Ri-uso, raccolgo, ri-ciclo: l’importanza delle parole e dei gesti verso l’economia circolare

Vi vedo, già in modalità “l’autunno sta arrivando“. Vi vedo, andare a ripescare i primi maglioncini dalla scatola con gli indumenti invernali. E vi vedo anche scartare e raccogliere in una busta con i panni estivi che non vi vanno/piacciono più. Ed è proprio in questo momento che vi FERMO un attimo. E vi invito a non andare in automatico con un gesto tipico “non mi va, lo butto” ma a riflettere cinque minuti in più su quel capo che stavate per buttare…

La storia del REDUCE-REUSE-RECYCLE ormai la sappiamo quasi tutti a memoria. Parole che ci martellano nella testa ma che difficilmente riusciamo a mettere in pratica, proprio perché molto spesso le modalità sono oscure. Quindi accendiamo un po’ di luce ed illuminiamo questi concetti con una luce che si possa tradurre in GESTI concreti e reali. La base di partenza è sempre la stessa: un pianeta in sofferenza per via del consumo esagerato delle risorse naturali (acqua in particolare) e per la grande quantità di rifiuti riversati in terra-acqua-aria (CO2 come se non ci fosse un domani, poi altro che mascherine ci servono) ci sta chiedendo cortesemente di RALLENTARE. Il problema principale, infatti, è la QUANTITA’ di merci che si producono annualmente ed il fatto che molte di queste siano fatte pensando per non durare. E’ un concetto riassumibile in due parole, bastardissime: OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, ovvero capi pensati in partenza per durare poco ed essere sostituiti con altri. Il loro durare poco consiste tecnicamente in materiali scadenti ed una fattura approssimativa in modo che dopo pochi lavaggi si rompano o deteriorano così da rendersi immettibili! E noi, immediatamente, li lanciamo al cassonetto! ASPETTA!!! Quest’azione non è degna di un essere umano civile a cui sta a cuore l’ambiente in cui vive. Non basta fare la raccolta differenziata per mettersi a posto la coscienza. C’è bisogno di andare oltre per innescare il circolo vizioso di un’economia realmente circolare. QUINDI, prima di buttare, alcune domande:

-come posso trasformare questo vecchio capo in una nuova risorsa?

-posso riutilizzarlo?

-posso donarlo a qualcuno che lo apprezzi davvero?

-E se proprio è alla frutta e non so cosa farci, dove è meglio buttarlo perché possa essere rimesso in circolazione senza finire al suolo o in un inceneritore?

Ed è qui che iniziano ad apparire le famose “R”. Re-GIFT o anche Re-SELL (perché anche solo recuperare un prezzo simbolico non fa male) è un modo rapido per continuare a far circolare i capi che sono ancora in buono stato. Allungare la vita di un capo anche solo di 9 mesi (ma se sono di più meglio ancora) fa risparmiare, tra l’altro, tantissimi litri di acqua (e come sappiamo bene l’acqua scarseggia ultimamente). Oltre al fatto che rende felice altre persone (siamo ancora nel #secondhandseptember). Regalare ad amici e amiche è cosa buona e giusta; partecipare a swap party è occasione divertente anche per conoscere nuove persone. Se non ci sono party del genere nelle vicinanze, esiste il grande mondo del web, dove siti e app per lo scambio di abiti spuntano come funghi, così come siti e APP per vendere i vostri capi di seconda mano.

Pic from Swapchain website

-https://www.theswapchain.com/, per esempio, è uno strumento di scambio virtuale, dove l’economia della condivisione, la tracciabilità e la proprietà digitale degli articoli  sono tutti in un unico posto.

-Qualche tempo fa, anni e anni, vi avevo parlato anche di LABLACO, che sono sempre attivi e funzionanti, sia sulla APP che con eventi offline.

-Per la vendita passiamo dal classico EBAY fino al più utilizzato DEPOP, arrivando a siti più sofisticati dove vendere capi firmati e vintage di un certo livello come Vestiaire collective o Rebelle. Anche per la vendita ci sono molte opzioni, anche se io preferisco sempre il baratto, anche per rivalutare un’economia più solidale basata sulle relazioni e non sul denaro (ma per questo arriverà un altro articolo).

il riuso

Questo è un concetto interessante. Ri-usare. Usare ancora. Il riuso è diverso dal riciclo: il riciclo presuppone un processo di trasformazione chimica o meccanica; il riuso è un cambiare forma e/o destinazione d’uso a qualcosa. Il riuso è un gesto creativo e per questo lo preferisco 😉 E’ quello che in inglese chiamiamo UP-CYCLING, ovvero fare un passaggio di stato e ridare vita a qualcosa sotto un’altra forma. Sembra magia, ma si tratta solo di recuperare manualità, inventiva e rispolverare quel pizzico di creatività seppelliti da anni sotto una quotidianità fatta di gesti meccanici e routine annichilente. Il concetto del riuso è semplice: guarda quel capo che non usi/vuoi più e per prima cosa valuta il suo stato di salute:

-è messo male male o lo posso riparare?

1-RIPARARE: Posso farlo io? Sì. —> Prendo ago e filo e mi impegno. Ni, potrei ma non so come fare…—> Su youtube ci sono una quantità infinita di tutorial. No. —> Ok, lo porto alla sarta, che anche loro hanno diritto di lavorare! (ho scritto un post anche sull’arte di riparare)

2-E’ MESSO MALE. Quando un capo è messo male possiamo smontarlo e recuperare le varie parti. Un capo è composto da diversi materiali e di solito cerchiamo di NON BUTTARE VIA NULLA. Chirurgicamente si vanno ad asportare le varie parti: possono essere zip, bottoni, decorazioni, rivetti, ecc. ecc. Questi possono essere conservati e poi usati in un secondo momento, all’occorrenza. Con il materiale principale poi, osservandolo, si può decidere in che modo trasformalo e dargli una nuova vita o funzione. La t-shirt, per dirne una, può diventare un altro modello di t-shirt, per esempio; oppure una borsa, un cencio per levare la polvere, dischetti per il trucco lavabili. Un costume può essere trasformato in reggiseno o in una bustina super resistente con tanto di manici già incorporati. Con i vecchi maglioni di lana ci si possono rivestire cuscini o fare una simpatica cuccia per l’amico peloso. Insomma, tenete presente che prima di buttare un materiale ci sono mille alternative possibili. Se non sapete cosa farci voi perché l’inventiva vi ha abbandonato, online ci sono un sacco di consigli, o potete sempre donare a creativi/designer/scuole/associazioni che invece hanno bisogno di materiali per i loro lavori o workshop basati proprio sul ri-uso!

#ilfioccone realizzato con una vecchia tovaglia, Sartoria Letteraria

e se devo buttare…

Se è proprio finito cerchiamo almeno di fargli un funerale decente dove possano avere la possibilità di reincarnarsi nuovamente grazie al riciclo. Non tutti i tessuti possono essere riciclati al momento, e per essere riciclati devono essere MONOMATERIALE, ma se li mettiamo nel posto giusto possono rischiare di avere una seconda chance, comunque.

CASSONETTI APPOSITI, messi giù in condizioni decenti. Quelli che finiscono in questo spazio, di solito, vengono o riciclati per scopi industriali (circa il 29%); o donati ai paesi in via di sviluppo (circa il 68%, ma anche qui dovremmo aprire un capitolo a parte); o smaltiti in discarica (3%).

SERVIZI DI RACCOLTA: sono sempre di più i brand che ti chiedono di riportare indietro il tuo capo usato. In questo modo possiamo essere leggermente più sicuri di dove vanno a finire i capi e che veramente verranno rimessi nella catena produttiva. Personalmente mi fido molto dell’iniziativa di RIFO’ che insieme a Natura Sì, Recooper, Pinori Filati ed altri cenciaioli pratesi, stanno cercando di chiudere un cerchio raccogliendo i materiali per riciclarli sul serio. Due sono i progetti attivi al momento: uno che riguarda i capi 100% cachemire (che possono essere inviati direttamente alla loro sede) e l’altro che riguarda il denim, che può essere portato direttamente ai negozi Natura Sì che aderiscono all’iniziativa. Vi lascio il primo episodio del loro video, che spiega molto bene il tutto 🙂

Adesso che sai, puoi scegliere. Ricorda però, che io ti vedo. E anche la Terra…

Voi come siete messi con recupero e riuso? Se avete altre iniziative e siti da segnalare, questo è il posto in cui condividere.

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