Vintage Revolution: Il viaggio e l’esotico negli abiti del ‘900 – la giusta ispirazione per oggi!

DI FEDERICA PIZZATO

Gi abiti e il viaggio. Un connubio che ha da sempre forti connessioni sia dal punto di vista dell’utilizzo che da quello delle influenze estetiche tra culture diverse che si riversano sugli abiti. Nel corso dei decenni tante sono state le invenzioni nel campo dell’abbigliamento per far fronte al modo di viaggiare che mutava nel tempo e tantissime sono state le influenze culturali che il mondo della moda ha adattato alle sue esigenze.

Viaggiare con la mente indossando qualcosa che ci fa pensare a culture lontane o mettersi comodi in un abito pensato per affrontare un lungo viaggio è piacevole quasi quanto affrontare il viaggio stesso! Ed è per questo che ho deciso di riunire qui qualche suggestione che possa esservi d’ispirazione.

Anni ’20 – Kimono

L’esotismo era una corrente decisamente in voga negli anni’20 del ‘900: molto diffusi sugli abiti erano i motivi africani, egiziani e orientali che andavano a formare decorazioni preziose come quelle simili a lunghe collane.
Proprio in questo periodo fanno la loro comparsa gli abiti kimono (in seta ricamata erano tra i più gettonati) e le grandi maniche quadrate. Faceva capolino una nuova forma di bellezza basata sulla semplicità e sul design orientale. Anche molti abiti da pomeriggio avevano le maniche a taglio quadrato e la forma del kimono. Inutile notare il parallelismo con gli ultimi anni in cui il kimono è tornato alla ribalta in tutte le sue declinazioni. Ecco un esempio dell’epoca al quale potete ispirarvi!

Anni ’30 – è boom dello sport

In Inghilterra fu approvata la legge sulle ferie retribuite e fu boom del tempo libero per le classi lavoratrici. Fece quindi la sua comparsa l’abbigliamento creato a doc per queste occasioni di svago come i costumi da bagno e l’abbigliamento dedicato allo sport come il pantalone a gamba larga. E proprio “Pur le sport” era la dicitura che faceva capolino sui primi sensazionali maglioni ideati da Elsa Schiaparelli. Maglioni neri di lana con un grande fiocco bianco sul davanti (quasi a disegnare una sciarpa). Una grafica mai vista prima che fece furore e lanciò la stilista anche oltre oceano! Eccolo:

Fece la sua comparsa anche il jersey tanto utilizzato da Coco Chanel per i suoi comodi completi a pantaloni. In arrivo anche tanti capi adatti al mare come il “pigiama da spiaggia”: per le classi più elevate era un must da accompagnare a un grande cappello di paglia magari dai rimandi asiatici. Il costume da bagno così come lo intendiamo oggi è un’invenzione degli anni ’30: non più un nero, funzionale e monotono indumento da bagno ma un vero e proprio pezzo del look da mare con fantasie stravaganti.

Anni ’40 – l’utilità

Se si parla di comodità negli anni ’40 più che il viaggio salta in mente l’utilità e magari la virtù del recupero. In tempo di guerra era fondamentale risparmiare anche sui tessuti e sui filati che, soprattutto alla fine del conflitto scarseggiavano un po’ dappertutto. Un capo iconico che ha subito svariate reinterpretazioni (anche legate al viaggio) nei decenni successivi è la tuta anti raid aereo ideata da Schiaparelli ispiratasi alle correnti futuriste di inizio ‘900. L’abito era facile da togliere e da mettere grazie alla sostituzione dei bottoni con le cerniere (anche se non tutti potevano permettersele). Anche le tasche erano dotate di zip in modo che qualsiasi cosa si volesse salvare scappando non riuscisse ad uscire. Eccola:

Anni ’50 – New look si ma esotico

Negli anni ’50 si ritorna a pensare ai vezzi in modo massiccio anzi, in questo decennio più che mai! Le ampie gonne del New Look ideato da Christian Dior si decorano anche di motivi esotici. E come non parlare degli iconici pantaloni Capri se si parla di anni ’50! I pantaloni tagliati al polpaccio con risvolto o orlo alto e taglio a V sul fondo per rendere migliore mobilità. Tutte le star ne possedevano un paio da indossare, ovviamente nelle località di mare più in voga del momento, magari con una maglietta a righe bretoni e un leggero foulard a pois sulla testa. Eccoli!

 

Anni ’60 – spazio e psichedelia

Negli anni ’60 molte cose cambiano. La moda, per la prima volta fatta da chi la indossa, i giovani, si fa più audace. Il tema del viaggio si fa più ambizioso e prende addirittura spunto dalla corsa allo spazio per un immaginario volo oltre i confini del mondo! Fili metallici, dorati e argentati fanno capolino sugli abiti e materiali sintetici mai visti fanno sembrare le più aggraziate mise come provenienti da un altro pianeta. Nei tardi anni ’60 invece il viaggio on the road e la psichedelia fanno il loro ingresso tra le abitudini preferite dai più giovani e la moda non può restare indifferente: Emilio Pucci in questo periodo trae ispirazione dal flower power per i suoi pigiama palazzo. Il principe delle stampe osa con i colori come mai prima e le sue stampe sono ancora oggi un’icona indiscussa.

Anni 70 – Sahara e kaftani

Il movimento hippie, come abbiamo visto, già nei tardi 60s introduce il look etnico. Negli anni ’70 il trend continua e si modifica: arrivano i cotoni indiani e le stampe di ispirazione africana o etnica ad esempio ed i colori virano verso quelli che la natura ci regala. Anche il boom dei pacchetti vacanza, che diventano molto più accessibili, contribuisce a diffondere questa tendenza e, proprio in questo periodo, compaiono la tuta Sahara (di ispirazione anni ’40), gli abiti stile safari ed i kaftani: insieme ai kimono, al djellaba (una tunica marocchina con cappuccio) e ad altri modelli provenienti dall’India e dall’Africa, i kaftani sono stati adattati alla maniera occidentale rendendoli particolarmente adatti ad essere indossati come abiti da sera. Qui un kaftano di Pierre Cardin con finiture metalliche, fili d’oro e paillettes (1973).

Eccoci alla fine del nostro tour tra tessuti, stampe e forme che hanno fatto epoca. Spero di avervi regalato qualche istante di leggerezza. Vi lascio con una frase di diana Vreeland, iconica direttrice di Vogue negli anni ’60: “Straordinario è il modo in cui tutto quello che è moderno va d’accordo con quello che è antico. Una questione di combinazioni. Niente inizio, niente fine, solo continuità”

 

 

 

Viaggiare con la mente si può e si potrà fare per sempre! Le nostre passioni, la nostra cultura e la nostra voglia di sognare non ce le toglierà niente e nessuno. Se avete voglia di farvi accompagnare ancora per qualche attimo da me, seguitemi sul mio canale Ig @vestitialvento

Buccia di Banana/L’ignoranza è una brutta bestia

Offuscati dal Corona e Company, è facile perdere di vista tutto il resto del mondo (e delle problematiche che nel frattempo vanno avanti). E mentre la rete si riempie di tante voci e facce che si sentono in dovere di intrattenere (a volte sì, ma a volte anche no, ecco), ecco che pur di acchiappare like e qualche seguace in più si legge e si sente di tutto. Quello in cui sono incappata ieri, grazie alla segnalazione di una mia amica, mi ha fatto dapprima far uscire gli occhi dalle orbite, poi innervosire e infine cascare le palle! Normalmente ciò che accade online me lo tengo online, ma in questo caso l’occasione mi offre preziosa testimonianza per alcuni spunti. Ovviamente sono una signora e non farò nomi…;) Andiamo con ordine…

1-il post O_o

 

L’idea geniale: mettere accanto modelli del lusso con modelli simili di catene di pronto moda…come se non si sapesse che in questo mondo (e non solo) tutti scopiazzano tutto. Ammirabile il fatto che sia contraria ai falsi. Un po’ meno ammirabile il concetto che “meglio essere alla moda comprando fast fashion piuttosto che non esserlo affatto“! Il danno numero uno della Moda: instillare il senso di inadeguatezza quando non allineati alle tendenze! Fino a che ci saranno persone/personaggi che foraggiano queste credenze siamo fritti! Dopo amletici dubbi se lasciare o meno un mio pensiero sotto questo post, mi dico: “perché no, magari c’è spazio per un dialogo. Sia mai che la gente sia disposta a ragionare o semplicemente a valutare altri punti di vista“…

2-un paio di risposte illuminanti…

Niente, sembra che “essere alla moda” sia un questione di vitale importanza! Nel nostro scambio, in cui mi si va sempre di più tappando la vena, si inserisce una terza persona, fortunatamente in accordo con la sottoscritta! A questo punto arrivano due risposte sensazionali

3-l’apice


I dati esilaranti in queste risposte sono ben due: 1-il mass market non usa pellicce ma usa derivati del petrolio, poliestere&co. Quindi tutt’apposto!!! O_o 2-Tutta l’industria della moda fa schifo, quindi la consapevolezza ci salverà! Sì, ma quale? Perché se il grado di consapevolezza auspicabile è questo…io vado a vendere piadine in spiaggia SUBITO! A questo punto decido di lasciare il post pubblico e condividere, dopo una serie di respirazioni profonde e prolungare, una riflessione strutturata, motivata, aperta e gentile (lo giuro, anche perché diverse volte ha funzionato, quindi mi sono riproposta di essere accogliente e non tagliente…almeno per un paio di volte). Una risposta nella quale facevo presente che tra pronto moda e lusso ci sono mille declinazioni possibili di fashion a portata di tutte le tasche; che la consapevolezza nella scelta passa anche dal capire ed informarsi rispetto al cosa c’è dietro certi prezzi bassi e che seguire le tendenze non è così vitale (da tenere presente che il personaggio in questione fa la personal stylist).

4-la risposta che mi ha fatto cascare le palle e decidere di scrivere il post

Eh, già, perché non farlo? Indubbiamente più facile far seguire alla “massa” (quando scrive mass market mi prende male, mi immagino greggi di persone ammassate dentro ai negozi) i modelli di consumo finora suggeriti dal sistema. Farli ragionare mi sembra eccessivo, in effetti! Così come anche informarli su altre modalità. (vintage e seconda mano belle ma troppo personali?!? Cazzo vuol dire?) Quando poi ho letto che “il prezzo non è così piacevole” per quanto riguarda piccoli brand e artigiani mi si è palesata l’ignoranza ed il poco rispetto del lavoro altrui di questa persona.

Lei non SFORZERA’ la gente a comprare (meno male) e continuerà a pubblicare post di questo tipo, farciti di ignoranza, pressappochismo, consigli utili quanto le istruzioni sul rotolo della carta igienica e con messaggi che a tutto sono orientati meno che alla consapevolezza.

5-morale della favola

A questo punto non mi sono presa la briga di risponderle. Ho solo ragionato su quanto ancora siamo arenati su sistemi vecchi come quello dei trend e del sentirsi alla moda PER FORZA; su quanto la visione sia ottusa e limitata ad un sistema binario anche per quanto riguarda i consumi (o il lusso se te lo puoi permettere, FIGO, o il pronto moda, SFIGATO ma comunque TRENDY); su quanto non ci sia ancora attenzione all’esterno della propria visione (fotte sega se chi cuce mangia, io almeno ho il capo di tendenza); e su come in rete influencer o presunte tali (fortunatamente costei ha un seguito di 1500 persone, che non sono poche) appoggino gratuitamente marchi di grossi colossi e multinazionali nonostante non ne abbiano decisamente bisogno. E, naturalmente, su quanta ignoranza c’è in giro. Quella sì che è un bello scivolone…sempre e in ogni campo!

Buona Pasquetta…domani tutti a comprare borse dei mass market…online però eh! 😛

 

OPEN: Ripartiamo dall’apertura (mentale e non solo)

Nel 2004 ho aperto il mio primo negozio, un Concept Store in zona Santa Croce a Firenze; avevo 24 anni e quello era un sogno che si realizzava. Quel sogno aveva un nome, un nome che racchiudeva una filosofia ben precisa non sono legata a quel progetto ma alla vita stessa: OPEN! Open come l’apertura mentale, qualità per me indispensabile; Open come una piazza all’aria aperta che potesse funzionare da punto di riferimento senza barriere; Open come l’accoglienza, era il nostro salotto dove tutti erano i benvenuti; Open, come una scatola senza coperchio pronta a dare e ricevere, senza nessun vincolo. No, non vi inonderò di nostalgiche memorie. Solo fare un focus sull’apertura, necessaria per far entrare l’aria del cambiamento. Apertura che, ahimé, nonostante parole e discorsi farciti di buone intenzioni, non vedo ancora. Nella Moda, così come nei circoli chiusi della Moda Sostenibile.

Ho letto molti articoli, ascoltato podcast e seguito le affermazioni di personaggi più o meno illustri ed autorevoli del mondo della moda, nei quali il succo del discorso era riassumibile in “Meno male c’è stata questa pausa forzata, perché la moda ha bisogno di essere ripensata“! Poi l’articolo successivo titolava: “Come faremo senza sfilate per un anno?” e quello dopo ancora “Spostate le fiere milanesi a settembre 2020“! Insomma, ripensarla sì, ma senza rinunciare a niente di ciò che c’è stato fino ad ora. Parlare bene é facile, rimettersi in gioco essendo disposti a rinunciare a qualcosa un po’ meno. Quando penso al RIPENSARE immagino scenari diversi, immagino nuovi modi di presentare prodotti, immagino collezioni che non seguono un calendario imposto, immagino il ritorno ai Creativi con la “C” maiuscola, quelli che non pensano solo fuori dalla scatola…ma quelli che la scatola non la vedono nemmeno, immagino nuove forme di comunicazione, distribuzione e vendita. Una Moda che sia in grado di produrre senso, oltre che prodotti, che parli alle persone e non ai “consumatori” (che mi sembra che abbiamo già consumato il consumabile), che torni ad essere un mezzo per l’espressione della libertà individuale lontana dai giudizi e dai modelli imposti…e non un subdolo gioco psicologico orientato al senso di inadeguatezza generato dal non avere il must have di stagione! E alla fine di tutto ciò mi immagino un universo collaborativo dove non ci sono Guru illuminati diffusori di verità effimere, né seguaci obbedienti come cagnolini e nemmeno fashion victim; dove non ci sono gelosie e preziosi contatti da custodire, dove non esistono “quelli fighi” e “quelli sfigati” ma quelli che fanno e che sono in grado di fare rete in nome di un obiettivo comune e dove, per una volta, la Moda possa fare a meno della sua autoreferenzialità che la contraddistingue da secoli. Sì, quando faccio i miei viaggi mentali immagino scenari al limite dell’utopia…dopotutto almeno con la testa sarà libera di dare forma al mondo che vorrei, no? 😉

Quando iniziai a sentir parlare di Fashion Revolution in qualche modo mi sono sentita meno sola: finalmente un gruppo (folto, poi diventato numerosissimo) di persone che condividono i miei stessi valori e che si adoperano per un cambiamento nella Moda. Finalmente un movimento in grado di dare una scossa a tutti quegli aspetti discutibili del sistema, da quelli legati all’etica passando per il rispetto per l’ambiente fino all’atteggiamento tipico dei lavoratori della Moda. Ecco, su questo punto mi sono dovuta ricredere, con mio sgomento e disillusione! La rete di rivoluzionari del sistema intrecciata a livello globale ha fatto numerosi passi in avanti, riversando una buona dose di consapevolezza sull’utenza finale così come una bella pressione sui brand per spronarli alla trasparenza e alla sostenibilità come valore base. Ma per quanto riguarda atteggiamento ed apertura…la storia dei circoli e delle preziose torri d’avorio si ripete, come il copione dello stesso film al quale hanno solo cambiato il nome!!! Che peccato. Un peccato che invece di riunire ed essere tutti più forti a lavorare per un obiettivo comune, ognuno faccia il suo tirando l’acqua al suo piccolo orticello. Un peccato che si cerchino di replicare le dinamiche e le occasioni della Moda, idealizzandoli come obiettivi imprescindibili (se non finisci su Vogue comunque non sei nessuno O_o)! Un peccato che invece di dare vita a qualcosa di grande e dirompente si vada avanti con piccoli passi che si disperdono nel vuoto. Un peccato che non si riesca a parlare, confrontarsi e coordinarsi (soprattutto in un Paese relativamente contenuto come l’Italia) e che ad avere voce siano sempre gli stessi. Un peccato che non si veda un’opportunità nel fare rete ma solo una rottura di coglioni o comunque una perdita di energie che vengono meno al proprio business. Un grande peccato che si debba fare a gara a chi è arrivato per primo (una volta che sei arrivato primo, se la tua motivazione è forte, l’interesse dovrebbe essere la diffusione, non il riconoscimento) e che si continui a sgomitare. Nella Moda quasi peggio che in politica…

Quando dividi invece di unire l’entropia diminuisce!

Il momento di disillusione iniziale ha lasciato spazio ad uno sdegno composto (almeno nelle espressioni pubbliche, poi in privato sbrocco senza ritegno 😛 ) e la consapevolezza che il mio impegno sarà sempre orientato verso etica e sostenibilità, ma corredato da una dimensione umana orientata all’apertura e alla collaborazione. Se è vero che sbagliando si impara è vero pure che si impara anche guardando le cazzate degli altri (o almeno sono chiari i modelli che non si ha intenzione di replicare). Ed in questo senso io mi sono riproposta di non voler assolutamente aderire a queste dinamiche “chiuse”. Mai! Non fanno parte di me e nemmeno della mia visione del mondo. “Sarà difficile, la Moda è sempre stata così” – mi ha detto qualche giorno fa un’amica. Ha ragione. Sarà difficile. Magari sarà l’ennesima lotta contro i mulini a vento. E non sarà certo l’ultima impresa “difficile” e poco digeribile in cui mi imbarco. Ma questi sono i valori in cui credo e quelli che mi spingono quotidianamente a proseguire. Fortunatamente in questi anni ho incontrato menti altrettanto aperte e illuminate, collaborative ed entusiaste; fortunatamente siamo in tanti. Insomma, io al creare connessioni ci credo ancora. Al potere dell’unione per cercare di tessere qualcosa di più grande di un singolo nodo. Credo ancora alle persone, ai progetti, ai sogni e agli obiettivi comuni e condivisi. Credo meno alle promesse di cambiamenti di questi giorni, ma mi piacerebbe essere smentita ;). In ogni caso a breve SFASHION-NET vedrà la luce. Per quanto mi riguarda, tutto il resto, sostenibile e non, è sempre moda…

Stasera in diretta alle 19 sul mio profilo instagram ve ne parlo meglio in diretta con Guya!

 

Andrà come deve andare (bene universale)

Andrà tutto bene. Bene per chi? Bene. Cos’è il bene? Una parola, un’entità astratta, un’idea, il rovescio di una medaglia. Quello che è bene per me non è bene per qualcun altro. L’idea che tutto torni alla normalità è una boccata d’aria in questi giorni di fiato sospeso…eppure anche la normalità, come il bene, è un dato relativo. Normale andare al lavoro almeno 8 ore al giorno con capi e colleghi che spesso rendono la vita pesante; normale rientrare a casa stanchi e dare le giuste attenzioni alla prole; normale uscire il fine settimana, bere, mangiare, consumare come sempre. Tutto normale. Normale che i governi facciano i loro sporchi giochi senza pensare al BENE comune, normale che per trarre profitto da ogni situazione si passi sopra alle persone e alla natura, normale che il Dio Denaro sia quello che guida ogni azione, normale che chiari segnali vengano ignorati perché fa comodo così, normale che i privilegi stiano sempre dalla stessa parte. Davvero vogliamo tornare ad una normalità subdolamente imposta dall’alto? A quella normalità che ci ha condotto allo stato in cui siamo adesso?

Virus a parte, c’erano già stati in precedenza chiari segnali di intolleranza da parte del Pianeta che  dovevano far presagire cose non proprio belle: collassi ambientali, sbalzi climatici importanti, scosse sociali. Insomma, l’estinzione già ce la stavamo meritando prima. Ora abbiamo l’opportunità di redimerci e di ripensare a tutto quello che è stato fatto. Ad ampio raggio. Partendo da una base che ci è sfuggita di mente: siamo tutti parte dello stesso universo! Un concetto molto ampio da visualizzare, a volte totalmente distante dal nostro micro-cosmo che non da non entrare a far parte nemmeno nel più remoto dei pensieri. Universo. Universo, se usato come aggettivo, indica un’unità coerente, un intero, riferibile anche ad un ambito specifico (l’universo della politica, dello sport o dell’istruzione, da cui deriva anche il concetto di università). Quando l’idea di universo è stata estesa geograficamente a tutto lo spazio astronomico, mondo compreso, ecco che l’universo diventa davvero IL Tutto, quello dove è racchiusa ogni cosa. Non solo è racchiusa, ma il senso è quello che tutto è rivolto all’ “uno”, un’unica direzione verso la quale l’esistente dovrebbe volgere. Tutti sotto lo stesso cielo. Tutti con un destino comune. Tutti accomunati dalla stessa sorte. Di cui tutti siamo, in parte, responsabili.

Penso che diversi problemi siano derivati dalla disconnessione con l’Universo. Da quel far finta che che se il dito mignolo riceve una martellata e si rompe non fa parte del mio stesso corpo. E chi se ne frega, io manco lo vedo il dito! Poi però quel mignolo ignorato può diventare una mano che non si muove, un braccio che va in cancrena, un busto paralizzato ed una persona, intera, che non si riesce più a muovere. Ferma…con tutte le conseguenze che la stasi prolungata porta. E solo a quel punto, nella stasi totale e forzata, ci accorgiamo che FORSE il mignolo non se la passava benissimo e se FORSE avessimo dato retta ai primi segnali alla paralisi non ci saremo nemmeno arrivati! O_o Ecco, a volte ho come la sensazione che questo schiaffo gigante che l’Universo (o chi per Lui) ci sta dando non sia arrivato a caso, ma  al momento giusto (o forse appena un po’ in ritardo) per ricordarci che il mignolo esiste ed è parte di noi. Che siamo tutti parte di un UNO. E che è la disconnessione totale che ci ha portato fino a qui. L’Australia brucia…e chi se ne frega, tanto è laggiù! Guerre civili in oriente…vabbè, se la vedano tra di loro. Rialzo della temperatura terreste…meglio, così l’estate dura più a lungo! I lavoratori del Bangladesh che muoiono per il crollo delle aziende in cui prestano servizio sottopagati…pazienza, andiamo a fare un giro di shopping? Farsi paralizzare dal malessere globale no, ma nemmeno essere totalmente isolati nella propria bolla. E comunque sempre consci del fatto che ogni maledettissimo singolo gesto ha delle conseguenze. Di tutti. E su tutto.

In queste settimane sono stata sopraffatta dallo Sconforto, sono stata soffocata dai pensieri e dall’ansia globale per la situazione di apnea ed incertezza in cui stiamo vivendo; poi è arrivata una ventata di Speranza, dove sì, c’è voluto uno schiaffo sonoro ma forse la tanto auspicata Consapevolezza corredata dalla sua amica Empatia è giunta alle orecchie e alle coscienze dei più. E forse si potrà ricominciare davvero in maniera diversa: ripensando alle persone, al pianeta, al rispetto, alla politica orientata al bene comune e non alle tasche di pochi privilegiati. Sull’ondata di ottimismo utopico e a tratti naif è arrivato a surfare il Dubbio: post e frasi di circostanza, pensieri frutto della clausura forzata che in realtà potrebbero trasformarsi in bolle d’aria, pronte ad esplodere dopo il primo via libera che ci autorizza ad uscire. La paura fa fare cose strane, ma quando poi la paura scompare le nuove convinzioni reggeranno? Le cose possono andare molto peggio, come abbiamo potuto notare la solidarietà iniziale in alcune circostanze ha lasciato spazio all’aggressività e alla rabbia. I tanto desiderati abbracci non li vuole più nessuno per ora, ma forse nemmeno dopo perché “chissà dove e con chi sei stato“. Mah…speranza e dubbio ballano, insieme, su un bel pavimento di Rabbia. Sì, a tratti sono incazzata nera, con tutto: con chi ci governa e non ce la racconta giusta, con chi non rinuncia ai propri privilegi nemmeno nel caos più totale, con chi punta sempre il dito, con chi cavalca l’onda senza un minimo di empatia, con chi guarda solo al suo orto, con chi si lamenta sempre e comunque, con chi polemizza gratis, con chi non vede l’ora che torni tutto normale. Normale, normale per chi?

Poi guardo fuori dalla finestra e vedo la poesia. L’orizzonte, il mare ed i colori di un tramonto che nessun pittore riuscirà mai a riprodurre. Faccio un respiro profondo. Io non lo so come andrà. Spero sempre nell’evoluzione della specie, ma alle brutte contemplo anche l’invasione aliena! 😉 Se tutti volgessimo lo sguardo nella stessa direzione, chissà, forse vivremo in un mondo migliore. Se al “bene” personale sostituissimo il “bene” universale forse potrebbe andare tutto bene davvero. In ogni caso andrà come deve andare…

Colorati sì, ma a modino!!! (Parte 1)

Quando si parla di impatto ambientale della moda si casca sempre sul tessuto e su quanto la sua dispersione sul suolo non sia favorevole al respiro di madre natura. Ed i colori?!? Inutile negare quanto io sia cromofila e anche un po’ cromo-dipendente, così come è inutile negare che i colori fanno parte del gioco della moda da sempre, con le storie di certe nuance che sorgono proprio da stili e tendenze divenuti iconici nel tempo (azzurro Tiffany, rosso Valentino, ecc). Eppure anche le tinture si portano dietro macchie che spesso sono difficili da lavare via (a questo proposito consiglio sempre il documentario “The Blue River” per avere un’idea di quanto stiamo colorando la natura in maniera impropria). Non c’è bisogno di rinunciare al colore (morirei), solo capire quali sono le problematiche e cercare soluzioni alternative per ridurre i danni o evitare di farne!

1. Problema: spreco d’acqua

A livello mondiale, l’industria tessile consuma tra i sei e i nove trilioni di litri d’acqua all’anno, e questo solo per la tintura dei tessuti. TRILIONI…io riesco ad immaginarmeli veramente male, ma per darvi un’idea è come riempire più di due milioni di piscine olimpioniche con acqua dolce ogni anno! Insomma, per un mondo dove l’acqua scarseggia buttarne così tanta mi sembra uno schiaffo alla Natura (che poi, come ben vedete, si ribella).

2. Problema: sostanze chimiche

Circa tre-quarti di tutta l’acqua consumata dagli stabilimenti di tintura finisce col diventare acqua di scarto non potabile: una sorta di miscuglio tossico composto da tinture, alcali, metalli pesanti e le sostanze chimiche utilizzate per fissare il colore sui nostri capi. Ora, non demonizziamo la chimica, che esiste in qualsiasi processo vitale; diciamo che trovare il modo di controllarla e di fare le cose “pulite” agevolerebbe il tutto! Purtroppo in alcuni stabilimenti indiani certe sostanze chimiche proibite in Europa vengono ancora usate; oltre al fatto che non vengono installati appropriati impianti di depurazione e le acqua vengono scaricate direttamente nei fiumi così come sono: colorate e piene di sostanze tossiche! Sostanze chimiche che hanno ripercussioni sull’ecosistema locale e sulle persone che utilizzano quell’acqua, con ovvie ripercussioni su flora, fauna e tutta la catena alimentare! 

3. Problema: il rischio disoccupazione

Nel bene e nel male, le tintorie rappresentano un’importante fonte di occupazione e reddito: circa l’81% dell’economia d’esportazione del Bangladeshper dirne unaè costituita da capi di abbigliamento. Le donne sono l’80% della manodopera mondiale impiegata nell’industria tessile e sono la fascia più a rischio (oltre che quella più sottopagata e con turni più stressanti al limite dell’umano). Nel valutare alternative ai sistemi inquinanti di tintura è di fondamentale importanza evitare una disoccupazione massiccia!

4. Problema: il consumismo innato

Lo abbiamo detto molte volte e lo continuerò a ripetere: è il sistema che va ripensato a 360°.  L’approccio lineare basato sul “prendi, consuma, distruggi” è la base dell’insostenibilità. Ed è quello che andrebbe scardinato prima di pensare a tutte le possibili alternative tessili e chimiche! Insomma, tutto bene se i marchi usano tessuti riciclati e tingono con i micro-organismi, ma  lo sforzo è inutile se poi i capi vengono gettati via senza pensarci due volte o se la filiera produttiva sfrutta la manodopera. Questo sia sempre chiaro e ben stampato in mente!

5. Problema: tinture naturali su ampia scala?

Le tinture naturali sono la variante ecologica della storia ma, come i tessuti naturali, non sono certo la bacchetta magica! Anche i pigmenti naturali spesso sono difficili da reperire, necessitano terra arabile per la produzione (il che vuol dire levare terra per la coltivazione di cibo) e hanno bisogno di metalli pesanti per fissare il colore. Insomma, su larga scala non vanno benissimo nemmeno questi…(forse è il caso di ridurre la scala?!?)

soluzioni: tecniche artigianali e nuove tecnologie nell’ottica di un’economia circolare

Tradizione e tecnologia se fuse insieme in una nuova ottica possono dare risultati inaspettati e funzionali. I processi di tintura sintetica sono stati introdotti negli Anni 60, scalzando quasi completamente le conoscenze di tintura naturale. Ma non sono mai scomparse, anzi, le colorazioni che derivano dalle piante continuano a sopravvivere e non solo; le tinture di questo genere sono legate ad una creatura vivente, ad una conoscenza e una saggezza più elevate; tecniche veramente millenarie come la cocciniglia per produrre il rosso, il muschio degli alberi per creare toni color oro e la melagrana per il nero. Le tinte naturali, però, non sono fatte per il consumo di massa ma per capi individuali e l’espressione personale…o piccole produzioni. In sostegno arriva il crescente movimento del biodesign (vedi Faber Future) che integra organismi viventi come i batteri all’interno di nuovi materiali, facendo collaborare in sinergia design e scienza! E’ del 2011 la scoperta di un microbo produttore di pigmenti che poteva essere usato per tingere i tessuti. Il micro organismo in questione è in grado di produrre un colore che oscilla tra il rosa e il blu a seconda del pH del terreno in cui si trova il microbo, e crea una splendida gamma di effetti sul tessuto. Questa tecnica consuma 500 volte meno acqua rispetto ai procedimenti di tintura standard ed elimina completamente le sostanze chimiche dannose. Giusto per dirne una…Altre soluzioni possibili arrivano da sottoprodotti dell’industria alimentare; ad esempio l’azienda Colorfix ha convertito la melassa, un sottoprodotto dello zucchero, in coloranti che possono essere utilizzati nel settore delle tinture tessili, sostituendo le sostanze chimiche per il fissaggio del colore con i sottoprodotti dei biocarburanti. Anche in questo caso riutilizzare i materiali di scarto significa  consumare 10 volte meno acqua e il 20% in meno di energia. Se poi a tutte le alternative e le innovazioni aggiungiamo un po’ di sano buon senso e la voglia di far durare di più i capi, direi che forse ce la possiamo cavare 😉

Per la parte due vi aspetto la prossima settimana! Stasera #sfashiontalkshow in diretta alle 19.30 sul mio profilo instagram. Domani invece sarò ospite del TSH The student hotel per un webinar in compagnia di Susanna Nicoletti sul “Future of Fashion e Curiosità“! 😉

Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Il “Riparare” fa parte delle 7 o ottomila “R” che sono alla base dell’economia circolare (all’inizio eravamo a tre, “Reduce, Reuse, Recycle”, poi sono state aggiunte anche Repair, Re-Think, refuse, repurpose…e ogni due per tre viene aggiunto qualcosa di nuovo 😉 ). Eppure sembra che si faccia sempre prima a buttare e ricomprare che a riparare. Io non faccio testo, perché le mie riparazioni su certi capi somigliano sempre di più a dei tentativi di rianimare i morti (in realtà sono esperimenti di lunga durata sui miei capi preferiti per prolungarne la vita il più a lungo possibile), ma in generale non è che un buco ci autorizza a tirare via una maglia, vero?!? La malsana abitudine del sostituire il vecchio/rotto con il nuovo è sempre imputabile alla forma di consumo veloce secondo il quale “tanto il nuovo costa poco, cosa lo ripari a fare?“; oltre al fatto che si era sparsa la voce che le sarte “erano delle ladre” perché chiedevano ben DIECI EURO per fare un orlo o riparare uno strappo! Ed è proprio qui che vi voglio oggi, in queste settimane lente e casalinghe, per riscoprire l’arte del ripararsi le cose da soli (così vi dimostro che ci vuole pazienza, manualità e dedizione e la prossima volta alla sarta di euro gliene allungate anche 20)!

Nei tempi antichi, ma nemmeno troppo, riparare era un’operazione all’ordine del giorno. Le cose erano fatte per durare e non sarebbe stato uno strappo a segnare la fine di un capo/oggetto. Il kit del cucito era presente in tutte le case e tutte le signorine dovevano saper tenere ago e filo in mano (mia madre quando spiegavano queste cose era assente, nonostante sua nonna fosse sarta non ha mai imparato a cucire perché si annoiava…e infatti a casa mia i bottoni li attacca mio padre, da sempre)! Credo che quest’usanza sia andata svanendo con il tempo, così come quella di portare le cose ad aggiustare da persone di mestiere, i sarti e le sarte che con santa pazienza stringevano, scorciavano, trasformavano o riparavano capi. Sarà il caso di ricominciare? Ci si può arrangiare con tecniche basiche, sperimentare con vezzi creativi o ingegnarsi per apprendere antiche arti giapponesi.

L’arte di riparare

I Giapponesi, precisi e zen, di questa storia del riparare ne hanno fatto una filosofia di vita, quella del “wabi-sabi”, ovvero sapere cogliere ed apprezzare la bellezza nell’imperfezione. Da qui riparazioni che si vedono, riparazioni che diventano arte, riparazioni che rendono l’oggetto più bello di prima. Il Sashiko Stitching è una di queste arti praticabile a colpi di ago e filo. Letteralmente significa “piccole pugnalate” ed è una forma di riparazione visibile (basta con la convinzione che la riparazione non si deve vedere perché “fa brutto”) applicata su tessuto. Generalmente si fa con il filo bianco, ma via libera alla creatività. Come tutte le tecniche giapponesi ha bisogno di pazienza e dedizione, non si fa in due minuti se si vuole un bel risultato. Prendiamolo anche come meditazione cucita…;)

Serve: ago, filo, spille, forbici, tessuto per rattoppare

La guida passo passo la trovate qui. Chi ha pazienza si accomodi…

Questa tecnica era usata per il ri-assemblaggio di pezzi di tessuti. Una specie di patchwork multi-livello con queste cuciture a vista che somigliano più a ricami chiamata Boro (parola che denota capi di abbigliamento rattoppati con piccoli pezzi di tessuto sovrapposti e cuciti con punti sashikoù). Un tessuto prezioso composto di stracci; un controsenso all’apparenza, ma in realtà è una tradizione che racchiude un insegnamento che dovremmo rispolverare e fare nostro: “I Boro racchiudono i principi estetici ed etici della cultura giapponese come la Sobrietà e la Modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (motttainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano“. Impariamo…

L’arte di arrangiarsi riparando

Dal bottone che scappa al buco sul calzino, dallo strappo sui jeans al tessuto che si rompe…tutto è riparabile! (I capi di maglieria sono più complessi, meglio rivolgersi ad una magliaia, ma anche lì se uno è un po’ abile ce la può fare: tipo quando il gatto mi tirava i fili dei maglioni io prendevo il filo tirato, lo tiravo all’interno e poi ci facevo un paio di nodi…non era elegantissimo, ma funzionava)! Chi non si vuole cimentare con la pazienza giapponese è invitato a fare amicizia con ago e filo ed improvvisare amabilmente. Lo so, esistono punti classici, punti festone, la filza, il punto nascosto e pure l’avanti e indietro…(per queste cose esistono siti di sartine provette che vi danno tutte le dritte tecniche): io preferisco l’improvvisazione, l’estemporaneità, il provare senza voler la perfezione ad ogni costo ma cercando di raggiungere un obiettivo senza finire di distruggere tutto 😛 E vi dirò una cosa in più: le riparazioni invisibili non usano più; meglio sfoggiare con orgoglio un capo con una riparazione visibile 😉

Se non vi ho convinto con ago e filo, possiamo sempre metterci le care e vecchie toppe! (anche termo adesive) O delle brave sarte. Ma prima di buttare, pensaci due volte 😉 E per finire un paio di letture sull’argomento:

Fix Your Clothes, Sustainable Patching

Wear, Repair, Repurpose

-MENDIng matters

E voi come siete messi a riparazioni? Ne parliamo anche stasera in diretta alle 19.30 #sfashiontalkshow (sul mio instagram)

 

Rallentamenti in corso: è un bel casino, ma anche no!

Rallentare. Volenti o nolenti ci hanno costretto a rallentare (oltre che a stare chiusi a casa, lavarci spesso le mani e non abbracciarci). Se da una parte la libertà limitata ed il simpatico virus ci stanno tenendo sotto pressione sotto svariati punti di vista, dall’altra ci sono piccoli segnali che potrebbero anche avere risvolti inaspettatamente positivi. Non sono qui a dirvi che “andrà tutto bene” perché non sono assolutamente una maga e solo il tempo potrà darci delle risposte più o meno concrete (dal bene bene all’apocalisse, con tutte le sfumature al centro, potrebbe succedere di tutto); ma non sono nemmeno qui a farvi venire le paranoie o alimentare l’ansia (per quello bastano TG, giornali e alcuni profili instagram). Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno e mi piace valutare questo momento come un’opportunità, anche per il mondo della moda, per reinventarsi. Dopotutto quando parliamo di SLOW FASHION intendiamo esattamente questo: rallentare i ritmi produttivi, produrre con più cura e nell’ottica di far durare le cose più a lungo a beneficio del pianeta e delle persone.

Il mondo della moda, quella grossa fatta di grossi gruppi produttivi, di numeri esorbitanti e di milioni di fatturato, al momento è in sofferenza. Dopotutto le prime avvisaglie di questo spargimento di virus si sono avute proprio durante la MFW costringendo moltissimi marchi a sfilare a porte chiuse o addirittura rimandare i propri show. Già durante i saloni come il White era stato registrato un calo delle presenze del 17% in meno rispetto alla stagione precedente. Al momento i negozi sono chiusi, così come alcuni stabilimenti produttivi; coloro che poi hanno produzioni in Cina hanno visto paralizzarsi le produzioni, rallentandole parecchio e costringendo molti marchi a correre ai ripari per far fronte alle consegne per la prossima primavera estate. Un momento di stallo in tutti i sensi, dove l’unica cosa che rimane attiva è la rete e di conseguenza il commercio online. “Nel periodo gennaio febbraio la crescita è stata del 25 per cento. “Guardando alle singole industry”, ha detto Giapponese, “la crescita per il settore home e living è stata pari al 44 per cento, per il fashion del 42 per cento e per il leather goods del 28 per cento“. (Fonte Fashion United).  Mentre il governo stanzia fondi a supporto per le macro imprese, le micro vanno nel panico, pensano agli eventi saltati e come riuscire a sfangare la stagione senza lasciarci le penne o essere costrette a chiudere. Nel frattempo, in sole due settimane di stop, la qualità dell’aria è notevolmente migliorata, così come quella dell’acqua e le emissioni di CO2 drasticamente diminuite. Un quadretto che fa riflettere e che, a mio avviso, ha diverse lezioni da lasciarci…

Lezione n° 1: Un approvvigionamento globalizzato rende vulnerabili (ovvero basta de-localizzare come se non ci fosse un domani)

Ovvero, se io importo gran parte delle materie prime, accessori, componenti o addirittura manufatti finiti non ho il controllo sulla loro effettiva consegna. Questo riguarda sopratutto grandi aziende con attività dislocate ovunque fuori dal proprio Paese, globalizzate, che proprio in questo momento stanno incontrando grandi difficoltà nel mandare avanti le produzioni per la prossima stagione. Ecco perché  produrre in maniera locale (non dico a Km 0 ma nemmeno dall’altra parte del mondo) rende una azienda  più elastica, forte ed in grado di controllare la propria produttività…sempre! Con una serie di fornitori locali, in zona, è molto più facile rispondere alle esigenze estemporanee, senza dover aspettare materiali che arrivano dall’altro capo del mondo (esempio pratico delle mascherine: non se ne trovano perché le aziende che le producono ed il materiale per farle…è dall’altra parte del mondo. Se fosse stato tutto a disposizione sarebbe stato più facile metterle in produzione in maniera tempestiva. E il tempismo, come abbiamo notato, in certe circostanze è fondamentale...)

Lezione n° 2: se sono piccolo sono più flessibile e più agile (e’ il momento per le micro-imprese di farsi avanti)

Le grosse imprese fanno molta più fatica ad adattarsi e cambiare rapidamente. E’ un dato di fatto: se scoppia un incendio nella savana chi si mette prima in salvo, l’elefante o il tipo? Qui la questione è similare: una struttura aziendale contenuta rende più attivi, flessibili e adattabili, anche in tempo di crisi. E’ il tempo per le micro-imprese di reinventarsi e farsi avanti, perché nel futuro ideale sono loro che hanno la possibilità di uscire dal fango rapidamente…;) E’ anche tempo di iniziare a supportarle queste piccole imprese, adesso!

Lezione n° 3: la collaborazione funziona e rende forti

Anche in questo caso chiamo in ballo la natura, la bio diversità, perché è un ottimo esempio di sistema collaborativo, dove tutti fanno la loro parte per un fine comune e tutto funziona senza problemi (i dinosauri si sono estinti perché si facevano i cazzi loro in pratica, ma gli altri animaletti che collaboravano tra di loro sono andati avanti). La collaborazione tra brand e imprese rende più forti e resilienti; sviluppare obiettivi comuni, fare rete, creare un vero network dove si condividono fornitori e materiali, anche abbattendo costi, dove si mette in mezzo il sapere e si diffondono le competenze. In un modo competitivo dove ognuno guarda al profitto e al proprio orto tutto questo suona come l’ennesima fricchettonata, ma alla luce di quel che sta accadendo io non butterei l’opzione nel cestino, anzi…

Lezione n° 4: ripensare per le persone

Mi piace pensare che da tutta questa storia ne usciremo cambiati, diversi (e no, non necessariamente con qualche kg in più dovuto alla clausura). Stiamo riscoprendo la solidarietà, ridando valore alle relazioni e alle persone, rimettendo al primo posto la salute nostra e quella del pianeta. In questa ottica, che spero non sia tutta una fuffa momentanea per poi ritornare a fare gli stronzi come prima, cambieranno le necessità, cambieranno le priorità e di conseguenza dovranno cambiare anche i prodotti ed i servizi da offrire a queste persone (clienti=persone, non target o consumatori caproni da investire con i nostri prodotti spesso inutili e pure dannosi, ecco!). Diciamo che chi produce dovrà cercare di restituire qualcosa di utile alle persone, un servizio reale; mentre i clienti dovrebbero porre più attenzione alle aziende e a quei prodotti che hanno come pilastri fondamentali VERI l’etica, il rispetto per le persone che lavorano per loro e la tutela dell’ambiente (da cui deriva anche la nostra salute). Se non ci arriviamo ora…magari dopo sarà troppo tardi! 😉

lezione n°5: decelerare fa bene al Pianeta!

In Cina le misure messe in campo per contrastare il coronavirus hanno comportato la riduzione dell’attività industriale (si parla di una forbice tra il 15% e il 40% nei settori industriali come la produzione di energia da carbone) e come conseguenza il calo di un quarto le emissioni di Co2 del Paese nel mese di febbraio su base annua.La riduzione delle attività (industriali, mezzi di trasporto, ecc.) ha portato ad un miglioramento della qualità dell’aria e non solo. Il segnale è evidente: rallentare fa bene al pianeta…e di conseguenza anche a noi. Una frenata così improvvisa è stata un evento eccezionale, ma i risultati devono far pensare che le prossime mosse devono andare necessariamente in questa direzione. Nel frattempo possiamo goderci l’aria e respirare a pieni polmoni…dalla finestra! 😉

lezione n°6: cambiare le abitudini funziona!

Lo so, passare dall’uscire in macchina tutti i giorni al non potersi muovere da casa non è un cambio di abitudini graduale e tanto meno simpatico, eppure ogni tanto un bello schiaffo funziona più di mille carezze. La forza di volontà di questi giorni, aiutata indubbiamente da divieti e timori, è il chiaro segnale che con un po’ di buona volontà si può fare tutto. Anche con le minacce 😉 L’impegno e lo sforzo danno i loro frutti, non solo nell’immediato per il contenimento di un problema enorme, ma anche nella distanza come dimostrazione che cambiare abitudini non è impossibile. Non è impossibile lavorare da casa, non è impossibile far studiare i ragazzi online, non è impossibile fare a meno della macchina e non è impossibile contenere i propri vizi. Ti devi impegnare, si fa fatica, ma non è impossibile…

Il consiglio…

In questo momento di chiusura forzata abbiamo un sacco di tempo a disposizione. Non starò qui a darvi consigli su come impiegarlo al meglio, ma due dritte che riguardano questo campo ve le posso dare. Solo due, giuro:

1-Riguardate l’armadio: dopo aver pulito le piastrelle della cucina per l’ennesima volta possiamo passare a fare un giro nell’armadio. Se non avete fatto il gioco del Mass Closet Index, questa è una buona opportunità per farlo (vi lascio il link all’articolo qui). Se avete dei capi che non usate più o che sono rotti o sdruciti, provate a tirarli fuori e provare a pensare a come poterli salvare/riadattare/riciclare/fare un bel restyling! E’ un gioco divertente e se siete a corto di creatività il web è pieno di video 🙂 Se poi vi avanza un t-shirt questo fine settimana faccio un piccolo workshop di #upcyclingdaldivano dal titolo accattivante: “della t-shirt non si butta via nulla“. Collegatevi sul mio IG (ancora devo decidere se venerdì o sabato pomeriggio, ma lì vi tengo aggiornati) e vediamo come fare…insieme!

2-Acquisti online…ma con la testa: il fatto che gli acquisti online siano raddoppiati e che Amazon abbia sentito la necessità di assumere svariate persone in questo momento la dice lunga sul fatto che possiamo rinunciare alla passeggiata ma non agli acquisti…Soprassiedo con i cazziatoni perché so che in un momento di privazioni e di angoscia ricevere un pacchetto può dare una gioia, un sorriso, calmare l’ansia. Però…un suggerimento ve lo lascio: invece di stare a ora a spulciare il sito di Zara o comprare su Yoox e Zalando, perché non vi fate un giro sui siti di piccoli brand e se proprio avete smanie di acquisto supportate queste realtà? Che sono quelle non incluse nei piani di “sostegno” del governo e che rischiano di vedere buttati all’aria un sacco di anni di studio, sudore, sacrifici e fatica?

VIDEO APPROFONDIMENTI…

Nel frattempo che stiamo a casa, tra una serie e l’altra, se ci volete incastrare documentari di approfondimento con toni non rassicuranti ma che stimolano la riflessione, fanno informazione e  fanno pure incazzare (perché io quando vedo certe cose poi mi arrabbio) io vi consiglio questi:

MINIMALISM: A Documentary about the Important Things

(Quando meno vuol dire più…no, non è la vera storia di San Francesco, ma un invito a riflettere sul potere del possesso e su come si campa ugualmente possedendo un po’ meno)

Planet Earth

(Pianeta Terra, cambiamento climatico e come dargli una mano prima che ci sputi fuori)

A Plastic Ocean

(I nostri mari che pullulano di plastica)

CHASING CORAL

(La fine che sta facendo la barriera corallina)

FASHION’S DIRTY SECRETS

(Qui si gioca in casa con i panni sporchi della moda usa e getta)

Per oggi ho finito, andate in pace! Ci vediamo però stasera alle 19.30 su instagram per SFASHION TALK SHOW in diretta! A più tardi 😉

Buccia di Banana/Incredibili trend per il prossimo mese

Tempi duri e bui ci aspettano nelle prossime settimane. Appurato che la moda è andata in botta e che il vestitino a fiori può aspettare prima di essere sfoggiato, ecco che arrivano comunque  notizie positive e rassicuranti anche dal mondo dei trend-setter-in-clausura che ci faranno gioire e sentire molto alla moda…almeno per un po’ 😉 Questi i TREND SDOGANATI ufficialmente per il prossimo mese.

PIGIAMATI E STILOSI

Bistrattato e infamato, eccolo lì, il nuovo indumento immancabile in questo periodo. No, niente roba di seta, colori alla moda o modelli maschili resi sexy da scolli e linee morbide. Il pigiama è il migliore amico, ma pigiama deve essere. Comodo, morbido, senza costrizioni. Ammessi tutti i cromatismi e fantasie, meglio se toni tristemente pastello e con disegnetti stupidi. AVVERTENZA: visto che lo indosseremo 24 ore al giorno si consiglia di cambiarlo almeno una volta a settimana…o comunque prima che si vada a tirare nella lavatrice da solo! 😛

Pelo Libero/DONNA BAffuta di nuovo piaciuta

Via libera al pelo. Dappertutto! Ascelle, gambe, inguine…dove volete! Ma se pelo deve essere, che sia consistente, lungo abbastanza da poter sostituire alla pelle setosa l’effetto morbido cucciolo da accarezzare (no setole o mezzi peli, please)! L’idea dietro a questo ritorno alla natura non è di origine filosofica (nessuna rivendicazione della liberazione della schiavitù femminile del pelo), bensì di natura pratica: sembra che il 90% delle donne influenti della moda e dello spettacolo non siano in grado di sopperire allo spelamento da sole, per cui meglio trasformare il pelo in un trend per tutte che essere accusate di incompetenza…;) Il tema del pelo viene esteso anche al baffo, perché se la donna baffuta era sempre piaciuta, perché non riportarla in auge proprio adesso?!? (Dopotutto sono momenti bui, non ci vede nessuno)

Ricrescita unghie ammessa agli esami di fine anno

Dopo anni di nail art e di unghie ricostruite con gel super duraturi che non si levano nemmeno con le martellate, ecco una nuova proposta dai guru del beauty (impegnati a fare tutorial giornalieri, ma comunque presenti): se la ricrescita va, lasciala andare! Onde evitare gesti pericolosi e uso incontrollato di acidi e sostanze chimiche, meglio unghie con la ricrescita. Anche se parecchio evidente. Se la quarantena va avanti parecchio ci sta che ad un certo punto cadano da sole; fino a quel punto nessun problema, siete in pieno TREND!

Ricrescita mon amour

La ricrescita non è un peccato. La ricrescita non è una vergogna. La ricrescita è un segno evidente che, fortunatamente, i capelli continuano a crescere nonostante il tempo che passa! L’Unione Parrucchieri Ipersupermegatrendywow finalmente ripongono la stagnola e urlano liberi dalle loro terrazze (intorno alle 18.15, dopo il canto nazionale dal balcone) che la ricrescita non è pericolosa e che soprattutto in casa non vi vede nessuno; quindi meno paranoie, più relax e lasciar respirare il cuoio capelluto in attesa della riapertura delle attività. Nel caso vi piacesse o foste particolarmente affezionati, si può tenere fino all fine dell’estate (tanto con il mare i capelli finiscono di distruggersi; a settembre ci si penserà)! 😉

No filler, Ruga Party!

LA GUERRA ALLE RUGHE E’ FINITA…per ora! Si tratta di un armistizio momentaneo, tranquilli, un periodo di prova per le nemiche dell’eterna giovinezza per vedere come se la cavano in questo momento in cui i chirurghi hanno deposto punture e pialle. “Forse non sono così male” – ammette il direttore delle Tendenze dei Volti Copia&Incolla – “diamogli il beneficio del dubbio“. E così chi si sente perso senza la puntura del mese può tirare un sospiro di sollievo; sarà in buona compagnia e in linea con le tendenze sdoganate del momento. “Dormite sonni tranquilli” – prosegue – “in giro sta accadendo di peggio. E poi per nascondere quelle intorno alla bocca c’è sempre la mascherina“.

…Buon lunedì! 😀

Zero Waste anche in bagno: sei oggetti per un bagno a impatto…limitato!

Stiamo sperimentando sulla nostra pelle quanto sia difficile il cambio di abitudini, soprattutto se forzato da cause di forza maggiore esterne alla nostra volontà. Ecco, diciamo che abbiamo l’opportunità di cambiare e di fare delle scelte diverse; stiamo facendo un training per quando queste scelte e questi cambi saranno frutto di una decisione consapevole 😉 Oggi non voglio assolutamente parlare di quello che sta accadendo intorno, ma di come si possano fare scelte meno impattanti anche per quanto riguarda il bagno: perché la sostenibilità passa anche dalla beauty routine!

Ora, questa storia della beauty routine è diventata popolare grazie ad apposite blogger che si dedicano a quest’arte per professione, seguite poi da influencer più o meno di settore che propinano rituali di lavaggio del mattino e della sera che schiere di interessate all’argomento seguono manco fossero TG! Da un lato sono seriamente sbalordita per la quantità di prodotti che si mettono sulla faccia nell’arco di 5 minuti, dall’altro guardo il mio bagno spoglio e mi chiedo se forse sto sbagliando io che alla soglia dei 40 ancora non ho mille mila creme con cui rallentare il processo di invecchiamento…vabbè, andiamo oltre! Si possono fare delle scelte meno impattanti anche per quanto riguarda i prodotti cosmetici e gli essenziali da bagno, preferendo quelli orientati allo “zero waste” (ovvero quelli che minimizzano la produzione dei rifiuti che vanno a finire in mare o discarica) e cercando di ridurre anche il numero. Di quante cose abbiamo bisogno in fin dei conti? Come nell’armadio, anche nel bagno possiamo fare un reset di quello che realmente serve riducendolo…all’essenziale, no? Alcune idee…

1-Spazzolino di Bamboo! Sapete quanti spazzolini si usano ogni anno? Circa 3,6 miliardi ogni anno in tutto il Mondo. Ovviamente gli spazzolini sono fatti di plastica e solo il 20% viene riciclato. Ecco, visto che i denti ce li dobbiamo lavare tutti, perché non sostituirli con quelli di bamboo? Sono realizzati con manici compostabili e setole biodegradabili prive di BPA (una sostanza chimica utilizzata per produrre determinate materie plastiche, tra l’altro ritenute anche dannose per l’organismo) e funzionano esattamente come quelli normali (sono anche più bellini). Unico accorgimento per la manutenzione: le setole vanno sciacquate bene post utilizzo e non tenerlo nel bicchiere con il dentifricio che con l’umido il manico non fa una bella fine…

2-Shampoo e Balsamo in saponette solide! Fatte come saponette con oli essenziali, passare a questa variante di shampoo e balsamo fa risparmiare quasi 2 flaconi e mezzo di shampoo per ogni saponetta (dura circa 50 lavaggi). Ne esistono di vari marchi e adatte a tutti i tipi di capelli; alcune possono essere usate anche per il corpo, limitando ancora il numero di prodotti presenti nel bagno! Una liberazione…

3-Rasoi in acciaio inossidabile! Ognuno estirpa il pelo come vuole…o anche liberi tutti di lasciarlo crescere. Chi è fan del rasoio, per praticità o per abitudine, può dire addio a quelli di plastica usa-e-getta ed optare per quelli in acciaio inossidabile, fatto per durare una vita…basta solo cambiare la lama!

4-Deodoranti naturali! Puzzare non piace a nessuno, ma nemmeno disturbare il sistema endocrino e far irritare la pelle con deodoranti antitraspiranti e pieni di sostanze sintetiche. Possiamo mettere sostanze non così buone a contatto con la pelle delle ascelle, luogo che pullula di ghiandole di una certa importanza? L’alternativa c’è e funziona: è naturale e neutralizza i cattivi odori prodotti dai batteri grazie ad agenti che sono naturalmente antimicrobici. Provare per credere…

5-Dentifricio alternativo (pure in polvere)! Anche nel dentifricio in commercio ci sono una discreta quantità di ingredienti inutili o spesso tossici (tra i quali pesticidi, coloranti artificiali, edulcoranti, per dire). In alcuni ci sono anche le famose microsfere (perché farsi lo scrub ai denti è fondamentale) che altro non sono che minuscoli granelli di plastica che finiscono direttamente scarico e poi nell’oceano, danneggiando l’ecosistema marino. Esistono dentifrici bio con molti meno ingredienti o esiste anche la possibilità di farselo per conto proprio (io a questo livello pro ancora non ci sono arrivata, ma condivido la ricetta che non si sa mai in questi giorni di reclusione qualcuno abbia voglia di provare… 😉 )

Queste polveri funzionano come detergenti, imbiancano i denti e rimuovono la placca.

1/4 di tazza di olio di cocco

1/4 tazza di bicarbonato di sodio

15-20 gocce di olio di menta piperita

Mescola olio di cocco, soda e olio fino a raggiungere una consistenza omogenea. Mettere in un barattolo di vetro e conservare in frigo.

6-Dischetti di cotone riutilizzabili! Di questi ne ho parlato in radio qualche mese fa come valida alternativa riciclabile al posto di quelli in cotone usa e getta. Si può partire da una vecchia t-shirt. ad esempio: basta tagliarla a quadretti o cerchi, dipende un po’ dalla forma preferita e poi accoppiarne due insieme cucendoli ai bordi con ago e filo. Il gioco è fatto e sono utilizzabili e lavabili…non dico all’infinito ma quasi 😉

Insomma, anche per quanto riguarda il bagno non correte a gettare via tutto e non pretendete di cambiare tutto tutto insieme. Un passo alla volta…e prima di fare nuovi acquisti finite quello che c’è già. Intanto potete prendere nota. 😉 Avete già alcuni di questi prodotti nel vostro bagno?!?

 

Buccia di Banana/Mascherine scivolose (il trend che fa riflettere?)

La moda anticipa le tendenza o prevede le sciagure? Fa riflettere o sfrutta episodi tragici per incrementare le vendite? Il confine è sempre molto sottile e quando non ci si prende la briga di indagare puntare il dito contro l’ennesima trovata fuori luogo dei colossi del lusso è un attimo. E così è stato anche questa volta, quando sul sito di Luisa via Roma è apparsa SOLD OUT la mascherina di Fendi da 190€…

Le mascherine in questo periodo vanno via come il pane (e come l’Amuchina, che nel frattempo è l’unica azienda che sta guadagnando in tutto questo casino); il fatto che sia esaurita anche quella di Fendi ha fatto gridare allo scandalo…come se il marchio in questione l’avesse messa in produzione nelle ultime settimane per cavalcare quest’onda virulenta che sta allarmando il Pianeta. Se il ragionevole dubbio vi ha assalito, se anche voi avete pensato “col cazzo che mi compro la mascherina da 200€, al massimo mi tappo la bocca con la carta igienica“, ecco che bisogna rimettere un attimo le cose in ordine. La mascherina in questione è un accessorio che fa parte di una piccola collezione realizzata in collaborazione con Jackson Wang (rapper cinese) che lo stilista lanciò in occasione di una sfilata a Shangai lo scorso anno (che siano d’accordo con i produttori di virus di zona)?!? 😉 Il fatto che in una collezione ci sia una maschera non stupisce e non è nemmeno la prima volta. Nelle metropoli e megalopoli di mezzo mondo l’inquinamento è un problema reale da diverso tempo e le mascherine, chirurgiche, antigas o fetish, hanno sempre solleticato l’immaginario dei più attenti alle tendenze e alle novità proposte dallo street style, diventando oggetti di culto! (oltre che di reale necessità in alcune zone)

Portava una simil-mascherina Naomi Campbell in una sfilata di LV nel 2008, ma anche Billie Eilish alla scorsa edizione dei Grammy completamente vestita da Gucci. Ma possiamo andare ancora più in là, in quel 2014 dove, quando l’Ebola minacciava l’Oriente, lo stilista Yin Peng mandò in passerella ogni modella corredata da un modello di mascherina differente. (gufata o trend?)

Insomma, le mascherine circolano sulle passerelle già da un po’, forse anticipando i contagi o semplicemente tentando di far riflettere con un tocco glamour su scenari futuristici ed apocalittici dovuti a inquinamento e crisi climatiche…dopotutto la moda è un forte termometro sociale specchio di quel che accade intorno…potrebbe volerci far riflettere oltre che approfittare per generare bisogni inesistenti e venderci qualunque cosa a prezzi stratosferici?!?

Prima dei virus e delle epidemie è stato l’inquinamento a far drizzare le orecchie ad artisti e designer. E’ stato il caso dello stilista cinese Chi Zhang; lo smog della capitale è la sua fonte di ispirazione e tra le sue creazioni sono diventate un’icona le maschere antigas con la scritta “Fxxk Air Pollution“. L’artista Kong Ning ha disegnato un abito da sposa lungo dieci metri, formato da 999 mascherine, e ha intitolato l’opera “Marry The Blue Sky”. Denuncia sociale, portare l’attenzione mediatica su argomenti di attualità, sensibilizzare. A volte la moda fa anche questo…

…e forse, in questa occasione, puntare il dito contro la mascherina di Fendi è l’ennesima caduta di stile di una popolazione che fa della critica il suo cavallo di battaglia anche in situazioni poco opportune. In ogni caso, 190€ per una mascherina, non ce li avrei mai spesi 😉

Buon primo lunedì di marzo!