Seta: dai bozzoli alla seta artificiale

La seta ha una storia antichissima, risalente alla Cina neolitica dove pare venisse utilizzata per realizzare corde e fili molto resistenti. Da lì a conquistare il favore degli imperatori cinesi (e non solo) sono passati diversi secoli durante i quali questo materiale è diventato sempre più richiesto grazie alle sue qualità che lo hanno incoronato come tessuto di pregio per eccellenza (in Italia è arrivata nel 550 a.C.). Un tessuto del quale non se ne produce una quantità industriale come il cotone, ma che comunque supera le 200mila tonnellate annue, ed è impiegato sopratutto nell’abbigliamento, arredamento ed anche in campo medico (il rapporto peso/resistenza della fibra di seta è elevatissimo, tanto che molti paragonano la resistenza delle fibre di seta a quelle dall’acciaio.)

La storia del baco e della farfalla la conosciamo tutti: praticamente a regalarci questo prezioso materiale sono i bachi che preparano la casa (ovvero il bozzolo) per proteggere la crisalide emettendo un filamento proteico che si va ad avvolgere tutto intorno. Una volta cresciuta e pronta ad uscire la farfalla secerne al suo interno una sostanza per “sciogliere” la sericina, proteina che avvolge i fili, ed  in questo modo sposta le fibre e riesce ad uscire. L’unico inconveniente per la lavorazione è che la sostanza utilizzata dalla farfalla ossida la seta nel punto in cui entra in contatto. Per ricavare il filo si procede quindi alla dipanatura che avviene attraverso una serie di operazioni dette trattura; poi vengono eliminati tutti i filamenti esterni ed individuato il capo bava. Per eliminare invece in modo definitivo o parziale la sericina si effettua la sgommatura che avviene in soluzione saponosa a caldo. Eliminare la sericina serve per rendere la fibra più lucente e morbida al tatto, pulita e pronta per essere filata. Gran parte di queste operazioni è fatta in maniera manuale, ecco perché il costo della seta è così elevato rispetto ad altri.


Si tratta in tutto e per tutto di una fibra naturale biodegradabile (ovvero degradabili dall’ambiente in presenza di determinate condizioni naturali o chimiche), che vista così non presenta particolari criticità dal punto di vista ambientale SE non fosse per due fattori: il primo è la pratica poco carina nei confronti del bruco che viene buttato in acqua bollente VIVO con tutto il bozzolo per  evitare che l’animale possa bucare le pareti del guscio, rendendo più difficile la filatura; il secondo è il grande impiego di risorse idriche ed energetiche durante la filatura ed il massiccio uso di coloranti e sostanze chimiche durante la tintura. Ecco che anche per quanto riguarda questo prezioso materiale c’è la sua versione di seta organica o biologica.

La seta naturale, chiamata anche Peace Silk, è prodotta senza l’uso di pesticidi, senza sostanze chimiche ed evitando di bollire i bachi prima ancora che abbiano l’opportunità di trasformarsi in farfalle (lo sappiamo che la vita media di una farfalla non è lunghissima, ma mi sembra un peccato non farle fare una svolazzata in giro, no?). Il tutto avviene in maniera naturale, seguendo i ritmi biologici dell’animaletto ed utilizzando le fibre del bozzolo per la filatura solo quando lui ha lasciato la sua casa.

Esiste anche una simil-seta vegetale, il Ramié, conosciuta anche con il nome di Chinagrass, ovvero erba della Cina (la Cina è ancora il maggior produttore di seta). Questa fibra viene estratta dai fusti di due piante con un processo costoso perché prevede vari passaggi, tra i quali un simpatico bagno di 24 ore nella soda caustica (aiuto!), alla fine del quale però acquista caratteristiche di elasticità, resistenza e lucentezza tali da essere paragonabili alla seta (chiaramente non lo è e si vede). Tuttavia viene spesso utilizzato in combinazione con altre fibre come cotone, canapa, lana, seta e viscosa per donare maggiore resistenza e luminosità ai tessuti.

Dal naturale al laboratorio, innovativa in questo senso è stata l’esperienza di Bolt Threads, azienda californiana fondata nel 2009 e specializzata nella ricerca sui bio-materiali. Bio che? “Si tratta di un materiale trovato in natura studiato e prodotto in laboratorio senza bisogno di danneggiare l’ambiente, i ragni o gli esseri viventi“. Roba da scienziati ed ingegneri che, chiusi nei loro laboratori, studiano, osservano, analizzano e poi danno vita a soluzioni alternative. Come quella della MicroSilk, ovvero una seta ricavata da zucchero, lievito, acqua! Partiti osservando per prima cosa le caratteristiche delle proteina della seta, poi la relazione tra il DNA dei ragni (che anche loro filano, vi ricordate Spiderman e quei bei centrini che spara dalle mani?) e le fibre che producevano, cercando di riprodurre le solite proteine attraverso processi tecnologici e di fermentazione. Magia? No, chimica ed innovazione che hanno permesso a queste proteine di trasformarsi in fibre ed essere poi filate con caratteristiche parecchio simili a quelle della seta. Il primo prodotto a partire dalla Microsilk è stato lanciato sul mercato nel 2017, la cravatta Boltspun, ma ad approfittare di questo materiale tra le prime è stata Stella McCartney, da sempre attenta alla sostenibilità senza tralasciare l’importanza del design (le fibre provengono dalla California ma i tessuti sono lavorati qui da noi nel distretto di Como). In ogni caso il metodo bio-tecnologico di Bolt Threads è decisamente rivoluzionario, crea processi più puliti e a ciclo chiuso per la produzione, utilizzando pratiche di chimica verde. Produce meno inquinamento, crea sostenibilità a lungo termine ed è adatto anche vegani, perché è interamente prodotto con lievito, zucchero e DNA.

Trattandosi di un materiale super prezioso, in tutti i casi, ricordiamoci, come sempre, di trattarlo con cura, di farlo durare e di trovare soluzioni alternative per tramandarlo di generazione in generazione. Un diamante sarà per sempre, ma anche un bel capo in seta… 😉

 

3 pensieri su “Seta: dai bozzoli alla seta artificiale

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