Fashion Revolution Week #5: 23/29 aprile

Sono passati già cinque anni dal crollo del Rana Plaza, stabilimento produttivo del Bangladesh che ha visto morire in un solo colpo 1138 persone e ferirne altre 2400, un evento che ha scioccato il mondo della moda (e non solo) e che nello stesso tempo ha dato vita al movimento Fashion Revolution per una filiera più trasparente, etica, rispettosa dei lavoratori e dell’ambiente. In questi cinque anni di attività numerosi obiettivi sono stati raggiunti, la parola “sostenibilità” è entrata a far parte dei discorsi comuni e dei pensieri delle grandi aziende, ed è proprio per questo che non c’è da fermarsi, anzi, ora più che mai è il momento di continuare a spingere sull’acceleratore. La Fashion Revolution Week torna in tutto il mondo dal 23 al 29 aprile.

Quando si pensa che un piccolo gesto non possa fare la differenza si commette un grosso errore: fashion revolution è l’unione costante di tanti piccoli gesti quotidiani che un giorno dopo l’altro, a livello globale, sono riusciti a smuovere coscienze, a far prendere provvedimenti alle aziende e ad avere un impatto reale sul mondo della moda. Tantissimi brand hanno rilasciato informazioni sulla loro filiera produttiva, rendendola trasparente ai consumatori e facendo in modo che si possa scegliere chi si comporta in maniera più corretta. Una risposta in aumento anno dopo anno ma che ha bisogno ancora di lavoro e di informazioni (a questo proposito, per chi vuole approfondire, consiglio di scaricare il Fashion Transparency Index, un report su 100 brand e distributori classificati secondo le informazioni rilasciate in merito al loro impatto sociale e ambientale).

Tantissimi produttori hanno potuto finalmente avere un volto, raccontare le loro storie e cominciare ad avere una voce ascoltata per richiedere condizioni di lavoro più corrette e stipendi adeguati. Sono spesso storie di donne, che godono di pochissimi diritti, che lavorano in pessime condizioni che le portano spesso ad avere gravi problemi di salute, che guadagnano meno del minimo sindacale, quel poco che a volte non basta nemmeno a sostenere la famiglia fino alla fine del mese. Il progetto Garment Workers Diary è nato per questo e sta continuando a dare i suoi risultati, grazie a ricerche ed indagini svolte costantemente sui posti di lavoro (roba non facilissima, visti gli ostacoli burocratici, ma non si molla, mai!)

Tantissimi consumatori hanno cominciato a chiedere, informarsi e FARE scelte differenti, grazie ai numerosi eventi, talk e laboratori aperti che si tengono durante la settimana della Fashion Revolution e durante tutto l’anno. Parlare di determinati argomenti è una cosa che dovrebbe interessate tutti, non solo chi lavora in questo settore, perché tutti andiamo in giro VESTITI e quello che mettiamo addosso è frutto di una scelta. Se farla essere una scelta casuale o una scelta consapevole dipende solo da noi. Ecco perché è importante intavolare conversazioni, educare ad un approccio al consumo differente e sviluppare uno spirito critico anche in merito all’argomento (voglio dire, cibo km0 ma vestiti di plastica prodotti chissà dove? C’è qualcosa che non torna…).  I numeri crescenti fanno ben sperare, ma la rivoluzione deve continuare. Come?!?

Ci sono molti modi in cui prendere parte a questa iniziativa, comodamente seduti sul divano diffondendo il verbo tramite social network, continuando a chiedere ai brand #whomademyclothes nominandoli pubblicamente,  leggendo o scrivendo una LOVE STORY su un capo che ami particolarmente (invece di comprare sempre cose nuove bisognerebbe amare e far durare di più quelli che abbiamo già), guardando o registrando un video in cui si ripara, trasforma o rivoluzione un vecchio capo di abbigliamento invece di buttarlo, proponendo una #haulternative che possa essere di ispirazione anche per altri. Oppure si può fisicamente alzare le chiappe dal divano di prima e prendere parte ai numerosi eventi che si tengono in tutto il mondo: tavole rotonde, workshop di cucito creativo, swap party dove scambiare abiti, proiezioni di documentari e film. La lista viene aggiornata sul sito in questi giorni, ma per saperne di più su quello che viene organizzato nel nostro Paese consiglio di seguire la pagina di Fashion Revolution Italia. L’importante è attivarsi…tipo condividendo questo post, ad esempio 😉

Più informazioni su come collaborare le trovate QUI, insieme a dei pdf scaricabili con un sacco di dritte su come condividere, realizzare video e partecipare attivamente a questa missione. Io intanto il 21 aprile sarò a Biella con Federica di Hobo per uno #sfashiontalk con baratto allo Spazio14, mentre il 26 sarò a dare man forte ai ragazzi di Fashion Revolution Ibiza. Ma vi terrò aggiornati. Voi cosa fate? 😛

Buccia di Banana/Campagne Fashion: Why? #13

Quando si parla di “pose plastiche” nelle campagne pubblicitarie c’è una categoria di abbigliamento che vince su tutte: quella dei costumi da bagno! Lo so che la primavera si è appena manifestata e che l’idea del mare è ancora lontana, eppure a me è caduto l’occhio sulle pubblicità dei costumi. Il costume in sé parla di acqua salata, di spiagge, di sole, di libertà, della magia dell’estate, di pelle scoperta idratata da creme solari. E fin qui tutto bene, moltissime campagne pubblicitarie sono orientate in questa direzione di freschezza estiva, con signorine che sfoggiano bikini colorati o interi intriganti in una maniera elegante. Altre invece decisamente NO, che conservano quel retroscena sempre sul filo dell’erotico-sessuale a mio parere gratuito. Voglio dire, già nella pubblicità dei costumi da bagno di pelle esposta ce n’è tanta, giustamente il capo è quello lì,  ma c’è davvero bisogno di far posare le modelle a 90° o a gambe larghe?!? Non è che in quel preciso punto-passera c’è qualcosa di fondamentale per capire la vestibilità o i decori del bikini, quindi qual è lo scopo finale?!? Di sicuro non quello di emulare pose in cui normalmente le donne prendono il sole o stanno lì a chiacchierare con le amiche mentre provano ad abbronzare l’interno coscia che sennò rimane bianco. Lo so, la domanda è retorica, ma ancora una volta mi domando e dico: c’è davvero bisogno di caricare sessualmente il corpo femminile in ogni sua esposizione? Si vendono più costumi così? Mentre mi ponevo queste domande ieri scorrendo immagini di campagne di bikini, mi è arrivata sotto gli occhi la notizia di una surfista britannica, Sophie Hellyer, che ha deciso di gareggiare con la muta integrale e non più con il costume da bagno perché anche in quell’ambiente si valutano più i cm di pelle esposta che la vera abilità nel cavalcare le onde. In più, aggiunge la surfista, le ragazze che surfano in bikini finiscono sulle riviste, quelle con la muta no. Effettivamente saranno anche più sexy con i costumini che fanno capolino dalle onde, ma stiamo parlando di culi o di sport?!? Per capire di cosa parlo vi lascio immagini e aspetto commenti…

Brand: Vari di costumi da bagno / Campagna: open…quando le gambe aperte sono un di più!

Insomma, i costumi si possono fotografare anche così…

Buon lunedì…;)

Galateo dell’approccio on-line

Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, sentirsi dare una risposta negativa è un’eventualità che va contemplata tra le possibili opzioni! Il cappelletto è per introdurre una storiella che mi ha lasciata in un primo momento basita, poi mi ha fatto tappare la vena, ma solo per cinque minuti, per poi farmi decidere di scrivere questo post: sì, la scrittura è decisamente la mia valvola di sfogo più sicura 😛 Che il web abbia favorito gli approcci uomo/donna e agevolato le comunicazioni siamo tutti d’accordo e in parte anche grati (solo in parte), ma questo non giustifica scortesie gratuite, insistenze prolungate, comportamenti infantili e tanto meno offese finali. Vi racconto uno stralcio di vita virtuale vera, giusto per chiarire che le cose, se fossero fatte meglio, darebbero risultati migliori…

Qualche settimana fa, dopo la diretta su radio m2o, mi scrive un tipo su instagram, dicendomi che mi aveva ascoltato e commentando l’argomento della puntata. Io rispondo (io rispondo SEMPRE, non avendo ancora il numero gigantesco di seguaci della Ferragni posso farlo e soprattutto mi va, perché la storia del rispondere è cortesia mamma me l’ha insegnata bene), commentando a mia volta. Scambio un paio di battute poi, in quanto venerdì sera, esco e mi stacco dal telefono. La vita vera ha bisogno di considerazione a volte. La mattina leggo:

“HEY! COME MAI NON RISPONDI?” –

1-Prima accortezza del galateo del web: IL MAIUSCOLO E’ COME ALZARE LA VOCE. Come ti permetti di alzare la voce o di infastidirti con una persona che manco conosci? Il “come mai non risponde” meriterebbe un articolo a sé, ma accettiamo il fatto che le persone abbiano una vita OLTRE il telefono (alcune, altre sono assorbite al 99%), fosse anche solo per farsi una sana seduta al bagno o una cena con gli amici. Se uno non risponde nel giro di 24 ore ci si può iniziare a preoccupare, prima consiglio di evitare di essere insistenti. INSISTENTI CON IL MAIUSCOLO (e l’hey) POI…

Cerco di essere cordiale e rispondere in maniera gentile, spiegando che nel frattempo lavoro anche. “Ma se ti scrivo è perché ti trovo interessante”. Ora la mia acidità mi avrebbe naturalmente portato verso un “A me invece m’hai già sbriciolato le palle, comunque grazie“, mi sono limitata a sorridere e fargli continuare la conversazione, che non ha preso una piega migliore; dopo avermi descritto la sua vita, lavoro e hobby in 3 righe (di instagram, quindi righine) se ne esce con un:

Dai bella, lasciami il numero che ci sentiamo su whatsapp” (DAI BELLA…ma che sono tua sorella?!?)

2-Accortezza numero due: intuire il tono delle risposte dell’altro è un buon modo per regolare il proprio, di tono. Ora, per quanto uno possa essere sciolto, intraprendente e disinvolto, non può, a mio modesto parere, evitare di valutare risposte a monosillabi e scambiare cortesie per segni di interesse. Insomma, anche dai primi scambi di battute si può capire se e quanto uno è interessato. O in ogni caso, cercare di capire con chi stai parlando e settare il tono della conversazione in maniera adeguato (non stai mica adescando una ventenne su Tinder, cazzarola)!

3-Di seguito viene l’accortezza numero tre: l’insistenza massiccia non paga. Chiedere il numero tre volte ogni due frasi o chiedere di uscire/vedersi ogni cinque minuti, quando in risposta arrivano eleganti commenti evasivi con chiaro sottofondo negativo, serve solo a far sfavare chi sta dall’altra parte!

4-Gli ultimatum anche NO! “Allora, ci vediamo sì o no?“. Va bene non capire, va bene volere una risposta, ma non va bene che a una persona con la quale stai parlando da 24 ore gli fai l’ultimatum a bruciapelo. Perché l’ultimatum ha sempre un 50% di possibilità di risposta negativa, che va messa in conto per poi non finire a fare la figura del pazzo (o del cogli…insomma, avete capito) e inscenare la scenetta della Volpe e l’Uva. La storia la conoscete tutti immagino: il volpone non riesce ad arrivare a mangiare l’uva di cui aveva proprio voglia e dice che era acerba. Lupo 0-Uva 1. Fine della storia. Ecco, se uno si ritira senza troppi sproloqui secondo me ci fa più bella figura. Quando la volpe passa alle offese…fa proprio la figura della persona poco intelligente.

5-Le offese tenetevele per voi…! Offese gratis a sconosciuti/e perché ci hanno rifiutato non è davvero un modo elegante per concludere la conversazione. Offenderla dopo averla riempita di complimenti martellandola perché uscisse con voi, fa di voi un folle bi-polare o un perfetto idiota. Insomma, non ci passate bene.

Ringrazia Dio che uno come me ti ha contattata“…è una frase pessima e inutile con la quale mettere fine alla lagna-da-ego-ferito; si potrebbe rispondere con un sacco di modi lapidari, ma credo che un silenzio sia il modo migliore per far capire quanto sarebbe stato meglio accettare un rifiuto e tacere. La morale della favola è che ben vengano gli approcci e le conoscenze online, ma non deve mai sfuggire la regola delle regole:

…mamma mi ha insegnato bene pure questa; infatti mi sono beccata della “pazza/fattona” senza riempire il malcapitato di insulti. Sto migliorando, sarà la saggezza della vecchiaia?!? 😉 Meno male che nel web girano anche persone per bene, simpatiche e capaci di approcci brillanti e non invadenti.

Voi avete avuto qualche approccio spiacevole o troppo insistente in rete? Raccontateceli! Anche in diretta alle 18.25 su radio m2o; io e LaMario siamo pronte a raccogliere e commentare le vostre storie! 😉 Buon fine settimana (ah, se volete mi trovate fino a domenica alla Woman Sailing Cup di Chiavari)

Vintage Revolution/Ho preso “in prestito” la giacca della mamma (e non la tolgo più)

Testo e Foto di Federica Pizzato

Anche voi avete uno strano rapporto con il tempo? Inteso proprio come svolgimento meteorologico delle giornate? Tanti di noi sono ormai slegati dai fenomeni regolati dalla natura, io invece sento sempre una forte e ben chiara connessione con gli eventi atmosferici che caratterizzano le mie giornate. Soprattutto dopo quello che mi è sembrato un lungo, lunghissimo inverno come questo (che stenta tra l’altro ad abbandonarci). Appena vedo un raggio di sole tutto in me si accende, devo per forza uscire, guardare il cielo, respirare i tiepidi odori e, ovviamente, vestirmi di Primavera!

Ed è proprio in uno dei rarissimi giorni di sole che questo marzo ci ha riservato, (almeno dalle mie parti) che sono uscita piena di voglia di farmi fotografare vestita di colori, ma non solo! Vi ricordate quel gioco che molte di noi facevano da piccole? Prendere a caso dall’armadio di mamma e vestirsi in grande stile? Ve la ricordate la giacca della mamma? Non una giacca qualunque, quella che metteva nei giorni di festa, magari la domenica, o magari per andare al ristorante… No, non sto scherzando anche se molti, arrivati a questo punto, mi staranno già prendendo in giro. Beh, il mio giorno di sole l’ho trascorso indossando tre giacche della mamma estremamente diverse tra loro, e che spaziano tra gli anni ’80 e i ’90. Ho giocato con pochissimi accorgimenti per renderle contemporanee, fresche, attuali, eleganti e spiritose. Ma analizziamole una per una:

Il doppio petto: verde brillante con quell’allure anni ’80 che solo i doppio petto e le spalline imbottite riescono a dare, questo giacchino corto ha risvegliato in me la voglia di sperimentare, e come ho già accennato di giocare con forme e colori. Nella foto lo indosso con i bermuda e una semplice t-shirt con scollo a cuore ma secondo me starebbe benissimo anche con una gonna a ruota o con un semplicissimo paio di jeans, come tutte le giacche eleganti d’altronde 😉

La floreale: Fiori e fuxia. Non so quali sono le vostre passioni ma queste sono due delle mie. Queste rose mi hanno colpito dal primo istante in cui le ho viste, laggiù, in mezzo al cestone degli abiti del baratto e, ovviamente ho detto miaaaaaah! Inutile dire che sì, questa giacca è un po’ abbondante per me ma riesco a portarla con disinvoltura aperta e, ogni tanto arrotolando le maniche. Mi piace molto indossata con un bel paio di panta palazzo scuri, ma anche con un abito nero non deve essere per niente male!

La vera giacca della MIA mamma. Lo giuro su quello che volete, questa giacca, realizzata dal sarto di paese per l’occasione, in pura lana biellese, la indossava mia mamma nel giorno della mia prima comunione. Come è chiaro ai più, lei lo indossava in uno dei classici tailleur minimal anni ’90 cosa che io non mi sento sinceramente di fare (anche perché, detto tra noi, non entrerei nei pantaloni). La prima volta che l’ho indossata mi sono sentita stupenda ero ad un matrimonio e il mio abito lungo con le rose nei toni del nocciola e del grigio è stato più che valorizzato dal rosa antico di questo bel capo. Per essere un po’ più easy e sportiva invece abbinarla al blu secondo me è stato il top e qualche dettaglio bordeaux o vinaccia potranno sicuramente ragalarle un twist in più (la scarpa, una bella collana o un bracciale) e ovviamente valgono sempre i jeans. Io ci immagino quelli a zampa ma lascio spazio alla vostra fantasia!

Se anche voi avete una povera giacca della mamma relegata nell’ultimo anfratto dell’armadio così da non poterla vedere, vi prego, tiratela fuori, fatele fare un bel viaggetto in lavanderia, portatela a casa, appendetela davanti ai vostri occhi e provate ad immaginarla come quel pomeriggio di 20 anni fa, quando vi sembrava «La più bella!» mi gioco quello che volete, tornerete ad indossarla!

Per seguire HOBO VINTAGE BIELLA (e Federica) ci sono INSTAGRAM e FACEBOOK. Tra l’altro vi anticipo che il 21 APRILE saremo insieme a Biella allo Spazio14 per uno #sfashiontalk a base di moda alternativa, baratto e un aperitivo musicale! 😉

Buccia di Banana/Quando l’unicorno sfugge di mano

Gli unicorni esistono e sicuramente si paleseranno in un momento di buio cosmico per salvarci dalla distruzione e portarci via in un mondo fatto di arcobaleni, morbide nuvolette e glitter colorati non inquinanti. Nel frattempo, oltre all’invasione iconografica dell’animaletto in questione in tutte le forme e varianti, da quello serio a quello buffo in versione cartone animato fino all’ibrido incrociato con qualsiasi altro animale, stanno arrivando tutti i trucchi per trasformarsi esteticamente nell’animaletto magico dei sogni. Ecco cosa si può fare…

Da donna a unicorno in pochi passaggi 

1-L’artiglio, pardon, le unghie sono molto importanti. E se ormai la nail-art è praticamente senza confini, ecco che elaborazioni di questo tipo, con gli opportuni tutorial, sono alla portata di tutte…quelle che hanno una pazienza infinita e anche un attimo di manualità. Sul fattore comodità ormai non mi esprimo più, la moda sembra non essere pensata per questo. Figurati il mondo del beauty 😉 In ogni caso, con ricciolo o a punta, l’importante è scegliere smalti iridescenti e sbrilluccicanti di colori tenuti. Pratiche e utili, soprattutto in mancanza dell’apribottiglie 😛

Foto Credit Kiara Sky Nail 

Foto Credit Allure Nails

2-L’occhio vuole la sua parte. Vietato accontentarsi di un mascara qualunque, anche se color rosa unicorno. Ci vuole quel tocco in più, preso direttamente dagli avanzi dell’albero di natale. No, non sto scherzando. Avete presente i capelli d’angelo? Filini dorati e colla e via, uno sguardo brillante…

Foto Credit Coolgirlwearmugler

da completare con delle sopracciglia…reali!!! Avevamo già capito che le sopracciglia erano la mania di quest’anno, ma non avete idea della piega che ha preso questa tendenza (credo di dover far un altro post-apposta). Questa è la variante regale, dove le sopracciglia vengono trasformate direttamente in una corona, con tanto di brillanti. Insomma, se ci trasformiamo in unicorno, almeno facciamo le Principesse, no?!?

Foto Credit Sofie Peterseen

3-Pelle da Unicorno! L’unicorno non va in giro color pelle e non usa, per scelta, né BB cream, né fondotinta. Al massimo un po’ di cipria…bianca. Ma per avere il bagliore unicorniano bisogna munirsi di evidenziatore olografico, da aggiungere assolutamente alla collezione di trucchi. Si applica semplicemente con una spugna o direttamente a mano (non manciate a cinque dita, ne bastano uno o due…di dita) sulle guance, gli occhi o il corpo sulla pelle nuda. Occhio a quali punti si evidenziano e come…che qui a esagerare è un attimo!!!

Foto credits:@Killahcamz

4-Body Glittering!!! Se l’evidenziatore non è abbastanza, ecco che la vecchia tecnica di inzupparsi nei glitter ritorna particolarmente utile per questa trasformazione. Anche qui abusare è facilissimo, quindi consiglio sempre parsimonia e buonsenso…anche se il potere inquinante dei glitter è talmente forte che lo limiterei al minimo. Ti immagini poverino l’unicorno che si lecca i glitter sparsi in acqua e muore soffocato?!? Non è carino…

Foto Credit The Gipsy Shrine

5-Criniere da unicorno! Capelli e code sono il tocco finale, quello più importante, quello che svolazza quando gli unicorni si librano in volo nel cielo o corrono liberi nelle sconfinate praterie incantate. Su questi non posso spendere parole cattive, mi piacciono…l’unico rammarico è che avendo una base scurissima devo solo aspettare di imbiancare completamente prima di procedere con questi riflessi tenui e da fatina. Nel frattempo continuo a fare la strega…:PFoto Credits Pravana 

Ora i trucchi li avete tutti. Che il potere e il look da unicorno sia con voi in questo lunedì di quasi primavera! Buongiorno…

Cosa ti piace fare? L’importanza delle passioni

Sono diversi mesi che, parlando con giovani e meno giovani, sento spesso dire le seguenti frasi: “Mi annoio“, “Non so cosa fare“, “Vorrei cambiare lavoro ma non so cosa mi piace fare“…e questa cosa mi lascia sgomenta, oltre che un po’ preoccupata quando queste frasi escono dalla bocca di persone a me parecchio vicine. Ecco, in quei momenti mi verrebbe voglia di scuoterle fisicamente per vedere se si smuove qualcosa, poi mi limito ad agire con le parole ed imbeccarle con un “Ma come è possibile non sapere cosa ti piace fare e annoiarsi?!?” Avere una vita monotona, ripetitiva e priva di stimoli credo che sia un buon modo per sprecarla brutalmente.   La riflessione mi è giunta, come al solito, in maniera spontanea: come si fa a non avere una passione?!?

Il problema è diffuso a vari livelli, uno più legato alla passione come intrattenimento (per capirci il mondo degli hobby, dello sport, di attività ludiche extra-lavorative), l’altro legato alla passione lavorativa, ovvero scegliere come mestiere qualcosa che piace davvero tanto, la meravigliosa fortuna di trasformare la propria passione in professione o anche quella non rara di appassionarsi al proprio lavoro. Insomma, “passione” arriva dal latino passio, derivato di passus, participio passato di patisoffrire‘, la passione è qualcosa di forte, che smuove dall’interno, che spinge all’azione, che mantiene vivi! Non avere passione per il proprio lavoro è pericoloso; non avere nessun tipo di interesse per niente altro che non sia lavoro-casa-fidanzato/a è pericolosissimo; non averli entrambi è la MORTE!!! Davvero, è scientificamente provato che avere una passione aumenta la qualità della vita, aiutando la salute fisica ma soprattutto quella psicologica ed emotiva. Sia in gioventù, che in vecchiaia: le passioni salvano. E hanno un sacco di positivi effetti collaterali:

  • Avere una passione permette di sviluppare abilità e talenti nascosti o conosciuti, mettendo in ballo nuove possibilità;
  • Aiuta a prendere una pausa dalla routine quotidiana; chi vive nella monotonia può darci un taglio grazie al tempo dedicato ad una o più passioni. Vi pare poco?!?
  • È un antidoto contro la depressione, l’ansia e il nervosismo. Vuoi mettere i soldi risparmiati in sedute psicologiche, santoni o ansiolitici?!?
  • Coltiva la creatività e contribuisce all’auto-disciplina; certi tipi di hobby
  • Amplia la vita sociale. E’ indubbio che uscire dal circuito murario dell’ufficio o dal solito gruppo dei 10 amici del liceo favorisce gli incontri ed i rapporti con altri esseri umani; magari il maestro del corso di pasta fresca è pure figo 😉
  • Aiuta ad imparare a trascorrere del tempo da soli. Stare in compagnia di se stessi dedicandosi alla propria passione è un meraviglioso modo per godersi attimi di sana e indispensabile SOLITUDINE, quella necessaria, quella che fa bene, quella che se la fai facendo qualcosa che ti piace regala anche grandissime soddisfazioni.
  • Dedicarsi ad una passione rafforza anche l’autostima, permettendo di andare oltre i propri limiti immaginari o reali in maniera sana, perché non c’è l’ansia del risultato a tutti i costi (in alcuni casi sì, ma meglio un po’ in ansia che in totale apatia)!
  • Libera la mente, mettendo da parte menate e paranoie varie ed eventuali causate dal lavoro, dai debiti, dai problemi di coppia…
  • Ma la cosa più importante è il profondo senso di appagamento e soddisfazione che si raggiunge dopo aver coltivato una passione dedicandole tempo, energia, volontà e la consapevolezza che seguendola stiamo veramente bene!

Può essere un hobby, uno sport, un’attività creativa, manuale, il semplice essere appassionati di musica, cinema o libri con i quali attivare la mente o i cinque sensi, l’importante è avere qualcosa che smuova, che piaccia e che faccia divertire. Già, divertirsi nel fare un’attività (o addirittura nel proprio lavoro) giuro che non è un peccato, che è vero che “siamo nati per soffrire” ma anche ci divertiamo o svaghiamo un attimo non credo che nessuno, lassù o laggiù, si offenda! 😉 Dice che più ci si addentra nella vita, con tutte le rotture di palle varie ed eventuali, più si va avanti con l’età e più l’entusiasmo cala, lasciando il posto all’abbrutimento e alla serietà pallosa tipiche dell’età adulta. Questa cosa fa rabbrividire solo me? No, vero?

Fortunatamente in queste ultime settimane ho anche incontrato persone piene di entusiasmo che rincorrono le loro passioni a tutti i costi, travolgendoti con la loro onda di energia positiva; io stessa penso di avere il problema inverso, mi piace fare svariate cose e mi diverto a sperimentarne nuove con slanci di un’esuberanza quasi adolescenziale (no, non venitemi a parlare di sindrome di Peter Pan, che l’entusiasmo non ha età). Ecco, io credo vivamente che sia meglio non perdere di vista le proprie passioni, fare quello che ci piace davvero e vivere con passione. Perché chi ha passione solitamente è un’entusiasta, l’entusiasmo è contagioso e riuscire ad essere anche un punto di riferimento stimolante per il prossimo è importantissimo, soprattutto di questi tempi. Se poi chi è sprovvisto di passioni non si lascia nemmeno contagiare e continua a tergiversare nel suo nullismo apatico costellato di punti di domanda, forse si dovrebbe sforzare di guardarsi allo specchio e porsi un semplice e banale quesito: “Cosa ti piace fare?“. Se la risposta non arriva…chiamate l’esorcista!!! 😛

Voi ce le avete delle passioni? Mi raccontate quali sono e come vi fanno sentire? Ne possiamo parlare qui o, come tutti i venerdì, in diretta con LaMario su radio m2o alle 18.30! Vi auguro un fine settimana dedicato alle vostre passioni, qualunque esse siano 😉

Zero Waste: da scarti a vestiti!

Chi taglia&cuce sa che, a prescindere dal tipo di materiale che si utilizza, c’è un altro problema da fronteggiare quando si parla di sostenibilità nella moda: gli SCARTI! Già, quando si taglia il tessuto per ricavarne i pezzi da assemblare successivamente ci sono chiaramente degli avanzi che finiscono…inizialmente per terra e poi vanno ad alimentare quelle montagne di stracci che alla fine vengono inceneriti. Chi lavora in questo campo sa benissimo che per evitare gli sprechi (dove spreco=perdita di soldi, tra l’altro), quando si fa un piazzamento (—>tecnicamente il piazzamento è il posizionamento dei vari pezzi da tagliare in un’altezza di tessuto, praticamente un tetris che viene fatto o direttamente al computer o con i vari cartamodelli di carta), si utilizza il minimo spazio, appiccicando i pezzi uno all’altro; qualcosa, però, avanza lo stesso. Proprio da queste considerazioni e da quelle gigantesche montagne di stracci è nata l’idea di Daniel Silverstein e della sua ZWD, Zero Waste Daniel.

Il designer newyorkese, particolarmente sensibile alle tematiche ambientali, ha iniziato il suo progetto nel 2010, ma è arrivato sul mercato solo nel 2016. Il principio ispiratore sono state le quantità industriali di tessuti scartati dal taglio di varie aziende che lui ha prontamente prelevato, selezionato e ri-assemblato formando nuovi tessuti e, di conseguenza, nuovi capi. Un lavoro certosino e parecchio laborioso che rispetta in pieno la sua filosofia di cercare di ridurre il più possibile gli scarti e la spazzatura.

L’upcycling (che è questa pratica di rinnovamento di scarti o indumenti) è importante perché è una tecnica che consente di prolungare i cicli di vita dei tessuti e di rallentare la produzione tessile non necessaria, che dipende dalle risorse naturali. Sì, lo so cosa state pensando: chissà che cose “trash” (per usare un gioco di parole) tirerà fuori…e invece no! Indubbiamente i tessuti ottenuti sono un patchwork, ovvero un collage, di vari pezzi, ma il santo Daniel e tutto il suo team lavorano per assemblare i pezzi con stile e coerenza, giocando con i materiali, i colori e dando vita anche a disegni interessanti. Tipo questi io li amo (sì, anche perché sono gatti)! 😉

Daniel ha elaborato una sua tecnica, la Daniel’s ReRoll (che potete vedere in questo video dove) grazie alla quale realizza pezzi unici ma accessibili, applicando l’arte del cucito agli scarti, re-immaginando il cucito e reinventato anche il tessuto. Tutti i prodotti Zero Waste Daniel sono unisex, rispettosi dell’ambiente e, nemmeno a dirlo, anche delle persone che collaborano con lui 😉

Oltre ai suoi capi ho apprezzato tantissimo anche il suo manifesto, che condivido in pieno (e penso che tutti quelli che si occupano di moda dovrebbero iniziare a fare proprio) 😉

-Tutte le risorse sono preziose: materiali, persone, energia, tempo e immaginazione

-Un buon design utilizza tutte le risorse disponibili, fornisce soluzioni funzionali per i clienti e non crea rifiuti

-La produzione di abbigliamento non dovrebbe inviare nulla alla discarica

-Mettere l’energia nel riutilizzo di materiali sprecati é meglio che crearne di nuovi

-I clienti meritano di sapere come sono fatti i loro vestiti

-Tutti i lavoratori devono essere pagati in modo equo

-Ci vuole tempo per fare le cose nel modo giusto

…per questo la sostenibilità è un percorso e non un obiettivo! 😉 (aggiungo io)

Nel mio piccolo sto cercando di seguire l’esempio, riciclando materiali e ri-utilizzando gli scarti (a breve vi faccio vedere qualcosa) il che, devo ammettere, è anche divertente e ti apre un sacco di opportunità creative. Voi ci avete mai pensato a quante cose, invece che buttarle, si possono trasformare? Io sono disponibile anche a fare piccoli corsi…;) Intanto sbirciate nelle cose di Daniel, vi si aprirà un mondo

https://zerowastedaniel.com/

Buccia di Banana/L’oggetto che non mancava #3: zip e finestre…con i jeans!

Il mondo del denim è sempre in continua evoluzione (o involuzione?!?) e gli amici stilisti cercano sempre nuove ed esilaranti soluzioni per farci essere sempre più di tendenza, strani, alternativi, interessanti. Già c’è stata questa rivoluzione dei nomi che mi lascia sempre più perplessa, boyfriend, mom, girlfriend jeans?!? Insomma, non li potevamo chiamare stretti, larghi e dritti come al solito invece di chiamare in ballo tutta la famiglia? (aspetto a gloria i granny jeans, quelli della nonna). Nomi a parte, ho sbirciato nelle ultime produzioni e temo che di queste due simpatiche varianti se ne poteva benissimo fare a meno…

Il jeans con le finestre effettivamente ci mancava! Dopo averli strappati, dilaniati, distrutti e sbriciolati, ricomporli in una maniera più ordinata va anche bene, ma il dettaglio stilistico che fa la differenza non deve veramente mancare. Ed ecco che appaiono le finestre sul ginocchio, che poverino anche lui sentiva la necessità di affacciarsi sul mondo, in una praticissima variante in plastica!!! L’effetto serra è assicurato ed incluso nel prezzo. Il “clear knee mom jeans”, messo sul mercato da Top Shop per appena 95 pound, sembra aver riscosso un successo incredibile e si è meritato già l’appellativo di “jindows“. Insomma, per tutti gli esibizionisti della sexy rotula questo è il modello definitivo, ma per gli altri le finestre possono anche restare chiuse. E poi insomma, c’è bisogno di altra plastica pure nei pantaloni?!? A questa mia stupida domanda la moda mi ha risposto così…

…e qui mi silenzio, io e le mie perplessità da “vecchia“, mica sullo stile, del quale ormai non discuto più, ma della praticità, il sudore, i funghi, i micro organismi che si annidano e formano famiglia nelle cuciture…Per me è NO! 😉 Così come mi lasciano perplessa loro…

I jeans zippati sono un’altra proposta super cool per le amanti delle cose alternative…e nemmeno troppo comode. Perché avete presente questa mega-zip di metallo che gira sotto alle parti intime per poi passare in mezzo alle chiappe e finire direttamente sulla schiena…senza nemmeno un cinturino in vita? Ecco io mi immagino la noia al solo pensiero…ed una sensazione di fastidio mi assale. Poi mi appare anche l’immagine della zip che malauguratamente si rompe, di un piegamento che affonda troppo e del pantalone che si apre in due lasciandoti con il culo di fuori!!! Carino, no? Per soli 148 pound si può correre questo rischio ma essere spaventosamente di tendenza 😉

E visto che sulle zip ci devono essere i saldi, ecco la versione estrema e apribile al 90% dei jeans zippati. Il prezzo sale decisamente, ma anche il tasso di figaggine universalmente riconosciuto dal mondo della moda e dai suoi seguaci 😛

Io continuo a preferire le cose comode, la non praticità mi è sempre rimasta indigesta. E secondo me ne potevamo anche fare a meno. Voi che dite?!? Buongiorno…

Classificazione dei complimenti

Le parole hanno un peso, sia quelle brutte ma anche quelle belle. Ecco perché è importante scegliere quelle giuste nei momenti giusti pensate appositamente per la persona a cui sono diretti. Perché se è vero che “i complimenti fanno sempre piacere” è anche vero che quei mezzi complimenti tirati a caso solo per approcciare o per essere falsamente cortesi a volte possono provocare l’effetto contrario: infastidire!!! Lo so, se ti infamano è peggio e so anche che la vecchiaia fa brutti scherzi, ma ho svolto opportune indagini per capire che non sono sola ad avere delle parole che mi stanno particolarmente antipatiche dette in determinate situazioni, per cui oggi cercherò di mettere dei puntini sulla “i” dei complimenti… 😉

I complimenti MODERATI

Sono quei complimenti che non si sbilanciano, che rimangono sul filo della timidezza o della banalità. L’entusiasmo in questi casi si è andato ad ammazzare di canne in salotto e mentre lui/lei ti approccia dicendo “Sei una ragazza carina” a te si seccano le ovaie (o ti cascano le palle).

CARINA: Il carina mi rimane veramente ostico, ed in generale tutti quelli che finiscono con un diminutivo, come bellina o bravina. Ottimi per animalini e bambini (vedi il gruppo di pazzi che segue la pagina FB di canini&gattini), per commentare l’ultimo acquisto dell’amica o in generale oggetti inanimati, mi infastidisce quando usato nei primi approcci, soprattutto sconosciuti che arrivano via web. Insomma, vuoi catturare la mia attenzione, magari proporre un incontro e mi dici che sono “carina?!?

I complimenti, quando si fanno, ci devono essere, belli, rotondi, consistenti e decisi. Sennò va bene anche nulla. Anche nelle relazioni di lunga durata il “come sei carina” dopo che lei ha passato ore a truccarsi e vestirsi per essere meravigliosa è veramente il contentino senza emozioni di chi è sicuro che prima o poi ve la darà comunque per l’ennesima volta! Sono convinta che si possa fare di meglio, nel dubbio preparerò un frasario con complimenti pronti all’uso da imparare a memoria 😛

i complimenti alternativi

Sono quei complimenti che vogliono enfatizzare sulle qualità “differenti, evidenziandole come alternative fighe, ma che in realtà sottintendono chiaramente un’accezione non sempre positiva. Tipo…

SEI STRANA: Il “sei strana” è spesso usato per indicare una persona eccentrica, che fa cose diverse dagli altri (anche niente di trascendentale, basta non avere la TV in casa per essere etichettati come “strani”) e la cui stranezza sembra diventare oggetto di ammirazione ma che in realtà nasconde un certo sospetto e la convinzione che non sei strana, ma fai le cose a caso. Il che, ve lo dico, non è un complimento!!!

SEI UN TIPO: “Com’è lui? Interessante?” – “Mah, è un tipo“. Anche essere “un tipo” non è il massimo della vita, è un’ibrido che non vuol dire niente a meno che non sia seguito da un altro aggettivo. Tipo simpatico, tipo brillante, un bel tipo…insomma, ‘sto tipo da solo rimane un po’ indigesto!

STAI MEGLIO: Pericolosissimo modo per fare complimenti a domanda: “Come sto con il nuovo taglio” rispondere “Stai meglio” implica una comparazione con lo stato precedente, il che lo rende non sempre ben accetto dal popolo femminile, soprattutto in fatto di fisico/look. Sostituiamo lo “stai meglio” con un “stai benissimo” ed il gioco, semplicissimo, è fatto e ben riuscito!

SEI GIOVANILE: Chiamare in ballo l’età anagrafica, l’età presunta e quella dimostrata grazie ad escamotage studiati o completamente casuali non è per niente bello. E’ come dire “C’hai ‘na certa ma vai in giro come una ventenne“. Poi magari una è giovane davvero e le dai della vecchia risistemata da teenager o viceversa. Insomma, io lo eviterei…

I COMPLIMENTI DI CONFIDENZA

Carinerie di circostanza che si spargono in giro come il sale quando è prevista neve, i complimenti di confidenza sono quegli approcci iper-confidenziali che vengono usati in maniera impropria da gente poco conosciuta, o anche da amici un po’ smielati che chiamerebbero tesoro e amore anche i pacchi dei biscotti sullo scaffale del supermercato! -_-

CARA/TESORO: Ciao cara, buongiorno tesoro, amore come va, sono tenerissimi…se te li dice un amico stretto o un familiare, ma sembrano mandare in bestia quando fatti da perfetti sconosciuti, specie negli esercizi pubblici. Ora, va bene creare un rapporto di confidenza e fedeltà con i clienti, ma andiamoci piano. Non sono mica fratelli e sorelle?!?

i complimenti-oggetto

Tra i complimenti coloriti c’è anche chi poco sopporta quelli un po’ grezzi e poco raffinati che fanno riferimento esplicito in vari dialetti all’organo riproduttivo femminile. Tipo…

GNOCCA/PASSERA/FIGA/E VARIANTI DELLA TOPA: Nel dizionario si trovano etichettati come “volgare” ed effettivamente “bella gnocca” non suona poetico come “incantevole stella del firmamento“. Ecco, incontrare poeti moderni che non siano anche noiosissimi narcisi è difficilissimo, per cui meglio accontentarsi di un “che figa sei!” detto bene che sperare in componimenti aulici ed altisonanti. O no?!? 😉

Tutto poi è relativo, al momento, alla persona, al grado di confidenza e soprattutto AL MODO! I modi sono importantissimi. Adesso però voglio sentire la vostra: c’è un complimento/modo di dire che invece di farvi piacere vi infastidisce? Alle 18.30 vi aspettiamo io e LaMario in diretta su radio m2o per parlarne insieme. Buon weekend carissimi 😉

Due parole sul cotone…

In quanti guardano le etichette degli abiti che comprano? Probabilmente una percentuale molto bassa, magari qualche mamma mentre cerca di capire come si lava quella felpa che sta acquistando per la figlia o qualche persona particolarmente attenta. Ci sta, anche io in gioventù penso di non aver mai prestato attenzione all’argomento, poi mentre studiavo Merceologia Tessile andavo a fare gli esperimenti nei negozi provando ad indovinare di quali fibre era composto il capo; da allora, un po’ per deformazione professionale un po’ per reale interesse di cosa mi metto addosso, ci butto sempre un occhio. E secondo me dovreste buttarcelo pure voi, così, giusto per curiosità. Dopotutto ci siamo evoluti tantissimo sulla scelta del cibo e paranoie varie sugli ingredienti che li compongono perché è importante sapere cosa introduciamo nel nostro corpo, e non ce ne frega una mazza di quello che ci mettiamo a contatto con la pelle, che è il primo organo per estensione che possediamo?!? Dai, almeno facciamo finta di interessarci un attimo, giusto per assimilare le informazioni basiche e fare scelte almeno ponderate, come quelle di comprare solo biscotti senza olio di palma… ;P Anche se, ve lo dico, alla fine dell’articolo avrete ancora più dubbi e perplessità, proprio come ce li ho (scrivere, in questo caso, serve anche a me per ragionare a voce alta)!

Le fibre tessili

Più o meno la situazione è messa così…

…tra tutte le fibre presenti quelle attualmente più utilizzate sono il cotone ed il poliestere. Ed è proprio sul primo che volevo riflettere oggi. Si pensa sempre che la scelta di acquistare capi di cotone sia quella più sostenibile “Eh, è un tessuto naturale“. Eppure il cotone ha le sue magagne.

cotone, cotone riciclato o cotone bio?!?

I primi a fare amicizia con il fiocco batuffoloso di cotone sono stati Inca e Atzechi in Sud America, si pensa addirittura 7000 anni fa, ma l’uso di massa del cotone si è diffuso solo dopo la rivoluzione industriale; fino ad allora era ritenuto un tessuto pregiato e riservato alle classi più agiate (veniva chiamato oro bianco). Con il tempo tutto è degenerato, la domanda di cotone è aumentata in maniera esponenziale provocando non pochi danni all’ambiente e alle persone. Crescere quelle coreografiche piantagioni di cotone che ci ricordano tanto “Via col Vento” comporta diversi problemi, primo che dove c’è cotone c’è solo cotone (monocolture vs biodiversità), secondo che dove c’è cotone ci sono anche tanti simpatici animaletti che usano il fiocco come nido e come cibo, rendendolo inutilizzabile. Per evitare tutto ciò…pesticidi! Non pochi, tanti: l’industria del cotone usa circa il 10% dei pesticidi mondiali e il 22% di insetticidi…il tutto in un 3% di terre coltivate. Praticamente una discreta quantità di sostanze tossiche che finiscono nell’aria, nella terra e anche nei polmoni di chi questi campi li lavora. Dopo il Sud America, l’India è diventata la produttrice di 1/3 del cotone utilizzato nel mondo (si fibre che semi), non senza problemi (vi risparmio la storia sui contadini che si suicidano per estinguere i debiti, ma la potete leggere da queste parti). E non dimentichiamo l’acqua…

Lago d’Aral praticamente prosciugato 

…per le coltivazioni di cotone se ne usa parecchia, così come per trasformare la fibra in filato e anche per le successive lavorazioni. Per produrre una sola t-shirt ci vogliono circa 2700 litri di acqua (sì, quella t-shirt che indossi due volte e poi la butti perché non è più di moda), per un solo paio di jeans più o meno 9500 litri, quelli che normalmente una persona senza problemi di ritenzione idrica beve in 10 anni. “Evabbè, finché piove c’è acqua”! No, le cose non stanno precisamente così: pare che tra cambi climatici, aumento della popolazione e inquinamento dei corsi d’acqua esistenti, l’acqua non sia una risorsa infinita; da qui l’esigenza sempre più forte di non sprecarla a caso!!! Insomma, la massiccia richiesta di cotone ha trasformato questa fibra naturale, alternativa “verde” al poliestere, in un vero e proprio danno per il Pianeta.

Quindi arriva il cotone BIO, ovvero proveniente da semi non OGM e coltivato senza l’uso di prodotti chimici, il che fa sì che altre piante complementari e animaletti possano vivere in pace sullo stesso terreno, arricchendolo. Indubbiamente meno impattante rispetto al cotone coltivato in maniera tradizionale, utilizza però la stessa quantità di acqua, facendo permanere il problema idrico ed in più, a parità di raccolto, il bio necessita di una quantità di terra coltivabile decisamente maggiore. Nonostante si stia inserendo piano piano nel mondo del fashion, rappresenta comunque una percentuale molto bassa della produzione (e della richiesta). Per garantire che i tessuti BIO siano veramente BIO e non una truffa ai danni del consumatore animato da buone intenzioni, è nata la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard)  sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di criteri ambientali e sociali applicati a tutta la produzione, dalla raccolta in campo delle fibre naturali alle successive fasi manifatturiere, fino all’etichettatura del prodotto finito. (sulle certificazioni e sulla loro effettiva validità mi sto ancora documentando, perché il panorama è oscuro e pieno di gabole).

La ricerca, poi,  sta battendo sempre di più la via del riciclo, cercando trasformare i capi in cotone nuovamente in un filato pronto ad essere riutilizzato. La cosa non è semplice, per creare un nuovo capo di abbigliamento da vecchi vestiti questi devono prima essere tagliati e trasformati in materia prima; questo processo di sminuzzamento tende ad abbassare la qualità del cotone perché accorcia la lunghezza della fibra; per questo ci sono aziende che stanno cercando di mescolare il cotone riciclato con altri materiali, in modo da ottenere un filato ed un tessuto di qualità più durevole. E’ il caso della Lenzing, che ha combinato Tencel (una fibra ottenuta dalla cellulosa dell’albero di Eucalipto) con il cotone. Vedremo cosa ne uscirà…;)

Quindi? Quindi la differenza la fa sempre il buon senso: che sia organico, bio o riciclato FALLO DURARE! Che se si comprano le cose per indossarle una stagione per poi buttarla, non c’è assolutamente nessuna differenza!