio, ma perché quello non è mai abbastanza! Come il mare…

9-Lo sfashionista sa che gli oggetti lasciano il tempo e lo spazio che trovano. Sa anche che un’esperienza lascia comunque una traccia nella vita di una persona. Meno cose, più vita!

10-Il vero sfashionista adora scartare i pacchetti. E anche farli. In quanto essere attento li fa spesso con materiali riciclati (la carta di giornale è super(s)fashion) ed è altrettanto attendo a conservare carte, nastri ed imballaggi per riutilizzarli nuovamente in maniera creativa. Se proprio non è in vena comunque fa la differenziata come si deve!

11-Lo sfashionista accompagna sempre ogni regalo da un pensiero, una parola, una frase apposita. Perché un pensiero scritto dedicato fa più effetto di qualsiasi diamante prezioso…(se avete problemi con la scrittura vi faccio da personal writer 😛)

Insomma, si può far diventare il Natale Sostenibile o no?!? Se volete idee per regali alternativi datemi un cenno e vi scrivo un post-apposta! 😉

Poliammide, Poliestere ed il fantastico mondo dei polimeri

Il Sintetico non è Il Male (almeno, non quello con la M maiuscola)! Ovviamente c’è sintetico e sintetico e si devono fare le giuste precisazioni su questo argomento affinché la questione sia chiara almeno in teoria, ma il mondo dei polimeri artificiali, le così dette “fibre man made”, è una parte importante per quanto riguarda il mondo tessile (direi fondamentale visto che sono le materie prime più utilizzate nei processi tessili). Le possiamo già suddividere in due categorie, giusto per fare una distinzione in termini di rinnovabilità: quelle sintetiche, ottenute dalla lavorazione di materie fossili (petrolio&co) e quelle artificiali da polimeri naturali tra cui la cellulosa che generalmente vengono etichettate come viscose (su queste dedicherò un articolo apposito). Detto questo ci possiamo accomodare nel salotto dei polimeri…

Ora, senza voler scomodare i chimici a casa loro, ci basterà sapere che i polimeri sono macromolecole lineari formate da lunghe catene di elementi uniti tra di loro dallo stesso tipo di legame. No, non è una supercazzola, i dettagli ve li faccio spiegare da Wiki; a noi interessa che ad un certo punto l’uomo ha deciso di iniziare a sviluppare queste fibre ad imitazione della natura agli inizi del 900. Reazioni chimiche, combinazioni ed esperimenti hanno dato vita nel 1953 alla PA 6.6, ovvero poliammide 6.6, in casa DuPont (vi dice niente questo nome?). Il materiale ottenuto viene commercializzato con il nome di Nylon sotto forma di calzetteria ed intimo femminile, incontrando immediatamente il favore del pubblico: vi immaginate passare dalla vestibilità delle calze in seta a quelle di nylon (ed anche la notevole riduzione di prezzo)? Sempre dalla DuPont arriva intorno agli anni 50 l’elastam, conosciuto con il nome di Lycra, altro elemento rivoluzionario per quanto riguarda il concetto di comodità, resistenza e tenacia. La polimerizzazione, ovvero il processo chimico tramite il quale il petrolio ed i suoi derivati diventano fili per pronti per essere tessuti, è una catena di reazioni prodotte con l’uso di sostanze dai nomi strani come cicloesanone, adipontrile, paraxilolo e tante altre che lette tutte insieme fanno paura. Il risultato finale lo indossate o lo trovate spesso nella composizione dei vostri capi di abbigliamento.

Tra le fibre sintetiche più comuni, Lycra e Nylon a parte, troviamo anche l’Acrilico, il Neoprene, il Poliestere e le nuove entrate Econyl e Newlife (queste ultime due ottenute dal riciclo di materiali plastici, ed anche su queste mi soffermerò in articolo apposito). Essendo tessuti creati artificialmente, il vantaggio è quello di poter conferire a questi materiali caratteristiche di resistenza, elasticità, impermeabilità che difficilmente sono riscontrabili in tessuti naturali non trattati, oltre al fatto che è più facile fare molte varianti dello stesso prodotto. In più i costi di produzione (e di vendita) sono più contenuti, il che li rende utilizzati non solo nel campo della moda, ma anche in quello dell’arredo, delle pavimentazioni, degli smart textiles e perfino nell’edilizia (queste molte applicazioni spiegano la crescita dei volumi produttivi). E fin qui tutto bene…se non fosse per il piccolo dettaglio che i sintetici NON sono BIODEGRADABILI e quindi generano notevoli problemi nello smaltimento, anche quando mescolati ad altre fibre (oltre al fatto che sono poco traspiranti, facilitano la proliferazione dei batteri quindi puzzano quindi vanno lavati spesso quindi giù quintali di microplastiche che si disperdono nell’acqua; sono poi facilmente infiammabili, accumulano cariche elettrostatiche e spesso generano allergie alla pelle…insomma, bene ma non benissimo)! Come ciliegina sulla torta ci mettiamo che il consumo di energia e le emissioni di CO2 per la loro produzione sono altissime, consumano meno acqua (meno male), ma se il procedimento non è controllato e fatto a norma possiamo mettere tra i suoi contro anche il rilascio di sostanze chimiche nell’ambiente. Quindi?!?

Quindi, come in tutte le cose, sarebbe opportuno fare le cose a norma ed in maniera controllata, tanto per iniziare. In secondo luogo sono tanti i tentativi che si stanno sviluppando in questi ultimi anni per riciclare questo tipo di materiali (in questo caso meglio se i capi non sono realizzati con fibre miste, perché il processo di separazione può essere molto costoso in termini economici e di energia) e addirittura ottenere il filato dal riciclo di materie plastiche come le bottiglie PET o il nylon di tappeti o reti da pesca abbandonate (la missione di Econyl, ad esempio). L’ultima spiaggia, sulla quale è tutto work in progress, è la biodegradazione con processi industriali, ovvero evitare di disperdere questi materiali nell’ambiente, ma degradarli eseguendo il processo inverso, praticamente ri-scomponendoli in maniera chimica o meccanica.

Insomma, anche in questo caso ci sono pro e contro: ci sono materiali performanti con tantissimi impieghi e caratteristiche modificabili a piacimento in continuazione, che nello stesso tempo rischiano di inquinare sia in fase di produzione che a fine ciclo di vita del prodotto. Quando si parla di sostenibilità viene spesso fatta l’equazione: moda sostenibile=meno uso di fibre sintetiche e + fibre naturali. Ma sarà davvero auspicabile questa inversione di tendenza a favore del naturale? Qual è la capacità biologica del nostro Pianeta di sopportazione di sfruttamento delle risorse e delle aree coltivabili?

Ancora una volta personalmente credo nella moderazione, nell’utilizzo dell’esistente, nel riciclo delle fibre e nel buonsenso dei consumatori che sempre più spesso si stanno convincendo che MENO è MEGLIO (in questo caso). Ci voglio credere…;)

#VintageRevolution mini-tour puntata 1

di federica pizzato / hobo vintage

Andare a vivere in un altra città ti espone inevitabilmente ad una serie di scoperte e nel mio caso queste scoperte non potevano che avere il profumo di moda e di storia al tempo stesso. Un po’ spinta dal caso, un po’ per voglia di conoscere quello che ho intorno, sono andata alla ricerca di luoghi che mi somigliano ed è da questa ricerca che è nata l’idea di portarvi con me attraverso #VintageRevolution in un mini tour alla scoperta delle realtà che mi colpiscono di questo Salento e di questa Puglia (e chissà che un giorno questo tour non si espanda!). Cercando luoghi che mi somigliano ho incontrato oggetti, abiti, ma soprattutto persone con cui ho tante affinità, ed è anche a conoscere questi oggetti e queste persone che vi voglio portare.

Comincio dal cuore di Lecce, che ho scoperto essere costellato di piccole boutique e negozietti vintage. Lo spazio di cui vi parlerò oggi però ha attirato la mia attenzione in modo particolare per tanti motivi: per prima cosa si può dire lo abbia visto nascere 🙂 visto che poco più di un mese fa ho partecipato alla sua inaugurazione e in secondo luogo mi ha colpito perché non si tratta solamente di una boutique vintage ma di uno spazio che coniuga il recupero degli antichi mestieri del territorio, con gli abiti retrò e con la rielaborazione sartoriale ma soprattutto artistica dei capi.

Ma adiamo per ordine e partiamo dal nome: “La Mescia Up”, chi non conosce il salentino non può cogliere in pieno le sfumature di questo gioco di parole, quindi, vengo in vostro soccorso: il termine “mescia” in salentino significa letteralmente “maestra” e viene utilizzato in particolar modo per indicare sarte, ricamatrici ed artigiane tradizionali di vario tipo. Il termine inglese mash up che significa mescolare, mixare cose diverse invece lo conoscete tutte :). Ma chi sono queste “mesce” di cui racconta il nome? Sono le artigiane, testimoni di antichi mestieri che all’interno del laboratorio corsi de La Mescia Up saranno disponibili per insegnare a chi vorrà la loro arte: dal tombolo salentino, alla tessitura su telaio a mano, dal ricamo antico, al macramè e tanto altro. Un progetto creativo, romantico e pieno di spunti interessanti per riscoprire le preziose lavorazioni di un tempo.

L’idea di Roberta, Francesca e Francesca (si sono 2!) parte dalla voglia di dare nuova vita agli abiti ma anche a loro stesse che, dopo tante esperienze lavorative precarie, hanno sentito la necessità di creare qualcosa che fosse soltanto loro. Dopo tanta formazione e ricerca, grazie alla partecipazione ad un bando regionale hanno avuto la possibilità di cominciare a dare forma al loro sogno. Ed è così che è nata La Mescia Up con la sua selezione di capi vintage tutta da scoprire dagli anni ’50 ai ’90, i capi rivisitati soprattutto in chiave artistica, tanti gioielli ed oggetti particolari ed in fine il laboratorio corsi ricco di proposte. Con loro mi sono trovata a chiacchierare di antichi mestieri e mi sono divertita ad indossare un po’ di vintage e qualche loro rivisitazione tessile e artistica.

Ho scelto di indossare solo giacche e capi caldi per darvi qualche spunto per l’autunno inverno: la giacca in renna con le frange fa venire voglia di stare sempre in movimento per vederle svolazzare al vento, il classico trench arricchito da un inserto fantasia ci regala un allure sofisticata e mai banale e poi il caldo maglione anni ’80 con gli inserti in pelliccia (dai se è vintage uno strappo alla regola sul pelo si può fare!) è talmente chic! e che dire del maxi “giubbottone” in jeans completamente personalizzato da Francesca, l’artista del trio? E’ unico e irripetibile. Io indossavo un vestitino anni ’50 sotto ma nulla vieta di reinterpretare tutto in chiave più sportiva. Insomma, se vi capita di passare da Lecce un salto da loro vale sicuramente la pena!

BLKFRIDAY vs MAKESMTHNG

Tutto il mondo è Paese e, se è vero che questa storia del Black Friday è nata oltreoceano, è anche vero che ormai è pratica diffusa anche dalle nostre parti. Il giorno dopo quello del Ringraziamento si aprono le danze dello shopping pre-natalizio (che paura!) con un venerdì di sconti ed offerte ai quali pare nessuno riesca a resistere. Il primo a mettere in atto questa trovata commerciale fu Macy’s, grande magazzino americano, nel 1924; ma l’esplosione arrivò negli anni 80…e continua imperterrita e con numeri sempre più impressionanti fino ai giorni nostri, sconfinando gli Stati Uniti ed arrivando praticamente in ogni parte del globo; un po’ come Halloween, ce lo siamo ritrovati addosso senza sapere nemmeno da dove venisse.

Ora, parliamoci chiaramente, risparmiare piace a tutti, fare shopping a tanti, fare la lotta con milioni di galline impazzite per comprare quattro cazzate…davvero ce n’è bisogno? L’esagerazione e la corsa all’acquisto sfrenato a me fa una grandissima paura! Leggo a proposito…

“La limitatezza della merce disponibile a basso prezzo porta, di anno in anno, al verificarsi di episodi di violenza che possono sfociare anche nell’omicidio.”

…e mi vengono i brividi! Ancora una volta non è l’iniziativa in sé a sdubbiarmi, ma il non avere senso della misura. Chiunque ha avuto un’attività commerciale sa benissimo che novembre è un mese terrificante dove i numeri da segnare sul registro delle entrate sono piccolissimi (quando ci sono). L’idea di dare una botta ai conti di fine mese non è di per sé malvagia: i clienti risparmiano, si tolgono degli sfizi, magari anticipano qualche regalino per il Natale ed il commerciante è felice perché anche a questo giro è riuscito a coprire le spese senza dover impegnare un rene in banca. Poi però finisce sempre che a gonfiare sono le casse delle grosse catene, quelle davanti alle quali code di matti fanno la fila dalla mattina all’alba per tirarsi dentro a fare le corse per accaparrarsi la qualunque…ecco, io quando vedo certe scene penso che ci siamo discostati davvero poco dalle bestie!

Dallo scorso anno, invece, continua la Make SMTHNG Week, della quale vi avevo già parlato, ma che caldamente supporto e vi ricordo anche a questo giro. Proprio nei giorni di shopping compulsivo è nata questa iniziativa mondiale il cui scopo è quello di FARE invece di COMPRARE. Vedo già le teste che si scuotono “Già devo fare mille cose, ora devo pure mettermi a fare la piccola sarta o la riciclatrice folle?“. Beh, considerando quanto l’aumento dei consumi e delle produzioni sta mettendo in ginocchio il pianta…ogni tanto si può anche FARE un gesto concreto. O se non altro fermarsi a riflettere se prima di buttare un oggetto o un capo e correre subito a comprare qualcosa di nuovo, questo possa essere in qualche modo riparato, riciclato, regalato oppure scambiato. E’ un atto di attenzione e anche di creatività e questa settimana #MakeSmthng nasce proprio per ispirare, dare spunti e anche metodi a chi sostiene “ma io non so fare niente“. Anche tra il voler fare tutto e il non saper fare niente vince la via di mezzo…

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Sul sito come al solito ci sono segnalati tutti gli eventi, ma io per chi è dalle parti della Toscana consiglio il workshop WARDROBE SPA organizzato da LOTTOZERO nel loro nuovo laboratorio inaugurato qualche settimana fa. In questa occasione, venerdì 23 novembre dalle ore 17.00 alle 20.00. verranno proposte una serie di tecniche per rivisitare capi e accessori vecchi, inutilizzati o semplicemente di cui ci si è stufati. I partecipanti porteranno da casa questi indumenti dismessi ed  alla fine torneranno con un capo completamente rinnovato, grazie alla sperimentazione ed apprendimento di varie tecniche come l’agugliatura, ricamo e stampa con lamine e termoadesivi. (info dettagliate le trovate qui)

Tra il consumo esagerato ed il riciclo a tutti i costi non c’è nessun vincitore se non il senso della MISURA. Non demonizziamo il commercio e gli acquisti e non pretendiamo di riuscire a fare tutto da soli tra le quattro mura domestiche; ci vuole un mix equilibrato di entrambe le cose, filtrato dalla coscienza e sostenuto dalla consapevolezza. Visto che anche marchi medio-piccoli aderiscono a questa iniziativa del venerdì nero per rimanere al passo con i tempi e nello stesso tempo fare un gesto carino nei confronti dei loro clienti, magari rivolgetevi a loro invece che alle grosse catene. 😉 Poi provate anche a fare qualcosa…secondo me vi darà un sacco di soddisfazione!

PS: Questo fine settimana proverò a fare la diretta su INSTAGRAM del mio primo #SFASHIONTALK e magari vi faccio anche un mini-workshop su come trasformare la vostra vecchia t-shirt solo utilizzando un paio di forbici 😉 Vi aspetto di là!

Il linguaggio segreto delle etichette

Premetto che questo argomento è UN CASINO…nel senso, è molto ampio, variegato ed intricato; ci sono in ballo leggi nazionali, internazionali, marchi volontari e spontanei, per cui non esaurirò tutto in questo post (verrebbe fuori un libretto e molto probabilmente dopo metà articolo avreste già una gran confusione in testa e voglia di vestirvi di plastica pur non dover prestare attenzione a tutte queste informazioni). Proverò ad adottare la tecnica “a punti e a puntate” per introdurvi nel magico mondo delle certificazioni e del linguaggio segreto delle etichette. Già, perché le etichette dei nostri vestiti (così come di tanti altri prodotti), ci parlano! 😉 Il problema è che spesso parlano una lingua tutta loro, fatta di simboli, sigle e piccole icone disegnate, anche carine, ma delle quali non si sa assolutamente cosa c’è dietro.

C’era una volta un Codice del Consumo, redatto nel lontano ma non troppo ottobre del 2005 (e pare sia stato aggiornato circa tre anni fa) con il nobile scopo di tutelare i consumatori ed informarli sui prodotti che ogni giorno si ritrovano davanti e guidarli in una scelta più consapevole. Tra le sue righe è riportato l’obbligo di avere su ogni prodotto alcune informazioni “minime” che riguardano la composizione, la sede del produttore, i materiali impiegati e l’eventuale presenza di sostanze dannose per le persone, cose o l’ambiente. Queste norme valgono ovviamente anche per i prodotti tessili. Sappiamo tutti che le informazioni OBBLIGATORIE e non modificabili sono quelle tecniche che riguardano le fibre tessili con cui è composto il capo (di che materiale è fatto, in percentuale nel caso di fibre miste), ragione sociale e indirizzo del produttore (che molto spesso corrisponde a chi ha immesso sul mercato il prodotto) e le indicazioni per la manutenzione (quelle le avevamo già viste qualche tempo fa). E fin qui tutto bene, cose a cui siamo abituati e alle quali molto spesso non facciamo nemmeno più caso, ma che danno almeno le informazioni di base su chi ci stiamo portando a casa!!! 😉

Visto il crescente interesse verso prodotti tessili di maggiore qualità e che rispettino l’ambiente sono stati introdotti nel tempo alcuni MARCHI VOLONTARI e certificazioni che raccontano qualcosa in più sul prodotto. Non vi sto ad attaccare il pippone sul fatto che queste certificazioni possono essere rilasciate in maniera più o meno controllata (diciamo che alcune aziende vogliono solo il bollino per essere in linea con il momento storico e la richiesta), ma se non altro molti produttori stanno veramente rivedendo il loro modo di operare per essere realmente più sostenibili e meno impattanti. Ce ne sono svariate e ne stanno spuntando altre un po’ come funghi dopo un giorno di pioggia, ma intanto iniziamo da una parte.

EU-Ecolabel: E’ un marchio europeo usato per certificare  il ridotto impatto ambientale dei prodotti o dei servizi offerti dalle aziende che ne hanno ottenuto l’utilizzo (sempre secondo il regolamento CE n. 66/2010). Praticamente ti dice che i prodotti sono stati realizzati rispettando l’ambiente durante tutto il loro ciclo di produzione e vita, dall’inizio fino allo smaltimento finale (in un’ottica di economia circolare).

 

Altro marchio famoso ed entrato a far parte del linguaggio comune, soprattutto di chi ci lavora, è la certificazione GOTS – Global Organic Textile Standard. Molto difficile da ottenere, non indica solo un tessuto di origine biologica, ma valuta tutti gli aspetti della produzione: dalla coltivazione della materia prima alla commercializzazione del prodotto finito. Questa certificazione è stata sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di controllati criteri ambientali e sociali applicati a tutti i livelli della produzione. Per prodotti tessili biologici bisogna che ALMENO il 95% delle fibre di cui è composto il capo sia di origine organica (bio). Il restante 5% può essere costituito da altre fibre naturali non biologiche come cotone standard, lana, canapa, oppure costituito da fibre artificiali di origine naturale come viscosalyocellmodal, ma anche da altre fibre ottenute grazie al riciclo di materie prime. Insomma, il 100% bio non è garantito!!! Esistono anche casi in cui la certificazione sia rilasciata ma nell’etichetta si trova scritto “Fatto con il 70% di fibre bio“: in questo caso sappiamo che l’altro 30% può essere composto anche di fibre non bio.

 Altra sigla e disegno che vi potrà capitare di vedere sui prodotti tessili è quella firmata OEKO-TEX® Standard 100, che dal 1992 (mica ieri)  è un sistema di controllo e certificazione indipendente per i prodotti tessili (materie prime, semilavorati, e prodotti finiti) che garantisce che i prodotti tessili non contengano o rilascino sostanze dannose per la salute umana. Parentesi: la chimica è presente dappertutto, anche noi esseri umani siamo soggetti a reazioni chimiche, ma esiste una chimica “buona“, controllata ed utilizzata secondo processi non dannosi, ed una chimica che invece danneggia l’ambiente in primis e noi a seguire. Detto ciò la certificazione viene rilasciata in seguito a test per sostanze nocive che tengono presente l’uso di destinazione del prodotto tessile: quanto più un tessuto deve entrare a contatto con la pelle (e quanto più sensibile è la pelle) maggiori sono i requisiti umano-ecologici che si devono soddisfare. Ad esempio per i prodotti per bambini o intimo ci sono restrizioni e standard molto alti!!!

Altro nato in casa Oeko è Oeoko tex ® – Made in Green, un marchio di tracciabilità per i prodotti tessili sostenibili realizzati con materiali privi di sostanze nocive in impianti a basso impatto ambientale e luoghi di lavoro sicuri. La cosa divertente (e utile) di questa certificazione è che ogni prodotto che presenta questo marchio possiede un codice QR con il quale tracciare la produzione (in questo caso siamo più sicuri che i passaggi siano stati rispettati in maniera corretta…insomma, che non ci stanno raccontando cazzate semplicemente mettendo un bollino su un capo)!

Avete le idee un po’ più chiaro o vi ho finito di incasinare? Vi lascio assimilare le info e per oggi la chiudo qui. Ritorneremo sull’argomento perché mica è finito qui…;) Se poi trovate simboli strani in giro e volete delucidazioni…MANDATEMELI!

Re-wear: Torino parla di moda sostenibile con la terza edizione di Dreamers

Sognatori sì, ma anche attivi (che i sogni se li lasciamo nel cassetto fanno la muffa). Quando si entra nell’intricato mondo della sostenibilità, soprattutto nel campo della moda, scoraggiarsi è un attimo, ma se nessuno muove un dito di sicuro passi in avanti non se ne fanno. Fortunatamente le conversazioni intorno all’argomento si stanno intensificando e anche le mosse pratiche e gli eventi. Illuminante e con mille spunti interessanti sarà la terza edizione di Dreamers, rassegna di moda indipendente e di ricerca in scena a Torino dall’1 al 4 novembre presso gli spazi Toolbox.

Quest’anno il tema è proprio “Re-wear“, un’esplorazione dell’altra moda, un invito a riscrivere i codici estetici senza separarli da quelli etici, uno spiraglio sul futuro della moda in una direzione diametralmente opposta a quella che si è fatta prepotentemente spazio negli ultimi anni. Rallentare i consumi, non sprecare, riciclare, imparare a riparare, riutilizzare ed innovare utilizzando creatività e circolarità anziché sprecando risorse preziose per il nostro pianeta. Il progetto progetto ideato e curato da Barbara Casalaspro e Ludovica Gallo Orsi, si sviluppa in quattro sezioni: quella dei talk, ovvero chiacchierate informative pensate per ascoltare e condividere progetti e differenti punti di vista; i workshop, laboratori per adulti, ragazzi e bambini condotti da esperti del settore che illuminano su cosa possiamo realmente fare tra le nostre mura domestiche; i percorsi espositivi e le performance, perché la moda è anche un’arte e va rivalutata anche in questo senso: la fiera che presenta una selezione di 44 slow brand, tra atelier, fashion designer, collettivi che già da tempo si impegnano in questa direzione fatta di ricerca, innovazione, etica, creando prodotti assolutamente Made in Italy, edizioni limitate e pezzi unici. Insomma, per chi chiede dove, come e chi sono gli attori di questo cambiamento (e dove acquistare capi sostenibili) ecco, qui almeno una piccola selezione c’è… 😉

Le attività in programma sono tantissime (consultabili qui): si parte con la performance di giovedì alle 18  “Parade. Recycling Warriors” , un l’evento site specific curato dell’artista Enrica Borghi; una sfilata di donne guerriere che indossano maschere e accessori, elementi non solo di decoro, ma vere e proprie coperture per marciare a favore della sostenibilità. La mostra Re-Wear è sviluppata in sette tappe, ognuna affidata a designer, artisti e studenti di scuole di moda che hanno interpretato questo tema sviluppando progetti ad hoc, tra cui Fondazione Pistoletto, Tiziano Guardini (Vincitore del Green Carpet Award 2017), Polimoda e Naba. Anche la parte dei Talk vedrà affrontare numerosi argomenti, tra cui la circolarità nel sistema moda, come comunicare la moda etica, le nuove frontiere del denim (con i signori di ISKO denim, azienda di cui vi parlerò a breve e con la quale sta nascendo un’interessante collaborazione), il vintage intramontabile con il fondatore di A.N.G.E.L.O. Vintage e anche un’interessante conversazione su  “Cosa significa oggi essere Out of Fashion?” (ve lo dico io, significa essere sfashionisti dentro e fuori 😉 ) nella quale interverranno Anna Detheridge (fondatrice di Connecting Cultures e  Out of Fashion), Matteo Ward (ideatore di Wrad Clothing) e Benedetta Barzini (docente di Cultura della Moda) moderati da Paola Baronio, giornalista, attivista e penna brillante del blog “La mia camera con vista”.

Tra chiacchierate, mostre, attività per grandi e piccoli e la sezione di designer indipendenti ce n’è davvero abbastanza per entrare nell’argomento, esplorare le innovazioni, conoscere professionisti e personalità che si muovono in questo ambito e toccare con mano il cambiamento che non solo è possibile, ma è reale. Smettiamo di sognare e muoviamoci in una nuova direzione.

DREAMERS
1-4 novembre 2018
Torino
Toolbox
Via Egeo 18
Ingresso libero
Orari apertura: Giovedì 1 nov ore 18 opening;  Venerdì 2 e sabato 3 nov ore 11-20; Domenica 4 nov ore 11-19.