Non ho l’età (posso finché voglio)

Ci sono articoli che secondo il mio modesto parere vengono scritti solo per essere cliccati: sono quelli con i titoli esilaranti che promettono cose incredibili tipo “come farlo impazzire in dieci mosse” (dieci?!? Sciocchi, ne bastano 3, non fateci perdere tempo) o che rivelano verità inconfutabili dopo aver fatto sondaggi di dubbia natura sul “perché le persone che non dormono sono le più intelligenti” o che ti promettono di tutto di più, ad esempio “come dimagrire 10 kg in tre giorni” (poiii?). Poi ci sono altri articoli che sono scritti per essere cliccati e…farmi incazzare! E guarda caso, tutte le volte che ho il sospetto di potermi arrabbiare, leggo e mi arrabbio. Prima per il semplice fatto che sono parole e sondaggi che potrebbero rimanere nella testa di chi li ha scritti, secondo per il contenuto che puntualmente trovo opinabile, visto che ci sono persone che, al contrario di me, non opinano e si fanno realmente problemi. L’articolo in questione titolava così “L’età in cui le donne sono troppo grandi per i capelli lunghi e i jeans attillati“. Già qui avrei voluto tagliare le mani a colei (donna, per di più) che ha digitato questo pezzo, poi le avrei voluto inviare la foto di una conoscente ibizenca di 50 e passa anni, grande femmina, con capelli lunghi e bianchi e jeans stretti e farle rimangiare fino all’ultima parola. Poi mi sono fatta forza e sono andata avanti a vedere cos’altro non era concesso passata una certa età…e ho capito che tra un po’ non potrò fare quasi più nulla. Il sondaggione, infatti, ritiene che:

Dopo i 45 anni niente più capelli lunghi e niente più jeans stretti. Ma se voglio invecchiare con la treccia lunga come raperonzolo saranno affari miei o no?!?

Dopo i 38 anni basta tatuaggi!!! Praticamente Mariolina la sta buttando di fuori da diversi anni. E come lei tantissime altre persone.

Dopo i 34 anni basta selfie. Ora, per quanto mi riguarda, meno autoscatti per tutti sarebbe un’ottima soluzione per ritornare ad una dimensione di ego-esposizione normale, ma insomma, se la nonna si vuole fare un autoscatto perché le dobbiamo tarpare le ali?!?

Dopo 44 non si va più a ballare! Magari non si va più nelle disco piene di 18enni, ma a 44 non si deve mica passare alle balere. Ballare è una gioia senza età, fino a che ci si regge in piedi, meglio ballarci su. Io voglio ballare finché moio! (ecco)

Dopo i 45 vietato andare ai Festival Musicali. Ma perché?!? Conosco gente che è proprio dopo quell’età che si va a fare delle grandissime 48 ore ai festival più disparati. Certo, magari per reggere in piedi tante ore fanno uso di additivi di varia natura, ma quello lo fanno pure i ventenni!

Dopo i 45 anni non si dovrebbe cercare di apprendere la tecnologia velocemente. Certo, le sinapsi non sono quelle di un adolescente, ma questa cosa che a 45 anni sei già mezzo rincoglionito mi sembra un attimo prematura. O forse dico così perché mi sto avvicinando a questi stramaledettissimi “anta“?!?

Dopo i 40 non dovresti uscire senza trucco! Su questo temo di essermi dilungata abbastanza nel primo post di questa stagione, in ogni caso non dovrebbe essere un peccato mortale uscire al naturale, anche a 60 anni.

Insomma, ancora una volta una sfilza di simil-costrizioni-imposizioni-delicate-finto-moraliste che tentano di mettere limiti alla libertà d’azione delle donne; perché guarda caso questi articoli sono sempre dedicati al mondo FEMMINILE (che gli uomini con l’età che avanza sono più fighi e possono fare di tutto di più…)! Io chiaramente non mi trovo d’accordo, penso semplicemente che…

Voi che ne pensate? Ci sono cose che secondo voi non andrebbero fatte “a prescindere” dopo una certa età? Davvero un numero è così responsabile di quello che si può fare/non fare/non indossare? Io dico di NO! 😉 E secondo me anche LaMario, ma ci sentiamo come tutti i venerdì in diretta su radio m2o alle 18.20 circa, ora vostra, qui sarò già un’ora avanti…Buon weekend!

 

Camminando per Amman

Terra di contrasti, colori, suoni e contraddizioni. Anche dopo anni di frequentazione ci sono cose che mi saltano all’occhio esattamente come la prima volta, che mi fanno sorridere, interrogare e riflettere.

Ad Amman il marciapiede più piccolo è alto minimo 30 cm, ma ce ne sono anche di più alti, che se per caso cammini in maniera distratta rischi la vita; però dopo una lunga passeggiata funzionano meglio di un corso di step! Ho pensato fosse per non far parcheggiare le auto, ma no, qui le macchine le infilano ovunque, anche sui marciapiedi, opportunamente incastrate una dietro l’altra che per passare devi fare del contorsionismo. Però nelle rotonde i marciapiedi così alti sono bi-color ed illuminati, sembra di stare al luna park! Anche per i suoni, perché ad Amman hanno le mani incollate al clacson, peggio che a Roma durante l’ora di punta. Suonano per qualunque motivo e a qualsiasi ora del giorno e della notte; così quando sei per strada è come se ci fosse un concerto in atto. E c’è sempre un concerto in atto, perché ad Amman o vai in macchina o vai in macchina; questo loro mezzo o è una completa discarica, una seconda casa piena di tutto di più, o sono tenute come piccoli gioielli sacri, lucide e pulite (alcune addirittura con la plastica sul tetto e sui sedili) ed opportunamente pimpate con lucine colorate e cerchioni sgargianti; sempre e comunque con la musica a tutto volume! Ad Amman appena sali sul taxi ti dicono “Welcome to Jordan“, poi ti chiedono da dove vieni (e quando dici che sei italiano gli si illuminano inspiegabilmente gli occhi e poi partono con “Football, Milan, inter…”) e poi “Sei sposata? Hai figli?“. Il disappunto quando gli dico che “No, no sposata, no figli, no fidanzato” è infinito, non gli torna, si intristiscono peggio di mia mamma. Poi ti raccontano di quanti figli hanno loro, come minimo sono tre, ma si arriva tranquillamente a 10. L’ultimo ci ha tenuto a specificare con orgoglio che “10 figli, una sola moglie. Io superman“. Ma insomma, super-woman quella santa donna che te ne ha sfornati 10, caso mai…visioni differenti, ma ci vogliamo bene lo stesso!

Ad Amman trovi dei posti incredibili lanciati a caso nei quartieri più improbabili. Perle di gusto in mezzo al delirio più totale; locali sistemati che si reggono sulla loro confusione interna. Anche per le strade è così: case di fate immerse nei fiori e piante rampicanti in mezzo a giganteschi casermoni squadrati (da queste parti fare le cose grosse, geometriche e alte usa un sacco) o, peggio ancora, a palazzi distrutti che lasciano il posto a discariche a cielo aperto. Roba da non crederci. O meglio, è comprensibile, perché ad Amman l’ordine è il caos, e si vede in ogni suo angolo. Invece di sistemare l’esistente, preferiscono ignorare e costruire scintillanti nuove aree dal nulla, mentre i fili della luce penzolano dai terrazzi di vecchi palazzi e i gatti rufolano in mezzo a giardini fatiscenti. Già, ad Amman ci sono un sacco di gatti per strada, quasi tutti con la coda grossa; nessuno li caccia e tanti li sfamano, perché “il gatto non fa mica male a nessuno“. Ed in effetti no, fanno bene allo spirito e alla vista.

I muri di Amman parlano, decorati da graffiti e parole di giovani che non vogliono stare zitti, che raccontano a colori modi di rivoluzionare e modi di essere. Diversi. Perché per ogni amore che nasce ma non continua a causa della “religione“, c’è qualcuno in vena di una sana ribellione. E le ragazzine lo sanno, fin da piccole, spugne curiose pronte a tempestarti di domande, animale raro dal quale captare informazioni sul mondo. Se gli dai spago potresti rimanere intrappolata in una conversazione per ore, perché da queste parti parlano tutti un sacco. O forse è solo un’impressione dovuta alla loro lingua, tanto incomprensibile quanto veloce! Esagerano, in ogni esternazione. Ad Amman, ad esempio, il decorativismo non è un’opzione, è la norma estetica di qualsiasi posto. Può essere più o meno marcato, può spaziare dal kitsch etnico locale al mix contaminato con il mondo occidentale, ma è sempre un gran tripudio di colori, fantasie, pattern, ricami, disegni, materiali…il “color sabbia” degli esterni è controbilanciato dagli arcobaleni interni. Forse è anche per questo che mi trovo completamente a mio agio 😉

Ad Amman se vuoi offrire una cena ad un’amica (o amico, non fa differenza) tocca escogitare dei piani complicatissimi per arrivare alla cassa per prima, oppure intavolare lunghe diatribe alla fine delle quali hanno comunque vinto loro; il senso di ospitalità è gigante, l’accoglienza a braccia aperte e la gentilezza dilagante. Lo so, sembra incredibile, ma è così. Al di là dei primi sguardi indagatori, poi un sorriso non lo nega nessuno (forse qualche anziano un po’ radicale, ma anche con quelli può durare poco). Ad Amman vedi i giovani con il dish-dash, le ciabatte di cuoio ed il cappello da baseball con gli stemmi americani che prende il suo tè alla menta seduto nel bar di un gigantesco centro commerciale iper-moderno; insomma, qui oriente ed occidente si sono incontrati in maniera un po’ forte, ma convivono in maniera pacifica!

Quando cammini per Amman ti sembra di stare in mezzo ad un incomprensibile casino, ma se non ti limiti alla superficie, ti accorgi che è il suo piccolo difetto ed il suo impagabile pregio.

Buccia di Banana/Trucchi pelosi

Ormai non ci spaventiamo più di niente. Ormai siamo avvezze a qualsiasi stranezza questo mondo ci propone. Ormai ci sono talmente tanti “influencer” (sta arrivando il post, giuro) sul web che qualsiasi cagat…ops, cosa venga proposta da chi ha un numero sufficiente di seguaci diventa una tendenza in brevissimo tempo. Fortunatamente, a volte, il famigerato trend si dissolve in tempi rapidi, così come è arrivato, lasciando però tracce del suo passaggio. E’ quello che spero che accada con quest’ultima…cosa…che si è manifestata tra le blogger e non solo che si occupano di trucco e bellezza. Si chiama #NoseHairExtensions e si presenta più o meno così…

…come un ragno multizampa che fuoriesce dalle narici!!! Non facciamoci più inutili domande sul perché una discreta ragazza con 100mila e passa seguaci su tutti i social esistenti un bel giorno abbia deciso di prendere le ciglia finte e, invece di appiccicarle sugli occhi (dove forse già ne aveva messe in abbondanza), le ha messe proprio lì…dentro al naso! Sul suo canale youtube c’è anche un fantastico video dove mostra come realizzare al meglio questo trucco, che immagino sia stato pensato per l’imminente festa di Halloween o semplicemente per infastidire il collega di scrivania al lavoro. 

La cosa interessante è aver mostrato la duttilità di un prodotto che può essere riusato in maniera creativa, basta avere un po’ di fantasia. Inutile dire che dopo di lei la cosa ha spopolato, almeno su instagram, perché la vera cosa che mi chiedo è: queste fanno le fighe sui social, ma poi ce l’hanno la faccia di scendere in mezzo di strada così sistemate? Io credo di sì, però vorrei delle prove 😉 Intanto si limitano al mondo virtuale, dove ci sono infinite varianti del tema: mono-narice, doppia narice, pelo rado, pelo folto, pelo truccato, pelo lungo, pelo in bocca…

Dal punto di vista della liberazione femminile dall’estirpazione forzata dei peli mi sembra comunque una vittoria, dove un pelo in solitaria che spunta dal naso non è più la fine del mondo a confronto di queste ciuffate volontarie; dal punto di vista del make up, del quale mi ritengo un’ignorante totale, non mi sembra niente di grazioso ma soprattutto niente di pratico: ma a queste il naso non cola mai? Perché se avessero problemi di starnuti con muco annesso vedrai nel naso ci si infilerebbero solo lo spruzzino per alleviare i sintomi del raffreddore! 😛

Insomma, di questo passo lo so io in quale altro pertugio le appiccicheranno le ciglia finte…:P Ma non ve lo dico, aspetto che diventi un “instagram trend”!!! Buon lunedì, con o senza ciglia nel naso…

Il bagno e i limiti della confidenza

Qualche giorno fa ero a telefono con un’amica, aggiornamenti settimanali sulla vita, sui progetti, sui massimi sistemi e pettegolezzi vari. Dopo dieci minuti di conversazione sento un rumore di sottofondo, quello tipico dell’acqua che scroscia rumorosa…no, non nella vasca da bagno, proprio nel cesso! Niente di nuovo, lo abbiamo fatto tutte almeno una volta nella vita (e pure più di una) di parlare al telefono comodamente sedute sulla tazza. Le faccio scherzosamente notare che sono contenta di provocarle certe reazioni con i miei racconti (forse potrei propormi come lassativo-vocale, sicuramente con meno controindicazioni delle medicine) e lei ridendo mi confessa “Guarda che è un segno di estrema confidenza, mi sento a mio agio. Quando c’è il mio compagno in casa non ci riesco ad andare“. Immensamente grata per questo segno di amore, ho cominciato a riflettere sulla cosa, quest’ordinaria amministrazione che può diventare un ostacolo (e un pericolo per la salute in casi estremi) in una coppia che non ha non ha abbastanza confidenza, perché…

Confidenza arriva dal latino confidentĭa(m), ‘coraggio, fiducia, speranza‘ ed in questo caso prende proprio il significato di familiarità, assenza di formalità. Se in certi momenti questa estrema confidenza permette di fare di tutto e di più, quando si entra in argomento “bagno” la questione cambia, si creano barriere fisiche e mentali che tengono a distanza il partner. Dopotutto…

E quella che si crea in camera da letto non ha niente a che vedere con quella della stanza da bagno. Il bagno è sacro, soprattutto per lei, ma anche per lui. Il bagno è il santuario dell’io, il salotto della bellezza, il custode di mille segreti e di mille momenti. Ci sono cose che nel bagno si fanno da sole, e non parlo solo delle evacuazioni quotidiane: dal bagno rilassante in solitaria, ai rituali della mattina, fino al giorno dedicato alle cure estetiche o anche ad una sana seduta con lettura annessa. Avere la porta del bagno sempre aperta o barricarsi dentro chiudendo a chiave sono abitudini molto personali che non sono strettamente collegate al periodo di frequentazione (ci sono mogli che si chiudono a chiave anche dopo anni e anni di matrimonio), ma fanno più parte di una sorta di senso del pudore/bisogno di intimità di ognuno. E anche a quanto ti senti a tuo agio con la persona che hai accanto (trovandoti a condividere con l’uomo/donna che frequenti da tre mesi cose che con il fidanzato storico non avevi mai fatto). Ci sono almeno quattro gradi di confidenza:

Porte aperte e via: si fa tutto tutti insieme. E’ l’apoteosi della libertà, in cui non ci sono odori e rumori che imbarazzano, dove ci si sputa il dentifricio sulle mani lavandosi i denti insieme e dove lui ti chiede se per favore gli fai uno strappo sulla pancia mentre tu ti stai facendo la ceretta all’inguine. O_o

Un po’ aperta e un po’ chiusa, tutto quello che riguarda le abluzioni quotidiane (ma non il bidet) può essere condiviso, soprattutto in orari mattutini in cui è facile dove essere fuori di casa allo stesso orario. Per le sedute di gabinetto la porta si chiude, contribuendo a mantenere una certa distanza da questi momenti così privati.

Il bagno è mio e ci sto per conto mio: doccia, lavaggi, sedute e quant’altro sono il momento di relax da NON condividere con il partner. La porta non si chiude a chiave ma le regole sono chiare, quando ci sono dentro io, TU stai fuori. Poi che c’entra, se di tanto in tanto capita che ti scappa e io sono sotto la doccia puoi anche entrare, ma che non diventi un’abitudine.

Porta chiusa, acqua che scorre e musica alta: ci sono persone che non solo si barricano dentro il bagno, ma che proprio si vergognano profondamente di qualsiasi suono o rumore l’altro possa avvertire dall’esterno; che sia una naturalissima fuoriuscita d’aria dal culo o il simpatico brusio del silkepil la cosa non cambia, LUI(LEI) non deve sapere cosa accade dentro. -_-

Alcuni sostengono che troppa vicinanza, anche in questi momenti, distrugga il desiderio e porti ad una visione del partner TROPPO realistica (ma insomma, siamo tutti umani, o pensiamo ancora che le donne siano angeli profumati che non evacuano!?!) e che quindi sarebbe meglio mantenere una certa distanza; altri preferiscono vivere in totale libertà senza alcun tipo di tabù (anche perché più vai avanti più è possibile ritrovarsi in situazioni in cui devi avere a che fare a 360° con il corpo dell’altra persona). Io credo che tra chi se la tiene se lui è in casa a chi fa di tutto di più davanti a lui ci sia una via di mezzo corrispondente a quanto ti senti a tuo agio con la persona che hai a fianco in quel momento (o al tuo sentire).

Qual è la vostra barriera tra voi, lui/lei e il bagno? Alle 18.20 circa ce lo potete raccontare in diretta a me e LaMario su radio m2o. 😉 Buon weekend…io intanto volo verso Amman!

Buccia di banana/Torte splatter (per forti di stomaco)

Ogni occasione è buona per festeggiare, dal più semplice del compleanno fino all’ultimo divorzio (sì, ne avevo scritto un post qualche tempo fa); ma le vie del cake design sono infinite!!! Quando si entra nel campo “futura-neo-mamma” ero rimasta ferma all’importazione del “Baby Shower“, ovvero la festa per il bambino in arrivo, ma ho dovuto amaramente constatare che ci sono state delle dolci e raccapriccianti evoluzioni: torte che partoriscono!

Anche questa nuova usanza è importata da oltre oceano, loro sì che con le feste ci sanno fare. E anche con le esagerazioni. Perché per festeggiare il sacro momento del parto e l’arrivo del nuovo nato un profiterol è veramente una miseria! Ci vuole ben altro, poco importa se questo altro è un incrocio tra un film splatter e un testo di universitario di anatomia con tanto di dettagli e rifiniture. Ed ecco arrivare simpatiche torte a forma di vagina (per rimanere in tema con il trend della stagione) con tanto di teste che spuntano da dentro, accompagnate da tutto il contorno tipico di quel momento felice!! 

Ce ne sono di mille varianti e di tutti i colori: dal parto podalico al cesareo con tanto di mani di chirurgo inserite…nella composizione della torta, fino a quelle con scritto PUSH IT…e subito parte la colonna sonora delle Salt’n’Pepa! (magari) La creatività dei pasticceri, anzi pardon, dei cake designer, è davvero senza limiti e tra sciroppi di colore rosso e paste di zucchero color pelle sono arrivati a fare davvero dei capolavori iper-realistici che meriterebbero di essere esposti al museo delle cere nella sezione “scene di vita vera”. Con placenta o senza…

Alcuni di loro, per rendere il tutto ancora più interattivo, ha escogitato appositi congegni che simulano addirittura il momento dell’espulsione…

E subito passa la voglia di mangiarla!!! O_o Ora, io provo a capirne l’aspetto ludico e sono al corrente che lo splatter, come l’horror, ha la sua nicchia di seguaci da sempre, ma che ad una donna che sta per partorire tu le proponga un bel dolce con ritratto ciò che la aspetta (o che ha appena passato), ecco, mi sembra davvero poco carino. In ogni caso, contente loro…io continuo a preferire un bel babà!!! 😉

—>Per maggiori informazioni sui gruppi di mamme estreme vi consiglio di seguire, per chi non lo conosce, il Signor Distruggere. Lui ha la faccenda molto più chiara di me…

Messaggi vocali: rischi, pericoli e figuracce!!!

Qualche giorno fa ero in macchina con un mio amico e la sua nuova “uscente” di una decina di anni più grande di lui. “Toc”, suono sordo, notifica di whatsapp. Lui, al volante, schiaccia maldestramente “riproduci” sulla nota vocale inviata dall’amico che, con voce squillante e divertita se ne esce con “Uè, zozzone, ti stai ancora s****ando la milfona?!?”. Il mio amico diventa rosso, la milfona verde ma non si scompone più di tanto; prende il telefono e registra una contro-risposta tanto educata quanto pungente (e giuro, non ha usato parolacce). Il siparietto è sintomatico (sono sicura che sarà capitato a tutti almeno una volta) e mostra chiaramente quanto possano essere pericolosi, inappropriati e a volte estremamente imbarazzanti certi messaggi vocali.

Lontani anni luce dai tempi in cui per parlare con la migliore amica o con LUI dovevi chiamare a casa e relazionarti prima con eventuale madre/padre/fratelli/nonni per fartela passare, le comunicazioni al giorno d’oggi sono indubbiamente più dirette. Pure troppo. Anche il gatto ha il suo cellulare, sul quale può ricevere un’infinita quantità di messaggi. Il passaggio dagli SMS (chi li usa più?!?) ai messaggi vocali fino ai video messaggi (speriamo non si diffondano troppo) è stato rapido ma non necessariamente indolore. Il vocale all’apparenza è la soluzione a tutti i mali: è pratico, perché non sei costretto a digitare a testa bassa rischiando di stamparti sul primo palo che incroci sul marciapiede; non presuppone una conoscenza grammaticale scritta, basta sforzarsi di parlare in italiano; si può registrare ovunque e mentre stai facendo qualsiasi cosa,  dal bagno (con relativi rumori), fino al supermercato e addirittura alla guida (e sì che le mani da tenere sul volante dovrebbero essere due, ma insomma…); è rapido, perché anche il più veloce dei digitatori non potrà mai essere più veloce del suono; è empatico, perché dal suono di voce puoi passare intenzioni ed emozioni varie ed eventuali che nessuna emoticon potrà mai eguagliare (anche perché spesso sono emoticon di circostanza). Indubbiamente carino, ma come tutte le invenzioni all’apparenza intelligenti e pensate per risolvere un problema (in questo caso le soluzioni le avevamo già, ma fa nulla, lo scopo del marketing è creare bisogni laddove non ce ne sono), presenta degli inconvenienti se non usate come si deve!

Non si può rileggere: l’estemporaneità del mezzo facilita le cazzate! Quante volte, sull’onda del momento, abbiamo registrato messaggi  che lucidamente non avremmo mai fatto partire? Lo so, capita anche con lo scritto, ma almeno quello prima di pigiare invio puoi cancellarlo…il vocale, quando lasci il microfono, parte. Sempre che non vada malauguratamente a finire nel cestino dopo 3 minuti che parli da solo (io odiooo quel momento). Ecco perché pensare prima di registrare può essere una buona idea! (anche per evitare pause di indecisione, divagazioni o silenzi imbarazzanti in cui si sente il compagno di casa che rutta)!

Sbrodolamenti: il fatto di non dover scrivere sembra autorizzare alla lunghezza e alla divagazione, facendo arrivare messaggi di 5/7 minuti. Praticamente dei monologhi teatrali che quando arrivi alla fine ti sei scordato cosa dicevano all’inizio. Ma non facevi prima a chiamarmi?!? Così invece di subire passivamente le tue storie potevo anche interagire e rispondere!!! Questo puzzle di monologhi è sintomatico dell’auto-referenzialità del mezzo: colui che invia non ha né voglia di perdere due minuti a digitare e nemmeno gli interessa ascoltare la vostra voce-risposta-opinione prendendosi la briga di una telefonata; ma nello stesso tempo impongono la propria voce e costringono all’ascolto…Insomma, siate gentili: i vocali solo per messaggi brevi (che poi gli audio occupano pure un spazio sulla memoria del telefono)! 😉 

Sfasamento temporale: la messaggistica istantanea non presuppone che chi li riceve li apra nello stesso momento in cui arriva la notifica. Per cui la risposta “urgente” può arrivare anche 24 ore dopo! Per cose urgenti facciamola ‘na telefonata, no?!?

Figuracce assortite: far partire un messaggio per sbaglio a volume alto, inviarne uno in una notte di ubriachezza, sbagliare destinatario ed inoltrare alla chat di calcetto il messaggio “pucci pucci” con la voce da cretino destinato alla fidanzata di turno…sono tutte prove SONORE REGISTRATE a disposizione di chiunque voglia prendervi per il culo da quel momento all’eternità. In questo caso scripta manent e il verbo pure, ben impresso nella memoria dello smartphone vostro e di tutti quelli che ricevono!

Insomma, vocali sì, ma con parsimonia!!! 😉 Voi che ne pensate? Li usate, non li usate, quante figuracce vi sono capitate? Potete scrivermelo qui sotto o mandarmi un messaggio vocale…:P

Buccia di Banana/Big Crocs e Gommolandia

Volevo ignorare completamente le sfilate ed accontentarmi dei variopinti soggetti che animano le mie domeniche al mercato di San Joan  (personaggi meravigliosi così al naturale, mica ‘ste fashion blogger costruite dell’ultima ora), poi mi è caduto l’occhio su alcune foto ed articoli e sono stata costretta, per dovere sociale e morale, ad approfondire. Ed ho capito una cosa: se esiste una cosa brutta, c’è il verso di farla diventare ancora più brutta. Come? Così…

Potete dirmi quello che vi pare sulla scarpa di gomma in questione: che è comodissima, che per lavoro le DOVETE indossare, che per il mare sono perfette (?), che il dottor stranamore in Grey’s Anatomy è fighissimo anche con quelle ai piedi, che in fondo sono simpatiche e che dopo che le tieni ai piedi per 8 ore di fila con il caldo e senza calzini non ti puzzano i piedi (scusate, ma su questa cosa ho dei dubbi); però non sono proprio il tripudio dell’estetica e della bellezza. E se la partenza non era un gran che, vorrei chiedere al signor Balenciaga (sì, quello delle borse che tutte vorrebbero ma che, ahimè, costano un tot) per quale motivo ha pensato che mettendoci sotto quei 10 cm di gomma in più la cosa sarebbe andata migliorando…



Forse per rievocare i vecchi zatteroni anni 60 o semplicemente per far salire in passerella queste scarpe che sono state rimpastate in tutte le maniere: a stivaletto, con il pelo dentro, con gli accessori da incastrare dentro ai simpatici buchetti frontali…le hanno provate di tutte, ma non erano mai all’altezza! Ora sicuramente lo sono, all’altezza giusta dalla quale fracassarsi un malleolo nel malaugurato caso che un furetto attraversi il marciapiede sul quale state camminando e vi colga di sorpresa, facendovi precipitare da quintali di gomma. In caso di pericolo, però, possono sempre essere utilizzate come arma da lanciare dietro ai cattivi, anche se con il total look da Sponge Bob credo che nessuno abbia il coraggio di avvicinarsi…;)

In realtà il caro Balenciaga non è stato il primo ad esprimere la sua ammirazione per il mondo Crocs e proporre la sua personale versione; nel 2016 ci ha pensato il designer scozzese Christopher Kane a far sfilare questa fantastica versione marmorizzata arricchita da minerali, fiori e pietre più o meno preziose. Ora non so quale mi sembra peggio…

In entrambi i casi (e non solo) mi sembra che gomma sia la parola chiave da qualche stagione a questa parte. Mentre alcuni cercano di spingere per una moda sostenibile e che non intossichi il pianeta, fior fiori di designer hanno pensato bene di proporre ANCORA calzature stilosissime con un contenuto di plastica decisamente prepotente: bentornati a GOMMOLANDIA

Sempre con la solita, inconfondibile e delicata FINEZZA. Però in fin dei conti sono perfette per saltare nelle pozzanghere di fango come Peppa Pig ci ha insegnato bene…O_o

Buon lunedì…senza Crocs, vi pregoooo!!!

Rieducare all’ozio (e alla vita)

Che fai, è quasi ottobre e sei ancora a Ibiza?“. “Ma quando torni? Non è tempo di rimetterti a lavorare? Ragazzi, veramente sto lavorando qui e da qui per lì. “Ma se vedo le foto e i video del mare…“. Potrei copia-incollare mille messaggi come questi e anche tanti altri che insinuano (con amore) tra le righe che se sei in un bel posto, se ogni tanto ti svaghi e ti permetti di goderti momenti di vita nel posto che ti ospita, allora non stai facendo un cazzo! Uso il mio esempio personale per parlare di un problema esteso su larga scala e basato su convinzioni sbagliate che ci hanno inculcato nella testa e continuano a spacciarci come giuste e inopinabili: il lavoro è sacrificio, il lavoro è vita, il lavoro è tutto!!! E per lavoro si intende, ancora, qualcosa che ti incolla alla scrivania di un posto, che ti tiene occupato almeno 8/10 ore al giorno, che ti continua a martellare anche quando sei a casa perché con la tecnologia che gentilmente ci accompagna possiamo essere rintracciati in ogni dove e in ogni momento per qualsiasi dubbio o questione vitale da risolvere anche durante il fine settimana. Siamo anche quelli che di lavoro ne fanno più di uno, perché i presupposti del “lavoro della vita” e dell’amato/odiato “posto fisso” sono liquefatti come una coppa di gelato alla vaniglia lasciato a mezzogiorno nel deserto; il che ci costringe a farci il culo doppio o addirittura triplo. Già, perché poi in questi periodi di carenza di impieghi, i lavori noi ce li inventiamo anche, diventando capi e impiegati di noi stessi, molto più severi del direttore dell’azienda X; il rischio è tutto nelle nostre mani e se non lavori abbastanza i risultati è ovvio che non arrivano. Formiche operose tecnologicamente stressate, costantemente impegnate e completamente immerse nel lavoro. Tutti a correre, fare, sgomitare per la carriera, i soldi, le gratificazioni, la fama ed avere il conto in banca più grasso ma senza avere il tempo per godere di quel che si è guadagnato. Le giornate di 24 ore vengono spese per più della metà lavorando, 6/7 ore dormendo (e guai a dormire di più, che sottrai tempo al lavoro e in fondo quando morirai avrai un sacco di tempo per riposarti) e quel poco che resta intessendo discutibili relazioni sociali rigorosamente virtuali. FERMI TUTTI!!!

E’ vitale riprendersi i propri spazi, i propri tempi, la propria vita e imparare ad oziare in maniera creativa e stimolante. Mi permetto quindi di sfatare due miti deleteri e controproducenti:

Se ti diverti, non stai lavorando! Questo retaggio antico di lavoro come sacrificio, sofferenza, pallosità, tristezza, stress e angoscia lo possiamo anche lasciar andare con serenità. Voglio dire, già passiamo metà della vita a lavorare, dobbiamo pure flagellarci per quei 40/45 anni per poi finalmente decidere di goderci la vita quando saremo distrutti dagli acciacchi che quel tipo di vita ci ha provocato, per di più con una pensione talmente miserabile o addirittura assente? Anche no. Il fatto di fare un lavoro che piace non dovrebbe essere un privilegio ma una costante; laddove non è possibile almeno non dovrebbe distruggere fisicamente ed emotivamente. Ma se quando lavori ti diverti, stai bene e sei addirittura sei felice è una vittoria importante. Questo piccolo salto mentale ricolloca la dimensione lavorativa su un altro piano e attenzione, non è che chi si diverte lavora meno, lavora semplicemente meglio; ottimizza, spreca meno tempo, si stressa meno e contribuisce ad una qualità della vita decisamente migliore. Come scriveva De Crescenzo…

Non hai prodotto oggi? Sentiti in colpa! Ci sono giornate in cui non si conclude niente, giornate in cui niente viene come dovrebbe e quindi impieghiamo il doppio del tempo a fare una cosa che normalmente viene naturale. In quelle giornate arriva l’ombra del SENSO DI COLPA, perché non è possibile che tu NON produca! E invece è possibile, ed è sintomatico: sono proprio quelle giornate in cui non si dovrebbe proprio lavorare perché la mente ed il corpo sono in sovraccarico e smettono di funzionare di proposito. Tipo “Hey, mi hai spremuto al massimo, mi lasci stare per un po’?“. Pause, ci vogliono delle pause, ma più che altro un riequilibrio dei tempi vitali dove il lavoro e la vita siano separati…

“Lavoro e vita hanno logiche e culture diverse e la ricchezza dell’esistenza sta nel combinare i loro tempi e i loro ambiti. La loro giustapposizione è un mito da scongiurare!” (Aris Accornero)

Ecco perché bisogna ri-imparare e ri-educare ad oziare: riprendersi spazi e tempi, il contatto con la natura, il piacere dello studio fine a soddisfare la propria curiosità, rilassare la mente con film, libri, musica, sport o qualsiasi cosa in grado di alleggerire corpo e mente pur rimanendo in una costante attività celebrale sotterranea. Perché è quando la mente è a riposo e non pensa che nascono le idee migliori; stimolato il cervello produce, sotterrato dalle pressioni e dal pensiero del lavoro NO! E soprattutto riprendere il tempo per se stessi, per coccolarsi e concedersi anche dei momenti di cura delle relazioni umane reali, quelle che troppo spesso sono trascurate per “lavorare“. Non è solo la “vacanza” per ricaricare le batterie, è un ozio costante e premeditato da somministrarsi di tanto in tanto per non soccombere. Ma vivere.

Voi vi permettete di oziare o siete vittime del lavoro? Ci sentiamo in diretta alle 18.20 per parlarne con LaMario e con voi su radio m2o! Io, chiaramente, sempre da Ibiza 😛

—>Per approfondimento consiglio “Ozio Creativo” di Domenico de Masi (2002, ma sempre attuale)

Buccia di Banana/Borsine Pancine

L’essere umano è buffo, invece di apprezzare quello che possiede è sempre a caccia di quello che non ha!!! Chi ha i capelli lisci li vuole ricci, chi ha i muscoli preferisce le curve, chi è bionda vuole essere castana e chi è senza tette le vuole a tutti i costi. Tra i cambiamenti definitivi e l’accettazione totale del proprio essere, si sono infilate loro: le fantastiche protesi rimovibili ed anche utili! Calze con i rinforzi per alzare le chiappe, mutande con l’aumenta pacco, tutti i vari push-up del caso e da oggi anche lui: il fantastico panza-marsupio!!!

Perché se prima l’obiettivo era avere “pancia piatta e muscoli scolpiti“, adesso l’uomo vuole cavalcare l’amore per il Dad Bod (qui un post che avevo scritto sull’argomento), ovvero mostrare fiero la pancetta. Ma non tutti sono in grado di coltivare la pancina a suon di schifezze, birre o alimentazione poco corretta; quindi per i salutisti è arrivata la dad-bag, un marsupio a tratti geniale a tratti inquietante, a forma di pancia. Gonfia, prominente ma dalle infinite sfumature…

Perché ci sono pance e pance, chi la vuole con il pelo, chi senza, chi più morbida e chi addirittura multi-rotolo! Ovviamente, per interpretare in pieno questo stile, bisogna indossare questo accessorio nel modo giusto, che se lo metti sopra ai pantaloni e via non funziona. Il segreto per mostrare una bella pancia è immedesimarsi in questa situazione: mettere magliette corte (o arrotolate sopra al marsupio in maniera verosimile) e adottare anche una postura adeguata, pancia avanti e schiena dietro. Se poi parte anche una grattata signorile di tanto in tanto il successo è assicurato!!! 

Fortunatamente (o no?) il progetto è ancora in fase di finalizzazione, ma se volete sostenere il progetto e sapere quando saranno finalmente pronti, sperando entro natale per fare un bel regalo al fidanzato secco come un’acciughina, questo è il sito! E se vi sembra un’invenzione del cazzo, è perché non avete visto questa perla di alta gioielleria dedicata a tutte le donne raffinate, con stile e che sanno esattamente quello che vogliono. Ed io stamattina vi lascio così…;) Buon lunedì!

 

 

 

Chiodo schiaccia chiodo: leggenda o possibilità?

Il mare è pieno di pesci” è una delle mie frasi preferite con la quale consolo le amiche con il cuore a pezzi perchè QUEL pesce le ha emotivamente distrutte. Uscire da una relazione non è mai facile: c’è chi si aggrappa alle ultime squame dello scorfano che le sta abbandonando, chi si ritira a vita privata e chi utilizza la famosa vecchia tattica del “chiodo-schiaccia-chiodo“. Il mio compare di lavoro qui a Ibiza dice di andare avanti praticamente un chiodo dopo l’altro, il che sto ancora valutando se si tratti di un bene o di un male, però si è talmente applicato a snocciolare la sua teoria che ho deciso di condividerla per vagliarne la reale utilità o meno. Perché diciamoci la verità, al pari della storia dei fighi che si incontrano la sera al supermercato, quella del chiodo che funziona sa un po’ di leggenda metropolitana. Perché il chiodo, se utilizzato male, ti buca e ti fa sanguinare (o alla meglio ti dai un martellata forte forte da solo). Ma andiamo con ordine: il CHIODO in questione è un qualcuno/a in grado di velocizzare il processo di rimozione mentale dell’EX, o almeno di non pensarci costantemente con sottofondi musicali strappalacrime e depressivi. E’ un modo per non buttarsi giù e non chiudersi nella bara sentimentale, quella che può tenere lontano dalle relazioni per lunghi mesi, o addirittura anni. Ci sono però alcune precauzioni da tenere ben presenti per non pungersi…

1-Il chiodo NON è l’uomo della vita. Non deve essere perfetto, non deve incarnare il vostro ideale maschile ma soprattutto DEVE essere leggero. E’ un chiodo, non un mattone!!!

2-Il chiodo deve essere un corteggiatore, disposto a coccolarvi e regalarvi attenzioni. Se è uno psicopatico-complicato che se la tira, non è il chiodo adatto!

3-Il chiodo è un intrattenimento piacevole, un modo per risollevare l’autostima che probabilmente l’altro ha infilato nel bidone dell’indifferenziata; tiene la mente (e il corpo) impegnata e nello stesso tempo offre ottime scuse per non rivedere l’ex.

4-Proprio per questi punti a favore è necessario dichiarare subito al chiodo del suo ruolo di chiodo e assolutamente NON fare proiezioni su di lui: farfalle nello stomaco vanno bene, ondate di energia positiva pure, ma NIENTE seghe mentali su possibili evoluzioni della storia, su ipotetici futuri o passaggi di stato. Avete mai visto un chiodo trasformarsi in un fidanzato?!? 😛

5-Per evitare quest’ultimo importantissimo e fondamentale dettaglio il mio amico suggeriva una scatola di CHIODI, perché è facilissimo, una volta incontrato uno che ti corteggia, ti coccola, ti fa fare del gran sesso, non è pressante ma presente e ti fa dimenticare l’altro in leggerezza, perdere la testa per lui/lei. Per questo ci vogliono svariati chiodi, almeno 3, per non avere attenzioni e sentimenti solo per uno (che poi diventa una catena di chiodi che scacciano il chiodo che aveva schiacciato il chiodo).

Insomma, tieni presente che il chiodo non serve a dimenticare, serve ad intrattenersi nel frattempo che si elabora la perdita. E non c’è niente di male a soffrire ridendo: non è che soffri meno, soffri solo in maniera diversa“. Così ha concluso la sua esposizione, sulla quale sto ancora riflettendo. Il chiodo non si sentirà usato? E se poi è lui che si innamora? Non è meglio godersi un po’ di solitudine?

Io credo di aver usato sempre i chiodi nel modo sbagliato e non penso sia realmente salutare ricorrere a questa cosa. Però, se si dichiara tutto in partenza ed entrambi sono consenzienti, perché no? Voi siete mai ricorsi ai “chiodi”? Hanno funzionato? Raccontatecelo qui o in diretta alle 182.0 su radio m2o. Io e LaMario siamo tutte orecchie...o meglio, io sicuramente! 😉 Buon fine settimana.