#VintageRevolution mini-tour puntata 1

di federica pizzato / hobo vintage

Andare a vivere in un altra città ti espone inevitabilmente ad una serie di scoperte e nel mio caso queste scoperte non potevano che avere il profumo di moda e di storia al tempo stesso. Un po’ spinta dal caso, un po’ per voglia di conoscere quello che ho intorno, sono andata alla ricerca di luoghi che mi somigliano ed è da questa ricerca che è nata l’idea di portarvi con me attraverso #VintageRevolution in un mini tour alla scoperta delle realtà che mi colpiscono di questo Salento e di questa Puglia (e chissà che un giorno questo tour non si espanda!). Cercando luoghi che mi somigliano ho incontrato oggetti, abiti, ma soprattutto persone con cui ho tante affinità, ed è anche a conoscere questi oggetti e queste persone che vi voglio portare.

Comincio dal cuore di Lecce, che ho scoperto essere costellato di piccole boutique e negozietti vintage. Lo spazio di cui vi parlerò oggi però ha attirato la mia attenzione in modo particolare per tanti motivi: per prima cosa si può dire lo abbia visto nascere 🙂 visto che poco più di un mese fa ho partecipato alla sua inaugurazione e in secondo luogo mi ha colpito perché non si tratta solamente di una boutique vintage ma di uno spazio che coniuga il recupero degli antichi mestieri del territorio, con gli abiti retrò e con la rielaborazione sartoriale ma soprattutto artistica dei capi.

Ma adiamo per ordine e partiamo dal nome: “La Mescia Up”, chi non conosce il salentino non può cogliere in pieno le sfumature di questo gioco di parole, quindi, vengo in vostro soccorso: il termine “mescia” in salentino significa letteralmente “maestra” e viene utilizzato in particolar modo per indicare sarte, ricamatrici ed artigiane tradizionali di vario tipo. Il termine inglese mash up che significa mescolare, mixare cose diverse invece lo conoscete tutte :). Ma chi sono queste “mesce” di cui racconta il nome? Sono le artigiane, testimoni di antichi mestieri che all’interno del laboratorio corsi de La Mescia Up saranno disponibili per insegnare a chi vorrà la loro arte: dal tombolo salentino, alla tessitura su telaio a mano, dal ricamo antico, al macramè e tanto altro. Un progetto creativo, romantico e pieno di spunti interessanti per riscoprire le preziose lavorazioni di un tempo.

L’idea di Roberta, Francesca e Francesca (si sono 2!) parte dalla voglia di dare nuova vita agli abiti ma anche a loro stesse che, dopo tante esperienze lavorative precarie, hanno sentito la necessità di creare qualcosa che fosse soltanto loro. Dopo tanta formazione e ricerca, grazie alla partecipazione ad un bando regionale hanno avuto la possibilità di cominciare a dare forma al loro sogno. Ed è così che è nata La Mescia Up con la sua selezione di capi vintage tutta da scoprire dagli anni ’50 ai ’90, i capi rivisitati soprattutto in chiave artistica, tanti gioielli ed oggetti particolari ed in fine il laboratorio corsi ricco di proposte. Con loro mi sono trovata a chiacchierare di antichi mestieri e mi sono divertita ad indossare un po’ di vintage e qualche loro rivisitazione tessile e artistica.

Ho scelto di indossare solo giacche e capi caldi per darvi qualche spunto per l’autunno inverno: la giacca in renna con le frange fa venire voglia di stare sempre in movimento per vederle svolazzare al vento, il classico trench arricchito da un inserto fantasia ci regala un allure sofisticata e mai banale e poi il caldo maglione anni ’80 con gli inserti in pelliccia (dai se è vintage uno strappo alla regola sul pelo si può fare!) è talmente chic! e che dire del maxi “giubbottone” in jeans completamente personalizzato da Francesca, l’artista del trio? E’ unico e irripetibile. Io indossavo un vestitino anni ’50 sotto ma nulla vieta di reinterpretare tutto in chiave più sportiva. Insomma, se vi capita di passare da Lecce un salto da loro vale sicuramente la pena!

Buccia di Banana/Quando i brand fanno flop

La moda italiana ha ricevuto un bel colpo all’autostima nei giorni scorsi. Niente di irreparabile (forse), ma diciamo che ci sono stati due episodi online che hanno provocato non le solite reazioni di cieca ammirazione, ma qualche attimo di disappunto. Insomma, Ferragni e Dolce&Gabbana sulla buccia di banana a questo giro ci sono cascati in pieno!!!

La bionda imprenditrice milanese ha pensato bene di far fare un tour virtuale del suo armadio, mostrando con un certo orgoglio la sua collezione di abiti, accessori e trucchi disposti come in un grande magazzino nel suo “armadio” grande quanto un mini appartamento. E fin qui tutto bene. Dopotutto nessuno si aspettava che avesse un armadio 4 stagioni dell’Ikea e nemmeno che avesse quattro abiti in croce…o no? Il tour dell’armadio è un’altra pillola regalata ai curiosi del web che vivono sbirciando vite altrui come fossero programmi televisivi, ed è noto che in rete ci sono i fan ma ci sono anche gli haters, coloro che guardano non per ammirazione, ma per criticare. E le critiche non hanno tardato ad arrivare, sia quelle gratuite e cattive, sia quelle semplicemente stufe da un’esibizionismo vuoto legato al possesso di cose. Ed è forse questo il punto sul quale riflettere: l’avere molte cose, il possedere tanti oggetti, l’ostentare e la ricchezza ed il lusso come obiettivo di vita sono ancora FASHION? Forse su un certo tipo di target sì, ma forse sono sempre di più quelli che pensano che il vero lusso non stia nel possesso di cose…o forse sono io che vivo nel mondo dei puffi e questi sono solo i commenti di haters invidiosi?!? Non lo sapremo mai, ma credo che ci siano altri modelli validi ai quali ispirarsi anche se non hanno un armadio ben fornito come questo (anzi, magari l’armadio nemmeno ce l’hanno ma sono felici lo stesso)! 😉 Insomma, non è stato proprio un flop in piena regola, ma un “ora anche basta, andiamo avanti?!?“.

Per Dolce&Gabbana, invece, possiamo parlare di flop con la F maiuscola, o meglio di una mancanza di studio del marketing o comunque di un errore di valutazione dell’ironia di un popolo. Già, fortunatamente non siamo tutti uguali, ma quando si vanno a toccare stereotipi o cliché nazionali non sempre tutti si fanno delle grasse risate. Ecco perché i signori cinesi, davanti ai 3 mini-spot lanciati sui sociali dal duo milanese in attesa del super-show che si sarebbe dovuto tenere a Shangai da qui a qualche giorno, si sono indignati e nemmeno poco: che reazione avrebbero dovuto avere davanti a questi spot che vedono una loro connazionale vestita a vesta armata solo di bacchette davanti alla quale viene posto un cannolo gigante mentre una voce di fondo le dice “Ce la fai o è troppo grande per te?”. Insomma, a noi ci hanno preso per il culo marciando sulla nostra pasta-pizza-mandolino in modi molto più leggeri e ci siamo sempre impermalositi, perché mai dalla Cina si sarebbero dovuti mettere a ridere? Perché un po’ di leggerezza e di ironia nella vita ci vogliono, ma se i codici comunicativi non sono gli stessi si rischia che il messaggio venga frainteso e che una delle seconde potenze economiche mondiali decida non solo di far saltare la sfilata ma di bandire i prodotti D&G dagli e-commerce di tutto il Paese. Certo, si vive anche senza Cina, ma insomma…

Non contenti della plateale figura di merda, sono scattate conversazioni pesanti e litigi con una giornalista locale che non ha esitato a girare le foto degli scambi di messaggi avuti con Stefano Gabbana al profilo instagram Diet Prada che ha reso tutto di dominio pubblico. Potevano anche evitare di rincarare la dose (la cosa più meravigliosa che ho letto, prima di dire che il profilo era stato hackerato è che era stato lo stagista…veramente il gattino che scivola sugli specchi)!!! Il video di scuse alla fine è arrivato, ma a quanto servirà? 😉

Pensare prima di agire è sempre una buona idea! Buon lunedì

 

 

Cazzate! (Ridimensioniamo l’errore)

Errare è umano, perseverare sarà diabolico ma anche un po’ da stronzi, eppure chi è che non ha commesso mai sbagli nel corso della sua vita? E’ dai ieri che rifletto su quanto ci fanno pesare l’ERRORE fin da piccoli e su quanto più ce lo fanno pesare e più probabilità ci sono di farne altri sempre più grossi. No, ieri nello specifico non mi sembra di aver fatto grossi danni, ma qualche giorno fa ho iniziato a leggere il libro “Dis-ordinary Family” e tra le prime righe mi è saltata all’occhio questa frase…

Ieri, invece, mia sorella è tornata a casa post-colloquio con le nuove maestre di mia nipote (la nana ha 8 anni e ha cambiato scuola quest’anno perché in quella dove ha fatto prima e seconda elementare ha passato dei brutti momenti tra compagne bulle e maestre aggressive), che le hanno detto cose molto belle ed incoraggianti, ma soprattutto hanno notato da subito che le bimba, quando sbagliava un compito, tendeva a cancellare con penna pesante e tratto folle il suo errore incredibile; gesto probabilmente ereditato delle vecchie maestre (di merda…ops) che non ammettevano l’errore e che tendevano a colpevolizzarla per le sue GRAVI mancanze (ora, in seconda elementare, possiamo distruggere ‘sti poveri figlioli perché sbagliano un S con una Z? Io questa cosa la vedo fare costantemente da adulti sui social network…ma andiamo oltre). Non voglio parlare di bambini né tanto meno di scuole di cuccioli di uomo, ma credo che un tot di paranoie dovute alla paura di sbagliare arrivano proprio da lì e spesso ce le portiamo avanti per tutta la vita, fino a quando qualcuno o qualcosa fa scattare nella nostra testa il meccanismo che ci fa passare dalla tragedia del “Cazzo, ho sbagliato, sono un fallito/a!!!” alla consapevolezza del “Ok, ho sbagliato! Provo a rimediare o al massimo imparo.

Facile a dirsi, un po’ meno da mettere in pratica, perché colpevolizzarsi è un attimo, sentirsi tremendamente sbagliati anche e, quando non lo facciamo noi di nostra spontanea iniziativa, c’è sempre un “prossimo” dietro l’angolo pronto a tirare fuori il cartellino rosso quando il nostro vigile interno era andato a prendersi il caffè al bar. Chi accetta gli errori di buon grado? Chi è che invece di riempirci di urla e fare un frego pesante sopra al nostro sbaglio è disposto a prenderci per mano, fare una leggera riga rossa sul foglio e dirci “non succede niente, impara e la prossima volta vedi di fare diversamente”?!? Ecco, appunto…Al lavoro diventi subito un incompetente e acchiappi infamate da chiunque, nelle relazioni sei immediatamente uno stronzo o un insensibile o uno che se ne frega, in casa sei una figlia degenere che non capisce e che si diverte a mettersi nei casini per far venire le ansie ai genitori e gli amici come sbagli o ti fanno diventare lo zimbello della combriccola o ti cancellano direttamente dalla rubrica. Con questo scenario di terrore intorno è facilissimo, anche per l’essere umano più sicuro della terra (figurati per quelli con l’autostima un po’ bassa), farsi venire delle grandissime paure di agire che paralizzano l’azione. Se stiamo fermi siamo al sicuro, si pensa erroneamente: perché se siamo fermi sotto all’albero sbagliato e ci casca una noce di cocco in testa ce la frantumiamo lo stesso!

Si può sbagliare, è umano, fa parte del percorso. Si può sbagliare, perché da una caduta ci si rialza, ammaccati, ma ci si rialza. Si può sbagliare perché l’errore insegna e solo capendo l’errore si rischia di non farlo più. Si possono fare delle cazzate ogni tanto e non è detto che proprio da quelle cazzate nascano delle cose bellissime. Si può errare ed imparare a chiedere scusa, che pure è una bella lezione di vita. Si può fallire perché raramente la strada per un obiettivo è dritta e senza ostacoli; e chi fallisce non è un fallito, ma uno che si è dato l’opportunità di fare qualcosa, sbagliandola (ma anche sticazzi eh)! Insomma, si può. E si può tentare di ridimensionare questa paranoia degli errori fin da piccoli; ora, a me non mi compete in quanto sprovvista di prole, ma chi ce l’ha si metta una zampina sul cuore…altrimenti da grandi tocca farsi un sacco di viaggi in profondità per capire che sbagliare fa parte del percorso; ci si arriva eh, però una fatica! 😉

Chi non fa non sbaglia. E secondo me meglio fare due cazzate in più che non fare niente!!! O no? 😉 Buon fine settimana

BLKFRIDAY vs MAKESMTHNG

Tutto il mondo è Paese e, se è vero che questa storia del Black Friday è nata oltreoceano, è anche vero che ormai è pratica diffusa anche dalle nostre parti. Il giorno dopo quello del Ringraziamento si aprono le danze dello shopping pre-natalizio (che paura!) con un venerdì di sconti ed offerte ai quali pare nessuno riesca a resistere. Il primo a mettere in atto questa trovata commerciale fu Macy’s, grande magazzino americano, nel 1924; ma l’esplosione arrivò negli anni 80…e continua imperterrita e con numeri sempre più impressionanti fino ai giorni nostri, sconfinando gli Stati Uniti ed arrivando praticamente in ogni parte del globo; un po’ come Halloween, ce lo siamo ritrovati addosso senza sapere nemmeno da dove venisse.

Ora, parliamoci chiaramente, risparmiare piace a tutti, fare shopping a tanti, fare la lotta con milioni di galline impazzite per comprare quattro cazzate…davvero ce n’è bisogno? L’esagerazione e la corsa all’acquisto sfrenato a me fa una grandissima paura! Leggo a proposito…

“La limitatezza della merce disponibile a basso prezzo porta, di anno in anno, al verificarsi di episodi di violenza che possono sfociare anche nell’omicidio.”

…e mi vengono i brividi! Ancora una volta non è l’iniziativa in sé a sdubbiarmi, ma il non avere senso della misura. Chiunque ha avuto un’attività commerciale sa benissimo che novembre è un mese terrificante dove i numeri da segnare sul registro delle entrate sono piccolissimi (quando ci sono). L’idea di dare una botta ai conti di fine mese non è di per sé malvagia: i clienti risparmiano, si tolgono degli sfizi, magari anticipano qualche regalino per il Natale ed il commerciante è felice perché anche a questo giro è riuscito a coprire le spese senza dover impegnare un rene in banca. Poi però finisce sempre che a gonfiare sono le casse delle grosse catene, quelle davanti alle quali code di matti fanno la fila dalla mattina all’alba per tirarsi dentro a fare le corse per accaparrarsi la qualunque…ecco, io quando vedo certe scene penso che ci siamo discostati davvero poco dalle bestie!

Dallo scorso anno, invece, continua la Make SMTHNG Week, della quale vi avevo già parlato, ma che caldamente supporto e vi ricordo anche a questo giro. Proprio nei giorni di shopping compulsivo è nata questa iniziativa mondiale il cui scopo è quello di FARE invece di COMPRARE. Vedo già le teste che si scuotono “Già devo fare mille cose, ora devo pure mettermi a fare la piccola sarta o la riciclatrice folle?“. Beh, considerando quanto l’aumento dei consumi e delle produzioni sta mettendo in ginocchio il pianta…ogni tanto si può anche FARE un gesto concreto. O se non altro fermarsi a riflettere se prima di buttare un oggetto o un capo e correre subito a comprare qualcosa di nuovo, questo possa essere in qualche modo riparato, riciclato, regalato oppure scambiato. E’ un atto di attenzione e anche di creatività e questa settimana #MakeSmthng nasce proprio per ispirare, dare spunti e anche metodi a chi sostiene “ma io non so fare niente“. Anche tra il voler fare tutto e il non saper fare niente vince la via di mezzo…

Pic from Instagram Profile

Sul sito come al solito ci sono segnalati tutti gli eventi, ma io per chi è dalle parti della Toscana consiglio il workshop WARDROBE SPA organizzato da LOTTOZERO nel loro nuovo laboratorio inaugurato qualche settimana fa. In questa occasione, venerdì 23 novembre dalle ore 17.00 alle 20.00. verranno proposte una serie di tecniche per rivisitare capi e accessori vecchi, inutilizzati o semplicemente di cui ci si è stufati. I partecipanti porteranno da casa questi indumenti dismessi ed  alla fine torneranno con un capo completamente rinnovato, grazie alla sperimentazione ed apprendimento di varie tecniche come l’agugliatura, ricamo e stampa con lamine e termoadesivi. (info dettagliate le trovate qui)

Tra il consumo esagerato ed il riciclo a tutti i costi non c’è nessun vincitore se non il senso della MISURA. Non demonizziamo il commercio e gli acquisti e non pretendiamo di riuscire a fare tutto da soli tra le quattro mura domestiche; ci vuole un mix equilibrato di entrambe le cose, filtrato dalla coscienza e sostenuto dalla consapevolezza. Visto che anche marchi medio-piccoli aderiscono a questa iniziativa del venerdì nero per rimanere al passo con i tempi e nello stesso tempo fare un gesto carino nei confronti dei loro clienti, magari rivolgetevi a loro invece che alle grosse catene. 😉 Poi provate anche a fare qualcosa…secondo me vi darà un sacco di soddisfazione!

PS: Questo fine settimana proverò a fare la diretta su INSTAGRAM del mio primo #SFASHIONTALK e magari vi faccio anche un mini-workshop su come trasformare la vostra vecchia t-shirt solo utilizzando un paio di forbici 😉 Vi aspetto di là!

Spegnere il frullatore! (uscire dal casino)

Ho fatto male i conti. Un’altra volta. Non li ho proprio sbagliati del tutto, diciamo che quell’ uno+uno l’ho fatto diventare 3 con la magia e ora mi ritrovo a doverlo raddrizzare per farlo tornare un 2 a colpi di martello…chiodato! Volevo godermi Ibiza fino all’ultimo ma sono rientrata un po’ precisa, soprattutto per via della logistica incasinata e quindi è successo: sono finita dentro al frullatore! (la doppia vita con scadenza semestrale ha moltissimi pro…ma pure qualche contro, sappiatelo)

Il momento frullatore (o centrifuga, dipende se vi sentite più vicine alla cucina o al reparto lavanderia) capita un po’ a tutte: è quell’arco di tempo dove sei completamente immersa nel casino, dove ogni aspetto della vita necessita di essere sistemato, messo in ordine, controllato ed organizzato, dove tutto succede in un lasso di tempo talmente breve che non sai più da che parte rifarti! E vai nel frullatore alla velocità 3, cercando di fare di tutto di più, adottando la famosissima ma non sempre producente modalità multitasking con la quale incastrare in 24 ore quante più cose possibili per accelerare ancora di più i tempi e tentare di raggiungere gli obiettivi prefissati. Poi ti dimentichi di andare al bagno, ti viene la cistite e sei costretta a mettere forzatamente in pausa. No, la cistite non mi è venuta a questo giro…ho spento il frullatore prima che mi trasformasse in uno smoothie!

E’ facile farsi fagocitare dall’ansia, dall’iperattività, dalla necessità di avere tutto sistemato, tutto in ordine, tutto pronto per la ri-partenza, tutto già pronto per il Natale (cazzo, tra un mese e qualche giorno ci siamo e io ho messo via il costume ieri), dai momenti in cui le cose si accavallano con una facilità incredibile che tu fai appena in tempo a distrarti una attimo e ti ritrovi seppellita sotto montagne di cose DA FARE e da sbrigare. Sono i momenti in cui il tempo sembra sfuggire di mano e dove più tenti di avere tutto sotto controllo e più tutto sguscia via come un’anguilla inzuppata nel burro di Karité. E’ in questi momenti bisogna avere la lucidità ed il tempismo giusto per uscire dal frullatore! Facile a dirsi, decisamente più incasinato da mettere in pratica. Il rischio, però, testato sulla mia pelle, è quello di farsi prendere dalla paura del non farcela a fare tutto nei tempi giusti, cominciare a correre sulla ruota insieme al cricetino di casa e sprecare un sacco di energie senza concludere un cazzo! Come si fa?

Va creato fermandosi un attimo, osservando da fuori e prendendo coscienza che con il casino e le corse non si raggiungono obiettivi in maniera sana. Tutto e subito non è possibile.  Creare il tasto OFF è fare pace con se stessi, con i propri limiti e con le giornate che sono fatte di 24 ore nelle quali nemmeno quella stronza di Wonder Woman riusciva ad essere sempre iper-efficiente (perché mai dovrei esserlo io?). Solo quando si riesce ad uscire dal tritatutto si può creare un altro ritmo vitale, più umano ed anche più efficace, dando un ordine, prevedendo momenti ad alta intensità intervallati da momenti di pausa, da vita privata che si intreccia in maniera armonica con vita lavorativa, cura del corpo e anche della mente. Non vi dirò che ci sono da creare priorità sotto forma di liste, appunti o grosse scritte a pennarello nero sul muro del bagno, perché questo è già assodato come metodo indispensabile per non fare casino e soprattutto per scandire le cose anche in ordine temporale (fare prima le cose che devono essere consegnate prima). Non vi dirò nemmeno di alzarvi dalla scrivania ogni mezz’ora per far riposare la vista e non diventare tutt’uno con il computer o con lo strumento che usate per lavoro. L’ora di sport fa bene a chiunque e mettere il telefono in modalità aerea ogni tot. sicuramente fa rimanere concentrati su quello che stiamo facendo, ottimizzando la produttività. Ognuno ha il suo metodo, le sue strategie ed i suoi piccoli trucchi per rendersi la vita più semplice, serena ed ottimizzata. Il bello è che in teoria sappiamo tutto tutti, ma fino a che non si crea il proprio tasto OFF rendersene conto ed uscire dal casino è veramente complicato. Quando prendi consapevolezza e nel silenzio fai onesti conti con te stessa, quell’affanno da frullatore magicamente sparisce e lascia il posto al ritmo che scegli di dare alle tue giornate: a volte è jazz cadenzato e leggero, altre volte un morbido r’n’b, altre volte rock che ti dà la carica…ma vuoi mettere la musica con quel rumore snervante del frullatore in funzione?!? 😉

Io ho creato il mio tasto OFF…spero non si rompa in tempi brevi! E voi? Avete il vostro tasto OFF? Come lo attivate? Buon fine settimana…

Il linguaggio segreto delle etichette

Premetto che questo argomento è UN CASINO…nel senso, è molto ampio, variegato ed intricato; ci sono in ballo leggi nazionali, internazionali, marchi volontari e spontanei, per cui non esaurirò tutto in questo post (verrebbe fuori un libretto e molto probabilmente dopo metà articolo avreste già una gran confusione in testa e voglia di vestirvi di plastica pur non dover prestare attenzione a tutte queste informazioni). Proverò ad adottare la tecnica “a punti e a puntate” per introdurvi nel magico mondo delle certificazioni e del linguaggio segreto delle etichette. Già, perché le etichette dei nostri vestiti (così come di tanti altri prodotti), ci parlano! 😉 Il problema è che spesso parlano una lingua tutta loro, fatta di simboli, sigle e piccole icone disegnate, anche carine, ma delle quali non si sa assolutamente cosa c’è dietro.

C’era una volta un Codice del Consumo, redatto nel lontano ma non troppo ottobre del 2005 (e pare sia stato aggiornato circa tre anni fa) con il nobile scopo di tutelare i consumatori ed informarli sui prodotti che ogni giorno si ritrovano davanti e guidarli in una scelta più consapevole. Tra le sue righe è riportato l’obbligo di avere su ogni prodotto alcune informazioni “minime” che riguardano la composizione, la sede del produttore, i materiali impiegati e l’eventuale presenza di sostanze dannose per le persone, cose o l’ambiente. Queste norme valgono ovviamente anche per i prodotti tessili. Sappiamo tutti che le informazioni OBBLIGATORIE e non modificabili sono quelle tecniche che riguardano le fibre tessili con cui è composto il capo (di che materiale è fatto, in percentuale nel caso di fibre miste), ragione sociale e indirizzo del produttore (che molto spesso corrisponde a chi ha immesso sul mercato il prodotto) e le indicazioni per la manutenzione (quelle le avevamo già viste qualche tempo fa). E fin qui tutto bene, cose a cui siamo abituati e alle quali molto spesso non facciamo nemmeno più caso, ma che danno almeno le informazioni di base su chi ci stiamo portando a casa!!! 😉

Visto il crescente interesse verso prodotti tessili di maggiore qualità e che rispettino l’ambiente sono stati introdotti nel tempo alcuni MARCHI VOLONTARI e certificazioni che raccontano qualcosa in più sul prodotto. Non vi sto ad attaccare il pippone sul fatto che queste certificazioni possono essere rilasciate in maniera più o meno controllata (diciamo che alcune aziende vogliono solo il bollino per essere in linea con il momento storico e la richiesta), ma se non altro molti produttori stanno veramente rivedendo il loro modo di operare per essere realmente più sostenibili e meno impattanti. Ce ne sono svariate e ne stanno spuntando altre un po’ come funghi dopo un giorno di pioggia, ma intanto iniziamo da una parte.

EU-Ecolabel: E’ un marchio europeo usato per certificare  il ridotto impatto ambientale dei prodotti o dei servizi offerti dalle aziende che ne hanno ottenuto l’utilizzo (sempre secondo il regolamento CE n. 66/2010). Praticamente ti dice che i prodotti sono stati realizzati rispettando l’ambiente durante tutto il loro ciclo di produzione e vita, dall’inizio fino allo smaltimento finale (in un’ottica di economia circolare).

 

Altro marchio famoso ed entrato a far parte del linguaggio comune, soprattutto di chi ci lavora, è la certificazione GOTS – Global Organic Textile Standard. Molto difficile da ottenere, non indica solo un tessuto di origine biologica, ma valuta tutti gli aspetti della produzione: dalla coltivazione della materia prima alla commercializzazione del prodotto finito. Questa certificazione è stata sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di controllati criteri ambientali e sociali applicati a tutti i livelli della produzione. Per prodotti tessili biologici bisogna che ALMENO il 95% delle fibre di cui è composto il capo sia di origine organica (bio). Il restante 5% può essere costituito da altre fibre naturali non biologiche come cotone standard, lana, canapa, oppure costituito da fibre artificiali di origine naturale come viscosalyocellmodal, ma anche da altre fibre ottenute grazie al riciclo di materie prime. Insomma, il 100% bio non è garantito!!! Esistono anche casi in cui la certificazione sia rilasciata ma nell’etichetta si trova scritto “Fatto con il 70% di fibre bio“: in questo caso sappiamo che l’altro 30% può essere composto anche di fibre non bio.

 Altra sigla e disegno che vi potrà capitare di vedere sui prodotti tessili è quella firmata OEKO-TEX® Standard 100, che dal 1992 (mica ieri)  è un sistema di controllo e certificazione indipendente per i prodotti tessili (materie prime, semilavorati, e prodotti finiti) che garantisce che i prodotti tessili non contengano o rilascino sostanze dannose per la salute umana. Parentesi: la chimica è presente dappertutto, anche noi esseri umani siamo soggetti a reazioni chimiche, ma esiste una chimica “buona“, controllata ed utilizzata secondo processi non dannosi, ed una chimica che invece danneggia l’ambiente in primis e noi a seguire. Detto ciò la certificazione viene rilasciata in seguito a test per sostanze nocive che tengono presente l’uso di destinazione del prodotto tessile: quanto più un tessuto deve entrare a contatto con la pelle (e quanto più sensibile è la pelle) maggiori sono i requisiti umano-ecologici che si devono soddisfare. Ad esempio per i prodotti per bambini o intimo ci sono restrizioni e standard molto alti!!!

Altro nato in casa Oeko è Oeoko tex ® – Made in Green, un marchio di tracciabilità per i prodotti tessili sostenibili realizzati con materiali privi di sostanze nocive in impianti a basso impatto ambientale e luoghi di lavoro sicuri. La cosa divertente (e utile) di questa certificazione è che ogni prodotto che presenta questo marchio possiede un codice QR con il quale tracciare la produzione (in questo caso siamo più sicuri che i passaggi siano stati rispettati in maniera corretta…insomma, che non ci stanno raccontando cazzate semplicemente mettendo un bollino su un capo)!

Avete le idee un po’ più chiaro o vi ho finito di incasinare? Vi lascio assimilare le info e per oggi la chiudo qui. Ritorneremo sull’argomento perché mica è finito qui…;) Se poi trovate simboli strani in giro e volete delucidazioni…MANDATEMELI!

Buccia di banana/Sciarpe equivoche (o menti equivoche?)

Ci sono oggetti che vengono creati appositamente ispirandosi ad altre forme ed altri che invece le evocano in maniera parecchio diretta. A volte sono scelte, a volte sono citazioni, a volte sono copie ed altre volte sono errori, cose non volute che danno effetti e suggestioni indesiderate. E’ il caso della sciarpa-topa* (*topa nel senso di vagina) di Fendi che da giorni circola sul web (ma che magicamente è scomparsa dal loro e-commerce)…

Ora non dovrebbero impressionarci più oggetti che ricordano l’organo riproduttivo femminile (dopotutto siamo già passati nell’anno della vagina lo scorso 2017, ricordate?) e forse è solo un’associazione percettiva suggerita dalle recensioni sui vari media che così l’hanno etichettata fin da subito…o più semplicemente quando hanno realizzato le foto per l’e-commerce lo stylist ha avuto l’infelice idea di ripiegarla in questo modo un po’ così…fraintendibile! Insomma, non so se Fendi avesse la reale intenzione di lanciare come must have per il prossimo inverno la sciarpa-topa o se è solo una casualità fotografica, ma il risultato è stato questo…

Anche la scelta colore della seta, questo rosa antico tendente al carne, con l’abbinamento della pelliccia sbarazzina dai toni scuro-chiari, non è stata un’idea felicissima: la stessa base con un pelo tono-su-tono avrebbe sortito un effetto visivo decisamente diverso (al massimo poteva sembrare la passera di una coniglietta di playboy 😛 ) La foto del capo indossato, poi, suggeriva caldamente l’immagine di un parto…simpatico, veritiero, ma non bellissimissimo! Eppure è solo una sciarpa di seta con pelo (e purtroppo la cosa più brutta è che il pelo è vero), basta cambiare colore ed ecco che l’effetto vagina sparisce immediatamente…

Un minuto di silenzio e un biiip di censura su qualsiasi altro pensiero vi sia venuto in mente guardando quest’altra variante! In ogni caso, dopo che la sciarpa da 790 € di Fendi è stata battezzata “750-pound-vulva-scarf” da un post sul The Guardian e diventata virale su molti siti web nel giro di poco, è magicamente sparita la variante color carne dallo shop. Le altre due, per chi fosse interessato, sono ancora disponibili. Che sia stata un’apposita mossa di marketing per incrementare il traffico sul sito? Questi uomini del marketing moderni si inventerebbero di tutto pur di vendere di più… 😉 I commenti online si sono sprecati, ma io vi lascio riflettere sulla questione con lui…

“790 euro per infilare il collo nella vul.., pardon, nella sciarpa di Fendi? Mai pelo fu pagato così caro”

Buon luned…ops, è martedì!!! 😛

Re-wear: Torino parla di moda sostenibile con la terza edizione di Dreamers

Sognatori sì, ma anche attivi (che i sogni se li lasciamo nel cassetto fanno la muffa). Quando si entra nell’intricato mondo della sostenibilità, soprattutto nel campo della moda, scoraggiarsi è un attimo, ma se nessuno muove un dito di sicuro passi in avanti non se ne fanno. Fortunatamente le conversazioni intorno all’argomento si stanno intensificando e anche le mosse pratiche e gli eventi. Illuminante e con mille spunti interessanti sarà la terza edizione di Dreamers, rassegna di moda indipendente e di ricerca in scena a Torino dall’1 al 4 novembre presso gli spazi Toolbox.

Quest’anno il tema è proprio “Re-wear“, un’esplorazione dell’altra moda, un invito a riscrivere i codici estetici senza separarli da quelli etici, uno spiraglio sul futuro della moda in una direzione diametralmente opposta a quella che si è fatta prepotentemente spazio negli ultimi anni. Rallentare i consumi, non sprecare, riciclare, imparare a riparare, riutilizzare ed innovare utilizzando creatività e circolarità anziché sprecando risorse preziose per il nostro pianeta. Il progetto progetto ideato e curato da Barbara Casalaspro e Ludovica Gallo Orsi, si sviluppa in quattro sezioni: quella dei talk, ovvero chiacchierate informative pensate per ascoltare e condividere progetti e differenti punti di vista; i workshop, laboratori per adulti, ragazzi e bambini condotti da esperti del settore che illuminano su cosa possiamo realmente fare tra le nostre mura domestiche; i percorsi espositivi e le performance, perché la moda è anche un’arte e va rivalutata anche in questo senso: la fiera che presenta una selezione di 44 slow brand, tra atelier, fashion designer, collettivi che già da tempo si impegnano in questa direzione fatta di ricerca, innovazione, etica, creando prodotti assolutamente Made in Italy, edizioni limitate e pezzi unici. Insomma, per chi chiede dove, come e chi sono gli attori di questo cambiamento (e dove acquistare capi sostenibili) ecco, qui almeno una piccola selezione c’è… 😉

Le attività in programma sono tantissime (consultabili qui): si parte con la performance di giovedì alle 18  “Parade. Recycling Warriors” , un l’evento site specific curato dell’artista Enrica Borghi; una sfilata di donne guerriere che indossano maschere e accessori, elementi non solo di decoro, ma vere e proprie coperture per marciare a favore della sostenibilità. La mostra Re-Wear è sviluppata in sette tappe, ognuna affidata a designer, artisti e studenti di scuole di moda che hanno interpretato questo tema sviluppando progetti ad hoc, tra cui Fondazione Pistoletto, Tiziano Guardini (Vincitore del Green Carpet Award 2017), Polimoda e Naba. Anche la parte dei Talk vedrà affrontare numerosi argomenti, tra cui la circolarità nel sistema moda, come comunicare la moda etica, le nuove frontiere del denim (con i signori di ISKO denim, azienda di cui vi parlerò a breve e con la quale sta nascendo un’interessante collaborazione), il vintage intramontabile con il fondatore di A.N.G.E.L.O. Vintage e anche un’interessante conversazione su  “Cosa significa oggi essere Out of Fashion?” (ve lo dico io, significa essere sfashionisti dentro e fuori 😉 ) nella quale interverranno Anna Detheridge (fondatrice di Connecting Cultures e  Out of Fashion), Matteo Ward (ideatore di Wrad Clothing) e Benedetta Barzini (docente di Cultura della Moda) moderati da Paola Baronio, giornalista, attivista e penna brillante del blog “La mia camera con vista”.

Tra chiacchierate, mostre, attività per grandi e piccoli e la sezione di designer indipendenti ce n’è davvero abbastanza per entrare nell’argomento, esplorare le innovazioni, conoscere professionisti e personalità che si muovono in questo ambito e toccare con mano il cambiamento che non solo è possibile, ma è reale. Smettiamo di sognare e muoviamoci in una nuova direzione.

DREAMERS
1-4 novembre 2018
Torino
Toolbox
Via Egeo 18
Ingresso libero
Orari apertura: Giovedì 1 nov ore 18 opening;  Venerdì 2 e sabato 3 nov ore 11-20; Domenica 4 nov ore 11-19.

Buccia di Banana/Collaborazioni illustri e gli stivali definitivi

Io a Jeremy Scott gli ho sempre voluto un po’ bene; ho sempre ammirato il suo buttarla completamente di fuori facendo esattamente quello che gli passava per la testa, i colori, l’esagerazione, i pattern e quello spirito iper-kistch che si cela dietro ogni collezione. Da quando è salito alla direzione di Moschino qualche scivolone l’ha fatto (a mio avviso), ma non mi aspettavo che anche lui scendesse a patto con il Male: esce l’8 ottobre la nuova collezione-pillola realizzata per i signori della Moda Pronta “H&M.

Ebbene sì, anche lui è cascato su questa tendenza diffusa di grandi marchi che decidono di collaborare con i colossi del fast fashion mondiale per creare collezioni uniche ed “accessibili; la scusa principale è quella di “fare un regalo ai propri fan“, vendendo stile a basso costo in modo che tutti possano approfittare di questa operazione democratica e sentirsi fighi allo stesso tempo. Già, ma a scapito di cosa? La domanda è retorica, già lo sappiamo in cosa si va a perdere. In realtà si tratta di marketing allo stato puro, un accordo autorizzato per cui per una volta H&M ha la firma dello stilista e non solo lo stile, che quello lo copia quotidianamente dalle sfilate per riproporre capi di super tendenza a prezzi popolari. Che il designer di turno si diverta molto in queste occasioni non c’è dubbio, ed anche in questa collezione Jeremy dev’essersi divertito parecchio, con questo street style dichiarato tra catene, tute e stampe giganti di Topolino (dai no, Topolino non lo reggo)!!!

C’è da dire che con tutti questi richiami al mondo dell’hip hop certe cose mi piacciono e pure parecchio; tra l’altro i prezzi non saranno quelli che ci si aspetta normalmente nella grande catena, anzi, alcuni pezzi sono decisamente sovrapprezzo (sempre secondo il mio onesto parere eh). Abbigliamento, capi in pelle decisamente sexy, felpe e tanto denim, ma le giornaliste di moda che ne capiscono suggeriscono che il vero pezzo forte della stagione, quello cool con la “C” maiuscola, quello imperdibile sul serio è il super stivalone alto! LUI…

Hanno il tacco alto super sensuale, ma anche la punta rinforzata e i lacci effetto boots da montagna, hanno il gambale matelassé in puro stile Moschino e fanno bling bling con le maglie oro e i logo lettering così cari alla maison. Sono iperfemminili, ma con un tocco irriverente. Ergo sono perfetti per tutte le cool girls che questa stagione vorranno osare.” Eh già, un pezzo facile facile, veloce da abbinare, comodo, ideale per la vita di tutti i giorni, i sanpietrini di Firenze, il traffico di Roma, le pozzanghere d’acqua e anche i rivoli di fango. Insomma, le scarpe ideali, risolutive, necessarie. Sobri e delicati, sono abbinabili con tutto, meglio se con grandi felpe usate come mini-abiti o con un bel tubino in pelle da castigatrice…in questo caso però meglio non scordare a casa il frustino! 😉 Costo dell’operazione? 399 €…mica 50! Aveva detto accessibile? Certo, con un altro nome sopra molto probabilmente sarebbero costati 3 volte tanto, ma a questo punto vorrei toccarli per valutare i materiali e la quantità di plastica e gomma realmente presenti…però non importa, sono GLI STIVALI della prossima stagione e un investimento su un paio di scarpe buone ogni tanto va fatto…e perché andare da un bravo artigiano quando ci sono i Signori di H&M?!? O_o Tra gli accessori non mi farei scappare l’orecchino preservativo da indossare solo in pendant con la borsa. Ma soprattutto non mi farei scappare l’occasione di rimanere a casa invece di andare a fare razzie di questa incredibile collezione (nel senso che io non ci credo ancora che Jeremy si sia venduto al Diavolo) in uno dei negozi di catena…o no?!?

Buon lunedì…

Omissioni, bugie e sincericidio

Dì sempre quello che pensi. Sii sincero. Le bugie hanno le gambe corte ed il naso lungo. Meglio fuori che dentro…le emozioni, i pensieri, che avevate capito!!! 😉 ” Insomma, fin da piccoli ma ancora di più da adulti, spinti anche da terapisti e coach di varia natura, veniamo educati alla sincerità, al buttare fuori, all’essere onesti, al condividere emozioni, pensieri ed eventi. Ed effettivamente è cosa buona&giusta. Eppure, in alcune occasioni, omettere sarebbe decisamente più saggio ed utile!


Qualcuno dice che “essere sinceri non significa dire tutto ciò che pensiamo, ma non dire mai il contrario di ciò che pensiamo“. Ed in effetti c’è una differenza sottile tra il dire piccole innocue bugie, gesto fatto principalmente per pararci il culo da possibili conseguenze sgradevoli, pericolose o solo noiose che, un po’ per pigrizia un po’ per infingardaggine preferiamo evitare, e l’omettere alcune cose. La bugia è una distorsione volontaria della realtà per adattarla ai nostri bisogni e salvaguardarci da possibili conseguenze negative; spesso il movente della bugia è la paura, altre volte si tratta di piccole bugie benevole e sottili dettate dalla compassione verso il prossimo. In ogni caso, si tratta sempre di una cazzata!!! L’omissione, più diplomatica, è semplicemente un non mettere al corrente, sempre in maniera volontaria e premeditata, di alcune notizie, fatti o pensieri. Il non dire che prende il sopravvento sull’esubero verbale che, diciamo la verità, ogni tanto se ne può fare anche a meno. Perché essere sinceri SEMPRE, con tutti e a prescindere da tutto ed in ogni situazione non è sempre una buona idea.

Gli psicologi lo chiamano SINCERICIDIO e, come fa intuire la parola stessa in maniera forte e diretta, è un suicidio fatto in nome di verità che, anche se scomode, meglio dirle che non dirle. Questa tendenza al massacro di se stessi in primis e di conseguenza anche del prossimo in nome della sincerità più pura e “sana” in realtà è spesso sintomo di una mancanza di tatto, di poco rispetto che può sconfinare in maleducazione. Davvero è necessario sputare fuori tutto ciò che ci passa per la testa? Opinioni non richieste, giudizi affrettati, alleggerimenti di coscienza inutili, informazioni dette per creare casini…insomma, quante volte ci troviamo davanti ad improvvise bombe di sincerità non richieste che ti lasciano con gli occhi spalancati e con un grande punto interrogativo in testa?

Tra sincericidi inutili, bugie pesanti e piccole omissioni credo che l’ideale sia PENSARE 5 minuti in più e cercare di capire. Prima di tutto pensare a cosa vogliamo dire, elaborare il tutto in maniera sensata ed educata (non c’è bisogno di ferire il prossimo gratuitamente, anche se quello che abbiamo da dirgli può fare male, troviamo comunque la maniera più civile…); in seconda battuta chiediamoci PERCHE’ sto per dire quella cosa: che scopo voglio raggiungere? Che reazione voglio ottenere? Lo faccio per me, con quale beneficio? E la persona a cui è indirizzato il messaggio è pronta a digerire quello che sto per dirgli a livello emotivo? Ce la può fare o è una cosa che posso evitargli? La verità a volte è scomoda, a volte fa male e non a tutti piace sentirsela dire. Ecco, io non sottovaluterei il fatto che non tutti sono pronti a sentirla ed anche saper calcolare il momento ed il contesto giusto per dire le cose, tenendo la bocca chiusa fino a quel momento, è una virtù da non sottovalutare. Preziosa quanto l’essere sinceri. Preziosa quanto l’empatia che serve per decidere quando omettere delle cose e quando è il caso di dirle.
Qualche illuminato sosteneva che “per stare bene con se stessi, bisogna raccontarsi sempre la verità, ma per stare bene con gli altri, no.” Io credo che bisogna essere coerenti con la propria inclinazione e che la sincerità sia una cosa meravigliosa…ma in alcuni casi piccole omissioni, anche momentanee, sono più utili e sane. Sicuramente più sane di piccole o grandi cazzate…o no?!? 😉

Buon fine settimana…