Mangiami! 3 sfumature di cacao PT.2

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“Se nessuno ti vede mentre lo mangi, quel dolce non ha calorie”.

STORIA IN 3 PIATTI E 3 PUNTATE: MANGIAMI! 3 SFUMATURE DI CACAO PT.2

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[] Il suo silenzio e l’evidente imbarazzo stava cominciando a divertirla. Vito avrà avuto più o meno la sua età, anche se ne dimostrava di meno. I capelli scuri vagamente scarruffati, gli occhi nerissimi e quel naso aquilino gli davano un’aria particolare; non era alto, anzi, decisamente una mezza sega, ma ad un rapido sguardo, da sotto ai jeans e alla maglietta azzurra, sembrava tutto a posto. Lo sguardo forse non era stato così rapido, lui cominciò a tossire e solo allora Agnese si scosse, fece un sorriso languido e con una giravolta ritornò al frigo, forse piegandosi in avanti un tantino più del dovuto…

Dunque, niente torta croccante…vediamo un po’ cosa posso darti per accontentare…tua sorella…

Scorreva con lo sguardo in su e giù, ondeggiando il bacino a tempo della musica che fuoriusciva senza disturbare dalla sua cassa amplificata rosso ciliegia. Vito si stava cominciando ad agitare, un’agitazione piacevole, un misto di imbarazzo ed eccitazione difficile da decifrare. Insomma, Agnese avrebbe alimentato le fantasie di chiunque anche solo stando ferma dietro al bancone. Con tutta questa scena, era difficile contenersi. Si avvicinò al bancone, appoggiandosi al ripiano bianco della cassa.

Proviamo con qualcosa di più morbido” – si girò di scatto, quasi sorpresa di trovarlo improvvisamente così vicino, ma non si scompose – “Pan di Spagna al cioccolato bagnato da un leggero liquore ai frutti di bosco, alcolico quanto basta per alleggerire la serata, un solo strato di crema al cioccolato amara, il tutto ricoperto da una morbida glassa al cioccolato al latte e impertinenti mandorle tostate…che dici?

Dico che potrei stare ad ascoltarti per ore mentre parli di dolci senza riuscire a scegliere cosa portare a casa“. O cazzo, sto flirtando! Fu il primo pensiero, ma gli era scappata così, spontaneamente; cercò di ricomporsi “Non so se sia un’ottima idea di marketing…“. Gli occhi di Agnese si trasformarono in lame luminose e sorridenti, se lui voleva stare al gioco, lei avrebbe giocato. [continua]

Pan di spagna al cioccolato con glassa al cioccolato al latte e mandorle di cucinamo

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Vintage, re-fashioning e baratto: chiacchierando con Federica di Hobo

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Fare presentazioni in giro non è solo un modo per far conoscere il libro, ma è soprattutto un modo per conoscere persone interessate all’argomento e fare rete “dal vivo“. Durante l’ultima presentazione a Torino, avevo iniziato da 10 minuti, ho visto entrare una ragazza con una cresta fuxia ed una giacca a pelo lungo (finto) rosa e nera che ha subito attirato la mia attenzione; mi ha fatto una domanda a fine presentazione e così è partita una lunga chiacchierata, seguita da aperitivo e pure cena. Colore dei capelli a parte, ho scoperto che sono parecchie le cose in comune e che Federica Pizzato, per gli amici Fedix, un caotico ariete ascendente pesci, è impegnata in un sacco di iniziative per la promozione di una moda etica e sostenibile.

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Mi ha raccontato la storia di HOBO, di come questo sogno abbia preso forma dalla folle idea di due amici “All’inizio era semplicemente una piccola bancarella dell’usato che girava le feste estive della nostra provincia. Ora è una delle attività dell’associazione Groove di Biella che riunisce in sé diversi aspetti legati alla moda sostenibile. In principio era il vintage, e lo è ancora, abbiamo un bacino di circa 1300 capi dagli anni ’50 ai ’90; poi è arrivato l’appuntamento mensile con il baratto di abiti e accessori ed infine un progetto di re-fashioning e laboratorio sartoriale per persone svantaggiate in collaborazione con La Bottega dei Mestieri, luogo di incontro e di lavoro-laboratorio per persone svantaggiate. Lavoriamo con persone che hanno subito traumi fisici come ictus o emorragie cerebrali e con un gruppo di ragazzi e ragazze migranti utilizzando vecchie stoffe e abiti per creare altri prodotti. Da qui sono nate le Hobo Refashioning Tee. Queste sono le nostre tre anime.14292517_1120095744771404_5154309059197993684_n

Tre anime meravigliose, tre modi pratici e concreti per fare davvero una moda sostenibile: utilizzando il passo e riutilizzandolo, evitando nuove produzioni, ma dando vita nuova al passato. Il vintage è divertente, ecologico e meraviglioso. Peccato a volte costi così tanto…

Ci sono diverse tipologie di vintage e diversi fattori che determinano il costo elevato di alcuni capi ad esempio: la fattura, ci sono abiti vintage che sono arrivati fino a noi e costano tanto proprio perché sono arrivati a compiere 20-30-40-50 anni; in più sono quelli fatti meglio in termini di cucitura, rifiniture, qualità dei tessuti, dettagli ecc…La conservazione: gli abiti che arrivano perfetti fino ad attrarci nella boutique del vintage o nello stand della fiera saranno evidentemente più costosi di un abito carino magari, ma con una macchiolina di vecchiaia o l’orlo un po’ scucito scovato al mercatino della domenica. Il brand: è normale che attorno a certi capi iconici di alcuni noti marchi della moda si sia creata una vera e propria corsa al feticcio. Costano meno della versione contemporanea ma il loro prezzo è sempre elevato proprio perché considerati intramontabili dai più ed hanno valore anche per i valori e l’idea innovativa che rappresentano per i tempi in cui sono stati creati. La rarità; un abito da flappers anni ’20 ancora possibile indossare ormai è una rarità.  Perché arrivati ad 80-90 anni di vita anche i tessuti più pregiati iniziano a dare segni di cedimento e gli abiti iniziano a diventare pezzi da museo da ammirare su un manichino. Se avrete la fortuna di scovarne uno da poter sfoggiare ad un party importante pagherete anche la sua rarità di certo.

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E peccato anche che chi indossa il vintage spesso finisce con l’andare in giro come una zia degli anni 60, con quel tocco retrò un po’ troppo retrò. “Bisogna secondo me distinguere tra amanti, appassionati e… fanatici del vintage. Per i primi due la moda è un gioco e il vintage di conseguenza. A queste due tipologie piace mixare i propri capi aggiungendo dettagli presi dal passato, che danno quel tocco di originalità e ricercatezza in più. Gli amanti utilizzano il vintage più a spot, gli appassionati sono più seriali ma con moderazione e tanta creativitàI fanatici esagerano, punto: si vestono sempre come se dovessero partecipare ad una festa a tema, non concepiscono altro che il vestire perfettamente fedeli ad un’epoca e pensano che fare il contrario sia un sacrilegio. A questi ultimi mi sento di dire una cosa: «Anche meno! Cioè ragazzi non vi sentite sempre come se steste recitando una parte?!» A mio avviso il mix and match regala uno stile molto più personale e scegliendo da noi l’accessorio o il capo vintage che fa al caso nostro non potremo far altro che sentirci più gnocche!

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Mi ricorda che bisogna fare attenzione a cosa si acquista e da chi. “Molti capi vintage spesso nascondono ben celati alcuni trabocchetti, bisogna essere acute osservatrici e poco inclini all’impulso, se potete studiate perché il vintage è tanto bello ed etico ma le persone, ahinoi, non sempre lo sono.” Più onesto è sicuramente il baratto, forma di commercio primordiale ma che ultimamente sta tornando in voga, forse proprio perché si tende a consumare (e a spendere) meno. Ogni ultimo sabato del mese Hobo organizza il suo “swap” all’insegna del motto “In un mondo che cambia è felice chi scambia.” Federica è convinta che il baratto sia a tutti gli effetti una parte di futuro che prende spunto dal vecchio, ma oggi più che mai attuale, concetto del non spreco! “Non spreco che significa non solo risparmio per noi ma rispetto del prossimo e del pianeta che ci è stato (non dimentichiamolo) donato! Siamo parte della natura che ci circonda e in qualche modo dovremmo cercare di ricordarcelo“.

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“In passato, in Italia gli abiti si scambiavano soprattutto in famiglia o tra amiche mentre oggi sono tante le iniziative che hanno il baratto come cuore pulsante. Abbiamo raggiunto un livello di saturazione “fashion” tale, grazie alla moda usa e getta, che ormai ognuno di noi ha armadi che straripano di cose inutili ed inutilizzate che magari per qualcun altro potrebbero rappresentare un valore. Credo sia da questa considerazione che tanti come me sono partiti a ripensare un modo per rimettere in circolo la moda.” Rimetterla in circolo così com’è, ma anche modificandola. Il refashoning è un processo di trasformazione dei capi, un po’ come il riciclo, ma differente. Le ho chiesto di fare finta di spiegarlo a mia mamma…11891039_873672612747053_4508199694185256969_n

Di fatto sono le mamme (e le nonne) che potrebbero spiegare meglio a noi cos’è il refashioning! Si tratta della versione più “figa” del recupero e della modifica di abiti e tessuti per ridar loro nuova vita cosa che non avrebbero più nella versione originale. La gonna o il jeans sono irrimediabilmente bucati? No problem! Diventeranno una borsa o una pochette! Oppure possiamo sostituire il pezzo mancante con un altro tessuto differente! La camicetta è logora? Perché crucciarsi?! Fatta a pezzettini potrebbe costituire le applicazioni di una t-shirt. Bottoni che avanzano e sono spaiati? Perché non farne una collana o una spilla? Dunque, spazio alla creatività e soprattutto al recupero del recuperabile, what else?!” E’ semplice e per chi non si sente di fare questi passi da sola, Federica introduce a questa magia del recupero con dei corsi organizzati dalla sua associazione Groove di Biella. A riprova che la moda si può fare e si può vivere diversamente. “Amo l’utilizzo che si può fare della moda per trasmettere messaggi di sé stessi agli altri ma anche e semplicemente messaggi positivi in senso allargato. Odio i dettami, i trend ad ogni costo che sembrano leggi imposte dall’alto e ci fanno sentire inadeguate sempre e fighe mai allo scopo di stimolare ovviamente l’acquisto ossessivo compulsivo e di conseguenza l’omologazione.”

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M: Se ti dico Fashion…

F: Emozioni contrastanti invadono il mio corpo e la mia mente 🙂 Penso a Franca Sozzani, direttrice di Vogue da poco scomparsa, come ad una donna da cui ho sempre avuto messaggi positivi ma era lì in quel mondo che mi è avverso per diversi suoi aspetti, penso alla riviste patinate a cui mi sono avvicinata quando ero poco più che bambina, che mi ispiravano e a come le ho viste cambiare nel corso di questi ormai quasi 15 anni…Quello che ho visto spesso non mi è piaciuto. Penso a certe “fescion” blogger che invece di farmi invidia mi fanno rabbia per il modo assolutamente discutibile con cui sono state legittimate a trattare l’argomentoPenso a un certo fashion di qualità, che parte dal mio territorio, il Biellese, distretto tessile (l’unico a racchiudere in se ancora tutta la filiera produttiva) al quale sono molto legata e a certi nomi e imprenditori che mi rendono orgogliosa di essere nata in questo piccolo angolo di mondo dove un certo modo di lavorare con dedizione, tenacia e operosità sono sempre state un’esempio di vita da seguire…a modo mio!

M: Se ti dico Sfashion…?

Penso alla mia vita 🙂 Al momento in cui da giovane laureata ho capito che il fashion system tradizionale mi dava un po’ di noie allo stomaco e ho iniziato a chiedermi perché: «Perché occuparsi di moda in modo più consapevole, sostenibile ed umano non può essere possibile?!». Oggi vedo tante persone muoversi intorno a questa domanda, mi sento in compagnia e nel mio piccolo cerco di muovermi sempre in questa direzione anche se a volte non è per niente facile.

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No, non è facile, a volte sembra utopico, la gente ti guarda e pensa “poverina, sta lottando contro i mulini a vento” e ti senti una cretina. Ma non importa, quando certi pensieri cominciano a far parte di te e non riesci a fare diversamente, devi insistere. Prima o poi qualcosa si smuove. Federica e io ne siamo convinte. E insisteremo 😉 Per seguire HOBO le sue iniziative questa è la pagina https://www.facebook.com/Hobo-401665789947740/?fref=ts

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BUCCIA DI BANANA EDU(CHE?)TIONAL #2

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Le scarpe a punta da uomo mi fanno lo stesso effetto delle ballerine da donna (e di tante altre calzature, ma so di essere particolarmente intollerante sull’argomento): mi danno proprio fastidio alla vista! Eppure mi ricordo che quando ero più giovane, per vestirsi eleganti i ragazzi avevano quelle orrende scarpe appuntite. A ballare il sabato sera si sentivano particolarmente fighi con quegli orrori dalla punta lunga…e più lunga ce l’avevano più ganzi si sentivano. Momenti bui, che spero non ritornino più, eppure sono convinta che sono in tanti a conservare nell’armadio discutibili scarpe affilate come lame di coltelli, con tanto di rinforzo in metallo. E qualcuno ha ancora il coraggio di tirarle fuori. Volete sapere da dove arrivano? Da un altro momento buio…

C’era una volta una punta…

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Forse non tutti sanno che…

La poulaine era una babbucciona dall punta parecchio lunga, spesso più della scarpa stessa. Molto in voga tra la nobiltà europea del XV secolo, era realizzata in cuoio o velluto; capo unisex, i maschi ce l’avevano più lunga. La punta, cosa avevi capito!!! 😉  Pare sia stata inventata a Cracovia, ma ha fatto presto a diffondersi anche nelle altre corti europee. Il trend setter dell’epoca era un certo Aladino, genio della lampada ma non propriamente della calzatura, eppure questa scarpa senza tacco dall’incredibile punta lunga, tenuta in posizione grazie ad un’ “anima” rigida ed assicurato ad una stringa che andava a chiudersi poco sotto il ginocchio del proprietario, riscosse un sacco di successo. In quel periodo, però, pare che i reparti di ortopedia fossero sovraffollati per via di inciampi multipli, che bastava che la punta s’ammosciasse un po’ per intrampolare nei propri piedi e battere sonore boccate in terra. Abbandonate per qualche periodo, non sono mai scomparse del tutto, anzi, ciclicamente ri-appaiono sulle passerelle, ma in tanti possiedono la famosa “scarpa a punta” nell’armadio, nella rivisitazione moderna e trash completa di tacco, fibbie e pelle di coccodrillo lucida. Forse preferivo la poulaine tradizionale… O.o

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Si stava meglio quando si stava peggio…Buon lunedì

Inviti scomodi

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“Ciao Morgatta, tra cinque mesi mi sposo! Sono felicissima, è da tanto che aspettavo questo giorno e mi sto divertendo moltissimo ad organizzare questa festa per come l’ho sempre desiderata. Io e il mio futuro marito siamo d’accordo su tutto, tranne su una cosa…lui vuole invitare un suo amico con la sua fidanzata…che però è la sua EX! Ecco, io non ho niente contro di lei, figurati, storie passate, ma non mi va che ci sia la sua ex storica in giro proprio il giorno del suo matrimonio. Per questa cosa stiamo discutendo parecchio, mi dice che invitare solo il suo amico senza lei è veramente di cattivo gusto. Io vado oltre a queste cose del “gusto”, insomma, il matrimonio è mio, potrò per una volta avere intorno solo chi voglio io? Sbaglio? Giovanna”
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Giovanna, cosa ti sposi a fare? 😛 Scusa, ma non credendo assolutamente a questo santo sacramento cerco sempre di capire le motivazioni che ci sono dietro, fosse anche solo per “fare una grande festa” o “vestirmi da principessa una volta nella vita“. Mie curiosità a parte, qui la questione non è nella “forma”, o meglio, non credo nemmeno alle formalità e al dover invitare qualcuno perché “se non lo inviti fa brutto“. Il bon ton ci insegna che si invita “la coppia“…ma a noi del bon-ton non ce ne frega una mazza. Siamo nel 2017, l’educazione è importante, ma penso che almeno ai matrimoni si abbia il diritto di essere circondate da persone che ci vogliono bene e alle quali vogliamo bene, che siano parenti stretti, lontani, amici o colleghi di lavoro. Le questioni sulle quali riflettere sono almeno altre due. Il matrimonio non è TUO, è VOSTRO, tuo e del tuo futuro marito, le cose che fate devono far piacere ad entrambi e se lui ha piacere ad invitare il suo amico con la sua compagna, perché mai dovrebbe rinunciare? Sì, potrebbe anche invitare lui da solo…con quale motivazione, poi? Che tu sei…sei…contraria? Gelosa? O semplicemente non la vuoi intorno perché ti infastidisce? E la domanda, Giovanna, te la vorrei fare io: perché ti infastidisce così tanto? Sei sicura di essere tranquilla nei suoi confronti? Di cosa hai paura? Che finisca a pomiciare con lei nel bagno? Ci sta…ma anche no! Certo se lei non ci fosse non succederebbe, ma magari finisce in bagno con la tua migliore amica…

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Sei sicura che non lo fai solo per partito preso? Perché nelle tue parole ho letto un certo puntiglio, quasi una picca infantile. Rifletti due minuti. Io fossi in te eviterei di farne una questione e tanto più farlo diventare un motivo di stress e discussione con il tuo partner. Già solitamente le organizzazioni dei matrimoni sono un argomento palloso per il maschio (fino ad ora non ne ho mai incontrato mezzo che faceva i salti di gioia per andare a scegliere i fiorellini o l’abbinamento dell’apparecchiatura) se poi si deve mettere a fare questioni con il suo amico e di conseguenza con la sua ex…può essere che gli passi la voglia di sposarsi in poco tempo!!! 😉 Sii superiore alla subdola invidia del passato, in fin dei conti sta sposando te, mica lei. Rilassati, divertiti e goditi la festa. Se poi non ce la fai a superare questo ostacolo mentale, trova almeno una buona scusa…ma buona sul serio, soprattutto per quando incontrerai l’amico-non-accompagnato! AUGURIIIII

Voi cosa fareste al suo posto? Sono curiosa…ce lo potete dire anche in diretta a me e a LaMario alle 18.20 su radio m2o! Se invece nel weekend volete scrivermi storie, dubbi e perplessità la mail è sempre MARINA@MORGATTA.COM

Mangiami! 3 sfumature di cacao

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“Se nessuno ti vede mentre lo mangi, quel dolce non ha calorie”.

storia in 3 piatti e 3 puntate: Mangiami! 3 sfumature di cacao

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Che cosa vuoi?” – Disse Agnese ammiccando da dietro al bancone con il suo solito rossetto rosso.

Che cosa fai?” – Rispose l’uomo, vagamente intimidito. – “Volevo dire…cosa hai?” – Ritrattò, scuotendo la testa.

Era difficile non rimanere stregati da Agnese e dal suo modo di porsi: occhio a cerbiatto con lunghe ciglia, bocca grande, quasi sempre dipinta di un rosso dispettoso, ed un decolletè importante che, anche se coperto dal grembiule sbarazzino a pois rosa, si intravedeva benissimo. Agnese avrebbe flirtato anche con le fruste dello sbattitore, e molto probabilmente lo faceva davvero, ammaliatrice per vocazione, seduttrice per natura e dispettosa dalla nascita. Tutto un gioco il suo, ed anche una tecnica di marketing per attirare clientela nel suo laboratorio di pasticceria, il suo mondo glassato fatto di creme, cacao, frutta e combinazioni di ogni genere. Basta siano dolci. “Mangiami“, questa l’insegna della sua boutique degli zuccheri aperta da appena 6 mesi, un sogno diventato realtà. Non avrebbe potuto trovare nome migliore…e lo sapeva benissimo.

Faccio quello che vuoi…tranne dolci senza zucchero. Se dobbiamo peccare, dobbiamo farlo bene. E i dolci senza zucchero, non sono dolci. Dico male?” Su quel dico male si sporse ancora di più verso il suo primo cliente della giornata. Però, brutto brutto non era, anzi, a guardarlo bene…

Cioccolato. Qualcosa con il cioccolato…Mia sorella adora il cioccolato” rispose rapidamente facendo un passo indietro, visibilmente a disagio.

Ah, la vita è come il cioccolato…è l’amaro che fa apprezzare il dolce, caro mio” – si gira verso la vetrina alle sue spalle – “Che ne dice di una torta golosa di cioccolato fondente, con una base di biscotto croccante al cacao amaro al 70% coperta da una morbida crema che si scioglie in bocca ricoperta da una glassa croccante amara, frutti di bosco che danno quel tocco fresco e nocciole tostate a decorare…

Vito cominciò ad agitarsi. Nella sua testa era passato di tutto, tranne il dolce che Agnese le stava mostrando…[continua]

torta al cioccolato di cucinamo

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Buccia di Banana/Con zoccolo o senza?

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Il bene e il male, il bianco e il nero, l’amore e l’odio, tutto ed il contrario di tutto! Il mondo è bello non solo perché è vario, ma anche perché per ogni cosa sembra esistere il suo contrario. Anche nella moda: c’è il colore ed nero totale, ci sono i pantaloncini corti e quelli lunghi, le canottiere e le t-shirt, le mutande che ti fanno lo zoccolo di cammello o quelli che ti fanno le parti di intime modello Barbie. No, non scuotere la testa: ci sono, accidenti, ci sono inspiegabilmente entrambi!!! O_O

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Nella vita non ci sono certezze certe (tranne la solita e unica che non piace a nessuno): convinta che “l’effetto zoccolo” non piacesse a nessuno, mi sono dovuta ricredere quando ho visto l’ultimo ritrovato in campo di intimo-modellante-correttivo-additivo, ovvero lo slip in silicone con effetto-zoccolo incorporato. Sì, praticamente una mini-protesi dell’esterno passera in formato mutanda. Dopo diversi attimi di perplessità, ho cominciato la mia documentazione in merito, scoprendo che in realtà si tratta di un prodotto destinato al mercato maschile, dove i gioielli di famiglia vengono nascosti a favore di qualcosa di più femminile (ci sono uomini in transito che vogliono provare questo escamotage estetico…e fin qui non si può dire nulla). Quello che invece preoccupa è che l’oggetto in questione possa essere usato inspiegabilmente anche dalle donne. Perché anche se su WikiHow ci sono spiegati i modi per evitare questo effetto poco carino una volta vestite (che fondamentalmente si basa sul scegliere le cose della propria taglia fatte con tessuti che non siano sfoglie e super-sintetici), nella mondo reale e virtuale pare ci sia chi lo apprezzi.

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Chi invece non ne vuole proprio sapere ha a disposizione un prodotto apposito: la mutanda effetto Barbie, ovvero come piallare il piallabile, gettata sul mercato qualche anno fa con nome che è anche uno slogan accattivante e chiarissimo “Camel No”! Una cosa comoda, in silicone medico che “mantiene costante la temperatura del corpo e non causa irritazioni di alcun tipo”. Un mutandone della nonna liscio, con pochissime cuciture e super-coprente, per mantenere la privacy delle parti intime. Ovviamente la cosa si è evoluta e dagli slip siamo passati direttamente al patch…come dire, mettiamoci direttamente una top(p)a e non se ne parla più!

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Al che io mi chiedo sempre: ma ce n’era veramente bisogno?!? Non potevamo utilizzare buon senso e indumenti di un certo spessore? Evidentemente no…O_o  Buon lunedì…

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Vittima dei trucchetti

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“Distrutta, sono distrutta e piango da tutto il giorno. Mi sono lasciata da meno di un anno dopo una lunghissima relazione, sono andata a vivere da sola, ho cambiato tutta la mia vita. Per fortuna ci sono state amiche che mi hanno incoraggiata a uscire, stare fuori e mi hanno portata in un nuovo giro. Presentandomi anche altri ragazzi.  Uno di questi mi veniva sponsorizzato caldamente da una mia amica (faccio presente che era il suo “ex” di quando erano al liceo, quindi figurati), tanto che alla fine siamo usciti un paio di sere e ci siamo finiti a letto. Quando l’ho raccontato alla mia amica il giorno dopo, sicura che fosse contenta per me, mi ha cominciato a dire le peggio cose (non ti riporto gli insulti, sono imbarazzanti) e alla fine mi ha confessato che era tutto un trucco per mettere alla prova lui (sul quale lei aveva rifatto un pensierino) e me (che sapeva che ci sarei cascata). Ci sono rimasta troppo male. Non so cosa fare. Ma si fanno queste cose tra amiche? Eleonora”

La cosa giusta da fare sarebbe stata tirarle una sonora testata in fronte, forte talmente tanto da stordirla o addirittura mandarla a terra. Lo so che con la violenza non si ottiene niente, ed in questo caso è uno sfogo gratuito di un istinto animale, ma non bisogna nemmeno scordarci che da lì veniamo…ecco, per quanto cerchi di rimanere zen la tua storia mi ha fatto incazzare tantissimo. Ci vuole un grande coraggio a chiamarlo trucco: queste cose a casa mia si chiamano merdate, ENORMI, e non si fanno. Non le farei ai miei nemici, figuriamoci agli amici. Ecco perché per prima cosa ti farei riflettere sul senso dell’amicizia:

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Questa simpatica signorina non è una tua amica. E’ una stronza, peraltro insicura e con problemi di ego/autostima. Una tua amica non ti avrebbe spinto di sua spontanea volontà nelle braccia di un uomo che in realtà voleva lei (le amiche sanno essere insistenti quando vogliono, quindi è anche facile che una si faccia “convincere” ad andare verso una certa persona proprio perché quella spinta in più funge anche da motivazione), ma soprattutto una tua amica ti avrebbe detto la verità, cioè che era ancora interessata a lui. Ed una tua amica, conoscendo il tuo passato, non si sarebbe mai permessa di riempirti di insulti cattivi e gratuiti. Quindi, appurato che la violenza non è utile e che in fin dei conti il Cosmo la premierà con le energie negative che ha sparso in giro, io non perderei ulteriormente tempo con lei. Non sei tenuta a darle spiegazioni (se due adulti consenzienti si piacciono e vogliono passare serate o nottate insieme, non c’è niente di male); lei non è stata chiara, è palesemente in difetto. Fatti scivolare le offese addosso e NON SENTIRTI ASSOLUTAMENTE in colpa. Quella che si dovrebbe sentire fuori posto è lei; molto probabilmente, anzi, si sentirà “ganza“. Invece è sfigata doppia, visto che il suo ex-fidanzato ha comunque preferito lei a te. A questo proposito, se ti dovesse capitare di nuovo, esci ancora con lui. E fai in modo che lo sappia, giusto per farle capire che il “trucchetto” effettivamente ha funzionato…al contrario 😉 Io certe cose non le tollero, in virtù del fatto che “in amore e in guerra tutto è lecito“…

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…anche perché il mare è pieno di pesci…ok, di sani se ne trovano sempre meno, ma insomma, il mondo è grande. Davvero dobbiamo arrivare a cotanta bassezza tra noi donne per accalappiare un maschio?!? Dove va a finire la famosa “solidarietà femminile” in questi casi (ammesso che sia mai esistita)? Riflettiamoci tutti…

Io e LaMario ci rifletteremo in diretta come tutti i venerdì alle 18.20 su radio m2o. Buon weekend, senza trucchetti!!! 🙂

Sbollentami!!!

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Foglie verdi, croccanti, come appena colte, ma invece sono cotte. Cos’è? La magia dello sbollentamento, che si differenzia dallo scottare per via della rapidità d’esecuzione alla quale segue una raffreddamento rapido. Un po’ come una sveltina di pochi minuti, lo sbollentamento si consuma in tempo record, perché quando ci si immergono le cose verdi, l’acqua è già calda, alla temperatura giusta, 100° o giù di lì. E poi si passa dal caldo caldo, al freddo freddo in velocità, dal bollore al ghiaccio, senza soste intermedie, per evitare strascichi ed esposizione incontrollata ad ossigeno. Il ghiaccio blocca la clorofilla lì dov’è e dove deve rimanere, le foglie restano croccanti e soprattutto verdi. Verdi che più verdi non si può. Ecco svelato il segreto dei piatti appoggiati su un letto di fogliolone verdeggianti, arrotolati nelle foglie, con un tocco di verde scricchiolante. Ecco come fare scena nei piatti senza impegnarsi troppo. Perché sbollentare in the new cook!!! 😉

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E tu, sbollenti?!? 😉

Waxmore, unicità a colori

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Lo scorso dicembre, durante la mia pausa in quel di Maiorca, ho ricevuto una mail: era quella di Maria Cristina, mi scriveva che aveva comprato il mio libro, che si ritrova nelle mie parole, che anche lei aveva avuto una storia simile di amore-odio con la moda e che aveva creato un nuovo progetto in un guizzo di follia che vorrebbe farmi vedere e conoscere. Impossibile trattenere la mia curiosità, sono subito andata a sbirciare sul web dove mi sono bastate poche foto per capire che il suo mondo, fatto di colori, di pattern, di tessuti africani e di tanto stile, era decisamente in linea con il mio. Appena sono tornata a Firenze ci siamo incontrate nella sua casa/ufficio/laboratorio (anche in questo siamo simili) ed abbiamo fatto una lunga chiacchierata tra tessuti, accessori e prototipi, parlando di idee, delle passioni che ci accomunano, di dove siamo e di dove vorremmo andare. Sì, c’è stato anche un momento filosofico-esistenziale (lo sfashionista si fa anche domande e pippe sul senso della vita, sennò era una fashion victim) 😉

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Maria Cristina Manca è per tutti “Mari”, sia in Italia che in Africa, dove ha lavorato per molti anni. Scorpione, con un ascendente leone colpevole di farle spesso rivoluzionare la vita, nasce come stilista, diplomandosi all’Accademia di moda e costume di Roma mentre nel frattempo continuava gli studi di sociologia. “Dopo vari di anni di lavoro nella moda e come costumista ho visto che non era come pensavo, che di creativo c’era poco, che il tutto si riduceva a sottostare a dei ferrei paletti che mi davano ogni volta che dovevo disegnare una nuova collezione. Poi sono partita per un viaggio in Messico e sono rimasta lì, riprendendo gli studi di antropologia. Cercavo risposte a molti perché delle cose, capire cosa c’era dietro, anche alla moda.” Antropologa e stilista è un ottimo connubio, soprattutto perché grazie al suo lavoro sul campo, prevalentemente in Africa, sono arrivate le prime ispirazioni e aspirazioni. “Devo molto all’Africa, sia dal punto di vista professionale che personale: mi ha insegnato a rivedere le priorità della vita e dare giusto valore alle cose, mi ha contagiato con allegria e gioia di vivere.” Ed io le credo, è un viaggio che mi manca, ma che farò presto.

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Tutto è iniziato lì“, mi racconta “in un mercato di Bujumbura (Burundi) dove coordinavo una ricerca sulla violenza sessuale. Un mercato immenso, pieno di wax, dove potevi sceglierne uno, girare l’angolo e chiedere a uno dei vari sarti pronti con la Singer a pedale, di cucire un paio di pantaloni. Mi sentivo sciatta alle riunioni, nel mio tailleur o tubino nero, in confronto a quelle donne splendide nei loro femminili abiti tradizionali. Così me se sono fatta fare qualcuno. All’inizio pensavo che desse fastidio questa appropriazione culturale da parte di una donna bianca, poi ho scoperto che faceva piacere e strappava diversi sorrisi.” L’idea di utilizzare questi tessuti per farne un prodotto che non fosse etnico, ma qualcosa di adatto all’Italia/Europa, è arrivata quasi subito. “In vari Paesi dell’Africa si dice che i tessuti wax parlano, raccontano storie, emozioni, con un linguaggio che si sostituisce alla parola.

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E sono proprio stati questi tessuti a far venire in mente a Maria Cristina l’idea di WAXMORE, un piccolo sogno che si è portata dietro per anni fino a qualche mese fa, quando tutto è diventato realtà. Waxmore nasce per portare/mostrare i colori e la magia dell’Africa a Firenze, per poi espandersi nel mondo e tornare di nuovo in Africa per sostenere progetti produttivi di donne. Nasce per dare colore, sia come effetto visivo che come modalità di vivere e lavorare. E per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata) , uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio stile personale.  “Nasce come espressione di tutte le mie esperienze e competenze, come laboratorio dinamico di scambio e meticciato di storie, vite, stoffe e colori. E nasce anche per volontà stilistica e per dare un futuro professionalizzante, una speranza e un progetto di vita.” Già, perché oltre al brand Maria Cristina ha subito attivato un corso, un tirocinio professionalizzante, “voglio fare il sarto“, dedicato ai richiedenti asilo nel nostro Paese.

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La componente sociale è forte, così come la voglia di fare qualcosa che sia utile su più livelli. La cosa che mi ha colpito è la collezione Waxmore divisa in 4 micro-mondi: uno dedicato al viaggio, uno alla casa, uno legato alla tradizione africana e l’altro dedicato al lavoro, in particolare ai medici, infermieri e chef. Una combinazione strana, ma un risultato incredibilmente stiloso “Credo che l’abbigliamento debba essere utilizzato e non dimenticato nell’armadio perché fuori moda, così come penso che gli abiti devono rispondere a esigenze di bellezza ma anche di comodità e praticità. Abbiamo chiesto pareri a medici, infermieri e chef per capire il loro concetto di estetica, di comodità, le loro esigenze e quello che mancava nelle “divise” disponibili sul mercato. Come antropologa medica sono più di 20 anni che lavoro a stretto contatto con i medici e in ambito sanitario e mi sono chiesta più volte perché il loro abbigliamento sia così poco accogliente (cioè brutto); tempo fa in Congo ho chiesto ai medici che lavoravano con i bambini di utilizzare abiti più colorati ed è stata una rivelazione! Sorrisi, vicinanza, maggior fiducia e quindi più attenzione a seguire le prescrizioni mediche...”Come dire, l’abito non fa il medico, ma se il medico si veste meglio gli si dà retta più volentieri.

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Ed ecco quindi l’idea di fare abbigliamento a loro dedicato, trasformando i wax, unendoli a tessuti tinta unita, dandogli un’estetica universale. Nonostante i colori forti, tutto è lavabile a 60 gradi, le tasche sono profonde ed esistono non solo come dettaglio estetico ma come uso reale. Così come reali sono i prodotti dedicati “a chi vive la casa come relax e piacere, come il tempo del non tempo“: tovaglie, runner e tovaglioli, ma anche kimono, pantofole e fasce per capelli coordinate. “Per me la casa è un po’ una cuccia, il luogo dove ritemprarsi e recuperare energie, il luogo degli affetti, dove lasciare fuori stress e stanchezza e permettersi il “non tempo”: fermare la corsa quotidiana e dedicarsi a se stesse e a chi condivide la casa, sia per una serata che per più tempo.” Mi guardo un attimo mentre scrivo e penso che sì, forse un kimono ci vorrebbe anche a me, così, giusto per aggiungere un tocco di stile e colore anche quando passo due o tre giornate senza uscire di casa!!!

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Waxmore è Made In Italy ed artigianale. Il team che collabora con Maria Cristina è interdisciplinare, intergenerazionale, interculturale. “Chi cuce inizia e finisce un capo e ne ha la responsabilità. Non c’è catena di montaggio. C’è impegno, professionalità e caffè insieme. C’è credere nel progetto e dare il massimo.” C’è Fabiana la modellista giramondo, Paola, la super sarta, Samba l’aiutante sarto, Valentina la docente di cucito, Elena Fortuna la responsabile comunicazione. E poi altre figure di supporto come esperto marketing, fotografo, web designer, compresi due tirocinanti. “Sono fortunata: ho un team fantastico!

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M: Se ti dico moda….

MC: “Ti rispondo sperimentare e creare, giocare con forme e volumi e con se stessi, travestirsi e trasformarsi sentendosi sempre a proprio agio; artigianato, dettagli, colore e un pizzico di follia! Ma anche (l’antropologa salta fuori) il volerci tutti un po’ simili, stereotipati, alla rincorsa del Brand del momento per “apparire” a volte come non siamo. Mi vengono i mente i bambini sfruttati in molti Paesi che lavorano in nero, il business del made in Italy dove è sufficiente che in Italia venga realizzato l’ultimo passaggio del capo e siamo a posto.  Mi viene in mente che il concetto di bellezza, di eleganza, di seduzione non è universale, ma cambia da luogo a luogo, da persona a persona, ed è ciò che ci rende unici….a prescindere!

M: Se ti dico Sfashion…

MC: Libertà totale! Sicurezza nell’essere sempre e comunque se stessi al di là delle tendenze moda, delle apparenze. Insomma, un più “essere” che “apparire”, sempre scherzosamente. Non è un grido guerriero “contro la moda!” ma solamente attenzione a se stessi e al mondo.”

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Maria Cristina ha l’iperattività di un vulcano e la profondità di un oceano (sarà sempre colpa di quell’ascendente?), ed il suo progetto che unisce culture, mestieri e socialità differenti non è moda, è oltre. Sono contenta che mi abbia scritto (pensava non rispondessi, io? Anzi…), che ci siamo viste e che abbia condiviso come sia il suo passato che questo nuovo “inizio“. Chissà cosa succederà in futuro…Intanto questa domenica 26 febbraio la potete andare a conoscere anche voi al Gran Bazar a Firenze, Combo, Via mannelli, dalle 12.00 alle 22.00. Chi invece è fuori mano può seguire pagina FB e Instagram.  Come direbbe Mari “Live colourful, feel unique!” 😉

 

Buccia di Banana/I vestiti del buonumore

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La dopamina è un neurotrasmettitore endogeno della famiglia delle catecolamine. Ehhh?!? No, non vi faccio la supercazzola, era solo per cercare di introdurre tecnicamente questo termine, visto che il giornalismo di moda l’ha rubato alle scienze per abbinarlo ai vestiti. Quindi? Quindi dicevamo a proposito della dopamina che tra le sue funzioni c’è anche quella di partecipare ai meccanismi di “ricompensa e piacere” e del controllo dell’umore. Fin qui tutto chiaro. Dopo l’uscita di La La Land, con i suoi colori sgargianti, le canzoncine ed i balletti, è arrivata la soluzione anti-depressiva formato vestito, per cui hanno coniato un fantastico nome: il dopamine dressing!

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Il principio semplice, e quanto mai scontato, è quello secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesca a migliorare l’umore. Ma dai?!? Eppure conosco gente che se gli metti un vestito colorato addosso gli parte in battuta il giramento di coglioni!!! Anni e anni di studi dietro alla psicologia del colore per giungere oggi, 2017, con questa trovata di marketing per riuscire a vendere tutti gli stock di giallo pulcino piccolo, arancio zucca matura e rosa maialino di prateria? Parliamone.

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La trovata è dell’edizione UK di Grazia ed anche se questa nuova teoria chiama in ballo la scienza e le molecole, ovviamente non ci sono prove scientifiche di quel che racconta, ma solo la naturale constatazione che è possibile sentirsi meglio o peggio a seconda del colore che si indossa. Tale operazione di auto-convincimento riuscirebbe a far innalzare i livelli di dopamina, regalando gratificazione e piacere. Capito? Un bel vestitino giallo e sei a posto con i “piaceri” della vita! 😉

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Ora, ben vengano i colori che fanno stare bene, quelli che ti regalano un umore allegro e sorridente, ma com’è possibile che siano gli stessi per tutti? L’effetto “dopamina” dell’abbigliamento è un aspetto interessante, ma ancora una volta credo che non corrisponda ad un codice estetico preciso e valido per tutti. Nel senso, io il giallo lo amo, così come tutti i colori, che indosso volentieri, spesso mettendone insieme talmente tanti da sembrare un arcobaleno; quando la giornata è grigia poi, per contrastare la tristezza del tempo, mi vesto colorata apposta. E sì, mi faccio allegria da sola…ma anche al prossimo, che puntualmente quando mi incrocia sorride (cioè, ride, ma quello lo fanno giornalmente per colpa della testa rosa anche se sono vestita completamente di nero).

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C’è anche un altro aspetto da considerare, legato alla psicologia del colore: i colori sono associati a dei valori e a delle reazioni (spesso diversi tra oriente ed occidente), ed effettivamente “i colori influenzano l’umore e i comportamenti ogni volta che fai una scelta cromatica, stai manifestando inconsciamente aspetti psicologici della tua personalità” (Valentina Mancuso, da Sfashion). Se Darth Vader avesse avuto un mantello verde pisello molto probabilmente non avrebbe spaventato nessuno! Questo per dire che i codici e le influenze cromatiche esistono eccome, ma quando si va a parlare di individui ognuno è felice con i colori ed i capi che più lo rispecchiano (certe persone se gli levi il nero dall’armadio potrebbero andare in depressione, altro che dopamina, dopo gli ci vuole lo xanax per riprendersi 😉 )
I vestiti in sé non possono renderti più felice, però sarebbe meraviglioso, sai quante facce di culo in meno in giro per strada?!?0d7b341ae150eb92dd9521662005ccf1

E ora tocca a voi: che rapporto avete con i colori? Quali sono quelli che vi fanno effetto dopamina? E soprattutto…ve lo fanno?!? Per approfondimenti cromatici vi consiglio SFASHION con un capitolo interessantissimo sull’argomento; se poi vi viene voglia di una consulenza su misura rivolgetevi a lei. Buon lunedì a colori, con o senza dopamina!!! 😛

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(Ah, il mio piccolo contributo all’argomento, in versione compressa, era uscito la scorsa settimana su Pagina99, grazie a Flavia Piccinni per avermi interpellato)

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