Provocazioni a fin di bene: #sfashionmagazine #0

Qualche giorno fa, mentre riprogrammavo il nuovo anno lavorativo, ho avuto un lampo, ovviamente fuori programma: tira fuori Sfashion Magazine per Pitti! L’idea di una rivista Sfashion é nella mia mente da diversi anni, ma la cosa non si é mai concretizzata su cartaceo; ci sono gli articoli qui sul blog e ci sono stati su I Like It Magazine per quasi due anni. La rivista come la immagino io é ancora lontana, ma ho pensato tra me e me “perché non iniziare da qualcosa di piccolo, provocante, esplosivo e nello stesso tempo illuminante da spargere in giro durante il Pitti?” Ed é così che nel giro di due giorni é nato lui…

Un quartino, un foglio in bianco e nero alla vecchia maniera con un impostazione da quotidiano ed i titoli acchiappa-attenzione e messaggi chiari e forti, comprensibili ai più senza troppi filtri. La missione di questo oggetto é duplice: da una parte provocare apertamente gli addetti ai lavori e nello stesso tempo invitare alla riflessione su come il fashion business vada ripensato in un’ottica di apertura, umanità, etica e leggerezza. La notizia choc in apertura riguarda il sorriso, quello che manca sempre a chi lavora nella Moda, perché per essere davvero fashion si deve essere imbronciati, seri, scuri, al massimo malinconici come un grigio topo, ma illuminati dal sorriso no! É un affronto a glitter&pailettes: solo loro hanno il diritto di luccicare! 😉 É intervenuto sul tema per l’illustrazione di copertina Francesco Ripoli…

Dall’altra parte ho voluto puntare il dito sulla sostenibilità come tendenza, che in molti casi diventa solo un’operazione di marketing risciacquato nell’eco. Un invito a non lasciarsi convincere da belle parole o azioni di facciata, ma controllare e domandare chiarezza ai marchi preferiti. Uno spiraglio sui fatti positivi e sulla domanda in crescita di prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone mi sembrava doverosa, anche solo per incoraggiare a fare sempre meglio…

Gli eventi parlano chiaro, Greta si è sgolata per un anno intero facendo scendere in piazza milioni di persone, il movimento della Fashion Revolution e la Campagna Abiti Puliti hanno portato alla luce numeri e fatti che non si possono più ignorare, a patto di tenere volontaria- mente occhi e orecchie chiusi, limitandosi a vivere nella propria bolla dorata. Emergenza climatica, inquinamento ai massimi livelli e schiavitù contemporanea sono temi caldi verso i quali siamo stati chiamati a prendere misure immediate a partire dalla vita quotidiana di ognuno (che se aspettiamo i governi facciamo prima ad esplodere)! Picchia e mena, insisti per convinzione o semplicemente per omologazione, le coscienze si sono cominciate a smuovere; in fin dei conti noi siamo la domanda, noi possiamo fare la differenza. In questo modo anche le aziende e le organizzazioni hanno dovuto prendere atto di varie questioni e regolarsi di conseguenza. La notizia positiva è che i numeri sono in crescita: grazie al Transparency Index il 70% delle aziende ha reso nota la filiera produttiva ed in generale c’è stato un incremento medio del 9% dei punteggi (si stanno impegnando di più per fare meglio); i consumatori vogliono più informazioni e sono più orientati all’acquisto di marchi che sono veramente sostenibili, sempre più consci del fatto che allungare la vita dei propri capi di alcuni mesi o anni può ridurre emissioni di Co2, evita spazzatura inutile e salva l’acqua dal massiccio inquinamento. La strada è aperta. Possiamo decidere se percorrerla o girarci dall’altra parte…

Da ieri é in giro alla Fortezza, fuori e dentro, grazie agli amici di Fashion Room, book store di fiducia specializzato in libri legati a moda, costume, design e comunicazione. Questo weekend verrà con me a Milano e a breve, sperando di farvi cosa gradita, il PDF sarà disponibile gratuitamente sul mio sito 🙂

Il vero #sfashionista non molla mai. E di sicuro non sarò io la prima 😉

Stasera, in diretta su Instagram, riprendono gli #Sfashiontalk in versione rinnovata. Iniziamo l’anno alla grande. Che ne dite?

Fashion, Business, Spirituality: un caffè con Farah

Ci sono libri che arrivano al momento giusto e ci sono incontri che non si possono non fare. Questo nello specifico lo vidi per caso su Instagram, in una storia di un profilo che seguo dedicato alla moda sostenibile, diversi mesi fa; feci una foto allo schermo come promemoria, ma sono andata a cercarlo solo qualche settimana fa, dai miei spacciatori di libri di moda preferiti, Fashion Room Bookshop a Firenze. Loro avevano venduto delle copie di “Sfashion” e praticamente ho barattato la mia ricompensa con il libro “Fashion, Business, Spirituality“; non ho nemmeno dovuto chiederlo perché appena ho girato lo sguardo per cercarlo era già lì, sullo scaffale che mi attendeva.

Il titolo già mi aveva incuriosito: come si potrà mai combinare il mondo della moda (con tutte le sue magagne), il business (con l’ottica dei numeri e del profitto) e la spiritualità?!? Ho cominciato il viaggio di Farah tra le pagine di questo libro e ho immediatamente percepito similitudini e punti in comune con il mio, di viaggio nel fantastico universo della moda: la scelta della scuola, le aspettative, l’ingresso traumatico del mondo del lavoro, lo sclero, l’insofferenza, la scelta di chiudere con un tipo di ambiente ma nello stesso tempo la volontà di voler rimanere nel giro perché fermamente convinta che si possa fare moda anche in un altro modo. Ho divorato le pagine emozionandomi quasi nel sapere che nel mondo fashion (ed accademico, Farah ha insegnato in tantissime scuole del settore) potesse esistere una persona che la pensava esattamente come me, che ha avuto il coraggio di mettere tutto nero su bianco e che ha saputo integrare in maniera intelligente e non retorica il tema della spiritualità tra i lustrini e le contraddizioni del fashion. L’ho cercata, l’ho contattata per complimentarmi e ieri ci siamo incontrate per un caffè a Firenze.

Farah è bionda, super disponibile ed emana un’energica tranquillità; mi dà immediatamente l’idea di una persona che non te le manda a dire, ma (a differenza della sottoscritta), lo fa con decisione e senza bisogno di fare casino. Italiana di nascita, ha vissuto molto all’estero, dove ha intrapreso il suo cammino nel mondo della moda studiando in diversi istituti e proseguendo lavorando per diversi marchi, dai meno noti a quelli “TOP”, da Madrid a Milano. Ed è proprio nella capitale della moda nostrana che ha raggiunto l’apice di insofferenza ma, prima di crollare del tutto sotto il peso delle follie di queste aziende, ha scelto di staccare, cambiare città, trasferirsi a Firenze ed iniziare a scrivere questo libro. Un libro che evidenzia sì le problematiche dell’ambiente, ma che propone pratiche soluzioni per non venire sopraffatti dall’ombra oscura del Fashion System, riassumibili in un punto chiave: il ritorno all’umanità!

Quello che Farah ha rilevato nelle aziende, così come nelle scuole dove ha insegnato, è che spesso ci si dimentica di avere a che fare con le persone, con le loro aspettative, emozioni, frustrazioni, ambizioni. E’ necessario e fondamentale ripartire dal fattore umano e per farlo bisogna iniziare a connettersi con se stessi e prendere realmente consapevolezza, prima del sé e poi del perché. 😉 Essere veramente centrati è un lavoro lungo che nessuno ci spinge a fare se non noi stessi quando ci ritroviamo ormai invischiati nell’ansia, nella depressione o nel casino; cosa succederebbe se invece ce lo insegnassero a fare PRIMA del tracollo? A capirci e capire fornendoci gli strumenti giusti ed adatti così come ci impartiscono lezioni di storia del costume o di merceologia tessile? Succederebbero cose meravigliose: direttori creativi illuminati, ego smisurati si ridimensionerebbero, manager frustrati non avrebbero più bisogno di sfogare la loro insoddisfazione sulla stagista di turno e gli studenti smetterebbero di lamentarsi perché devono consegnare due progetti in una settimana. Insomma, il mondo della moda potrebbe diventare davvero un posto migliore…;) E se non si inizia da nessuna parte, di sicuro non cambia niente!

Questo è quello che crede Farah (e pure io) e che ha scritto in maniera accessibile fornendo strumenti pratici sui quali lavorare, in un excursus che parte dalla scelta della scuola fino a quella del lavoro, passando in rassegna i vari stadi della vita di un fashion worker, tre generazioni (studenti, junior e senior) che con le loro scelte e le loro azioni creano l’industria della Moda così come la vediamo ora.  A tutti i livelli esistono problematiche, noie, gioie, dolori, frustrazioni, delusioni, attimi di euforia ed è lì che può entrare in scena la spiritualità come strumento di crescita personale in grado di aiutare le persone a cambiare la realtà nella quale vivono. Certo, non si cambia un sistema così radicato in due minuti, ma le nostre scelte ed il nostro approccio possono fare la differenza. Il libro è solo il primo passo di un progetto molto più vasto che ha lo scopo di illuminare i lavoratori del mondo della moda e di creare una tribù sempre più ampia di addetti ai lavori capaci di far evolvere, cambiare e rendere più umano questo sistema. Ecco, se questi principi si estendessero a qualsiasi ambito professionale, politica compresa, avremmo un mondo sano. Ma andiamo un passo per volta…;)

Farah mi racconta che da quando il libro è uscito, ad ottobre del 2018, lo sta portando in giro il suo progetto, tramite presentazioni, talk e guest lecture nelle scuole; nel frattempo continua le sue consulenze ed attività di mentoring. Durante la chiacchierata sono emersi altri punti in comune, tra i quali l’amore per Ibiza, un’isola che ha cominciato a frequentare quando era studente a Madrid e che sulla quale continua a tornare (chissà che non si riesca ad imbastire qualcosa…)! Nell’oretta che abbiamo passato intorno al tavolino della libreria Todo Modo ci siamo scambiate pareri, opinioni, visioni, contatti e idee (e piccoli gossip “del giro” con nomi e cognomi che non farò 😛 ). Il suo esercito della luce ed il mio di sfashionisti in fondo lottano per lo stesso scopo e, proprio come accade nel corpo quando i globuli bianchi si uniscono per curare una ferita, così si sta creando un prezioso network di persone che hanno voglia e che si stanno impegnando, ognuna a modo loro, di riscrivere le regole del gioco. Ed è così che ci siamo salutate, con una dedica bellissima sulla mia copia del libro e con la promessa di rimanere in contatto. Perché insieme si rischia di andare più lontano.

Inutile dire che è stato un incontro prezioso. Inutile dirvi che è un libro da leggere, da chi è già nel turbine della moda, da chi sta pensando di entrarci e anche da chi pensa di essere “arrivato” proprio in questo ambiente. Forse è utile dirvi che è scritto in inglese, ma si legge benissimo 🙂

Per conoscere meglio Farah —-> https://farahlizpallaro.com/

 

Creare il movimento (di donne, di moda e del fare rete intelligente)

Sfashion non è solo un libro, è un percorso. E’ un cammino iniziato tanto tempo fa quando cominciai ad avere i primi conflitti con il mondo della moda, ci ho messo un puntino quando mi sono licenziata dalla prima azienda perché non sopportavo il sistema, ci ho messo un altro punto importante con l’uscita del libro e sto continuando a mettere puntini ogni singolo giorno della mia vita. Ogni tanto, nonostante l’obiettivo sia chiaro e la motivazione presente, mi prende la sfiducia, la stanchezza, la fatica e quell’atteggiamento tipico dell’essere umano accomodato sulla vita che dice: “Tanto qui non cambia niente, cosa ti agiti a fare?”. Eh…appunto!

Poi accadono giornate come quella di martedì scorso a Milano e mi riprendo immediatamente. Sono stata in riunione con le donne di Connecting Cultures, tre meravigliose teste che lavorano sulla cultura, sull’arte, sulla moda e sulla sostenibilità; sono loro che organizzano il corso Out Of Fashion (corso di formazione di cui vi ho parlato a inizio anno), che hanno pubblicato il libro Fashion Change e che si muovono costantemente per costruire “un’altra moda“. Anna Detherige, Chiara Lattuada e Paola Baronio (la penna dietro La Mia Camera con Vista) sono molto diverse tra loro, ma la loro diversità è una sinergia che combinata insieme riesce a dare vita ad un sacco di cose. Mentre eravamo a pranzo ci ha raggiunto un’altra donna incredibile, è entrata nel locale imbacuccata dalla testa ai piedi (perché si muove solo in bici) sentenziando con un sorriso “Sfido chiunque ad essere vestita bene con questo cazzo di freddo”. Benedetta Barzini è un pezzo di storia della Moda, modella, giornalista, docente in università ma soprattutto una rivoluzionaria indipendente che non ha nessun tipo di problema a dire la sua e ad andare contro corrente (sì, ci siamo trovate immediatamente). Passare cinque ore con queste donne a parlare di moda, arte, convegni, progetti, libertà, indipendenza è stata una boccata d’aria fresca, un’iniezione di motivazione (se c’è chi ha ancora la forza per spingere verso un cambiamento a 74 anni perché dovrei mollare io a 38?!?) e  tutto mi è ritornato chiaro: io da sola non cambio niente, ma quando si crea un movimento l’onda che si genera può essere davvero ad alto impatto.

Mi sono quindi venuti in mente i “movimenti” di un tempo, quelli legati alle correnti artistiche, al pensiero filosofico che diventava azione, all’unione di persone che genera cambiamenti. E mi si è palesato davanti un altro interrogativo: siamo in grado, nel 2018, quasi 2019, di generare un movimento sano, attivo, in cui ognuno partecipa con la sua voce e con i suoi mezzi verso un obiettivo comune senza bisogno di proteggersi dalle “copie”, senza fare a gara a chi arriva primo, senza essere gelosi delle proprie scoperte e dei propri traguardi, comportandosi in un modo etico? Fare rete è importante, fare rete in maniera intelligente e corretta è fondamentale. Anche in questo modo dedicato alla diffusione dell’ “altra moda” e altri stili di vita c’è, purtroppo, chi fa a gara ad arrivare per primo, chi è geloso del proprio micro-mondo, chi tiene le proprie scoperte per sé e chi guarda fondamentalmente al suo orto e al suo business spesso agendo in maniera poco corretta. Ecco, io mi dissocio! Lo scopo è la diffusione per generare cambiamenti, ognuno con il suo tono di voce, il proprio metodo e le proprie competenze. C’è spazio per tutti e soprattutto riguardo a certe tematiche più se ne parla (in maniera intelligente) meglio è. Quindi via libera ai movimenti, alle collaborazioni, al fare rete e sviluppare progetti sempre più in grande. Questo è quello che mi spinge a continuare e quello che porterà svariate novità e collaborazioni per il 2019…;)

Con questo pensiero di fine anno (il prossimo post sarà di Federica e poi ci risentiamo direttamente ad anno nuovo), vi ringrazio per l’interesse verso questa rubrica, vi ricordo che il libro (Sfashion) è sempre disponibile, che la rubrica Sfashion è tutti i mesi anche in edicola tra le bellissime pagine di I like it Magazine e che se avete qualche argomento che vi interessa approfondite me lo potete scrivere QUI! Io vi ascolto, prendo appunti e provo rispondere alle vostre curiosità… +movimento +rete +sfashion per tutti!!!

Sfashion Shopping: le alternative! #1

“Lo sfashionista non è un consumatore seriale. E nemmeno un francescano della moda. E’ una persona consapevole e attenta”.

Recita così il quarto punto del “Manifesto Sfashionista“, al quale oggi aggiungere anche che oltre ad essere consapevole ed attento, lo sfashionista è pure un amante del bello. Già, perché spesso quando si parla di moda etica e sostenibile vengono subito in mente prodotti dall’estetica sciatta, insipida, basica nel più triste senso del termine. Ecco, quei tempi sono lontani, o meglio certi oggetti squallidi e non curati esistono ancora, ma fortunatamente l’estetica del prodotto è diventata importante tanto quanto il suo essere realizzato con criteri etici e senza distruggere l’ambiente. Meno male! Le domande qui sorgono spontaneamente: dove li trovo? Chi sono questi marchi? Esistono negozi online? Certo che esistono e sono sempre di più! Oggi, quindi, consigli per acquisti alternativi, sotto forma di un brand, un negozio reale ed uno spazio virtuale che raccoglie e presenta marchi etici. Se volete farmi segnalazioni io ho sempre occhi e orecchie aperti! 😉

Illustrazione di Enrica Mannari 

UN BRAND

Chi non conosce People Tree? Sono molto noti, ma io non dò mai niente per scontato! People Tree ha iniziato a collaborare con i produttori del commercio equo solidale circa 27 anni fa, ingaggiando addetti ai lavori, artigiani e agricoltori nei paesi in via di sviluppo per produrre collezioni di moda etica ed eco-sostenibile, creando accesso ai mercati e opportunità per le persone che vivono nel mondo in via di sviluppo. E sono proprio le persone a giocare un ruolo centrale nella filosofia e nei prodotti di questo marchio britannico: il rispetto dei lavoratori, la collaborazione con artigiani locali, la manodopera retribuita regolarmente e la collaborazione con designer provenienti da tutto il mondo. People Tree è stato un caso pilota per la certificazione per la fabbricazione del commercio equo e solidale ed è  stata la prima azienda di abbigliamento al mondo a ricevere il marchio di prodotto Fair Trade World Fair Trade Organization nel 2013. Certificazioni, impegno sociale, scelta accurata dei materiali, incroci con tradizioni locali e riscoperta di antiche arti si traducono in una serie di collezioni e di prodotti estremamente curati e dall’estetica contemporanea (non sarà alla moda come l’ultima sfilata di Gucci, ma ad un certo punto chissene). Chi è a caccia dei famosi “capi basic” o cose facili per gli abbinamenti di tutti i giorni può rivolgersi a loro! 🙂

www.peopletree.co.uk

UN NEGOZIO VERO

Si stanno moltiplicando i negozi “reali“, quelli con vetrine, cassa e camerini, specializzati in abbigliamento ed accessori fatti seguendo determinati criteri. Sono quelli che vanno a ricercare brand sostenibili, prodotti esclusivi, opere di artigianato ed accessori riciclati da offrire ai propri clienti. Uno di questi è sicuramente in negozio FairMade di Brescia. Qui Simona e Barbara hanno deciso di mettere all’interno di questo contenitore unico tutta una serie di marchi che realizzano le loro collezioni in maniera rispettosa dell’ambiente e delle persone, ma soprattutto che raccontano una storia. Lo slogan del negozio è “storie da indossare“, perché dietro ad ogni capo c’è una storia che lo accompagna e lo segue. Un concept store con prodotti selezionati, dove i marchi all’interno sono partner di questo progetto orientato ad offrire un’alternativa allo shopping tradizionale. BrainTree, Nomads, Comazo (interessante progetto di intimo, così possiamo abbandonare le mutande da 2 € alle quali parte l’elastico dopo il terzo lavaggio), gli zaini di Gazpacho o le scarpe di Gipan. Ma non solo. L’attività di ricerca non si ferma, così come gli eventi e le collaborazioni che si alternano all’interno del negozio. Chi si trova a Brescia può andarle a trovare direttamente in Corso Palestro 45, altrimenti lo shop funziona anche online!

www.fairmade.it

UN INDICE DI BRAND ETICI

Si chiama Ethical Fashion Guide ed è un indice che raccoglie brand etici che spaziano dall’abbigliamento agli accessori, compresa una sezione appositamente dedicata ai bambini. Una guida che ricerca, seleziona e mette a disposizione nomi, immagini e contatti di marchi che lavorano in una direzione etica e sostenibile, già da tempo. Questo perché in molti si stanno interessando all’argomento, ma nessuno ha la pazienza di indagare e cercare marchi e produzioni alternative. Di siti e indici di questo genere ce ne sono svariati (tempo fa vi parlai di uno dei miei siti preferiti, mochni.com), ma questo lo trovo particolarmente curato. La selezione avviene appurando determinati criteri di rispetto prima di tutto per i lavoratori (è inutile fare i fighi con il cotone organico se poi i vestiti te li cuce una donna sottopagata che lavora 18 ore al giorno), poi per l’ambiente. Non si può comprare direttamente, ma ci sono tutti i link del caso divisi sia per brand sia per categorie di prodotto. In questo modo, anche a titolo informativo, potete venire a conoscenza di numerose realtà che uniscono in maniera professionale etica ed estetica. Da guardare…

www.ethicalfashionguide.com

Un indice del genere che raccoglie i brand italiani FATTO BENE ancora non l’ho trovato, ma chissà che non arrivi a breve proprio da queste parti…o molto vicino! 😉 Stay connected, Stay Sfashion!!!

Sfashionisti sotto l’albero

Sfashionisti si nasce o si diventa, in ogni caso una volta intrapreso questo cammino fatto di consapevolezza e libertà difficilmente si riesce a tornare sulla “via vecchia” o alle cattive abitudini 😉 Anche in questo periodo di feste più o meno comandate, ha le sue linee guida…

1-Lo sfashionista, soprattutto a Natale, si veste un po’ come vuole. Se ha voglia dei glitter, se li mette, se al rosso preferisce il fuxia, se lo mette e se vuole stare in pigiama…ci sta! Insomma, non dà retta alle proposte di stagione, che poi sono le solite rivestite da “novità dell’anno“.

2-Lo sfashionista non si lascia travolgere dall’ondata di consumismo sfrenato. Sa controllare i suoi istinti e moderare gli acquisti 😉

3-Lo sfashionista ama fare i regali, ma non ama lo spreco. Ecco perché PENSA a chi vuole fare un regalo prima di farlo, facendolo con il cuore e la testa e non perché DEVE. Motivo per cui…

4-Lo sfashionista non fa regali di circostanza. La sua onestà intellettuale e quel pizzico di anarchia non gli permettono di fare doni a caso giusto perché “sennò pare brutto“!!!

5-Lo sfashionista preferisce fare i suoi acquisti dagli artigiani, da designer che auto-producono, da chi fa le cose riciclando materiali, da chi si impegna a rispettare l’ambiente, le persone e cerca di avere un’etica. Ce ne sono tanti in giro, ci sono tanti mercati dedicati alle autoproduzioni (questo weekend il Mercantile a Pisa, East Market a Milano e tantissimi altri sparsi in giro per l’Italia), eventi dove poter toccare con mano questi prodotti o anche tantissimi profili instagram, siti web e negozi online dove ordinare comodamente seduti a casa senza infilarsi nella ressa cittadina, che è senza dubbio caratteristica, ma può provocare stress. Invece di regalare cose in serie prodotte da multinazionali più o meno oneste, meglio premiare il lavoro e l’originalità di artisti e artigiani!

6-Lo sfashionista non si fa i selfie sotto l’albero. Nemmeno quelli con le lucine vicino. Caso mai qualche foto di gruppo con tutto il parentado, di quelle spontanee con il vino del nonno in circolo e le guance rosse.

7-Lo sfashionista a Natale non è a dieta. Insomma, senza esagerare, ma fare quelli che mangiano insalata e brodo e basta non è rispettoso verso chi spiattella tutto il giorno. La cucina e la cuoca (o i cuochi) vanno onorati per le feste. Per rimettersi in forma c’è tempo prima e dopo!

8-Lo sfashionista non compra una mutanda rossa ogni anno. Usa quella che ha, almeno fino a quando non è diventata rosa chiaro a furia di lavaggi 😉

9-Lo sfashionista diffonde il verbo, sempre. Se poi con l’occasione delle feste vuole regalare uno SFASHION di carta e colori, lo può fare. Basta andare qui—> Morellini Editore ed ordinarlo (o anche nelle librerie). In cambio l’autrice invierà infinita gratitudine e buone vibrazioni per tutti ❤

Chi è in zona Milano questo giovedì, c’è un appuntamento in casa editrice dedicato agli amanti dei libri…magari ci facciamo gli auguri dal vivo! 😉

Vintage, re-fashioning e baratto: chiacchierando con Federica di Hobo

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Fare presentazioni in giro non è solo un modo per far conoscere il libro, ma è soprattutto un modo per conoscere persone interessate all’argomento e fare rete “dal vivo“. Durante l’ultima presentazione a Torino, avevo iniziato da 10 minuti, ho visto entrare una ragazza con una cresta fuxia ed una giacca a pelo lungo (finto) rosa e nera che ha subito attirato la mia attenzione; mi ha fatto una domanda a fine presentazione e così è partita una lunga chiacchierata, seguita da aperitivo e pure cena. Colore dei capelli a parte, ho scoperto che sono parecchie le cose in comune e che Federica Pizzato, per gli amici Fedix, un caotico ariete ascendente pesci, è impegnata in un sacco di iniziative per la promozione di una moda etica e sostenibile.

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Mi ha raccontato la storia di HOBO, di come questo sogno abbia preso forma dalla folle idea di due amici “All’inizio era semplicemente una piccola bancarella dell’usato che girava le feste estive della nostra provincia. Ora è una delle attività dell’associazione Groove di Biella che riunisce in sé diversi aspetti legati alla moda sostenibile. In principio era il vintage, e lo è ancora, abbiamo un bacino di circa 1300 capi dagli anni ’50 ai ’90; poi è arrivato l’appuntamento mensile con il baratto di abiti e accessori ed infine un progetto di re-fashioning e laboratorio sartoriale per persone svantaggiate in collaborazione con La Bottega dei Mestieri, luogo di incontro e di lavoro-laboratorio per persone svantaggiate. Lavoriamo con persone che hanno subito traumi fisici come ictus o emorragie cerebrali e con un gruppo di ragazzi e ragazze migranti utilizzando vecchie stoffe e abiti per creare altri prodotti. Da qui sono nate le Hobo Refashioning Tee. Queste sono le nostre tre anime.14292517_1120095744771404_5154309059197993684_n

Tre anime meravigliose, tre modi pratici e concreti per fare davvero una moda sostenibile: utilizzando il passo e riutilizzandolo, evitando nuove produzioni, ma dando vita nuova al passato. Il vintage è divertente, ecologico e meraviglioso. Peccato a volte costi così tanto…

Ci sono diverse tipologie di vintage e diversi fattori che determinano il costo elevato di alcuni capi ad esempio: la fattura, ci sono abiti vintage che sono arrivati fino a noi e costano tanto proprio perché sono arrivati a compiere 20-30-40-50 anni; in più sono quelli fatti meglio in termini di cucitura, rifiniture, qualità dei tessuti, dettagli ecc…La conservazione: gli abiti che arrivano perfetti fino ad attrarci nella boutique del vintage o nello stand della fiera saranno evidentemente più costosi di un abito carino magari, ma con una macchiolina di vecchiaia o l’orlo un po’ scucito scovato al mercatino della domenica. Il brand: è normale che attorno a certi capi iconici di alcuni noti marchi della moda si sia creata una vera e propria corsa al feticcio. Costano meno della versione contemporanea ma il loro prezzo è sempre elevato proprio perché considerati intramontabili dai più ed hanno valore anche per i valori e l’idea innovativa che rappresentano per i tempi in cui sono stati creati. La rarità; un abito da flappers anni ’20 ancora possibile indossare ormai è una rarità.  Perché arrivati ad 80-90 anni di vita anche i tessuti più pregiati iniziano a dare segni di cedimento e gli abiti iniziano a diventare pezzi da museo da ammirare su un manichino. Se avrete la fortuna di scovarne uno da poter sfoggiare ad un party importante pagherete anche la sua rarità di certo.

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E peccato anche che chi indossa il vintage spesso finisce con l’andare in giro come una zia degli anni 60, con quel tocco retrò un po’ troppo retrò. “Bisogna secondo me distinguere tra amanti, appassionati e… fanatici del vintage. Per i primi due la moda è un gioco e il vintage di conseguenza. A queste due tipologie piace mixare i propri capi aggiungendo dettagli presi dal passato, che danno quel tocco di originalità e ricercatezza in più. Gli amanti utilizzano il vintage più a spot, gli appassionati sono più seriali ma con moderazione e tanta creativitàI fanatici esagerano, punto: si vestono sempre come se dovessero partecipare ad una festa a tema, non concepiscono altro che il vestire perfettamente fedeli ad un’epoca e pensano che fare il contrario sia un sacrilegio. A questi ultimi mi sento di dire una cosa: «Anche meno! Cioè ragazzi non vi sentite sempre come se steste recitando una parte?!» A mio avviso il mix and match regala uno stile molto più personale e scegliendo da noi l’accessorio o il capo vintage che fa al caso nostro non potremo far altro che sentirci più gnocche!

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Mi ricorda che bisogna fare attenzione a cosa si acquista e da chi. “Molti capi vintage spesso nascondono ben celati alcuni trabocchetti, bisogna essere acute osservatrici e poco inclini all’impulso, se potete studiate perché il vintage è tanto bello ed etico ma le persone, ahinoi, non sempre lo sono.” Più onesto è sicuramente il baratto, forma di commercio primordiale ma che ultimamente sta tornando in voga, forse proprio perché si tende a consumare (e a spendere) meno. Ogni ultimo sabato del mese Hobo organizza il suo “swap” all’insegna del motto “In un mondo che cambia è felice chi scambia.” Federica è convinta che il baratto sia a tutti gli effetti una parte di futuro che prende spunto dal vecchio, ma oggi più che mai attuale, concetto del non spreco! “Non spreco che significa non solo risparmio per noi ma rispetto del prossimo e del pianeta che ci è stato (non dimentichiamolo) donato! Siamo parte della natura che ci circonda e in qualche modo dovremmo cercare di ricordarcelo“.

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“In passato, in Italia gli abiti si scambiavano soprattutto in famiglia o tra amiche mentre oggi sono tante le iniziative che hanno il baratto come cuore pulsante. Abbiamo raggiunto un livello di saturazione “fashion” tale, grazie alla moda usa e getta, che ormai ognuno di noi ha armadi che straripano di cose inutili ed inutilizzate che magari per qualcun altro potrebbero rappresentare un valore. Credo sia da questa considerazione che tanti come me sono partiti a ripensare un modo per rimettere in circolo la moda.” Rimetterla in circolo così com’è, ma anche modificandola. Il refashoning è un processo di trasformazione dei capi, un po’ come il riciclo, ma differente. Le ho chiesto di fare finta di spiegarlo a mia mamma…11891039_873672612747053_4508199694185256969_n

Di fatto sono le mamme (e le nonne) che potrebbero spiegare meglio a noi cos’è il refashioning! Si tratta della versione più “figa” del recupero e della modifica di abiti e tessuti per ridar loro nuova vita cosa che non avrebbero più nella versione originale. La gonna o il jeans sono irrimediabilmente bucati? No problem! Diventeranno una borsa o una pochette! Oppure possiamo sostituire il pezzo mancante con un altro tessuto differente! La camicetta è logora? Perché crucciarsi?! Fatta a pezzettini potrebbe costituire le applicazioni di una t-shirt. Bottoni che avanzano e sono spaiati? Perché non farne una collana o una spilla? Dunque, spazio alla creatività e soprattutto al recupero del recuperabile, what else?!” E’ semplice e per chi non si sente di fare questi passi da sola, Federica introduce a questa magia del recupero con dei corsi organizzati dalla sua associazione Groove di Biella. A riprova che la moda si può fare e si può vivere diversamente. “Amo l’utilizzo che si può fare della moda per trasmettere messaggi di sé stessi agli altri ma anche e semplicemente messaggi positivi in senso allargato. Odio i dettami, i trend ad ogni costo che sembrano leggi imposte dall’alto e ci fanno sentire inadeguate sempre e fighe mai allo scopo di stimolare ovviamente l’acquisto ossessivo compulsivo e di conseguenza l’omologazione.”

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M: Se ti dico Fashion…

F: Emozioni contrastanti invadono il mio corpo e la mia mente 🙂 Penso a Franca Sozzani, direttrice di Vogue da poco scomparsa, come ad una donna da cui ho sempre avuto messaggi positivi ma era lì in quel mondo che mi è avverso per diversi suoi aspetti, penso alla riviste patinate a cui mi sono avvicinata quando ero poco più che bambina, che mi ispiravano e a come le ho viste cambiare nel corso di questi ormai quasi 15 anni…Quello che ho visto spesso non mi è piaciuto. Penso a certe “fescion” blogger che invece di farmi invidia mi fanno rabbia per il modo assolutamente discutibile con cui sono state legittimate a trattare l’argomentoPenso a un certo fashion di qualità, che parte dal mio territorio, il Biellese, distretto tessile (l’unico a racchiudere in se ancora tutta la filiera produttiva) al quale sono molto legata e a certi nomi e imprenditori che mi rendono orgogliosa di essere nata in questo piccolo angolo di mondo dove un certo modo di lavorare con dedizione, tenacia e operosità sono sempre state un’esempio di vita da seguire…a modo mio!

M: Se ti dico Sfashion…?

Penso alla mia vita 🙂 Al momento in cui da giovane laureata ho capito che il fashion system tradizionale mi dava un po’ di noie allo stomaco e ho iniziato a chiedermi perché: «Perché occuparsi di moda in modo più consapevole, sostenibile ed umano non può essere possibile?!». Oggi vedo tante persone muoversi intorno a questa domanda, mi sento in compagnia e nel mio piccolo cerco di muovermi sempre in questa direzione anche se a volte non è per niente facile.

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No, non è facile, a volte sembra utopico, la gente ti guarda e pensa “poverina, sta lottando contro i mulini a vento” e ti senti una cretina. Ma non importa, quando certi pensieri cominciano a far parte di te e non riesci a fare diversamente, devi insistere. Prima o poi qualcosa si smuove. Federica e io ne siamo convinte. E insisteremo 😉 Per seguire HOBO le sue iniziative questa è la pagina https://www.facebook.com/Hobo-401665789947740/?fref=ts

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Valentina, una sarta anarchica!

Sfashion non è solo un libro. E’ sicuramente uno stile di vita (almeno il mio), ma soprattutto è un progetto molto più ampio per parlare e fare moda in una maniera differente. L’ho sempre raccontata a modo mio in questo blog, ma da oggi ancora di più; vi segnalerò brand, progetti, negozi e persone che, come me, fanno davvero qualcosa di diverso per una moda alternativa, etica, sostenibile, divertente e fuori dalle solite dinamiche. Il movimento c’è ed io non posso fare altro che diffondere e condividere esperienze meravigliose testimoni del “si può fare“. A piccoli passi si fanno chilometri…

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Non ricordo bene come ho incrociato il profilo instagram di Valentina, forse è stata lei per prima ad incrociare me, fatto sta che quando sono andata a sbirciare tra le sue foto ho letto “Come le ciliegie. Moda Anarchica” e mi sono incuriosita subito. Poi mi sono addentrata tra i capi di sua produzione e mi sono persa sul “cappogan” coloratissimo e su tante altre cose, ma è entrando nel sito che è scoppiato l’amore definitivo: “Ciao, sono Valentina. Sono una sarta anarchica” è la frase che accoglie chi entra, insieme ad una foto che la ritrae seduta davanti alla sua macchina da cucire contornata da un bel casino di tessuti, fili e capi buttati in giro. Niente a che vedere con i precisissimi e spesso mono-tematici set di instagram e nemmeno con le patinate fotografie di pinterest; qui c’è una donna, le sue mani, il suo lavoro ed un sorriso contagioso nonostante il caos (must have di ogni sfashionista che si rispetti). Incuriosita dal personaggio, dall’ironia genuina dentro ai suoi post e dalle sue creazioni, la sono andata ad importunare…07

Valentina Amoroso è romagnola, toro ascendente pesci (uh, vedo già qualcosa in comune) e nasce come naturopata ed erborista, ma con una grande passione per il mondo della moda fin da adolescente, quando si aggirava nei mercatini a scovare pezzi insoliti e accessori nascosti. Nel 2008, colpa dell’incertezza lavorativa, ha cominciato a dedicare parecchio più tempo a quello che fino a quel momento era stato solo un hobby; approda così ad un corso di cucito tradizionale ed è lì che capisce che quella modalità non era la sua: “Sarta” è un parolone, diciamo che ho iniziato ad avvicinarmi al cucito nel 2008. Da subito ho capito che con la sartoria classica non centravo nulla e mi sono creata un mio modo di cucire: veloce, impreciso, ma d’effetto e bislacco. Anarchico, appunto. Non uso squadrette, non imbastisco, non metto cerniere né tanto meno fodere. I tessuti devono essere i veri protagonisti, per cui tagli essenziali e poche cuciture.

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Con questo metodo non convenzionale Valentina comincia a muovere i primi passi, riceve i primi apprezzamenti, sperimenta, realizza e decide di fare il salto: nasce “Come le ciliegie“, che “è innanzitutto un brand per le donne che vogliono distinguersi senza rinunciare alla comodità, una moda pensata per vivere la quotidianità sempre a proprio agio, ma con un tocco originale ed estroso. Per me però, “Come Le Ciliegie” è anche molto di più, è il simbolo di tutto il mio mondo, è uno stile di vita: genuino, semplice, gustoso.” Ma è anche il simbolo che ha scelto per rappresentare il variegato universo femminile: “Di varietà di ciliegie ce ne sono tante: più tondeggianti, più allungate, più sode, più morbide, di un rosso più intenso, appena rosate…ma tutte ugualmente squisite! Quale migliore metafora per il corpo femminile? Noi donne siamo tutte diverse, ma ognuna di noi è speciale e unica, e merita degli abiti che sappiano valorizzarla al meglio, nel pieno rispetto delle proprie peculiarità.

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E tra le produzioni di Valentina ce n’è per tutti i gusti. Per le sue collezioni, mi racconta “Parto sempre dal tessuto: è lui che mi suggerisce quello che vuole diventare. Raramente disegno i modelli di una collezione senza aver chiaro i tessuti con cui realizzarli. Fra i capi che mi accompagnano da sempre troviamo sicuramente i braghettoni, pantaloni dalla vestibilità ampia, con il cavallo basso, le tasche e due pieghe frontali; le tutone, realizzate in felpa, super comode e adatte a tutte le taglie (che io adoro); e infine i maxidress a ruota, sia in versione lunga che corta: un vero must per tutte le stagioni! Di quest’ultimo abito ho anche realizzato il Kit.Mo: un kit pensato per chi ama cucire ma non tagliare, con il modello in stoffa già tagliato e tutte le istruzioni per cucirlo.” Ecco, quest’ultima idea del kit la trovo meravigliosa, un modo per invogliare al fai-da-te, condividendo il proprio sapere senza gelosie o paura di essere “copiata“. maxidress-fantasia-corto-moda-handmade

Scommettere poi sul sartoriale, il fatto a mano ed i pezzi unici, in questo momento storico dominato dalle catene del pronto moda e dall’usa-e-getta dei capi di abbigliamento, non è una scelta facile…“Infatti non è semplice farlo funzionare, in quanto la moda delle grandi catene crea una sorta di dipendenza in molte persone. Ci provo a diffondere un tipo di moda differente, incentrata sulla persona e in grado di valorizzare la sua unicità, ma non è facile. Le mie clienti tipo sono donne dai 30 ai 50 anni con una forte personalità, alla ricerca di capi unici con cui distinguersi. Negli ultimi tempi sto lavorando molto con ragazze “morbide”, che non si sentono rappresentate dalle linee “taglie comode” proposte dalla moda tradizionale.” Difficile, ma non per questo cambia strada. Anzi, l’altra scommessa di Valentina è quella del “Fatto in Italia” e della sostenibilità: “Nel mio caso essere sostenibile vuol dire avere fornitori di fiducia per i tessuti – di provenienza italiana –, utilizzare manodopera locale e avere un atteggiamento etico e di rispetto sia per i collaboratori che per il cliente finale, quindi essere trasparenti sul tipo di lavorazione e cercare il più possibile di recuperare e riutilizzare gli scarti di lavorazione, creandovi piccoli accessori come spille, fasce, ecc. Nell’ottica di uno stile di vita maggiormente consapevole, i miei corsi di cucito anarchico per principianti hanno lo scopo di rendere le persone autonome per quel che riguarda la produzione o la riparazione di abiti e accessori, cercando così di ridurre gli sprechi e gli “acquisti compulsivi”. ” E ora ditemi se questa donna non è un piccola (grande) rivoluzionaria…(che nella moda sono tutti a creare dipendenze e finti desideri, non persone indipendenti)

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Se ti dico moda…

“Da adolescente era il mio chiodo fisso: acquistavo tutte le riviste che parlavano di sfilate e stilisti. Oggi, al contrario, cerco il più possibile di non farmi influenzare dalle tendenze del momento, proponendo un mio stile riconoscibile. L’unico mio legame con la moda rimane da sempre Antonio Marras, artista di riferimento e genio creativo.

Se ti dico Sfashion…?

Sfashion per me è la moda personalizzata, che parli davvero della persona che la indossa e non sia solo simbolo di omologazione. Per me ciò che conta davvero è valorizzare l’unicità delle donne.”

E ben venga che ci sia qualcuno che ci valorizza, non solo con tante belle parole, ma soprattutto con i fatti e con capi originali, curati e facili da indossare. Se il mondo di Valentina vi ha incuriosito almeno quanto ha fatto incuriosire me, qui avete tutti i riferimenti dove trovarla, in rete nel suo sito web, su fb con la sua pagina personale e con quella del suo brand e su instagram (dove cura tutto personalmente, fa anche la modella 😉 ), o nella sua bottega-laboratorio-negozio in Via Uberti 14/c Cesena, dove anche io non vedo l’ora di andarla a trovare. Dopotutto “una ciliegia tira l’altra…” 😉