Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Il “Riparare” fa parte delle 7 o ottomila “R” che sono alla base dell’economia circolare (all’inizio eravamo a tre, “Reduce, Reuse, Recycle”, poi sono state aggiunte anche Repair, Re-Think, refuse, repurpose…e ogni due per tre viene aggiunto qualcosa di nuovo 😉 ). Eppure sembra che si faccia sempre prima a buttare e ricomprare che a riparare. Io non faccio testo, perché le mie riparazioni su certi capi somigliano sempre di più a dei tentativi di rianimare i morti (in realtà sono esperimenti di lunga durata sui miei capi preferiti per prolungarne la vita il più a lungo possibile), ma in generale non è che un buco ci autorizza a tirare via una maglia, vero?!? La malsana abitudine del sostituire il vecchio/rotto con il nuovo è sempre imputabile alla forma di consumo veloce secondo il quale “tanto il nuovo costa poco, cosa lo ripari a fare?“; oltre al fatto che si era sparsa la voce che le sarte “erano delle ladre” perché chiedevano ben DIECI EURO per fare un orlo o riparare uno strappo! Ed è proprio qui che vi voglio oggi, in queste settimane lente e casalinghe, per riscoprire l’arte del ripararsi le cose da soli (così vi dimostro che ci vuole pazienza, manualità e dedizione e la prossima volta alla sarta di euro gliene allungate anche 20)!

Nei tempi antichi, ma nemmeno troppo, riparare era un’operazione all’ordine del giorno. Le cose erano fatte per durare e non sarebbe stato uno strappo a segnare la fine di un capo/oggetto. Il kit del cucito era presente in tutte le case e tutte le signorine dovevano saper tenere ago e filo in mano (mia madre quando spiegavano queste cose era assente, nonostante sua nonna fosse sarta non ha mai imparato a cucire perché si annoiava…e infatti a casa mia i bottoni li attacca mio padre, da sempre)! Credo che quest’usanza sia andata svanendo con il tempo, così come quella di portare le cose ad aggiustare da persone di mestiere, i sarti e le sarte che con santa pazienza stringevano, scorciavano, trasformavano o riparavano capi. Sarà il caso di ricominciare? Ci si può arrangiare con tecniche basiche, sperimentare con vezzi creativi o ingegnarsi per apprendere antiche arti giapponesi.

L’arte di riparare

I Giapponesi, precisi e zen, di questa storia del riparare ne hanno fatto una filosofia di vita, quella del “wabi-sabi”, ovvero sapere cogliere ed apprezzare la bellezza nell’imperfezione. Da qui riparazioni che si vedono, riparazioni che diventano arte, riparazioni che rendono l’oggetto più bello di prima. Il Sashiko Stitching è una di queste arti praticabile a colpi di ago e filo. Letteralmente significa “piccole pugnalate” ed è una forma di riparazione visibile (basta con la convinzione che la riparazione non si deve vedere perché “fa brutto”) applicata su tessuto. Generalmente si fa con il filo bianco, ma via libera alla creatività. Come tutte le tecniche giapponesi ha bisogno di pazienza e dedizione, non si fa in due minuti se si vuole un bel risultato. Prendiamolo anche come meditazione cucita…;)

Serve: ago, filo, spille, forbici, tessuto per rattoppare

La guida passo passo la trovate qui. Chi ha pazienza si accomodi…

Questa tecnica era usata per il ri-assemblaggio di pezzi di tessuti. Una specie di patchwork multi-livello con queste cuciture a vista che somigliano più a ricami chiamata Boro (parola che denota capi di abbigliamento rattoppati con piccoli pezzi di tessuto sovrapposti e cuciti con punti sashikoù). Un tessuto prezioso composto di stracci; un controsenso all’apparenza, ma in realtà è una tradizione che racchiude un insegnamento che dovremmo rispolverare e fare nostro: “I Boro racchiudono i principi estetici ed etici della cultura giapponese come la Sobrietà e la Modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (motttainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano“. Impariamo…

L’arte di arrangiarsi riparando

Dal bottone che scappa al buco sul calzino, dallo strappo sui jeans al tessuto che si rompe…tutto è riparabile! (I capi di maglieria sono più complessi, meglio rivolgersi ad una magliaia, ma anche lì se uno è un po’ abile ce la può fare: tipo quando il gatto mi tirava i fili dei maglioni io prendevo il filo tirato, lo tiravo all’interno e poi ci facevo un paio di nodi…non era elegantissimo, ma funzionava)! Chi non si vuole cimentare con la pazienza giapponese è invitato a fare amicizia con ago e filo ed improvvisare amabilmente. Lo so, esistono punti classici, punti festone, la filza, il punto nascosto e pure l’avanti e indietro…(per queste cose esistono siti di sartine provette che vi danno tutte le dritte tecniche): io preferisco l’improvvisazione, l’estemporaneità, il provare senza voler la perfezione ad ogni costo ma cercando di raggiungere un obiettivo senza finire di distruggere tutto 😛 E vi dirò una cosa in più: le riparazioni invisibili non usano più; meglio sfoggiare con orgoglio un capo con una riparazione visibile 😉

Se non vi ho convinto con ago e filo, possiamo sempre metterci le care e vecchie toppe! (anche termo adesive) O delle brave sarte. Ma prima di buttare, pensaci due volte 😉 E per finire un paio di letture sull’argomento:

Fix Your Clothes, Sustainable Patching

Wear, Repair, Repurpose

-MENDIng matters

E voi come siete messi a riparazioni? Ne parliamo anche stasera in diretta alle 19.30 #sfashiontalkshow (sul mio instagram)

 

Oltre il greenwashing: le prese di culo (impariamo a controllare)

Quando di qualcosa se ne inizia a parlare tanto, spesso finisce che se ne parla in maniera impropria e senza cognizione di causa. Eppure a tutto c’è un limite. Con il termine “greenwashing” si definiscono tutte quelle finte iniziative “verdi” con le quali le aziende si sciacquano la bocca e le mani in nome della sostenibilità ma che in realtà sono solo fumo e polvere colorata lanciata negli occhi dei consumatori per distrarli. Insomma, piccole grandi cazzate che sviano lo sguardo dal problema reale; nobili piccole iniziative che non sono nient’altro che marketing allo stato puro! Tipo riporta qui i tuoi capi per riciclarli (e se ne ricicla solo il 5%) che ti facciamo un buono sconto sull’acquisto dei prossimi (capi di plastica prodotti sottopagando chi li fa). Oppure la eco-collection prodotta in milioni di pezzi. Così, c’è dell’Incoerenza e anche un bel po’ di paraculaggine.

Ma la Moda si applica sempre per poter fare di meglio…o di peggio in questo caso. C’è un altro modo subdolo in cui cercano di prenderci in giro sfruttando l’onda della sostenibilità, dell’ecologia e pure del femminismo. Avete presente quelle t-shirt con gli slogan pro-ambiente o con grandi inni all’empowerment femminile?

Un bel messaggio, delle belle parole che fanno riflettere, uno slogan indossabile per diffondere il verbo e aiutare a sensibilizzare. E fin qui non ci sarebbe niente di male. Se non fosse che…

La felpina in questione é di un marchio del gruppo Inditex (Zara&Company per intenderci), disegnata in Spagna, prodotta in Egitto con un bel mix di cotone e poliestere. 😳 Ora: possiamo parlare di Save the Planet e fare centinaia di felpe in poliestere? Per chi si ferma alle apparenze non c’è nessun problema, ma appena si scopre l’inghippo non si può non prendere atto della contraddizione ed incoerenza. O no?

La stessa contraddizione che si legge nelle t-shirt che sventolano slogan femministi ed inneggiano al Girl Power mente parlando di empowerment e solidarietà! Peccato che molto spesso queste magliette donano prodotte da catene che le donne le sfruttano, sottopagandole e costringendole ad orari di lavoro insostenibili. Si vende un messaggio con un retroscena completamente opposto. Si vende una causa senza in realtà sostenerla con un atto pratico.

Nel 2014 fece parecchio scalpore la famosa t-shirt con scritto “This is how a feminist looks like“, parte di una campagna dell’associazione Fawcett che si occupa dei diritti delle donne. Peccato che gli magliette in questione fossero state prodotte in uno stabilimento delle Mauritius dove le sarte venivano pagate meno di una sterlina l’ora, con turni di lavoro di 12 ore e costrette a dormire in piccoli dormitori con altre 16 persone. Insomma…sostegno femminile per tutte o solo per una selezione di donne (quelle bianche, occidentali e medio borghesi?!?).

Ben vengano quindi gli slogan, le iniziative di sensibilizzazione e anche le t-shirt parlanti con messaggi utili all’evoluzione della specie. Ma almeno sinceriamoci che questo sostegno sia fatto in maniera etica e coerente. E senza farci prendere in giro…😉

Grazie a Marylucielle per il suo spionaggio e foto!

Lynda, Katharine e Safia: le tre pioniere degli anni 90!

Scosse verso un moda più sostenibile non sono una novità dei giorni nostri, nonostante in questo momento i media siano decisamente più attenti al tema (e quindi se ne sente parlare di più). Il primo movimento arriva negli anni 70, in quel periodo storico di rivoluzione e ribellione a 360 gradi, dove i famigerati “figli dei fiori” avevano da ridire un po’ su tutto, compresa la moda. Lo stile di vita alternativo andava a colpire anche l’abbigliamento, che doveva essere naturale, ecologico e prediligeva l’etnico ed il fatto a mano. Il risultato in alcuni casi ci poteva stare, in generale il mix dava sempre quel senso di sciatteria. O_o Da Moda all’anti-moda, estremi come sempre 😉 Bisogna aspettare gli anni 90 per avere una seconda mandata di designer che riconciliassero il movimento con il mercato e la produzione su larga scala. Si inizia a parlare di cultura del progetto, di sostenibilità dei processi industriali e delle filiere di produzione trasparenti. Pioniere di tutto ciò sono state, ma tu guarda un po’, tre donne (tutte e tre britanniche tra l’altro). Se vi dico Lynda Grose, Katharine Hamnett e Safia Minney vi dicono qualcosa?

Lynda Grose – La pioniera dell’innovazione responsabile

Lynda è una fashion designer, consulente e docente al California College of the Arts, ma soprattutto è stata una delle pioniere del sustainable fashion design. E’ lei l’ideatrice della prima Ecocollection di Esprit, nel lontano 1994; un progetto di ricerca e sviluppo durato 5 anni che ha dato vita alla prima collezione di abbigliamento ecologicamente responsabile sviluppato da una grande azienda. Insieme al co-fondatore del marchio, Esprit Doug Tompkin, Lynda ha cominciato ad analizzare l’impatto ambientale della produzione, dalla crescita della fibre al tessuto, dalla tintura alla finitura dei capi. Per la sua ecocollection ha usato cotone biologico e coloranti non tossici. Ma non solo. Ha cominciato anche a lavorare con cooperative artigiane estere per realizzare maglieria fatta a mano ed accessori ricavati dalle noci di Tagua; convinta del fatto che aiutare a sviluppare comunità locali e trattare i lavoratori in maniera equa fosse una parte importante per contribuire allo sviluppo di un progetto sostenibile. Ha praticamente gettato le basi dei principi che si stanno rincorrendo al giorno d’oggi. La Ecocollection riscosse ai tempi un buon interesse dai media, ma i consumatori non erano ancora pronti. Il progetto finì, il lavoro di Lynda ha proseguito (è stata consulente per il marchio Patagonia) e prosegue ancora oggi: è la fondatrice del Sustainable Cotton Project, impegnato per una filiera del cotone trasparente e senza l’uso di pesticidi, del Centre For Sustainable Design, è la co-autrice insieme a Kate Fletcher del libro “Fashion and Sustainability: Design for Change“, oltre ad aver collaborato a moltissime altre pubblicazioni. Il suo lavoro, iniziato quasi 30 anni fa, non si ferma. 

KATHARINE HAMNETT – LA RIVoluzione A FORMA DI t-shirt

Io Katharine me la ricordo dalle t-shirt che aveva mia sorella (voi?). Ero piccola, eppure qualcosa mi è rimasto impresso di questa donna totalmente anticonformista. Katharine è una designer di moda britannica diplomata alla Saint Martins di Londra che nel 1979 ha fondato il marchio che porta il suo stesso nome. Il suo attivismo politico e la sua etica del lavoro sono uscite fuori a caratteri grandi sulle sue famosissime t-shirt, portatrici di messaggi di rottura sempre al passo con i tempi e con le vicende internazionali. Le sue magliette, apparse nel 1984, sono sempre state un modo per trasmettere il suo messaggio: “Se vuoi portare il messaggio là fuori, dovresti stamparlo in lettere giganti su una maglietta“. Sulla sua prima maglietta appare la scritta “SCEGLI LA VITA”, un commento contro la guerra, la morte e la distruzione, ispirato ad una mostra buddista.  George Michael nel video di “Wake mi Up before you go go” sfoggia un bel “CHOOSE LIFE”, mentre Roger Taylor dei Queen ha indossato “WORLDWIDE NUCLEAR BAN NOW”. Naomi è stata vista con la scritta “USE A CONDOM” e in generale le sue t-shirt sono state gradite un po’ da tutti a quei tempi…ma non solo! Dietro alle t-shirt c’è sempre stato un certo attivismo politico, etico ed ecologico, anche per quanto riguarda le sue produzioni. Dopo aver appreso dell’avvelenamento da pesticidi nelle regioni produttrici di cotone e della scarsa tutela della manodopera in gran parte dell’industria tessile, Katharine iniziò a fare pressioni per importanti cambiamenti nel modo in cui l’industria operava. Delusa dai risultati interruppe la maggior parte dei suoi accordi di licenza e dal 2005 ha rilanciato la sua collezione seguendo linee guida etiche più rigorose. Il Manifesto di Sostenibilità si trova sul suo sito. Le sue t-shirt continuano a spargere messaggi messaggi a GRANDI LETTERE in giro per il mondo!!! 🙂

safia minney – people tree ed il business etico

Safia Minney è un’imprenditrice che ha fatto dell’etica e della sostenibilità la sua bandiera fin dai tempi dei tempi. Ha iniziato la sua carriera lavorando nel marketing e nella comunicazione dell’editoria, impressionata da come il potere della divulgazione potesse essere utilizzato a fin di bene. Ma è un viaggio in Asia di 3 mesi che solletica il suo interesse verso le tematiche ambientali ed etiche. Quando nel 1990 si trasferisce a Tokyo avvia un gruppo volontario di campagne ambientaliste chiamato Global Village , incentrato su tutti gli aspetti della vita sostenibile. Da lì a People Tree il passo è stato breve: era il 1991 quando Safia e il team di Global Village hanno iniziato a progettare e vendere prodotti del commercio equo e solidale nei festival in tutto il Giappone. Poi sono arrivate le prime richieste dai rivenditori, poi un negozio nel quartiere fashion di Tokyo fino a far diventare People Tree un membro dell’organizzazione Mondiale del commercio equo solidale. Agli inizi del 2000, dopo soli 9 anni, c’erano già 17 persone a coordinare la progettazione del prodotto, il commercio equo e lo sviluppo sostenibile della catena di approvvigionamento, le vendite e il marketing, gli eventi e le campagne. Safia ha lasciato come CEO l’azienda nel 2015 per dedicarsi ad altri progetti, ma il suo impegno nella divulgazione e formazione rimane vivo e attivo. Ha scritto 9 libri, tra i quali “Slave to Fashion” (del quale consiglio vivamente la lettura per quanto riguarda etica del lavoro e nuove schiavitù), “SLOW FASHION – AESTHETICS MEETS ETHICS” e “NAKED FASHION”. Sul suo sito si leggeBusiness with Ethics“…e in un momento come questo l’etica nel lavoro è più che mai necessaria!

Tre grandi donne che portano avanti grandi progetti legati all’etica e alla sostenibilità…da più di 30 anni! Voi le conoscevate?

 

 

 

Vintage Revolution: ho fatto un tuffo nell’armadio della nonna. Ecco come ne sono uscita!

di FEDERICA PIZZATO

A volte capita che per lavoro venga chiamata ad entrare in casa di anziane signore piene di tesori vintage. Per la maggior parte dei capi c’è una destinazione precisa che diamo insieme ai proprietari in modo da ridurre al minimo la quantità di rifiuti e poi c’è quella piccola piccolissima parte di oggetti della quale mi innamoro e che, se i proprietari sono d’accordo, faccio miei col cuore.

In questa casa della nonna ho lasciato il cuore in diversi momenti (non solo per gli abiti) ma a voi voglio fare vedere i capi che secondo me potranno diventare dei must dell’autunno inverno. Qualcosa manterrà la sua funzione originaria, qualcos’altro la muterà, tra poco capirete perché…

La vestaglia leggera diventa abito

Ho visto questa vestaglia rosa antico con le rouches e di una qualità pazzesca ed ho pensato immediatamente che con gli accessori giusti potesse diventare un abito perfetto per l’autunno inverno. (Una precisazione è doverosa: qui sono scalza perché in Salento ci sono ancora 30 gradi e non riuscivo proprio ad inscenare l’autunno!) Immaginatevela con una cinturina in pelle un bel paio di calze coprenti e uno zoccolo color melanzana ad esempio, oppure per la sera con accessori neri e dettagli luccicanti!

La vestaglia pesante diventa cappottino

Una fantasia allegra per smorzare le grigie giornate invernali, il giusto peso per i primi freddi, la lunghezza di un cappotto… Ho pensato subito all’autunno inoltrato con i camini che fumano e le castagne che scoppiettano quando si ha voglia di una morbida coccola e non si vuole rinunciare ad essere super fighe ed ecco che la seconda vestaglia estratta dall’armadio si è subito rivelata ai miei occhi come un bel cappottino fiorato da indossare sopra un jeans per sentirsi iper grintose o sopra un abito blu per diventare subito più sofisticate.

Il cardigan

Uno di quei capi iper confortevoli ma belli belli in cui mi avvolgo quando voglio sentirmi abbracciata. Mi immagino già davanti una bella tazza di tè fumante a guardare la pioggia dalla finestra con indosso il mio bel cardigan a fondo bordeaux con questa raffinata fantasia in nero ed i bottoni dorati. Un bel capo resistente ma morbidissimo: di lana vergine, quella vera!
Pare proprio il golf della nonna? Immaginate di portarlo sopra un abito nero oppure aperto con un paio di jeans skinny…

Questo sarà il mio autunno: colorato, morbido, resistente e sostenibile. Auguro con tutto il cuore anche a voi di poter dare queste caratteristiche alla stagione che è appena cominciata. Se vi va vi aspetto sul mio profilo Instagram per raccontarmi come la interpreterete!

Piccoli sfashionisti crescono

I figli “so’ piezz’ ‘e core” e anche pezzi di conto in banca che se ne vanno anno dopo anno sotto forma di abbigliamento, libri, giochi, scuole e attività sportive. Insomma, i figli costano! Anche perché i figli crescono, si sporcano in continuazione, cascano e si rompono i pantaloni, poi crescono ancora, iniziano ad avere i loro gusti, scelgono, decidono cosa mettersi e crescono ancora. Insomma, il guardaroba dei bambini è in continuo divenire, con capi che a volte sono indossati per pochissimo tempo per poi rimanere dimenticati in fondo al cassetto. Questo è ben noto alle mamme moderne e se le nonne investono ancora cifre consistenti per comprare un capo buono alla nipote, loro invece cercano qualunque modo per risparmiare e nello stesso tempo per non far mancare nulla ai loro cuccioli. Chapeau. Spesso, però, l’attenzione si rivolge alle Sante Catene Low Cost che con soli 15€ ti danno il pacchetto con ben due t-shirt, oltre che appetitose collezioni che cavalcano le tendenze del momento da cambiare rigorosamente ogni sei mesi. Fermi tutti: ce n’è davvero bisogno o possiamo trovare delle valide alternative? La risposta è sì, indubbiamente meno comoda ed immediata, ma esiste!

La scelta c’è, sempre, così come trucchi meno impattanti per vestire bene anche i bambini senza investire un patrimonio e senza ricadere su abiti realizzati con materiali scadenti, che puzzano dopo poco o colorati con tinture che scoloriscono rilasciando elementi chimici poco sani sulla pelle liscia del piccolo erede.

Prima accortezza: liberiamo i bambini dai trend stagionali! I marchi sono molto bravi a inventare collezioni stagionali con il personaggio dei cartoni del momento o addirittura scimmiottare i look delle mamme proponendoli in versione mignon; ecco, non ce n’è bisogno. I bambini vanno vestiti da bambini, con cose adatte alla loro età, siano esse basiche, divertenti o da principessa, riproponibili stagione dopo stagione senza doversi preoccupare di non essere alla moda (c’è tempo per diventare fashion victim). E qui compare un altro trucco, ben noto a tutte le mamme attente: sempre meglio un po’ più grande. La taglia un po’ più ampia asseconda la crescita; se poi l’abito dell’anno prima funziona anche come maglietta l’anno dopo ben venga, avete preso veramente due al prezzo di uno, ottimizzando l’investimento! L’altra cosa che funziona benissimo è lo scambio. No, non è necessario avere parenti/amici/nipoti prossimi, o meglio, se ci sono ben venga, ma esistono già comunità online come quella di armadioverde.it dove poter barattare in tranquillità con l’armadio di perfetti sconosciuti. Chi non è avvezzo all’uso del web può anche trovare eventi dal vivo durante i quali scambiare abiti/giochi/attrezzature per bambini (su http://www.familywelcome.org/ ci sono numerose dritte). La ciliegina su questa torta di scelte per i piccoli sono le numerose aziende che stanno sviluppando collezioni con un occhio all’ambiente, l’altro all’etica del lavoro e l’altro, il famoso terzo occhio, allo stile cool adatto per i bambini (per conoscerne alcuni vi segnalo questo sito goodonyou.eco/ethical-childrens-clothing-brands/). Magari il prezzo è un po’ più alto, non esoso, e in questo caso è indicato fare un bel mix&match tra pezzi basici, pezzi alternativi e pezzi barattati in giro per il mondo. Se educati in questo modo, i bambini non potranno che venire su bene 😉

Tra questi ultimi indubbiamente uno dei miei preferiti è Mini Rodini (www.minirodini.com), che realizza collezioni pop super-sostenibili. L’altro è la sartoria fiorentina di Ang un bebè (www.angunbebe.com), che con cura e passione segue ogni singolo capo, dal cartamodello alla scelta dei materiali, compresi quelli di cartellini ed etichette, consegnando in città solo in bicicletta, limitando le emissioni di Co2.

Anche per quanto riguarda giovani e bambini l’ideale sarebbe comprare MENO e MEGLIO! Lo capisco che è più difficile, che i bambini hanno le loro esigenze, che da una certa età in poi subentrano anche i compagni di classe e dinamiche di emulazione/accettazione in determinati gruppi…niente che non sia risolvibile con una adeguata comunicazione ed educazione al bello e al rispetto. Si può rendere il momento del baratto con i vestiti dei cugini un attimo ludico e divertente, si possono aggiustare i vestiti insieme stimolando il lato creativo, si possono proporre delle alternative fighe alle cose che vanno “di moda” tra i ragazzini. Si può fare, ci vuole impegno, ma non è impossibile. Però sicuramente rivolgersi a certe catene di pronto moda è più semplice ed immediato…

…ma che Mondo vogliamo lasciarli ai vostri cuccioli?!? 😉

Se conoscete altri brand sostenibili per bambini, liberi di condividere qui sotto 🙂

Fashion, Business, Spirituality: un caffè con Farah

Ci sono libri che arrivano al momento giusto e ci sono incontri che non si possono non fare. Questo nello specifico lo vidi per caso su Instagram, in una storia di un profilo che seguo dedicato alla moda sostenibile, diversi mesi fa; feci una foto allo schermo come promemoria, ma sono andata a cercarlo solo qualche settimana fa, dai miei spacciatori di libri di moda preferiti, Fashion Room Bookshop a Firenze. Loro avevano venduto delle copie di “Sfashion” e praticamente ho barattato la mia ricompensa con il libro “Fashion, Business, Spirituality“; non ho nemmeno dovuto chiederlo perché appena ho girato lo sguardo per cercarlo era già lì, sullo scaffale che mi attendeva.

Il titolo già mi aveva incuriosito: come si potrà mai combinare il mondo della moda (con tutte le sue magagne), il business (con l’ottica dei numeri e del profitto) e la spiritualità?!? Ho cominciato il viaggio di Farah tra le pagine di questo libro e ho immediatamente percepito similitudini e punti in comune con il mio, di viaggio nel fantastico universo della moda: la scelta della scuola, le aspettative, l’ingresso traumatico del mondo del lavoro, lo sclero, l’insofferenza, la scelta di chiudere con un tipo di ambiente ma nello stesso tempo la volontà di voler rimanere nel giro perché fermamente convinta che si possa fare moda anche in un altro modo. Ho divorato le pagine emozionandomi quasi nel sapere che nel mondo fashion (ed accademico, Farah ha insegnato in tantissime scuole del settore) potesse esistere una persona che la pensava esattamente come me, che ha avuto il coraggio di mettere tutto nero su bianco e che ha saputo integrare in maniera intelligente e non retorica il tema della spiritualità tra i lustrini e le contraddizioni del fashion. L’ho cercata, l’ho contattata per complimentarmi e ieri ci siamo incontrate per un caffè a Firenze.

Farah è bionda, super disponibile ed emana un’energica tranquillità; mi dà immediatamente l’idea di una persona che non te le manda a dire, ma (a differenza della sottoscritta), lo fa con decisione e senza bisogno di fare casino. Italiana di nascita, ha vissuto molto all’estero, dove ha intrapreso il suo cammino nel mondo della moda studiando in diversi istituti e proseguendo lavorando per diversi marchi, dai meno noti a quelli “TOP”, da Madrid a Milano. Ed è proprio nella capitale della moda nostrana che ha raggiunto l’apice di insofferenza ma, prima di crollare del tutto sotto il peso delle follie di queste aziende, ha scelto di staccare, cambiare città, trasferirsi a Firenze ed iniziare a scrivere questo libro. Un libro che evidenzia sì le problematiche dell’ambiente, ma che propone pratiche soluzioni per non venire sopraffatti dall’ombra oscura del Fashion System, riassumibili in un punto chiave: il ritorno all’umanità!

Quello che Farah ha rilevato nelle aziende, così come nelle scuole dove ha insegnato, è che spesso ci si dimentica di avere a che fare con le persone, con le loro aspettative, emozioni, frustrazioni, ambizioni. E’ necessario e fondamentale ripartire dal fattore umano e per farlo bisogna iniziare a connettersi con se stessi e prendere realmente consapevolezza, prima del sé e poi del perché. 😉 Essere veramente centrati è un lavoro lungo che nessuno ci spinge a fare se non noi stessi quando ci ritroviamo ormai invischiati nell’ansia, nella depressione o nel casino; cosa succederebbe se invece ce lo insegnassero a fare PRIMA del tracollo? A capirci e capire fornendoci gli strumenti giusti ed adatti così come ci impartiscono lezioni di storia del costume o di merceologia tessile? Succederebbero cose meravigliose: direttori creativi illuminati, ego smisurati si ridimensionerebbero, manager frustrati non avrebbero più bisogno di sfogare la loro insoddisfazione sulla stagista di turno e gli studenti smetterebbero di lamentarsi perché devono consegnare due progetti in una settimana. Insomma, il mondo della moda potrebbe diventare davvero un posto migliore…;) E se non si inizia da nessuna parte, di sicuro non cambia niente!

Questo è quello che crede Farah (e pure io) e che ha scritto in maniera accessibile fornendo strumenti pratici sui quali lavorare, in un excursus che parte dalla scelta della scuola fino a quella del lavoro, passando in rassegna i vari stadi della vita di un fashion worker, tre generazioni (studenti, junior e senior) che con le loro scelte e le loro azioni creano l’industria della Moda così come la vediamo ora.  A tutti i livelli esistono problematiche, noie, gioie, dolori, frustrazioni, delusioni, attimi di euforia ed è lì che può entrare in scena la spiritualità come strumento di crescita personale in grado di aiutare le persone a cambiare la realtà nella quale vivono. Certo, non si cambia un sistema così radicato in due minuti, ma le nostre scelte ed il nostro approccio possono fare la differenza. Il libro è solo il primo passo di un progetto molto più vasto che ha lo scopo di illuminare i lavoratori del mondo della moda e di creare una tribù sempre più ampia di addetti ai lavori capaci di far evolvere, cambiare e rendere più umano questo sistema. Ecco, se questi principi si estendessero a qualsiasi ambito professionale, politica compresa, avremmo un mondo sano. Ma andiamo un passo per volta…;)

Farah mi racconta che da quando il libro è uscito, ad ottobre del 2018, lo sta portando in giro il suo progetto, tramite presentazioni, talk e guest lecture nelle scuole; nel frattempo continua le sue consulenze ed attività di mentoring. Durante la chiacchierata sono emersi altri punti in comune, tra i quali l’amore per Ibiza, un’isola che ha cominciato a frequentare quando era studente a Madrid e che sulla quale continua a tornare (chissà che non si riesca ad imbastire qualcosa…)! Nell’oretta che abbiamo passato intorno al tavolino della libreria Todo Modo ci siamo scambiate pareri, opinioni, visioni, contatti e idee (e piccoli gossip “del giro” con nomi e cognomi che non farò 😛 ). Il suo esercito della luce ed il mio di sfashionisti in fondo lottano per lo stesso scopo e, proprio come accade nel corpo quando i globuli bianchi si uniscono per curare una ferita, così si sta creando un prezioso network di persone che hanno voglia e che si stanno impegnando, ognuna a modo loro, di riscrivere le regole del gioco. Ed è così che ci siamo salutate, con una dedica bellissima sulla mia copia del libro e con la promessa di rimanere in contatto. Perché insieme si rischia di andare più lontano.

Inutile dire che è stato un incontro prezioso. Inutile dirvi che è un libro da leggere, da chi è già nel turbine della moda, da chi sta pensando di entrarci e anche da chi pensa di essere “arrivato” proprio in questo ambiente. Forse è utile dirvi che è scritto in inglese, ma si legge benissimo 🙂

Per conoscere meglio Farah —-> https://farahlizpallaro.com/

 

#Sfashiontalk: conversando con Camilla Mendini aka Carotilla

Con questo pezzo voglio inaugurare una serie di conversazioni, virtuali e non, con personaggi che girano intorno all’ “altra moda“: produttori, creatori, comunicatori, chimici, esperti del settore, designer, imprenditori, attivisti. Insomma, voglio parlare e parlarvi di progetti interessanti, ma voglio farlo con la voce e le parole dei diretti interessati. Per conoscerli, conoscerci e farveli conoscere, facendo rete, in un’ottica di sana collaborazione e scambio. E sono molto felice di inaugurare gli #sfashiontalk proprio con lei… 😉


E’  difficile passare dal web a caccia di sostenibilità senza inciampare nel profilo di Camilla Mendini, a.k.a Carotilla. Ovviamente ci sono inciampata anche io, passando prima dal suo profilo Instagram e finendo poi sul suo attivissimo canale YouTube che, a parte contare 44.000 iscritti, è stato il primo in lingua italiana a parlare di moda sostenibile (e non solo). Trovare punti in comune non è stato difficile, così come entrare in conversazione con lei, prima tramite commenti, poi con messaggi diretti ed infine con questa chiacchierata a distanza. Sì, perché Camilla, nata in quel di Verona, vive negli Stati Uniti da quasi 5 anni con marito e due figli, dove continua la sua attività di #pusher di moda sostenibile (come si legge nella bio del suo instagram) e dove ha dato alla luce il suo ultimo progetto creativo, Amorilla.

La vita di Camilla è segnata da passaggi e cambiamenti, significativi cambi di orizzonte e stadi vitali che l’hanno portata ad essere quello che è: dalla grafica alla moda sostenibile, dall’Italia agli Stati Uniti, da single a mamma…”Hai colto in pieno il leitmotiv che ha accompagnato gli ultimi sette anni della mia vita: trasferimenti, amori, lavori, paesi diversi e bambini. Un continuo susseguirsi di cambiamenti, di prime volte e di vere e proprie sfide. Uscire dalla mia zona di comfort mi fa sentire attiva e ridona linfa alla mia creatività. Dagli ultimi anni dell’università ho vissuto a Milano, Parigi, Melbourne, Verona e poi New York. Ogni volta che mi sono trovata in un nuovo posto a vivere mi sono sentita subito a casa, grazie ad un trucco che metto sempre in atto (senza accorgermene): creo il più velocemente possibile la mappa mentale della zona, camminando e perdendomi tra le vie, per rispondere alla domanda: cosa ci sarà alla fine di quella via? Quali negozi si susseguono in quel vicolo? E cosi via. In questo modo mi creo la mappa della città con in miei punti di interesse e le zone da esplorare con più attenzione e cerco di usare le mappe il meno possibile (quando mi perdo, quindi). Il passaggio dalla grafica alla moda sostenibile invece é stato più graduale e meno immediato di un trasferimento, ma é probabilmente la rivoluzione – ancora in atto – più azzeccata che io abbia mai attuato. Mi completa come persona, perché se fare grafica é un lavoro che mi piace, occuparmi di moda sostenibile mi appassiona, perché mi permette di informarmi sulla cultura tessile dei vari Paesi, di accrescere la mia sete di sapere e di creare in maniera etica e sostenibile dei capi che altre donne impegnate e coscienti, indosseranno.

Il passaggio graduale verso la moda sostenibile ha avuto un inizio ben preciso: la visione del documentario “The True Cost” di Andrew Morgan; era il 2015 e, sotto consiglio del marito, Camilla si accinge a guardare l’ora e mezza che cambierà per sempre il suo essere prima consumatrice e poi designer (ecco, facesse lo stesso effetto a tutti saremo a posto)! “Una volta capito cosa si nasconde dietro al basso costo dei vestiti che compriamo, non ho più potuto fare finta di niente. Ho deciso che dovevo capire se c’erano e quali erano le reali alternative alla moda che indossiamo e acquistiamo tutti i giorni, creando video a tema su YouTube.”  Un atteggiamento non solo critico, ma curioso e propositivo. Il suo canale YouTube era già attivo con video dedicati soprattutto alla sua vita da italiana negli Stati Uniti, ma al momento di scegliere una piattaforma sulla quale veicolare le sue scoperte in fatto di moda sostenibile Camilla non ha avuto dubbi. “YouTube era la mia piazza già da qualche anno e, sebbene il mio canale stia crescendo sempre di più, non ho mai inseguito il sogno di diventare una guru di YouTube o di Instagram. Mi é sembrato naturale parlarne laddove avevo già un pubblico, pur sapendo di essere la prima su YouTube Italia a parlare di quell’argomento. Trovo inutile essere la centesima a proporre un video che so che farà views perché popolare ma che poco mi rispecchia, quando invece ci tengo ad essere la prima a portare sulla piattaforma un argomento che mi appassiona, anche se é poco conosciuto e quindi non fa tendenza. I riscontri iniziali erano misti: un insieme di “hai ragione” e “ma che alternativa abbiamo?”. Da qui sono nati i miei Haulternative, video in cui mostro brand sostenibili ed etici, in alternativa alla fast fashion.

Da divulgatrice a creatrice di una sua linea…”Dopo anni di ricerca e di studio, ho deciso di mettermi io in prima linea come designer, per creare una moda che fosse trasparente e rispettosa dell’ambiente e dei lavoratori coinvolti (cosa davvero molto rara, attualmente). Amorilla è l’ultimo progetto creativo di Camilla, la cui prima “storia” è uscita a marzo del 2018. Storie di moda, tessuti che raccontano, praticamente poesia indossabile. Le mini-collezioni, infatti, sono concepite come piccole storie d’amore… “I capi Amorilla raccontano Storie d’Amore legate ai tessuti e alle tradizioni tessili del Mondo: ogni Storia d’Amore nasce infatti da un colpo di fulmine verso un ricamo, una tecnica di stampa o un filato tradizionale di un qualche Paese. Ogni collezione nasce e viene interamente prodotta localmente, utilizzando materie prime e lavoratori locali. La prima Storia d’Amore é stata realizzata in Rajasthan, India, utilizzando un cotone biologico locale, stampato a mano con l’antica tecnica del Block Printing e cucito a mano in India. La seconda collezione racconta invece della ricchezza dei filati italiani, con una serie di capi realizzati in canapa e lana di yak, filati a telaio vicino a Como e cucita da donne che si sono salvate dal cancro al seno, in un piccolo laboratorio sartoriale a Verona.” Ero curiosa della storia n°3, ma è in lavorazione proprio in queste settimane, per cui non ci resta che aspettare…

Un lavoro lento, studiato, che affonda nelle culture e tradizioni di svariati angoli di mondo per poi restituirle sotto forma di capi, forme e colori prodotti in maniera etica e rispettosa. Amorilla è sostenibile al 90%: vende solo online, usa il corriere, l’aereo e non ha un negozio locale. In compenso i suoi capi sono tutti dotati di “etichette trasparenti“, ovvero fornite di tutte le informazioni necessarie sui tessuti, sui lavoratori coinvolti, sulle loro condizioni, sul luogo in cui sono creati i capi. Perché la trasparenza e l’onestà verso i clienti sono fondamentali, soprattutto in questo momento in cui “sostenibilità” è una parola della quale ultimamente si fa un uso eccessivo e a volte improprio.

M: Siamo all’apice della tendenza o all’inizio del cambiamento?

C: “Siamo all’inizio della tendenza, per chi usa il termine in maniera impropria: non solo da parte dei brand che, attraverso uscite di marketing definite “greenwashing”, si definiscono sostenibili quando in realtà non lo sono, solo per accaparrarsi fette di mercato più sensibili al tema Green, ma da parte degli influencer sui social, che riempiono i loro discorsi di parole come “sostenibile” o “senza plastica” per poi continuare a comprare da H&M e Zara o continuare a promuovere prodotti fatti interamente in plastica.” – (ovviamente anche in questo caso mi trova perfettamente d’accordo) – “Siamo però anche nel mezzo del cambiamento, per tutte quelle persone realmente impegnate e interessate: é il momento giusto perché il mercato se ne sta interessando. Fondamentale però diventa informare (per chi é attivo nel campo della sostenibilità) e informarsi (per chi se ne sta interessando).” Già, informare nella maniera corretta ed informarsi, perché per trasformare un’abitudine automatizzata in un gesto cosciente occorre la consapevolezza. E per attuare un cambiamento non c’è bisogno di gesta eroiche di pochi, ma di piccoli gesti quotidiani di tutti; come direbbe Camilla:

“Dieci santi non cambiano il mondo. Molti che fanno piccole cose lo cambiano”.

Quando le chiedo se si trova bene oltreoceano e se pensa mai di tornare in Italia, mi confessa che gli Stati Uniti le piacciono per il loro anticonformismo e per la spinta che possono dare a livello di opportunità, ma spesso rimpiange la cultura e l’attenzione al dettaglio e alla qualità tipicamente italiane. “La nostra storia è ricchissima e, vivendo lontano, noto che ci sia la tendenza a metterla da parte nella speranza di inseguire Paesi più forti economicamente, ma più poveri di sostanza.” In Italia torna per ricaricare le pile durante l’estate. Si gode le persone care, il cibo che sa di qualcosa e il rumore delle cicale. Ma per ora continua a stare laggiù…

Meno male c’è la rete che ci permette di seguire le sue avventure americane, beneficiare delle sue scoperte e curiosare nel prezioso lavoro che sta facendo per informare in maniera cosciente sulle alternative al fast fashion e su uno stile di vita sostenibile. E per continuare a scambiarci pareri ed opinioni su queste tematiche, anche a distanza! 

Ringrazio Camilla per la disponibilità e per la gentilezza e vi lascio i suoi riferimenti per trovarla online perché sì, nel confuso universo di influencer e blogger, sicuramente il suo è un profilo che mi sento di consigliare! 😉 Se già la conoscevate, punti in più per voi, se no…correte a sbirciare!

YouTube di CamillaAmorilla ClothingInstagram Carotilla

Conscious Loft, Neonyt e News: appunti di 48 ore a Berlino

Sono rientrata giusto una settimana fa da Berlino dove ho passato una 48 ore tra fiere, eventi e convegni dedicati all’innovazione, alla tecnologia e alla sostenibilità nel mondo della moda! Una due giorni in cui ho ascoltato, esplorato, parlato e toccato con mano un sacco di cose interessanti. Sono stati due giorni per osservare e riflettere allo stesso tempo, anche se la conclusione alla quale arrivo è sempre la stessa: MENO! Nella moda dovrebbe succedere quello che è successo con il cibo: SLOW FASHION come SLOW FOOD. Ma andiamo con ordine nei miei appunti di viaggio…

conscious loft by mochni

Un loft, un appartamento nel quartiere “cool” del momento a Berlino, Kreuzberg (l’ultima volta che ero stata a Berlino credo fosse il 2006) e un evento di tre giorni molto intimo dedicato al “sustainable lifestyle“. Questa tre giorni è stata organizzata dalla direttrice di Mochni, una rivista online che seguo ed ammiro da tempo, che mi ha invitata a partecipare all’evento. La prima cosa bella è stata entrare ed essere invitate a togliersi le scarpe, proprio come quando si entra a casa di qualcuno (lo so che da noi non usa così tanto, ma io lo trovo un gesto di estrema civiltà e l’ho apprezzato molto, così come ho apprezzato le ciabatte in lana di che ci hanno dato per muoverci soffici e calde come zampe di gatto all’interno del loft). Le ragazze dell’organizzazione erano tutte bionde, con vestaglia rosa e fascia di lana gialla in testa, delicate e graziose, soft, come l’ambiente che è stato creato. Un appartamento in piena regola, con una cucina all’americana dove poter assaggiare succhi pressati a freddo e dolci vegani (non sono un’amante del genere, ma le polpette non sarebbero state intonate), un salotto con esposti vari marchi selezionati per l’occasione, la camera da letto con i pigiami ed i trucchi (rigorosamente bio) ed il bagno con i saponi e deodoranti. L’esposizione era solo una parte dell’evento, l’altra erano i talk, tenuti da esperte dei vari settori, su vari temi legati ad uno stile di vita più sostenibile. Un modo per comunicare, interagire e fare network in un ambiente rilassato e tranquillo. Pure troppo zen per i miei gusti, ma assolutamente in linea con il mood della rivista. Già qui una considerazione mi nasceva spontanea: ma sostenibile deve fare rima per forza con soft, basico e naturale?…

 

NEONYT

Decisamente diversa la situazione al Neonyt, un hub creato appositamente durante la settimana della moda berlinese e dedicato alla ricerca, all’innovazione e alla sostenibilità. Un formato pensato per unire sotto lo stesso tetto (tra l’altro quello di un posto industriale fighissimo come il Kraftwerk, ex centrale elettrica messa fuori uso nel 1997 e destinato successivamente ad altri scopi) visionari, pensatori, designer innovativi, marchi, rivenditori, stampa ed influencer in un evento dai mille volti e un obiettivo comune: quello di rendere il mondo della moda un posto migliore! 😉

Suddiviso lo spazio in vari livelli, il piano terra è stato completamente dedicato all’esposizione di brand e marchi virtuosi, quelli che hanno fanno di etica e sostenibilità il loro principio ispiratore e linee guida imprescindibili. Ma cosa vuol dire? Per alcuni utilizzare solo tessuti naturali e bio, per altri riusare capi per dare vita a nuove collezioni, trasformandoli, per altri ancora approfittare delle innovazioni tecnologiche per usare materiali riciclati anche sintetici. Alcune collezioni nascevano dall’unione di artisti e designer provenienti da diverse parti del mondo o figlie di progetti sociali diventati poi piccoli brand. Tra accessori, scarpe ed abbigliamento ce n’era un po’ per tutti i gusti: dal basico all’etnico (date un occhio a Kuniri), dallo streetwear ai costumi, arrivando fino all’intimo (Olly Lingerie) e alle calze (finalmente ho potuto toccare con mano le calze di Swedish Stockings e anche ascoltare dal vivo una delle sue fondatrici).  Senza tralasciare una parte dedicata al bambino; uno dei primi stand sul quale mi è caduto l’occhio è stato quello di Petit Colibrì con piccoli capi in maglieria di alpaca morbidissima; pochi scambi di battute per scoprire che i designer del marchio erano italiani, mentre la produzione realizzata artigianalmente in Perù.  Il vero primo occhio, però, mi è caduto su Mahla: felpe con tigri, bomber dai colori accesi e abiti di seta stampati. Solo dopo ho visto Tytti Sofia, la sua ideatrice dai capelli gialli e rosa. La sua storia sembrava la copia della mia, solo in versione londinese: stanca del lavoro in azienda, disgustata dai metodi produttivi e dalla velocità, ha deciso di mettersi in proprio e creare il suo marchio con tempi lenti, il riuso dei materiali, un’estetica che la rappresenta e un’etica che l’accompagna. “E’ dura” – mi dice – “Ma preferisco così che stare in un sistema che non mi rappresenta“. Simpatia a parte, la sua è stata una delle collezioni con un tocco diverso tra tutte quelle esposte. Già, perché nonostante l’impegno sulla sostenibilità io e Tessa di Lottozero (anche di loro vi ho parlato tempo fa) abbiamo notato che in quanto a linee, tagli e modelli non c’era niente di particolarmente accattivante. Come dire, che nel 70% dei casi, l’estetica è stata sacrificata…e non è un bene! Stiamo pur sempre parlando di moda, no? Considerato poi che tra un po’ la sostenibilità non sarà più un plus ma la norma, direi che è il momento di sperimentare anche sul design…

Nel piano “di mezzo” continuava l’esposizione con alcuni brand raccolti in una sezione chiamata “Urbanvibe“, dove ho conosciuto un’altra italiana residente a Parigi (ma come mai quelli che fanno cose ganze emigrano sempre?!?), ex maestra di danza e creatrice del suo DanceFiber, capi comodi realizzati con materiali naturali appositamente dedicati al ballo e al movimento, ma assolutamente portabili anche fuori dalle classi di danza. Altra piccola parte di questo piano è stata dedicata ai produttori di materiali, ai confezionisti e a chi realizza tinture particolari, mentre un’altra zona è stata lasciata a blogger&co, in un formato chiamato Prepeek, dove si alternavano talk a servizi fotografici con i capi degli espositori (sì, ho partecipato anche io a questa campagna; no, ancora non ho le foto, arriveranno e già mi vergogno come una ladra). Un momento per fare rete e soprattutto conoscere delle blogger che non si sparano solo selfie a caso ma che condividono anche informazioni utili promuovendo uno stile di vita non basato sull’accumulo di scarpe e abiti in cabine armadio gigante (Chiara, niente di personale, ma io credo che non se ne possa davvero più di certi tipi di messaggi)! Alcune le seguivo già, altre le ho conosciute sul posto…alcune mi convincono, altre no! Dove c’è troppa retorica e poca poesia io ci vedo la fuffa. Ecco! 😉 (sulle blogger farò un post apposta)

All’ultimo piano, insieme a stand tecnici, una grossa area dedicata alle conferenze, dove si sono alternate tematiche svariate e speaker di un certo livello. Il tema principale di questa edizione è stata l’acqua, una risorsa preziosa, spesso sprecata, molte volte inquinata, non infinita. Pensare a come impattare meno su questo elemento fondamentale è di vitale importanza, come hanno testimoniato sia WWF sia esponenti di Greenpeace con imbarazzanti numeri alla mano. La soluzione non è unica, è un mosaico di soluzioni in cui ogni attore della filiera può mettere il suo tassello utilizzando le risorse a disposizione; un mosaico nel quale ognuno può contribuire con il suo vetrino colorato ad arginare il prosciugarsi delle acque che ci circondano. Non la voglio fare tragica e non la farò, però ogni volta che ascolto chiacchiere sull’argomento da una parte mi viene una gran voglia di fare, dire ed impegnarmi, dall’altra mi prende lo sconforto perché i problemi mi sembrano giganti (bimbi, siamo messi male). Poi arriva una 18enne sul palco, con gli occhi brillanti, la voce sicura, una dialettica precisa e oltre a sentirti stronza ti senti pure vecchia…(la 18enne è Melati Wijsen, fondatrice di Bye Bye Plastic Bag Bali ed attivista fin dall’età di 12 anni…età nella quale io giocavo ancora con le Barbie…di plastica, per l’appunto!).

Una fuga di 48 ore che ne è valsa la pena, perché parlare, ascoltare, toccare con mano, vedere e scambiare opinioni è fondamentale. Così come lo è uscire dal web e fare rete fuori dalla rete. Anche oltre i confini del nostro Stivale! 😉 Approfondimenti su alcuni marchi e personaggi a breve su questi canali…e anche su instagram!

Se tutto ciò vi ha incuriosito, la prossima edizione di entrambi gli eventi sarà dal 2 al 4 luglio!

Lana&Peli: l’impatto ambientale di pecore, capre ed altri animaletti

Adesso che il freddo comincia a fare capolino ecco che tornano piano piano le care vecchie maglie di lana: calde, morbide, avvolgenti e comode. Dopo tutto, ci vanno a spasso le pecore tutte l’anno, andranno sicuramente bene anche per noi umani? Indubbiamente è una fibra che ci fa comodo, ma non fa così tanto comodo all’ambiente. Sì, è naturale, è rinnovabile (grazie a Dio le pecore non hanno smesso di riprodursi) ed è anche biodegradabile, eppure anche le care pecorelle non sono propriamente ad impatto zero, anzi!

Gli allevamenti di pecore comportano l’uso di ampie zone di pascolo che vengono così sottratte ad altri tipi di colture, molta acqua, consumo di erba e foraggio, ma sono soprattutto le feci delle amiche pecore ad essere letali, sia per via dell’azoto in esse contenuto che favorisce l’effetto serra, sia per via di ammoniaca ed ossidi di azoto che possono contaminare le acque di falde superficiale. Carine! Acqua che si inquina ed acqua che si consuma: per rimuovere terra, erba ed altre impurità dal pelo dell’animale appena tosato, i volumi di acqua utilizzati sono ingenti, così come se ne consuma molta in fase di tintura e finissaggi. A questa vanno aggiunte saponi ed agenti chimici e sostanze coloranti…insomma, prima di arrivare al gomitolo di lana (o al filato) di spreco ce n’è parecchio! In più, e qui gli animalisti alzeranno il dito, ci sono alcune pratiche pre-tosatura non troppo rispettose della bestiola in questione, come il museling, ovvero la rimozione di una parte di pelle intorno alle natiche dell’animale per evitare che le mosche ci depongano le uova (sembra un gesto gentile, in realtà molte pecore muoiono per infezione post lacerazione…scusate l’immagine splatter, ma questa è la realtà)!

Anche per i peli “pregiati” la situazione non è migliore: la grande richiesta dei marchi di lusso di materiali come alpaca, mohair, cashmere, angora e così via, che provengono da animali residenti in specifiche aree geografiche (Mongolia, Perù, Ande), ha intensificato gli allevamenti provocando un notevole squilibrio delle aree naturali che sono state trasformate in pascoli, spesso desertificandole!

Il lato positivo è che ci si sta stando un gran da fare per impegnarsi a trattare meglio gli animali, a riciclare l’acqua, ad utilizzare tecnologie a basso consumo e sostanze chimiche un po’ meno pericolose. Oltre a riciclare gli scarti di produzione e post consumo. In questo nel distretto pratese ci sono i re della lana rigenerata, ovvero ottenuta riciclando indumenti o scarti di tessuti composti di lana. E’ un processo che si trova spiegato molto bene all’interno del Museo del Tessuto a Prato, dove praticamente gli indumenti, detti stracci, vengono divisi per colore, ripuliti da zip e bottoni, e poi disfatti per creare un nuovo tessuto. In questo modo i risparmi in fatto di consumi sono notevoli (-77% di energia, -90% di acqua, -90% di prodotti chimici, -95% di Co2, -100% di coloranti chimici perché grazie alla suddivisione degli stracci per colore non c’è bisogno di procedere alla tintura).

Altra storia è quella della lana biologica, dove gli animali mangiano bene, sono curati con l’omeopatia e vivono allegramente in spazi ampi in comunità ridotte (non più di 13 per ettaro): indubbiamente le pecorelle sono più tranquille, ma la natura soffre lo stesso! Quindi? Scegliere bene i capi, trattarli ancora meglio, farli durare e quando proprio sono finiti rimetterli in circolo riciclandoli. E ancora una volta risulta chiaro che per quanto riguarda la sostenibilità MENO è MEGLIO!!! (meno richiesta, meno produzione, meno consumi…meglio per tutti 😉 )

 

Letteratura Sfashionista

Di Sfashion ce n’è uno (in realtà un libro omonimo esiste, ma è un romanzetto che non ha nulla a che vedere con il mio libricino al vetriolo), ma di volumi interessanti che parlano “dell’altra moda” ne stanno uscendo diversi…anche in italiano. In inglese ne esistono decisamente di più, ma oggi volevo suggerire alcuni titoli per chi vuole approfondire l’argomento, di quelli che mi sono passati sotto mano e che posso consigliare con cognizione di causa 😉 Iniziando da “Fashion Change“…

Fashion Change è il volume pensato, scritto e pubblicato dalla Community di Out of Fashion. Un lavoro durato tre anni al quale hanno collaborato i docenti del corso, oltre che  imprenditori, studiosi, tecnici, intellettuali, fashion designer e personalità di riferimento internazionale della moda sostenibile. Il risultato è una guida che conduce, attraverso 7 capitoli tematici, in un percorso verso una moda alternativa,  focalizzando su quelli che sono gli aspetti non più sostenibili del sistema attuale e come poter svoltare perché ci sia un effettivo cambiamento. Il libro affronta i temi chiave della scelta delle fibre e dei trattamenti, dell’importanza dell’etica e del rispetto delle persone, andando a focalizzare su esempi positivi che possono essere presi come modello per imprese innovative e in grado di fare la differenza. La moda è un prezioso termometro sociale, divertente mondo dell’effimero, che deve essere mantenuto vivo e attivo nei suoi contenuti positivi. La creatività e l’ingegno sono la chiave per uscire dalla dimensione consumistica di massa e per entrare in una nuova epoca dove la moda sarà davvero qualcosa di unico ed originale. Gli spunti, in queste 250 pagine, ci sono tutti; così come immagini evocative, testi curati (pochi tecnicismi, tanti contenuti) ed interviste a personaggi in grado di ispirare chiunque voglia accogliere la sfida di essere parte di questo cambiamento la cui chiave è la consapevolezza.

Decisamente più tecnico ma ugualmente affascinante è il mondo che si apre sfogliando il libro “Neomateriali nell’economia circolare Moda” a cura di Marco Ricchetti. Lo so, il titolo incute già del terrore, ma la copertina, arancione a pois colorati riempiti di pattern e fibre tessili, stempera il tutto e conferisce un’aria più allegra al matto…ehm, al libro! 😉 Guscio a parte, il libro è scritto in maniera accessibile, chiaramente con riferimenti tecnici e scientifici ben precisi, ma scorrevole e comprensibile (ok, non ne consiglio la lettura prima di andare a letto, ma in treno o sotto all’ombrellone funziona lo stesso). Illuminante, fa il focus su vari aspetti che riguardano le fibre tessili, facendo chiarezza su punti spesso oscuri sui quali ci sono mille voci e mille versioni, e anche sulla filiera produttiva. Le innovazioni tecnologiche, punto sul quale il nostro Paese pare essere all’avanguardia, sono spiegate bene, così come i materiali innovativi ottenuti riciclando fibre che prima non avremmo mai immaginato (si riescono a tirare fuori tessuti anche dalle bucce di banana…per dirne una)! 😛 Insomma, io lo metterei come libro di testo nei corsi di Fashion Design, ma non solo…

L’impresa Moda Responsabile“, invece, è il testo redatto da Francesca Romana Rinaldi (docenti alla Bocconi di Milano) e Salvo Testa, che fornisce una chiara panoramica della teoria, delle sfide e delle opportunità di sostenibilità nel settore e dimostra come le aziende della moda possano ottenere un vantaggio competitivo attraverso l’innovazione sostenibile. In questo campo, oltre a piccole realtà e a nuovi designer, ci sono esempi di grandi aziende che, in maniera pionieristica, hanno iniziato ad attuare cambiamenti in questo senso (tra gli esempi troviamo anche Gucci, Levi’s, Timberland e Brunello Cucinelli). Chiaramente alcune questioni e riflessioni mi lasciano sempre perplessa, soprattutto quando si parla di grandi aziende, fatturati milionari e profitto, ma effettivamente dei segnali di presa di coscienza anche da parte di questi “mostri” si intravedono. Una lettura illuminante per il consumatore socialmente consapevole e chiunque abbia un interesse professionale o personale in questo settore.

Sì, lo so, non sono proprio letture da spiaggia, ma tra un giallo ed un libro di avventure qualcosa che apre la mente ed informa ci sta, no?!? Se poi volete anche fare due risate Sfashion lo trovate sempre in libreria…;)