Grazie Mario!

Tutto è iniziato da una mail. Una delle tante mail che ho mandato quando uscì il mio secondo libro. Da autrice emergente e decisamente sconosciuta mi sono sempre dovuta rimboccare le maniche per raggiungere i media e far leggere i miei libri. A caso spedii la mail a quel blog, dal quale mi arrivò presto una risposta con “si, mandami pure i libri!”. Non sapevo chi ci fosse esattamente dietro al blog, ricordo solo che spedii ed ero felicissima. Dopo poco mi arrivò una telefonata “Ti va se ci facciamo una diretta radiofonica per parlare dei tuoi libri su m2o”? Manca poco cascavo in terra. Ma certo, figurati!

Era iniziata l’estate, ero dal parrucchiere con la carta argentata nei capelli quando mi chiamò Mariolina Simone, in diretta nel programma “Mario&theCity” e ci facemmo un’intervista in due blocchi, io a parlare in mezzo di strada con il colore che mi colava nelle orecchie, lei dagli studi di Roma. Poteva finire così, con una delle interviste più belle dall’uscita dei libri; poi alla fine di agosto un’altra telefonata: “Senti, ma non è che ti andrebbe di avere una rubrica tua tutte le settimane all’interno del programma?”. Vabbè, era amore! Completamente allo scuro di cosa volesse dire, con l’entusiasmo e l’incoscienza, accettai senza nemmeno pensarci più del dovuto. Mario mi ha guidato pazientemente fin dalla prima diretta (che conservo registrata ma che non ho mai riascoltato perché non sopporto ascoltare la mia voce), dandomi le dritte per non farmi tremare la voce, per essere sintetica ma dire tutte le cose che c’erano da dire, per interagire con lei e Stefania senza parlarle sopra…insomma, per essere radiofonica. Tutto questo senza esserci MAI viste, sull’onda di un feeling personale che si è poi trasformato in grande stima e amicizia sincera condita da affetto. Ci siamo incontrate “dal vivo” solo sul finire della prima stagione ed era come se ci fossimo sempre conosciute. Insomma, io Mariolina me la ricordavo dai tempi di Video Music, parlarci fianco a fianco nello stesso studio è stato…cazzo, strano!!! Emozionante e meraviglioso e pure un po’ imbarazzante, insomma…mica capita tutti i giorni di trovarsi a fianco, anche se a distanza, di un personaggio che ha fatto parte della tua adolescenza?!?

Poteva concludersi lì, e invece no: le stagioni si sono susseguite, la rubrica ha cambiato argomenti, poi nome, poi modalità: ogni anno ci siamo rinnovate con idee e format differenti; più siamo andate avanti, più siamo diventate affiatate, rodate e complici in quei 7 minuti di trasmissione settimanale, così come in altri progetti, miei e suoi, che ci hanno visto vicine. Fino a quest’anno, dove il minuto è diventato uno (altro esercizio, altra cosa che ho imparato), dove le cose sono cambiate, soprattutto per Mario, dove con domani la trasmissione finisce (e con lei tutta la vecchia “M2o”). Le cose cambiano, niente dura per sempre e tutte le solite frasi fatte di circostanza, tipo “quando si chiude una porte si apre un portone”. Cazzate.

Quando si chiude una porta non sempre si apre un portone. Il bello è che non si sa esattamente cosa si può aprire: magari un cancellino, a volte una botola, a volte un cancello enorme, altre volte ancora solo la porta del cesso. Si chiamano incognite e sono la base della vita, perché l’oggi lo vivi, il domani lo puoi immaginare ma fondamentalmente sai una sega di cosa potrà succedere.

Con domani per me si chiude una piccola finestrella, quella che mi ha visto per 6 anni affacciata sulle frequenze nazionali di radio m2o insieme a Mariolina a parlare di autostima, amore, relazioni, cazzate e cose serie, ad ascoltare le vostre storie e ad interagire con voi tutti i venerdì. Ho anche realizzato uno dei miei sogni, ovvero avere la mia “posta del cuore”. Per tutto questo posso solo dire “Grazie Mario” per l’opportunità che mi hai regalato, per la fiducia e gli insegnamenti, per avermi fatto conoscere ed innamorare del mondo radiofonico, per avermi fatto stare vicino ad una professionista come te, per aver condiviso il tuo spazio ed i tuoi cittadini con me facendomi sentire parte di una famiglia: la tua e della tua city! Fiera di esserci stata, sindaco! 🙏🏻

E ora stiamo un po’ a vedere quali e quante porte si apriranno che, conoscendoci, con l’eleganza che ci contraddistingue, al momento opportuno, se non si vogliono aprire, sfonderemo a calci….💛 tvb amica! E comunque non finisce qui!

Stasera alle 18.30 l’ultima pillola del venerdì…potrei commuovermi, siete avvisati! 😉

Salviamoci dai Fashion People

Le persone che incontriamo nella vita possono fare la differenza nel nostro percorso in questo mondo. Le persone che incontriamo quando ci stiamo formando, che sia la scuola, il liceo o l’università, insomma, i “professori” possono segnarci in maniera importante, nel bene e nel male…(motivo per cui anche loro andrebbero scelti parecchio bene). Quando fai il primo ingresso nel mondo della moda, attraverso la porta di una scuola specializzata o di un negozio dove si inizia a fare la commessa giusto per metterci un piede, essere “traumatizzati” è un attimo. Già, perché nel mondo della moda se non sei “allineata” agli standard estetico-comportamentali previsti da un silenzioso regolamento interno c’è chi ti comincia a squadrare dal basso all’alto tentando di farti sentire inappropriata. Capita continuamente e lì, se non sei forte o completamente incosciente, ne risenti. Oggi vi faccio raccontare i fashion people dalle parole del mio libro, così, giusto per capire con chi abbiamo a che fare… 😉

Illustrazione di Enrica Mannari

“C’è chi lavora beatamente nella Moda e chi si sente il Dio dello Stile materializzatosi nel mondo per illuminare noi comuni mortali. Chi cammina con i piedi per terra cosciente di fare un delizioso lavoro creativo e chi vola sulle teste altrui convinto di far parte di un olimpo di privilegiati manipolatori di tendenze. Insomma, c’è chi vive tranquillamente la moda e chi se la tira ai massimi livelli cosmici solo perché ha a che fare con quattro pezze. Uh, l’ho detto.

Nella mia brillantissima carriera ho avuto a che fare con tutti gli appartenenti alla filiera modaiola: esperti di marketing, modelliste, direttori di aziende, ricamatrici turche, stilisti, rappresentanti, modelli, registi di sfilate, commesse, allestitori; insomma, me la sono fatta un po’ con tutti. Professionalmente, è ovvio! Tra professionisti umili e professionali e gli invasati impregnati di Moda fino al midollo c’è un baratro incolmabile pieno di glamour, di abiti neri destrutturati, di questioni gravissime da risolvere in tempi brevi come la modella con il 42 di piede che non entra nelle nuovissime scarpette di pelle di marmotta screziata. In effetti son problemoni…

I veri fashion people sono pericolosi come l’esercito di Dart Fener. I veri fashion people ti fanno venire voglia di mandarli in giro con gli stessi vestiti addosso per una settimana per verificare se effettivamente gli vengono le crisi isteriche come dicono. I veri fashion people sono quelli che fanno passare la voglia di lavorare nella moda, perché sono pesanti come mille pezze di tessuto ed averci a che fare vuol dire essere contagiati da quest’aura nera e dover gestire la loro follia. I guerrieri del Male, però, non sono tutti uguali, ecco come distinguerli e riconoscerli…e possibilmente evitarli.

I Seriosi Cavalieri Neri

Non sorridono quasi mai o solo quando clamorosamente ubriachi durante qualche party esclusivo, ma tendenzialmente il controllo cercano di non perderlo, indossano solo ed esclusivamente le loro uniformi nere, basiche ai limiti del classico o moderne destrutturazioni di qualche guru giapponese, con qualche opzione per il bianco, ottico. L’andatura è impostata, con un palo che dal fondoschiena arriva direttamente alla punta dei capelli, dritti e fieri, che se non gli sbatti addosso manco ti salutano perché lo sguardo è oltre. Dopotutto, loro lavorano per la Moda, devono sempre guardare avanti. L’occhio è perso, come i pensieri, in questioni di vitale importanza che voi Umani non potete nemmeno immaginare: come sarà la prossima collezione di Margiela? Come faccio a far tornare nera la giacca che con il sole si è scolorita? Ho postato su Facebook foto abbastanza alternative o mi scambieranno per il solito lettore seriale di Grazia? Cose così, indispensabili al futuro dell’umanità. Quando parlano scandiscono le parole, infarcendo i discorsi di tecnicismi e prodezze per “addetti ai lavori”, per valutare se siete all’altezza della conversazione o no; di fatto, anche uno stupido scambio di battute sembra un colloquio di lavoro per la Nasa. Viene voglia di scuoterli e ballargli davanti una stupida canzone giapponese vestite da Sailor Moon, ma con i capelli rosa. Perché l’unico modo per causargli un’immediata perdita di forze è accecarli con il potere dell’Arcobaleno. Non lo reggono. È un insulto al loro ordine. Nero.

I Servitori della Moda

Sono i valletti e vallette della Moda. Per loro la Moda è tutto: leggono solo riviste fashion, consultano solo siti fashion, sanno a memoria i nomi di tutti i brand più cool del momento ma ignorano la data della Rivoluzione francese, vanno solo ad eventi fashion dove possono dimostrare di essere state con milleottocento scatti condivisi ovunque, sono sempre agghindate come l’ultima copertina di Vogue (anche se in copertina c’è Lady Gaga nuda, limportante è essere sempre al passo con le tendenze) e cambiano fidanzato con l’uscita delle nuove collezioni: dopo sei mesi c’è bisogno di rinnovarsi. In tutti i campi. I Servitori con un bel conto in banca si lanciano nelle migliori boutique, sfoggiando marchi in ogni dove (sì, anche laggiù dove non batte il sole); quelli con il portafoglio ridotto ripiegano nelle catene del fast fashion, ottenendo comunque lo stesso risultato: in fin dei conti fino a quando i Forrester si prostituiranno firmando le collezioni per la Spectra, ci saranno quintali di stile per tutti. I Devoti, naturalmente, sognano di lavorare nella Moda, non importa dove, basta essere insediati nel loro habitat naturale ed assecondare la loro inclinazione vitale. E vissero felici e contenti a fare fotocopie per l’ultimo schiavo dell’ufficio stile. Per causargli uno svenimento immediato inviategli come regalo di compleanno una T-shirt della passata stagione. Non potranno reggere allo shock!

I Superlativi Assertivi

Non parlano, squittiscono. Hanno un repertorio di vocaboli che spazia da aggettivi pessimi a quelli pieni di glitter, ma senza passare dal mezzo. Bello non esiste. Esiste “orribile” o “SUPERWOW” , volutamente maiuscolo, perché in questi casi il tono di voce si alza sensibilmente. Anche emotivamente non hanno vie di mezzo: ci sono tragedie, come quel ricamo venuto male, o euforia dilagante, tipo l’ultima delle blogger che ha postato una foto con la loro magliettina stampata con un teschio. Ecco perché lavorarci insieme mette seriamente in pericolo la stabilità psicologica di ogni soggetto un minimo sano di mente. Ti uccidono. La loro euforia a volte funziona per l’autostima: quando ritengono che siete giuste non si fanno problemi a farvi schizzare l’ego alle stelle a suon di complimenti…esagerati. Ma se poco poco il vostro outfit non gli torna vi seppelliscono con una mitragliata di infamate, glamour, che le parolacce non sono contemplate, e poi stordiscono di consigli. I Superlativi sono super anche nel look: sempre di tendenza, molto attenti al dettaglio, all’accessorio, alla rifinitura, al capello che non sia fuori posto, all’anello giusto, al profumo azzeccato, alla sciarpa messa in un certo modo, il calzino tirato su un dito sopra al malleolo e non di più, il risvoltino dei pantaloni al punto giusto…roba da esaurimento, per la quale loro vanno matti. Altrimenti non si sveglierebbero tutte le mattine tre ore prima di andare al lavoro. Cercheranno sempre, però, di far credere che si sistemano in cinque minuti e che l’abbinamento che hanno è stato solo un caso. In queste occasioni basta annuire. Per farli rimanere muti ed inespressivi provategli a dire che la loro ultima collezione è “carina”: un parere così neutro e senza enfasi li lascerà basiti e probabilmente farà in modo che passino un paio di anni in analisi dallo psicanalista delle dive.

Gli Evangelizzatori Snob

Sembrano moderati, ma sono fastidiosi come tutti. Sono quelli la cui missione è evangelizzare e portare la Moda in ogni angolo del Globo, alcuni sono più silenziosi, altri più caciaroni, ma la sostanza non cambia. Li riconosci perché, che siano vestiti da pagliacci agghindati di tutto punto o in divisa semi-formale ma comunque all’ultimo grido, hanno sempre quel fare che ti squadra dall’alto in basso. In ogni occasione e con chiunque parlino. Anche con Gesù, che con quella tunica non è che sia proprio in stile, forse dovrebbe aggiungerci delle frange. Sono incredibilmente snob: fanno bene tutto loro e solo loro, quando ti mostrano un vestito sembra parlino dell’ultima scoperta della fisica quantistica e, naturalmente, se di fisica non ne capisci un cazzo, come pensi di poter esprimere il tuo parere su quell’innovativo tubino a scacchi? Il sapere supremo è nelle loro mani. Tu, inutile pedina messa in terra per obbedire e consumare, ti devi solo limitare a tacere e prendere ogni editoriale come un testo sacro. Amen. Anche tra di loro si snobbano, ma con il sorriso. Certe fiere di settore sembrano la Sagra dell’Odio, dove tutti fanno a gara per sembrare più fighi, dove si ignorano tra simili e nello stesso tempo si guardano in cagnesco con singolare invidia e spocchia evidente. Fingono solidarietà e dietro le spalle ricamano commenti acidi come se non ci fosse un domani. Deliziosi, solo da guardare. Per intaccare la loro fiera autostima provate, in pubblica occasione, ad intavolare una conversazione su un argomento a piacere che riguarda, che ne so, l’arte o la cultura. È graziosissimo vederli arrampicare sugli specchi perché, Moda a parte, non sanno niente di nient’altro. ”

Capito come siamo messi? O_o Fortunatamente non c’è solo questo, nel mio percorso ho incontrato persone meravigliose che non mi hanno mai fatto sentire fuori luogo, anzi, hanno sempre spinto per valorizzare la diversità facendola diventare un punto di forza. Ed io, come docente, cerco di fare lo stesso. Perché non c’è niente di più pericoloso di chi vuole stringerti dentro i paletti imposti da qualunque ambiente! 😉 Non lo pensate anche voi? 😉

 

 

Buccia di Banana/Campagne Fashion: Why? #18

Le fiere sono finite, le sfilate pure, le campagne vendite NO, ma questo a noi comuni utenti ci interessa poco. Più interessante, invece, sfogliare giornali, alzare gli occhi al cielo per guardare i grandi annunci pubblicitari affissi a grandezza immensa sui palazzi o sulle fiancate degli autobus e capire come si stanno evolvendo le campagne dei marchi del mondo della moda. Ammesso che di evoluzione si stia parlando…;)

brand: renè Caovilla/ Campagna: barbie style

Qui più che evoluzione parliamo di grandi classici della pubblicità: prendi una gnocca, mettila in posa plastica, lasciale una buona porzione di culo&cosce di fuori levigate con photoshop, espressione vacua come quella di una bambola ed il gioco è fatto. Innovativa ed elegante quanto basta. Indubbiamente adatta al sandalo arrampicato alla caviglia che sta bene a 1 donna su 100, ovviamente meglio se con un km di gamba a disposizione! #innovazioneportamivia

Brand: Swarovski / campgna: laguna blu

Anche in questo caso i signori di Swarowski hanno giocato su un’immagine tremendamente simile a quelle che usavano negli anni 90: donne vestite da sera con trucco perfetto e gioelli scintillanti che escono fuori modello ippopotamo a pelo d’acqua nella savana da acque scure e giungle rigogliose. Giuro che mi sembra di vedere un film già visto! #originalitàquestasconosciuta

brand: Santoni / Campagna: equilibrismi

Quando dalla produzione dovevano fornirti una panchina e invece, causa tagli al budget (che guarda caso finisce sempre nel momento sbagliato), se ne escono con un panchetto Ikea. L’unica soluzione possibile per replicare la posa scelta in precedenza è quella di immaginare, puntellarsi, tenere gli addominali serrati e fare finta di stare comode! 😉 #lequilibrioètutto

brand: bcbg rosie / campagna: letargia

Quando chiedi alla modella un’espressione sognante ma a lei parte un improvviso attacco di sonnolenza perché a pranzo, invece della solita insalata, si è lasciata conquistare da una schiacciata alla mortadella. Meno male è rimasta in piedi, anche se con la bocca in questa posizione poco naturale (ragazze continuate a gonfiarvi che così tra un po’ non la riuscite a chiudere nemmeno per mangiare)! #naturalissima 

brand: burberry / campagna: l’odio!

L’odio, il fastidio, l’immenso senso di sfavamento che trapela da questo scatto è immediato; ci sentiamo quasi sotto accusa da queste tre signorine incazzate che ci guardano con sguardo inquisitorio/minaccioso. I motivi di questo astio possono essere: A) Perché ci avete messo ‘sti completi da hostess; B) Queste mille sfumature di marrone fanno caa’; C) Non hai buttato giù la tavoletta del cesso nemmeno a questo giro? #cattiveriapura

brand: j brand / Campagna: culo in pole position

Ecco, io davanti a questa cosa la guardo e dico “boh”!!! Già i pantaloni BIANCHI con quel modello non si possono vedere e non si dovrebbero nemmeno commercializzare…ma messi così a cazzo in primo piano ma fuori fuoco con queste chiappe che occupano 3/4 della foto davanti…io…boh! #diciamochetièscappato

brand: gucci / campagna: le tre zie

Come al solito Gucci vince. Ma per un motivo ben preciso: fa un mescolone madornale di qualsiasi cosa, dove ogni dettaglio ammicca ad una fascia diversa, per cui risulta simpatico a tutti anche nell’orrore di certe sue composizioni. Io, di questo quadro surreale dove la cosa più bella è il body di lui, amo le tre zie sfuocate sul fondo, vere protagoniste di questa lite casalinga dove lei si è indignata per lo scippo del body ed è corsa ai ripari fregandogli la giacca a lui. Le tre zie li stanno sbeffeggiando entrambi…#meglioziachearpia

E con questa dose di fashion styling direi che possiamo aprire questa nuova settimana! Buon lunedì 😉

 

L’importanza di diffondere (i messaggi positivi non sono mai abbastanza)

E’ da un po’ che non faccio un po’ di sana polemica (sarà colpa della vecchiaia?). Oggi mi sembra il giorno perfetto per evitare ridondanti retoriche femminili e puntare l’attenzione su tematiche universali, spostando la riflessione dall’universo donna all’universo essere umano, quello complesso e contraddittorio, quello strano e brontolone, quello tutto pace&amore però vaffanculo-stai-nel-tuo. Quelli lì, noi umani.

Siamo nell’epoca della condivisione esasperata, degli influencer macro, micro e pure nano, dell’opinionismo spinto in qualsiasi luogo e della motivazione come stile di vita (tant’è che ci sono in giro più “coach” che idraulici). E fin qui andrebbe anche tutto bene: si condividono messaggi, si danno opinioni, si cerca di motivare il prossimo parole di incoraggiamento positivo e attirare l’attenzione della propria cerchia (più o meno grande) su argomenti più o meno importanti, sensibilizzando gli animi e solleticando le menti su svariati temi, dalla cultura generale all’ultima sfilata.

Ecco, io sono convinta che di certi argomenti più se ne parla meglio, meglio è. Le campagne di sensibilizzazione, di comunicazione, di informazione hanno lo scopo di diffondere un messaggio, facendolo arrivare a quante più persone è possibile! Il web, la rete ed i social in questo aiutano molto, permettendo di parlare, condividere e innescare un passaparola rapido e a macchia d’olio. Questo è il lato positivo del fare rete, delle connessioni veloci che non passano dai canali istituzionali, del creare sinergie che si muovono nella stessa direzione verso un obiettivo comune. Bene, se l’obiettivo è comune e la visione unita di certe cose più se ne parla, in maniera corretta e dando informazioni giuste, meglio è! Non importa chi arriva prima, non importa mettere bandierine di proprietà intellettuale su argomenti di attualità. Non importa. Importa parlarne, ognuno con il proprio tono di voce, ognuno con i propri mezzi e la propria onestà. I messaggi positivi vanno diffusi. E finché le informazioni girano c’è speranza. Un tempo bisognava muovere il culo, leggere, frequentare caffè letterari, circoli e scendere fisicamente in raduni dove scambiarsi opinioni ed informazioni: adesso possiamo fare tutto comodamente sdraiati sul divano di casa (ogni tanto sarebbe bene anche uscire, ma prendiamo il lato positivo delle cose). Visto che è così facile, facciamolo! O no?

Buon fine settimana 😉

 

Seta: dai bozzoli alla seta artificiale

La seta ha una storia antichissima, risalente alla Cina neolitica dove pare venisse utilizzata per realizzare corde e fili molto resistenti. Da lì a conquistare il favore degli imperatori cinesi (e non solo) sono passati diversi secoli durante i quali questo materiale è diventato sempre più richiesto grazie alle sue qualità che lo hanno incoronato come tessuto di pregio per eccellenza (in Italia è arrivata nel 550 a.C.). Un tessuto del quale non se ne produce una quantità industriale come il cotone, ma che comunque supera le 200mila tonnellate annue, ed è impiegato sopratutto nell’abbigliamento, arredamento ed anche in campo medico (il rapporto peso/resistenza della fibra di seta è elevatissimo, tanto che molti paragonano la resistenza delle fibre di seta a quelle dall’acciaio.)

La storia del baco e della farfalla la conosciamo tutti: praticamente a regalarci questo prezioso materiale sono i bachi che preparano la casa (ovvero il bozzolo) per proteggere la crisalide emettendo un filamento proteico che si va ad avvolgere tutto intorno. Una volta cresciuta e pronta ad uscire la farfalla secerne al suo interno una sostanza per “sciogliere” la sericina, proteina che avvolge i fili, ed  in questo modo sposta le fibre e riesce ad uscire. L’unico inconveniente per la lavorazione è che la sostanza utilizzata dalla farfalla ossida la seta nel punto in cui entra in contatto. Per ricavare il filo si procede quindi alla dipanatura che avviene attraverso una serie di operazioni dette trattura; poi vengono eliminati tutti i filamenti esterni ed individuato il capo bava. Per eliminare invece in modo definitivo o parziale la sericina si effettua la sgommatura che avviene in soluzione saponosa a caldo. Eliminare la sericina serve per rendere la fibra più lucente e morbida al tatto, pulita e pronta per essere filata. Gran parte di queste operazioni è fatta in maniera manuale, ecco perché il costo della seta è così elevato rispetto ad altri.


Si tratta in tutto e per tutto di una fibra naturale biodegradabile (ovvero degradabili dall’ambiente in presenza di determinate condizioni naturali o chimiche), che vista così non presenta particolari criticità dal punto di vista ambientale SE non fosse per due fattori: il primo è la pratica poco carina nei confronti del bruco che viene buttato in acqua bollente VIVO con tutto il bozzolo per  evitare che l’animale possa bucare le pareti del guscio, rendendo più difficile la filatura; il secondo è il grande impiego di risorse idriche ed energetiche durante la filatura ed il massiccio uso di coloranti e sostanze chimiche durante la tintura. Ecco che anche per quanto riguarda questo prezioso materiale c’è la sua versione di seta organica o biologica.

La seta naturale, chiamata anche Peace Silk, è prodotta senza l’uso di pesticidi, senza sostanze chimiche ed evitando di bollire i bachi prima ancora che abbiano l’opportunità di trasformarsi in farfalle (lo sappiamo che la vita media di una farfalla non è lunghissima, ma mi sembra un peccato non farle fare una svolazzata in giro, no?). Il tutto avviene in maniera naturale, seguendo i ritmi biologici dell’animaletto ed utilizzando le fibre del bozzolo per la filatura solo quando lui ha lasciato la sua casa.

Esiste anche una simil-seta vegetale, il Ramié, conosciuta anche con il nome di Chinagrass, ovvero erba della Cina (la Cina è ancora il maggior produttore di seta). Questa fibra viene estratta dai fusti di due piante con un processo costoso perché prevede vari passaggi, tra i quali un simpatico bagno di 24 ore nella soda caustica (aiuto!), alla fine del quale però acquista caratteristiche di elasticità, resistenza e lucentezza tali da essere paragonabili alla seta (chiaramente non lo è e si vede). Tuttavia viene spesso utilizzato in combinazione con altre fibre come cotone, canapa, lana, seta e viscosa per donare maggiore resistenza e luminosità ai tessuti.

Dal naturale al laboratorio, innovativa in questo senso è stata l’esperienza di Bolt Threads, azienda californiana fondata nel 2009 e specializzata nella ricerca sui bio-materiali. Bio che? “Si tratta di un materiale trovato in natura studiato e prodotto in laboratorio senza bisogno di danneggiare l’ambiente, i ragni o gli esseri viventi“. Roba da scienziati ed ingegneri che, chiusi nei loro laboratori, studiano, osservano, analizzano e poi danno vita a soluzioni alternative. Come quella della MicroSilk, ovvero una seta ricavata da zucchero, lievito, acqua! Partiti osservando per prima cosa le caratteristiche delle proteina della seta, poi la relazione tra il DNA dei ragni (che anche loro filano, vi ricordate Spiderman e quei bei centrini che spara dalle mani?) e le fibre che producevano, cercando di riprodurre le solite proteine attraverso processi tecnologici e di fermentazione. Magia? No, chimica ed innovazione che hanno permesso a queste proteine di trasformarsi in fibre ed essere poi filate con caratteristiche parecchio simili a quelle della seta. Il primo prodotto a partire dalla Microsilk è stato lanciato sul mercato nel 2017, la cravatta Boltspun, ma ad approfittare di questo materiale tra le prime è stata Stella McCartney, da sempre attenta alla sostenibilità senza tralasciare l’importanza del design (le fibre provengono dalla California ma i tessuti sono lavorati qui da noi nel distretto di Como). In ogni caso il metodo bio-tecnologico di Bolt Threads è decisamente rivoluzionario, crea processi più puliti e a ciclo chiuso per la produzione, utilizzando pratiche di chimica verde. Produce meno inquinamento, crea sostenibilità a lungo termine ed è adatto anche vegani, perché è interamente prodotto con lievito, zucchero e DNA.

Trattandosi di un materiale super prezioso, in tutti i casi, ricordiamoci, come sempre, di trattarlo con cura, di farlo durare e di trovare soluzioni alternative per tramandarlo di generazione in generazione. Un diamante sarà per sempre, ma anche un bel capo in seta… 😉

 

Buccia di Banana/Il contrasto fatto scarpa: sneakers sabot!

C’erano una volta i Sabot, ovvero calzature in legno tipiche della Valle d’Aosta, simili a quelli usati in Olanda ma senza punta rialzata, praticamente si trattava di zoccoli aperti nella parte posteriore.  Dai monti, dove venivano indossati con pesanti calze di lana, sono scesi a valle, diventando, alla fine degli anni 60, una calzatura-icona dei giovani e hippy rivoluzionari di tutto il mondo. E fin qui tutto bene. Come scarpa da lavoro, scarpa dei monti, scarpa dei rivoluzionari esteticamente ribelli ce la possiamo anche far andare bene. Il problema è quando si è montata la testa ed è voluta salire in passerella con la pretesa di essere fashion. E l’altro problema, quello più recente, è quando si è accoppiata con la sneakers dando vita ad un mostro…

La comodità, per una scarpa, dovrebbe essere fondamentale (anche perché lo sapete quanti problemi posturali e non solo derivano dalla calzatura sbagliata? Ritenzione e cellulite comprese?). I sabot, di qualsiasi forma e colore, con tacco o piatti, di pelle o di gomma, non sono mai stati il massimo della comodità; inutile dire di no, SCALZANO, ovvero il piede va via e quando si cammina c’è sempre quel simpatico effetto-ciabattante che non è proprio il massimo della vita! Da qui la mia perplessità sul perché voler far accoppiare la sneakers (di per sé calzatura comoda, facile, agile, pratica) con i sabot e dare alla luce questo ibrido insensato e pure brutto?!? 

E non abbiate paura che ce n’è per tutti i gusti: per quelli minimal semplici e lineari (ma scomodi lo stesso), per gli amanti dei ferri da stiro con gomma in avanzo, per chi vuole il pelo dappertutto e per chi “guai a non avere le borchie ovunque”. Purtroppo le hanno fatte di tutte le forme e colori, mixando materiali e dando vita a delle perle di orrore. Ma si sa, la Moda fa questo perché in fin dei conti si diverte parecchio…

Il cruccio sull’insensatezza di un modello del genere rimane, tanto che la soluzione per non perdere le scarpe camminando è arrivata già, con quest’accortezza del laccio alla caviglia che rende tutto ancora più chic e raffinato. E ancora più scomodo, perché quella stringa intorno al piede che ti sega il tendine d’Achille dalla mattina alla sera forse non è la sensazione più simpatica del mondo! AIUTO! O_o

Insomma, per me è NO! Per voi? 😉 Buon lunedì…

Valore/Valori

La saggezza popolare di un tempo invitava caldamente al non lodarsi eccessivamente, pena finire bolliti nella pentola insieme al gallo che se l’era tirata troppo. Ecco, tra il gallo che spavoneggia nel pollaio e lo struzzo che va a mettere la testa sotto la terra c’è una bestia rara e consapevole che sa riconoscere il proprio valore personale senza aspettare che siano sempre gli altri a dirgli quanto è stato bravo o quanto è bello!

Diciamoci la verità: essere riconosciuti, apprezzati e ricevere parole di ammirazione e complimenti dall’esterno fa sempre piacere; sono quei piccoli attimi in cui saltelliamo felici perché qualcuno ha riconosciuto il nostro valore, meglio se a voce alta! E indubbiamente tutto ciò fa bene all’Autostima, al fratello Ego e alla sorella Anima. Questi sono dolcetti che la vita ci regala ogni tanto, ma il cibo per andare avanti tutti i santi giorni ce lo dobbiamo procurare da soli. Non aspettiamoci cioccolatini sempre…

Se il nostro valore non ce lo riconosciamo da soli, il giorno che dall’esterno non arriva niente ci sentiamo persi, inutili, incazzati con chi non si accorge di quanto siamo belli/bravi/buoni oppure stronzi. E la fiducia (in noi) crolla. Cominciano le seghe mentali, l’autocritica, il compiangersi ed il lamentarsi: l’auto-affossamento!

Senza imbrodarsi in maniera esagerata, ma due complimenti, una vecchia pacca sulla spalla, un abbraccio virtuale ed una coccola allo specchio ricordiamoci di farceli. DA SOLI! Un atteggiamento attivo e consapevole è meglio dell’attesa speranzosa, no?

EXPLICIT CONTENT

*La frase verace e toscana, con lo stesso significato ma con modi più forti, era “Se non ti fai due seghe da solo non te lo ciuccia nessuno”. Insomma, ci siamo capiti lo stesso! Buon venerdì…

Vintage (book) Revolution/4 libri da leggere per appassionarsi di moda e cultura retrò

DI FEDERICA PIZZATO

L’ispirazione, il sogno ma soprattutto lo studio sono fondamentali per coltivare una passione che magari a piccoli passi si vorrebbe trasformare in qualcosa di più. Ho sempre adorato leggere qualunque tipo di cosa, da bambina ho consumato la libreria della scuola e, ad ogni occasione possibile, chiedevo ai miei genitori e a mia nonna romanzi e piccoli saggi da divorare in poche ore poi, crescendo mi sono appassionata alle storie delle persone d’altri tempi e, quando nella mia vita di giovane adulta è arrivata la moda e poi il vintage, ho sentito subito il desiderio di approfondire anche grazie a racconti più o meno conosciuti.

E’ da questa riflessione che è nata anche la voglia di condividere con voi 4 storie “vintage” che hanno segnato positivamente il mio viaggio all’interno di questo caleidoscopico mondo. Al di là di manuali e saggi di storia della moda, vorrei darvi il mio personalissimo punto di vista e qualche ispirazione sull’argomento e abbinerò ad ogni testo un foulard, una sciarpa o un tessuto che in qualche modo me lo ricordano.

Zia Mame di Patrick Dennis

Come spesso mi accade ho scelto questo famoso libro di Patrick Dennis dallo scaffale della libreria in modo inconscio, totalmente inconsapevole del fatto che fosse un romanzo conosciuto ma semplicemente attirata prima dalla copertina in cui svetta una mano affusolata agghindata con grossi bracciali etnici, un grosso anello e, tra le dita un lungo bocchino da sigaretta e poi dalle poche righe scritte sul retro. Non sapevo dunque che una volta cominciato, davanti a me si sarebbe aperto il mondo di una donna libera, emancipata e con una buona dose di pazzia. Appassionata di moda, di oggetti particolari e di viaggi il tutto sullo sfondo magico e contraddittorio della New York anni ’20. Inutile dire che me ne sono innamorata. Ho scelto di accompagnare questo libro ad un foulard vintage che mi è stato regalato da un’amica i guanti e la pochette stampati sul tessuto leggero mi ricordano gli accessori preferiti di questa donna bizzarra ed eccentrica!

Shocking Life di Elsa Schiaparelli

E’ l’autobiografia di una delle più grandi donne della moda, Elsa Schiaparelli. A cavallo tra gli anni ’30 e ’40 la sua moda ha rivoluzionato il senso stesso di questo termine. Grazie a lei sappiamo cosa significhi ispirare abiti e accessori all’arte, abbiamo la tuta intera da donna (da lei ideata durante la seconda guerra mondiale per motivi di praticità) ed è sempre lei che ha sdoganato il rosa shocking in occidente. Ma soprattutto è un grande esempio di cosa ognuno di noi possa fare soltanto con impegno, dedizione e passione attraversando anche periodi di indigenza e arrivando a costruire il proprio impero, non necessariamente monetario ma che realizzi in pieno i nostri sogni. Personalmente uno dei libri che mi ha ispirato di più in assoluto. E come non scegliere qualcosa di rosa shocking da abbinare a questo libro illuminante, le bocche di questa gonna anni ’80 in particolare mi ricordano tantissimo gli “esperimenti” con le figure umane di “Schiap”!

Amore fra i cannibali di Wright Morris

La storia di questo libro per me inizia molto prima di iniziare a leggere la prima pagina, l’ho trovato vecchio e abbandonato tra i libri in regalo di una piccola biblioteca di paese e, incuriosita dal titolo ho iniziato a leggerlo senza aspettative. Non sapevo che ad attendermi ci sarebbero state le contorte vicissitudini amorose del protagonista ambientate nella California e nel Messico della fine degli anni ’50. Una storia di amore libero ma allo stesso tempo tormentato che mi ha rapito sin da subito.
Il cavallo da corsa e le briglie per domarlo stampati su un foulard che è appartenuto alla mia nonna materna. Questa la mia interpretazione degli amori travagliati del protagonista del libro.

Vivienne Westwood

Un’altra biografia, questa volta appartenenti a una delle donne viventi più immense che conosca. Inutile ricordarvi come Vivienne Westwood è stata capace di essere protagonista di una rivoluzione culturale alla fine degli anni ’70 con il punk perchè è scontato. Quello che non è scontato è la dimensione umana e la forza straordinaria che questa donna ha avuto per andare avanti nonostante le mille difficoltà e, una volta raggiunto l’apice del successo, continuare ad essere punk nel miglior modo possibile: portando avanti battaglie importanti a favore dei più deboli e sposando cause ambientali di importanza internazionale stando sempre in prima linea. Impossibile raccontare la grandezza di una persona e di un personaggio in poche righe ma potete viverlo grazie a questo libro e al film in uscita proprio in questi giorni al cinema «Westwood – Punk. Icona. Attivista». Abbinare Vivienne al tartan è facile ed anche un po’ scontato. Io però ho scelto quello a fondo rosa del mio cappotto second hand di Stefanel che da solo ha una storia che meriterebbe un capitolo di Vintage Revolution 🙂

Sarebbero centinaia le storie e gli aneddoti che avrei da raccontarvi ma non basterebbe un libro! Ripercorrendo la storia dagli anni ’20 alla contemporaneità sono queste le storie che hanno toccato il mio cuore. Se vi sono piaciute prometto che ne parleremo ancora. Mi piacerebbe sapere quali sono le vostre! se vi va cercatemi per raccontarmele. Buona lettura!

Buccia di Banana/MFW dalla testa ai piedi

Sono tornata giusto in tempo per prendere appunti (a debita distanza) dalla Fashion Week Milanese, che come al solito ha regalato perle di stile adatte a tutti…O_o Questa volta non mi sono concentrata sull’ormai noioso carnevale dello street style (mi hanno stufato pure loro), ma direttamente sulle passerelle, che con gli sforzi che fanno per mettere in scena questi show colossali, meritano la dovuta attenzione. Soprattutto ai dettagli…

dalla testa ai piedi…

Una rondine non fa primavera, ma un nido in testa può far sempre comodo! Deve essere stato questo il motto di Marras, che propone come originale copricapo una deliziosa riproduzione di cuccia per volatili stanchi. E si sa che un attimo di riposo ad un uccello non si nega mai…;)

Possono essere nidi anche questi, ma in realtà sono più “cofane“, citazione retrò di Moschino che invita tutte le donne a montarsi la testa e guadagnare quei 10 centimetri di altezza in più a colpi di phon (che sono sempre più pratici di 12 cm di tacco…forse)!

Meglio con la maschera che con la faccia di culo! Per i giorni no, per quelli in cui sorridere richiederebbe uno sforzo immenso, per quando è meglio metter su l’espressione meno espressiva della vita per andare avanti nel mondo, ecco Gucci arrivare in nostro aiuto con le maschere mono-espressive per tutti i gusti. Intere, mezze, con lunghi aculei pungenti o con cinghie che si avvolgono comodamente dietro la testa. Tutti dovremmo avere una maschera di salvataggio nella borsetta, se non altro per quei giorni in cui non ce la facciamo ad indossare naturalmente la nostra… 😉 (Alessandro, sempre un genio)!

Ancora per mascherare, ma in maniera velata e meno aggressiva, la visiera tutta-faccia è la soluzione moderata per chi non vuole entrare in contatto con il prossimo, soprattutto se è di quelli che quando parla ha il simpatico vizio di sputacchiare! Con questa non ci sono rischi!

Oh, un bel FIOCCONE! 😉 Un ritorno al passato quello del grande fiocco per corredare il look delle scolarette degli anni 40/50. Non so se le nostre madri a quei tempi fossero felici di passare le ore tra i banchi con un bel fiocco in gola, ma adesso possiamo provare la stessa ebrezza per andare a fare la spesa alla Coop in maniera assolutamente stilosa!

Il mocassino riempito di pelo e aperto dietro modello sabot? A me pare un incubo, a loro pare una figata. Aiuto!

Così come c’è bisogno (ancora) di aiutare a fare i fitting pre-sfilata perché non è possibile mandare in passerella tutte le sante stagioni modelle con i piedi che strabordano dalle scarpe! C’è un dettaglio tecnico da valutare: quando si vogliono modelle di una certa altezza è quasi matematico che non avranno il 37 di piede (altrimenti come di reggono in piedi ‘ste ragazze?). Ecco, una delle mie perplessità da quando lavoro in questo campo è stata: come mai taglia dei vestiti 40 e di scarpe al massimo arrivano al 39? Che poi si vedono piedi arpionati che cercano di reggersi nelle scarpe o talloni che vagano senza sostegno. O forse in questo caso è un trend per il prossimo inverno?!? 😉

Il reparto ortopedia ritorna ad ispirare il mondo della moda. Non bastavano i quintali di gomma per scarpe dal look semi-ortopedico, non bastavano gli stivali simil gesso, NO! Ci voleva direttamente il modello protesi-con-placche-esterne, da indossare comodamente senza l’uso di stampelle. Perfette per i recuperi post-operatori, dice che vadano benissimo anche senza bisogno di particolari problemi deambulatori.

E dopo queste, signori, io mi ritiro a meditare. 😉 Buon lunedì…

Il prezzo della sostenibilità

Prima di partire ho avuto una micro-discussione con un amico che si dedica a calzature realizzate con materiali riciclati per quanto riguarda la spinosa questione dei prezzi (eh, lo so, è più forte di me), perché sta accadendo con la moda quello che già abbiamo visto accadere con il cibo: come mai biologico, organico e sostenibile sembrano essere beni dedicati solo a chi ha un potere di acquisto alto, rendendoli quasi oggetti di lusso? Mi sembra doveroso aprire una parentesi, perché se dagli ultimi sondaggi sui consumatori acquista sempre maggior importanza che i capi siano prodotti in maniera etica, quello che frena la maggioranza è il prezzo elevato (oltre alla non facile verificabilità delle caratteristiche “sostenibili” sponsorizzate da certi marchi).

Ora, se siamo tutti d’accordo che dietro i 4,99 € di una t-shirt ci possono essere sfruttamenti, materiali scadenti o colorati con elementi tossici, dobbiamo essere pronti a riconoscere che un capo fatto come deve essere fatto, pagando civilmente chi lo esegue (senza strozzinaggi vari ed eventuali), non può costare meno di una colazione in autogrill (e comunque pure quelli degli autogrill sui prezzi si dovrebbero dare una regolata). Messo in chiaro questo punto fondamentale, bisogna chiarirne un altro paio, facendo una fotografia realistica del momento storico che stiamo attraversando. Ve la faccio breve. Dopo aver invaso il mondo con quintali di cose sotto la spinta del sistema capitalistico/consumista prima e dello tzunami del fast fashion poi (che NON è sostenibile proprio come idea, quando leggo “fast fashion sostenibile” mi sale un’incazzatura che vorrei saltare alla gola di chi le pensa ‘ste cose), grazie alle disgrazie ambientali e umane accadute in giro per il mondo e grazie alle associazioni che si sono mosse per portare questi fenomeni agli occhi di tutti, i consumatori si stanno lentamente rendendo conto del gran casino collegato alla produzione di abbigliamento. Più o meno scosse da numeri ed immagini, le persone hanno cominciato a chiedere trasparenza alle aziende, risposte concrete ai marchi e cambiamenti in una direzione diversa da quella battuta fino a questo momento. Un processo lento, parliamoci chiaro, ma che piano piano comincia a dare segni di cambiamento.

Un cambiamento, quello nel mondo della Moda, che rimette in discussione tutto: sistemi produttivi, tecnologie, design, comunicazione, anche il management. Vi immaginate la Signora Moda che deve buttare tutto all’aria per reinventarsi completamente?!? La tragedia! La Moda non è agile, non è snella ed è pure una grande testarda. Lei è obiettivamente pallosa, ma qualunque cambiamento inizialmente non è di facile gestione (per me passare dal caffè con lo zucchero a quello amaro è stato un trauma, ad esempio). Ecco perché le aziende che stanno decidendo di adeguarsi a queste nuove richieste del mercato hanno bisogno non solo di riassestarsi, ma anche di investire per modificare moltissimi procedimenti, innovazioni tecnologiche e inserimenti di nuove figure professionali dedicate a garantire degli standard. Ok, avevo detto che l’avrei fatta breve. Chi cambia, investe. Chi investe, trattandosi di business e non beneficenza, vuole vedere un rientro. Una parte di questo rientro, che corrisponde comunque a delle migliorie, lo paghiamo noi sul prezzo finale di un prodotto.

Ma c’è di più. Su un prodotto curato e fatto come si deve sono diversi i fattori che incidono sul prezzo finale:

I prezzi delle materie prime sono più cari in partenza: il cotone bio costa più di quello tradizionale, la fibra di bambù costa ancora di più ed il poliestere riciclato non è precisamente economico.  Stiamo parlando anche di 2/5 € in più al metro per determinati tessuti o materiali. In fondo tutto ciò incide. I procedimenti sono diversi, le tecnologie sono nuove e la ricerca ha un prezzo. Tutto qui. Se poi volete le cose fatte con il petrolio, accomodatevi…(possibilmente lontani da una fiamma)! 😉

La manodopera, se è assicurata, legale, senza sfruttamenti e magari non delocalizzata dall’altra parte del mondo, COSTA! Il Made in Italy costa ancora di più, non perché gli industriali nostrani sono stronzi, ma perché il nostro governo li/ci tassa come delle sanguisughe…è uno schifosissimo circolo vizioso, lo so, ma al momento questo ci tocca.

I prodotti fatti in maniera artigianale e non industriale costano ancora di più. Si tratta di mestieri antichi, di un sapere fare tradizionale e soprattutto di tempo che le persone impiegano per montare una scarpa a mano o realizzare un ricamo senza l’uso delle macchine. Ed il tempo di ognuno ha un valore che deve essere riconosciuto…

Il design e l’idea hanno un valore. Ci sono certi oggetti che hanno una progettazione accurata dietro, un’idea sviluppata spesso in maniera innovativa e che necessita di processi appositi per essere realizzata. Queste cose non sono immediate, c’è un lavoro dietro di ricerca, sdifettamenti, prove e nottate di esperimenti ai quali riconoscere un valore è il minimo.

Ecco perché un capo o un accessorio che presenta queste caratteristiche non può costare 5€…ma nemmeno 10€! Non si sta pagando solo la sostenibilità (che tra un po’ non pagheremo più perché diventerà una componente base), si sta pagando l’idea, il design, i materiali preziosi, i processi innovativi, stipendi decenti ai lavoratori (che non sono sfruttati) o l’artigianalità. Si sta pagando il valore di quell’oggetto, che è il frutto di moltissimi fattori. A questo bisogna pensarci prima di etichettare come “caro” un capo originale e frutto di una ricerca vera.

Image from mochni.com

E’ importante, allo stesso tempo, imparare a riconoscere QUESTI VALORI e a guardare con occhio critico gli oggetti ed i brand; perché in questo momento in cui la sostenibilità salta fuori da ogni marchio come i fughi dopo un giorno di pioggia, è facile trovare tantissima fuffa (oltre che tantissime cagate)! La sostenibilità ha un prezzo, ma non tutti i prezzi sono sostenibili, spesso perché non sono sostenuti da un prodotto credibile. Esempio: l’ennesima t-shirt color crema, girocollo, fatta con cotone bio e venduta a 50€…ecco, anche no! Ma nemmeno il vestito di lino taglio dritto a 400 €…così come mi dissocio dall’idea di “lusso sostenibile“, perché a mio avviso questi due termini vicino fanno lo stesso effetto del parmigiano sugli spaghetti alle vongole: non si possono nemmeno vedere (ma approfondirò in un secondo momento)! Insomma, certe cose valgono veramente quello che costano, altre no e cavalcano solo quest’onda verde che sta risciacquando tutti i panni sporchi della Moda. Sta a noi guardarle con occhio diverso, dare il giusto valore alle cose senza gridare al mondo che sono care (siamo stati abituati male in questi anni, verso il cheap) e scegliere cose belle che durano nel tempo.

Voi siete disposti a pagare un po’ di più per cose fatte meglio? Parliamone insieme…