Vintage, re-fashioning e baratto: chiacchierando con Federica di Hobo

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Fare presentazioni in giro non è solo un modo per far conoscere il libro, ma è soprattutto un modo per conoscere persone interessate all’argomento e fare rete “dal vivo“. Durante l’ultima presentazione a Torino, avevo iniziato da 10 minuti, ho visto entrare una ragazza con una cresta fuxia ed una giacca a pelo lungo (finto) rosa e nera che ha subito attirato la mia attenzione; mi ha fatto una domanda a fine presentazione e così è partita una lunga chiacchierata, seguita da aperitivo e pure cena. Colore dei capelli a parte, ho scoperto che sono parecchie le cose in comune e che Federica Pizzato, per gli amici Fedix, un caotico ariete ascendente pesci, è impegnata in un sacco di iniziative per la promozione di una moda etica e sostenibile.

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Mi ha raccontato la storia di HOBO, di come questo sogno abbia preso forma dalla folle idea di due amici “All’inizio era semplicemente una piccola bancarella dell’usato che girava le feste estive della nostra provincia. Ora è una delle attività dell’associazione Groove di Biella che riunisce in sé diversi aspetti legati alla moda sostenibile. In principio era il vintage, e lo è ancora, abbiamo un bacino di circa 1300 capi dagli anni ’50 ai ’90; poi è arrivato l’appuntamento mensile con il baratto di abiti e accessori ed infine un progetto di re-fashioning e laboratorio sartoriale per persone svantaggiate in collaborazione con La Bottega dei Mestieri, luogo di incontro e di lavoro-laboratorio per persone svantaggiate. Lavoriamo con persone che hanno subito traumi fisici come ictus o emorragie cerebrali e con un gruppo di ragazzi e ragazze migranti utilizzando vecchie stoffe e abiti per creare altri prodotti. Da qui sono nate le Hobo Refashioning Tee. Queste sono le nostre tre anime.14292517_1120095744771404_5154309059197993684_n

Tre anime meravigliose, tre modi pratici e concreti per fare davvero una moda sostenibile: utilizzando il passo e riutilizzandolo, evitando nuove produzioni, ma dando vita nuova al passato. Il vintage è divertente, ecologico e meraviglioso. Peccato a volte costi così tanto…

Ci sono diverse tipologie di vintage e diversi fattori che determinano il costo elevato di alcuni capi ad esempio: la fattura, ci sono abiti vintage che sono arrivati fino a noi e costano tanto proprio perché sono arrivati a compiere 20-30-40-50 anni; in più sono quelli fatti meglio in termini di cucitura, rifiniture, qualità dei tessuti, dettagli ecc…La conservazione: gli abiti che arrivano perfetti fino ad attrarci nella boutique del vintage o nello stand della fiera saranno evidentemente più costosi di un abito carino magari, ma con una macchiolina di vecchiaia o l’orlo un po’ scucito scovato al mercatino della domenica. Il brand: è normale che attorno a certi capi iconici di alcuni noti marchi della moda si sia creata una vera e propria corsa al feticcio. Costano meno della versione contemporanea ma il loro prezzo è sempre elevato proprio perché considerati intramontabili dai più ed hanno valore anche per i valori e l’idea innovativa che rappresentano per i tempi in cui sono stati creati. La rarità; un abito da flappers anni ’20 ancora possibile indossare ormai è una rarità.  Perché arrivati ad 80-90 anni di vita anche i tessuti più pregiati iniziano a dare segni di cedimento e gli abiti iniziano a diventare pezzi da museo da ammirare su un manichino. Se avrete la fortuna di scovarne uno da poter sfoggiare ad un party importante pagherete anche la sua rarità di certo.

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E peccato anche che chi indossa il vintage spesso finisce con l’andare in giro come una zia degli anni 60, con quel tocco retrò un po’ troppo retrò. “Bisogna secondo me distinguere tra amanti, appassionati e… fanatici del vintage. Per i primi due la moda è un gioco e il vintage di conseguenza. A queste due tipologie piace mixare i propri capi aggiungendo dettagli presi dal passato, che danno quel tocco di originalità e ricercatezza in più. Gli amanti utilizzano il vintage più a spot, gli appassionati sono più seriali ma con moderazione e tanta creativitàI fanatici esagerano, punto: si vestono sempre come se dovessero partecipare ad una festa a tema, non concepiscono altro che il vestire perfettamente fedeli ad un’epoca e pensano che fare il contrario sia un sacrilegio. A questi ultimi mi sento di dire una cosa: «Anche meno! Cioè ragazzi non vi sentite sempre come se steste recitando una parte?!» A mio avviso il mix and match regala uno stile molto più personale e scegliendo da noi l’accessorio o il capo vintage che fa al caso nostro non potremo far altro che sentirci più gnocche!

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Mi ricorda che bisogna fare attenzione a cosa si acquista e da chi. “Molti capi vintage spesso nascondono ben celati alcuni trabocchetti, bisogna essere acute osservatrici e poco inclini all’impulso, se potete studiate perché il vintage è tanto bello ed etico ma le persone, ahinoi, non sempre lo sono.” Più onesto è sicuramente il baratto, forma di commercio primordiale ma che ultimamente sta tornando in voga, forse proprio perché si tende a consumare (e a spendere) meno. Ogni ultimo sabato del mese Hobo organizza il suo “swap” all’insegna del motto “In un mondo che cambia è felice chi scambia.” Federica è convinta che il baratto sia a tutti gli effetti una parte di futuro che prende spunto dal vecchio, ma oggi più che mai attuale, concetto del non spreco! “Non spreco che significa non solo risparmio per noi ma rispetto del prossimo e del pianeta che ci è stato (non dimentichiamolo) donato! Siamo parte della natura che ci circonda e in qualche modo dovremmo cercare di ricordarcelo“.

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“In passato, in Italia gli abiti si scambiavano soprattutto in famiglia o tra amiche mentre oggi sono tante le iniziative che hanno il baratto come cuore pulsante. Abbiamo raggiunto un livello di saturazione “fashion” tale, grazie alla moda usa e getta, che ormai ognuno di noi ha armadi che straripano di cose inutili ed inutilizzate che magari per qualcun altro potrebbero rappresentare un valore. Credo sia da questa considerazione che tanti come me sono partiti a ripensare un modo per rimettere in circolo la moda.” Rimetterla in circolo così com’è, ma anche modificandola. Il refashoning è un processo di trasformazione dei capi, un po’ come il riciclo, ma differente. Le ho chiesto di fare finta di spiegarlo a mia mamma…11891039_873672612747053_4508199694185256969_n

Di fatto sono le mamme (e le nonne) che potrebbero spiegare meglio a noi cos’è il refashioning! Si tratta della versione più “figa” del recupero e della modifica di abiti e tessuti per ridar loro nuova vita cosa che non avrebbero più nella versione originale. La gonna o il jeans sono irrimediabilmente bucati? No problem! Diventeranno una borsa o una pochette! Oppure possiamo sostituire il pezzo mancante con un altro tessuto differente! La camicetta è logora? Perché crucciarsi?! Fatta a pezzettini potrebbe costituire le applicazioni di una t-shirt. Bottoni che avanzano e sono spaiati? Perché non farne una collana o una spilla? Dunque, spazio alla creatività e soprattutto al recupero del recuperabile, what else?!” E’ semplice e per chi non si sente di fare questi passi da sola, Federica introduce a questa magia del recupero con dei corsi organizzati dalla sua associazione Groove di Biella. A riprova che la moda si può fare e si può vivere diversamente. “Amo l’utilizzo che si può fare della moda per trasmettere messaggi di sé stessi agli altri ma anche e semplicemente messaggi positivi in senso allargato. Odio i dettami, i trend ad ogni costo che sembrano leggi imposte dall’alto e ci fanno sentire inadeguate sempre e fighe mai allo scopo di stimolare ovviamente l’acquisto ossessivo compulsivo e di conseguenza l’omologazione.”

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M: Se ti dico Fashion…

F: Emozioni contrastanti invadono il mio corpo e la mia mente 🙂 Penso a Franca Sozzani, direttrice di Vogue da poco scomparsa, come ad una donna da cui ho sempre avuto messaggi positivi ma era lì in quel mondo che mi è avverso per diversi suoi aspetti, penso alla riviste patinate a cui mi sono avvicinata quando ero poco più che bambina, che mi ispiravano e a come le ho viste cambiare nel corso di questi ormai quasi 15 anni…Quello che ho visto spesso non mi è piaciuto. Penso a certe “fescion” blogger che invece di farmi invidia mi fanno rabbia per il modo assolutamente discutibile con cui sono state legittimate a trattare l’argomentoPenso a un certo fashion di qualità, che parte dal mio territorio, il Biellese, distretto tessile (l’unico a racchiudere in se ancora tutta la filiera produttiva) al quale sono molto legata e a certi nomi e imprenditori che mi rendono orgogliosa di essere nata in questo piccolo angolo di mondo dove un certo modo di lavorare con dedizione, tenacia e operosità sono sempre state un’esempio di vita da seguire…a modo mio!

M: Se ti dico Sfashion…?

Penso alla mia vita 🙂 Al momento in cui da giovane laureata ho capito che il fashion system tradizionale mi dava un po’ di noie allo stomaco e ho iniziato a chiedermi perché: «Perché occuparsi di moda in modo più consapevole, sostenibile ed umano non può essere possibile?!». Oggi vedo tante persone muoversi intorno a questa domanda, mi sento in compagnia e nel mio piccolo cerco di muovermi sempre in questa direzione anche se a volte non è per niente facile.

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No, non è facile, a volte sembra utopico, la gente ti guarda e pensa “poverina, sta lottando contro i mulini a vento” e ti senti una cretina. Ma non importa, quando certi pensieri cominciano a far parte di te e non riesci a fare diversamente, devi insistere. Prima o poi qualcosa si smuove. Federica e io ne siamo convinte. E insisteremo 😉 Per seguire HOBO le sue iniziative questa è la pagina https://www.facebook.com/Hobo-401665789947740/?fref=ts

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