Scivolando tra le fibre di viscosa

La sostenibilità non dipende dai materiali. E non esiste nessun materiale a impatto zero (questo è importante che sia chiaro, visto che si specula un sacco con affermazioni fuorvianti). Però conoscere e capire qualcosa in più su quello che ci mettiamo addosso può essere importante per fare delle scelte o se non altro rifletterci con qualche conoscenza in più. Dopo avervi parlato di cotone, lino, lana, seta e poliestere, è arrivato il momento di dare uno sguardo approfondito alle fibre della viscosa

La viscosa è una fibra artificiale estratta da cellulosa vegetale; non è né naturale né sintetica ma, partendo da una base naturale viene poi manipolata dall’uomo attraverso l’uso di processi chimici realizzati in laboratorio. Inventata dal chimico francese Hilaire Bernigaud de Chardonnet, nel 1883, era una valida alternativa alla seta per morbidezza e lucentezza; chiamata anche seta artificiale  (perché seta farlocca pareva brutto) e nominata poi rayon (dal 1930), era l’alternativa economica ai tessuti pregiati. La materia prima di partenza può essere di origine cellulosica vegetale (faggio, pino ed eucalipto, per esempio) o proteica, ovvero proteine provenienti da piante o materiali di scarto di origine alimentare. In entrambi i casi il processo di lavorazione e trasformazione prevede l’uso di sostanze chimiche, tra le quali soda caustica, per trattare la polpa del legno, solfuro di carbonio e poi altra soda caustica per renderla liquida (viscosa, appunto, per indicare la sua caratteristica di liquido parecchio fluido). Da qui viene trasformata in filamento, passata su una rocca, lavata, asciugata e pronta per essere filata.

La viscosa si utilizza moltissimo perché è morbida al tatto, scivola bene, si stropiccia difficilmente ed i colori sono molto più brillanti. Traspirante, fresca e ipoallergenica, è molto usata per l’abbigliamento femminile; il 100% viscosa è il preferito dal pronto moda perché si deteriora rapidamente, costringendo a comprare altri capi. Ma spesso la troviamo in commercio mescolata ad altre fibre, come cotone e poliestere, ed anche con tessuti elasticizzati per una versione stretch ancora più comoda. E fin qui tutto bene. Più o meno. La produzione di viscosa, dagli anni 90 al 2018 è raddoppiata, con tutte le conseguenze del caso e andando a definire un impatto ambientale abbastanza importante.

La deforestazione! La responsabile della ONG Canopy ci ricorda che vengono tagliati circa 120 mila alberi ogni anno per produrre viscosa&simili; le previsioni dicono che questa cifra tenderà a raddoppiare entro il 2025. Alberi secolari, alberi che ospitano animali in via di estinzione e non, alberi che sono l’ambiente di intere comunità indigene e che sono responsabili del mantenimento degli ecosistemi. Insomma, alberi che servono e che non sarebbe opportuno tirar giù in quantità così massicce. Canopy si sta occupando seriamente della questione per fare in modo che le aziende di moda si forniscano di materia prima per i loro tessuti da foreste selezionate e gestite in maniera sostenibile. E ce ne sono già diverse fortunatamente…

La tossicità! L’altro problema di non poco conto è l’uso di sostanze chimiche…spesso fatto in maniera impropria e senza controlli. Il disolfuro di carbonio è una di queste sostanze, che pare non faccia benissimo a chi sta a contatto molto a lungo: nel secolo scorso sono stati registrati casi di operai letteralmente impazziti dopo esserci stati per lungo tempo a contatto; oltre al fatto che può causare altre malattie poco simpatiche come infarti, ictus e malattie ai reni. Anche le altre sostanze che si impiegano non fanno benissimo all’uomo; se poi vengono rilasciate nell’ambiente il quadretto non migliora, anzi! Aria e acqua stanno visibilmente male, persone e animali si ammalano, i pesci si contaminano e l’acqua corrente diventa non potabile. Com’è possibile tutto ciò? Che sia così fuori controllo e allo stato brado?

Ecco, circa il 63% della viscosa mondiale viene prodotta in Cina. Ora, non per andare sempre a puntare il dito laggiù, ma ci sono state inchieste e rilevazioni che hanno dimostrato che “A Jiangxi nel sud-est della Cina, la produzione di viscosa ha ucciso tutta la fauna del più grande lago d’acqua dolce cinese, Poyang. Inoltre nei pressi delle fabbriche CHTC Helon e Shandong Silverhawk Chemical Fibre, entrambe situate nella provincia orientale di Shandong, sono state trovate prove evidenti che i produttori di viscosa scaricano acque reflue non trattate, contaminando laghi e corsi d’acqua locali, e rilasciano inquinanti atmosferici che superano standard ambientali accettabili” (fonte Changing Markets Foundations). Quindi? I modi per rendere la produzione di viscosa meno impattante ci sono, basterebbe che i grandi marchi si impegnassero per chiedere a questi produttori di adeguarsi a metodi produttivi a impatto zero e controllato (è stata a questo proposito pubblicata una petizione sul sito di WeMove lo scorso anno, firmata da circa 305mila persone). Eppure i grandi marchi, nonostante gli impegni presi, continuano a fare pressioni sui fornitori per ridurre ancora i costi ed accorciare ancora i tempi. E chiaramente quando si deve tagliare si perde la qualità, non del materiale ma proprio della cura del processo con cui viene realizzato. Tutta una questione di dinamiche economiche…come sempre 😦

Che possiamo fare noi nel frattempo che i marchi si adeguano? Come al solito noi possiamo fare la nostra piccola parte, andando a controllare etichette, scegliendo viscosa ecologica che presenta la certificazione Oeko Tex . Per quella prodotta in Europa dovrebbe esserci anche la sigla REACH (una regolamentazione redatta dalla collaborazione tra Unione Europea e Greenpeace per controllare l’utilizzo delle sostanze chimiche nell’abbigliamento ed eliminare quelle tossiche) e quindi almeno sull’atossicità dovremmo stare tranquilli. Dovremmo. Perché la certezza, a meno che le aziende non diventino trasparenti sui loro processi, non l’avremo mai.

Esistono poi alcune viscose vegetali, come quella di Mais, Latte, Lyocell o Modal, che presentano caratteristiche ecologiche e circolari molto interessanti. Ma ve le racconto la prossima volta…;)

Buccia di Banana/Nail Art: dove siamo arrivati (con finale horror)

Quando si parla di moda non dobbiamo perderci i dettagli. E non sto parlando di accessori o bijoux, ma di ogni piccola estensione che durante le sfilate viene sistemata fin nel minimo dettaglio pronta a fare tendenza. E’ il caso di capelli, trucco e parrucco, fino all’ultima unghia del mignolo della mano destra. E quando l’occhio casca sull’unghia, non si sa mai cosa aspettarsi.

Perché le vie della nail-art sembrano essere più infinite di quelle del Signore; sicuramente più kitsch di Moira Orfei ai tempi d’oro. Se del 3D pensavamo di aver visto tutto ci sbagliavamo. Sembrano non esserci limiti alla creatività, grazie ai materiali innovativi (e si racconta siano anche atossici, ma su questo dettaglio non ci metterei la mano, anzi) e alle idee folli di artisti dell’artiglio che vogliono che le nostre mani siano sempre più scioccanti, capaci di lasciare il segno (soprattutto con quelle a punta, che funzionano bene anche come taglia carte)! Prendere appunti per la prossima stagione:

Perché riempirsi le mani di accessori ed anelli quando puoi avere direttamente le unghie gioiello? Preziose, abbellite da catene, argenti e pietre preziose, le unghie gioiello sono un simpatico 2 in 1 che risolve il problema di cosa abbinare allo smalto. La praticità in questo caso non è contemplata ed è assolutamente vietato passarsi le mani tra i capelli: rischia di rimanerci impigliato tutto lo scalpo! O_o


Le unghie-sacre sono una celebrazione dei cuori sacri, tornati di tendenza da almeno tre anni. Un’icona un po’ vintage, un po’ sacra, un po’ profana, un po’ gotica che dà indubbiamente un tocco di raffinatezza a qualsiasi mano. Comode da utilizzare in assenza di stuzzicadenti; ricordarsi di lavare le mani dopo l’uso! 😉

Non poteva mancare in tutto ciò una serie di unghie piumate. Eleganti, raffinate e originali; la piuma riesce a dare un tocco di esotico anche alla mano più rovinata a furia di lavare i piatti senza guanti. Indicate per mani di fata e mani nullafacenti, se ne sconsiglia l’uso per bagni in mare e nemmeno in piscina. Per i giochi erotici, invece, pare che vadano alla grande. Ricordarsi solo di non lasciare piume in giro 😉

Ma la vera innovazione della stagione arriva dalla Russia, dove una nail artist locale si è divertita a sperimentare e andare oltre, realizzando e modellando delle vere e proprie opere d’arte…manuale. Perché accontentarsi di una stretta di mano, quando puoi avere altre piccole cinque manine che si allungano per stringere la mano del nuovo collega in ufficio? Ed ecco allora che le unghie si trasformano, grazie ad una sapiente opera di modellazione, in piccole mani e piedi che si affacciano sbarazzine al di là della mano. Una meta-mano, un’opera tra il concettuale e l’horror, dove la mano con le mani potrebbe essere l’arto di un mostro geneticamente modificato. Con le unghie-piede abbiamo raggiunto l’apice del terrore, ma talmente tanto trash che fa il giro e quasi quasi risultano quasi gradevoli O_o (stavo scherzando, giuro). La speranza è sempre quella che rimangano casi isolati a qualche video di youtube e post su instagram. Eppure ho come il presentimento che potremmo ritrovarci a stringere mani con un’enorme quantità di dita…e di piedi!

Che brutta scena 😛 Buon lunedì

Vintage Revolution/Giacca da Uomo Vintage

DI federica pizzato (vestiti al vento)

La giacca da uomo. Un capo che nelle occasioni formali siamo abituati a vedere dalla notte dei tempi! Apparentemente sempre la solita minestra, in realtà, nel corso dei secoli, ma anche nei più recenti decenni, ha subito diverse mutazioni di non poco conto. Siamo abituati a pensare alla moda e allo stile come “cosa da donne” ma è davvero così?  Con questo #VintageRevolution vorrei farvi vedere come un classico dei classici del guardaroba da uomo in realtà non lo è affatto, mostrandovi come la giacca è stata indossata e interpretata da alcune delle bellezze (e non) maschili più iconiche di tutti i tempi.

Anni ’20 Edoardo VIII

Edoardo VII, principe di Galles è uno degli uomini che, negli anni 20 del ‘900, stabilisce le nuove direttive dell’abbigliamento maschile. Il principe amava gli abiti dal taglio comodo, con giacche e pantaloni ampi, confezionati in tessuto tweed con disegni pied-de-poule, ed ovviamente, in Principe di Galles. Diffusissimo anche il gessato. La famosa “perdita di rigidità” del decennio è evidente in tutti i capi d’abbigliamento maschile anni ’20: le camicie, ad esempio, e il pullover sportivo che sostituisce il gilet. Per le occasioni formali arriva lo Smoking, in particolare la versione blue midnight con collo sciallato voluta proprio da Edoardo VIII, mentre il frac diventa meno abbottonato e si allunga nelle code.

Anni ’30 Clark Gable e Randolfh Scott

Negli anni ’30 la linea morbida e comoda degli abiti, inaugurata nel decennio precedente, continua e si perfeziona. L’uomo elegante negli anni ’30 indossa l’abito intero di gusto e taglio inglese, che finalmente adesso viene realizzato con tessuti più leggeri e anche più vistosi. L’uomo d’affari è vestito con il completo di flanella grigio scuro, blu o nero con giacca doppiopetto. Per le occasioni informali c’è lo spezzato con giacca di Tweed o Shetland a scacchi, mentre per le serate eleganti prende sempre più piede lo smoking scuro, portato con fascia e papillon. Il tight ed il frac diventano più morbi. Tra gli anni ’30 ed i’40, agli Hollywood Studios arrivano i gangster movies e di personaggi come Clark Gable che portò al successo il gessato e il rigato. Anche l’attore Randolph Scott rappresentava un’icona di stile ma meno eccentrica: con il suo fascino senza tempo utilizzava giacche di flanella pettinata, drammatica ed estroversa per sottolinearne il fascino. Indossando invece la giacca in flanella cardata veniva amplificata la sua forza.

Anni ’40 – Fred Astaire

Nel 1942, un po’ in tutta Europa vennero razionate le stoffe per il vestiario. Di conseguenza la moda si trasforma da elegante, a minimalista e funzionale. Lo stile degli abiti da uomo anni ’40 (come quello da donna d’altronde) si contraddistinse per i colori sobri e le linee essenziali. In questo periodo fa ad esempio la sua comparsa il Victory suit. Semplice e durevole, a doppio o mono petto, favoriva la funzionalità rispetto all’eleganza. La giacca si fa più corta e i pantaloni più stretti, senza pieghe o bordi. Il completo tipico degli anni ’40 non include il gilet, sempre per venire incontro al periodo di ristrettezze. Icona del periodo fu Fred Astaire. Il ballerino famoso per la sua eleganza davanti e dietro i riflettori amava indossare per le occasioni mondane giacche doppiopetto in flanella cardata. Un classico del palinsesto formale maschile.

Anni ’50 – Totò e Vittorio De Sica

Finita la guerra la moda uomo rimane ancorata all’eleganza inglese ma anche il Made in Italy è molto richiesto all’estero. Le giacche hanno ampi baveri, con linea delle spalle allargata e ben sostenuta ed aderenza al punto vita piuttosto sciolta. Accanto alle linee classiche, sempre di più fanno capolino gli spezzati, giacche di linea lenta con spalle scese e arrotondate, a cui vengono abbinati cardigan e pantaloni più stretti. Dal 1959 le giacche assumono una linea che allunga sempre più la figura. A partire dalla metà degli anni ’50, tra i capi sportivi è compreso il blazer con bottoni dorati, una giacca utilizzata nei paesi anglosassoni da chi appartiene ad un college o ad un club. Spopolano le rivisitazioni dell’abbigliamento militare per lo sport e il tempo libero come i giacconi da montagna, il montgomery e il trench. Gli anni ’50 sono anche la fase di inizio dell’anti-moda, l’abbigliamento trasgressivo e provocatorio usato dai giovani come simbolo della loro condizione. Potremmo definire Totò e Vittorio De Sica come due classici anticonformisti: il primo con il suo cappottone di Harris Tweed il secondo con l’abito leggero da viaggio.

Anni ’60 – I Beatles

Un rivoluzione così non si vedeva dagli anni’20! L’abbigliamento ufficiale di inizio decennio ha ancora un taglio classico ma presenta una linea più comoda che slancia la figura. Le giacche diventano squadrate, monopetto, con spacchi laterali. Per le serate eleganti ma informali si usa lo spezzato con giacca in tinta unita, di colore più scuro dei pantaloni. Londra diventa capitale della moda maschile giovane, che in questi anni consente la massima libertà e diventa più femminile. Nascono, tra le altre subcultre, i Mods. Saranno poi i Beatles a diffondere questo stile in tutto il mondo. Verso la metà del decennio appaiono i vestiti psichedelici, sovente con fantasie optical e colori sgargianti. È il momento dello stile hippy e della moda pop delle divise militari. Nella copertina di Sgt. Pepper’s i Beatles indossano delle rivisitazioni delle divise da cerimonia dell’esercito dai colori fluo. La cultura hippy, dopo il 1966 porta alla diffusione in ambito stilistico delle influenze etniche, in particolare quelle legate alla cultura orientale: fanno la loro comparsa anche sulle giacche decorazioni e fantasie dai colori vivaci.

Anni ’70 – John Travolta

Caratterizzata da capi di abbigliamento dai colori pop e decisamente vitaminici, la moda Seventies promuove look appariscenti, impreziositi da motivi geometrici o da fiori. I capi di abbigliamento considerati più glamour sono i pantaloni a zampa di elefante, abbinati a giacche strette e corte, sia per lui sia per lei. Non manca l’influenza vecchio west munita di frange. I completi eleganti diventano color pastello per finire con il total white spesso indossato da Elvis in quel periodo. Sempre in total white con l’iconico completo che ha fatto storia c’è John Travolta che in The Saturday Night Fever sfoggia il look tipico della fine degli anni ’70. Giacca con revers appuntiti e ampi, camicia con colletto altrettanto puntuto gilet e pantaloni a zampa coordinati. Una mise che è rimasta nella memoria di tutti.

Anni ’80 – Richard Gere

Dalla metà degli anni ’70 la generazione del dopoguerra entra nel mondo del lavoro ma non vuole tornare alle vecchie tradizioni. Ad aiutare i giovani manager del periodo arriva Giorgio Armani che si concentra proprio sulla giacca: l’indumento più classico e tradizionale di tutti viene realizzato con materiali più morbidi di quelli soliti e senza imbottiture, sagomature e stirature che la tengono perfettamente in tiro. Una giacca nuova, unisex, leggermente sformata e adatta a ogni occasione. Un messaggio importante traspare dalla giacca destrutturata: le donne e gli uomini non voglio più vestirsi solo da donne o solo da uomini. Fu un successo in tutto il mondo: Armani vinse il Neiman Marcus Fashion Award nel 1979 e l’anno dopo il bel Richard Gere in American Gigolò vestì Armani e lo rese noto al grande pubblico.

Anni 90 – Brad Pitt/Johnny Depp

Negli anni 90 la giacca diventa più minimale. La spalla è sempre importante ma la linea è più semplice e non segna la vita. Via il doppiopetto, le giacche sono spesso a tre bottoni e le maniche si allungano fino a coprire il palmo della mano. I belli e dannati presentano look eleganti ma leggermente trasandati (che fanno figo e non impegnano!) I miei preferiti? Brad Pitt il ragazzo della porta accanto che tutti vorrebbero avere e l’eccentrico a tratti dark Johnny Depp.

Siete ancora convinti che la giacca da uomo sia un oggetto monotono? Ogni decennio ha le sue forme, i suoi colori e le sue eccentricità. Un capo sempre uguale e sempre diverso che non smetterà mai di stupirci probabilmente! Donne, avete mai provato (taglia permettendo) a indossare una giacca del vostro lui?! Fatemi sapere come va!

Buccia di Banana/Campagne Fashion: WHY? #22

Le sfilate per il prossimo prossimo autunno inverno si susseguono in giro per le capitali della moda di tutto il mondo. Io, invece, sfoglio le riviste pregustando quello che ci aspetta per la prossima estate. Torna l’appuntamento con le stravaganze delle campagne fashion, quelle che le guardi e ti fai dei gran film su cosa c’è dietro…(almeno, io me li faccio e li condivido con voi, per iniziare il lunedì in leggerezza)! 😉

brand: gucci / campagna: mille modi per convincere un cavallo a lavarsi

La manutenzione del compagno equino è fondamentale. Portarlo in giro è ok, ma per entrare in certi ambienti è necessaria pulizia ed un certo stile. Per chi ha l’animo street il car-wash dice sia una soluzione divertente, non sappiamo bene per il padrone o l’animale. Per chi invece ha un approccio più chic e soft il vecchio tuffo in piscina sia il suo, per rilassare e pulire senza essere troppo aggressivi. Spugna e spruzzino per cavalli che vogliono ottenere massimo risultato con minimo sforzo. In tutti i casi non dimenticate il frustino, un tocco di rosso ed un look elegante per mantenere l’impostazione e non sfigurare. Animali sì, ma con classe! 😉

brand: FERRAGAMO / campagna: NON CI VOGLIO VENI’

Quando la tua compagna di avventure si rifiuta di scalare la montagna (per colpa tua che le hai detto di mettersi i sandali con il tacco, maledetta!) c’è un unico modo per convincerla ad arrivare fino in cima: dirle che ad aspettarla al rifugio c’è Jhonny Depp. Se non si lascia convincere bisogna usare le maniere forti: catena umana e via, trascinarla! (I sandali di plastica trasparente in ogni caso sono inguardabili…e anche no)!

brand: tom browne / campagna: a mollo come i pesci rossi (disappunto)

Andare a pesca? No, questo è un esperimento diverso. Mettersi nei panni dei pesci. Sì, proprio quelli che porta al posto della pochette in una bolla di plastica.  Un ribaltamento dei ruoli, dove l’umano interpreta il pesce strisce-rosse, famosa specie dei fiumi del nord europa. Se vi state chiedendo se anche i pesci hanno i calzini, no; lui li ha messi perché odia i sassi scivolosi ricoperti di alghette. In ogni caso, non sembra felice di questo scambio… 😉

brand: isabel marant / campagna: crescere funghi in PIENA ESTATE

Voglia di funghi in piena stagione estiva? Non c’è nessun problema! Grazie ad Isabel Marant adesso abbiamo le indicazioni e lo strumento per crescerli anche ad agosto. La tuta in questione, maniche lunghe ed accollata, portata a ferragosto sotto al sole per almeno 3/4 ore garantisce una crescita immediata di funghi e funghetti di tutte le specie. Non so quanto sarete gradevoli dopo l’esposizione prolungata in questo stato (e chi vi si avvicina), ma il materiale per la cena è garantito! 😛 Soddisfatti o rimborsati…

brand: Maje / campagna: vedo non vedo…

…ecco, era meglio rimanere nell’ombra!

E comunque, come ci ricorda Celeste Baber, fare la modella di questi tempi è un mestiere pericolosissimo…;) 

Buon lunedì!

 

Fashion Reboot: le mie impressioni della prima edizione del WSM

Lo scorso fine settimana sono stata al primo salone italiano dedicato “all’altra moda“, quella sensibile al cambiamento climatico, quella che pensa all’ambiente, alle persone e che si adopera per essere meno impattante ed accattivante allo stesso tempo (grazie Signore, in Italia, come sempre, c’abbiamo tempi lunghi). Un percorso che si è snodato su due pieni di alcuni locali del Base Milano (Ex Ansaldo), in piena zona Tortona. Ad aprire il percorso alcuni pezzi della mostra Sustainable Thinking direttamente dal Museo Ferragamo (noi ve ne avevamo parlato qui); al piano superiore, allestito con piccoli corner, esponevamo vari marchi, selezionati in basi a criteri di sostenibilità, innovazione, etica, recupero dei materiali e upcycling. I miei occhi sono caduti immediatamente qui:

INSANE IN THE RAIN

Una carrellata di colori e fantasie alla quale non ho resistito: gli impermeabili super pop di Insane in the rain sono il perfetto esempio di un’estetica streetwear e contemporanea che si combina alla ricerca di materiali innovativi e performanti. Gli impermeabili sono realizzati con RPET, un tessuto ottenuto con il riciclo delle bottigliette di plastica (PET, appunto), il che contribuisce a ridurre la quantità di plastica in discarica (circa 17-23 bottiglie per ogni giacca) oltre al fatto di non utilizzare il petrolio per produrre nuovo poliestere. Evitano inoltre di utilizzare plastica aggiuntiva o di nuova provenienza in tutte le procedure industriali, come  produzione, spedizione o distribuzione. Sani principi, coerenza, allegria nello stile e soprattutto una comunicazione fatta bene, cosa che ho apprezzato moltissimo perché solitamente c’è una grossa carenza (i marchi “etici” pensano che l’estetica non sia importante, ed è lì che si tirano la zappa sui piedi)! 😉

Qualche passo più in là sono inciampata negli occhiali di NEUBAU

Ad attirare la mia attenzione sono stati prima i modelli dalle forme interessanti, poi un cartello nel quale si leggeva che gli occhiali erano prodotti dalla pianta di ricino! Ed effettivamente, come ci hanno spiegato, questi occhiali sono stati sviluppati con il natural3D, un materiale 100% bio-based utilizzabile per la stampa 3d. Dai semi di ricino si estrae un olio che viene successivamente polverizzato e reso utilizzabile dalla stampante 3d che, strato dopo strato, realizza la montatura senza alcun tipo di scarto. La finitura è perfetta e gli occhiali sono tutti leggerissimi e comodi  (non segnano, non stringono, non molestano); oltre al fatto di proporre un sacco di modelli e colori dalle forme più disparate. Una sintesi perfetta di stile, sofisticatezza tecnologica e sostenibilità. L’azienda madre, viennese, supporta un sacco di iniziative legate all’ambiente e al riciclo. Io e LaMario ce ne siamo provate parecchi 😉

Decisamente più artistico, minuzioso e materico il lavoro di Sofia Lerner, una designer metà tedesca e metà peruviana che dal 2016 ha fondato l’omonimo brand in quel di Lima (Perù) collaborando con artigiani locali e lavorando sul recupero dei materiali, denim in primis, per creare capi nuovi ed unici. Vecchi jeans vengono smontati, scomposti e ricomposti sotto forma di cappotti, trench, jeans e giubbotti; un lavoro certosino dove l’abilità manuale degli artigiani locali si mette al servizio della creatività per dare vita a nuovi tessuti con i quali verranno poi tagliati e realizzati i capi. Santa pazienza, risultato interessante.

BGBL BOUNCING BAGS

Avevano attirato la mia attenzione già al Pitti Uomo; ritrovarla anche a Milano è stata una conferma ed una piacevole sorpresa. La particolarità di queste borse e zaini sta nell’uso (o meglio nel ri-uso) di palloni da basket provenienti da varie società sportive che vengono poi abbinati con la pelle per comporre accessori dal design unico. “Vogliamo unire una sensibilità ecologica a una passione per il design italiano, prendendo come concept le varie anime dello sport“. Anima sportiva, anima ecologia e passione per il bello: queste le fondamenta del marchio che ha visto la luce un paio di anni fa, come mi racconta la sua fondatrice; i palloni vengono lavati, tagliati ed assemblati con pelle di alta qualità direttamente nel distretto di Como, a pochi Km da casa. Il risultato è una combinazione che rimbalza tra lo streetwear ed il contemporaneo, adatta per gli amanti dello sport, perfetta per chi vuole distinguersi in modo originale (siamo in zona lusso, però, ve lo dico già)! Per questa edizione di Pitti è stata presentata una collaborazione speciale con i Da Move, crew italiana di riferimento in Europa per i suoi spettacolari show freestyle di basket, calcio, bike; per festeggiare i 20 anni dalla nascita dei Da Move, BGBL ha realizzato una collezione speciale che che ripercorre alcune tra le tappe fondamentali della storia del collettivo, utilizzando per un modello di zaino unisex i palloni che hanno “coreografato” le più importanti esibizioni del team nel mondo.

Uno spazio è stato dedicato anche ad un concorso aperto a nuovi progetti sia di design sia di servizi, dove è stato un piacere ritrovare Zero Barra Cento (uno dei primi marchi che avevo presentato in questa rubrica) con la sua linea di capi spalla unisex e concepiti per non avere sprechi al momento del taglio (zero waste design, vi avevo parlato anche di questo ;P ); ed anche Vic, Very Important Choice, la piattaforma italiana dove è possibile noleggiare abiti  e accessori dei migliori brand eco-fashion, in uno spazio dove si connettono produttori e consumatori consapevoli, una piazza virtuale dove trovare informazioni e condividere saperi ed esperienze. Presente anche Orange Fiber, idea e brevetto italiano dei primi tessuti realizzati dai prodotti degli agrumi (ma di loro vi parlerò a breve in modo approfondito). Una panoramica ampia e curata delle nuove opzioni della Moda, corredata anche da workshop e talk durante i quali sono stati affrontati argomenti legati al futuro del fashion (io sono ancora molto perplessa al momento, vedo ancora tanta strada davanti, ma almeno c’è una direzione). Tutto sommato è stato un inizio, soprattutto per quanto riguarda l’inserimento di nuovi contenuti in Saloni “ufficiali”.

Io, nella mia visione utopica in cui tutto il sistemata vada in qualche modo rinnovato, avrei optato per un formato diverso, fuori dalle logiche stantie di fiere-espositori-compratori-stampa (che poi questi compratori ci saranno arrivati fino? Avranno fatto ordini? Troveremo questo tipo di prodotti nei negozi davvero? Boh…). E’ stata comunque una buona fonte di spunti e ispirazione.

Buccia di Banana/Tendenze affumicate

Raccontarvi della mia esperienza a Pitti Uomo potrebbe suonare ripetitivo: dei pavoni ne abbiamo già parlato, dei poser mascherati anche, di quelli che girano con le caviglie scoperte (e pure mezzo polpaccio a volte) in pieno inverno pure…I giornali ufficiali hanno cantato un ritorno all’eleganza maschile nella versione “dandy contemporaneo“. Io, in tutti questi galantuomini moderni, ho visto un accessorio in mano che non mi ha fatto impazzire: il sigaro!!!

In un mondo in cui imperversano le sigarette elettroniche che hanno invaso gli ambienti di nuvolette profumate e strani aggeggi freddi da mettersi in bocca, ecco un bel ritorno alle origini formato Toscano (o cubano, dipende da quanto ci si sente esotici)! Il sigaro sembra essere diventato l’accessorio immancabile per essere davvero giusto, figo, allineato con le tendenze maschili del momento.

Discreto formato sigaretta o gigante come vuole la tradizione legata ai personaggi poco raccomandabili di molti film, l’importante é averlo per completare qualsiasi look che preveda almeno giacca e pantalone (che il sigaro con la tuta o con i jeans non ci va d’accordo). Sembra che sia utile ai fini dell’atteggiamento, per darsi un tono e rendersi interessante (dei polmoni frega un cazzo a nessuno e nemmeno della puzza che si propaga nel giro di centinaia di metri, affumicando se stessi e chi gli sta intorno). I Signori dello Stile lo avevano tutti, sfoggiandolo con un impeccabile fare casuale; acceso o spento, appoggiato al bastone o in bocca corredato dalla nuvoletta evanescente, tenuto tra le labbra e i denti con fare da sbruffone. Il sigaro sembra essere il nuovo status symbol 😳

Ora, non voglio partire con il predicozzo sugli effetti collaterali del fumo, tanto tra sigarette e canne direi che é un vizio piuttosto comune, però questo sfoderare il sigaro con orgoglio come se fosse una componente stilosa quasi immancabile non mi sembra un messaggio molto positivo. Farlo diventare di moda poi…

Senza tralasciare il fatto che: “Vale la pena sottolineare che l’abitudine di tenere tra le labbra il sigaro dovrebbe essere un vezzo da evitare, perché dal contatto diretto del tabacco con le mucose orali si origina un metabolita intermedio nocivo per la vescica urinaria, identificato nel composto ortaminofenolo“. Uomo avvisato, mezzo salvato. Poi é anche vero se per essere considerato e fotografato é essenziale averlo in mano…io mi arrendo alla smania della fama e al circo dell’apparire. E al fatto che in quasi tutte queste foto sia taggata la solita azienda che produce e distribuisce sigari di qualità! Eravamo quindi nel bel mezzo di una campagna di marketing tramite personaggi influenti (o influenzatori) del settore moda uomo. 🤦‍♀️ Io non lo trovo per niente fashion. E comunque, se proprio dobbiamo dirla tutta, in quanto a stile e grandezza di sigaro, ha vinto lui

E dopo questa mi arrendo. Buon lunedì, affumicato ma anche no 😉

Provocazioni a fin di bene: #sfashionmagazine #0

Qualche giorno fa, mentre riprogrammavo il nuovo anno lavorativo, ho avuto un lampo, ovviamente fuori programma: tira fuori Sfashion Magazine per Pitti! L’idea di una rivista Sfashion é nella mia mente da diversi anni, ma la cosa non si é mai concretizzata su cartaceo; ci sono gli articoli qui sul blog e ci sono stati su I Like It Magazine per quasi due anni. La rivista come la immagino io é ancora lontana, ma ho pensato tra me e me “perché non iniziare da qualcosa di piccolo, provocante, esplosivo e nello stesso tempo illuminante da spargere in giro durante il Pitti?” Ed é così che nel giro di due giorni é nato lui…

Un quartino, un foglio in bianco e nero alla vecchia maniera con un impostazione da quotidiano ed i titoli acchiappa-attenzione e messaggi chiari e forti, comprensibili ai più senza troppi filtri. La missione di questo oggetto é duplice: da una parte provocare apertamente gli addetti ai lavori e nello stesso tempo invitare alla riflessione su come il fashion business vada ripensato in un’ottica di apertura, umanità, etica e leggerezza. La notizia choc in apertura riguarda il sorriso, quello che manca sempre a chi lavora nella Moda, perché per essere davvero fashion si deve essere imbronciati, seri, scuri, al massimo malinconici come un grigio topo, ma illuminati dal sorriso no! É un affronto a glitter&pailettes: solo loro hanno il diritto di luccicare! 😉 É intervenuto sul tema per l’illustrazione di copertina Francesco Ripoli…

Dall’altra parte ho voluto puntare il dito sulla sostenibilità come tendenza, che in molti casi diventa solo un’operazione di marketing risciacquato nell’eco. Un invito a non lasciarsi convincere da belle parole o azioni di facciata, ma controllare e domandare chiarezza ai marchi preferiti. Uno spiraglio sui fatti positivi e sulla domanda in crescita di prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone mi sembrava doverosa, anche solo per incoraggiare a fare sempre meglio…

Gli eventi parlano chiaro, Greta si è sgolata per un anno intero facendo scendere in piazza milioni di persone, il movimento della Fashion Revolution e la Campagna Abiti Puliti hanno portato alla luce numeri e fatti che non si possono più ignorare, a patto di tenere volontaria- mente occhi e orecchie chiusi, limitandosi a vivere nella propria bolla dorata. Emergenza climatica, inquinamento ai massimi livelli e schiavitù contemporanea sono temi caldi verso i quali siamo stati chiamati a prendere misure immediate a partire dalla vita quotidiana di ognuno (che se aspettiamo i governi facciamo prima ad esplodere)! Picchia e mena, insisti per convinzione o semplicemente per omologazione, le coscienze si sono cominciate a smuovere; in fin dei conti noi siamo la domanda, noi possiamo fare la differenza. In questo modo anche le aziende e le organizzazioni hanno dovuto prendere atto di varie questioni e regolarsi di conseguenza. La notizia positiva è che i numeri sono in crescita: grazie al Transparency Index il 70% delle aziende ha reso nota la filiera produttiva ed in generale c’è stato un incremento medio del 9% dei punteggi (si stanno impegnando di più per fare meglio); i consumatori vogliono più informazioni e sono più orientati all’acquisto di marchi che sono veramente sostenibili, sempre più consci del fatto che allungare la vita dei propri capi di alcuni mesi o anni può ridurre emissioni di Co2, evita spazzatura inutile e salva l’acqua dal massiccio inquinamento. La strada è aperta. Possiamo decidere se percorrerla o girarci dall’altra parte…

Da ieri é in giro alla Fortezza, fuori e dentro, grazie agli amici di Fashion Room, book store di fiducia specializzato in libri legati a moda, costume, design e comunicazione. Questo weekend verrà con me a Milano e a breve, sperando di farvi cosa gradita, il PDF sarà disponibile gratuitamente sul mio sito 🙂

Il vero #sfashionista non molla mai. E di sicuro non sarò io la prima 😉

Stasera, in diretta su Instagram, riprendono gli #Sfashiontalk in versione rinnovata. Iniziamo l’anno alla grande. Che ne dite?

Buccia di Banana/Ispirazione commestibile

Benvenuti nel 2020! Lo so che ci siamo già da qualche giorno, ma durante le vacanze ho deciso di lasciarvi più in meno in pace, di riprendere fiato e di pianificare un po’ tematiche e contenuti. C’è chi dice che i blog sono morti, io dico che fino a che non esplode internet i blog sono spazi importanti per veicolare scritti, pensieri, informazioni e contenuti un po’ più approfonditi di quanto concedono i Social Network…Questo blog compierà 11 anni a novembre e non ho intenzione di abbandonarlo, quindi, apriamo le danze.

Oggi inizia Pitti Uomo, così simpaticamente a ridosso delle feste, giusto per stressare ulteriormente addetti ai lavori e modaioli vari, che non hanno nemmeno il tempo di digerire l’ultimo panettone che già devono fiondarsi nei loro vestiti migliori per il primo show dell’anno (il report arriverà la prossima settimana, ma potete seguire e seguirmi in diretta sul mio profilo IG, che ho in mano una piccola azione guerrigliera da portare dentro e fuori le mura della fortezza). E dal cibo sembrano aver preso ispirazione i grandi marchi per alcune loro ultime creazioni. Dal primo al dolce, ecco il menù di oggi 😉

VERMICELLI cinesi senza brodo

Chi è fan della cucina orientale e chi non si spreca in cucina avrà ben presente la pietanza della quale stiamo parlando. Sono bustine da 0,99 centesimi con dentro vermicelli secchi che poi vengono passati in acqua ed insaporiti con il contenuto sospetto di altre piccole buste (ci sono passata anche io, momenti bui). Bottega Veneta ha pensato ad una nuova ricetta, proponendoceli crudi in versione scarpa aperta; trama interessante, estetica un po’ meno. Si evita la cottura, ma il sapore chissà com’è…

UOVO SODO

L’uovo sodo non fa male. C’è chi se lo mangia a colazione e chi lo cucina a cena per rimanere leggeri. C’è invece chi preferisce farcelo rimanere sul petto, nemmeno sullo stomaco, proprio in gola ad altezza sterno. A proporcelo come piatto principale è Ludovic De Saint Sernin, accompagnato da una canottiera o da sfoderare a petto nudo, per sfidare la congestione post pranzo. Speriamo bene…;)

FRAGOLA MERINGATA

Fragole, panne e meringa. Dolce e frutta insieme con una parvenza di leggerezza dovuta al volume, all’aria che circola nella meringa e al fatto che dopotutto la fragola è frutta, no? Ad ispirarsi a questo dessert speciale sono stati in due, Giambattista Valli per H&M (mi astengo dal commentare queste collaborazioni incresciose con il fast fashion) e Miss Guided. Le volute ed i volumi sono rievocati con diversi strati di tulle molto rosa. Ed è subito Barbie a tavola per la sua festa dei 18 anni…

cioccolatina (o salsiccia?)

E dulcis in fundo, come far mancare una bella tavoletta di cioccolata? Sulla gonna matelassè di Bottega Veneta nessuno ha dubbi sulla sua ispirazione al fondente svizzero 80%; sulla scarpa ci sono pareri discordanti: c’è anche chi l’ha associata ad un insaccato, una salsiccina strizzata nella sua rete contenitiva. Io continuo a preferire la versione dolce, nonostante il modello non sia la migliore creazione di questo brand.

E ora, per digerire tutto ciò, una tisana al finocchio e una sana risata! Buon inizio…

Fonti: Immagini @Diet Prada