Vintage Tour a Firenze vol. #5: Il museo Ferragamo tra storia della scarpa e sostenibilità

DI FEDERICA PIZZATO

Per la serie “chi l’ha detto che con i bebè non si può fare più nulla?”, io e il mio compagno siamo partiti alla volta di Firenze con la nana di 7 mesi; dentro al viaggio di 4 giorni abbiamo infilato due concerti internazionali e, cosa molto più interessante e pertinente per questa rubrica, la visita a due musei pilastri per la storia della moda. Il primo di cui vi parlerò è il Museo Salvatore Ferragamo. Erano anni che avevo voglia di visitarlo e quest’anno, per alcune fortunate coincidenze sono riuscita ad esserci e a trovare all’interno anche una mostra sulla moda sostenibile!

Il Museo Salvatore Ferragamo è stato inaugurato nel lontano 1995 (epoca in cui ancora di musei aziendali si parlava ben poco) i suoi archivi raccolgono una collezione di oltre diecimila modelli di calzature create da Ferragamo in quarant’anni di attività, dagli anni Venti al 1960, anno della sua morte. Il calzaturificio fu fondato per l’esattezza nel 1927, quando Salvatore Ferragamo, di ritorno dagli Stati Uniti, lo creò (se non la conoscete vi consiglio di leggere la sua storia!).

 

Dei diecimila modelli di scarpe in archivio in questo momento si può ammirare una piccola selezione, ispirata e selezionata per il tema centrale della mostra che è attualmente ospitata nelle sue sale, Sustainable Thinking. Ferragamo infatti fu uno dei pionieri dell’utilizzo di materiali poveri per realizzare capolavori di moda e artigianato. In particolare, negli anni ’40, quando la guerra imponeva una forzata ristrettezza nei materiali, Ferragamo brevetta una calzata particolarmente comoda e rimpiazza i tacchi alti con eccentriche piattaforme in sughero dozzinale ricoprendole di ritagli di camoscio colorato facendole diventare calzature esuberanti e mai viste che conquistano star del calibro di Carmen Miranda e Betty Gable. Oltre al sughero Ferragamo utilizzerà nel tempo altri materiali poveri come la rafia, la plastica, il filo di nylon e il legno. I risultati sono sorprendenti e straordinariamente contemporanei e, nonostante io conosca questa storia da tempo, vedere da vicino certi modelli è stata per me un’emozione fortissima! Uno dei miei modelli preferiti è un sandalo del 1939 con mascherina e cinturino alla caviglia in capretto dorato e argentato e l’inter-suola in sughero a tre strati ricoperti di bachelite e capretto. Il tacco trasparente di bachelite rende visibile le corde d’unione tra tacco e inter-suola! Un’opera d’arte iper contemporanea! Avete presente Carry Bradshaw che entra nella sua cabina armadio e gli angeli cominciano a cantare?!

Cambiando sala la musica degli angeli forse si è calmata ma il museo non ha smesso di regalarmi piacevoli sorprese. Con Sustainable Thinking, in programma fino a marzo 2020, potrete immergervi nella sostenibilità declinata in tutti i suoi aspetti: in mostra, artisti, fashion designer, aziende produttrici di tessuti e di filati propongono una pluralità di spunti per una progettualità in grado di impiegare le nuove tecnologie senza subirle, declinare il locale con il globale, salvaguardare il nostro ecosistema. Ho potuto toccare con mano nuovi materiali progettati per impattare il meno possibile sul nostro mondo, ammirare tessuti e abiti realizzati con nuovi e vecchi concetti di moda sostenibile (dall’utilizzo dei materiali di scarto, ai processi produttivi ecologici, all’utilizzo estremo della tecnologia) ed infine riflettere davanti ad opere d’arte realizzate appositamente per darci degli spunti e farci fare delle domande.

Mi hanno colpito molto ad esempio gli stivali di Andrea Verdura realizzati in reti da pesca riciclate colorate a mano con pigmenti naturali, suola in gomma di riciclo mescolata con sugherite, soletto in sughero naturale e tacco in legno di cedro, ma anche abiti Ferragamo realizzati in tessuti ricavati dalla plastica delle bottiglie e da pellami riciclati, oppure l’abito di Tiziano Guardini realizzato in seta non violenta/vegana (prodotta senza uccidere i bachi), ed ancora l’abito modulare di Flavia La Rocca che permette di essere indossato in 30 combinazioni diverse.

Tantissime anche le opere d’arte che il tema della sostenibilità ha ispirato, come Acropora, il super abito realizzato da scarti di jeans Levi’s che narra la lenta morte della barriera corallina, utilizzando come parole i punti del ricamo dei jeans, o il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto realizzato con filati di recupero.

Insomma, la ricchezza di stimoli e spunti vecchi e nuovi è stata forte, è stato bello vedere riunite tutte in un unico luogo tante realtà virtuose che andranno a comporre lo scenario che, si spera, tra qualche anno diventerà la norma. Un’immersione in profondità nelle mie passioni e in ciò in cui credo profondamente. Spero di avervi trasmesso un po’ del mio entusiasmo e anche un po’ di voglia di organizzare un tour alternativo di Firenze che non preveda solo Uffizi e Ponte Vecchio. Come sempre aspetto le vostre impressioni!

SUSTAINABLE THINKING, Museo Ferragamo, fino all’8 marzo 2020.

Buccia di Banana/Finestre sul denim

Il denim sembra essere il tessuto più in voga in questi ultimi anni…o forse lo è sempre stato dal giorno della sua creazione. Fatto sta che nessuno si accontenta più di utilizzarlo in maniera utile e lineare, ma stravolgerlo è l’imperativo e la parola d’ordine! Dopo i mutandoni di jeans della settimana scorsa, ecco i jeans con le finestre!!!

Pic from The Sartorialist

Finestre, quindi. Che sono diverse dai buchi e dagli strappi perché, in quanto finestre, hanno perimetri ben delineati e rifiniti che disegnano un’apertura ben precisa che va a scoprire simpatiche parti del corpo. Nel caso di questo primo modello con un triangolone che sovrasta il triangolino è proprio quello che ci mancava per mettere in risalto la pancia (dico io, ma non bastava la vita bassa per questo?!?) e piazzare una bella freccia proprio lì. Originale, sì, ma insomma. Molto meglio, a questo punto, le creazioni di MartinaCox

che se proprio finestre devono essere, finestre siano! Con tanto di tendine!!! 😛

Tendine di diversa forma e dimensione per finestre di varia misura ubicate in zone differenti sia di pantaloni che di magliette, ma soprattutto sul lato B. Decisamente più eleganti degli strappi (O_o), almeno per quanto le rifiniture, hanno il fascino del vedo-non-vedo. L’unica preoccupazione: e se poi il vetro si rompe? Non passerà troppa aria?!? 😉

Buona giornata…con le finestre aperte e la creatività che filtra! 😉

Buccia di Banana/Janties, lo shorts di jeans modello mutanda!

Al peggio non c’è mai fine. E nemmeno al corto. Nel senso che le lunghezze nella moda sono relative. Relativissime. Si passa da lungo, lungo…lungo lungo lungo, al corto, corto…corto corto corto. Quasi inguinale direi. Se d’estate gli shorts fanno gola a tante per via della loro incredibile comodità e freschezza, la nuova proposta del jeans-mutanda non so quanto sarà apprezzata. Guardiamola insieme…

Ad immettere sul mercato questa chicca il marchio francese Y/Project, che ha pensato bene di accorciare talmente tanto i “classici” pantaloncini corti in denim da farli somigliare più a delle mutande a vita alta modello Jane Fonda anni 80/90, di quando si portavano sopra alle tutine colorate per fare aerobica. Si parla già di Janties (il solito mix etimologico tra jeans e panties, ovvero mutande). Ed oggettivamente tra il taglio sgambato sia davanti sia dietro li rendono più simili a mutande che a pantaloncini, anche se sfido chiunque ad indossarli “a pelle” senza biancheria intima sotto…aia!!!

Eppure come pantaloncini ce li vendono, comodi sia per il giorno che per la sera, da indossare con o senza calze, per una combinazione elegante o decisamente più sportiva. La calza bianca devo ammettere che è la mia preferita…(un minuto di silenzio qui, se volete, si può fare)! 😉

Lo scherzo in jeans ha un prezzo onesto, solo 295€, ma soprattutto ha una vestibilità democratica che sta bene a tutte…quelle con un chilometro di coscia, il vitino di vespa ed un culo che non venga massacrato da questa linea tremendamente anni 90 che aveva il potere di allungare le chiappe anche a chi possedeva il culo ritto modello poggia-bicchieri. Una trovata davvero geniale!

 

 

 

Che aggiungere? L’unica cosa che spero è che li abbiano realizzati riciclando vecchi jeans e non sprecando ulteriore materiale, risorse e lavoro. Perché attivare la macchina produttiva del denim per le mutandone di jeans…ecco, ce le potevamo anche evitare, o no?!? 😉

Buon…martedì!

Il problema che non si vede: le micro-plastiche!

Si sta parlando molto in questi giorni di inquinamento, nello specifico di quello che sta accadendo ai nostri mari e alle specie che li abitano. Le foto che mostrano pesci ripieni di plastica e fiumi dove la superficie liquida è stata ormai rimpiazzata da solidi galleggianti sono note a tutti. Meno visibili, invece, sono le micro-plastiche: particelle delle dimensioni che variano dai 330 micrometri e i 5 millimetri ottenute dalla plastica in deterioramento sopratutto quando è a contatto con l’acqua.

La plastica quando finisce in acqua si discioglie in frammenti più piccoli per molti motivi, dall’effetto dei raggi ultravioletti al vento, dalle onde ai microbi e alle alte temperature. La produzione mondiale di plastica negli ultimi 70 anni è passata da 1,5 milioni di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate…e più se ne produce più se ne butta! Più plastica finisce in mare più micro-plastica ingeriscono i pesci e quando noi mangiamo i pesci indovinate dove vanno a finire queste simpatiche particelle? Dentro di noi e no, non ci fanno per niente bene (danni al sistema endocrino, addirittura si parla di alterazioni genetiche)! Le micro-plastiche arrivano anche da altri mondi, quello della cosmesi ad esempio, dove molte case inseriscono piccole sfere plastiche in prodotti da risciacquo come dentifrici e peeling, e naturalmente dal mondo della moda con le sue fibre dei tessuti sintetici. E qui vi volevo…

Foto Credit: http://www.safia-minney.com

Vi ho già parlato del poliestere e di quanto il suo uso sia cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, arrivando ad essere una delle fibre più utilizzate dalle moda, solo o accoppiato ad altre fibre. Il problema più grande è il suo non essere bio-degradabile, per questo ci sono almeno 4 cose che noi possiamo fare per limitare i danni.

Controllare le etichette dei capi prima di acquistarli e cercare di evitare il più possibile (o evitare punto e basta ;P) quelli contenenti fibre sintetiche (poliestere, poliammide e tutti i loro amici)! Già il fatto di prendersi la briga di controllare è un buon inizio, giusto per rendersi conto. Se poi riusciamo a rinunciare al sintetico meglio: meno richiesta, meno produzione!

-Anche il packaging ha il suo peso! Davvero gli indumenti che compriamo devono essere infilati in un sacchetto di plastica? Se un marchio che vi sta a cuore usa questo tipo di imballaggio, fateglielo presente…

Attenti al lavaggio! Una volta appurato che i vostri capi contengono fibre sintetiche (e ci sta) fare attenzione a come si lavano è cosa buona&giusta. Perché? “Le fibre di plastica, come poliestere, acrilico e poliammide, vengono “erose” attraverso i lavaggi in macchina e poi drenati nei sistemi idrici. La Norwegian environment agency ha rilevato che ogni singolo indumento, a ogni singolo lavaggio, rilascia fino a 1.900 fibre sintetiche.” (LifeGate) Una buona abitudine è quella di utilizzare la Coraball o la Guppybag per ridurre il rilascio delle particelle nell’acqua e anche evitare di lavare questi capi quotidianamente.

Far durare questi capi è un altro modo per essere meno di impatto sui nostri poveri mari (e pure sulla nostra pelle)! Prima di cestinarli, proviamo ad aggiustarli, ripararli, trasformarli o scambiarli con altri che potrebbero averne bisogno. Allungandogli la vita la allunghiamo un po’ anche a noi… 😉

Il resto delle grandi azioni le stanno intraprendendo i governi dei vari Paesi con leggi e decreti ad hoc per vietare l’uso di micro plastiche nei cosmetici, dei sacchetti di plastica e di tutta quella plastica “usa&getta“, come piatti, bicchieri, posate, cannucce, cotton fioc, ecc che siamo abituati ad usare giornalmente. Ed è proprio nel cambio di abitudini che dovremmo dirigerci per fare qualcosa di concreto, anche se so benissimo che gli “abitudinari” sono restii a cambiare la via vecchia per quella nuova. Qui alcuni spunti, semplici, per la vita di tutti i giorni.

E voi cosa fate giornalmente per questo problema? Ci pensate? 🙂

Buccia di Banana/Denim già macchiati (inno liquido su jeans)

La moda provoca, la moda ostenta, la moda racconta, la moda lotta (naturalmente a modo suo) portando l’attenzione su argomenti di sociale importanza, scoperchiando spesso barattoli pieni di scomodi tabù. E fin qui tutto bene. Grandi capi sono stati creati come manifestazione estetica di ribellione degli anni che furono e che ancora oggi reggono sulle grucce dei nostri armadi. Non sono del tutto certa dell’utilità, sia estetica sia di denuncia sociale (insomma, si possono scrivere manifesti senza bisogno di produrre altre cose, no?) dei capi “bagnati” della designer greca Dimitra Petsa e della sua collezione “Wetness”.

Una collezione decisamente originale e alquanto singolare che vende capi in denim ma non solo corredati di chiazze scure simulanti liquidi di qualsiasi natura: urina, sudore, lacrime amare, latte in eccesso o secrezioni vaginali più o meno copiose…ognuno è libero di interpretare la “macchia” (o gora, in toscano, ovvero alone di sudore generalmente) come meglio crede!!! O_o La missione di questa collezione nella testa di Dimitra è chiara:  “Dovremmo trattare i nostri fluidi come trattiamo l’acqua, ovvero come elementi assolutamente naturali e fuori dal nostro controllo assoluto. Se ci riflettiamo, essere bagnati è qualcosa di socialmente accettato solo durante un rapporto sessuale”. E quindi via libera a jeans con simulazioni liquide (che però sono secche) e t-shirt macchiate…ideali per chi suda tanto e vuole dare la colpa alla designer…

…colpa, che poi se è tutto naturale non c’è bisogno di dare la colpa a nessuno, a quanto pare! Dopotutto in palestra si suda, con il caldo si suda e non solo. La perplessità rimane sul quanto sia necessario produrre un’intera collezione con caratteristiche fittizie che si possono verificare naturalmente senza bisogno di coloranti o altri agenti che replicano macchie: la tanto decantata naturalezza dove va a finire se i liquidi sono fittizi?!? 😉 In realtà, spiega la designer, il fatto di essere bagnati in pubblico (cosa che non sta bene!) è un modo per accettare i propri fluidi corporei. Una visione eco-femminista piuttosto radicale: c’è davvero bisogno di ostentare le proprie macchie in pubblico per dimostrare di non avere problemi e tabù rispetto alle proprie secrezioni? Io credo di no. La collezione sembra più una mossa di marketing o una performance di denuncia. Ma perché dobbiamo mettere in commercio altri jeans, per giunta macchiati per finta?!?

La collezione “effetto bagnato” contempla, oltre al denim, capi realizzati in tessuti traslucidi,  reggiseni bianchi che sembrano essere stati inzuppati dopo un bagno in mare ed un suggestivo piercing al capezzolo a goccia d’acqua…

Generare una situazione scomoda e sconvolgere proiettando in un “mondo naturale” è il modo di Dimitra di contrastare la censura del corpo femminile da parte del patriarcato ed affermare il diritto delle donne di non essere sempre perfette come bambole ma esseri reali con tutti i propri fluidi e debolezze. Che non vanno nascoste in pubblico! Il manifesto è finito, il concetto l’abbiamo capito, adesso spero solo che tutto ciò non vada in produzione. Altrimenti non potremmo sudare liberamente dentro ai nostri vestiti…che poi da una macchia ci esce fuori un jeans dalmata! 😉

Buon lunedì…io dopo questa esco!