New Normal tra promesse, paure, tecnologia e fuffa!

Quando sento parlare di “new normal” o leggo queste due parole associate insieme mi vengono i brividi. Lo so, l’idea di fondo è settare i parametri di una “normalità nuova” (non certo per una profonda convinzione ma solo in seguito ad una grande rottura di palle che ci ha forzatamente messo tutti davanti allo specchio) e vedere come sopravvivere in un momento particolarmente…delicato! Il NEW NORMAL del mondo fashion arriva dalla paura, fondamentalmente dei numeri che crollano insieme alle certezze che li hanno mandati avanti fino a questo momento. Quando leggo “new normal” mi domando come mai ci sia sempre bisogno di apporre etichette dal sapore vago, quelle che vogliono dire tutto e niente, quelle che lasciano intendere un qualche cambiamento, ma dalle quali non si sa bene cosa aspettarsi. E poi cos’è normale?!? (Qui andiamo sul filosofico, per cui non mi addentro, la lascio in sospeso). Ne abbiamo lette tante in questi mesi e, a pochi giorni dalle riaperture più o meno ridotte, mi sono permessa di fare un punto della situazione sotto svariati punti di vista.

CALENDARI, SFILATE E RIDIMENSIONAMENTI

E’ stato ancora una volta Giorgio a dare una scossa al mondo della Moda, dichiarando che non avrebbe sfilato a luglio nella Digital Fashion Week organizzata dalla Camera della Moda, ma a Settembre (sperando in un evento dal vivo) e che la prossima sfilata della collezione Armani Privé sarà fatta a Milano e non a Parigi il prossimo Gennaio 2021. Un collezione, quest’ultima, che avrà un carattere intra-stagionale e non strettamente legato alla stagione estiva. Rivoluzioni, insomma, piccole prese di posizione in aperto contrasto con tutto quello che era sempre stato fatto (anche da lui stesso). Qualche giorno dopo arriva anche Saint Laurent, deciso ad abbandonare i canonici appuntamenti espositivi del circuito moda. “Cosciente della circostanza attuale e dei suoi flussi di cambiamento radicale, Saint Laurent ha decido di prendere il controllo del proprio passo rimodellando il suo programma. Ora più che mai, il brand seguirà il proprio ritmo legittimando il valore del tempo e connettendosi globalmente con le persone avvicinandosi a loro nei propri spazi e vite”. E ieri Dries Van Noten, insieme ad un gruppo di designer e retailer, hanno proposto un reset dei calendari e delle consegne ai negozi, con stagioni che magicamente si allungano (come dovrebbero essere). Illuminazione improvvisa? No, numeri! Questi grossi colossi non fanno i conti con il cuore, ma con le calcolatrici: in un momento storico in cui si stanno mettendo in discussione molte cose e in cui regna sovrana l’incertezza meglio pararsi il culo in tempo, senza mettere troppa carne al fuoco…;) Insomma, in giro non vedo santi né illuminati. In ogni caso, meglio tardi che mai!

GLOBALIZZAZIONE VS NEW NORMAL

Per capire in che direzione vorrebbero andare i signori della moda c’è da fare un passo indietro, circa 20-30 anni fa, quando le aziende hanno iniziato a introdurre catene di approvvigionamento veramente globali. L’idea era semplice: rendere disponibili prodotti di grande valore per il mercato di massa. Per fare questo è stato necessario esternalizzare la produzione in paesi con mercati del lavoro a basso costo. Ma non ci siamo fermati qui. Dopo poco sono arrivate le società di vendita al dettaglio online e hanno introdotto una nuova idea: non solo i prodotti dovrebbero essere disponibili per i mercati di massa, ma invece di una consegna in 5-10 giorni, facciamo una “consegna in giornata”. Il modello di produzione delocalizzato non è cambiato, ha solo richiesto una nuova raffinatezza nella gestione della catena di approvvigionamento per assicurare la consegna veloce. E tutti conosciamo il risultato: ci sono aziende di vendita al dettaglio online molto, molto, molto grandi e di successo che dimostrano ogni giorno che ciò può essere fatto (spesso passando sopra ai diritti basilari dei propri dipendenti, ancora non avete letto “Schiavi di un dio minore”?) Il passo successivo è stato quello di personalizzare i prodotti, ovvero renderli individuali per il cliente e il consumatore specifici. Ciò ha richiesto un nuovo livello di automazione nella produzione e nelle operazioni e questo è stato anche il punto di partenza della discussione di Industry 4.0 (4 ° rivoluzione industriale). In mezzo a questa rapida evoluzione del sistema produttivo si è insinuato il tema della sostenibilità e della necessità di apportare un grande cambiamento per ridurre l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Poi è arrivato il piccolo virus e ci ha portato a riflettere su questa nuova normalità, ovvero una catena di approvvigionamento globale con esecuzione locale! Che sarebbe a dire? Si tratta di unire due concetti: “progettare ovunque, produrre ovunque” con “consegnare prodotti personalizzati in modo rapido, sostenibile e accessibile per il mercato di massa”. Consentire la consegna rapida di prodotti personalizzati con un minimo di impronta di carbonio e produzione locale. Produzione locale, consegna globale. Produzione locale, mirata e meno impattante (e più gestibile, perché abbiamo potuto constatare che se l’altro lato del mondo si blocca qui siamo nel casino). Per questo viene in aiuto la tecnologia…

Credits McKinsey&Company

innovazione tecnologica e realtà virtuale: distanza o nuova esperienza?

La distanza sociale ci messo tutti in rete. Non che prima non ci stessimo, ma diciamo che il mondo virtuale ha risposto in tempi rapidi a tutte le necessità. Non sto parlando solo di negozi online che hanno visto continuare e in alcuni casi raddoppiare la loro attività in questi mesi di clausura, ma anche di corsi, consulenze, il fantomatico smart working e di un sacco di innovazioni tecnologiche che promettono esperienze virtuali sempre più realistiche e che potrebbero eliminare diversi passaggi produttivi. Ed ecco apparire un altro concetto dal suono spaventoso, DIGITAL TRANSFORMATION: ovvero ripensare alcuni processi con l’aiuto del digitale e della tecnologia. Dallo sviluppo dei campionari alla presentazione ai clienti, dagli eventi online alle fiere virtuali, fino ai capi che non esistono da provare in negozi spersi in rete. Sembra la concretizzazione di un film di fantascienza, ma in alcuni casi potrebbe essere un modo per abbattere costi, sprechi ed emissioni di CO2. Sense Immaterial Reality , azienda italiana, simula in modo univoco il comportamento fisico dei tessuti, riuscendo a dare l’impressione del tatto (una cosa che con l’obbligo di questi guanti sempre e comunque diventa quasi una magia); in questo modo si potranno produrre meno campioni ed avere lo stesso un catalogo completo con diverse varianti, senza spreco di macchinari e materie prime. Le collezioni virtuali possono essere condivise con agenti di vendita o licenziatari, per ricevere un feedback tempestivo e l’approvazione finale prima di avviare la produzione (il che eviterebbe la sovrapproduzione, una delle cause dell’inquinamento dovuto all’industria tessile). Anche la fase di comunicazione e presentazione può diventare virtuale: con l’ utilizzo della Realtà Virtuale la sfilata di moda può diventare un’esperienza completamente virtualizzata, così com’è possibile trasportare l’utente all’interno di uno showroom virtuale, che potrà esplorare, visualizzando le informazioni legate a uno specifico articolo, sino a selezionarlo per l’acquisto. Insomma, processi ottimizzati e meno impattanti che riducono al minimo…la socialità! O_o Io non so se sono pronta per tutto questo, ne percepisco i vantaggi, ma credo di preferire una dimensione più umana (infatti abbiamo messo su sfashion-net 😉 ). 

Attenti alla fuffa

Mentre qui predichiamo bene, siamo propositivi e nominiamo la sostenibilità ogni tre parole, ecco che poi sulle solite testate giornalistiche online appaiono titoli come questi che mi fanno trasformare in HULK:

SOSTENIBILE E LOW COST NON VANNO INSIEME! Ripetiamo! La sostenibilità non passa solo dall’ambiente ma anche e soprattutto dalle PERSONE! Se un capo è low cost (ovvero che un paio di jeans costano meno di due pizze e una birra media) vuol dire che qualcuno è stato SOTTOPAGATO o che i processi produttivi e le materie usate di sostenibile, anche a livello ambientale, hanno ben poco!

La situazione durante questi mesi ha riguardato anche i lavoratori che assemblano fisicamente i capi, sì quelli “dislocati”, dove le regolamentazioni sono fatiscenti e dove, grazie alle grosse aziende che si sono rifiutate di pagare i loro ordini (già confermati mesi prima), le persone si sono ritrovate al limite della fame. Non è un bel momento per tutti, ma onorare gli impegni presi, da parte di aziende con grossi capitali, è un modo per salvaguardare il lavoro, la vita e la dignità altrui. Questo vuol dire essere sostenibili. Tutto il resto sono titoli di pseudo-giornalisti che andrebbero rimandati a scuola. Per chi volesse due informazioni in più può andare a leggere questo diario aggiornato di Clean Clothes Campaign; per chi invece vuole vedere chi sono le famose aziende che non pagano, il loro instagram è decisamente più immediato.

Insomma, va tutto bene, ma come al solito antenne dritte, occhi aperti e scelte consapevoli 😉

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