Schiacciati dal PROBLEMA

Artisti delle ansie, artigiani sapienti del forgiare paranoie con le proprie mani, esperti di seghe mentali inutili ed abili creatori di problemi: ah, che meraviglia gli esseri umani! Leggevo qualche giorno fa un articolo che indicava “ansia&stress” come le malattie del nostro tempo, insieme naturalmente alla simpatica depressione che sta invalidando metà della popolazione appartenente a qualunque classe sociale e di qualunque età anagrafica. Un quadretto non proprio roseo, se poi ci aggiungiamo anche che questi simpatici stati emotivi poi prendono vita nel corpo sotto forma di acciacchi, fastidi, malattie vere e proprie, patologie momentanee o addirittura croniche (altro che psicosomatica, qui consiglierei nuovamente la lettura di “Malattia e Destino” per dare una chiarificata alla situazione), il tutto diventa decisamente preoccupante. A questo punto potrei trasformarmi nella paladina arcobaleno della positività dicendo che in fondo la vita è meravigliosa e che non esistono problemi insormontabili…ma credo che sia un approccio più onesto dirvi che la vita così come la conosciamo è UNA, che certi problemi e certe menate quotidiane fanno parte della sceneggiatura, ma che trasformare volontariamente ogni cazzata in un problema gigantesco ed insormontabile fonte infinita di stress è un po’ come tirarsi una martellata sul mignolo del piede destro da soli: insensato (a meno che non siamo masochisti e fortemente attirati dal dolore, in questo caso via libera a tutti i martelli del mondo)! 😉

La parola problema è da ricondursi al greco próblēma = sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo, che arriva dal verbo probállō = mettere davanti, che deriva, a sua volta dall’unione di pro = innanzi + bállo = mettere, gettare. Quindi problema significa letteralmente ostacolo, impedimento, situazione difficile da superare o risolvere. Qualcosa però che si “mette davanti” ad ostacolare: a volte il problemino lo troviamo lì, piazzato da qualcuno o qualcosa, altre volte siamo noi a mettercelo davanti da soli. In entrambi i casi il problema è sì un ostacolo, ma un ostacolo altamente soggettivo! Quello che per alcuni non è assolutamente un problema (tipo fare almeno due pasti al giorno), per altri invece lo è. Soggettivo, quindi, e strettamente collegato al valore che gli diamo. Se a me del cibo importa poco il non averne tanto non sarà assolutamente un problema, ma andate a dirlo al leone della savana che non ci sono più animaletti per il suo pranzo della domenica…La logica del problema è che fino a quando diamo un valore a questo ostacolo il problema è reale e presente (anche se frutto della mente), ma quando il valore si leva, il problema magicamente cessa di esistere. Visto in questa ottica il tutto dovrebbe essere rassicurante perché ogni problema è passeggero, nel senso che prima o poi finirà, destinato a sparire perché nessuno problema è irrisolvibile ed eterno. Dall’altro lato, però, si capisce anche che i problemi sono strettamente legati alla mente e sappiamo bene che quando il cervello si vuole piantare su certi argomenti è bravissimo a rimanerci impigliato anche per molto tempo.

Questo spiega in parte il perché una grande fetta dell’umanità sente il bisogno di trasformare ogni cosa in un problema o di crearseli anche quando non esistono: sono semplicemente ingrippati in meccanismi mentali!!! Ci sono impedimenti abbastanza chiari e ci sono invece cose che vengono ingigantite a piacimento, trasformate in piccole tragedie quotidiane, vissute come se fossero gravi condizioni dalle quali uscire sarà complicato. Sì, a volte l’essere umano non sa come riempire il tempo e giocare al risolutore di problemi creati ad arte è un modo per distarsi (ma andare al cinema o trovarsi un hobby no, eh?!?); altre volte semplicemente si tratta di creare problemi uno dietro l’altro perché questo ci dà la possibilità di riscattarci da una posizione di immobilità e dalla sensazione di pochezza. Insomma, c’è stato addirittura un periodo storico in cui più eri problematico più eri figo. Io direi che è ora di invertire la tendenza e di smettere di rovinarsi la vita costruendo storie che non esistono o montando cazzate come la panna: tanto il gelato in fondo non si vince!

Non è un’operazione semplice e a volte siamo talmente sopraffatti da non riuscire a vedere le cose con lucidità, ma la coscienza dovrebbe sempre stare in allerta perché al momento in cui scatta il problema, bisognerebbe estraniarsi mentalmente dalla situazione e pensare a voce alta che “E’ tutto nella mia testa! Gli sto dando importanza: perché gli sto dando così tanta importanza? Qual è la vera ragione di tutto ciò? Perché mi sto facendo questa grande sega mentale in solitaria“. Ecco, fare il metaforico passo fuori da se stessi in questi momenti è utile per ragionare in maniera distaccata e senza condizionamenti, ricollocando le cose al proprio posto senza che assumano dimensioni enormi. E’ difficile, ma vedere le situazioni da più prospettive aiuta a separare quello che è prioritario da quello che non lo è, oltre al fatto di pensare a come risolvere in maniera pratica ed attiva i problemi importanti. Alcuni, molto spesso, non arrivano nemmeno direttamente da noi, ma da persone esterne che ci convincono che abbiamo un problema: questi soggetti sono una minaccia, sappiatelo! (e sappiateli riconoscere e mettere a tacere, consci del fatto che…

Il tuo problema non è necessariamente un mio problema!

In fin dei conti la vita è meravigliosa ed è UNA sola, le menate prima o poi arrivano, sarà davvero utile trasformare briciole in baguette?!? (e la baguette dopo non vi dico dove va a finire…ops ;) ) Voglio outing: quanti problemi vi fate? Parliamone…nel frattempo cerchiamo di passare un Natale senza crearsi troppi “problemi“!

Creare il movimento (di donne, di moda e del fare rete intelligente)

Sfashion non è solo un libro, è un percorso. E’ un cammino iniziato tanto tempo fa quando cominciai ad avere i primi conflitti con il mondo della moda, ci ho messo un puntino quando mi sono licenziata dalla prima azienda perché non sopportavo il sistema, ci ho messo un altro punto importante con l’uscita del libro e sto continuando a mettere puntini ogni singolo giorno della mia vita. Ogni tanto, nonostante l’obiettivo sia chiaro e la motivazione presente, mi prende la sfiducia, la stanchezza, la fatica e quell’atteggiamento tipico dell’essere umano accomodato sulla vita che dice: “Tanto qui non cambia niente, cosa ti agiti a fare?”. Eh…appunto!

Poi accadono giornate come quella di martedì scorso a Milano e mi riprendo immediatamente. Sono stata in riunione con le donne di Connecting Cultures, tre meravigliose teste che lavorano sulla cultura, sull’arte, sulla moda e sulla sostenibilità; sono loro che organizzano il corso Out Of Fashion (corso di formazione di cui vi ho parlato a inizio anno), che hanno pubblicato il libro Fashion Change e che si muovono costantemente per costruire “un’altra moda“. Anna Detherige, Chiara Lattuada e Paola Baronio (la penna dietro La Mia Camera con Vista) sono molto diverse tra loro, ma la loro diversità è una sinergia che combinata insieme riesce a dare vita ad un sacco di cose. Mentre eravamo a pranzo ci ha raggiunto un’altra donna incredibile, è entrata nel locale imbacuccata dalla testa ai piedi (perché si muove solo in bici) sentenziando con un sorriso “Sfido chiunque ad essere vestita bene con questo cazzo di freddo”. Benedetta Barzini è un pezzo di storia della Moda, modella, giornalista, docente in università ma soprattutto una rivoluzionaria indipendente che non ha nessun tipo di problema a dire la sua e ad andare contro corrente (sì, ci siamo trovate immediatamente). Passare cinque ore con queste donne a parlare di moda, arte, convegni, progetti, libertà, indipendenza è stata una boccata d’aria fresca, un’iniezione di motivazione (se c’è chi ha ancora la forza per spingere verso un cambiamento a 74 anni perché dovrei mollare io a 38?!?) e  tutto mi è ritornato chiaro: io da sola non cambio niente, ma quando si crea un movimento l’onda che si genera può essere davvero ad alto impatto.

Mi sono quindi venuti in mente i “movimenti” di un tempo, quelli legati alle correnti artistiche, al pensiero filosofico che diventava azione, all’unione di persone che genera cambiamenti. E mi si è palesato davanti un altro interrogativo: siamo in grado, nel 2018, quasi 2019, di generare un movimento sano, attivo, in cui ognuno partecipa con la sua voce e con i suoi mezzi verso un obiettivo comune senza bisogno di proteggersi dalle “copie”, senza fare a gara a chi arriva primo, senza essere gelosi delle proprie scoperte e dei propri traguardi, comportandosi in un modo etico? Fare rete è importante, fare rete in maniera intelligente e corretta è fondamentale. Anche in questo modo dedicato alla diffusione dell’ “altra moda” e altri stili di vita c’è, purtroppo, chi fa a gara ad arrivare per primo, chi è geloso del proprio micro-mondo, chi tiene le proprie scoperte per sé e chi guarda fondamentalmente al suo orto e al suo business spesso agendo in maniera poco corretta. Ecco, io mi dissocio! Lo scopo è la diffusione per generare cambiamenti, ognuno con il suo tono di voce, il proprio metodo e le proprie competenze. C’è spazio per tutti e soprattutto riguardo a certe tematiche più se ne parla (in maniera intelligente) meglio è. Quindi via libera ai movimenti, alle collaborazioni, al fare rete e sviluppare progetti sempre più in grande. Questo è quello che mi spinge a continuare e quello che porterà svariate novità e collaborazioni per il 2019…;)

Con questo pensiero di fine anno (il prossimo post sarà di Federica e poi ci risentiamo direttamente ad anno nuovo), vi ringrazio per l’interesse verso questa rubrica, vi ricordo che il libro (Sfashion) è sempre disponibile, che la rubrica Sfashion è tutti i mesi anche in edicola tra le bellissime pagine di I like it Magazine e che se avete qualche argomento che vi interessa approfondite me lo potete scrivere QUI! Io vi ascolto, prendo appunti e provo rispondere alle vostre curiosità… +movimento +rete +sfashion per tutti!!!

Buccia di Banana/Hai detto renna? (dietro la renna la polemica)

La Renna è un animaletto che in questo periodo torna sempre alla ribalta. Sotto forma di pupazzetto da appendere all’albero, di cerchietto con le corna da mettersi in testa per provare l’ebrezza della cornutag…ehm, volevo dire della rennitudine, di maglione che lo ritrae in tutta la sua interezza o sotto forma di tetta che improvvisamente diventa un impertinente muso dal naso rosso. Sì, avete letto bene e non me lo sono inventata io…

Ora non è proprio la genialata del secolo e nemmeno il look consigliato per pranzi a base di parenti o cene aziendali (poi dipende dall’azienda eh 😉 ), ma una delle tante tendenze del web che nascono per scherzo, si alimentano con la facilità della condivisione rapida, si diffondono a suon di #hashtag e articoli su blog dedicati a stranezze del periodo alla velocità della luce per poi sparire nel dimenticatoio. Oppure rimanere nella mente di qualche creativo che per il prossimo anno ci proporrà maglioni con la rennatetta applicata, in modo da non dover esporre parti del corpo alle temperature freddine del periodo. Insomma, niente di troppo glamour ma nemmeno niente di così raccapricciante o preoccupante (belli non sono, ma vi assicuro che al mondo c’è di peggio)!

Tipo gli uomini che, in mancanza della materia prima, sopperiscono come possono…

Ma il punto reale della situazione è che mi sono soffermata a leggere alcuni commenti presenti sotto all’articolo e forse sono stati quelli ad avermi fatto preoccupare più:  la gente non commenta, la gente spara sentenze velenose con una violenza smisurata in confronto all’argomento trattato! Esprime pareri pesanti e spesso offensivi, usa parole e modi forti ma soprattutto anche su emerite cazzate che andrebbero semplicemente prese a ridere si abbatte l’ombra della pesantezza del giudizio. Cattivo. Bigotto. Radicale. CHE PAURA!!!

-Primo: il fatto che per ogni cagata bisogna chiamare in causa la denigrazione di genere e la dignità femminile…anche basta. Nel senso, nella vita non vi siete mai mascherate? Fatto qualcosa solo per puro divertimento? E poi perché siamo sempre ad additare l’esibizionismo?

-Secondo: se c’è una cosa che mi snerva particolarmente è il sentir usare la parola TROIA da una donna riferita ad un’altra donna. Soprattutto in questo contesto di assoluta frivolezza e leggerezza!

Ma una “vera” donna sarà anche libera di mostrare un po’ quello che vuole? Intelligenza e scolli vanno d’accordo. E poi ecco la mia preferita….

Ostentare il proprio corpo nudo è indice di esibizionismo sessista“! Ecco, io su quest’ultimo punto credo che scriverò un post apposito, ma nel frattempo mi limiterò a dire, come già ho scritto nell’intro di Sfashion, che nasciamo nudi e la nudità non deve essere né un tabù e né additato come esibizionismo.

Credo che il vero scivolone di questo post non sia la rennatetta, ma la mancanza di leggerezza che affligge le persone di questi tempi. Che non saper dare il giusto peso alle cose e il non essere in grado di sorridere e passare oltre è un dato veramente preoccupante! O_o Ora vado a procurarmi naso e corna per il mio prossimo look 😉 Buon lunedì….

 

 

 

Insostenibilmente Natale (trasformiamolo)

Il Natale è in agguato. E’ appollaiato sul calendario e da qui a soli 13 giorni ci piomberà addosso come di consueto, trascinandoci nel vortice di pranzi, cene, pacchetti, tombole, glicemia che sale e conto in banca che scende, tutto ciò a lume di candela e sonorizzato da Mariah Carey e Mario Biondi. C’è chi lo ama e c’è anche chi lo odia, ma c’è anche un dato di fatto comune ad entrambe le fazioni: il Natale è insostenibile! No, non sto parlando di sostenibilità emotiva del periodo, qui ognuno è bene che faccia i conti con il suo spirito natalizio (e a questo punto vi invito a vedere  “Qualcuno salvi il Natale”, anche solo per il jazz di Kurt Russel), sto parlando di due note dolenti chiamate Spreco&Consumismo, che in questo periodo dell’anno fanno i salti di gioia come avessero vinto alla lotteria. Ecco, tra il monastico e l’esagerato c’è lo #sfashionista, un essere tanto figo quanto illuminato, alternativo quanto basta, stiloso quanto serve, quella che sa come fare scena e bella figura senza bisogno di sprecare. Anche perché davvero nel 2018 c’è bisogno di sprecare? Secondo me, pensando due minuti in più, ce la possiamo fare a divertirci, passare dei bei momenti e far felici amici&parenti senza essere risucchiati dal vortice dei consumi sfrenati.  Se vi sentite in pericolo ed avete paura di cadere in tentazione, ecco un piccolo reminder, anzi, è molto più di un semplice reminder! Tutti conoscete il Manifesto Sfashionista, no? (e chi non lo conosce può fare un bel gesto regalando o autoregalandosi il libro, che è sempre disponibile in librerie reali o virtuali o scrivendo a me che ve lo mando con dedica e tanto amore 😛 ). Ecco, questa è l’integrazione dello SfashioNatale, un’esclusiva che vi regalo qui, oggi, perché questa Santa Festa sia una festa per tutti…

1-Lo sfashionista ama le lucine, ma non ama pagare bollette salate! Ecco perché sceglie led o luci a basso consumo (mica scemo, no?).

2-Lo sfashionista ricicla l’albero, i decori e pure le palle (di Natale eh). Se proprio ha voglia di fare qualcosa di nuovo, se lo fa. Dopotutto è un creativo o è molto bravo a prendere spunti in giro e farseli rifare dagli amici smanettoni! 😉

3-Il vero sfashionista ama la convivialità, lo stare insieme e godere dei piaceri della tavola. Si sa controllare (perché poi sa benissimo che gli tocca smaltire in qualche modo) e soprattutto odia buttare il cibo (piuttosto organizza cene degli avanzi con tutto il vicinato).

4-Meglio lavare dieci piatti in più che buttare quintali di carta o plastica! Lo sfashionista è troppo chic per rinunciare alla ceramica, specialmente durante le feste, meglio se vintage…

5-Lo sfashionista è allergico agli stupidi maglioni natalizi. Se proprio lo deve indossare per feste a tema o serate particolari ne comprerà uno di seconda mano o in un charity shop contribuendo ad una buona causa ed evitando di spendere i soldi per una cosa che metterà una volta sola!

6-Lo sfashionista non fa regali di circostanza solo perché deve. E non regala cazzate a caso tanto per fare. E’ attento e ci tiene. Ogni dono è pensato con amore. 

7-Lo sfashionista non compra i regali di Natale nelle catene del Fast Fashion!!! (Dai, ma si può? Piuttosto un biglietto di auguri e basta)!

8-Regali alternativi, regali fatti da artigiani, regali a km0 o anche a 100 km, fatti da aziende o marchi che pensano al loro prodotto in maniera etica con un occhio alla sostenibilità. Lo sfashionista ama fare omaggi personalizzati, differenti, non omologati. Oppure regala semplicemente amore, non perché è tirchio, ma perché quello non è mai abbastanza! Come il mare…

9-Lo sfashionista sa che gli oggetti lasciano il tempo e lo spazio che trovano. Sa anche che un’esperienza lascia comunque una traccia nella vita di una persona. Meno cose, più vita!

10-Il vero sfashionista adora scartare i pacchetti. E anche farli. In quanto essere attento li fa spesso con materiali riciclati (la carta di giornale è super(s)fashion) ed è altrettanto attendo a conservare carte, nastri ed imballaggi per riutilizzarli nuovamente in maniera creativa. Se proprio non è in vena comunque fa la differenziata come si deve!

11-Lo sfashionista accompagna sempre ogni regalo da un pensiero, una parola, una frase apposita. Perché un pensiero scritto dedicato fa più effetto di qualsiasi diamante prezioso…(se avete problemi con la scrittura vi faccio da personal writer 😛)

Insomma, si può far diventare il Natale Sostenibile o no?!? Se volete idee per regali alternativi datemi un cenno e vi scrivo un post-apposta! 😉

Poliammide, Poliestere ed il fantastico mondo dei polimeri

Il Sintetico non è Il Male (almeno, non quello con la M maiuscola)! Ovviamente c’è sintetico e sintetico e si devono fare le giuste precisazioni su questo argomento affinché la questione sia chiara almeno in teoria, ma il mondo dei polimeri artificiali, le così dette “fibre man made”, è una parte importante per quanto riguarda il mondo tessile (direi fondamentale visto che sono le materie prime più utilizzate nei processi tessili). Le possiamo già suddividere in due categorie, giusto per fare una distinzione in termini di rinnovabilità: quelle sintetiche, ottenute dalla lavorazione di materie fossili (petrolio&co) e quelle artificiali da polimeri naturali tra cui la cellulosa che generalmente vengono etichettate come viscose (su queste dedicherò un articolo apposito). Detto questo ci possiamo accomodare nel salotto dei polimeri…

Ora, senza voler scomodare i chimici a casa loro, ci basterà sapere che i polimeri sono macromolecole lineari formate da lunghe catene di elementi uniti tra di loro dallo stesso tipo di legame. No, non è una supercazzola, i dettagli ve li faccio spiegare da Wiki; a noi interessa che ad un certo punto l’uomo ha deciso di iniziare a sviluppare queste fibre ad imitazione della natura agli inizi del 900. Reazioni chimiche, combinazioni ed esperimenti hanno dato vita nel 1953 alla PA 6.6, ovvero poliammide 6.6, in casa DuPont (vi dice niente questo nome?). Il materiale ottenuto viene commercializzato con il nome di Nylon sotto forma di calzetteria ed intimo femminile, incontrando immediatamente il favore del pubblico: vi immaginate passare dalla vestibilità delle calze in seta a quelle di nylon (ed anche la notevole riduzione di prezzo)? Sempre dalla DuPont arriva intorno agli anni 50 l’elastam, conosciuto con il nome di Lycra, altro elemento rivoluzionario per quanto riguarda il concetto di comodità, resistenza e tenacia. La polimerizzazione, ovvero il processo chimico tramite il quale il petrolio ed i suoi derivati diventano fili per pronti per essere tessuti, è una catena di reazioni prodotte con l’uso di sostanze dai nomi strani come cicloesanone, adipontrile, paraxilolo e tante altre che lette tutte insieme fanno paura. Il risultato finale lo indossate o lo trovate spesso nella composizione dei vostri capi di abbigliamento.

Tra le fibre sintetiche più comuni, Lycra e Nylon a parte, troviamo anche l’Acrilico, il Neoprene, il Poliestere e le nuove entrate Econyl e Newlife (queste ultime due ottenute dal riciclo di materiali plastici, ed anche su queste mi soffermerò in articolo apposito). Essendo tessuti creati artificialmente, il vantaggio è quello di poter conferire a questi materiali caratteristiche di resistenza, elasticità, impermeabilità che difficilmente sono riscontrabili in tessuti naturali non trattati, oltre al fatto che è più facile fare molte varianti dello stesso prodotto. In più i costi di produzione (e di vendita) sono più contenuti, il che li rende utilizzati non solo nel campo della moda, ma anche in quello dell’arredo, delle pavimentazioni, degli smart textiles e perfino nell’edilizia (queste molte applicazioni spiegano la crescita dei volumi produttivi). E fin qui tutto bene…se non fosse per il piccolo dettaglio che i sintetici NON sono BIODEGRADABILI e quindi generano notevoli problemi nello smaltimento, anche quando mescolati ad altre fibre (oltre al fatto che sono poco traspiranti, facilitano la proliferazione dei batteri quindi puzzano quindi vanno lavati spesso quindi giù quintali di microplastiche che si disperdono nell’acqua; sono poi facilmente infiammabili, accumulano cariche elettrostatiche e spesso generano allergie alla pelle…insomma, bene ma non benissimo)! Come ciliegina sulla torta ci mettiamo che il consumo di energia e le emissioni di CO2 per la loro produzione sono altissime, consumano meno acqua (meno male), ma se il procedimento non è controllato e fatto a norma possiamo mettere tra i suoi contro anche il rilascio di sostanze chimiche nell’ambiente. Quindi?!?

Quindi, come in tutte le cose, sarebbe opportuno fare le cose a norma ed in maniera controllata, tanto per iniziare. In secondo luogo sono tanti i tentativi che si stanno sviluppando in questi ultimi anni per riciclare questo tipo di materiali (in questo caso meglio se i capi non sono realizzati con fibre miste, perché il processo di separazione può essere molto costoso in termini economici e di energia) e addirittura ottenere il filato dal riciclo di materie plastiche come le bottiglie PET o il nylon di tappeti o reti da pesca abbandonate (la missione di Econyl, ad esempio). L’ultima spiaggia, sulla quale è tutto work in progress, è la biodegradazione con processi industriali, ovvero evitare di disperdere questi materiali nell’ambiente, ma degradarli eseguendo il processo inverso, praticamente ri-scomponendoli in maniera chimica o meccanica.

Insomma, anche in questo caso ci sono pro e contro: ci sono materiali performanti con tantissimi impieghi e caratteristiche modificabili a piacimento in continuazione, che nello stesso tempo rischiano di inquinare sia in fase di produzione che a fine ciclo di vita del prodotto. Quando si parla di sostenibilità viene spesso fatta l’equazione: moda sostenibile=meno uso di fibre sintetiche e + fibre naturali. Ma sarà davvero auspicabile questa inversione di tendenza a favore del naturale? Qual è la capacità biologica del nostro Pianeta di sopportazione di sfruttamento delle risorse e delle aree coltivabili?

Ancora una volta personalmente credo nella moderazione, nell’utilizzo dell’esistente, nel riciclo delle fibre e nel buonsenso dei consumatori che sempre più spesso si stanno convincendo che MENO è MEGLIO (in questo caso). Ci voglio credere…;)