Fashion Revolution Week

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Una bella domanda che nessuno si pone ma che sarebbe opportuno farsi, almeno ogni tanto. Già, perché in questa epoca di consumi sfrenati, di fast fashion che ci divorano e di blogger che cambiano outfit ogni ora, pensare ANCHE alla provenienza dei capi mi sembra effettivamente uno spreco di tempo. Dopotutto, basta una campagna di H&M con la cantante super cool M.I.A. che invita al riciclo per farci sentire con la coscienza a posto (peccato che coloro che invitano al riciclo sono quelli che produco quintali di cose inutili, che massificano la moda e la cui etica produttiva è tutto meno che etica al 100%). Da ieri, però, è partita la terza edizione della Fashion Revolution Week, un progetto di sensibilizzazione che auspica ad un mondo della moda che sia in grado di dare lo stesso valore all’ambiente, alle persone, alla creatività e al guadagno. Schermata 2016-04-18 alle 15.50.34

Photograph by Stephanie Sian Smith

Il 24 aprile del 2013 la fabbrica del Rana Plaza complex in Dhaka, in Bangladesh, crollò, portando via con sé 1134 persone e ferendone altre 2500 tra macerie e capi dei marchi più famosi. Un po’ troppi, no? Da quel momento in poi l’associazione no profit “Fashion Revolutionporta avanti una missione di consapevolezza per una moda etica, una trasparenza dei marchi sul loro metodo produttivo e piccoli suggerimenti per cambiare il sistema con i nostri gesti quotidiani. Finché ci impegniamo a supportare chi produce sfruttando in maniera eccessiva ambiente e persone, alimentando il consumo e lo spreco…tutto questo non cambierà mai. Schermata 2016-04-18 alle 16.33.17

Trasparenza, prima di tutto. Quella che si richiede a chi produce (che non è solo il mettere “Made in Turkey” sul cartellino). L’hashtag #whomademyclothes è una semplice domanda aperta che chiunque può rivolgere a qualunque brand (che molto probabilmente non risponderà, ma a volte capita): basta un selfie con il capo al contrario in cui si vede l’etichetta in cui viene taggato anche il marchio (tanti autoscatti per celebrare momenti inutili, almeno uno dedicato a qualcosa di utile si può fare). I Paesi che hanno aderito a questa iniziativa sono circa 80, le foto milioni e gli eventi associati a questa iniziativa si moltiplicano di anno in anno. Li potete trovare tutti sul sito, dove è anche possibile scaricare degli ebook mini-guide sul consumo consapevole ed una moda sostenibile. Sul serio. Ieri, mentre ne leggevo uno, ho anche scoperto che esistono delle App che, scansionando il codice a barre del capo che si intende acquistare, danno informazioni sul tipo di impatto sociale e ambientale dell’azienda produttrice (le app sono Good Guide, Ethical Barcode e Buycott).  Schermata 2016-04-18 alle 15.49.55

Ci sono altre piccole regole di civiltà quotidiana che andrebbero seguite per non portare il pianeta a sprofondare sotto quintali di abiti inutili, tipo: comprare meno, comprare meglio, fermarsi a chiedersi “come mai costa così poco”, preferire nuovi designer, rivolgersi direttamente alla “fonte” (w gli artigiani), scambiare gli abiti, aggiustarli invece che buttarli subito e, perché no, ogni tanto creare anche qualcosa con le proprie mani. Troppo sbattimento? Io credo sia un approccio più sano, non solo per il Mondo, ma anche per sé stessi: possedere quintali di cose…appesantisce. E di sicuro non rende più felici. Lo so, detto da una che lavora nell’ambiente da 15 anni sembra una contraddizione, ma è noto che io e la Moda siamo in crisi da anni. E poi sono convinta che non c’è un solo modo di fare moda. Ecco, io spingo in questa direzione “rivoluzionaria” (anche con il nuovo libro che uscirà ad ottobre, ve lo inizio ad anticipare). 

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La Fashion Revolution è già iniziata e presente su tutti i social: FB, instagram e twitter!!! Join and Enjoy!!! 😉

8 pensieri su “Fashion Revolution Week

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