Seconda mano, Seconda vita!

Un tempo si usava passare i vestiti di fratello in fratello, scambiare le cose tra cugine e lasciare armadi in eredità ai piccoli in arrivo. Era un modo per risparmiare, ma anche per far continuare a vivere i “capi buoni” tramandandoli ai posteri. Ora, che di capi buoni dell’armadio ce ne sono sempre meno, sostituiti dai cenci* (*toscanismo per pezze, stracci) del pronto moda che durano al massimo il tempo della stagione in corso, è difficile che si inneschi questa catena di sopravvivenza dei prodotti. Eppure comprare o scambiare indumenti di seconda mano è un modo per dargli una seconda vita (e contribuire ad inquinare meno)! 😉

I numeri terrificanti e le proiezioni del terrore con le quali ci informano che la produzione di abbigliamento è sfuggita un attimo di mano sono i nostri occhi tutti i santi giorni (o almeno sotto ai miei che seguo svariati profili e blog inerenti all’argomento, ma anche la stampa tradizionale direi che negli ultimi mesi si sta dando da fare), quindi non c’è bisogno di dare troppe spiegazioni sul perché comprare cose già esistenti è meglio che andare a foraggiare l’industria del pronto moda & affini. Che si tratti di vintage, capi di seconda mano comprati online, nei mercatini o in appositi negozi, o che siano oggetti semplicemente scambiati tra le mura domestiche con amici&parenti, è solo una questione di scelta. E, se da una parte sondaggi stanno dimostrando che ci sono sempre più consumatori inclini all’uso di indumenti di seconda mano, in giro ci sono ancora tantissime reticenze…

La filosofia secondo cuione man’s trash is another man’s treasure”, ovvero la spazzatura di uno può essere il tesoro di un’altro, soprattutto nel nostro Paese non attecchisce molto; o meglio, o ci sono appassionati SOLO di cose di seconda mano o c’è chi non ci si avvicina nemmeno er sbaglio. Un’abitudine e una diffidenza da rimettere in discussione, perché se è vero che le “6R” sono tutte valide (Reduce, reuse, recycle, repair, re think, refuse), la numero due è lì non perché suona bene ma perché in ordine di impatto. Il RIUSO è un modo per alimentare l’economia circolare, per evitare lo spreco di risorse nella produzione del nuovo mentre si mantiene in vita “il vecchio”. Che poi, parliamoci chiaramente, il “vecchio” in questione a volte è vecchio di sei mesi, al massimo un anno, forse due, passati nell’armadio prima di essere sostituito da qualcosa di nuovo a decisamente più in linea con le tendenze del momento. Eppure c’è chi legge ancora in tutto ciò che è di seconda mano “uno scarto“, della spazzatura di qualcuno che si è voluto liberare di cose vecchie e brutte. E soprattutto già usate, “che schifo!!!

Ecco, questa forse è l’obiezione che ho sentito fare in giro più spesso, sulla sensazione di poca igiene nel comprare ed indossare cose già messe da altri. Beh, anche le tazzine del bar con il quale si prende il caffè sono state usate mille volte da mille altri, ma non è che non ce lo beviamo più, o no?!? Ciò che si trova sia nei negozi che nei siti di abbigliamento/accessori di seconda mano di solito è lavato e nulla vieta a chi ne entra in possesso di fargli fare un vecchio giro in lavatrice, così, giusto per sterilizzare ulteriormente se proprio siamo ossessionati dai germi. Basterebbe spostare l’attenzione dai bacilli alla storia di questi oggetti, al loro vissuto passato e alla possibilità di dargli un futuro diverso, che non sia in un inceneritore in mezzo ad altri kg di indumenti, bensì all’aria aperta, accompagnando noi e chi verrà dopo nella nostra personalissima passerella della vita!  Se si pensa poi che quello che non utilizziamo più può far felice qualcun altro…ben venga tutto quello che è di seconda mano! 😉

Per quanto mi riguarda lo scambio con le mie amiche è quasi un’abitudine ad ogni cambio stagione, ma anche durante la stagione in corso, tanto che mia madre ogni tanto mi prende per il culo “Enrica ti ha rifatto il guardaroba anche quest’anno, eh?“…ebbene sì, io shopping non lo faccio volentieri (deformazione professionale, capita) ed il nostro baratto casalingo è quello che mi dà linfa vitale, soprattutto in inverno. A Ibiza mi diverto a spulciare al Rastrillo di San Jordi il sabato, dove c’è di tutto di più e ti accorgi davvero che negli “scarti” altrui ci può essere il tesoro che cercavi da mesi. Insomma, è un’opzione in più da prendere o ri-prendere in considerazione…

Voi come siete messe con l’acquisto o scambio di seconda mano?

10 pensieri su “Seconda mano, Seconda vita!

  1. annaecamilla ha detto:

    Qui in Inghilterra i vestiti non si possono buttare, bisogna darli per forza alle charity, negozi di seconda mano, dove anch’io acquisto. È bello!! È divertente ed utile alla società! 😘

  2. Cla ha detto:

    Io passo tutto a mia sorella e quello che lei non vuole va a nostra zia che è volontaria alla caritas. Anche se, tendenzialmente, io sono una che tiene.

  3. Francesco ha detto:

    …io non ingrasso…o almeno ci provo, x non essere costretto a fare spese inutili; e nunca en la vida cambierò o butterò indumenti ancora operativi solo perché me lo dice il trend! Se proprio devo eliminare qualcosa lo passo alla caritas… 🙂
    Comunque in una società civile il recupero/riciclo dovrebbe essere imposto x legge…e altrettanto dovrebbe essere onde impedire inutili sprechi di qualsiasi tipo…anche in virtù del fatto che nel mondo c’è gente che non ha da mangiare e…il pianeta non ci sopporta più, siamo al limite della sua pazienza!!! 😦

  4. Nadia ha detto:

    Io abito in Germania e qua il seconda mano va di brutto! Dai mercatini delle pulci dove ognuno puó vendere/comprare di tutto e di piú ai negozi veri e propri. Ci sono tante cose per cui non vale la pena e dei veri tesori, basta cercare… io ho trovato per esempio alla bancarella di una nonnina una camicetta di seta ricamata a mano anni ’40 che é una cosa unica e per un cifrone….7 Euro! Poi pure io lavo le cose ancora una volta… et voilá, meglio di certi cenci cuciti in Bangladesh in baracche sozze ed in condizioni disumane.

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