Out of Fashion: il corso sulla moda consapevole

Sulla sostenibilità, moda etica e green fashion se ne sente sempre più parlare; sul web circolano molte più informazioni, anche solo rispetto ad un anno fa, ma come al solito nell’abbondanza di notizie si trovano cose approssimative, quelle più o meno vere, quelle valide e autorevoli e quelle completamente false. Ognuno, anche in questo caso, dice la sua. E poi sulla definizione teorica della sostenibilità siamo tutti d’accordo, ma in pratica? Che cosa vuol dire? Cosa comporta? Ho sentito la necessità di informarmi, ma soprattutto di confrontarmi “faccia a faccia” con persone competenti, avendo la possibilità di apprendere da chi di moda sostenibile si occupa da tempo e se ne intende davvero. Ho cercato dei corsi qui in Italia ed ho trovato loro: OUT OF FASHION, il corso di moda consapevole organizzato dall’associazione Connecting Cultures. Mi sono iscritta e sono andata (che ogni tanto ho bisogno anche io di sedermi dall’altra parte della cattedra; apprendere, aggiornarsi e conoscere cose nuove è un processo che non si dovrebbe mai smettere di fare).

Ad allettarmi sono stati vari fattori: è un corso suddiviso a moduli che si tiene nel fine settimana, accessibile anche a chi lavora e non solo per studenti universitari. I moduli sono divisi per aree tematiche che approfondiscono di volta in volta ogni singolo argomento, dai materiali fino alla comunicazione del brand, passando per etica, artigianato e arte. Si possono frequentare tutti i moduli o sceglierne solo alcuni e alla fine sono previsti due “moduli extra” di pre-incubazione per chi avesse un progetto da sviluppare. Ma la cosa indubbiamente più consistente sono i professionisti del settore chiamati ad intervenire con lezioni teoriche e workshop pratici, nomi più o meno conosciuti ma con un curriculum degno di nota.

Il primo incontro ha cercato di fare chiarezza su un aspetto importantissimo: i materiali “green” ed il loro impatto. E’ facile dire che il cotone organico è buono e il poliestere è cattivo. In realtà la situazione è molto più complicata ed i fattori che entrano in ballo quando si parla di fibre tessili e di procedimenti a esse legati per la trasformazione e la finitura (tessitura, tintura, trattamenti, ecc) sono veramente tantissime. Di questo ho sempre avuto il sospetto, ma le mie idee sono state confermate dai numeri e dalle testimonianze pratiche (frutto di dati scientifici) di Claudio Tonin e di Mauro Rossetti. Quest’ultimo, poi, tra una parola detta e un pensiero sott’inteso, ha fatto chiaramente emergere il problema della tossicità di alcuni coloranti usati e di come ce li mettiamo addosso, a contatto con l’organo più esteso del nostro corpo (la pelle), senza porci nemmeno il problema. La situazione non è rosea, a tratti è terrificante e non posso negare che mentre ero seduta ad ascoltare sono stata pervasa da una sensazione di ansia che si andava a sommare con un moto d’ira, la voglia di spaccare tutto e ribaltare il sistema unita alla consapevolezza che le dinamiche che ci governano sono talmente più grosse di noi che ogni sforzo sembra veramente inutile. Impotenza? Frustrazione? Forse qualcosa di simile,  poi sono andata a farmi un aperitivo… 😉

I successivi incontri hanno parlato di materiali sottovalutati come il lino e la canapa, di quanto è inquinante la lavorazione del denim (tenetevi cari i vostri jeans, invece di buttarli dopo il primo strappo, tanto dilaniati vanno pure di moda adesso) e ci sono state due illuminanti testimonianze di come si può metter su un brand il più possibile sostenibile. Ebbene sì, la sostenibilità al 100% è quasi una chimera, ma ci sono progetti interessanti che si avvicinano molto e sempre più designer lavorano in questa direzione. Una direzione che è etica fino in fondo: pur di mantenere il controllo sulla filiera e sul prodotto c’è chi ha rinunciato a proposte di multinazionali o grandi finanziatori; non c’è bisogno di fare produzioni enormi, se una riesce a guadagnare bene dal suo lavoro e stare in pace con se stessa, può anche fermarsi. Che anche fare i miliardi non è propriamente etico…

L’altra cosa bella è stato ritrovarmi con altre persone interessanti che sono sulla stessa lunghezza d’onda, che si impegnano e che si muovono concretamente in questa direzione. Chissà che la connessione faccia la forza! 😉 Io non vedo l’ora di andare questo weekend al secondo incontro, nel quale si tratterà il tema spinoso dell’etica. Se siete interessati all’argomento suggerisco vivamente di sbirciare il sito (http://www.connectingcultures.info/moda_consapevole_etica_green/il-corso/). Da questo momento in poi “sfashion” sarà un appuntamento fisso dove approfondirò l’argomento sotto svariati punti di vista…e non sarò sola! (Sfashion continua anche ad essere un librino, disponibile in versione cartacea o ebook nelle librerie reali e virtuali, giusto per ricordarvelo. Se proprio volete esagerare c’è anche una pagina FB e un profilo Instagram appositamente dedicato). Però prima una domanda: vi interessa approfondire l’argomento moda-consapevole? Aspetto vostre…

Per saperne di più o seguire l’attività di Out of Fashion—> https://www.facebook.com/OutofFashion/ 

 

 

9 pensieri su “Out of Fashion: il corso sulla moda consapevole

  1. Gatto Spaziale ha detto:

    Ciao. Ho appena letto la tua newsletter, e intervengo con una domanda che magari è stata posta o che verrà posta. Moda sostenibile&etica significa anche decorose condizioni di lavoro per gli addetti. Ora, già in Italia il tessile ha “beneficiato” di uno dei peggiori – se non il peggiore – CCNL su piazza, per tacere delle lavoratrici a cottimo abbastanza mal pagate e a volte in nero. E qui prendo dentro il tessile di questi ultimi 60 anni. Da quel che si vede nel mondo del lavoro di oggi, la cosa (le condizioni dei lavoratori/trici in generale) non sembrano migliorate di un granché, anzi. Quando poi si parla di controlli, si parla anche di sindacato, ma nel tessile il sindacato lo si vedeva solo nelle grandi aziende, come la Marzotto, per dire, non nelle micro o piccole imprese, che erano la stragrande maggioranza (erano, perché i fallimenti a catena nel Veneto te li raccomando). Io spesso rimprovero a chi parla di sostenibilità l’ignorare che il tessile&manufatturiero in Italia è stato fatto fuori non solo dal libero scambio commerciale con l’Asia (e fin qua…) ma anche da una categoria che non ha saputo “Fare sistema”, cioè proteggere con le unghie e con i denti i Distretti della moda, vera novità ed eccellenza nostrana. E questa cosa delle imprese sostenibili mi pare che pure esse proseguano in ordine sparso e pace. Cioè, ce ne sarebbe da dire nel frangente “Sistema mancato”. Se poi dall’Italia ci vogliamo allargare all’India e alla Cina, le loro condizioni di lavoro non sono minimamente regolabili da noi: possiamo scegliere solo di non comprare come “arma di ricatto”, ma boicottare si riesce fino ad un certo punto. Che se ne pensa nel corso?

    • morgatta ha detto:

      Prima di tutto ti ringrazio molto per questo tuo intervento e sono d’accordo con ogni singola parola, soprattutto rispetto alla mancata protezione del made in Italy e dell’assenza di controllo nelle aziende nostrane. Questo è proprio l’argomento dei giorni di domani e sabato, dove questo tuo intervento verrà fatto presente così com’è…sono curiosa anche io di sapere cosa ne viene fuori. Ti aggiorno 😊 e grazie ancora!

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