Riparare: un’arte e l’arte di arrangiarsi!

Il “Riparare” fa parte delle 7 o ottomila “R” che sono alla base dell’economia circolare (all’inizio eravamo a tre, “Reduce, Reuse, Recycle”, poi sono state aggiunte anche Repair, Re-Think, refuse, repurpose…e ogni due per tre viene aggiunto qualcosa di nuovo 😉 ). Eppure sembra che si faccia sempre prima a buttare e ricomprare che a riparare. Io non faccio testo, perché le mie riparazioni su certi capi somigliano sempre di più a dei tentativi di rianimare i morti (in realtà sono esperimenti di lunga durata sui miei capi preferiti per prolungarne la vita il più a lungo possibile), ma in generale non è che un buco ci autorizza a tirare via una maglia, vero?!? La malsana abitudine del sostituire il vecchio/rotto con il nuovo è sempre imputabile alla forma di consumo veloce secondo il quale “tanto il nuovo costa poco, cosa lo ripari a fare?“; oltre al fatto che si era sparsa la voce che le sarte “erano delle ladre” perché chiedevano ben DIECI EURO per fare un orlo o riparare uno strappo! Ed è proprio qui che vi voglio oggi, in queste settimane lente e casalinghe, per riscoprire l’arte del ripararsi le cose da soli (così vi dimostro che ci vuole pazienza, manualità e dedizione e la prossima volta alla sarta di euro gliene allungate anche 20)!

Nei tempi antichi, ma nemmeno troppo, riparare era un’operazione all’ordine del giorno. Le cose erano fatte per durare e non sarebbe stato uno strappo a segnare la fine di un capo/oggetto. Il kit del cucito era presente in tutte le case e tutte le signorine dovevano saper tenere ago e filo in mano (mia madre quando spiegavano queste cose era assente, nonostante sua nonna fosse sarta non ha mai imparato a cucire perché si annoiava…e infatti a casa mia i bottoni li attacca mio padre, da sempre)! Credo che quest’usanza sia andata svanendo con il tempo, così come quella di portare le cose ad aggiustare da persone di mestiere, i sarti e le sarte che con santa pazienza stringevano, scorciavano, trasformavano o riparavano capi. Sarà il caso di ricominciare? Ci si può arrangiare con tecniche basiche, sperimentare con vezzi creativi o ingegnarsi per apprendere antiche arti giapponesi.

L’arte di riparare

I Giapponesi, precisi e zen, di questa storia del riparare ne hanno fatto una filosofia di vita, quella del “wabi-sabi”, ovvero sapere cogliere ed apprezzare la bellezza nell’imperfezione. Da qui riparazioni che si vedono, riparazioni che diventano arte, riparazioni che rendono l’oggetto più bello di prima. Il Sashiko Stitching è una di queste arti praticabile a colpi di ago e filo. Letteralmente significa “piccole pugnalate” ed è una forma di riparazione visibile (basta con la convinzione che la riparazione non si deve vedere perché “fa brutto”) applicata su tessuto. Generalmente si fa con il filo bianco, ma via libera alla creatività. Come tutte le tecniche giapponesi ha bisogno di pazienza e dedizione, non si fa in due minuti se si vuole un bel risultato. Prendiamolo anche come meditazione cucita…;)

Serve: ago, filo, spille, forbici, tessuto per rattoppare

La guida passo passo la trovate qui. Chi ha pazienza si accomodi…

Questa tecnica era usata per il ri-assemblaggio di pezzi di tessuti. Una specie di patchwork multi-livello con queste cuciture a vista che somigliano più a ricami chiamata Boro (parola che denota capi di abbigliamento rattoppati con piccoli pezzi di tessuto sovrapposti e cuciti con punti sashikoù). Un tessuto prezioso composto di stracci; un controsenso all’apparenza, ma in realtà è una tradizione che racchiude un insegnamento che dovremmo rispolverare e fare nostro: “I Boro racchiudono i principi estetici ed etici della cultura giapponese come la Sobrietà e la Modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (motttainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano“. Impariamo…

L’arte di arrangiarsi riparando

Dal bottone che scappa al buco sul calzino, dallo strappo sui jeans al tessuto che si rompe…tutto è riparabile! (I capi di maglieria sono più complessi, meglio rivolgersi ad una magliaia, ma anche lì se uno è un po’ abile ce la può fare: tipo quando il gatto mi tirava i fili dei maglioni io prendevo il filo tirato, lo tiravo all’interno e poi ci facevo un paio di nodi…non era elegantissimo, ma funzionava)! Chi non si vuole cimentare con la pazienza giapponese è invitato a fare amicizia con ago e filo ed improvvisare amabilmente. Lo so, esistono punti classici, punti festone, la filza, il punto nascosto e pure l’avanti e indietro…(per queste cose esistono siti di sartine provette che vi danno tutte le dritte tecniche): io preferisco l’improvvisazione, l’estemporaneità, il provare senza voler la perfezione ad ogni costo ma cercando di raggiungere un obiettivo senza finire di distruggere tutto 😛 E vi dirò una cosa in più: le riparazioni invisibili non usano più; meglio sfoggiare con orgoglio un capo con una riparazione visibile 😉

Se non vi ho convinto con ago e filo, possiamo sempre metterci le care e vecchie toppe! (anche termo adesive) O delle brave sarte. Ma prima di buttare, pensaci due volte 😉 E per finire un paio di letture sull’argomento:

Fix Your Clothes, Sustainable Patching

Wear, Repair, Repurpose

-MENDIng matters

E voi come siete messi a riparazioni? Ne parliamo anche stasera in diretta alle 19.30 #sfashiontalkshow (sul mio instagram)

 

Rallentamenti in corso: è un bel casino, ma anche no!

Rallentare. Volenti o nolenti ci hanno costretto a rallentare (oltre che a stare chiusi a casa, lavarci spesso le mani e non abbracciarci). Se da una parte la libertà limitata ed il simpatico virus ci stanno tenendo sotto pressione sotto svariati punti di vista, dall’altra ci sono piccoli segnali che potrebbero anche avere risvolti inaspettatamente positivi. Non sono qui a dirvi che “andrà tutto bene” perché non sono assolutamente una maga e solo il tempo potrà darci delle risposte più o meno concrete (dal bene bene all’apocalisse, con tutte le sfumature al centro, potrebbe succedere di tutto); ma non sono nemmeno qui a farvi venire le paranoie o alimentare l’ansia (per quello bastano TG, giornali e alcuni profili instagram). Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno e mi piace valutare questo momento come un’opportunità, anche per il mondo della moda, per reinventarsi. Dopotutto quando parliamo di SLOW FASHION intendiamo esattamente questo: rallentare i ritmi produttivi, produrre con più cura e nell’ottica di far durare le cose più a lungo a beneficio del pianeta e delle persone.

Il mondo della moda, quella grossa fatta di grossi gruppi produttivi, di numeri esorbitanti e di milioni di fatturato, al momento è in sofferenza. Dopotutto le prime avvisaglie di questo spargimento di virus si sono avute proprio durante la MFW costringendo moltissimi marchi a sfilare a porte chiuse o addirittura rimandare i propri show. Già durante i saloni come il White era stato registrato un calo delle presenze del 17% in meno rispetto alla stagione precedente. Al momento i negozi sono chiusi, così come alcuni stabilimenti produttivi; coloro che poi hanno produzioni in Cina hanno visto paralizzarsi le produzioni, rallentandole parecchio e costringendo molti marchi a correre ai ripari per far fronte alle consegne per la prossima primavera estate. Un momento di stallo in tutti i sensi, dove l’unica cosa che rimane attiva è la rete e di conseguenza il commercio online. “Nel periodo gennaio febbraio la crescita è stata del 25 per cento. “Guardando alle singole industry”, ha detto Giapponese, “la crescita per il settore home e living è stata pari al 44 per cento, per il fashion del 42 per cento e per il leather goods del 28 per cento“. (Fonte Fashion United).  Mentre il governo stanzia fondi a supporto per le macro imprese, le micro vanno nel panico, pensano agli eventi saltati e come riuscire a sfangare la stagione senza lasciarci le penne o essere costrette a chiudere. Nel frattempo, in sole due settimane di stop, la qualità dell’aria è notevolmente migliorata, così come quella dell’acqua e le emissioni di CO2 drasticamente diminuite. Un quadretto che fa riflettere e che, a mio avviso, ha diverse lezioni da lasciarci…

Lezione n° 1: Un approvvigionamento globalizzato rende vulnerabili (ovvero basta de-localizzare come se non ci fosse un domani)

Ovvero, se io importo gran parte delle materie prime, accessori, componenti o addirittura manufatti finiti non ho il controllo sulla loro effettiva consegna. Questo riguarda sopratutto grandi aziende con attività dislocate ovunque fuori dal proprio Paese, globalizzate, che proprio in questo momento stanno incontrando grandi difficoltà nel mandare avanti le produzioni per la prossima stagione. Ecco perché  produrre in maniera locale (non dico a Km 0 ma nemmeno dall’altra parte del mondo) rende una azienda  più elastica, forte ed in grado di controllare la propria produttività…sempre! Con una serie di fornitori locali, in zona, è molto più facile rispondere alle esigenze estemporanee, senza dover aspettare materiali che arrivano dall’altro capo del mondo (esempio pratico delle mascherine: non se ne trovano perché le aziende che le producono ed il materiale per farle…è dall’altra parte del mondo. Se fosse stato tutto a disposizione sarebbe stato più facile metterle in produzione in maniera tempestiva. E il tempismo, come abbiamo notato, in certe circostanze è fondamentale...)

Lezione n° 2: se sono piccolo sono più flessibile e più agile (e’ il momento per le micro-imprese di farsi avanti)

Le grosse imprese fanno molta più fatica ad adattarsi e cambiare rapidamente. E’ un dato di fatto: se scoppia un incendio nella savana chi si mette prima in salvo, l’elefante o il tipo? Qui la questione è similare: una struttura aziendale contenuta rende più attivi, flessibili e adattabili, anche in tempo di crisi. E’ il tempo per le micro-imprese di reinventarsi e farsi avanti, perché nel futuro ideale sono loro che hanno la possibilità di uscire dal fango rapidamente…;) E’ anche tempo di iniziare a supportarle queste piccole imprese, adesso!

Lezione n° 3: la collaborazione funziona e rende forti

Anche in questo caso chiamo in ballo la natura, la bio diversità, perché è un ottimo esempio di sistema collaborativo, dove tutti fanno la loro parte per un fine comune e tutto funziona senza problemi (i dinosauri si sono estinti perché si facevano i cazzi loro in pratica, ma gli altri animaletti che collaboravano tra di loro sono andati avanti). La collaborazione tra brand e imprese rende più forti e resilienti; sviluppare obiettivi comuni, fare rete, creare un vero network dove si condividono fornitori e materiali, anche abbattendo costi, dove si mette in mezzo il sapere e si diffondono le competenze. In un modo competitivo dove ognuno guarda al profitto e al proprio orto tutto questo suona come l’ennesima fricchettonata, ma alla luce di quel che sta accadendo io non butterei l’opzione nel cestino, anzi…

Lezione n° 4: ripensare per le persone

Mi piace pensare che da tutta questa storia ne usciremo cambiati, diversi (e no, non necessariamente con qualche kg in più dovuto alla clausura). Stiamo riscoprendo la solidarietà, ridando valore alle relazioni e alle persone, rimettendo al primo posto la salute nostra e quella del pianeta. In questa ottica, che spero non sia tutta una fuffa momentanea per poi ritornare a fare gli stronzi come prima, cambieranno le necessità, cambieranno le priorità e di conseguenza dovranno cambiare anche i prodotti ed i servizi da offrire a queste persone (clienti=persone, non target o consumatori caproni da investire con i nostri prodotti spesso inutili e pure dannosi, ecco!). Diciamo che chi produce dovrà cercare di restituire qualcosa di utile alle persone, un servizio reale; mentre i clienti dovrebbero porre più attenzione alle aziende e a quei prodotti che hanno come pilastri fondamentali VERI l’etica, il rispetto per le persone che lavorano per loro e la tutela dell’ambiente (da cui deriva anche la nostra salute). Se non ci arriviamo ora…magari dopo sarà troppo tardi! 😉

lezione n°5: decelerare fa bene al Pianeta!

In Cina le misure messe in campo per contrastare il coronavirus hanno comportato la riduzione dell’attività industriale (si parla di una forbice tra il 15% e il 40% nei settori industriali come la produzione di energia da carbone) e come conseguenza il calo di un quarto le emissioni di Co2 del Paese nel mese di febbraio su base annua.La riduzione delle attività (industriali, mezzi di trasporto, ecc.) ha portato ad un miglioramento della qualità dell’aria e non solo. Il segnale è evidente: rallentare fa bene al pianeta…e di conseguenza anche a noi. Una frenata così improvvisa è stata un evento eccezionale, ma i risultati devono far pensare che le prossime mosse devono andare necessariamente in questa direzione. Nel frattempo possiamo goderci l’aria e respirare a pieni polmoni…dalla finestra! 😉

lezione n°6: cambiare le abitudini funziona!

Lo so, passare dall’uscire in macchina tutti i giorni al non potersi muovere da casa non è un cambio di abitudini graduale e tanto meno simpatico, eppure ogni tanto un bello schiaffo funziona più di mille carezze. La forza di volontà di questi giorni, aiutata indubbiamente da divieti e timori, è il chiaro segnale che con un po’ di buona volontà si può fare tutto. Anche con le minacce 😉 L’impegno e lo sforzo danno i loro frutti, non solo nell’immediato per il contenimento di un problema enorme, ma anche nella distanza come dimostrazione che cambiare abitudini non è impossibile. Non è impossibile lavorare da casa, non è impossibile far studiare i ragazzi online, non è impossibile fare a meno della macchina e non è impossibile contenere i propri vizi. Ti devi impegnare, si fa fatica, ma non è impossibile…

Il consiglio…

In questo momento di chiusura forzata abbiamo un sacco di tempo a disposizione. Non starò qui a darvi consigli su come impiegarlo al meglio, ma due dritte che riguardano questo campo ve le posso dare. Solo due, giuro:

1-Riguardate l’armadio: dopo aver pulito le piastrelle della cucina per l’ennesima volta possiamo passare a fare un giro nell’armadio. Se non avete fatto il gioco del Mass Closet Index, questa è una buona opportunità per farlo (vi lascio il link all’articolo qui). Se avete dei capi che non usate più o che sono rotti o sdruciti, provate a tirarli fuori e provare a pensare a come poterli salvare/riadattare/riciclare/fare un bel restyling! E’ un gioco divertente e se siete a corto di creatività il web è pieno di video 🙂 Se poi vi avanza un t-shirt questo fine settimana faccio un piccolo workshop di #upcyclingdaldivano dal titolo accattivante: “della t-shirt non si butta via nulla“. Collegatevi sul mio IG (ancora devo decidere se venerdì o sabato pomeriggio, ma lì vi tengo aggiornati) e vediamo come fare…insieme!

2-Acquisti online…ma con la testa: il fatto che gli acquisti online siano raddoppiati e che Amazon abbia sentito la necessità di assumere svariate persone in questo momento la dice lunga sul fatto che possiamo rinunciare alla passeggiata ma non agli acquisti…Soprassiedo con i cazziatoni perché so che in un momento di privazioni e di angoscia ricevere un pacchetto può dare una gioia, un sorriso, calmare l’ansia. Però…un suggerimento ve lo lascio: invece di stare a ora a spulciare il sito di Zara o comprare su Yoox e Zalando, perché non vi fate un giro sui siti di piccoli brand e se proprio avete smanie di acquisto supportate queste realtà? Che sono quelle non incluse nei piani di “sostegno” del governo e che rischiano di vedere buttati all’aria un sacco di anni di studio, sudore, sacrifici e fatica?

VIDEO APPROFONDIMENTI…

Nel frattempo che stiamo a casa, tra una serie e l’altra, se ci volete incastrare documentari di approfondimento con toni non rassicuranti ma che stimolano la riflessione, fanno informazione e  fanno pure incazzare (perché io quando vedo certe cose poi mi arrabbio) io vi consiglio questi:

MINIMALISM: A Documentary about the Important Things

(Quando meno vuol dire più…no, non è la vera storia di San Francesco, ma un invito a riflettere sul potere del possesso e su come si campa ugualmente possedendo un po’ meno)

Planet Earth

(Pianeta Terra, cambiamento climatico e come dargli una mano prima che ci sputi fuori)

A Plastic Ocean

(I nostri mari che pullulano di plastica)

CHASING CORAL

(La fine che sta facendo la barriera corallina)

FASHION’S DIRTY SECRETS

(Qui si gioca in casa con i panni sporchi della moda usa e getta)

Per oggi ho finito, andate in pace! Ci vediamo però stasera alle 19.30 su instagram per SFASHION TALK SHOW in diretta! A più tardi 😉

Buccia di Banana/Incredibili trend per il prossimo mese

Tempi duri e bui ci aspettano nelle prossime settimane. Appurato che la moda è andata in botta e che il vestitino a fiori può aspettare prima di essere sfoggiato, ecco che arrivano comunque  notizie positive e rassicuranti anche dal mondo dei trend-setter-in-clausura che ci faranno gioire e sentire molto alla moda…almeno per un po’ 😉 Questi i TREND SDOGANATI ufficialmente per il prossimo mese.

PIGIAMATI E STILOSI

Bistrattato e infamato, eccolo lì, il nuovo indumento immancabile in questo periodo. No, niente roba di seta, colori alla moda o modelli maschili resi sexy da scolli e linee morbide. Il pigiama è il migliore amico, ma pigiama deve essere. Comodo, morbido, senza costrizioni. Ammessi tutti i cromatismi e fantasie, meglio se toni tristemente pastello e con disegnetti stupidi. AVVERTENZA: visto che lo indosseremo 24 ore al giorno si consiglia di cambiarlo almeno una volta a settimana…o comunque prima che si vada a tirare nella lavatrice da solo! 😛

Pelo Libero/DONNA BAffuta di nuovo piaciuta

Via libera al pelo. Dappertutto! Ascelle, gambe, inguine…dove volete! Ma se pelo deve essere, che sia consistente, lungo abbastanza da poter sostituire alla pelle setosa l’effetto morbido cucciolo da accarezzare (no setole o mezzi peli, please)! L’idea dietro a questo ritorno alla natura non è di origine filosofica (nessuna rivendicazione della liberazione della schiavitù femminile del pelo), bensì di natura pratica: sembra che il 90% delle donne influenti della moda e dello spettacolo non siano in grado di sopperire allo spelamento da sole, per cui meglio trasformare il pelo in un trend per tutte che essere accusate di incompetenza…;) Il tema del pelo viene esteso anche al baffo, perché se la donna baffuta era sempre piaciuta, perché non riportarla in auge proprio adesso?!? (Dopotutto sono momenti bui, non ci vede nessuno)

Ricrescita unghie ammessa agli esami di fine anno

Dopo anni di nail art e di unghie ricostruite con gel super duraturi che non si levano nemmeno con le martellate, ecco una nuova proposta dai guru del beauty (impegnati a fare tutorial giornalieri, ma comunque presenti): se la ricrescita va, lasciala andare! Onde evitare gesti pericolosi e uso incontrollato di acidi e sostanze chimiche, meglio unghie con la ricrescita. Anche se parecchio evidente. Se la quarantena va avanti parecchio ci sta che ad un certo punto cadano da sole; fino a quel punto nessun problema, siete in pieno TREND!

Ricrescita mon amour

La ricrescita non è un peccato. La ricrescita non è una vergogna. La ricrescita è un segno evidente che, fortunatamente, i capelli continuano a crescere nonostante il tempo che passa! L’Unione Parrucchieri Ipersupermegatrendywow finalmente ripongono la stagnola e urlano liberi dalle loro terrazze (intorno alle 18.15, dopo il canto nazionale dal balcone) che la ricrescita non è pericolosa e che soprattutto in casa non vi vede nessuno; quindi meno paranoie, più relax e lasciar respirare il cuoio capelluto in attesa della riapertura delle attività. Nel caso vi piacesse o foste particolarmente affezionati, si può tenere fino all fine dell’estate (tanto con il mare i capelli finiscono di distruggersi; a settembre ci si penserà)! 😉

No filler, Ruga Party!

LA GUERRA ALLE RUGHE E’ FINITA…per ora! Si tratta di un armistizio momentaneo, tranquilli, un periodo di prova per le nemiche dell’eterna giovinezza per vedere come se la cavano in questo momento in cui i chirurghi hanno deposto punture e pialle. “Forse non sono così male” – ammette il direttore delle Tendenze dei Volti Copia&Incolla – “diamogli il beneficio del dubbio“. E così chi si sente perso senza la puntura del mese può tirare un sospiro di sollievo; sarà in buona compagnia e in linea con le tendenze sdoganate del momento. “Dormite sonni tranquilli” – prosegue – “in giro sta accadendo di peggio. E poi per nascondere quelle intorno alla bocca c’è sempre la mascherina“.

…Buon lunedì! 😀

Zero Waste anche in bagno: sei oggetti per un bagno a impatto…limitato!

Stiamo sperimentando sulla nostra pelle quanto sia difficile il cambio di abitudini, soprattutto se forzato da cause di forza maggiore esterne alla nostra volontà. Ecco, diciamo che abbiamo l’opportunità di cambiare e di fare delle scelte diverse; stiamo facendo un training per quando queste scelte e questi cambi saranno frutto di una decisione consapevole 😉 Oggi non voglio assolutamente parlare di quello che sta accadendo intorno, ma di come si possano fare scelte meno impattanti anche per quanto riguarda il bagno: perché la sostenibilità passa anche dalla beauty routine!

Ora, questa storia della beauty routine è diventata popolare grazie ad apposite blogger che si dedicano a quest’arte per professione, seguite poi da influencer più o meno di settore che propinano rituali di lavaggio del mattino e della sera che schiere di interessate all’argomento seguono manco fossero TG! Da un lato sono seriamente sbalordita per la quantità di prodotti che si mettono sulla faccia nell’arco di 5 minuti, dall’altro guardo il mio bagno spoglio e mi chiedo se forse sto sbagliando io che alla soglia dei 40 ancora non ho mille mila creme con cui rallentare il processo di invecchiamento…vabbè, andiamo oltre! Si possono fare delle scelte meno impattanti anche per quanto riguarda i prodotti cosmetici e gli essenziali da bagno, preferendo quelli orientati allo “zero waste” (ovvero quelli che minimizzano la produzione dei rifiuti che vanno a finire in mare o discarica) e cercando di ridurre anche il numero. Di quante cose abbiamo bisogno in fin dei conti? Come nell’armadio, anche nel bagno possiamo fare un reset di quello che realmente serve riducendolo…all’essenziale, no? Alcune idee…

1-Spazzolino di Bamboo! Sapete quanti spazzolini si usano ogni anno? Circa 3,6 miliardi ogni anno in tutto il Mondo. Ovviamente gli spazzolini sono fatti di plastica e solo il 20% viene riciclato. Ecco, visto che i denti ce li dobbiamo lavare tutti, perché non sostituirli con quelli di bamboo? Sono realizzati con manici compostabili e setole biodegradabili prive di BPA (una sostanza chimica utilizzata per produrre determinate materie plastiche, tra l’altro ritenute anche dannose per l’organismo) e funzionano esattamente come quelli normali (sono anche più bellini). Unico accorgimento per la manutenzione: le setole vanno sciacquate bene post utilizzo e non tenerlo nel bicchiere con il dentifricio che con l’umido il manico non fa una bella fine…

2-Shampoo e Balsamo in saponette solide! Fatte come saponette con oli essenziali, passare a questa variante di shampoo e balsamo fa risparmiare quasi 2 flaconi e mezzo di shampoo per ogni saponetta (dura circa 50 lavaggi). Ne esistono di vari marchi e adatte a tutti i tipi di capelli; alcune possono essere usate anche per il corpo, limitando ancora il numero di prodotti presenti nel bagno! Una liberazione…

3-Rasoi in acciaio inossidabile! Ognuno estirpa il pelo come vuole…o anche liberi tutti di lasciarlo crescere. Chi è fan del rasoio, per praticità o per abitudine, può dire addio a quelli di plastica usa-e-getta ed optare per quelli in acciaio inossidabile, fatto per durare una vita…basta solo cambiare la lama!

4-Deodoranti naturali! Puzzare non piace a nessuno, ma nemmeno disturbare il sistema endocrino e far irritare la pelle con deodoranti antitraspiranti e pieni di sostanze sintetiche. Possiamo mettere sostanze non così buone a contatto con la pelle delle ascelle, luogo che pullula di ghiandole di una certa importanza? L’alternativa c’è e funziona: è naturale e neutralizza i cattivi odori prodotti dai batteri grazie ad agenti che sono naturalmente antimicrobici. Provare per credere…

5-Dentifricio alternativo (pure in polvere)! Anche nel dentifricio in commercio ci sono una discreta quantità di ingredienti inutili o spesso tossici (tra i quali pesticidi, coloranti artificiali, edulcoranti, per dire). In alcuni ci sono anche le famose microsfere (perché farsi lo scrub ai denti è fondamentale) che altro non sono che minuscoli granelli di plastica che finiscono direttamente scarico e poi nell’oceano, danneggiando l’ecosistema marino. Esistono dentifrici bio con molti meno ingredienti o esiste anche la possibilità di farselo per conto proprio (io a questo livello pro ancora non ci sono arrivata, ma condivido la ricetta che non si sa mai in questi giorni di reclusione qualcuno abbia voglia di provare… 😉 )

Queste polveri funzionano come detergenti, imbiancano i denti e rimuovono la placca.

1/4 di tazza di olio di cocco

1/4 tazza di bicarbonato di sodio

15-20 gocce di olio di menta piperita

Mescola olio di cocco, soda e olio fino a raggiungere una consistenza omogenea. Mettere in un barattolo di vetro e conservare in frigo.

6-Dischetti di cotone riutilizzabili! Di questi ne ho parlato in radio qualche mese fa come valida alternativa riciclabile al posto di quelli in cotone usa e getta. Si può partire da una vecchia t-shirt. ad esempio: basta tagliarla a quadretti o cerchi, dipende un po’ dalla forma preferita e poi accoppiarne due insieme cucendoli ai bordi con ago e filo. Il gioco è fatto e sono utilizzabili e lavabili…non dico all’infinito ma quasi 😉

Insomma, anche per quanto riguarda il bagno non correte a gettare via tutto e non pretendete di cambiare tutto tutto insieme. Un passo alla volta…e prima di fare nuovi acquisti finite quello che c’è già. Intanto potete prendere nota. 😉 Avete già alcuni di questi prodotti nel vostro bagno?!?

 

Buccia di Banana/Mascherine scivolose (il trend che fa riflettere?)

La moda anticipa le tendenza o prevede le sciagure? Fa riflettere o sfrutta episodi tragici per incrementare le vendite? Il confine è sempre molto sottile e quando non ci si prende la briga di indagare puntare il dito contro l’ennesima trovata fuori luogo dei colossi del lusso è un attimo. E così è stato anche questa volta, quando sul sito di Luisa via Roma è apparsa SOLD OUT la mascherina di Fendi da 190€…

Le mascherine in questo periodo vanno via come il pane (e come l’Amuchina, che nel frattempo è l’unica azienda che sta guadagnando in tutto questo casino); il fatto che sia esaurita anche quella di Fendi ha fatto gridare allo scandalo…come se il marchio in questione l’avesse messa in produzione nelle ultime settimane per cavalcare quest’onda virulenta che sta allarmando il Pianeta. Se il ragionevole dubbio vi ha assalito, se anche voi avete pensato “col cazzo che mi compro la mascherina da 200€, al massimo mi tappo la bocca con la carta igienica“, ecco che bisogna rimettere un attimo le cose in ordine. La mascherina in questione è un accessorio che fa parte di una piccola collezione realizzata in collaborazione con Jackson Wang (rapper cinese) che lo stilista lanciò in occasione di una sfilata a Shangai lo scorso anno (che siano d’accordo con i produttori di virus di zona)?!? 😉 Il fatto che in una collezione ci sia una maschera non stupisce e non è nemmeno la prima volta. Nelle metropoli e megalopoli di mezzo mondo l’inquinamento è un problema reale da diverso tempo e le mascherine, chirurgiche, antigas o fetish, hanno sempre solleticato l’immaginario dei più attenti alle tendenze e alle novità proposte dallo street style, diventando oggetti di culto! (oltre che di reale necessità in alcune zone)

Portava una simil-mascherina Naomi Campbell in una sfilata di LV nel 2008, ma anche Billie Eilish alla scorsa edizione dei Grammy completamente vestita da Gucci. Ma possiamo andare ancora più in là, in quel 2014 dove, quando l’Ebola minacciava l’Oriente, lo stilista Yin Peng mandò in passerella ogni modella corredata da un modello di mascherina differente. (gufata o trend?)

Insomma, le mascherine circolano sulle passerelle già da un po’, forse anticipando i contagi o semplicemente tentando di far riflettere con un tocco glamour su scenari futuristici ed apocalittici dovuti a inquinamento e crisi climatiche…dopotutto la moda è un forte termometro sociale specchio di quel che accade intorno…potrebbe volerci far riflettere oltre che approfittare per generare bisogni inesistenti e venderci qualunque cosa a prezzi stratosferici?!?

Prima dei virus e delle epidemie è stato l’inquinamento a far drizzare le orecchie ad artisti e designer. E’ stato il caso dello stilista cinese Chi Zhang; lo smog della capitale è la sua fonte di ispirazione e tra le sue creazioni sono diventate un’icona le maschere antigas con la scritta “Fxxk Air Pollution“. L’artista Kong Ning ha disegnato un abito da sposa lungo dieci metri, formato da 999 mascherine, e ha intitolato l’opera “Marry The Blue Sky”. Denuncia sociale, portare l’attenzione mediatica su argomenti di attualità, sensibilizzare. A volte la moda fa anche questo…

…e forse, in questa occasione, puntare il dito contro la mascherina di Fendi è l’ennesima caduta di stile di una popolazione che fa della critica il suo cavallo di battaglia anche in situazioni poco opportune. In ogni caso, 190€ per una mascherina, non ce li avrei mai spesi 😉

Buon primo lunedì di marzo!