Rifò-Lab: un progetto circolare tutto Made in Prato

Prato è una piccola città alle spalle di Firenze che spesso sentiamo nominare relazionata alla più grossa comunità cinese che l’ha “invasa” e che ha “rubato” il lavoro alle storiche aziende italiane. Non affronterò l’argomento, oggi mi voglio concentrare sul bello. 😉 Prato è soprattutto la città dove c’è il Pecci, Museo di Arte Contemporanea (che a Firenze non c’è, faccio per dire), dove c’è il bellissimo Museo del Tessuto e dove la tradizione tessile si respira in ogni angolo della strada. Tradizione e anche innovazione, perché Prato è la sede di Ri-fò Lab, un progetto di economia circolare legato al tessile veramente a Km0. Approfittando della vicinanza sono andata a trovare Niccolò e tutto il Team negli spazi di Agorà, in piazza Giovanni Ciardi.

Agorà è una piccola piazza nella piazza, un po’ negozio, un po’ showroom e ufficio dove, ad un lungo tavolo, il team di Rifò lavora insieme, gomito a gomito, sovrastato da una lavagna di sughero piena di post-it colorati, scadenze, foto e disegni. Sbircio un po’ tra i capi appesi, dove posso finalmente toccare con mano le maglie e le sciarpe, mentre un gomitolo e una pecorella fanno capolino da una mensola. Poi mi viene incontro Niccolò, la giovane testa dietro a questo progetto nato a novembre del 2017. Ci sediamo in fondo, intorno ad un tavolo dove si impacchettano maglie in scatole di cartone: dopotutto siamo sotto Natale e “fortunatamente le vendite stanno andando bene“; e comincia a raccontarmi la storia. Niccolò è laureato in economia (niente a che vedere con il mondo della moda, anche se grazie alle esperienze dei suoi familiari tintori e lavoratori nel campo della lana è cresciuto indirettamente in mezzo ai tessuti); a smuovere la sua coscienza e far maturare questo progetto è stata un’esperienza in Vietnam durante la quale ha lavorato per l’Agenzia Italiana di Cooperazione e Sviluppo. “Ad Hanoi le strade sono piene di negozi che vendono capi “Made in Vietnam”, esportarti in Occidente ma che, invenduti, ritornano alla base (per non abbassare i prezzi del mercato). Quello che non si vende finisce in discarica o inceneritore.” Incupito dalla storia della moda usa&getta, ha pensato a come poter proporre un modello più sostenibile, meno impattante…circolare.

La risposta c’era già, a pochi passi da casa e risiede in una vecchia tradizione cara ai tessutai pratesi, ovvero quella dei “cenciaioli“. Il mestiere del cenciaiolo si trova già nel XII secolo, ma è solo nel secondo Dopoguerra che raggiunge numeri importanti; un lavoro manuale, con il quale si riconoscevano i tessuti, si separavano per colore e consistenza e poi venivano strappati a mani nude. Dai quegli stracci fatti a brandelli, i “cenci”, si ricavava una nuova materia prima con la quale andare a creare un nuovo tessuto. Un lavoro semplice e spesso considerato “sfigato”; in realtà è un’arte nobile e raffinata, una preziosa operazione di recupero e rigenerazione capace di dare vita al nuovo partendo dal vecchio, in tempi non sospetti in cui di riciclo manco se ne parlava ma il buonsenso era ben presente (altro che consumismo)! Ridare lustro a questa attività, partire a creare dalla materia e non dall’idea di collezione, utilizzare filati rigenerati nell’ottica di un’economia circolare: 3 amici, un fortunato crowdfunding (novembre 2017) con 290 pre-ordini e l’incubazione come start-up all’interno di Nana Bianca. Questa la partenza del progetto di Rifò-Lab, un nome dal suono tipicamente toscano per rivendicare territorialità, appartenenza e identificare il tipo di attività (rifò, ovvero rifaccio).

Maglioni, accessori e teli mare sono le produzioni principali con le quali hanno iniziato, tutte realizzate rigorosamente con materiali rigenerati come lana, cachemire e anche denim tutti provenienti da aziende locali medie/piccole. “Tutto è prodotto nel raggio di 30 Km“, mi racconta, con tutti i limiti del caso. “Lavorare con materiali rigenerati vuol dire essere limitato nella scelta della finezza (i filati extra fini non ci sono) e anche dei colori (*i rigenerati non vengono tinti, ma il colore proviene direttamente dal colore originale della materia prima che viene sfilacciata, ora con macchine meccaniche). Ecco perché il processo creativo parte dalla materia prima con la quale il design viene sviluppato in seguito. Con la nostra produzione non solo si riciclano i vecchi indumenti, ma si riducono notevolmente i consumi di acqua, di pesticidi e di prodotti chimici utilizzati normalmente durante la produzione!” Perché usare nuove fibre quando si possono usare quelle già esistenti?

Nel giro di appena tre anni il progetto è cresciuto, i capi sono distribuiti in circa 80 negozi tra Italia e Germania, sono presenti sul portale di Yoox e il loro negozio online funziona benissimo. “Ora vorremmo provare ad entrare nel mercato giapponese ed americano, ma con calma. Anche ridurre i ritmi fa parte del processo legato alla sostenibilità“. Va bene fare i numeri, ma senza diventare folli produttori seriali 😉 Inoltre hanno ideato un programma di “recupero cachemire” grazie al quale è possibile inviare a Rifò i propri maglioni/accessori usati/sciupati o infeltriti che verranno o riparati o riciclati completamente. (La prossima volta che volete liberarvi di un maglione che non usate più ricordatevi di questa iniziativa).

Nuovissimo il progetto Re-think Your Jeans, realizzato in collaborazione con Natura Sì, Recooper e Pinori, attraverso il quale è possibile contribuire a rimettere i propri jeans in circolazione nel processo di rigenerazione (sono compatibili con la raccolta tutti i capi da 95 a 100% cotone denim, con una tolleranza fino al 5% di altre fibre ed elastene). Si possono portare i capi usati nei negozi Natura sì  (per adesso a Parma, Lucca, Pistoia e Prato) che successivamente verranno selezionati, sfilacciati e successivamente trasformati in un nuovo filato che darò vita ad un nuovo tessuto. Un progetto di collaborazione dove più realtà insieme lavorano per una moda (e un mondo) migliore e dove anche noi possiamo dare il nostro contributo!

Non resta che farsi un giro nello shop online (dove mi fanno morire i nomi dei colori, dal beige cantuccino al rosso montalcino, passando per il grigio lampredotto) o nel piccolo Agorà, dove si possono trovare anche capi di altri marchi e piccoli accessori che seguono la stessa filosofia di Rifò. Cambiando mentalità e con piccoli passi anche la Moda può diventare un posto migliore. Ecco perché realtà come questa vanno sostenute. 😉

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